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Hasta la Raíz (testo e traduzione) – Natalia Lafourcade

Dedicata a tutti quelli che ci portiamo dentro: che ci hanno sbattuto in faccia la porta / con i quali abbiamo sbagliato / che non ci hanno dato tempo… /che il tempo non c’era perché era solo un’illusione / che il tempo non c’era perché è durato un attimo lungo una vita che avremmo voluto vivere insieme / che sono andati via perché il loro tempo era finito / che si sono allontanati perché non avevano più tempo per noi / che non ci sono più / che sono lAssù / che sono lontani e non abbiamo mai il tempo di salire su un’automobile-corriera-treno-aereo / che sono vicini e non abbiamo mai il tempo di bussare al citofono e al campanello / che gli hai mandato un e-mail e sono talmente tanti mesi che non ti è arrivata una notizia che pensi al peggio / che hanno i tuoi telefono-email-uoZappe-fessebuk-tuittè-e-pure-telegràm ma nulla da dirti / che finalmente hai capito che non hanno tempo per te / che sono fuori tempo massimo (e – stanne certo – torneranno nel recupero dell’ultimo dei tempi supplementari) / che “scusa, non ho avuto tempo” /che fanculo-basta-non-ti-richiamo-ma-poi-ci-speri-da-morire / che fanculo-non-ti-richiamo-e-poi-basta-veramente-affanculo / che oddio-vorrei-tanto-chiamarti-ma-ho-paura / che occhei-ho-deciso-ti-richiamo-(hounapaurafottutaperò)-e-ti-risponde-la-segreteria / che fanculo-a-tutte-le-segreterie / che ricevi una bella notizia da una lontana conoscenza / che non ricevi più notizie. Mai più.

Hasta la raíz di Natalia Lafourcade

Dedicata a tutti quelli che, nonostante tutto, ci portiamo dentro.

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Napolì

Vista del Golfo, Vesuvio e Napoli…mmò puoi pure murì! [foto by RedBavon]

Tra un Andale ad Andalo, la neve e il freddo pungente dell’alta montagna, mi è venuta voglia di Napolì.

Napolì, con l’accento sulla “i”, è una canzone dei 99 Posse, pubblicata nel 1993 nell’album Curre, curre, guagliò, tuttavia, a parte qualche sigla di partito politico scomparsa, rimane di estrema attualità per la città e per la popolazione. C’è un gran trambusto per dare nuove sigle ai partiti e movimenti, un gran lavorio per i professionisti della grafica per inventare mirabolanti loghi “parlanti”, ma dei problemi della gggente (disoccupazione giovanile, chi era costei?) non se ne parla. La gggente viene tirata in ballo in occasione dell’ennesimo, chiamato come un numero a tombola, tragico attentato: scendete in strada, dimostrate che non abbiamo paura, continuiamo a vivere come abbiamo sempre fatto, difendiamo i sani valori occidentaliblablabla“. Imperterrito cito il famoso monologo di Roy Batty nel finale di Blade Runner:”Bella esperienza vivere nel terrore, vero? In questo consiste l’essere schiavo”.

“Napoli è una città piena di contraddizioni” è la frase di rito per chi è educato e non vuole dire apertamente ciò che pensa e cioè,”è una cittàdimmerda e non ci vivrei per tutto l’oro del mondo”. E poi tutto l’oro del mondo lo verrebbero a dare a te, ca’faccia ca’ tieni? E jà!

Sicuramente viverci non è altrettanto facile quanto vivere ad Andalo o altre città del Trentino. L’Alto Adige non lo cito perché si sentono tedeschi e non vorrei che qualche figlio-di-madre-crucca-e-passaporto-italiano se la prendesse a male per averlo confuso in questo melting rut che è l’Italia di oggi. E non c’è nessuna allusione all’immigrazione, parlo proprio di noi itali(di)oti.

Napoli te fa attaccà e’ nierve!

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#4. Bit+Beat = Do The Whirlwind [by Architecture In Helsinki]

Gli Architecture in Helsinki è una band indie-pop dalla lontana Australia. Originariamente composta da otto musicisti, circa un anno dopo la pubblicazione del loro secondo album In Case We Die (2015), tre membri decidono di abbandonare il progetto musicale per divergenze artistiche.

In Case We Die è l’album migliore della band, una sorta di manifesto: un sound pop contaminato in cui la contaminazione non è frutto di casuali schegge istintive, ma di un calibrato lavoro di ricerca unito a una genuina urgenza espressiva. Il risultato è un disco bilanciato tra sperimentazione e accessibilità.

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Stop Making Sense. I Talking Heads hanno ragione.

Inserito nel lettore della PleistescionQuattro, la console ha smesso di avere senso come videogioco....This is 4 Everybody Loves Music!

Inserito nel lettore della PleistescionQuattro, la console ha smesso di avere senso come videogioco….This is 4 Everybody Loves Music!

Mentre ero in fase di revisione di un post sull’utilizzo di tag e categorie – mi sono cimentato in una roba nuova sul te(c)NNicoAndante-Moderato-con-ironia – mi cade l’occhio su un DVD. Il DVD è Stop Making Sense, un film concerto dei Talking Heads registrato live nel corso di tre serate al Pantages Theater di Hollywood nel dicembre 1983.

Segnalato dal compadre Silviatico in uno scambio di commenti, il mostro-spendaccione che è nel mio indice è stato liberato. In realtà, la spesa è stata ragionevolissima: circa 7 euro spedito dalla Germania nell’emporio dell’Amazzone italiana.

Il DVD mi era arrivato la settimana scorsa e fremevo di godermelo in piedi ballando sul divano, frittata di cipolle e rutto libero. I programmi di gloria sono stati più volte rimandati e ho visto le ragnatele formarsi intorno alla confezione. Allora, strafregandome della tranquillità familiare di un sabato mattina italiano, mentre riguardavo la stesura dell’appena partorito articolo teNNicoAndante-Moderato, mi è preso il raptus, ho inserito il disco nella PleistescionQuattro e…Si è fermato il senso di ciò che stavo facendo!

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Home (testo e traduzione) – Depeche Mode

Home
Casa

Musica, testo di Martin Lee Gore. Cantata da Martin Lee Gore

Here is a song
Ecco una canzone
From the wrong side of town
dalla parte sbagliata della città
Where I’m bound

Dove sono legato
To the ground
a terra
By the loneliest sound
Dal più solitario deisuoni
That pounds from within
che martella dal di dentro
And is pinning me down
e mi tiene inchiodato lì

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#3. Bit+Beat = Space Invaders 2003 [by Ken Ishii vs FLR]

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Ettre! Siamo al terzo appuntamento di Bit+Beat=Make Some Nooooise!, giuro che dopo questo non tengo più il conto, ma ho un certo entusiasmo da trasmettervi perché più vado a cercare tra le ragnatele digitali, più m’imbatto in cose nuove o che avevo bellamente ignorato, anche per via di qualche stupido pregiudizio. Così ho ascoltato il Rap, poi ritornato a un mio più vicino Altenative Rock e oggi mi ritrovo irretito dalla Techno! Roba da non credere: io sto alla Techno come il sale nel caffè. La videoclip che ho scelto è Space Invaders 2003 di Ken Ishii vs FLR.

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#2. Bit+Beat = E-Pro

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Per questo secondo appuntamento di Bit+Beat=Make Some Nooooise!, la neonata rubrichetta di musica contaminata dai videogiochi, ho scelto la videoclip di una canzone di Beck: E-Pro.

E-Pro è la traccia di apertura dell’album Guero, che Beck (al secolo Beck Hansen) ha pubblicato nel 2005. Dopo Loser (1993) che ha consacrato il cantantante a superstar, E-Pro è uno dei maggiori successi di Beck: pubblicata come “lead single” dell’album nel marzo 2005, all’inizio di aprile è al primo posto nella classifica Alternative Rock del Billboard.

L’album Guero schizza in breve al secondo posto del Billboard, la migliore posizione in tutta la carriera di Beck fino a quel momento.

Non è facile definire la musica di Beck. Da Wikipedia viene descritto “[…] tra i principali esponenti dell’indie rock e in particolare del lo-fi”. Onda Rock, cui rimando per un dettagliato e coinvolgente excursus sull’artista, lo definisce:

“[…] La X-Generation a cavallo tra 80 e 90 trova in Beck anche un simbolo: praticamente è un nerd (o qualcosa che gli somiglia molto) con il suo aspetto dimesso e la sua (falsa) timidezza, confonde generi e stili senza riguardi per creare qualcosa di non-mainstream che allo stesso tempo è mainstream ma riesce a nasconderlo benissimo, nei testi è ermetico (per qualcuno semplicemente furbo) e ironico quanto basta per cantare l’orgoglio dei perdenti proprio per una generazione che è confusa e si sente perdente. […]” (cit. OndaRock.it :“Beck L’idolo della generazione X” di Marco Simonetti )

Onda Rock individua però proprio nell’album Guero il primo passo falso di Beck.

Non è facile definire la musica di Beck. Lo stesso artista ha qualche difficoltà in merito. Per esempio, descrive la sua musica in collaborazione con i Dust Brothers (periodo esaltato da Onda Rock) come un “sound” che ha una “jankity”. Per “jankity” si intende qualcosa di incasinato , scadente, che ha qualcosa di rotto, urge di una qualche riparazione, ma funziona ancora. Il termine “janky” si riferisce a qualcosa di costruito in economia o messo malamente insieme tanto da non sembrare adatto ad assolvere alla propria funzione, tuttavia funziona al di là di ogni aspettativa.

Le videoclip di Beck sono caratterizzate dall’essere strampalate, contengono quella dose di imprevedibilità, che le fa assurgere in breve a una presenza fissa su MTV, quasi un manifesto di una televisione che vuole rivolgersi a un pubblico giovane e – per cliché – ribelle e anti-conformista. Sappiamo, invece, quanto queste televisioni abbiano contribuito a un nuovo conformismo (e relativo mercato) dell’ “alternativo” a tutti i costi.

La videoclip di E-Pro non delude queste aspettative. Ha un’atmosfera surreale, dall’inizio alla fine.

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#1. Bit+Beat = Who’s That? Brooown!

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Per chi si fosse perso il pistolotto di inaugurazione di questa nuova rubrichetta partorita al freddo e al gelo esattamente il giorno di Natale, benvenuti al numero  #1 con la consapevolezza che “di doman non v’è certezza”, figuriamoci se posso assicurare che ne segua un secondo come il fulmine tenea dietro al baleno. Qui c’è lo stesso cartello che trovate sull’autostrada #statesereniSalerno-Reggio Calabria: “Lavori in corso. Ci scusiamo per il disagio. Stiamo lavorando per voi”.

Bit che incontrano il Beat, artisti che utilizzano i videogiochi nelle loro videoclip, se proprio volete sapere come gli Space Invaders hanno invaso la Musica ritornate al “Via” senza prendere le ventimilalire, dubito che ci sarà qualche temerario, peccato per la ricca selezione musicale, non già per le mie chiacchiere battute genuinamente a mano (con tutte e due le mani) e senza aggiunta di olio di palma.

Per questa Bit+Beat=Make Some Nooooise!, tutta musica, videoclip e a bassissimo contenuto di parole, già mi sono allungato troppo sulla tastiera ma ye’know…

Siamo ai primi del 2017, anno nuovo, convenzione nuova, stesse cose con un numero progressivo che ineluttabilmente scivola avanti e noi a seguire la slavina, cercando di non restarci sotto. A tutti noi amanti di questo sport estremo, il più estremo tra tutti gli sport estremi, dedico una canzone che non è nelle mie usuali corde, sebbene ad ascoltare questi Das Racist ho iniziato a muovere busto, collo, braccia, mani e dita come i rapper ci hanno da sempre insegnato Yo! Bro’! Ok patetico, ma tanto voi non mi vedete.

Who’s That? Brooown! – Das Racist 

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Gli Space Invaders invadono la Musica

Space Invaders non vennero in pace e noi gliele...suonammo!

Space Invaders non vennero in pace e noi gliele…suonammo! (by RedBavon)

Nuove rubrichette escono dalle fottute paginette di questo blog al ritmo di bit e beat. Make some noooise!

Pong, Space Invaders. Donkey Kong e Mario sono le icone del Videogioco, che in momenti diversi sono stati sdoganati dai media tradizionali presso la cultura di massa. Google ha spesso utilizzato queste icone per rinfrescare il proprio logo sulla pagina di ricerca, di recente i 40 milioni di Super Mario Run scaricati in 4 giorni su Apple Store hanno sbriciolato ogni altro record di download.

A un’osservazione anche superficiale della cultura del gaming, inevitabilmente ci si ritrova invischiati in una ragnatela di archetipi del passato e forme di nostalgia.

Il fenomeno “retro” associato alla nostalgia può essere inteso come una sorta di ripetizione estetica della cultura mediatica, che mira a una dimensione conciliata dell’esperienza, avendo come riferimenti centrali gli stili audio-visivi a partire dagli Anni Ottanta, come Pong, Space Invaders. Donkey Kong, Mario, fino ai più recenti come Lara Croft (Tomb Raider, 1996) e Grand Theft Auto (GTA III, 2001)

Il fatto che il Videogioco sia considerato dai più una sotto-cultura è tema a me caro e spesso, anche come provocazione, tiro in ballo il Videogioco anche in contesti apparentemente estranei, come mi appresto a fare nelle righe che seguono: l’influenza dei videogiochi nei clip di musica pop.

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Slow Train (testo e traduzione) – Joe Bonamassa

Slow Train  (testo e traduzione) – in Dust Bow di Joe Bonamassa

There’s a slow train coming
Sta arrivando un treno lento
It’s movin’ on down the line
Si muove lungo la linea
Steel wheels on iron rails
Ruote d’acciaio su rotaie di ferro
Tonight I’m fixin’ to die
Stanotte sono pronto a morire
Woo, I hope you don’t mind pretty mama
Ooh, spero che non te ne abbia a male, bellezza (*)
Woo-hoo, hope you don’t mind if I go
Ooh-oh spero che non te ne abbia a male se io vado
‘Cause when the steam from the slow train rises
Perché quando il vapore si alza dal treno lento
I ain’t gonna see you anymore
Io non ti vedrò più

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Videogiochi da paura! Alan Wake

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Arriva Halloween e, a dispetto di zombie e altre mostruosità assortite, l’anima del commercio è sempre viva! Le offerte online di videogiochi sono il “dolcetto” per chi ha questa passione o, a maggiore ragione, per il videogiocatore occasionale, grazie a un deciso taglio prezzo sia su titoli recenti sia su quelli più datati il cui tema è la paura, l’horror o, in qualche modo, riconducibile ad Halloween.

Inauguro perciò la rubrichetta Videogiochi da paura!, prendendo in prestito dal gergo romanesco “da paura”, espressione di meraviglia per qualcosa di straordinario, e confondendolo con il tema principale dell’horror e survival, della paura, appunto. In tale rubrichetta andrò a descrivere vecchi e nuovi titoli, da quelli che vi faranno saltare dalla sedia a quelli che riescono a catturare, in qualche modo, uno spirito ansiogeno, distrubante o di tensione.

Non vi troverete delle recensioni tecniche , che snocciolano “la rava e la fava” dell’ultima mirabolante novità, ma una sintesi di ciò che potete aspettarvi o un focus su un aspetto particolare poco sviluppato dalle recensioni delle riviste specializzate; insomma, è un invito a sperimentare un po’ di brivido e tensione al sicuro davanti a uno schermo: un dolcetto secondo la “ricetta” che potete leggere in VideO’gioco quant’è bello, spira tanto sentimento. Attenti allo chef, potrebbe farvi qualche scherzetto.

Chiaramente, siete invitati a dire la vostra sul videogioco che (non) giochereste in una notte buia e tempestosa.

Visto che siamo su un blog e ci piace scrivere, iniziamo con un videogioco il cui protagonista è uno scrittore con un focus sulla sua colonna sonora, davvero da paura!

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Pictures of You – The Cure

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Song cloud by RedBavon

Millenovecentoottantanove, quasi 1990. Pictures of You. No, non è la data di inaugurazione di questa omonima webbettola; sono vecio, ma non così vecchio nella blogosfera. The Cure pubblicano in Disintegration, il loro ottavo album, questa canzone, che  è – insieme a Just like Heaven –  la mia canzone preferita del mio gruppo preferito. Sia sempre lode al mio amico Riccardo per avermi fatto conoscere e amare la loro musica.

Se Lullaby si ispira a un personale vissuto, particolarmente cupo e ansiogeno, di Robert Smith, Pictures of You ha una genesi – se possibile – ancora più confusa e confondente. È lo stesso Smith a dare spiegazioni differenti.

Gli artisti dovrebbero evitare di spiegare le proprie opere, in particolare i cantanti. Ognuno dovrebbe essere libero di crearsi il proprio immaginario. Come quando si legge un libro e ne fanno poi un film: si rimane sempre delusi, in parte o in toto, perché il film distrugge il nostro immaginario, che per quanto afflitto da un persistente effetto “blur”, si adatta perfettamente a noi come il vestito cucitoci addosso da un sarto, punture di spilli incluse.

“Per dovere di cronaca” riporto di seguito le spiegazioni.

Robert Smith dichiara che dopo avere letto un saggio di Myra Poleo, The Dark Power of Ritual Pictures , ha distrutto un buon numero di vecchie foto e video personali per disfarsi del suo passato. Ha ammesso anche di essersi amaramente di questo insano atto qualche giorno dopo. Il disclaimer Don’t Try This at Home qui ci sta davvero bene.

Altra ipotesi è quella riportata da Wikipedia, in cui Smith in alcune interviste ha dichiarato che questa canzone trae ispirazione dopo un incendio scoppiato nella sua casa: tra i resti della casa, trovò il proprio portafogli che conteneva delle foto di sua moglie, Mary. La copertina del singolo ritrae una di queste fotografie.

La mia “versione” è un’altra , però.

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Remember the name (testo e traduzione) – Fort Minor

Molti ragazzi oggi pensano che per essere dei grandi rapper occorra soltanto fare rap e ce la faranno. Non comprendono che nel rap – come in tante cose della vita – vi sono impegno, sofferenza, sudore, lacrime e, forse, le loro rime infuocate e di denuncia diventeranno famose in tutto il mondo. Questa canzone dei Fort Minor, un progetto di Mike Shinoda dei Linkin Park, parla di loro che ce l’hanno fatta, di gente che lavora sodo, gente alienata per il lavoro, che si impegna con tutte le forze e crede nella loro passione, scrivendo, rappando e affinando le proprie rime, continuamente.

È una canzone che parla di loro, musicisti di successo, Matthew Ryan Maginn, Mike Shinoda, Takbir Khalid Bashir, del loro amore per la musica attraverso la passione e il sudore, 10% fortuna. Ricordatevi i loro nomi.

Remember the name 

(traduzione by RedBavon)
in The Rising Tied di Fort Minor feat. Styles of Beyond. Autori: Matthew Ryan Maginn, Mike Shinoda, Takbir Khalid Bashir.

You ready?! Let’s go! / / Siete pronti?! Andiamo!
Yeah, for those of you that want to know what we’re all about / Per tutti quelli che vogliono sapere di che pasta siamo fatti
It’s like this y’all (c’mon!) / È tutto qui, gente!

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Morning, night and day (testo e traduzione) – New Order

Morning, night and day (testo e traduzione) – in Waiting for the Sirens’ Call dei New Order

One time didn’t do it / Una volta, non ha fatto effetto
Two times didn’t feel quite right / Due volte, non mi ha fatto proprio bene
I didn’t know where i was going / Non sapevo dove stavo andando
I just knew that i would be alright / Sapevo solo che mi sarei sentito bene

I woke up in a druken haze / Mi sono svegliato, annebbiato da dopo sbornia
The sun shone to my window pane/ Il sole splendeva attraverso il vetro della mia finestra
I said that i’d never do it again / Mi dissi che non l’avrei fatto mai più
What kind of fool do you think I am? / Che tipo di idota pensi che io sia?

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Más di Alejandro Sanz e ispaniche suggestioni musicali.

Alejandro Sanz - Tour Sirope 2015 - Albacete

Alejandro Sanz – Tour Sirope 2015 – Albacete

Avete notato che in estate si moltiplicano radio, locali e feste con i ritmi caraibici e latino-americani?

Evidentemente nel nostro immaginario collettivo tali ritmi sono legati al concetto di baldoria e spensieratezza. Come l’estate.

In effetti, i ritmi caraibici derivano da quelli africani e trovano naturale eco nei nostri corpi, facendo risuonare ataviche corde, sepolte da stratificazioni di materiale cromosomico. Il DNA non mente.

Per il popolo “occidentale”, soprattutto per il soggettazzo che si sta dimenando a questa tastiera, i risultati sono variabili e, fatte salve le eccezioni, il nostro corpo non sembra recepire naturalmente il ritmo latino-americano: converrete che quando balla uno di “loro” la differenza si vede! E lascia esterrefatti,  ammaliati.

Durante il mio viaggio in Messico, guardando la gente comune ballare, restai abbacinato, intrappolato da cotanta bellezza e naturalezza. Un neurone-pazzo (doveva essere sicuramente pazzo) s’impadronì della mia mentecatta mente e, sprezzante del mio metro e ottantatrè con una coordinazione pari a “i” (numero immaginario), mi stimolò un ardente desiderio di emulare costoro, anzi  – peggio – mi fece dichiarare ad amici e parenti la mia ferma decisione di volere imparare quei balli e, quindi, annunciai l’imminente iscrizione a una scuola per le opportune lezioni di ballo.

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Colori Proibiti

Forbidden Colours - Foto © Claudio Bava, 2008

My Love Wears Forbidden Colours

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sruoloC neddibroF sraeW evoL yM - foto © Claudio Bava, 2008

Kaori Muraji                     Ryuichi Sakamoto

Arigatou gozaimasu

Forbidden Colours. La voce di David Sylvian si intreccia sensualmente alle note della musica di Ryiuchi Sakamoto. A ogni tocco di tasto sembrano scavare  nell’anima, vibra, freme, quasi ne “rabbrividisce” my hands in the soil, buried inside of myself Si contorce, ma ne desidera ancora. Un suono di passione potente e gentile allo stesso tempo, che arricchisce ogni volta che la ascolti e ti converte ineluttabilmente al suo “credo”: My love wears forbidden colours.

COLORI PROIBITI

Traduzione (come la sento addosso) di Forbidden Colours di David Sylvian e Ryuichi Sakamoto.

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Purple pain

purple rain

E anche il folletto di Menneapolis ci ha lasciato.

Questi primi mesi del 2016 saranno ricordati per il numero di artisti musicali, che hanno lasciato questa “valle di lacrime” e, durante la loro permanenza, l’hanno resa migliore: “Il Duca” David Bowie; il chitarritsta e fondatore degli Eagles, Glenn Frey; Black, al secolo Colin Vearncombe, autore di una famosa hit degli anni ’80, Wonderful Life; uno dei pionieri del rock psichedelico, Paul Kantner, chitarrista dei Jefferson Airplane; Maurice White, fondatore e leader degli Earth, Wind & Fire; un simbolo del progressive rock, Keith Emerson, che diede vita agli Emerson, Lake & Palmer; il 21 aprile, Prince.

Nell’estate del 1984, un film dal piccolo budget (7 milioni di dollari), spunta dal nulla e altrettanto inaspettatamente al suo debutto scala la classifica del box-office al primo posto, spodestando il Re incontrastato delle sale, un certo “Ghostbusters”. Da questo momento, il nome di Prince, al secolo Rogers Nelson, diventa parte dello star system e a noi, “consumatori” di musica, imprescindibile presenza e più familiare. Il film è “Purple Rain”.

Un mese prima del debutto cinematografico, Prince aveva pubblicato il disco “Purple Rain”, che è la colonna sonora del film, e insieme diventano, non solo imprescindibili per i fan,  ma dei veri e propri classici: “cult” da vedere e ascoltare.

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Imparare l’inglese con la musica: 7 Years di Lukas Graham

Traduzione e interpretazione del testo di Laura Fraschetti 

Intro

Imparare l’inglese senza accorgersene si può. Ne sono la prova vivente: lo studio della lingua è necessario, ma ho appreso con naturalezza dovendo leggere manuali di simulazioni di volo e di giochi di ruolo, che non venivano tradotti. L’idea di Laura è fantastica. Bilingue italiano e inglese, è riuscita in un vero miracolo traducendo in inglese un mio racconto, lasciando inalterato il mio stile “gagliardo e caotico”. Ospito Laura qui con grande piacere: la traduzione e l’interpretazione del testo di una hit 7 Years” dei Lukas Graham. Date una possibilità a questi ragazzi, anche se non è il vostro genere. Non ve ne pentirete. A Laura la tastiera.

7-years-cover

Chi non ha mai provato l’ebbrezza di cantare a squarciagola una canzone in inglese inventando strofe intere, totalmente all’oscuro del significato del testo? E scoprire, sbigottito, che motivi entrati nell’immaginario collettivo, hanno testi che anche un bambino alla scuola materna scriverebbe in maniera meno sconclusionata. E chi di noi, pur strenuamente evitando di incrociarne lo sguardo, non si è mai imbattuto in stranieri di ogni nazionalità che bonariamente invadono le nostre città e che padroneggiano la lingua di Albione come fossero cugini di primo grado della Regina Elisabetta, e non ha sudato freddo anche sotto il sol leone per dare semplici indicazioni stradali? Per poi concludere tra sé: “Vengono in Italia e nemmeno sanno una parola d’Italiano…”.

Se è vero che le lingue – anche tante contemporaneamente – si acquisiscono in maniera naturale e senza fatica in età infantile, è altrettanto vero che non è mai troppo tardi per provare a migliorarci, anche in questa sfera.

La musica ci circonda, soprattutto quella in lingua inglese. Perché non sfruttare questo sconfinato patrimonio per imparare un po’ d’Inglese divertendoci? Cantare migliora la nostra pronuncia, arricchisce il vocabolario e grammatica e fissa modi di dire. Dalle strofe di una canzone riusciamo più facilmente a richiamare informazioni che non semplicemente leggendo o ascoltando. Se alla radio passa una canzone che non sentivamo da tempo, è probabile che ci ritroveremo a cantarla senza accorgercene. Non è un caso che proprio con i bambini si faccia un uso intensivo della musica per fissare vocabolario e costruzione delle frasi in maniera naturale.

Con questo intento, abbiamo pensato di scegliere dei testi adatti allo scopo, perché hit del momento o perché ormai ever-green. In questo caso, abbiamo optato per la prima tipologia:

7 Years dei Lukas Graham

i Lukas Graham Continua a leggere


When worlds collide: Florence canta per Final Fantasy XV

Florence and The Machine interpreta magnificamente la cover del classico senza tempo di Ben E. King, “Stand by Me”, eseguita da un’orchestra sinfonica, per la colonna sonora del trailer del nuovo attesissimo capitolo di una delle serie più iconiche dei videogiochi: Final Fantasy XV.

Sono soddisfazioni!

Florence Welch è una delle voci più originali degli ultimi anni. Dopo avere ascoltato il suo primo album, Lungs, l’ho attesa per una definitiva consacrazione nella mia Hit-list che è arrivata con il suo secondo, Cerimonials, di cui potete leggere il mio innamoramento musicale tra queste pagine. Il suo recente e terzo album How Big, How Blue, How Beautiful è un’ulteriore conferma di una voce, che è uno strumento in sé, coinvolge e avvolge con musica e testi che sorprendono e lasciano l’ascoltatore ebbro di vibrazioni che riempiono degli spazi pensati vuoti e ridonano tensione a corde da tempo lasche.

Il fatto che un’artista di questo calibro collabori con la produzione di un videogioco e, in particolare Final Fantasy, che è una serie cui sono fortemente legato, mi fa gongolare per la soddisfazione e urlare “Yeeeeeesssss!”.

E’ una conferma di quanto vado sbattendomi in diversi post della rubrichetta Il Pixel Quotidiano, cronache di ordinaria vita digitale e – in sintesi – esposto al pubblico ludibrio nel “manifesto” Video’gioco (quant’è bello, spira tanto sentimento): è segno dell’evoluzione e maturità del medium, è un altro tassello che legittimamente rivendica la dignità del Videogioco al pari del Cinema, della Letteratura, della Musica, del Teatro e di tutte quelle forme espressive che arricchiscono l’esperienza umana.

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Hullaballabalú

ovvero l’Inno di questo blog!

Capita per Caso d’imbattersi in persone e cose che poi ti lasciano il segno. Cose e persone che ti danno una spintarella e ti deviano dalla tua diritta-via del tran-tran quotidiano. E ti aprono gli occhi su cose mai viste, nuove, spingono a guardare in modo diverso quelle “vecchie”; crediamo all’abitudine e, a volte, rischiamo di barattare un pò di rigenerante cambiamento per un pò di stantia tranquillità. Una difesa, del tutto umana e naturale.

Capita per Caso d’imbattersi in qualcos(in)a di piccolo come una canzone che abbia l’effetto di farti scoprire qualcosa che avevi sempre avuto, che all’improvviso lo fa emergere come il raggio di sole che penetra attraverso le nuvole grigie di una giornata di pioggia, rigenerante come quel raggio di sole, rivelatore e salvifico. Una canzone trovata per Caso grazie alla sorell(in)a, che con il suo contagioso entusiasmo mi ha dato il carburante per iniziarne la ricerca. Invero, le indicazioni fornite si sono rivelate per lo più prive di collegamento e fuorvianti: il gruppo è i Múm, il titolo della canzone è tipo “labalak” e una strofa che fa più o meno “a question of lust”. Ora che so che il gruppo musicale è quello dei Múm (esatto), che il titolo è “Hullaballabalú” e che di quelle parole nella fantomatica strofa non ce n’è traccia se non in una bella canzone dei Depeche Mode, come faccio a dire alla mamma che mia sorella, nonchè sua figlia fa uso di sostanze allucinogene, che producono effetti di stato confusionale post-trauma?

Hullaballabalú è una mistura magica composta da:

  • un terzo: Mago di Oz,
  • un terzo: Mary Poppins,
  • un terzo: un gruppo musicale di (elfi) islandesi.

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Bolero – Ep. #2 Il respiro(comico) della vita e il piacere della lentezza

Jorge-Donn-Bolero-Les-uns-et-les-autres

Avviso ai naviganti – Che il moto ondoso sia in aumento e dei venti tesi nel Canale di Sicilia dai quadranti nord-occidentali in rotazione ai quadranti occidentali, poco ve ne cale, ma se volete avventurarvi oltre queste righe, prestate attenzione a quanto segue. Riconosco da lontano il pruriginoso formicolio alle dita che precede un rapporto sado-masochista con la tastiera: più la batto, più le piace. Come il Libeccio porta burrasca e pioggia, questa sensazione formicolante è foriera di selvaggio cazzeggio a dita sospinte, tendente al politicamente scorretto in un italiano coerentemente scorretto, che solo alla fine dispiegherà un senso – Vasco Rossi docet – “anche se questa storia un senso non ce l’ha”. In preda alla “digressione, mon amour” e posseduto da uno Sturm und Drang di matrice colitica [trad. “Tempesta e (im)Peto”], avviso il navigante che dovrà armarsi di pazienza, comprensione, insospettabili doti di dribblatore di frasi a zigo-zago-c’era-un-mago e una buona dose di pensiero lateral-obliquo. Nonsense a granella.

Pertanto, è caldamente consigliato un genere di conforto, da sorbire lentamente, tra un paragrafo e l’altro; birretta e Fonzies, caffè preparato alla greca o altra bevanda più eco-gastro-compatibile o intestino-lenitiva, tipo certe tisane che – ciclicamente – certe colleghe ti offrono in ufficio: cardamomo, prezzemolo con bacche di ginepro o misture de(l)genere. “Perché il caffè-della-macchinetta e il tè disidratato fanno male”

Tanto m’è dolce rutilar in questo mar di facezie. Let’s roll!

Bolero, il piacere della lentezza.

Tutto inizia da un commento sul post “Bolero. Il respiro della vita”

Uno degli aspetti più belli e arricchenti di fare parte della blogosfera è lo scambio con gli altri internauti, blogger o semplici naviganti.
Sempre più spesso, una certa idea, narcisista ed esibizionista, con aspirazioni da “entertainer”, si fa avanti tra la confusione di una folla delle migliori tradizioni di fervida attività di un qualsiasi suq. Questa idea propone di farsi spiattellare sullo  schermo, alla ricerca di trovare un senso alla sua esistenza, che sia al di qua o al di là dello stesso non ha importanza. Anche le idee si fanno le “pippe esistenziali”. Almeno le mie.

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The Cure, influenze musicali e ritorno in Italia

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★ The Cure tornano in Italia con quattro date! ★

Quattro occasioni per assistere al concerto della band inglese e un breve excursus di artisti per cui vi sfido a immaginare la loro musica senza che siano mai esistiti i The Cure.

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Africa Folk Music Atlas

Non avete mai provato il “mal d’Africa”?
Africa Folk Music Atlas potrebbe farvelo venire!

Contenuto di Africa Folk Music Atlas: libro, Cd-Rom e 3 Cd-Audio

Africa Folk Music Atlas: libro con copertina cartonata rigida, un Cd-Rom e 3 Cd-Audio

“Africa” oggi si associa solo a un concetto: “migranti”. Eppure l’Africa è un continente vastissimo e ricco di diversità tale da suggerire un’abbondanza di argomenti. L’accezione di “migrante” viene poi utilizzato in modo subdolamente spregiativo, eppure la logica dei grandi numeri suggerirebbe che nell’intero continente africano qualche aspetto positivo debba pure esserci.

Io sono napoletano. Oui, je suis migrante

Ho avuto la fortuna di viaggiare fino in Botswana e Zimbabwe e di bellezza ne ho vista tanta da riempire un blog. Ho potuto vedere con i miei occhi duri contrasti, ma la nostra “evoluta” società occidentale è teatro di contrasti altrettanto duri e macroscopici: una minoranza che consuma la maggioranza di beni materiali e si assegna privilegi a scapito di una maggioranza distratta ad arte e divisa per individualismi e pecoreccia accondiscenza al più “potente”  Uno spettacolo di una compagnia di mediocri attori in un grande teatro all’aperto gremito di un pubblico “medio-cre”. Al di fuori di questo teatro, si pretende che gli esclusi, i “migranti”, stiano a guardare da lontano, “a casa loro”, possibilmente senza distubare perché ho pagato il biglietto e “the show must go on”.

La società occidentale è uno specchio che riflette inganni, equivoci, imbrogli di una storia tra questi due mondi caratterizzata da legami, piuttosto che differenze. Il primo uomo della Storia non è greco come Pelasgo, non è iracheno come Kushim (è il primo uomo di cui si conosce il nome), ma è africano. Una delle prime civiltà che ci insegnano a scuola è quella egizia. L’Africa è stata la culla della civiltà, ma un modello paleoantropologico o la storia antica sono argomenti che rischiano di ispirare più sbadigli che interesse, figuriamoci un “pensare positivo”. Quando si parla d’Africa, un legame immediato e accessibile a tutti esiste ed è quello che Beethoven amava definire “il terreno nel quale lo spirito, vive, pensa e fiorisce”: la musica.

Laddove la razionalità e la logica possono essere manipolate e creare divisioni, la spiritualità e le emozioni, che la musica è capace di generare negli uomini dalla notte dei tempi, rimangono un mistero: la musica cura i dolori dell’anima, avvicina agli spiriti e agli dei, unisce gli uomini elevandoli dalla loro condizione terrena e terrestre a una mistica e universale.

Africa Folk Music Atlas è un’ opera multimediale, che prende spunto dalla musica etnica per raccontare e fare conoscere il continente africano: immagini, video, suoni e testi ordinati in un percorso interattivo e fruibili grazie a un libro, un Cd-Rom e tre Cd-Audio. Grazie a questi differenti supporti, gli autori riescono a fornire un differente modo di leggere, che fornisce informazioni, le arricchisce di sensazioni, ne stimola la ricerca di altre e traccia un percorso di spontaneo approfondimento.

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Storm Trooper Dance

Ottimo modo per un inizio WTF 2015!  Se anche non avete una scheggia nerd nel vostra pellaccia, se anche non vi è mai piaciuto Star Wars (nessuno dei film) e nemmeno l’hip-hop, vale la pena per vedere la fanteria imperiale muoversi da Dio, fottutamente ammiccanti come Beyoncé, Nicole Scherzinger e le altre sgallettate delle Destiny Child o Pussycat Dolls. L’effetto finale è più Party Rock Anthem degli LMFAO! And we gonna make you lose your mind (yeah)
We just wanna see you… shake that! 


Akron/Family – S/t II: The Cosmic Birth And Journey Of Shinju Tnt

Frattali di emozioni.

S/t II: The Cosmic Birth And Journey Of Shinju TNT, oltre a candidarsi al titolo più lungo e impronunciabile della mia collezione musicale, è senza dubbio uno di quei dischi che mi  ha fatto scoprire nuovi orizzonti, lontani dai miei gusti consolidati, e maturare una nuova sensibilità verso generi diversi. L’ “orecchio” è un organo che va allenato, la sensibilità musicale non è un colpo di frusta, un sacra unzione del Divino, si ottiene per gradi. Di certo, i mass media non aiutano, la musica è abbastanza standardizzata, si assomiglia un po’ tutta, arrivando a casi famosi di plagio conclamato. D’altronde, non si chiamerebbero “mass”. Con un po’ di curiosità è però possibile accedere a “perle” che sui canali di massa non transiteranno nemmeno al Giudizio Universale. Se dovessi raccontarvi come sia arrivato a quest’ ultima creazione degli Akron/Family, non saprei da dove iniziare, perché, sospinto dalla curiosità di questo suono nuovo, l’insieme  di pensieri , sensazioni, proiezioni, associazioni  e la dinamica della loro evoluzione, possono essere assimilate ai frattali. Tale insieme emozionale ha una forma complessa il cui contorno è un frattale.

La costruzione dei frattali non si basa su un’equazione, ma su un algoritmo. Tale algoritmo, che deve essere utilizzato per disegnare la curva, va applicato un numero di volte elevatissimo, teoricamente infinito, così che la curva, a ogni iterazione, si avvicini sempre più al risultato finale.

Dipinto di un pittore in pieno trip post acido? E invece è un frattale.

Applicando un numero elevato di volte l’algoritmo “S/t II: The Cosmic Birth And Journey Of Shinju TNT”, l’insieme di emozioni, vibrazioni e sensazioni  si avvicina sempre di più al risultato finale e cioè un’energia positiva centrifuga, in espansione dall’interno verso la periferia del corpo,  con un effetto di  gioiosa vertigine, ovvero quel piacevole senso di sbandamento e perdita di equilibrio di quando da piccoli ci divertivamo – le braccia aperte e distese – a girare su noi stessi per vedere l’ effetto-che-fa il mondo che giragiraGIRARIGarigarigIRAgiragira  tutto intorno a noi.

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Télépopmusik: Genetic World

Come sono arrivato ad ascoltare Genetic World è tortuoso, certamente frutto di un percorso, non deciso ma capitato (serendipity?). Dall’anno scorso, con la complicità di mia sorell(in)a frequentatrice delle moderne balere più alla moda di Milano, città notoriamente da bere, ma pure da ballare, ho colto i suoi suggerimenti e seguito un pò di correnti musicali che deviano dal mio naturale alveo, spesso portandomi in territori sconosciuti. E come il Nilo ritirandosi, lascia il limo che rende fertile la terra (oddio la crisi mistica!…), così ritornando da questi “straripamenti”, scopro di essermi arricchito di una disposizione ad ascoltare la musica più diversa, contaminata, fusa, e – perchè no – commerciale, cercando di trovare semplicemente della “buona musica”. Complice anche Shazam, una piccola applicazione disponibile per ogni dispositivo portatile di questo pianeta, che permette di riconoscere un brano musicale  ascoltandolo, anche parzialmente, mentre passeggi per un centro commerciale, ascolti la radio o vedi la tivvì. Così, per caso, guardando distrattamente uno spettacolo in tivvì, martello, incudine e staffa (non ho messo su una bottega di fabbro…) iniziano a sfruculiare in un modo seducentemente anomalo la membrana timpanica. Il “miracolo” che segue, oltre ad avere scientifiche spiegazioni grazie all’otolaringoiatria, ha a che fare con quella che in tedesco si chiama “gemüt”, che potrebbe rendersi frettolosamente con “indole, natura, animo”, bensì corrisponde a quello “spazio” sorgivo di ogni uomo, che la scienza guarda con diffidenza o quasi disprezzo perchè non riesce a inserirla all’interno delle categorie scientifiche. Ascoltando questa che posso definire poco più di un'”impressione” musicale, avverto un movimento impastato tra cervello-cuore-viscere in cui ognuno fa ressa per dire la sua e vuole a tutti i costi lasciare il proprio contributo. La musica è: Breathe nell’album Genetic World di Télépopmusik.

Dopo ripetuti ascolti a mo’ di bombardamento a tappeto di Eustachio, Cerebro e Miocardio, Genetic World è un album dal pop elettronico gentile, dolce, ma non per questo ruffiano e superficiale, piuttosto ricco e mai eccessivamente complicato. Si lascia ascoltare, ma contiene sufficienti strati per sedurre. E’ un riuscito melange di generi diversi, dal jazz all’hip-pop, dalla dance al pop, che tuttavia non cade nell’errore di volere fare tutto e non riesce a fare bene niente. Punta in differenti direzioni, accompagnadoci in “luoghi” musicali diversi, può spaesare all’inizio, ma alla fine sorprende, ci meraviglia. Cosa che è buona e giusta.

Se non vi fa specie lo stile gagliardamente caotico di questo blogger, vi reggono le diottrie e avete lo stomaco di andare avanti nella lettura del resto di questa senti-recensione, scoprirete una piccola gemma pop: tecnicamente ben supportato da un’eclettica strumentazone, ispirate e imprevedibili tastiere e chitarre, contrabbasso e tromba jazz di rara efficacia ed evocative atmosfere, vocalist di varia estrazione musicale e di alto livello lirico. Una piccola gemma che ricompensa la ripetizione dell’ascolto, rivelandosi meno immediato di quanto non appaia al primo ascolto.

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Florence + the Machine: Ceremonials – Deluxe Edition.

Ceremonials. Aspettavo con trepidazione questo nuovo Cd di Florence and The Machine. Il Cd precedente, Lungs, per suono, voce e complesso emozionale mi aveva scosso da un torpore musicale dovuto alla continua ricerca di arricchimento, che si risolve il più delle volte nella constatazione di un infatuamento temporaneo e inesorabile ritorno a vecchie colonne portanti del mio humus(icale). “Non esistono più le grandi band di una volta”. Se c’è una frase che mi dà il senso del tempo che passa sterilmente con un retrogusto amaro, è proprio uno di questi recursivi avvolgimenti su se stessi e sulla propria generazione, che – al confronto con quella più prossima – ne esce sempre latrice dei “buoni valori di una volta”, ormai persi. I “valori” di una generazione trattati come un prodotto gastronomico: “Eh…<sospiro> i sapori buoni e genuini di una volta!”. Orbene, non di salami e formaggi stiamo blaterando, ma di sensazioni ed emozioni che la musica riesce a  ricreare nell’essere umano con una scala di sfumature e combinazioni uniche e differenti per ogni singolo. L’ennesimo miracolo dell’essere umano che diamo per scontato e che consumiamo quasi senza pensarci come sgrannocchiare una mela, proprio quel frutto che, a causa del capriccio di donna e dabbenaggine di uomo, ci (con)segnò a questa (con)dannata frenesia della nostra vita.

Il vagabondare del mio scrivere per eventi biblici e mistici è coerente con la direzione artistica scelta per Ceremonials: una decisa enfasi al ritmo rispetto alla melodia, che conferisce ritualità, trance, estasi mistica. Ls sezione delle percussioni è imponente, spettacolare, superba: assorbe persino strumenti inconfondibili in termini di espressività e timbrica, come il pianoforte e l’arpa, ricordando tribali danze rituali e facendo risaltare la voce di Florence Welch, un unicum di malìa, carezzevolezza, intensità, dinamica timbrica e colore spiazzanti. L’effetto può rivelarsi da trance mistica, una condizione estatica, una “caduta” della mente razionale con cui siamo abituati a “programmare” la vita ordinaria, il risveglio di una percezione che va oltre ciò che i sensi fisici apparentemente segnalano.

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Bolero. Il respiro della vita.

Jorge Donn interpreta e danza il Bolero

In altre faccende affacendato, intendo faccende di blog, mentre scrivevo di tutt’altro genere e argomento, lontano apparentemente anni luce dall’oggetto di questo scrivere, finisco intrecciato mani e piedi, pensiero, cuore e viscere nel Bolero di Maurice Ravel. Una musica che è sicuramente tra le mie più amate tanto che, nei miei passati di mediocre studente di pianoforte, volli provare a suonare con le mie mani (e sottolineo “provare”). I miei genitori e fratelli ricordano bene lo strazio dei momenti di studio e lo strazio, una volta imparato, del ripetere ad libitum quel ritmo ipnotico e magico che scorreva, ormai a memoria, tra le mie dita. Il Bolero di Ravel è Passione, quel certo brivido che avverto alla base del collo e scorre lungoluuungo verso il basso a percorrere tutta la schiena per poi generare un’onda di emozione tale da riempire ogni interstizio del mio corpo con un respiro di vita. Si espande e riempie tutto l’interno, quasi a volerlo fare scoppiare, come l’elio in uno di quei palloncini che una volta vendevano certi omini per strada. Ma non scoppia, ti innalza. Un respiro di vita, non posso definirlo diversamente: dopo che il Bolero ha percorso ossa e tessuti ho la netta impressione che prima di allora il mio corpo fosse solo…una carcassa.

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Every Teardrop Is a Waterfall

Raptus di post…o post da raptus…no, non c’entrano ratti o postumi di sbornia. In preda a un raptus, mentre sbadatamente navigo su Internet alla ricerca di qualcosa che mi incuriosisca, la tivvù sintonizzata su MTV dà l’EMA Award che si è tenuto il 6 novembre a BeeeeelfaaaaAAAST! L’ho voluto urlare come i soggettazzi dal palco….ma, dico io, hanno il microfono con un’amplificazione tamarra più di quanto sia lecito sopportare alle trombe di Eustachio e devono proprio urlarci dentro a quel microfono?!? …Gesummmaria gli LMFAO sono troppotroppo….bando alle chiacchiere (e ci sarebbe da scrivere, c’è un sacco di materiale), sono qui che scrivo live dal divano di caaaaaaaaasa miiiiiIAAAAAAA, non per raccontarvi che ho preso matura consapevolezza e piena contezza di non essere più nel target di MTV; oppure dirvi della ninfetta che presenta la kermesse musicale e che, ora, in questo preciso momento, sta can…tan…do…, censuro ciò che è apparso nella mia mente tra i puntini di sospensione per eccesso di testosterone e sessismo machista. Per lo meno, è maggiorenne.  Oppure ancora per riprendermi dal fatto che uno sbarbato che non arriva di sicuro a 18 anni, ha vinto la categoria “Best Male” , ma non ha nemmeno la barba quello lì…Buuuuuh! Tutta invidia la mia, è chiaro. NO scritto così è più…scuro….In the name of God and of this blog, Claudio, please GO!

Occhei ve lo dico perchè sto qui: è nel titolo, genio! Ma sì, è la canzone di apertura dell’EMA: Every Teardrop Is a Waterfall cantata dal vivo dai Coldplay. Gioiosa canzuncella che, a dispetto dal titolo chiagnazzaro (traduz.: da piagnisteo), si rivela foriera di un testo dal messaggio positivo. Singolare l’effetto che produce a testa-cuore-viscere di questo mentecatto: le note della sua melodia, al pari delle singlole gocce di una cascata, generano un bell’arcobaleno di sensazioni. Ecco, come quando sono stato qui:

Allora? Quand’è che qualcuno mi porta al concerto dei Coldplay?!?…Voglio andare precipitevolissimevolmente a un concerto dei Coldplay!…Gi, cara sorella, se stai leggendo queste righe di una lingua italiana crocifissa, sappi che quel concerto a Wembley che avevamo progettato  un pò di tempo fa e che mi è sfuggito a un tanto di click così , s’ha da fare!

E’ finito l’EMA Award…ed è finito pure il mio post(da)raptus. Ora potete chiamare la derattizzazione.

Per chi desidera vedere il live dei Coldplay agli EMA Award deve visitare il sito di MTV perchè non ho trovato uno straccio di possibilità che lo facesse condividere sul blog…solo via Fakbuk o Tuitter. Alla faccia dei progressisti e delle menti aperte questi di MTV!


Scol…legato [Doing The Unstuck Remix]

Il mio biglietto

“Unstuck” in inglese significa “scollato”, “scollegato”, può essere usato riferendosi anche a uno stato mentale, emotivo. Coincidenza: una delle mie canzoni preferite è Doing the Unstuck e, altra “coincidenza”, è una canzone di The Cure. Il detective Malone, spegnendo nervosamente nel posacenere la sigaretta ancora a metà , direbbe al panciuto Ispettore con bretelle e sigaro “Una coincidenza è una coincidenza, una serie di coincidenze…sono dei precisi indizi”. Malone alzò il bavero dell’impermeabile stropicciato, si aggiustò la falda del cappello – senza cappello non andava nemmeno al bagno – si accese un’altra sigaretta, T’LAC, zaffata di fumo e voltandosi con un cenno salutò l’Ispettore che ricambiò: “Malone, smettila di fumare…ti fa male” e tirò profondamente il mezzo sigaro serrato tra le sue carnose labbra.

A parte i guasti di L.A.Noire sulla mia debole psiche, è piuttosto naturale che ognuno riconosca in un dato momento i suoi stati d’animo in una canzone e affidi la non banale “traduzione” delle proprie emozioni a versi e musica di qualcuno che lo sappia fare, quantomeno sia del “mestiere”: nel’Ottocento i poeti, nel frenetico XXI secolo abbiamo sdoganato pure i cantanti. Doing the Unstuck ha quasi vent’anni, è contenuta nell’album Wish (aprile 1992) e, andando a cercare conferme del testo originale sul libretto del Cd – perchè Internet è bello e caro, ma girano certe “banfe” – mi sono accorto che gli anni sono davvero passati visto che il testo, scritto in un carattere corpo piccoloMApiccolo, mi ha creato qualche difficoltà nella lettura. Dato che la mia cache di memoria è solo di 5 miserelli Kbyte, come il Commodore VIC 20, devo perforza leggere il testo di una canzone per cantarlo e da (più) giovane ricordo di averlo fatto, ballando selvaggiamente, parecchie volte con questa canzone: leggevo e cantavo, mentre saltellavo scoordinatamente. Oggi aleggia lo spettro dell’occhiale bifocale o il doppio occhiale con il laccetto al collo..I will survive!

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Disco Boy

Voglio ballare con te e stringerti forte tra le braccia tutta la notte

Come ogni sabato sera, vado a ballare in discoteca. Un locale diverso, ogni uguale sabato sera. Mi guardo in giro. Butto il mio sguardo nella folla, come la rock-star che si lancia dal palco sulla folla. Una foresta fitta di braccia e mani sostengono la rock-star; il mio sguardo atterra con un tonfo sordo a terra, sul pavimento della pista da ballo. L’attimo prima di venire maciullato da tanti tacco-12, ritiro il mio sguardo e vado al bancone. Ordino una vodka per sentirmi a posto. La vodka ha effetti deleteri sulla mia lucidità, ma ha l’indubbio vantaggio di annebbiare la percezione della realtà quel tanto che serve per farmici sembrare a mio agio e con una velocità assai superiore della birra o del vino. Cocktail, no. Non amo queste misture che non mi fanno capire cosa sto bevendo. Voglio capire cos’è che via via mi provoca deficit di coordinazione, linguaggio impastato, rallentamento psichico. La vodka è sincera. Se le parole escono dalle tue labbra e il tuo cervello le registra prima come “estranee”, poi le riconosce come “tue” e ,alla fine, le archivia come “strane”, sai chi è stato. Se cammini e i tuoi passi diventano incerti e barcollanti come quando avevi 2 anni e andavi in giro con il pannolino, sai chi è stato. La vodka non ha colore. Ci vedi attraverso. La vodka è trasparente.

Bevo la mia vodka d’un fiato…Aaaah mi sento bene. Faccio un cenno con il pollice verso al ragazzone che sembra uscito da un giornale patinato di moda, ma è finito dietro al bancone a servire drink: mi versa un altro pò di quel liquido trasparente che mi dà finto sostegno e una sana spintarella, oltre.  Il locale è pieno, non riesco  a intravedere il pavimento, dappertutto colori, visi, luci, gambe dappertutto. Labbra che bisbigliano in un movimento asincrono con la musica che martella con i bassi e sovrasta tutto, occhi che si cercano, corpi che si sfiorano, ci sono tante coppie che ballano. Io sono solo. Mi metto in un angolo e resto lì a guardare.

All’improvviso TI VEDO.

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Era de maggio…

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Era de maggio. Inizia così il primo post di giugno. Se la consecutio dei mesi è banale per molti, non lo è per me. Vi assicuro.

Inizia con il titolo di una bellissima canzone della tradizione napoletana, in giro c’è una stupenda versione interpretata da Battiato. Da brividi lungo il lungo collo, gigggiù luuuungo la schiena. E sapete che vi dico: me la ascolto in contemporanea al fluire dei pensieri che mi hanno tirato fuori dal letto e sbattuto davanti allo schermo a quest’ora (bas)tarda a metà tra la notte del giorno prima e le primissime ore del giorno dopo.

Maggio. E’ da qualche anno che mi perseguita. Una persecuzione a base di gioia, tristezza terribile, piccoli sorrisi, un sorriso poco più ampio e di nuovo tristezza. Come mi ripeto, la vita è un integrale con la curva che sale e tocca i punti più alti nei momenti di felicità e precipita nei punti più bassi nei momenti di tristezza. La formula dell’integrale non la conosco vuoi perchè i miei due esami di Analisi (matematica) sono i miei punti più bassi del libretto universitario vuoi perchè la vita è troppo complessa per ridurla a una formuletta.

Potrei fare inziare il mio anno da maggio e festeggiare il CapodiMaggio, proprio come il resto del mondo – a parte i cinesi – a dicembre. Il primo di maggio inizia una strana trepidazione, con l’ansia dell’attesa che monta, un’attesa non si sa bene di cosa, un misto di sensazioni, dolci e amare, l’ansia dell’incertezza di ciò che ci attende, la trepidazione del superamento di una tappa, in un modo o in un altro. Montano le sensazioni e i pensieri, fanno a gara a scavallare gli uni sugli altri. Una rissa emozionale. La conseguente confusione lascia perplessi, ma allo stesso tempo scalpitanti, frementi. Via via che passano i giorni, tutto s’ impasta, inizia a formare un “malloppo” di pasta che lievita, lievita, lievita e riempie tutti gli interstizi all’interno. I ricordi sono il lievito. I ricordi belli, quelli brutti forniscono quella forza all’impasto che altrimenti, in altri momenti dell’anno, sarebbe rimasta inerte. Vallo a spiegare alla gente perchè pubblichi post a ora da vampiri. E che non ho “digerito”, m’è rimasto un peso sullo stomaco. Lo stomaco…la sede dell’anima per i giapponesi. Forse hanno ragione.

I giorni di maggio passano a un ritmo che assomiglia a quella musica favolosa di Ravel, il Bolero: una musica che fa venire voglia di ballare, anche se a fare il maniaco in attillata calzamaglia non mi ci vedo, una musica che ti rapisce in un crescendO di suoni, archi e ritmo ta-taratatà-taratatà-taratatatatatatà , i fiati iniziano piano piano piano, in sottofondo gli archi e l’arpa cadenzano un ritmo al limite dell’ossessione, ta-taratatà-taratatà-taratatatatatatà , e così archi e fiati si rincorrono, s’incrociano, si rispondono, uno sempre un po’ più forte dell’altro, fino a diventare una melodia chiara, netta, limpida cresce cresce cresce cresce e diventa un trionfo!

Un trionfo di sensazoni, pensieri, ricordi ed emozioni, nel bene  e nel male, che trova la sua naturale fine nel Capodanno o, meglio, nel CapodiMaggio.

Il CapodiMaggio è il 21. E il botto è forte. Piedigrotta, al confronto, è una miccetta sparata da un bambino. Non c’è spumante o champagne, non risuonano tintinnii di calici o voci  di auguri. Solo un roboante…silenzio.

E diceva: “Core, core!  Core mio luntano vaje:  tu me lasse e io conto l’ore chi sa quanno turnarraie!”

E’ sempe ‘e maggio.

Era De Maggio (versi di Salvatore di Giacomo, musica di Mario Pasquale Costa, interpretata da Franco Battiato )

Al mio papà e agli zii che quest’anno gli sono andati a fare compagnia. Log…out.

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Forbidden Colours (Colori Proibiti)

 Forbidden Colours (David Sylvian e Ryuichi Sakamoto)

Forbidden Colours

My Love Wears Forbidden Colours

22 luglio 2008, ore 8.29. Era un martedì, ho controllato. Questa foto è rimasta nel mio iPhone per tutto questo tempo, in attesa del momento per cui è stata scattata: oggi, fine di ottobre dell’anno dopo.

Uno scatto, non voluto, complice il touch-screen e la mia sbadataggine elevata all’ n-sima potenza dalla fretta e dalla furia per non fare tardi al lavoro. Come animato di vita propria, l’iPhone ha scattato una foto. Me la sono ritrovata nella raccolta di foto senza capire come ci fosse finita, quando l’avevo scattata e – guardata bene – quale sostanza avevo assunto prima di scattarla. Alla fine, girata e atarigir, messa in verticale e orizzontale, ho deciso di tenerla. Perché? Perché mi piace. Perché ha un senso, prima o poi almeno l’avrei trovato. E infatti oggi ce l’ha.

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Dettato (e)Musicale

Che cos’è di noi?

L’estate sta arrivando. D’estate muoio un pò, aspetto che ritorni l’illusione di un’estate che non so. L’estate passata ho visto un luogo dove il fumo tuona e dove le strade non hanno nome. L’estate è passata. Svegliami quando settembre è finito.

A parte che i sogni passano, se uno li fa passare; alcuni li hai sempre difesi, altri li hai dovuti vederli finire. Niente paura, ci pensa la vita….una canzone dice così. Mentre tutto scorre, lascia che sia. Come vorrei, ogni mio istante. Ottobre, pioggia di Novembre: sotto pressione.

Sotto pressione le persone, sotto pressione le persone per strada. E trovo difficile sopportare quando la gente corre in tondo. E’ un mondo folle, un mondo veramente folle. Sguardi veloci e poi vanno oltre, ti trapassano.

Attra-v-e-r-s-o->…Visto e non visto.

Quando guardo il Mondo, cosa vedo? Vedo le persone indaffarate a trovare ogni tipo di cose per soddisfare ciò di cui hanno bisogno o credono di avere bisogno. Non riesco a vedere a causa del fumo. Dimmi tu, dimmi tu che cosa vedi? Dimmi, dimmi cosa c’è di sbagliato in me? Non posso più aspettare, non posso più aspettare il momento in cui finalmente sarò pronto.

La vita non aspetta, non puoi fermarti, un v->ia v<-ai, tutti con un biglietto per nessuna-parte. Eccoci! ECCOCI! Dai vieni anche tu con noi da nessuna-parte, ci faremo un bel giro. Forse vagheremo per un po’, ma cosa importa? Prima o poi arriveremo. La vita è bella e le donne sono un qualcosa di stupendo. All’ improvviso l’aria odora di erba tagliata di fresco, ora sto vagando con un pacchetto di sigarette mezzo vuoto, cercando ciò che ho perso da qualche parte, non so come. Queste strade hanno troppi nomi per me. Allora – sai che ti dico – apro il guardaroba, prendo così come viene un jeans e una t-shirt che sì…mi sembra pulita. Hey! Ho messo un paio di scarpe nuove e tutti mi sorridono. Camminerò fino al sorgere del sole. Alle soffuse luci dell’alba, passeggiando lentamente, sono in ritardo e non ho nemmeno bisogno di cercare una scusa perchè…ho indosso le mie scarpe tutte nuove.

Un giorno vi accorgerete che me ne sono andato, ma domani forse piove e allora seguirò il sole. Ancora un passo, un altro ancora. Un passo avanti ed ora io non parlo più.

EPILOGO: Dettato (e)Musicale…ma che cosa ho letto?


Botswaltzer

Botswana in due minuti.

Tutti tornati alla solita frenesia, eh? Andate alla macchinetta, schiacciate caffè, thè o arrischiatevi finanche al mocaccino, schieratevi davanti allo schermo, sorseggiate la bevanda-placebo (piano, mi raccomando, piano), due minuti, solo due minuti…

Onda sonora: Opera 64, N. 1, “Minute Waltz”, Frédéric Chopin

Ancora? Fatevi rapire dal Botswana! Foto, video, diario e amenità assortite qui.