Rain, rêverie digitale

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“Le ciel est, par-dessus le toit,
Si bleu, si calme!”.

Il cielo è sopra il tetto, così blu, così calmo

Da “”Le ciel est, par-dessus le toit” (c) 1881  Paul Verlaine

Rain è un acquazzone estivo che piomba improvviso sull’arsura della spiaggia e sugli annoiati bagnanti: spazza via la folla infestante dalla riva del mare. Rinfresca l’aria e rinfranca lo spirito.

Rain è una storia maliconica di due bambini perduti in una città spettrale che ricorda Parigi della Belle Époque, battuta da una pioggia incessante. Ispirato a Ico, altra storia struggente di due bambini e capolavoro indiscusso di Fumito Ueda per PlayStation 2, utilizza l’acqua come elemento di novità: l’acqua ci rende invisibili a un nemico tanto sconosciuto quanto inesorabile inseguitore. Nella prima parte, infatti, guidiamo un bambino che, attraverso il labirinto di strade della città, cercherà di raggiungere una bambina in fuga da questo nemico oscuro, che diventerà subito anche il nostro. Una volta raggiunta, procederemo insieme in direzione dell’unica finestra illuminata, l’unica luce visibile in città, oltre a quella della luna che sembra essere l’unica nostra amica e indicarci la strada giusta. La luna e il suo chiarore non sono una scelta casuale, bensì un tassello che rende poetica questa opera digitale: le note di Clair de Lune di Claude Debussy sottolineano in modo sublime i punti topici della storia.

Inseguimento e fuga generano un’ansia persistente quanto la pioggia che batte senza tregua la città. L’ansia è però strumentale alla sensazione di leggerezza e liberazione che subentra all’appena scampato pericolo o alla soluzione di un puzzle (tutti molto semplici). Rain non presenta una giocabilità profonda e il percorso è lineare, ma si sbaglia a pretendere da Rain ciò che avremmo voluto che fosse: l’erede di Ico. Rain non è Ico né gli autori hanno preteso che fosse considerato come tale. Semmai è una testimonianza di rispetto e gratitudine degli autori verso la fonte di ispirazione.

Rain tocca certe corde che non ci aspettiamo possano essere fatte vibrare da un videogioco. La storia è tutto sommato banale nell’intreccio, ma la direzione artistica aggiunge un quid che la sublima.

L’unico difetto di Rain è la sua breve durata: tre ore. Come tutti gli acquazzoni estivi, così come improvvisamente arriva, altrettanto velocemente finisce.

Per tutta la sua pure breve durata, Rain trasmette una malinconia leggera, richiama la profondità del ricordo dell’infanzia, quando l’abbandonarsi al fantasticare possedeva la serietà e la dignità che gli adulti riconoscono nelle loro attività e non in quelle dei bambini. Rain è una rêverie, il suo codice digitale ne possiede una delle caratteristiche peculiari: collega i sogni e i ricordi.

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La rêverie di un bambino che ha molto sognato, che si addormentava desiderando di sognare (e conservare il ricordo di quei mondi nuovi). Il ricordo di quei giochi nel cortile di una via dal nome importante, Dante Alighieri, in un luogo non altrettanto importante sulla carta geografica, ma importantissimo per la formazione del futuro adolescente, giovane, uomo. Il ricordo ormai confuso dal passare degli anni, di quelle urla, di quelle corse, dei palloni tirati nel cortile accanto, di quei litigi, delle episodiche botte, dell’odore e l’appiccicaticcio dei corpi sudati, delle bocche riarse e dei bicchieri d’acqua della generosa mamma dell’amico al piano terra (grazie Eleonora!), della buonissima pizza bianca e dei ghiaccioli colorati comprati al negozio di alimentari che ti dava il resto in caramelle (e delle cazziate di tua madre senza capirne il perché). Oggi quel bambino ha 45 anni e, a causa del tempo passato, quei ricordi da bambino dall’odore di pane, nutella, temperamatite e sudore, sono avvolti in una “nebbia”, in uno stato confusionale come un sogno notturno, che affiora nitido e forte al risveglio, ma svanisce l’attimo dopo nella limpidezza del giorno, nell’alternarsi del ciclo luna-sole/ subconscio-ragione. In questo stato di coscienza abbandonata al flusso del sogno a occhi aperti, tra le note evocative e magiche di Clair de Lune, Rain dischiude una nuova prospettiva nel guardare queste malinconiche immagini: ci si accorge del godimento che se ne può trarre.

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Le immagini che scorrono sullo schermo giungono a proposito, sfumano nel tema musicale e insieme allo scalpiccìo nelle pozzanghere d’acqua virtuale,  generano una “risonanza” che imbocca la strada giusta per l’anima. Nessuno spirito della ragione critica, nessun meccanismo di rimozione può essere d’ostacolo. Sì è un “giochino” vabbene! Lo conosco bene quello sguardo da “adulto”, peggio per te…gli adulti sanno, credono di sapere tutto, i bambini rischiano di perdere il gusto di scoprire a causa di questi adulti che vogliono (di)mostrare e spiegare tutto. La malinconia diventa leggera, uno specchio d’acqua cheta e scura, che ispira tranquillità e riposante profondità. Una tranquillità che ci fa percepire la continuità del nostro essere e, dalla consapevolezza che il fuoco di allora è differente da quello di oggi, ispira la capacità di fare progetti o, persino, di ribellarsi.

Rain ha un unico difetto: la sua breve durata, solo tre, quattro ore. Come tutti gli acquazzoni estivi, così come improvvisamente arriva, altrettanto velocemente finisce. E mi accorgo di essere rimasto attaccato a quello schermo come da bambino rimanevo attaccato con le labbra al vetro della finestra a contemplare il violento acquazzone che si abbatteva all’esterno. Dietro il vetro, freddo sulle labbra. Sono al sicuro. Una malinconia leggera invade questa solitudine contemplativa. Ma non è tristezza quella che avverto, sto pensando al dopo, sto guardando il futuro. La pioggia, prima o poi, smetterà.

Onda sonora consigliata: RAIN OST – A Tale Only The Rain Knows, musica di Yugo Kanno, canta Connie Talbot

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30 pensieri su “Rain, rêverie digitale

  1. Luca

    Vena malinconica in effetti; e la malinconia, gli elementi naturali, gli scenari apocalittici e romantici ai quali fanno da sfondo austere architetture di città fantastiche, credo abbiamo sempre unito il nostro modo di interpretare e di sognare la realtà. Prenotata quindi una sessione rain immersion 🙂

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  2. carlo

    grazie Cla….non so se te lho mai detto ma scrivi molto bene, mi hai fatto rivivere momenti che riportano a quei bei periodi della nostra adolescenza, ognuno li puo ricordare a modo proprio con diverse sensazioni e diversi rumori, odori, è però vero che non si puo mai scordare quella santa donna che ci riforniva di acqua…rigorosamente di rubinetto…nelle nostre partitelle nel cortile. Nel soffermarmi a pensare e ricordare quei bei momenti, che credo ricorderemmo per sempre, non posso fare a meno di pensare a come una volta si stava bene con nulla e come ora non si sta mai bene con tutto.
    Riesco a capire il senso di cio che mio padre tempo fa mi diceva…”si stava meglio quando si stava peggio”…e forse è proprio così.
    Ti saluto e mando i miei saluti anche alla cara Enza, che come i miei ricordi non posso mai scordare.
    Ciao Cla

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    1. Grazie Carlo di queste parole. In verità il tema dei nostri giochi di cortile è venuto a galla piuttosto imprevedibilmente giocando a Rain. Scrivendo poi è affiorato in tutta la sua devastante (in senso positivo) carica di nostalgia, ricordi ed esperienza. Speravo che qualcuno con cui ho condiviso nella realtà vissuta questi giochi DEL nostro cortile,leggesse e mi scrivesse due, fosse anche due righe. Queste tue (molto più di due righe!) quietano i miei dubbi che si trattasse solo di ricordi del passato, solo frutto agrodolce ed effimero di una nostalgia-nostalgia-canaglia. Sono realtà e parte di te, di me, di noi. Dante Alighieri N.5. Un abbraccio a Eleonora e falle i complimenti per l’acqua di ottimo rubinetto più buona e dissetante che abbia mai bevuto. Alla faccia delle aziende produttrici (?!?) di acque minerali e di tutte le aziende coinvolte nella privatizzazione dell’acqua!

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    1. Quando vieni colto sul (mal)fatto, l’unica difesa è rimettersi alla clemenza della Corte. Non è che abbia perso per strada la Musa (d)ispiratrice, anzi spesso mi trovo assorto in cenci, frattaglie e sbuffi di stati d’animo e pensieri che potrebbero finire tranquillamente in questo affratto della Rete. Molti di questi flash (A-ha! He’ll save every one of us…chi indovina, oltre alla mia stima e ammirazione, vince una bambolina, orsacchiotto, pesce rosso o gadget totalmente inutile) avvengono quando non ho una tastiera a portata di dita e resta tutto lì sospeso in un limbo. E più il tempo passa e più divento “esigente” con me stesso. Non che mi stia prendendo sul serio, ma cerco quel quid che mi faccia danzare le dita. Questo post di Rain ha avuto una gestazione lunga: non volevo fare una recensione di un videogioco, ma raccontare la sensazione, le emozioni e l’esperienza, attraverso un “mezzo” e un pretesto che non ti aspetti. Prendo atto che con te, cara Simona, ho fallito…RITENTA, sarai più fortunato! Diceva (SEMPRE) l’incarto interno delle gomme di Zio Paperone. Se lo dici tu e Zio Paperone, seguirò l’esortazione. A presto e grazie per la spintarella. Codice penale, Libro II – Dei delitti in particolare, TITOLO V: Dei delitti contro l’ordine pubblico – Art. 414…
      Istigazione a delinquere.

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      1. È uno degli effetti che mi auguro di produrre sul lettore con le mie cose scritte: lasciarsi trasportare da un’onda d’emozione. Divagare e puntare la prua dove più gli piace. Mi fa piacere pensare che lo sbuffo di vento che gli gonfia la vela e lo porta lontano da qui sia un mio soffio…;)

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      2. gelsobianco

        “Mi fa piacere pensare che lo sbuffo di vento che gli gonfia la vela e lo porta lontano da qui sia un mio soffio…;) ”
        E’ un tuo soffio a far andare veloce veloce la deriva del tuo lettore
        🙂
        gb

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        1. Eliminiamo inchini che mi duole la schiena (l’età inizia a sentirsi sulla carcassa) e aboliamo quel “voi” che mi fa …più vecchio. Diamoci del tu e facciam le piroette…di parole, s’intende…che alla mia età certe acrobazie possono essere pericolose.
          (Voce da Fuori Campo: non è l’età e che è pigro, lui dice di non discendere dalla scimmia, ma da un sofa)

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    1. Ha fatto lo stesso effetto anche a me: il momento in cui i due bimbi si incontrano sottolineato dalle note di Ddbussy mi ha dato quella catena di brividi che si rincorrono dietro la schiena, la percorrono tutta dal basso verso l’alto fino ad arrivare alla base della nuca e scaricare un forte tremito piacevole.Come l’ultima battuta del Bolero di Ravel!
      Claire de Lune è poesia senza parole e questo piccolo videogioco riesce a tradurlo in immagini. Immagini silenziose. Non è necessario essere dei videogiocatori: il videogioco è di per se’ molto semplice, lineare e con un’interazione limitata. Non è un capolavoro come videogioco, ma un capolavoro di un nuovo modo d’espressione che miscela più arti.
      Se vuoi ancora commuoverti e non ti fa specie che possa essere un videogioco a generare quest’onda d’emozione, allora ti consiglio To The Moon. Lo trovi qui:
      https://redbavon.wordpress.com/2012/11/06/to-the-moon-un-groppo-alla-gola-per-la-commozione/
      Grazie GelsoBianco

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  3. Piano piano sto recuperando tutti i tuoi articoli sui videogiochi. Finalmente ho trovato qualcuno coi gusti molto simili ai miei!

    Limbo fa parte dei videogiochi che io considerdo “poesia applicata ai videogame”, un piccolo gioiello, un piccolo capolavoro!

    Gran bell’articolo, con le tue parole hai reso la poeticità del titolo, in modo da farla entrare anche a chi non ha mai giocato a Rain.

    La mia (molto più rozza) l’ho scritta solo 4 mesi prima di te, peccato non ci conoscessimo già ma si fa sempre in tempo a recuperare, come sto facendo io proprio in questi giorni!

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    1. Si’ è un piacere incontrare videogiocatori che non sia fermi allo stadio involutivo del bimbo-minchia o che siano a scannarsi per 60 FPS o altri tecnicismi destinati a diventare obsoleti alla prossima generazione.
      Anche io andrò a rovistare nella tua webbettola.
      Grazie per l’apprezzamento: ripaga del tempo impiegato a sbattersi alla tastiera.

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      1. Con uno della vecchia scuola come me è difficile incappare in situazioni tristi che citi ma in effetti ci sono miei coetanei che rispecchiano la tua descrizione… un’amarezza peggiore di incontrare ragazzini che la pensano così solo perché figli della loro generazione.

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