Storie sgangherate #2: Il Piccolo Cocomero

Il Piccolo Cocomero (c)2017 Disegno di Tati
Il Piccolo Cocomero (c)2017 Disegno di  Tati

Questa è una favola sgangherata scritta a due mani, tre teste, un solo cuore.

Una sera di quest’estate, in vacanza a casa al mare, i miei due nani di cinque anni ed io eravamo soli nel lettone senza la mamma, poiché – dice lei – era al lavoro in città.

Tre uomini in un letto è un delirio.

Per tenere buone le due belve di taglia piccola, ho dovuto inventare un’alternativa alla loro ideA di “andare a letto”: “Facciamo a lotta” e “Facciamo i salti”; roba pericolosissima sopratutto in proiezione del ritorno della genitrice. I nani se la cavano con un bernoccolo, io rimedio un sermone epocale con tanto di accuse infamanti e d’infanticidio.

Così ho proposto: scriviamo una storia che poi leggiamo alla mamma quando ritorna? Voi raccontate e io la scrivo.

E così è stato: propongo una favola letta e riletta millemiliardi di volte, Cappuccetto Rosso e a tutti e tre è venuto naturale rimaneggiarla. Si avvertiva del godereccio sadismo in alcuni momenti. Nomi e idee sono dei nani al 90%: alcune davvero strampalate, altre di una tenerezza disarmante. Io ho tenuto solo le fila, fatto opera di “contenimento” e battuto alla tastiera in una lingua, un pelo più comprensibile del nanesco.

Quando i nani hanno accusato una certa pesantezza di palpebre, a parte lo spasso di vederli lottare con il sonno per sentire la fine della storia, è stato necessario il mio intervento: la parte finale del “volemose bbbene” conclusivo risente di una mano più adulta, una testa appena più matura, ma mi sono sforzato di mantenere un cuore da bambino.

Per questa favola sgangherata, raccontata dai miei figli, non ho voluto cercare su Internet un’immagine, ne desideravo una fatta con il cuore e la mano fatata… chi meglio di Tati?

Ringrazio Tati per avermi donato il capolavoro di disegno che potete ammirare in apertura: sintetizza il racconto con un colpo d’occhio. Ne racchiude magistralmente l’essenza.

Buona lettura.

Il Piccolo Cocomero

Autori: Diego, Jacopo e Claudio.

C’era una volta, in un paese chiamato Lontano-Lontano, una famiglia normale: c’era la mamma, il papà e un figlioletto, che vivevano in una casa vicino a un bosco. Nel bosco c’era la casa dove abitavano la nonna e il nonno. Non c’era la babysitter perché a quei tempi le babysitter non le avevano ancora inventate.

Quel giorno che raccontiamo in questa storia, la nonna era a casa della famiglia a trovare il nipotino, che si chiamava Pino, ma i suoi genitori lo chiamavano affettuosamente “Piccolo Cocomero”. Lo chiamavano così perché il suo abito preferito, che non toglieva mai, era un pantaloncino verde e una maglietta, entrambi a strisce verdi. Gli piaceva talmente tanto quest’abito, che si era fatto regalare anche un pigiamino a strisce verdi. Pino era pure un po’ grassottello, sembrava che avesse mangiato un cocomero intero; con quest’abito indosso sembrava proprio un piccolo cocomero.

La nonna chiese a Piccolo Cocomero di andare a casa sua per portare un cestino, pieno di tante cose buone da mangiare, al nonno Stapurrè: si era ammalato e non poteva muoversi dal letto.

Nel cestino c’erano: gustosi panini al formaggio, una buona cioccolata e una bottiglia di latte, lo yogurt alla fragola con i pezzettini di frutta (ma senza gli “smarties”), un bel po’ di squisite frittelle alla crema, che se le avesse mangiate tutte il suo pancione sarebbe sicuramente esploso, un hot-dog, un’anatra di quelle che fanno “peh·peh” (perché al nonno piaceva un sacco farci il bagno nella vasca), una pentola piena di purè, di cui il nonno andava matto, tante caramelle e delle bombe che esplodevano di dolcezza.

Prima che Piccolo Cocomero uscisse dal cancelletto per incamminarsi sul sentiero attraverso il bosco e verso la casa del nonno, il papà si avvicinò al bambino e gli raccomandò: “Fai molta attenzione, figlio mio, non lasciare il sentiero mentre sei nel bosco, perché c’è il Lupo: può fare un solo boccone del cestino e pure di te, che sei pure così paffutello”. Prima di dargli un bacio, il papà mise una mano nella tasca e ne tirò fuori una bomba di quelle che esplodono per davvero nei film e gli disse: “Se vedi il Lupo, tiragliela!..Ma stai attento al botto! Questa è una bomba esplosiva vera, non una di quelle alla crema di cui ti sbafi a mucchi!”.

Cosi, Piccolo Cocomero si avviò, saltellando per il sentiero del bosco e, visto che aveva mangiato da poco e tantissime cose, ogni tanto a ogni saltello faceva un ruttino. Fu molto ubbidiente e scrupoloso: stette sempre attento a non abbandonare il sentiero, neanche per cogliere fragoline e mirtilli di cui era ghiotto e che abbondavano nel sotto-bosco. Ci teneva a fare bella figura con il nonno, per giunta malato. Si sentiva felice di potersi rendere utile.

Piccolo Cocomero arrivò a casa del nonno, tranquillamente. Il Lupo non si era visto né sentito. Aveva incontrato solo un coniglio bianco, che aveva insistito per vendergli un luccicante orologio dorato con tanto di catenella; se n’era quasi convinto, quando il coniglio era d’improvviso trasalito, “È tardi! È tardi!” esclamò e un attimo dopo era sparito nel bosco. Il bosco è proprio un posto pericoloso – pensò Piccolo Cocomero – si sa che il Lupo è cattivo, ma pure i conigli sono strani forte eh?!”

Vide la porta di casa del nonno socchiusa e chiamò: “Nonno Stapurrè, sono Pino! Ti ho portato un cestino pieno di cose buonissime!”. Si sentì chiamare dalla stanza da letto. Entrò saltellando, felice di rivedere l’amato nonno, ma si bloccò d’un tratto sull’uscio della camera dei nonni, quando lo vide sdraiato nel letto.

“Nonno, ma quanti peli hai? Nonno, ma che orecchie grandi e pelose che hai? Nonno, ma che mutandoni grandi che hai? Nonno, ma che canottiera grande che hai? Nonno, ma perché ti sei messo la cuffia della nonna per andare a letto?”.

Il Lupo era entrato a casa del nonno, poco prima che Piccolo Cocomero arrivasse: si era appena pappato il nonno intero in un sol boccone, quando avvertì il bambino arrivare e chiamare il nonno; si era perciò messo, di fretta e furia, qualche vestito che aveva trovato nella camera e si era infilato nel letto matrimoniale dei nonni, pensando così di ingannare il bambino: ci avrebbe rimediato tutte quelle buone cose nel cestino e, se non fosse stato abbastanza, si sarebbe mangiato pure quel bambino così paffutello. Anzi, avvertendo certi rumori nel suo stomaco, decise che avrebbe mangiato sicuramente anche il bambino: come frutta. Un bel cocomero ci stava proprio bene a fine pasto.

Piccolo Cocomero era un bambino piccolo, mica era fesso. Aveva capito che qualcosa non era al posto giusto. Quando il Lupo, così travestito, gli disse di avvicinarsi che non aveva sentito bene le sue domande, mosse i suoi passi lentamente, pronto a darsela a gambe.

Il Lupo, che non stava nella pelle per la troppa avidità, nel mettersi in posizione seduta sul letto ed essere così più vicino al bambino, fece cadere la cuffia della nonna che teneva in testa e così fu scoperto.

Piccolo Cocomero urlò: “Ma tu sei il Lupo!”

Il Lupo iniziò a bofonchiare qualcosa nel suo linguaggio, ma anche se il bambino avesse parlato la stessa lingua, non avrebbe capito nulla perché erano bofonchi anche in lupesco. Il Lupo, allora, si alzò sul letto, il pelo ritto, le zanne e gli artigli ora ben visibili, pronto per balzare addosso al bambino e gli urlò: “È ora dello spuntino di mezzogiorno!”

Piccolo Cocomero non si fece prendere dalla paura, anche se ne aveva molta e, uno dei “grandi”, come mamma o papà, al suo posto se la sarebbe sicuramente fatta addosso.

Non si perse d’animo: mise in tasca la mano, afferrò la bomba e mise il dito sulla sicura. Guardò il Lupo negli occhi e gli disse: “In bOMbA al Lupo”.

Il Lupo fu colto di sorpresa: “Come sarebbe in bOMbA al Lupo? Vuoi dire ‘in bOCCa al Lupo’…” ghignò soddisfatto, pregustando il ricco spuntino e aggiunse: “In bocca al Lupo…Certo, nella mia bocca finirai! “

Piccolo Cocomero tirò la sicura, cacciò fuori dalla tasca la bomba a mano e la fece rotolare per terra.

Il Lupo guardò la bomba mentre rotolava sotto il letto, pensando che fosse qualcosa da mangiare, sollevò la testa giusto in tempo per vedere il bambino fuggire a tutta velocità attraverso l’uscio della casa e…BUM!

Fu un gran botto! “L’aveva detto papà” pensò gongolando Piccolo Cocomero, che ormai era sul prato fuori della casa dei nonni. Vide il Lupo volare dal tetto della casa, sparato in alto come un razzo, sparire nell’azzurro del cielo, riapparire veloce come un razzo ma sparato verso terra e sparire di nuovo in mezzo agli alberi del bosco con un altro, enorme botto. Il Lupo non si sarebbe visto per parecchio tempo da queste parti e, soprattutto, non avrebbe più tentato di mangiare i bambini.

Fu davvero un gran botto! Fu sentito per tutto il bosco e anche oltre, nel villaggio, dove abitava Piccolo Cocomero. Accorsero subito il papà, la mamma e la nonna, preoccupatissimi che fosse successo qualcosa di brutto: il nonno, con l’età, dimenticava spesso le cose sul fuoco in cucina e, a parte i pranzi bruciacchiati, già un paio di volte era successo che la pentola a pressione fosse decollata come un missile.

Quando arrivarono, videro che Pino stava bene, il cestino del nonno era intero e solo la stanza da letto e il tetto avevano bisogno di qualche riparazione. Tirarono un sospiro di sollievo e festeggiarono tutti insieme la brutta avventura finita bene. Tutti insieme: Pino, la mamma, il papà, la nonna e il nonno. Il nonno? Ma il nonno non era stato mangiato dal Lupo?

Sì, è vero. Il Lupo aveva mangiato in un sol boccone il nonno, ma non l’aveva sbranato e masticato. Così, quando il Lupo, dopo un volo così in alto in cielo, precipitò a terra nel bosco, fu talmente forte la botta che scaraventò fuori dalla bocca il nonno: intero, senza un graffio, anche se un po’ umidiccio e puzzolente. La pancia dei Lupi non è proprio un posto pulitissimo.

Piccolo Cocomero divenne un eroe in tutto il paese e tutti vissero felici e contenti, soprattutto il muratore che riparò la casa dei nonni perché si fece pagare il lavoro un sacco di soldi. Homo homini lupus.

…Ma questa storia, bambini, ve la racconto tra qualche anno perché si è fatto tardi ed è ora di fare la nanna…Pure papà e mamma.

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71 pensieri su “Storie sgangherate #2: Il Piccolo Cocomero

    1. “In bomba al Lupo” è un suggerimento di quelli che devi capire il nanesco. Durante la “costruzione” della storia, Diego era in totale fissa con le “bombe” (si è notato, credo), mi voleva fare mettere nel cestino una granata di quelle che esplodono veramente…Ho mediato con le “bombe fritte”, ma Diego insisteva che dovevano esplodere. E sia. Se ne mangi troppe, “esplode” la pancia. Poi il nano mi ha stupito la seconda volta, perché è stato lui a dire letteralmente “bombe che esplodevano di dolcezza”. Mi sono liquefatto. Unfottutoggenio…pure gentile. Jacopo era piuttosto in ansia per Piccolo Cocomero per il fatto del Lupo, perché già sapeva che l’avrebbe incontrato a casa del nonno. Stava preparando l’attacco preventivo. Appena siamo arrivati alla stanza è partito: “papà, buttagli la bomba, buttagli la bomba!”. Negoziare con i due nani stretti a coorte, corsi in difesa di un loro consimile diversamente alto, è stato duro. Gli ho fatto capire che Piccolo Cocomero non lo sapeva e neanche la mamma lo sapeva che lì c’era il Lupo…Così si sono convinti a proseguire: sono volate quindi mutande, calzini, canottiere della nonna, fino all’ennesima negoziazione ovvero la cuffia da notte.
      A questo punto, si è scatenato il delirio. “Buttagli la bomba, papà! Tiragliela in bocca, papà! (corretto visto che il lupo aveva fame…c’è una giustizia terribile in queste piccole testoline).
      In bocca al lupo…la bomba…sì…in bocca al lup…In bomba al lupo! Tiè!
      E con questo pistolotto, pure il “Dietro le quinte” e il “commento del regista”, che nessuno mai vede nei dvd…Ma tant’è!

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      1. E io ti immagino, matita e quaderno… Testa china su foglio e orecchie protese verso la prole… Testa che si alza e poi si abbassa e sul viso un sorriso enorme!
        Il dietro le quinte è la parte che preferisco… È quella della costruzione, delle risate sotto le coperte , degli spintoni e dei compromessi… 😉

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        1. Anche per me il “dietro le quinte” è la parte migliore: è il processo creativo in movimento, le prove, le discussioni, le riconciliazioni….
          Il “lavoro” è stato piuttosto faticoso perché se li lasciavo andare veniva giù qualcosa da teatro sperimentale di Avanguardia Futuribile. Era un continuo “sei OT, sei OT….” Sì insomma, qualcosa del genere per dirgli “resta sul pezzo”…Ma gliel’hanno fatta. Mi hanno seguito. Mi sono sentito un pastore maremmano alle prese con due pecore ubriache che uscivano continuamente dal branco…

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          1. Ahahah! Ti immagino come Nana di Peter Pan…
            Anche Mini quando parte con “disegnamo insieme?” È tutto un colori di qua, matita di là, fai una casa anche un razzo… La porta da calcio… LA PORTA DA CALCIOOOOO! un de li rio 😀

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            1. Nella testa hanno lo stesso putiferio della loro stanza di giochi dopo che sono stati un pomeriggio, magari con qualche altro compagno. La CamboGGGia, la Cambogia dopo le bombe, chiaramente.
              Il loro filo è sottile da seguire, ma quanto è bello quando ci riesci. Quando lo colgo, credo di provare la stessa sensazione del gatto quando finalmente agguanta il filo di lana che gli hai fatto penzolare sul muso – con un certo ludico sadismo – da un quarto d’ora. ZAC! Mo’ t’ho preso!

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              1. immagine perfetta!… sono un esplosione di idee e parole… come non ci fosse un domani in cui tirarle fuori!… ma quando riesci ad acciuffarli ti senti un po’ come il pifferaio magico… il cuore prende la forma di un castello e la faccia si trasforma dalla bellezza del momento… 😀

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                    1. Perché cancellare? Sai che lì dentro ci sono tanti rivoli di racconti. Seguirli tutti ci porterebbe a capire non come stanno realmente le cose, ma che REALMENTE le cose non stanno così come sembra andare il mondo, così come ci vogliono fare credere che sia. Se un gesto semplice di un bambino e – perché no – di un adulto, riesce a farti sentire “un castello morbidoso in pieno petto…”, beh c’è speranza… Poi se ti svegli come un Super Sayan, vuole dire che è vero: cihaiISuperPoteri!

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                1. Si, buffi! Ridacchiano tra loro, si fanno le battute in gemellese (un incrocio tra il nanesco e l’italiano martoriato), si sganasciano ri-raccontandosi la battuta che capiscono solo loro. Sembrano due vecchietti al bar…

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                1. Opterei per iniziare a “recuperare” quanto hai già dato al pargolame…Ma forse è meglio evitare faide familiari. Il PC sta per Personal Computer ed è una guerra che ho portato avanti nella mia famiglia…Con il risultato che l’ho regalato a muglierema uno tutto suo.

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                  1. Liza

                    Dunque
                    L’idea e’ recuperare i pezzi da cambiare
                    Vedi tastiera e una cosa di cui nn ricordo il nome ma che sa’ progenie grande.
                    Marito non mi ha regalato il pc.
                    Un tempo lavoravo e me lo sn comprato .
                    Mettendo da parte gli spicciolini..ora faro’ la stessa cosa..

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                    1. Per forza oh! Non è che le UNI EN, il Sistema Qualità e l’RSSPP (o era RSPP?) so’favole per bambini (ma non c’è l’emoticon con la manella che fa “machebbuo’?”?) (minchia ho creato un mostro: punto interrogativo, virgolette, punto interrogativo, chiusa parentesi….Uanemedopriatorio!)

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        1. Per carità…sorry e perchè? Sono io che sono un esagerato e “carino” è un bel popo’ di complimento. L’ho compreso che era un gran bel complimento.
          Il disegno di Tati per me è veramente un capolavoro perché è riuscita a cogliere l’essenza: agli estremi le sicurezze, al centro le difficoltà (la foresta), la paura sempre in agguato. Ma la salvezza c’è sempre. Una metafora del racconto perfetta.
          Perdonami non volevo essere “riduttivo” con il tuo apprezzamento. 😀

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  1. Per un momento mi son sentito bambino.
    Direi che è il miglior complimento che possa fare!
    E poi Tati, vabbeh, ma lo devo dire? Quando piazza quei disegni, cattura in maniera stupenda i racconti… e ci mette il suo tocco.
    Bravi ad entrambi.

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    1. Beh direi proprio che è un bel complimento. Se non recuperi un po’ di semplicità bambinesca, non potrà mai piacerti la favola sgangherata.
      Su Tati mi sono già pronunciato e se parlo un altro po’ misi rintana Ego e non mi rivolge più la parola 😉
      Grazie Zeus!

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  2. Sei stato il regista di un autentico “capolavoro”!
    I veri protagonisti Diego e Jacopo hanno rivisitato in chiave moderna una favola intramontabile regalandole quel tocco fanciullesco che è riservato agli eletti.
    Il disegno ha interpretato magistralmente la lettura, i colori hanno regalato allegria e reso questa favola – come direbbe Diego – “una bomba”!
    Scrivete più spesso a due mani, tre teste e un cuore … insomma, fateci ancora sognare!
    Un bacino ai due simpaticissimi nanerottoli ed un caro saluto a te :)))

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    1. Ommadonnellabella! Urca che fior fiore di commento. Mi piacerebbe fare di nuovo il “cronista”…più che “regista”, mi sento uno di quegli antichi cronisti che ascolta le storie in giro e la riporta in una forma scritta. Ho l’impressione che logisticamente, con i ritmi del quotidiano, sia alquanto arduo e ripetibile almeno ogni passaggio di cometa di Halley. Comunque ci riproverò perché è stato davvero divertente.E poi guarda quanta generosità e affetto ho raccolto! Va fatto. Mi piace creare questa atmosfera nella mia webbettola.
      Quando ho visto il disegno di Tati, è stata una botta: avevo una certa idea, ma era nebulosa…E’ arrivata Tati e ha spazzato via le nuvole facendomi vedere quel bel disegno che era sempre stato dentro di me e che per tirarlo fuori ho dovuto utilizzare un numero imbarazzante di parole. A Tati è bastato un disegno.
      Quindi alla fine, possiamo tranquillamente proclamare con tono solenne: Migliore interpretazione di una favola sgangherata and Oscar goes to…Diego, Jacopo and Tati!
      A me basta essere seduto nella platea e godermi la premiazione.
      Grazie Affy (i baci di sicuro glieli dò)
      … …

      [mi sento tirato un lembo del pullover slabrato dal basso]
      “Oh che è stato?… …Ah Narcì si ttu? Che c’è nennello?…
      Sì Narcì, ti porto anche a te alla serata dell’Oscar. Certo che ti porto.
      Però, promettimi che quando vedi Nicole Kidman non inizi a dare di matto…”
      “Giurin giurello mi potesse cadere il pisello”
      “Bene, affare fatto”
      [di nuovo mi sento tirato un lembo del pullover slabrato dal basso]
      “Narcì, mò che bbuò?!?…Ok va bene…glielo dico a Zia Affy…glielo dico subito…”

      Affy ti manda un bacio Narciso 😉

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    1. Grazie grazie grazie grazie. In quanto al dono di cui parli, in realtà non saprei…È un loro stato naturale l’alter Sto arrivando! la realtà degli adulti. Io ho solo cercato di trasferirlo in italiano comprensibile questo loro gioco naturale con la realtà è con ciò in cui si imbattono per la prima volta. Questo se vuoi e il vero dono (ma poi svanisce con l’età)
      Direbbe Darth Vader: “La Forza del Cazzeggio scorre potente nei figli di Obawan Klanobi!” 😉

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