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Guida la(i)conica di Napoli – Cap.2: O’ Munaciello

Zona Pendino foto da “La Napoli di Bellavista” di Luciano De Crescemzo, 1979 Arnoldo Mondadori Editore

Una parola, una frase in napoletano, un motivo per visitare Napoli

La Guida la(i)conica di Napoli vuole invitare a visitare Napoli, prendendo spunto da una sola parola o una singola frase del dialetto partenopeo. La parola di questo secondo appuntamento è:
o’ Munaciello.

Il Munaciello (piccolo monaco) è una delle figure più rappresentative di quel ricchissimo sistema di folclore, credenze, tradizione napoletani. E’ uno spiritello del focolare domestico, benigno ma anche dispettoso, molto amato dal popolo partenopeo, cui si ascrivono diverse manifestazioni. Tra le più comuni vi sono la sparizione di oggetti e certi eventi inattesi come una gravidanza non prevista o l’arricchimento improvviso di qualcuno: “Ma chi è stato? O’ Munaciello!”.

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Storie sgangherate #4 – Parte II: Raganàbasi

Storie sgangherate per bimbi insonni e papà stanchi sono racconti sgangherati, versioni rimaneggiate, strappate, lacerate, sbilenche, sgrammaticate e con la punteggiatura sparsa come le spighe rimaste sul campo dopo la mietitura. Se volete leggere una Favola scritta bene andate sui libri, quelli veri, di carta e inchiostro. Se decidete di continuare, non mi resta che augurarvi buona…anzi, brutta lettura!

Segue da Storie sgangherate #4

I ragnetti Prot-Prot e Lo Stupido Inutile Viaggio di Andata-e-Ritorno.

Parte II – Raganàbasi

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#9 [by Siviatico feat. RedBavon]

A El BaVón Rojo ho il piacere di riaccogliere Silviatico, compadre de viaje in Mexico, anche se fatto in momenti diversi della nostra vita, ci siamo ritrovati a percorrere le stesse strade grazie a InFernet. Il racconto di Silviatico si inserisce in questo noir in salsa guacamole y habanero presentando un personaggio che ho trovato fantastico. Anche qui all’opera quattro mani: Silviatico ha scritto tutta la storia e creato il personaggio, RedBavon ha solo raccordato il tutto al più ampio e contorto quadro generale. Con questo “cameo” ci siamo divertiti molto e spero altrettanto voi. A El BaVón Rojo nulla è come appare. La vida te da sorpresas, sorpresas te da la vida” ¡ay, Dios!”

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#8

El Cocalero

Al Districto Federal di Mexico gli avevano appioppato il nomignolo di “Cocalero”.

Nulla a che vedere con le piante incriminate e, nemmeno, con la polverina “magica” che ne deriva. Lo chiamavano così perché era sempre con una bottiglia o una lattina di quella bibita americana in mano. Certo, lui in gran segreto provvedeva a correggerla alla grande, aggiungendo dosi generose di rum. Cosa che faceva di lui un messicano alquanto originale, poiché si distaccava dal tradizionale duopolio di tequila e mezcal.

E fu proprio questa sua passione a fare sì che, a un certo punto, deviasse dalla carretera principale per immettersi su una stradina secondaria, diretto a “El BaVon Rojo”, di cui in precedenza aveva visto l’insegna di “comedor, cantina y restaurante”. Certo, lo stavano aspettando a Chetumal, vicino al confine con il Belize. Ma che lo aspettassero: lui aveva finito il ghiaccio. E non aveva alcuna voglia di bersi la brodaglia calda.

Insegna curiosa gli venne da dirsi, però se aveva il ghiaccio, avrebbe potuto chiamarsi anche “El Diable” o “El Infierno” o perfino “Titty Twister”.

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#8 [by Tati, Zeus e RedBavon]

‘Al perro que duerme ¡no lo despiertes!’ così iniziava l’episodio precedente. Ciò che il vecchio adagio raccomanda quando il cane dorme, vale anche per il nostro Oste, che  finora se n’è stato buono buono, dalle sue parti si direbbe ‘sott’a botta impressiuonato’. L’atmosfera si è riscaldata ben oltre le già insopportabilmente alte temperature medie del Tropico del Cancro. I due federales tireranno fuori il ‘ferro’? Hands up don’t shoot. Noi tre, Tati, Zeus e RedBavon, non abbiamo alzato le mani, anzi…Auspichiamo che il magnanimo lettore non ci spari. Almeno questa volta.

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#7

Oste la victoria siempre!

Cesar, capelli spettinati e camicia sporca, si sente, per la prima volta, in posizione d’inferiorità.

Ego e Narciso sembrano due molle, il sergente ha commesso il grave errore di minacciare Tati, ormai sono saldamente ancorati alle sue gambe. Essere di bassa statura ha dei vantaggi: Cesar ha tre piccole furie intorno e due di queste gli impediscono di muoversi, certamente una cosa così non se l’aspettava questa mattina quando la sveglia l’ha rimesso in piedi a terra.

I tre si guardano fieri, in un lampo si sorridono e si danno coraggio ma questo i due federales nemmeno lo notano… Oste invece sì, accenna a un sorriso (anche in una situazione così, ‘sti tre nani riescono a farlo ridere) che si spegne immediatamente.

Mentre il sergente è a terra dolorante, Ego e Narciso si rivolgono in direzione dell’ispettore e anche Tati si sposta verso Marcelo Diaz, non prima però di avere calpestato, in maniera “sbadata”, il piede di Cesar che emette un ringhio.

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Good Old Games Ads #2: Ghouls ‘n Ghosts

Ghouls ‘n Ghosts

Platform, 1989, Capcom / US Gold / Software Creations
If Ghost ‘n’ Goblins scared you out of your mind…This’ll scare you out your skin!
da Computer + Video Games (UK), ottobre 1989

 

Questa la pagina pubblicitaria che annunciava la pubblicazione di Ghouls ‘n Ghosts da parte di U.S. Gold, editore britannico tra gli anni 1984 e 1997, anno di acquisizione da parte di Eidos Interactive (oggi parte della giapponese Square Enix). Due parole sulla U.S. Gold vanno dette per capire come mai ‘ogni volta che nomino “U.S. Gold” bestemmio e ringrazio l’Alto dei Cieli insieme’.

La missione originaria di U.S. Gold era quella di portare i videogiochi Atari in Europa, con il passare degli anni si è specializzata nelle licenze di videogiochi arcade per gli home computer, dagli 8-bit fino ai 16-bit. U.S. Gold  era croce e delizia (più “croce”) dei videogiocatori in quanto i risultati ottenuti dai vari sviluppatori sotto etichetta U.S. Gold erano molto altalenanti, dall’ottimo Forgotten Worlds all’inguardabile Out Run (versioni Amiga). Insomma, sopratutto nel periodo dei 16-bit, quando U.S. Gold annunciava di avere acquistato la licenza di un famoso videogioco arcade e che la versione casalinga era in lavorazione, dovevi incrociare l’incrociabile e rassegnarti il più delle volte a roderti il fegato guardando cosa gli sviluppatori giapponesi erano riusciti a fare sulle console con la conversione dello stesso videogioco. Un esempio su tutti: Strider.

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#7 [by Tati, Zeus e RedBavon]

La situazione per l’Oste diventa sempre più rognosa. L’ispettore e il sergente sono due iene che girano in circolo intorno ai compadres de El BaVón Rojo. E il cerchio si stringe sempre di più. L’ennesimo sacrificio della madrelingua da parte di Tati, Zeus e RedBavon questa volta per una giusta causa: giustizia per un omicidio?

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#6

Al perro que duerme ¡no lo despiertes!

Mentre le ultime sillabe dell’Oste rimbalzano fra le due “O” dell’ossigeno, l’ispettore Diaz soppesa il cuore dell’uomo che ha di fronte. Ci sono punti oscuri, dubbi e incongruenze. Ma la vita è un’incongruenza che funziona finché non si muore.

L’ispettore si alza dal posto irrequieto, passeggia intorno alla figura curva dell’Oste mormorando qualcosa di indistinguibile. Potrebbe essere “cabrón” ma le parole filtrano confuse fra le labbra serrate del poliziotto.

Marcelo si tasta il petto sperando di trovare i sigari, ma si è tirato via la giacca prima dell’interrogatorio perciò è senza niente addosso. “Polla” mormora a denti stretti mentre ritorna davanti all’Oste e, chinandosi a prendere il sigaro, lo guarda di sottecchi.

“Potrebbe essere innocente?” pensa l’ispettore. Conosce l’Oste da molti anni, ma non avrebbe mai etichettato quell’uomo come “omicida”.

La ex moglie gli avrebbe detto che non bisogna farsi fregare dai sentimenti.

Beata ignoranza, mormora l’ispettore, sentendo ancora il bruciore della fregatura che gli aveva rifilato l’ex moglie mentre si portava via soldi, casa, macchina e la collezione di dischi di Santana.

La fiamma dell’accendino scalda il volto dell’ispettore facendolo sudare più del consentito e l’irritazione sul corpo è a livelli di guardia. Avrebbe voluto essere onesto e anche obiettivo, ma tutto quel disagio lo attribuiva al gringo seduto di fronte a lui.

“Cabrón” pensò sbuffando dalla bocca un vulcano di fumo.

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Storie sgangherate #4: I ragnetti Prot-Prot e Lo Stupido Inutile Viaggio di Andata-e-Ritorno

Storie sgangherate per bimbi insonni e papà stanchi sono racconti sgangherati, versioni rimaneggiate, strappate, lacerate, sbilenche, sgrammaticate e con la punteggiatura sparsa come le spighe rimaste sul campo dopo la mietitura. Se volete leggere una Favola scritta bene andate sui libri, quelli veri, di carta e inchiostro. Se decidete di continuare, non mi resta che augurarvi buona…anzi, brutta lettura!

I ragnetti Prot-Prot e Lo Stupido Inutile Viaggio di Andata-e-Ritorno

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Storie sgangherate per bimbi insonni e papà stanchi

Avviso ai Naviganti: lavori in corso.

Nella barra del menu principale di questo costruendo blog Pictures of You sono in corso lavori di posizionamento di una voce apposita a segnalazione di una novella rubrichetta. I naviganti in transito prestino la massima attenzione e si mantengano a una distanza non inferiore ai 50 centimetri dallo schermo onde evitare affaticamento della vista, nausea e ricorso al freddo abbraccio della tazza di ceramica sanitaria. Si allontanino di gran carriera gli avidi lettori di bigliettini nei famosi Baci di cioccolato poiché il contenuto rientra nell’infame categoria del “TLDL” (TroppoLungoDaLeggere).

La nuova rubrica concorre per il titolo più lungo in questa webbettola: Storie sgangherate per bimbi insonni e papà stanchi e, quando aggiungerò il prossimo racconto, ogni record di lunghezza di tutti i titoli di questo blog logorroico verrà sbriciolato. L’ho fatto solo per questo.

Ritorniamo seri (?!?) in questa rubrichetta è destinata ad accogliere racconti sgangherati, versioni rimaneggiate, strappate, lacerate, sbilenche, sgrammaticate e con la punteggiatura sparsa come le spighe rimaste sul campo dopo la mietitura. Se volete leggere una Favola scritta bene andate sui libri, quelli veri, di carta e inchiostro. Nel menu appare solo la voce abbreviata “Storie sgangherate”, anche se ho la certezza che lo useranno in tre (incluso me) e chi usa il dumb-phonino non se ne accorgerà nemmeno. Quando la vita reale viene sostituita dalla vita (mono)cellulare.

Nella mia vita reale, sei anni fa, è avvenuto un fatto che ne ha cambiato il corso, dall’oggi al domani. Il tempo di rigirare la carta e accorgerti che non ti è entrata nemmeno la coppia.

Quando nella tua vita piombano due adorabili nani, per giunta insieme, non sei mai pronto.

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Ghouls ‘n Ghosts. Storie di fantasmi e cavalieri in mutande

Collezione RedBavon Annata 1989 e giù di lì: Ghouls ‘n Ghosts: Mega Drive (sx), Super Nintendo (centro), Amiga (dx). Dietro, sua maestà Ghosts ‘n Goblins (per Amiga)

Annata 1989 e giù di lì, cantine Capcom

Ghouls ‘n Ghosts e il suo illustre predecessore Ghosts ‘n Goblins rappresentano la quintessenza della Parabola del Videogiocatore Bestemmiatore: sono noti per essere giochi di una difficoltà tale da fare enumerare tutti i Santi in colonna dal Calendario di Suor Germana, al ritmo di un rap bestemmiante da parte del videogiocatore. Riuscire a terminare almeno uno dei due giochi permette di guardare i videogiocatori di oggi, tronfi di una run a un Dark Souls qualunque, e dirgli “Torna a scuola, moccioso!”. [Momento sborone] Che ve lo dico a fare, li ho portati a termine entrambi e in diverse versioni, so’soddisfazzzioni. (ma hai cinquant’anni quasi…)(…sì, ma videogiocati bene!).

Graziati da una Capcom che in quegli anni (e fino al 1995) riusciva a fare miracoli con pani di bit e pesci di pixel, Ghouls ‘n Ghosts e Ghosts ‘n Goblins rappresentano un riuscito mix tra il serioso e la parodia, immersi in un’ambientazione medievale in versione “super-deformed” alla giapponese.

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Cojones Falls

Cojones-falls-by-RedBavon

La “Y” l’ho lasciata in onore di Wlle E. Coyote, che è l’ispiratore di questo cartello

Sul blog di Giancarlo Buonofiglio mi sto appassionando alla sua analisi, puntuale e magnificamente descritta, sulla livorosa popolazione del social network per antonomasia, FaceBook o, come lo chiamo io, FuckBurp. Vi gira infatti un sacco di gente fottuta nel cervello, che si esprime su qualunque-cosa, a maggiore ragione se non ne sa un’emerita ceppa, alimentado – come piromani in Aspromonte il 15 di agosto – delle flame-war  che potrebbero tranquillamente essere spente con un rutto. Burp! [mano a coprire la bocca] Pardon.

Se pensate che è una cosa che non vi riguarda perché i social network sono il Diavolo, allora raccomandatevi al Signore nell’Alto dei Cieli o a un qualsiasi altro Dio in cui crediate e, se non credete, trovatevene uno in fretta, perché ne avrete bisogno. I dati dei social network nel Digital in 2017 (Fonte: We Are Social e Hootsuite) sono impressionanti:

  • l’utente medio usa piattaforme social – mediamente – 2 ore e 19 minuti ogni giorno
  • 2.5 miliardi di persone accedono ai social da mobile
  • un nuovo utente ogni 18 secondi inizia a usare le piattaforme social

Questa l’estrema sintesi dei dati mondiali. L’Italia segue il trend, ma con tre peculiarità (Fonte: Digital in 2017: Southern Europe):

  • elevatissima diffusione di smartphone: l’85% della popolazione ne usa uno. L’Italia è al terzo posto nel mondo, preceduta solo da Spagna e Singapore;
  • il 52% della popolazione italiana accede mensilmente a piattaforme social (contro il 37%  della media globale)
  • Facebook è utilizzato da 31 milioni gli italiani al mese; il 74% di questi lo usa ogni giorno (contro una media globale del 55%)

Pensate ancora di potere sfuggire alle attenzioni di questi…”Amici”?

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#6 [by Tati, Zeus e RedBavon]

“Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto” così faceva dire Sergio Leone a Ramón Rojo rivolto a Joe in Per un pugno di dollari. Il problema qui è che l’Oste al massimo spara a mitraglia parole, non ha un fucile, mentre l’Ispettore la pistola ce l’ha! 

 Il cerchio si stringe intorno all’Oste con lo zampino dei Tre dell’Ave Maria de Nuestra Señora de Guadalupe, Reina de Mexico, Emperatriz de America: Tati, Zeus e RedBavon. Ammén.

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#5

Oste, non ti accadrà nulla di male

Prima di quella sera, le strade di Diaz e dell’Oste si erano incrociate un paio di volte. Niente di particolare o da essere segnato nei registri dei cattivi.
Il problema è che Diaz, sospettoso, si trovava a disagio di fronte all’Oste e alla sua masnada di ospiti fissi. Non sapeva se era per qualcosa che aveva sentito o qualcosa che aveva immaginato, ma la taverna era un luogo che stazionava fra il bianco e il nero secondo lui.
Come poteva lui, un gringo, avere una taverna qua?
E facendo fede al grande proverbio polacco “chi si brucia con la minestra, soffia anche sullo yogurt”, ecco che l’ispettore metteva un’occhio di riguarda a qualsiasi attività dell’Oste e di quel nanerottolo iperattivo di Narciso.
Scrupolo professionale, sia chiaro. Il Tenente Diaz voleva essere temuto per motivi irragionevoli e insondabili.
Il sigaro brilla mogio nelle mani ingioiellate dell’ispettore e la birra suda freddo sul tavolino del locale. La formalità, con quel caldo, era andata a farsi benedire e, senza pensarci troppo, Marcelo si leva la giacca elegante mettendo in mostra una camicia chiazzata di sudore e la mette sulla spalliera della sedia.
“Mierda” pensa Marcelo sentendo la camicia appiccicarsi alla schiena. Il bagnato del tessuto è viscido sulla pelle sudata dell’ispettore.
Quanto darebbe per potersi tirar via quella camicia schifosa, ma non può e perciò scrocchia il collo e assapora quel silenzio.
Quando sente che la tensione è salita al punto giusto, incomincia a sparare le due domande.

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#5 [by Tati, Zeus e RedBavon]

Graffiti sul muro di una stazione di Policia Federal a Oaxaca, Messico.
Foto: CIPO/RFM archives – https://intercontinentalcry.org

Sapete cosa odio di più? Odio sentirmi pronunciare questa frase “io ve l’avevo detto”. Io ve l’avevo detto:“Se poi si aggiungono Tati e Zeus, le cose non possono che andare…a ramengo.”. Eccone la prova.

Continua da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#4

La verdad?

Non sono passati neanche cinque minuti dall’uscita di scena di Cesar che l’ispettore Diaz, irrequieto nei vestiti pruriginosi, tira fuori il cellulare e compone velocemente il numero del suo compare.

A Marcelo Alejandro Diaz, ispettore, era venuta un’idea.

Qualche squillo a vuoto ed ecco che finalmente Cesar risponde. La conversazione è breve, poco più di uno scambio di battute, e poi finisce. Neanche un minuto dopo, la figura di Cesar è di nuovo fuori dal locale.

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#4 [by Tati, Zeus e RedBavon]

Da onesta taverna affacciata sul mare e nulla più a luogo di un efferato omicidio non è esattamente il salto di qualità che ci si aspettasse, anche se a gestirla è quella strana coppia dell’Oste e il nanerottolo. Se poi si aggiungono Tati e Zeus, le cose non possono che andare…a ramengo. Il che non significa che non sia un bene.

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#3

Blue Blood

Poco dopo l’arrivo dei due federales, sopraggiunge a El BaVón Rojo il medico legale, cioè il più anziano tra gli unici due dottori che si prendono cura dei malanni e acciacchi di tutti gli abitanti di questo villaggio stretto tra il mare e la palude infilate nel culo del Quintana Roo.

Feliz Gutierrez è un ometto corpacciuto, alto un metro e sessanta-sessantacinque, quasi del tutto calvo, ai lati resistono capelli neri come pece con qualche rara traccia di bianco, ampi baffi fanno da cornice superiore a una carnosa bocca, una marcata fossetta al centro del mento dà l’illusione che porti un pizzetto a punta. Sulla sessantina passata, non è nativo di qui, ma si dice in giro che fosse un luminare della medicina e stimatissimo professore all’Universidad Autonoma de Yucatán a Mérida. Capitato da queste parti per trascorrere una vacanza in riva al mare dei Caraibi, lontano dalla frenesia della città, si era ritrovato nel mezzo di una strana influenza che colpiva i niños con febbre altissima e se li portava al Creatore. Fedele al giuramento di Ippocrate, aveva mandato a ramengo i suoi progetti di vacanza sorseggiando piña colada all’ombra di palme e si era gettato, anima e cuore, nell’assistenza e la cura dei bimbi. Ne aveva salvati parecchi, ma altrettanti erano finiti sotto una piccola croce immacolata nel cimitero del paese. Da allora, non aveva più lasciato questo paradiso per i mosquitos più molesti di tutto il fottuto pianeta.

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Good Old Games Ads #1: Ultima V

Ultima V – Warriors of Destiny

RPG, 1988, Origin Systems
The wait is over…but the excitement has just begun
da Commodore Magazine (USA), gennaio 1988

La prima immagine di Good Old Games Ads è dedicata alla serie di videgiochi di ruolo, la più longeva di tutto il mercato dei videogiochi, che ha segnato generazioni di videogamer e aperto loro infinite porte per altrettanti universi: Ultima.

Senza considerare i più recenti capitoli multiplayer online, dal precursore della saga, Akalabeth: World of Doom (1979), a Ultima IX – Ascension (1999), passando per le due serie spin-off, Worlds of Ultima e Underworld, la saga manteneva per davvero la promessa della software house di Austin (Texas), fondata dall’autore, Richard Garriott, insieme al fratello, al padre e a Chuck Bueche: Origin Systems “We create worlds”.

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Introducing: Good Old Games Ads

[Immagine da Personal Computer Museum – http://www.pcmuseum.ca/%5D

In the attic lights
Voices scream
Nothin’ seen
Real’s the dream 

Cosa succede quando vieni colto dalla furia berserk di fare pulizia in un ripostiglio della casa dei tuoi genitori e una forza oscura ti trasforma in un folletto, non la creatura fatata nelle favole, ma quello Vorwerk con un unico grande potere magico: aspiratutto.

Piegato in configurazioni di gambe e braccia alla Big Jim, Barbie o veterano del Cirque du Soleil, la schiena duole, hai già rimediato tre-quattro bernoccoli per le testate al basso soffitto…la furia berserk è montata almeno quanto le bestemmie all’indirizzo delle generazioni passate che hanno lasciato tracce in quel ripostiglio tali da potere risalire al Pleistocene senza bisogno dei test al Carbonio-14.

In un angolo, capita di imbatterti in una scatola di cartone, malandata come tutte le altre, anonima se non vi fosse appiccicata un’etichetta scritta a mano. Riconosci la grafia di quella scritta ormai sbiadita: ti fa sobbalzare il cuore in gola, salire su una lacrima e ributtarla giù in gola. La scritta recita: “Riviste Claudio”. Scritta da papà che non c’è più.

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#3 [by Tati, Zeus e RedBavon]

Il racconto a quattro mani è diventato a sei mani. Aggiungi un posto al tavolo che c’è un blogger in più: ho il piacere di comunicare che Zeus si è unito a Tati e a questo Oste per offrirvi un menu sempre più adatto ai vostri palati, fini o ruvidi che siano. Il lettore è sempre sacro. Il menu di oggi è: un primo ricco di carboidrati dell’Oste, un proteico secondo di Tati e frutta-dessert-e-ammazzacaffè di Zeus. Alla fine, lasciate una stelletta di mancia. Il caffè è già pagato.

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#2

Blu fatuo

El Rojo era rimasto immobile davanti alla scena del delitto. Non era la prima volta che vedeva un cadavere. Nella sua vita ne aveva visti diversi e non solo di morte naturale. In questo buco dimenticato da Dio ma non dagli uragani e dall’umidità, quando un gringo, nonostante gli avvertimenti, si spingeva troppo oltre nella palude e non faceva ritorno alle cabañas entro qualche giorno, El Rojo era il primo a dare l’allarme e a organizzare la spedizione di ricerca e, grazie alla sua conoscenza del luogo e del modo di pensare di un gringo, riusciva sempre a trovare ciò che ne rimaneva, se qualcosa ne rimaneva. Ma questo era un caso particolare. Ci mise un po’ a riprendersi dall’orrore.

Nella sua testa El Rojo inizia a richiamare le memorie del giorno prima e le percorre alternando la velocità tra “indietro veloce”, “stop” e “avanti veloce” alla febbrile quanto disperata ricerca di un ricordo-chiave. Ma più cerca di ricordare, più le immagini della memoria si rimestano in una nebbia bianca e densa come il fumo generato dal ghiaccio secco gettato in un recipiente colmo d’acqua. Di tanto in tanto, la nebbia sembra diradarsi e vi intravede più chiaramente un viso, delle persone, un luogo, un gesto, un particolare. Sorprendentemente i ricordi che riesce a ordinare si contano sulle dita di una mano mozza.

L’Oste inizia a capire che la situazione si sta facendo grave, gravissima. Il suo viso è un sudario bianco. Rivolge lo sguardo a Narciso e con un filo di voce chiede di portargli una birra. Fresca. Anzi due.

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Storie sgangherate #3: A.D. 2828. The Twins Society

Tutto è iniziato in sordina con Ulisse con il senno di poi. Non me ne sono accorto nemmeno io, ma è lì che ha avuto inizio questo esperimento di racconti sgangherati. Poi c’è stato Il Piccolo Cocomero. Scritto a due mani, tre teste e un solo cuore (senza sole&aMMore) in una notta buia e assolutamente non tempestosa, anzi immota e calda assassina come deve essere d’estate al mare, stile balneare, con il salvagente per paura di affogare.

Racconti sgangherati, versioni rimaneggiate, strappate, lacerate, sbilenche, sgrammaticate e con la punteggiatura sparsa come le spighe rimaste sul campo dopo la mietitura. I Racconti e le Favole scritte bene sui libri, quelli veri, di carta e inchiostro, mescolati e remixati in uno storpiato linguaggio cciofane per venire incontro alle illimitate capacità di resistere al sonno di due nanerottoli gemelli di ormai quasi 6 anni e alle risorse ridotte al lumicino di un papà stremato già alle 7ettrenta del mattino.

Storie brutte (e pure raccontate male) ma non tiratemi le pietre perché sarò pure brutto (come ogni scarrafone) e non so scrivere (così dicono dove lavoro), ma pure permaloso (così dicono…)(…facciamoli contenti).

A.D. 2828 è nata al volo, ispirata alla numerosa genie di film post-apocalittici, distopici universi e peperonata a cena. Temo sarà più breve di questa intro, ma forse per questo motivo il lettore me ne sarà grato e lascerà traccia del suo apprezzamento con una scintillante stelletta (ma poi con le “stellette” ci posso prendere una pentola o un set di bicchieri a fine anno?)

Buon…anzi, brutta lettura!

A.D. 2828. The Twins Society

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Alien Isolation, fa più paura un film o un videogioco?


Tra le mura domestiche, tutti possono sentirti urlare. Sopratutto in un condominio.

Dall’11 maggio Alien Covenant è in proiezione nei cinema, la regia è ritornata nelle mani di Ridley Scott e il 75% delle recensioni di Rotten Tomatoes si esprime in modo positivo. Il punteggio di questi aggregatori di recensioni è sempre da prendere con le proverbiali molle e leggere qualche recensione è essenziale per farsi un’idea personale. L’idea dominante è che Ridley Scott sia riuscito a riportare la saga alle origini con un “more of the same” (e sollievo della fan-base), senza però riuscire a dare una nuova sferzata e impronta alla saga, come accadde per il secondo film, Aliens Scontro Finale, diretto da James Cameron. Su Alien Covenant sembra pesare la mitologia sulle origini dello xenomorfo che il regista ha introdotto nel contestato Prometheus, un po’ come è accaduto a George Lucas nella seconda trilogia di Star Wars con quella forzatura mistico-filosofica dei midi-chlorian. Escludendo Prometheus, dei tre film seguiti ad Alien, solo Aliens Scontro Finale è riuscito a replicare il terrore misto all’ammirazione per la creatura di H.R. Giger.

Testa di Ash: “Ancora non capisci con che cosa hai a che fare, vero? Un perfetto organismo. La sua perfezione strutturale è pari solo alla sua ostilità.”
Lambert: “Tu lo ammiri.”
Testa di Ash: “…Ammiro la sua purezza. Un superstite… Non offuscato da coscienza, rimorsi, o illusioni di moralità.” (cit. Alien)

L’universo di Alien è perfetto per essere traslato in un videogioco: l’interattività di questo medium, infatti, può elevare a potenza l’orrore e l’angoscia che la pellicola riesce magistralmente a trasmettere, ponendo all’interno di questa esperienza lo spettatore che diventa attivo protagonista (vedi anche Videogiochi da paura! Dead Space)

In Alien Isolation avrete paura anche della vostra ombra…

Se non tutti i film hanno reso onore al risoluto e spietato killer alieno, a quel “perfetto organismo” – citando l’androide Ash nel primo Alien – la cui perfezione strutturale è pari solo alla sua ostilità, i videogiochi sono riusciti a fare anche di peggio. Lo xenomorfo è stato rappresentato come un animale senza alcun raziocinio, pronto a mettersi educatamente in fila per essere crivellato di colpi dal fucile a impulsi del videogiocatore. Grazie ai suoi combattimenti tra soldati e xenomorfi, la fonte d’ispirazione più frequente nei videogiochi è Aliens Scontro Finale, non Alien.
Non esiste, infatti, alcuna arma che gratifichi quanto imbracciare il fucile a impulsi, sparando disperatamente a uno xenomorfo che corre verso di te dibattendo arti e coda in spirali annuncianti la tua morte, corre sui muri, corre sui soffitti, il tuo dito saldato al grilletto, fuoco dalla bocca della canna, ne dipartono colpi urlanti e traccianti luminosi che squarciano il buio e finalmente vanno a segno, gli scarichi addosso tutto il caricatore e finalmente riesci a tagliare a metà il bastardo, che muore contorcendosi e spargendo acido intorno a sé. Semplicemente fantastico.

Alien Isolation non è così.

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#2 [by Tati e RedBavon]

“Blue” non è solo il colore del cielo, ma in inglese vuole indicare anche “feeling or showing sadness”

A grande richiesta (da Tati e Zeus, sono due ma importanti per l’Oste quindi la richiesta è “grande”) continua la storia scritta a quattro mani. Una storia di quelle ordinarie di Pulizie a El BaVón Rojo che, invece, sta prendendo una piega strana. A El Bavón Rojo nulla è come appare. Nella prima parte è riconoscibilissimo il tocco maldestro di questo Oste, nella seconda la mano leggera di Tati.

La guancia destra dell’Oste è segnata da tre graffi: quello al centro è il più profondo e vistoso, gli altri due sono paralleli a quest’ultimo e meno lunghi di quest’ultimo. Il graffio si estende dal lobo dell’orecchio verso il basso e disegna una curva quasi coincidente con il profilo della mandibola inferiore fino all’estremità destra del labbro inferiore.

Sembra quasi disegnato con la carta-carbone: la copia è quasi perfetta, le linee del disegno differiscono dall’originale sempre di un nonnulla a causa del movimento impercettibile della mano che preme sul lapis, tale pressione sposta il foglio di carta-carbone seppure lievemente e con esso tutto il tratto seguente. A meno di avere una mano ferma come un sasso, la copia-carbone non è mai perfetta.

La barba dell’Oste, incolta e di qualche giorno, completa l’opera di occultamento del graffio alla vista da lontano. Da vicino la ferita è evidente, a causa della profondità del graffio centrale e il colore rubino della pelle intorno.

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Lovin’ The Alien

Aliens Scontro finale – La Sulaco manovra sul pianeta per lo sbarco dei Marines

Se nel 1979 eravate ancora troppo piccoli per vedere Alien al cinema o non eravate nati, spero abbiate recuperato almeno i primi due film della saga dello xenomorfo creato da H.R.Giger e protagonista indiscusso della Fantascienza. In tutti cinema dall’11 maggio è in proiezione Alien Covenant, un ritorno alle origini secondo le dichiarazioni dello stesso regista del primo film, Ridley Scott.

Al “lavoro” anche io per contribuire con la mia moLestia di videogamer alla celebrazione di questo ritorno con un altro appuntamento di Videogiochi da Paura!, riciccia una storyetta che – a giudicare dalle fredde statistiche di WordCess – ha avuto poca fortuna. Sarà che è scritta con i piedi (leggitimo giudizio), sarà che l’ho scritta in un momento di particolare trasporto emotivo (ci sono affezionato), la ripropongo in omaggio a questo nuovo Alien.

Mixate in una mente mentecatta durante una notte buia e tempestosa (che fa sempre il suo effetto) questi ingredienti:
Aliens Scontro Finale (il secondo film, indimenticabile quanto il primo sebbene per ragioni diverse…e si sarebbero potuti fermare lì)

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Alien Isolation (videogioco non recentissimo ma uno dei rari casi ad essere riuscito a catturare lo spirito del primo Alien)

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la matta voglia di andare a vedere al cinema Alien Covenant e la consapevolezza di non riuscirci sicuramente

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a granella, pensieri e sensazioni etichettabili “secondo Romanticismo” o qualcosa che vagamente lo ricordi.

=

storyetta senza nessuna velleità e unicamente a mio abuso e consumo, pubblicata in un afflato di “generosità” e “magnanimità” à la Maria Antonia Giuseppa Giovanna d’Asburgo-Lorena in Luigi XVI di Borbone…e nessuna, ma proprio nessuna traccia di vergogna.

Lasciatevi trasportare…

…Fuori da questo mondo.


Pulizie a El BaVón Rojo [by Tati e RedBavon]

Si ritorna a El BaVón Rojo con un racconto a quattro mani. Nella prima parte è riconoscibilissimo il tocco fatato di Tati, nella seconda il gomito alzato di questo Oste.

STUMP!… SBAMM!… UFF…

Esce di culo dallo sgabuzzino, in testa un foulard a fiori rossi e bianchi, ha abbandonato il gonnellone per un facile paio di pantaloncini e una maglietta spettacolare con il faccione di Drugo in bella mostra…posa uno scatolone pieno di spugne, stracci, scopettine e spruzzini sul tavolo davanti al bancone e rientra nel ripostiglio…

Ne riesce tutta sorridente con secchio e spazzolone tra le mani…

Si guarda intorno, fuori c’è un sole accecante, lo intravede tra le fessure delle persiane… che corre a spalancare.

Un raggio di sole largo come una secchiata d’acqua, illumina in pieno il volto del suo compare di sventurAvventura…

OSTEeeee!

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Floating Cloud God Saves The Pilgrims

Dopo la doppia recensione di Assault Suit Leynos all’urlo “Non fate l’amore, fate la guerra”, sentivo il bisogno del contrario. All’urlo “Fate l’amore, non fate la guerra” (quando la coerenza è tutto) un post sintetizzabile in tre parole…Nonsignore, non sono “cuore-sole-amore”, ma a una almeno ci siete andati vicino: videogioco-cuore-fotografia. 

Floating Cloud God Saves The Pilgrims  ovvero “Il Dio della Nuvola galleggiante salva i pellegrini” sembra un titolo adatto a un film di Lina Wertmüller in salsa orientale. E vi sbagliate.

Floating Cloud God Saves The Pilgrims è un giochillo del 2012 pubblicato per Sony PSP, PS Vita e PlayStation 3, disponibile solo su PlayStation Network ovvero via download della copia digitale. Sissignore, è un videogioco, il moderno medium traviatore delle giovani menti e passatempo socialmente esecrabile di adulti irresponsabili. Non è chiaramente una produzione “tripla A”, ma un gioco indie: dal punto di vista tecnico, nel 1988, l’appena nata console Sega Mega Drive avrebbe potuto farlo girare senza scomodare tutti e sedici i suoi bit. Allora perché la “scimmia” mi sta saltando sul groppone urlandomi in testa questo assurdo titolo?

Il Dio delle Nuvole

Floating Cloud God Saves The Pilgrims sprizza “stile” da tutti i pixel. Ispirandosi al folklore giapponese (da qui l’omaggio alla fotografa giapponese, Rinko Kawauchi), impersonerete il Dio delle Nuvole con il compito di proteggere i fedeli seguaci, inermi come bambini di un anno – anche se somigliano più a un nano da giardino – insidiati lungo il loro pellegrinaggio dalla prevedibile genie di mostruosità e malvagità che alberga nei videogiochi dall‘inizio dei tempi.

È un delizioso, eccentrico, scintoista sparatutto bidimensionale – ispirato a classici come Parodius e R-Type – in cui l’azione scorre orizzontalmente, interrompendosi solo in occasione dei “boss”, cioè cattivi più grandi, resistenti e con schemi d’attacco più raffinati e aggressivi del resto della “carne da cannone”. In qualità di Dio delle Nuvole, “a bordo” di una nuvola (ma va?!…pensavo una lambretta) dovete sparare e bombardare nemici e ostacoli per proteggere i vostri seguaci, che devono provenire dalla Boemia, vista la loro estrema fragilità che condividono con i famosi cristalli che vi si producono: un contatto, un solo contatto con un nemico o un ostacolo e il pellegrino è bello che è andato. Morti tutti i pellegrini, finito il gioco.

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Assault Suit Leynos, 26 anni dopo su PlayStation 4

Assault Suit Leynos (PlayStation 4, 2016)

E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare, e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è Assault Suits Leynos!
Riprendo dall’ultima frase a effetto mistico-citazionale della recensione di Assault Suit Leynos per Sega Mega Drive, sulle note delle goticheggianti chitarre elettriche di Detonation Boulevard dei The Sisters of Mercy, per rientrare nel vivo della rubrichetta ‘Deja Vu, videogiochi che a volte ritornano non ci eravamo già visti, tu e io, a quel bar o era la sala-giochi del Mario’ (e con questa faccio concorrenza ai titoli dei film di Lina Wertmüller).

Rientriamo nuovamente nella nostra “tut(in)a” da assalto, cioè quel mech antropomorfo formato palazzo-di-cinque-piani che ingombra un pochino, ma quando spara è un autentico castigo di Dio e, bazooka in resta, catapultiamoci nel bailamme degli scontri a fuoco tra giganti corazzati e velivoli da combattimento in questa edizione rimasterizzata, graziata da un comparto audio-video tirato a lucido e alcune meccaniche migliorate. Non sarà comunque una passeggiata di salute, almeno per gli alieni.

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Ricordati di mangiare le brioche

"Non sono una senza tetto, ma i miei figli lo saranno". Occupy Wall Street, Zuccotti Park, New York (c) Steven Greenstreet

“Non sono una senza tetto, ma i miei figli lo saranno”. Occupy Wall Street, Zuccotti Park, New York (c) Steven Greenstreet

Aspe Aspe’ mo’ me lo segno…

Così Massimo Troisi in “Non ci resta che piangere” rispondeva al frate trappista che dabbasso gli ricordava l’ineluttabilità della morte e il Giudizio finale. In questa giornata del 1° maggio, mi è venuto da rileggere un mio vecchio post, che eruppe dalle dita come lapilli e fuoco dopo avere letto una notizia di cronaca napoletana assurta a “esempio” nazionale e rimbalzata da tutti i media senza alcun approfondimento, il solito stupro della parola “condividi” operato dal tasto “share” dei social network. Era l’agosto di due anni fa. Il tema era il lavoro, in particolare l’accesso al mondo del lavoro da parte dei giovani. Era l’agosto del 2015. A due anni di distanza, non è cambiato nulla. La disoccupazione giovanile è ancora a livelli elevatissimi.

Perciò, come nella scena tra frate e Massimo Troisi, su questa pagina in questo giorno io voglio ricordare e mo’ me lo segno.

Che mangino brioche!

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Deja Vu: Assault Suit Leynos

Déjà Vu (Macintosh)  [immagine da http://www.hardcoregaming101.net/%5D

A volte ritornano…

Le edizioni “remastered” dei videogiochi, cioè versioni aggiornate a una più avanzata tecnologia, sono una consuetudine, dando la possibilità alle nuove generazioni o utenti “approdati” di recente al medium di vivere l’esperienza difficilmente replicabile a causa della relativa irreperibilità della macchina su cui girava. Sono, però, diventate più frequenti nella scorsa generazione di console e una sistematica presenza nel catalogo in quella presente. I motivi sono diversi, dal riempire “buchi” di catalogo sopratutto nelle fasi iniziali del lancio di una nuova piattaforma alla bieca esigenza di “fare cassa” con un titolo i cui costi di sviluppo sono stati già ammortizzati dalla release originaria. A patto che vengano trattate con una dignità pari all’opera originale, le edizioni “remastered” sono benvenute: Ico e Shadow of the Colossus, i primi due The Secret of Monkey IslandAnother World, gli episodi di God of War su PSP, la serie Metal Gear Solid, Uncharted Collection o Rare Replay, solo per citarne alcune. L’elenco è davvero lungo ed è possibile consultarlo alla pagina dedicata su Wikipedia.

Il “fenomeno” dei remake non è di per sé negativo, per quanto presti il fianco a critiche legittime che vi ravvisano la classica “mungitura delle vacche”, ovvero dei videogiocatori. A volte, i risultati sono modesti come nel caso di Zone of The Enders HD Edition su Xbox 360  (la versione PS3 è stata salvata da una successiva patch) oppure addirittura tradiscono l’originale, come è successo per la remastered di Silenti Hill, in cui la nebbia, l’elemento fortemente caratterizzante, ha perso volume e rivela elementi prima nascosti.

Il videogiocatore è comunque una bestia tecnologicamente (tossico)dipendente e perciò, quando una vecchia gloria viene rivisistata con lifting grafico e a più alta risoluzione, viene colto dalla tentazione di rivivere certe esperienze passate: un mix letale di “nostalgia nostalgia canaglia” e vecchi conti in sospeso.

Battezzo questa nuova rubrichetta, Deja Vu, dedicata alle versioni “remastered”, con un videogioco con cui ho appunto un vecchio conto in sospeso, una brutta bestia di spara-tutto di produzione giapponese, che all’epoca mi fece scoprire di essere affetto da un raro quanto singolare caso di glossolalia, cioè di riuscire a pronunciare bestemmie e maleparole in una lingua esistente, ma a me ignota e mai studiata precedentemente.

Signore e signori, dopo 26 anni – dico “ventisei anni” – ritorna sui nostri schermi Sua Bastardità

Assault Suit Leynos!
 

Assault Suit Leynos (Mega Drive,1990)

 

 

Assault Suit Leynos (PlayStation 4, 2016)

La recensione è doppia: di seguito la prima dedicata al titolo originale del 1990 per Sega Mega Drive e, a breve, seguirà la seconda per il titolo “remastered” per PlayStation 4, pubblicato nel 2016.

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Hasta la Raíz (testo e traduzione) – Natalia Lafourcade

Dedicata a tutti quelli che ci portiamo dentro: che ci hanno sbattuto in faccia la porta / con i quali abbiamo sbagliato / che non ci hanno dato tempo… /che il tempo non c’era perché era solo un’illusione / che il tempo non c’era perché è durato un attimo lungo una vita che avremmo voluto vivere insieme / che sono andati via perché il loro tempo era finito / che si sono allontanati perché non avevano più tempo per noi / che non ci sono più / che sono lAssù / che sono lontani e non abbiamo mai il tempo di salire su un’automobile-corriera-treno-aereo / che sono vicini e non abbiamo mai il tempo di bussare al citofono e al campanello / che gli hai mandato un e-mail e sono talmente tanti mesi che non ti è arrivata una notizia che pensi al peggio / che hanno i tuoi telefono-email-uoZappe-fessebuk-tuittè-e-pure-telegràm ma nulla da dirti / che finalmente hai capito che non hanno tempo per te / che sono fuori tempo massimo (e – stanne certo – torneranno nel recupero dell’ultimo dei tempi supplementari) / che “scusa, non ho avuto tempo” /che fanculo-basta-non-ti-richiamo-ma-poi-ci-speri-da-morire / che fanculo-non-ti-richiamo-e-poi-basta-veramente-affanculo / che oddio-vorrei-tanto-chiamarti-ma-ho-paura / che occhei-ho-deciso-ti-richiamo-(hounapaurafottutaperò)-e-ti-risponde-la-segreteria / che fanculo-a-tutte-le-segreterie / che ricevi una bella notizia da una lontana conoscenza / che non ricevi più notizie. Mai più.

Hasta la raíz di Natalia Lafourcade

Dedicata a tutti quelli che, nonostante tutto, ci portiamo dentro.

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Viva il Messico! Ep.#26 – Palenque, l’arrivo

Segue da Ep.#25 – L’Hacienda Yaxcopoil

10° dia: da Mérida a Palenque

All’alba, come ormai nostra consuetidine da Tulum (strano per essere in vacanza, eh?), ci rechiamo al “Terminal” dei bus di prima classe (noi marchesi…) per prendere l’autobus per Palenque: otto ore di viaggio, pulite pulite. Salutiamo Mérida, la Ciudad Blanca.

In Messico il trasporto pubblico su strada è impeccabile e, dopo avere viaggiato per almeno tredici ore all’andata e diciannove al ritorno, posso confermarlo per averlo sperimentato. Si viaggia più comodi che in aereo, aria condizionata, bagno (anche se non ho mai avuto necessità così impellenti per avventurarmici), poltrone con ampio spazio davanti, schienali che una volta reclinati non obbligano il passeggero di dietro a reclinare il suo per evitare l’effetto “salume sotto-vuoto”, c’è anche la televisione.

Nelle otto ore previste per arrivare a Palenque, per uno come me che non riesce a dormire sui mezzi di trasporto e che non vuole dormire per potere vedere i paesaggi oltre il finestrino, la televisione può essere un buon modo per ingannare il tempo. Dopo la prima ora di entusiasmo e scaricata l’adrenalina, il “down” è naturale. Perciò, mi sistemo per bene sprofondando nello schienale e mi schiero per vedere un po’ di lavatrice televisiva. Vediamo un po’ cosa danno sulle corriere messicane: cartone animato giapponese in lingua giapponese, sotto-titolato in spagnolo e ambientato nell’antica Siracusa. Ho detto.

L’arrivo a Palenque corrisponde esattamente a quanto anticipato dal fratello di Frank, Jimmy: buco fetente e infuocato.

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Cartelli paradossi #7 – A zonzo per Napoli, il fumo fa male

Terza foto a zonzo per Napoli: scuusate, tenite ‘na sigaretta?

Sigarette e ‘na tazzulella ‘e cafè [Foto by Giorgia]

Altra foto di Napoli, colta da mia sorella a zonzo per la città. Dopo lo street-food, un esemio dell’ingegno o dell’arte di arrangiarsi napoletano: lo street-smoke.

Su questo bancariello, bene attrezzato e tutto sistimate, la gentile clientela fumatrice può trovare “tutto quello che serve” per il suo vizio: dal pacchetto di marca, sotto-marca e marca sconosciuta all’accendino alla tazzulella ‘e cccafè. Perché il caffè deve essere con tre “C”: Cumme Cazze Coce, ovvero caffè bollente in tazzina bollente. Da sorseggiare rigorosamente con lentezza onde evitare di lasciarci attaccate le labbra al bordo della tazzina. Il caffè è un rito, non è un consumo di bevanda in velocità, va sorseggiato. Chiano chiano. E poi, ‘na sigaretta ci sta proprio bene. In mezzo, tra l’aroma del caffè persistente in bocca e le acri volute di fumo, una chiacchiera con il barista, con il vicino di bancone o l’amico. Ricordatevi di lasciare un caffè pagato.

Questa foto è una poesia. Recita tutto il rito del caffè e della sigaretta. Quella tazzulella appoggiata, sporca di un caffè consumato, è un invito di convivialità e, insieme, una genialata di marketing spontaneo.

Dedico a questo genio dei tabacchi caserecci, in barba agli odiati monopoli (qualunque essi siano), un mio post del 2010, sette anni fa, avevo iniziato a fumare da poco:

Bacco, tabacco e una piccola Venere

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Good Bye Mini NES!

Salutate Mini NES. Sta andando via…

Nintendo ha annunciato, alquanto a sorpresa, che la produzione della Nintendo Classic Mini NES (d’ora in poi Mini NES) è cessata. Il Mini NES è letteralmente andato a ruba tanto che online, oggi come al momento della prima uscita, si può trovare a prezzi da ladrocinio. Il successo di questo gadget elettronico, oggetto votivo per il videogiocatore incallito con parecchie primavere alle spalle,  è stato clamoroso, nonostante Nintendo da qualche tempo a questa parte attiri folle di hater e di troll, infestanti ogni forum e spazio dei commenti di ogni rivista di videogiochi online.

Non ho un’età tale da potermi definire un “nintendaro”, sono un videogiocatore onnivoro e vorace (più ce n’è, meglio è), tendente alla singletudine videoludica. Mi definisco  un videogiocatore “monogam(ic)o” poiché prediligo il “single player” o la “coop” in locale (vecchio buon split-screen); ho provato il multiplayer online, smangiucchiato il divertimento elettronico in versione portatile, ma il mio credo religioso mi impedisce di avvicinarmi agli universi esclusivamente online, potenziali annichilatori di quel poco di vita sociale che mi rimane e macchinette mangia-soldi a botte di micro-transazioni che neanche te ne accorgi. Non parlatemi dei videogiochi su smartphone perché poi esco dalla grazia dei circuiti.

Quando la Mini NES è stata distribuita l’11 novembre dell’anno scorso (vita davvero breve per una console) non ho potuto trattenere le dita dal battere sulla tastiera i miei pensieri e sensazioni come un fabbro batte il martello sull’incudine. Ne è venuto fuori “Nintendo Classic Mini a ruba. Retro-gaming a chi?!” che non vi spiega la rava e la fava della console e dei giochi inclusi, ma vi fa perdere tempo a considerare quanto  questo tipo di operazioni di marketing, che fanno leva sul fattore “nostalgia nostalgia canaglia” di un target già profilato (e vittima predestinata), sono tuttavia benvenute perché contribuiscono a fare scoprire il valore di un “classico senza tempo” ai giovani e rivivere certe sensazioni alla “old-gen”.

Sono ritornato a scriverne, dopo avere letto l’ottimo post di Johnny sulla Mini NESper un botta & risposta che sicuramente farà piacere al caro Johnny e che invita altri a intervenire e a dire al propria.

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Andale ad Andalo#7 – L’Epilogo (giuro)

Segue da Andale ad Andalo#6

Venti minuti dopo, e dico esattamente venti minuti dopo, la Divisione alpina “Tridentina” de Noantri viene accolta tra le mura del rifugio e dodici comodi posti a sedere. Il fatto stesso che la stima dei “venti minuti” di attesa sia stata rispettata già predispone bene, senza contare che la fame – in mezzo a quel bailamme di piatti e ganasce masticanti – è giunta a dei livelli da crampi urlanti nello stomaco.

Quando entriamo, la formazione, sebbene sfilacciata a causa dell’intenso traffico di camerieri, dal passo veloce e determinato (se entri in rotta di collisione, non si spostano), si ricompatta oltre una porta dove sono pronti due tavoli.

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A El BaVón Rojo Zeus racconta la sua storia

La bettola ha riaperto e inizia a tornare la gentile clientela, nonostante “c’èCCrisiC’èCCrisi”…tanto da queste parti non ce ne siamo mai accorti perché le vacche qui sono sempre state così magre da potere sfilare sulle passerelle milanesi dell’Alta Moda. Ritorna Zeus e ci racconta la sua storia. 

Autore: Zeus

La storia di Zeus

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El Bavón Rojo – Panico da preparativi

Seduto sul dondolo sotto il portico di El Bavón Rojo, l’Oste contempla la strada brulicante di esseri umani impegnati nelle loro frenetiche attività per arrivare alla fine della giornata con qualcosa di “compiuto” e lo stomaco pieno. “Seduto” non è l’espressione corretta per un essere umano che, senza pudore, dichiara “di non discendere dalla scimmia, ma da un sofà”. L’Oste è talmente sprofondato e immobile nei cuscini di quel vecchio e arrugginito dondolo da potere essere scambiato come parte della sua colorata tappezzeria huipil.

È mezzogiorno e l’afa mista all’umidità è, come al solito a queste latitudini, un cocktail letale per ogni slancio e attività. L’Oste è in uno stato che egli stesso definisce: me facesse mangià ‘o culo d’ ‘e mosche pe’ nun dicere: “Sciò!”. Nella lingua di origine dell’Oste lo si dice di coloro che non riescono a vincere la pigrizia, una pigrizia talmente inguaribile da riuscire a sopportare disturbi, fastidi e assilli senza provare a reagire.

Dalla strada, la longilinea figura dell’Oste può essere distinta a stento dai cuscini del dondolo. A un occhio attento due indizi denunciano la sua presenza sotto quel portico: un esile filo di fumo sale voluttuoso in alto dalla sigaretta che l’Oste tira con la stessa flemma del compianto Barone svedese del calcio italiano, Nils Liedholm: “Gli schemi sono belli in allenamento: senza avversari riescono tutti”.  Il secondo indizio è il movimento del braccio destro quando solleva una bottiglia di cerveza e la porta alle labbra con la rassegnazione che la birra è ormai calda. Sparse a terra intorno al dondolo, il numero di bottiglie vuote è l’evidenza che l’Oste è all’ultimo grado della ‘Scala della Sbronzaì:

  • 1°: “Inteligente” (improvvisamente ti senti l’esperto di qualunque materia)
  • 2° “Atractivo” (improvvisamente ti senti il più figo del bigonzo e desiderato abbestia da tutti, di qualsiasi sesso e orientamento sessuale, non importa);
  • 3° “Rico” (improvvisamente ti senti il più ricco del mondo e sei prodigo dell’ennesimo “giro” al bar con tutti quelli che ti capitano a tiro di fiatella alcolica)
  • 4° “A prueba de balas” (“a prova di proiettile”, nessuno può farti arrabbiare, nessuno può farti male. Credici, seh, credici)
  • 5° “Invisible” (puoi fare qualsiasi cosa tanto nessuno può vederti, tanto…sei invisibile)

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El BaVón Rojo – Season 2

bavonRojo

La classica bettola malfamata, il migliore grog di tutti i Caraibi. Così dice l’Oste.

Questo non è un vero post, è un avviso di servizio, anzi un avvertimento:
El BaVón Rojo sta per tornare sui vostri schermi.

Dall’inizio dell’anno, c’è stata già qualche avvisaglia, del movimento con andamento lento, giusto per togliersi un po’ di polvere di dosso, qualche scatto isolato, un singulto di vita in questo comedor che – come lo ha generosamente definito Silviatico – è “un luogo in cui ci si arriva per caso e non lo si lascia più” o, almeno – io auspico – ci si ritorna con piacere.

Nato come spin-off del racconto Batmancito, a sua volta nato come spin-off di un episodio accaduto per davvero nel mio viaggio in Messico, El BaVón Rojo interpreta l’anima primigenia di questa webbettola: la condivisione di esperienze, racconti ed emozioni, seduti intorno a un tavolo, gozzovigliando e bevendo.

“Mi casa es tu casa” recita il cartello all’entrata della locanda che, in un lontano passato, non avrebbe sfigurato al confronto di una stamberga piratesca sull’isola della vicina Tortuga. Oggi ambisce a fare sembrare “il peggiore bar di Caracas”  un convento di suore Carmelitane scalze. Obiettivo sfidante per i due scalcagnati soci, l’Oste e Narciso, ma raggiungibile solo con l’aiuto della pregiata clientela, cioè voi.

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Andale ad Andalo#6 – (antipasto del)L’Epilogo

Dolomiti del Brenta: vista da La Paganella [foto by RedBavon]

Segue da Andale ad Andalo#5

Appollaiato sulla seggiovia vedo avvicinarsi la stazione di arrivo. Come un centurione della Legione Romana, ordino al mio manipolo di familiari di tenersi pronti: per scendere dalla seggiovia, non basta un’andatura al trotto come in cabinovia, ma è necessario un colpo di reni e un breve galoppo in linea retta, come palle sparate dalla canna di un fucile. “Nessuno verrà lasciato indietro”, non è il motto dei Marines, ma una buona regola per evitare che una parte della famiglia sia a 2120 metri e l’altra a valle. Siiiore e Siiiiori, altrrro giiiro! E senza altro gettone. Gratis.

Io, scartato dal Corpo degli Alpini – anche per il reparto di fureria  – raggiungo l’obiettivo: Cima Paganella, quota 2120!
CI HO le prove!

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Tati a El Bavón Rojo: E la Luna bussò

Torna El Bavón Rojo grazie a Tati che ci regala una fatata pennellata di parole e una meravigliosa sorpresa finale delle sue. Oste e Narciso ringraziano e restano in silenzio sott’a botta ‘mpressiunati. Ridurre al silenzio lo spilungone logorroico e il nanetto molesto è un evento epocale.

Autrice: Tati

E la Luna bussò

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Ghost in the Fingers [4.0]

Ghost in the Fingers. “Fantasma nelle dita”, questo il titolo dell’appuntamento che questa volta passa l’Oste, perché il solito convento si è rifiutato per decenza e carità cristiana. Un appuntamento che mancava da oltre tre anni e nessuno ne sentiva la mancanza. Nessuno neanche se n’era accorto, visto che gli unici testimoni oculari, due generosi blogger che vi hanno appuntato la stelletta di apprezzamento, sono spariti dalla blogosfera: per loro, un appuntamento fatale. Meglio del film The Ring: leggi quel post e di te rimarrà solo cenere di bit.

Un divertissement, vizio privato di scrittura, in cui le dita si muovono libere, con l’unico limite di una traccia scritta tanti anni fa e che si rinnova solo in alcune parti, proprio come un update versione [numeroprogressivo.0]. Questa è l’update [4.0]. Ho un tarlo ormai assunto a tempo indeterminato: falangi, falangine e falangette hanno sviluppato una loro coscienza e la consapevolezza di Sè. Dita sospinte da un fantasma, un “ghost” simile a quello del bionico agente Motoko Kusanagi (una gran gnocca di fantasma!), protagonista di Ghost in The Shell.

Un appuntamento che, come i protagonisti attirati dal video proibito in The Ring, ha attirato inesorabilmente le mie dita verso la tastiera, visto che dal 30 marzo al cinema è in proiezione la versione “live action” di Ghost in The Shell, acclamato capolavoro dell’animazione di Mamorou Oshi, ispirato ai manga di Masamune Shirow.

Tip-ritap-tiri-tap-ta-tap. Le mie dita stanno andando. Chi ha stomaco e coraggio, mi segua…

Frame della scena mitica dell’inizio del film Ghost in The Shell (1995)

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Guida la(i)conica di Napoli – Cap.1: Puozze scula’

Napoli da Mergellina [foto by RedBavon]

Una parola, una frase in napoletano, un motivo per visitare Napoli

La Guida la(i)conica di Napoli vuole invitare a visitare Napoli, prendendo spunto da una sola parola o una singola frase del dialetto partenopeo.

“Laconico” il suo spunto, “iconica” nell’immagine che ambisce a trasmettere. La Guida la(i)conica di Napoli non è altro che l’ennesimo (in)trip(po) mentale in un momento di irresponsabile megalomania di chi scrive. Anche perché dopo questo capitolo ne ho pronto un altro e poi c’a Maronna m’accumpagne. Potrebbe essere la guida di un logorroico grafomane più laconica di sempre.

Non proprio una prefazione ortodossa , ma Napoli non è una città “ortodossa”: conformità e stretta adesione alle regole non appartengono, nel bene e nel male, né alla storia della città né ai suoi abitanti.

La frase scelta per questo primo capitolo non è sicuramente un inizio “ortodosso”.

“Puozze scula’!”

Letteralmente: “Che tu possa colare!”

I napoletani che hanno letto questa frase saranno subito sobbalzati. Il resto degli abitanti del pianeta – ve l’ho detto che ero in modalità “Megaloman” – avranno stretto le spalle, inarcato le labbra verso il basso, le sopracciglia hanno seguito il movimento dei muscoli facciali, portandosi appresso il tessuto epiteliale.

Chi non è napoletano ed non ha staccato il proprio sguardo dallo schermo può essere stato colto: A) da paresi (sono ammessi scongiuri di rito) B) da – più salubre – curiosità.

Da un’espressione apparentemente senza senso e innocua, non ci si aspetta però che sia una delle maledizioni più pesanti che un napoletano possa proferire.

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Nintendo Switch: On o Off?

RedBavon alla tipa:”Vuoi salire su a casa mia, così swicciamo un po’!”
Tipa:”Sì, dai!”
Potere dei funghi di Super Mario.

Autori: Johnny Cornerhouse e RedBavon

Nintendo Switch è in pianta stabile sotto la TV, accanto a quel marasma di scatole e scatolotti di varia foggia, da cui fuoriescono un numero imbarazzante di fili, in barba a Bluetooth e Wi-Fi.
Johnny Cornerhouse e io apparteniamo a quella specie di pollame, che il marketing definisce “pionieri” ovvero quel tipo di consumatore che sgancia la vile pecunia per assicurarsi maledettamente subito l’oggetto del proprio selvaggio desiderio, nella consapevolezza che il primo acquirente paga il prezzo più alto di tutto il ciclo di vita del prodotto.

Uniti da questa maledizione consumistica, abbiamo deciso di stendere una recensione a quattro mani su questa console fantastica. Potrebbe essere altrimenti viste le 329 eurococuzze investite?

Negli anni l’industria del Videogioco è cambiata, il mercato altrettanto, noi consumatori invecchiati e raggiunti da nuove leve (joystick?): Nintendo non è riuscita sempre a interpretare al meglio questi cambiamenti: ha perso malamente il treno dell’introduzione del lettore CD nelle console, favorendo la nascita di un concorrente agguerritissimo, Sony e la sua PlayStation.
Nintendo ha avuto fasi alterne: da leader incontrastato a secondo classificato (Gamecube), di nuovo leader (Wii), sprofondato nell’inferno delle vendite più basse di tutta la sua storia (a parte il Virtual Boy) con la più recente Wii U.
Sulla Wii U ho già scritto e in questa sede ritorna utile il confronto con la nuova arrivata per verificare se Nintendo ha imparato la lezione o, con tipica ostinazione della casa di Kyoto, è incappata in errori ormai non più accettabili.

Bando alle ciance e mani sulla console!

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Andale ad Andalo#5 – SCOOP! RedBavon fotografato in discesa libera!

Segue da Andale ad Andalo#4

Scoop! Esclusivo! RedBavon inchiodato da tre scatti, mentre scia e, perfino, in discesa libera!

RedBavon smascherato! Altro che reietto della neve, altro che “sto alla neve come uno stambecco sugli scogli abbasc’a Margellina”! Abbiamo le prove: tre scatti lo inchiodano sulla neve, sulle piste insieme ad altri sciatori e snow-boarder! 

L’ha menata dall’inizio con la storia della “neve = ambiente ostile”, ha dissacrato il rito della “vestizione” e ancora ha continuato a vituperare la sana e grintosa figura dello sciatore, definendolo come un robot antropomorfo alto un palazzo tipo Godzilla … (NdRed: no, Godzilla mica è un robot…veramente avevo scritto “Gundam e Jeeg Robot”…le solite strumentalizzazioni dei media!)

E cosa dire del suo accanimento in contro delle innocue ciambelle? Il gioco sulla neve preferito dei bambini, teneri virgulti di sciatori e snow-boarder, descritto come il Vietnam del ’67…Infine, non ci incanta con l’ode allo sciatore, goffo e malaccorto tentativo di ingraziarsi il gentile pubblico, nascondendo tra le righe subdoli effluvi di polenta con il brasato e promesse di vini sinceri.

“Sincerità”, una parola sconosciuta a costui e di seguito ve ne diamo le prove!

Tre scatti fotografici che mostrano RedBavon sulle piste: 1) tra le porte dello slalom in discesa libera 2) in sciata solitaria per piste poco battute 3) confuso tra un gran folla di sciatori.

Il RedBavon sciatore svelato!

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Napolì

Vista del Golfo, Vesuvio e Napoli…mmò puoi pure murì! [foto by RedBavon]

Tra un Andale ad Andalo, la neve e il freddo pungente dell’alta montagna, mi è venuta voglia di Napolì.

Napolì, con l’accento sulla “i”, è una canzone dei 99 Posse, pubblicata nel 1993 nell’album Curre, curre, guagliò, tuttavia, a parte qualche sigla di partito politico scomparsa, rimane di estrema attualità per la città e per la popolazione. C’è un gran trambusto per dare nuove sigle ai partiti e movimenti, un gran lavorio per i professionisti della grafica per inventare mirabolanti loghi “parlanti”, ma dei problemi della gggente (disoccupazione giovanile, chi era costei?) non se ne parla. La gggente viene tirata in ballo in occasione dell’ennesimo, chiamato come un numero a tombola, tragico attentato: scendete in strada, dimostrate che non abbiamo paura, continuiamo a vivere come abbiamo sempre fatto, difendiamo i sani valori occidentaliblablabla“. Imperterrito cito il famoso monologo di Roy Batty nel finale di Blade Runner:”Bella esperienza vivere nel terrore, vero? In questo consiste l’essere schiavo”.

“Napoli è una città piena di contraddizioni” è la frase di rito per chi è educato e non vuole dire apertamente ciò che pensa e cioè,”è una cittàdimmerda e non ci vivrei per tutto l’oro del mondo”. E poi tutto l’oro del mondo lo verrebbero a dare a te, ca’faccia ca’ tieni? E jà!

Sicuramente viverci non è altrettanto facile quanto vivere ad Andalo o altre città del Trentino. L’Alto Adige non lo cito perché si sentono tedeschi e non vorrei che qualche figlio-di-madre-crucca-e-passaporto-italiano se la prendesse a male per averlo confuso in questo melting rut che è l’Italia di oggi. E non c’è nessuna allusione all’immigrazione, parlo proprio di noi itali(di)oti.

Napoli te fa attaccà e’ nierve!

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