Gli Space Invaders invadono la Musica

Space Invaders non vennero in pace e noi gliele...suonammo!

Space Invaders non vennero in pace e noi gliele…suonammo! (by RedBavon)

Nuove rubrichette escono dalle fottute paginette di questo blog al ritmo di bit e beat. Make some noooise!

Pong, Space Invaders. Donkey Kong e Mario sono le icone del Videogioco, che in momenti diversi sono stati sdoganati dai media tradizionali presso la cultura di massa. Google ha spesso utilizzato queste icone per rinfrescare il proprio logo sulla pagina di ricerca, di recente i 40 milioni di Super Mario Run scaricati in 4 giorni su Apple Store hanno sbriciolato ogni altro record di download.

A un’osservazione anche superficiale della cultura del gaming, inevitabilmente ci si ritrova invischiati in una ragnatela di archetipi del passato e forme di nostalgia.

Il fenomeno “retro” associato alla nostalgia può essere inteso come una sorta di ripetizione estetica della cultura mediatica, che mira a una dimensione conciliata dell’esperienza, avendo come riferimenti centrali gli stili audio-visivi a partire dagli Anni Ottanta, come Pong, Space Invaders. Donkey Kong, Mario, fino ai più recenti come Lara Croft (Tomb Raider, 1996) e Grand Theft Auto (GTA III, 2001)

Il fatto che il Videogioco sia considerato dai più una sotto-cultura è tema a me caro e spesso, anche come provocazione, tiro in ballo il Videogioco anche in contesti apparentemente estranei, come mi appresto a fare nelle righe che seguono: l’influenza dei videogiochi nei clip di musica pop.

Le videoclip musicali ci intrattengono grazie all’associazione di immagini, musica e parole, contribuendo sensibilmente al successo di artisti e alla popolarità delle canzoni. Alcune canzoni, al di là della loro capacità di (s)muovere anima e parti del corpo in maniera più o meno coordinata, si ricordano per la sua videoclip: una su tutte è “Thriller” di Michael Jackson.

I videogiochi ci intrattengono grazie all’associazione di immagini, suoni, musica e parole, ma sopratutto grazie all’interazione su schermo e alla costante tensione e sfida. Perché non provare a unire i due modi di intrattenere ed emozionare?

Gli artisti musicali hanno utilizzato con una certa frequenza l’estetica audio-visiva del Videogioco, soprattutto utilizzando le icone che oggi associamo al fenomeno “retro”.

Questa influenza dei videogiochi non dovrebbe neanche troppo sorprendere: diversi musicisti hanno mosso i loro primi passi grazie al computer Atari ST (1985), che fu surclassato in termini di vendite dal concorrente Commodore Amiga, sebbene la libreria di videogiochi fosse praticamente la stessa e di qualità similare o di poco inferiore.

Dungeon Master pubblicato nel 1987 prima su Atari ST fu per circa un anno causa di parecchi travasi di bile degli "Amighisti"

Dungeon Master pubblicato nel 1987 prima su Atari ST fu per circa un anno causa di parecchi travasi di bile degli “Amighisti”

L’Atari ST, tuttavia, diventò il punto di riferimento per i musicisti che si avvicinavano alla tecnologia digitale e al sequencing software. L’Atari ST, infatti, aveva di serie una porta MIDI, che insieme all’utilizzo dei campionatori Roland, Yamaha e Akai permetteva di emulare gli strumenti acustici e, nel 1985, avere uno studio di registrazione a casa con un investimento accessibile. Uno degli attuali software più diffusi tra musicisti e tecnici del suono è Cubase e fu scritto per la prima volta per Atari ST.

La prima citazione viene facile perché riguarda una band famosa e una canzone di grande successo: “Californication” dei Red Hot Chili Peppers, che utilizza l’estetica dei videogiochi del Nintendo 64 e cita Grand Theft Auto (GTA), 1080° Snowboarding  e giochi di sport estremi come TrickStyle e Airblade.

E quale migliore forma espressiva per quel capolavoro tra dance e trip-hop di “Hyperballad”, un inno meraviglioso alla Natura della fisicamente minuta e musicalmente gigantesca Björk?

Un’artista dalla voce che sa urlare e sa sussurrare visioni oniriche in bilico tra una quotidianità grigia e robotica e una vita in armonia con la Natura, magnifica, magica, infinitamente più semplice. E questo video spiazza per la semplicità dello sprite che corre in uno scenario urbano e metallico, apparentemente immediato ma da intepretare se si vuole penetrare nella rappresentazione interiore e visionaria dell’artista.

“Ong Ong” dei Blur è una gioiosa citazione di Kirby (Nintendo) e Pac-Man (Namco).

La videoclip è ispirata all’estetica dei videogiochi Atari: una pallina gialla attraversa scenari dai colori vibranti nello stile dei videogiochi platform, finendo per imbattersi nei componenti della band, che nel gioco interpretano i boss di fine livello, cioè un cono gelato, un paio di grandi insettoni e un pingue mostro rosso.

L’album da cui è tratto “Ong Ong” è ‘The Magic Whip”, registrato presso gli Avon Studios a Hong Kong. L’album rappresenta il ritorno della band a distanza di 12 anni da “Thinktank” del 2003 ed è interessante notare l’influenza di tale parte di Oriente sulla musica dei Blur, pionieri del movimento Brit-pop e che, con “Country House” e “Park Life”, hanno descritto in maniera perfetta la vita inglese degli Anni Novanta. Nel XXI secolo la Cina ha assunto un essenziale ruolo nelle relazioni internazionali e influenza nel mondo, “Ong Ong” è un manifesto di questo cambiamento di influenze anche nella musica di una delle band più “british” del panorama musicale mondiale.

L’estetica “retro” è evidente nell’art design del “prodotto” video, come per esempio nel caso di “Move Your Feet” di Junior Senior in cui sono chiari i riferimenti: la grafica “blocchettosa”, la palette limitata di colori, l’animazione è tipica dei primi computer a 8 bit, come il Commodore 64 o, come stile, alle prime avventure “punta & clicca” della Sierra per DOS su PC, come King’s Quest e Space Quest.

Moby, dopo due album, “Hotel” e “Last Night”, capaci di scatenare il dancefloor, sorprende con “Wait for Me” dal sound defilato, quasi statico, agrodolce, con un mood tendente al blue: sembra suggerire all’ascoltatore che è tempo di riflettere.

Il video della canzone “Wait for Me” è una perfetta citazione dell’estetica e della meccanica dei videogiochi platform dell’epoca 16 bit: sprite, scenari, palette di colori ricordano i videogiochi che giravano su Commodore Amiga

La musica pop fa riferimento ai videogiochi del passato sia perché è intenzionalmente rivolta a una particolare audience “alternativa”, sensibile a nuove forme e prodotti dei media, sia perché è una lettura in chiave critica o ironica della stessa cultura video-ludica, musicale o politica.

La videoclip di “Rock ‘n’ Roll Highschool” della band svedese dei Teddybears Sthlm feat. Thomas Rusiak inizia con una scritta eloquente: “Insert coin”.

Il video sembra un filmato demo di un coin-op della fine degli Anni Ottanta

Double Dragon (1987)

Double Dragon (1987)

Vi sono tutti i cliché delle “high school” americane e dei “party” con fiumi di birra e gente che vomita, donnine discinte e automobili sportive; vi è anche una critica all’industria musicale quando, a circa metà del video, da una bianca limousine esce un pingue produttore musicale con tanto di codino e una valigia piena di soldi; vi è anche autoironia quando i componenti della band si ritraggono mentre mostrano il “Disco d’Oro” come trofeo e il produttore gli fa piovere addosso banconote come coriandoli a Carnevale.

Un  altro esempio dell’uso critico e parodistico del tema del “retrogaming” è “Comic Bakery” dei danesi Press Play On Tape, che si autodefinisce una “band rock e bit pop”.

“Comic Bakery (Larger than Pop Boyband mix)” è una parodia delle boyband, in particolare i Backstreet Boys, con un risultato intenzionalmente comico. Il tema è l’amore adolescenziale sia perché contenuto ricorrente nei testi delle canzoni delle boyband, sia perché i “bellocci” delle boyband erano oggetto dell’amore incondizionato di stuoli di ragazzine strepitanti. I versi di Comic Bakery cantano tutto lo spettro delle emozioni dell’amore adolescenziale, salvo capire che non sono verso una ragazza, ma verso un computer, il Commodore 64.

You remember first time we met – how I told you
I had to make you mine?
Who can blame a young boy for wanting to hold you
because you look so fine

Let me tell you once more
You’re the one I adore
You’re my C64!

Lo stesso nome della band “Press Play On Tape” è una citazione della stringa di testo che appariva sullo schermo del Commodore 64 per avviare un gioco dalla più diffusa memoria di massa dell’epoca, cioè un comune registratore a cassette: la loro musica è fatta di basso, batteria e chitarre distorte, mixate su musiche di videogiochi del Commodore 64. La musica originaria è composta da Martin Galway per la conversione su Commodore 64 del videogioco Comic Bakery di Konami per computer MSX.

press_play_on_tape

Come è possibile notare dagli esempi citati, i “vecchi” videogiochi si prestano a essere utilizzati dagli artisti musicali  con un grado di versatilità elevato, dal semplice citazionismo estetico a un differente modo di “raccontare”.

L’utilizzo di un canone estetico più semplice, bidimensionale, percepito dai più come “innocuo” perché i “giochini” sono roba per bambini, può diventare una sorta di “trojan” nascosto nella Musica poiché nel suo essere “industria” ha perso parte del potere di denuncia, liberazione e ribellione al “sistema”. In questa Industria, fatta di cliché e regole d’ingaggio precise, l’artista che non voglia rinunciare alla denuncia, alla sfida, alla parodia può farlo con un linguaggio, superficialmente etichettato come “da nerd”, tuttavia non solo per “addetti”, ma trasversale attraverso le diverse generazioni.

Avviene un “corto-circuito” fertile come per gli anime giapponesi: il linguaggio dell’animazione – per noi occidentali “cartoonesco”, per bambini – viene utilizzato dagli artisti giapponesi per raccontare tutti gli aspetti della vita e, in particolare, può essere usato per raccontare in modo più “rispettoso” temi assai delicati e drammatici, come il dramma dei minori abbandonati in Hotaru no haka (Una tomba per le lucciole) o l’orrore atomico in Pika-Don e nei due Hadashi no Gen (Barefoot Gen).

La videoclip è diventata nell’industria musicale “abitudine” e “tradizione”. Il retrogaming usato nelle videoclip segna un rinnovamento, non limitato al mixaggio di nuove musiche con quelle dei vecchi videogiochi oppure alla realizzazione del “prodotto” video con un’estetica alternativa. Il rinnovamento è nei modi con cui artisti e consumatori condividono la loro esperienza con i videogiochi, rielaborandola nel mix di nuovo e nostalgia.

La linea di separazione tra “consumatori” e “produttori” di tali contenuti non è ben definita: ogni consumatore può essere un potenziale artista, il cui talento deve essere semplicemente portato alla luce. Chi è cresciuto negli Anni Ottanta e ha partecipato alla nascita del nuovo medium, di nuove forme espressive, attribuisce un valore al patrimonio di emozioni ed esperienze personali, che esteso a una più ampia comunità sociale diventa patrimonio culturale.

Il retrogaming è una vera e propria eredità culturale, che si rinnova di generazione in generazione: per ognuna di queste, i “vecchi” videogiochi di riferimento possono essere diversi, Pong, Donkey Kong, Double Dragon, Lara Croft, che attraverso la musica vengono tramessi al di fuori della comunità di videogiocatori, che da ristretta è diventata diffusa, da prettamente adolescenziale è diventata matura. In altre parole, il retrogaming da “sotto-cultura” diventa parte della cultura pop, cioè “popolare”.

Mentre cercavo informazioni e materiale per sviluppare, su uno straccio di fonti, la mia balzana idea di bit che incontrano il beat, mi sono imbattuto in un numero spropositato di artisti che utilizzano i videogiochi nelle loro videoclip, a differenti livelli, dalla ripetizione estetica a un vero e proprio meta-linguaggio. Oggi, quindi, nasce una nuova rubrichetta, tutta musica e videoclip, a bassissimo contenuto di parole (se ci credete…), dal sobrio titolo:

Bit+Beat=Make Some Nooooise!

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5 responses to “Gli Space Invaders invadono la Musica

  • The Butcher

    Il fascino dei giochi retrò. Ultimamente nel mondo videoludico ho visto molti progetti basarsi su questi giochi che hanno fatto la storia. Mi piace anche come questo fascino abbia “invaso” il mondo della musica.

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    • redbavon

      Le produzioni cosiddette “indie” grazie alla digital delivery e a portali come Humble Bundle, Bundlestars e – incredibile a dirsi – l’italiano Indie Gala stanno riscuotendo interesse e riscontri di vendite. Molte degli indie sono team piccoli e con il background che ho tentato di sintetizzare in questo post, pertanto non è raro assistere a videogiochi con art design esplicitamente “retro”: da una parte una specifica direzione artistica; dall’altra un modo per semplificare la produzione con risorse limitate.
      I risultati sono chiaramente alterni, ma nel complesso assai positivi per l’industria (che vi ha ritrovato un po’ di originalità) e per i videogiocatori.
      Conferma che il retrogaming e’ sinonimo di “classico” che vince sul Tempo.

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  • Zeus

    Ecco, ho recuperato anche il post giusto. A forza di entrare e uscire da questo WP, mi perdo pezzi dietro… neanche fossi uno di The Walking Dead.
    Bel pezzo, scritto ottimamente e ottimi rimandi. Non mi ricordavo il video dei RHCP sai? Me l’ero scordato completamente. Ma devo ammettere che, all’epoca, dove vivevo non era servita da Mtv e perciò potevo vedere quei quattro video in croce di MusicBox.
    Penso abbiano fatto passare fra le 600.000 e il 1.000.000 di volte quelli di Manson e i Bad Religion e poco o niente questi.
    Comunque è vero, le vecchie tecnologie vengono riprese sempre di più… un po’ perché danno possibilità di sfruttare una modalità un po’ “vintage” e “retro”, ma senza senza essere vecchi (fanno riaffiorare passioni sopite e ricordi d’infanzia/adolescenza), un po’ perché l’essere nerd è passato dall’essere una cosa “temibile e disdicevole” agli occhi della popolazione, all’essere un nuovo/vecchi modo di essere fighi. Se no, allontanandoci dalla musica, non si spiegherebbe il successo di The Big Bang Theory che, pur possedendo tutti i crismi di serie televisive anni 90 come Friends, ha anche quella componente nerd che, fino a quel momento, era appartenuta a Steven (il nero con gli occhiali enormi) e che era tutto fuorché figo.
    Rimane sempre quel binomio vecchio-nuovo e vecchio e rinnovato.
    Nella musica funziona sempre.

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    • redbavon

      “…Quel binomio vecchio-nuovo e vecchio e rinnovato.Nella musica funziona sempre”. Le note dopotutto sono nove 😉
      Sì, è vero, c’è anche questo “sdoganamento” dei nerd, anche perché chi era nerd ieri, oggi è adulto ed è perciò un potenziale consumatore/target di mercato. Steven, che sei andato a ribeccare! Vero, verissimo. Penso che il nerd abbia ancora una carica fortemente “innocua” per la massa, mentre da alcuni musicisti sembra sia usata in modo non ortodosso: tranquillo sono nerd…tranquillo sono uno che gioca ai videogiochi…tranquillo…Che poi te le canto in parole e versi quanto il tuo mondo fa schifo. It sucks!
      C’è parecchio in giro, sono riuscito a fare un bel listone e continua ad aumentare, tutto di differente estrazione musicale e generi contaminati…ma di metal mi pare ancora nulla.

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      • Zeus

        Già. L’adulto che un tempo giochicchiava o che, guarda te, andava nelle sale giochi per passare un po’ di tempo con gli amici, è il target principale. E, per i più giovani, c’è l’aura del “tempo mitico passato”. Che non fa mai male.

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