Innamorarsi a El Bavón Rojo – In tequila veritas

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Non so come sia capitato in questo posto dimenticato da Dio e anche da molta parte di umanità. Sta di fatto che sono qui. Me ne sarei restato nella cabaña in cui ho mi sono sistemato, se non fosse che il caldo e i mosquitos rendono impossibile restare sdraiato sul letto per più di dieci minuti, senza bestemmiare tutti i santi in ordine alfabetico. Non credo al Paradiso e tutte quelle storie su giudizi universali alla Fine del Mondo.

Mi sono spinto fuori alla ricerca almeno di un po’ di gente. Non che abbia voglia di parlare o avere un qualsiasi rapporto umano, non mi interessa. Voglio solo mischiarmi alla folla e perdermici. Essere invisibile e guardarla dall’esterno: come se fossi sbracato in poltrona davanti a una televisione. Spettatore che vede, ma non visto.

Chiedo in giro e tutti mi indicano questa cantina, com’è che si chiama? Ha un nome che suona familiare, già sentito, ma ha un che di stonato, quasi irridente.

“El Ba-Vón Ro-jo” leggo l’insegna. Sono arrivato.

¡Maldita sea! La locanda sembra uscita fuori da quel libro che ho letto da bambino, L’Isola del Tesoro. Al chiarore lunare di questa notte, la costruzione ha l’aspetto di una persona che veste in modo trasandato. Una persona che non ha scelto i vestiti, ma glieli hanno tirati addosso mentre usciva di casa: non indossa gli abiti, se li porta appresso come un fardello. La sedia nella cabaña coperta dalla montagna dei miei abiti sporchi e ribulticati è a sua immagine e somiglianza!

Temporeggio una manciata di minuti, ma alternative non ve ne sono. Guardo lungo tutta la lunghezza della strada, una striscia bianchissima illuminata da questa luna piena. A destra, a sinistra, ancora a destra, poi a sinistra. Potrei attraversare a occhi chiusi ed essere certo di arrivare dall’altra parte senza rischiare la vita: non c’è un cane in giro. Anzi, no. Un cane c’è, sul lato sinistro della costruzione: sta ringhiando a qualcuno. Un “Oh shit!”, poi rumore di zampe che raspano in rapida successione il fondo della strada Allora c’era un’anima viva!…E anche un cane, tra poco anche un’anima morta o ridotta malissimo.

Tiro fuori dalla tasca il pacchetto di sigarette che è lo specchio di come mi sento: sgualcito e stropicciato. Un leggero colpo sul fondo del pacchetto, una sigaretta sporge più delle altre, l’afferro con due dita, la porto alle labbra, ripongo il pacchetto nella tasca e – mai capitato in tanti anni che fumo – trovo l’accendino al primo tentativo. Buon auspicio? Non lo so, ma non mi costa nulla pensare che lo sia.

Salgo i gradini che danno su un ampio portico, alcuni tavolini, sedie e panche e – sa solo Dio come ci sia arrivato – un dondolo a due posti in ferro battuto. Non poggerei il mio sedere su quel dondolo a meno di volermi procurare scientemente qualche vertebra fratturata! Le molle, che sostengono la seduta, sono così arrugginite che anche il tetano non ci si avvicinerebbe. Con i cuscini, almeno, hanno avuto gusto, nuovi e vibranti dei colori accesi di quel loro patchwork huipil

Entro. Mi guardo in giro. Butto il mio sguardo tra la gente, come la rock-star che si lancia dal palco sulla folla. Una foresta fitta di braccia e mani sostengono la rock-star; il mio sguardo non incontra nessuno e atterra con un tonfo sordo a terra, sul pavimento in legno consunto della locanda. L’attimo prima di venire maciullato da stivali e tacco-12, ritiro il mio sguardo e vado al bancone. Ordino una tequila per sentirmi a posto. La tequila ha effetti deleteri sulla mia lucidità, ma ha l’indubbio vantaggio di annebbiare la percezione della realtà quel tanto che serve per farmici sentire a mio agio e con una rapidità assai superiore della birra o del vino. Cocktail, no. In questa scalcinata cantina, non sanno nemmeno cos’è un “cocktail”. E poi non amo queste misture che non mi fanno capire cosa sto bevendo. Voglio capire cos’è che, via via, mi provoca deficit di coordinazione, linguaggio impastato, rallentamento psichico.

La tequila è sincera.
Se le parole escono dalle tue labbra e il tuo cervello le registra prima come “estranee”, poi le riconosce come “tue” e, alla fine, le archivia come “strane”, sai chi è stato.
Se cammini e i tuoi passi diventano incerti e barcollanti come quando avevi due anni e andavi in giro con il pannolino, sai chi è stato.
La tequila non ha colore. La tequila è trasparente. Ci vedi attraverso. La tequila non mente.

Bevo la mia tequila d’un fiato…Aaaah mi sento bene. Faccio cenno di versarne ancora con il pollice verso, guardando l’Oste, che sta parlando con altri due avventori. Gesticola ampiamente, mulinando i suoi arti nell’aria come le pale del ventilatore sul soffitto. Non so cosa stia farneticando, ma almeno fa girare un po’ d’aria. Senza smettere di parlare con gli altri due, mi versa un altro po’ di quel liquido trasparente che mi dà finto sostegno e una sana spintarella, oltre.

I due al bancone mi incuriosiscono. Quello appollaiato sullo sgabello più lontano da me è un uomo alto con i capelli rosso-biondi tirati all’indietro, veste pantaloni neri a pieghe, panciotto e camicia bianca. Lo sguardo asimmetrico, l’occhio destro di colore azzurro e il sinistro quasi nero. È un essere algido, quasi robotico. L’Oste gli si rivolge chiamandolo “Duca”. L’uomo più vicino a me un tipo altrettanto alto, fronte molto pronunciata con l’attaccatura dei capelli che cade quasi dietro la testa, ai lati i capelli brizzolati sono tagliati molto corti. Le labbra sono incorniciate da ben curati baffi e barba, che finisce con un accentuato pizzetto appena oltre il mento. Ha un sorriso che comunica serenità, vi è entusiasmo e felicità nella voce, che al primo impatto stride con la glacialità dell’azzurro profondissimo dei suoi occhi. Anche lui ha degli occhi che non si dimenticano. L’Oste gli si rivolge chiamandolo Peter.

Origlio un po’ la conversazione tra l’Oste, il “Duca” e Peter perché non parlano di scontati argomenti che ti aspetteresti in taverne di questa risma, ovvero calcio, donne, sbronze, risse, sbronze, donne, calcio. In questo esatto ordine.

Parlano di musica. Di una certa canzone scritta dal “Duca”, che Peter ha reinterpretato e di una terza versione che lo stesso “Duca” ha cantato con un certo Freddy. La canzone è il grido disperato di un innamorato, che in un mondo alla deriva – sento che dicono qualcosa a proposito di “guns shot above our heads” – implora la sua amata, la sua “regina”, così la chiama, di non andarsene, di non scegliere la via d’uscita più facile, di lottare perché “We can be heroes, just for one day”…

“…eroi, anche per un solo giorno”. L’idea mi piace, mi piace l’entusiasmo e l’emozione che comunica l’Oste, una luce gli guizza negli occhi verdi quando ne parla. Devo ascoltare questa canzone.

La chiacchierata tra i tre sta per volgere al termine, lo capisco dal tono delle voci. L’ “Hasta luego” dell’Oste ne è la conferma. Peter si rivolge al Duca “I just had to trust imagination. My heart going boom, boom, boom. Son, – gli dice – grab your things. I’ve come to take you home”. “Raccogli le tue cose, sono venuto a portarti a casa”.

Mi gingillo con il bicchiere di tequila vuoto. Un bel giocherello per le dita. Prima ancora che chieda di riempirlo, l’Oste si allunga verso di me con una bottiglia, mi fa “Hola gringo, es hora de llenar el tanque” e travasa parte del liquido trasparente nel mio bicchiere, facendolo traboccare e in parte cadere sul pavimento. Siamo alla terza tequila. Niente di nuovo sul fronte yucateco.

Era la terza o la quarta? Bah, nell’indecisione me la bevo d’un fiato, poggio il bicchiere sul bancone: “Hola amigo, es hora de llenar el tanque. Gracias”. l’Oste ha attivato ormai il “pilota automatico”: tequila in rifornimento.

Rifornito il serbatoio, la mia attenzione decolla verso la giungla di gambe di legno e di carne.

Il locale è pieno, non riesco a intravedere il pavimento, dappertutto colori, visi, luci, gambe dappertutto. Labbra che bisbigliano in un movimento asincrono con un’incendiaria rumba suonata da un gruppo musicale, occhi che si cercano, corpi che si sfiorano, ci sono tante coppie che ballano. Io sono solo. Resto in quota, faccio circoli intorno alla pista. Resto lì a guardare.

All’improvviso ti vedo.

Sei lì che balli, anche tu insieme alla folla, in mezzo a tutta quella gente. Vengo rapito dal movimento dei tuoi fianchi: ondeggiano. Ondeggiano e io rimango incantato, come quei cobra nei cesti al suono del flauto. Non so cosa fare. Voglio parlare con te, ma la mia bocca è secca. Maledico me stesso perché non riesco a trovare il modo per sgusciare via dalla mia timidezza. Devo trovare una scusa per rivolgerti la parola e passare anche un solo momento vicino a te. Fissare i tuoi occhi da vicino, respirare il tuo profumo.

Voglio essere l’uomo che balla con te, qui. Stasera. Anche solo per stasera. Voglio ballare con te e stringerti forte tra le braccia.

Il modo in cui ti muovi fa sbattere mille ali di farfalla nel mio stomaco. Non ti fermare. Continua, ti prego. Più ti guardo, più i miei occhi ne chiedono ancora, il mio corpo non può più fare a meno di venirti vicino e se non trovo il modo, una scusa per avvicinarti, finirà per separarsi da questo uomo folle, così folle da farsi scappare una come te.

Non voglio smancerie,  solo una tranquilla conversazione tra di noi. Se vuoi ti racconto da dove vengo e mi invento dove sono diretto. Ora che ti ho visto, ho deciso la mia nuova destinazione: non sono diretto da nessuna parte. Sono arrivato. Questo deve essere il posto.

Sarei un folle se lasciassi scappare questo momento, anche se durasse solo stasera.

Il modo in cui ti muovi, mi fa sentire come …non mi sono mai sentito. È strano, annebbia la vista e i sensi. Avverto difficoltà nell’articolazione di pensieri sensati, se ti rivolgessi la parola in questo preciso momento sono sicuro che pronuncerei la Madre di tutte le Fesserie. Alla tua vista, balbetta la mente, l’impulsività dei sensi scardina il recinto della logica, barcolla ogni mio interesse e considerazione per la realtà, perde di ogni significato la valutazione delle conseguenze, scarico tutta la zavorra! …Avverto un rallentamento psico-motorio, pensieri impastati, come diceva Peter “My heart going boom, boom, boom”. E non può essere la tequila: non ho finito nemmeno la quarta!

Non riesco a distogliere lo sguardo da te, i miei occhi e tutti i miei sensi seguono i tuoi movimenti come se fosse una scena al ralenti. Potessi davvero rallentare il tempo, durerebbe di più. Sto davvero impazzendo, devo trovare un modo per venire da te. Voglio essere l’uomo che balla con te, qui. Stasera. Anche solo per stasera. Voglio ballare con te e stringerti tra le braccia.

Ora mi tuona dentro un silenzio feroce. La musica arriva sempre più ovattata alle mie orecchie. I pensieri  si affollano, inibendo ogni recettore in comunicazione con l’esterno. È il momento peggiore, lo riconosco. Mi conosco. “Rewind”, sto riavvolgendomi dentro me stesso. È il turno del demone della timidezza, della rassegnazione, della rinuncia. Se prende il sopravvento, questa volta veramente morirò pazzo.

Un colpo di tosse riattiva la comunicazione con l’esterno e  interrompe questa spirale verso uno dei miei ennesimi abissi insondati. È l’Oste, si è avvicinato per vedere se ci fosse ancora bisogno di riempire il “serbatoio”. Nel guizzo del suo sguardo colgo che quella era solo una scusa: mi ha letto dentro come un quotidiano una domenica mattina a colazione.

Il bicchiere è ancora pieno, ma l’Oste un “serbatoio” l’ha riempito: quello dei pensieri fertili, delle emozioni che verranno, di energia positiva.

Los Otros, “Gli Altri” pensieri ci riprovano a trascinarmi nel buio con un ultimo assalto feroce: “ma come puoi pensare che una come lei possa guardare proprio uno come me?!”

Respiro. Appoggio le labbra sul bordo del bicchiere. L’odore dell’alcol arriva alle narici. Discosto le labbra leggermente per riappoggiarle subito dopo. Le bagno leggermente di tequila. Respiro. Butto giù d’un fiato.

Vado di nuovo al bancone per un’altra tequila. Sì, mi serve un’altra tequila per pensare, trovare la soluzione. Sì, un’altra tequila per sentirmi un eroe. “We can be heroes, just for one day”… Eroe, anche per un solo giorno.

Cinque tequila più tardi, ho un piano.

Continua a Parte Segunda

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54 pensieri su “Innamorarsi a El Bavón Rojo – In tequila veritas

        1. Si sì, tanto poi si ritorna polvere no? 😉 volare troppo alto, finisci per fare la fine di quel pirla di Icaro. RedBavon vola sul suo Fokker rosso e la tangenza pratica di questo accrocco di tela, legno e motore non arriva troppo in alto.

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  1. Un verdadero hombre toma tequila y nada mas… Bel racconto, ispido come barba incolta di un gringo macho a caccia di mujeres muy hermosas y sensuales. Poi il Duca ci sta a meraviglia, per dare il senso di giornate brucianti di desiderio e canicola…
    Bello, bello, bello, bello ancora…
    Un caro saluto…

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    1. Ispido si barba incolta…ci hai preso pieno! La stessa immagine che ho questo tipo che è poi una vecchia conoscenza di questo blog in altre pagine impegnato 😉
      Il Duca è perfetto, ma pure Peter Gabriel non guasta. Il Duca è la tequila, Peter e’ “y limon”, Freddy e’ “y sal”.
      Tutti e tre hanno una versione di Heroes da fare accapponare la pelle!
      Gracias mi hermano.

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          1. Io ho provato a portarla quando ero più giovane. Adesso mi darebbe l’aria troppo emaciata. Allora cerco di rasarmi non appena scorgo le prime ragnatele… Ma sai una cosa? E’vero che va molto di moda la barba, non solo ispida. Ma anche quella da integralisti islamici. Ecco, questa non la sopporto: vedo facce pulite pulite, con quei barboni prepotenti che non denotano aria vissuta, bensi puro e semplice sfoggio. Le trovo terribilmente antiestetiche… Per il resto concordo pienamente con te: chi l’ha detto? E perchè? Dobbiamo aderire alla barbosità di certe mode?…

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            1. Lasciamo perdere le barbe lunghe, che non sono esattamente solo degli estremisti. C’è anche un certo dibattito se sia un obbligo o solo un’indicazione di buon comportamento. Si dovrebbe parlare della Sunnah, cioè la seconda fonte della legge islamica. Non sono un esperto e non mi pare il caso. Più facile per noi vecchietti, caro Silviatico, parlare della “moda” della Kefiah.
              Queste barbe portate così senza saperne il motivo, e’ come quando andava di moda, anche tra rampolli benestanti,la Kefiah. Non discuto sui gusti e – per carità – ognuno è libero di indossare ciò che vuole, ma vale la pena evidenziare il contrasto: puoi indossare la Kefiah che è il copricapo tradizionale maschile arabo, diffuso sopratutto tra gli ambienti rurali. Ma cosa c’entri con un contadino arabo?!? Che c’avete in comune con l’Intifada se al massimo avere tirato un sasso per rompere un vetro di una costruzione abbandonata e siete pure scappati?!?
              Ps: Silviacito, stasera pubblico la VERA storia.

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                    1. Il tricorno ci sarebbe stato bene, tra l’altro mi piacciono i cappelli: mia sorella mi ha regalato un Borsalino cui sono molto affezionato e una mia amica mi ha portato un Panama dal Messico, sulle orme del mio viaggio.
                      Alle 19:00 lo potrai mirare…

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                    2. Anch’io vado matto per i cappelli, adesso vado a coppola. Però non so cosa darei per ritornare in possesso del mio panama guatemalteco… Complimenti, comunque, per il cappello che hai posto al racconto. E’un cappello di classe, di quelli che solo i nobili sanno e possono portare con stile……

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                    3. Mi fa piacere ti sia piaciuto. Ho voluto lasciare la libertà di scegliere al lettore. Il lettore es ‘El Rey’ aquì a El Bavon Rojo.
                      Il panama mi piace un sacco, ma non sono riuscito a dargli la forma giusta. Non mi calza benissimo, però prima o poi ne trovo uno e d’estate lo porterei fino a dentro il letto.

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    1. I Roxette?!?! Umaronnellabbella! Ero proprio ciofane! Che poi erano pure svedesi, roba che all’epoca era esotica e parecchio.
      Per il resto, interpretazione magistrale, di questo gringo solitario sulla strada della cirrosi epatica…o dell’amore della sua vita. Chi può dirlo…

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            1. Sì, anche io sarei per questa idea. Ma ce l’ho che scalpita sulla punta delle dita….So come è fatta lei, so cosa succede in mezzo, c’è “Heroes” che gira tra le righe, so come finisce. Ma proprio per quello che hai scritto, mi sembra quasi di “rovinare” tutto.
              Ma che faccio con il soggettazzo…ma ‘ammore vero no, nun vota vico. Non gli posso girare le spalle o no?
              … …

              tiZ, aggia azzeccate ‘e ppunte co’ sta storiella..

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              1. E allora scopri tutte le carte, perchè poi alla fine quando scriviamo c’è qualcosa di noi che vuole uscire allo scoperto, essere svelato, esplodere nel silenzio. …in attesa di un moto di empatia. .. in attesa di leggere la propria storia nelle righe di un altro. ..
                A questo punto lo aspettO!

                Jamm bell vott e man 😉

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                1. Tana per Narciso! Mò tocca attè bello d’o frà! Jà, hai sentito tiZ a’ ziabbella…
                  …. …

                  Narcì che vuole dire “Non vale”?

                  Non ho chiuso gli occhi? Ho fatto finta di chiuderli?

                  tiZ, Narciso, come suo solito, non ci sta a perdere…aggio vottà ‘e mane o’veramente!
                  Comunque vada, sarà un disastro.

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  2. Ma qui qualcuno si sta innamorando! Questa tipica posa maschile di erigere castelli su un simulacro. Anche la fragile o sinuosa silhouette di donna, senza nome, né voce (non ancora), né definita mimica facciale, né carattere e reazione… Giusto quel che basta a scrivere un romanzo. 🙂 (proprio ieri leggevo un paio di pagine sulle ragioni psicologiche sottese alla pulsione creativa dell’artista…, ovviamente non ne esce un quadro “clinico” invidiabile… ma che ci vuoi fare? siamo fatti così, viviamo e ci crogioliamo nelle nostre deficienze e imperfezioni – e, diciamo, che noia essere equilibrati e perfetti!) Pertanto. Certo che continuerà!… Should be continued!… A presto caro Red (ci rivediamo ancora qui, nella taverna, fra fumo, suoni, umori e gran boccali di birra fresca a stemperare e ispirare gli animi…)

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    1. Beh la clinica di Villa Arzilla può aspettare fino a che riusciremo a perderci in suggestioni e universi paralleli. Qualcuno potrà sottovoce dire “poverino, non ci sta tanto con la testa”, ma noi facciamo spallucce perché il cuore – come canta l’angelo Gabriel – continua a fare booon boom booom. Siamo vivi e di sana e robusta costituzione emotiva.
      Se tiZ ieri mi ha dato una decisa spinta – la ragazza ha dei modi spicci 😉 – oggi tu mi hai scaraventato nel baVatro!
      Donna, tu m’ha provocato e mo’ me te scrivo!
      E sia! To be continued!
      E che la sacra Musa non se ne vada in sciopero proprio in questi giorni!
      Un caro saluto ‘On Paolobbello!

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    1. Aspe’ aspeeee’…Calma, calma. Ve ne siete accorti in tre che alla fine c’era il punto di domanda…Avevo un dubbio. Domandare è lecito, rispondere è cortesia. Vabbuò, mi ci metto, promesso. Quantevvero che Narciso è alto un soldo di cacio, mi ci metto. Grazie Tati 😉

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  3. Altri due personaggi per la taverna… il protagonista è un misto fra un redbavon e un personaggio inventato (lo considero come già presente perciò).
    To be continued? Non saprei.. a volte, e dico a volte, i racconti non dovrebbero essere portati avanti. Finiscono perché devono finire e hanno detto tutto nello spazio che gli è stato riservato.
    Sarebbe bello che intervenisse qualcuno (meglio qualcuna) a scrivere della ragazza. Un personaggio nuovo e una storia nuova.

    Sempre bello leggere del BaVon Rojo.

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    1. Ci hai preso pieno! Il punto interrogativo era un invito a qualcuno, preferibilmente qualcunA, che volesse mischiarsi in questa roulette russa di parole e suggestioni.
      L’Oste era in attesa dietro al bancone per il primo cliente che fosse entrato, offrendogli il migliore tavolo (sempre che ce ne sia uno in questa bettola) e bevande a scrocco finché non schiantasse.
      Tra i commenti puoi leggere tiZ che la pensa come te, Paolo mi invita a continuare e Tati minaccia pesantemente se non continuo…Se mi dici che forse mi fai male, io ti dico tutto. Quindi io procedo a dare un seguito. Ma se qualcuno volesse dare la sua versione, no hay problema.
      Sul personaggio ci hai preso pure: è il tabagista dell’Amore che è da parecchio tempo fra queste pagine e che avevo trascurato. Si’, e’ sempre stato qui e ora ha fatto la sua apparizione a El Bavon Rojo. Più si è, meglio è 😉

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      1. Due su due. Ormai mi sento quasi un cecchino.
        Sarebbe bello inserire il punto di vista femminile nel racconto. Perché è un racconto “da innamorato”, ma è la versione maschile… un po’ caccia e un po’ goffaggine.
        Una ragazza (o un ragazzo particolarmente bravo a scrivere anche dal punto di vista femminile – come narrazione intendo) potrebbe dare un tocco tutto suo.
        Io intanto sto scrivendo altre cose per i racconti zombie (ho il mio blog tutto zombie dove metto i deliri – https://rottedflesh.wordpress.com) e poi penso ad un nuovo racconticino per il BaVon Rojo.
        Mi hai dato il LA….

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