When worlds collide: Florence canta per Final Fantasy XV

Florence and The Machine interpreta magnificamente la cover del classico senza tempo di Ben E. King, “Stand by Me”, eseguita da un’orchestra sinfonica, per la colonna sonora del trailer del nuovo attesissimo capitolo di una delle serie più iconiche dei videogiochi: Final Fantasy XV.

Sono soddisfazioni!

Florence Welch è una delle voci più originali degli ultimi anni. Dopo avere ascoltato il suo primo album, Lungs, l’ho attesa per una definitiva consacrazione nella mia Hit-list che è arrivata con il suo secondo, Cerimonials, di cui potete leggere il mio innamoramento musicale tra queste pagine. Il suo recente e terzo album How Big, How Blue, How Beautiful è un ulteriore conferma di una voce, che è uno strumento in sé, coinvolge e avvolge con musica e testi che sorprendono e lasciano l’ascoltatore ebbro di vibrazioni che riempiono degli spazi pensati vuoti e ridonano tensione a corde da tempo lasche.

Il fatto che un’artista di questo calibro collabori con la produzione di un videogioco e, in particolare Final Fantasy, che è una serie cui sono fortemente legato, mi fa gongolare per la soddisfazione e urlare “Yeeeeeesssss!”.

E’ una conferma di quanto vado sbattendomi in diversi post della rubrichetta Il Pixel Quotidiano, cronache di ordinaria vita digitale e – in sintesi – esposto al pubblico ludibrio nel “manifesto” Video’gioco (quant’è bello, spira tanto sentimento): è segno dell’evoluzione e maturità del medium, è un altro tassello che legittimamente rivendica la dignità del Videogioco al pari del Cinema, della Letteratura, della Musica, del Teatro e di tutte quelle forme espressive che arricchiscono l’esperienza umana.

E’ un pò che non blatero di Videogioco e del suo valore transmediale, dell’essere considerato “periferia” rispetto a Letteratura, Cinema e Musica.
Sposo la tesi di Henry Jenkins sulla convergenza dei media, che non è tecnologica, ma culturale (“Cultura convergente”, 2006, trad. it. 2007 Apogeo).
Dove Vecchi e Nuovi media entrano in collisione, la convergenza prende forma in un processo “top-down”, dalle decisioni prese dalle multinazionali dell’intrattenimento di massa, interessate a fare circolare su ogni medium possibile i propri contenuti, di cui detengono ed esercitano il controllo. Un’offerta dove ogni occasione di consumo rimanda e richiama un’altra, in un andirivieni  e moltiplicazione delle esperienze per l’affermazione commerciale e radicalizzazione di ”massa” di un dato franchise.  Il fine è la massimizzazione del profitto e ampliare il potenziale di mercato.
Allo stesso tempo, la convergenza dei media si forma “bottom-up”, dalla spinta partecipativa degli utenti/consumatori, che desiderano dare una personale interpretazione, modellare il medium sulle proprie vite e “sovvertirne” l’utilizzo raccontando le proprie storie. Riutilizzano i contenuti esistenti per rimescolarli e creano nuovi contenuti multimediali in nuovi “contenitori”,”spazi illegali” secondo le multinazionali.

“They want the media they want when they want it and where they want it”

(cfr. Eight Traits of the New Media Landscape © 2006 Henry Jenkins)

Diverse volte mi sono addentrato in un ginepraio di accostamenti non ortodossi – “illegali” – di alcuni prodotti “tripla A”, come accaduto per The Last of Us e L.A. Noire. I prodotti “tripla A” sono il perfetto modello di convergenza “top-down” al servizio e sotto controllo delle multinazionali: produzioni milionarie che, al primo successo, vengono declinate e reiterate in un “more of the same” di capitoli successivi e “spin-off”: Assassin’s Creed ne interpreta perfettamente il modello, così come Grand Theft Auto, Call of Duty, Halo e lo stesso Final Fantasy.

Più agevole mi è stato accostare due “mondi”, due culture, con le piccole produzioni di software house indipendenti (i c.d. “indie”): Rain, Journey, To the Moon, Never Alone, Floating Cloud God Saves The Pilgrims, de Blob.
Così è possibile venire a conoscenza di realtà lontane e così piccole da non essere più rappresentate dai media tradizionali attraverso un semplice platform: Never Alone, che racconta degli Inuit. Così non posso fare a meno di riflettere sui confini convenzionali dell’idea di normalità venendo a conoscere dell’esistenza della Sindrome di Asperger grazie a To the Moon: in gola un groppo che non sale e non scende. Così posso vivere in prima persona “La Strada” di Cormac McCarthy, vincitore del premio Pulitzer nel 2007, in The Last of Us, un viaggio in un mondo martoriato post-Apocalisse di un uomo e una ragazzina, due sconosciuti, l’uno potrebbe essere padre dell’altra, un rapporto tra due sconosciuti che si evolve nella direzione opposta a quella in cui va il resto del mondo intorno: l’uno si prenderà cura dell’altro, proprio come padre e figlia. Così mi coglie una malinconia leggera, un richiamo profondo del ricordo dell’infanzia, ascoltando Clair de Lune di Claude Debussy mentre gioco a Rain.

Smettete pure di leggere questo post, ma prendetevi 5 minuti per ascoltare Clair de Lune interpretata dalla georgiana Kathia Buniatishvili.

A volere leggere tra i pixel, non siamo in presenza di contenuti o messaggi complessi, sia nel caso dei “tripla A” sia degli “indie”, ma è evidente l’evoluzione del medium, coerente con la sua giovane età, pure tuttavia già potente, evocativo, trascinatore, ispiratore e, più di altri, interattivo.

Lungi da me l’affermazione tout court che il Videogioco sia “arte”, ne rivendico però la stessa dignità di altri media più tradizionali e consolidati, considerati “di massa” sia per consuetudine di fruizione sia per facilità di accesso. Normale è trovarsi a parlare davanti alla macchinetta del caffè dell’ultimo film visto al cinema; sei un alieno se inizi a confrontare Journey e lo storytelling dei film “on the road”, provochi l’effetto “sfollagente in mano a celerino che carica i manifestanti” se racconti del legame di To the Moon e la sindrome di Asperger, spuntano sorrisetti compassionevoli se ammetti apertamente che a 48 anni ti piacciono – come dicono gli “adulti” –  i “giochini”. Termine odioso, spregiativo per il Videogioco, termine che magicamente diventa fonte di voyeuristica pruderie e pecoreccia ilarità quando i “giochini” vengono fatti, invece che con il joypad, con frustini e tutine in latex che non indosserebbe nemmeno Catwoman ubriaca fradicia.

“Non si può migliorare “Stand By Me”, ovviamente. È una delle canzoni più belle mai scritte, ma ho cercato semplicemente di portare la canzone nel mio mondo e in quello di Final Fantasy. Ho sempre considerato questa saga come qualcosa di epico, mitologico e pieno di bellezza”. Questo il commento entusiasta di Florence, ma anche volendo considerarlo come una “marchetta” propinataci abitualmente dal marketing, l’importante è che collaborazioni di questo tipo arricchiscono l’esperienza. “Stand by Me”, arrangiata per l’orchestra e cantata dalla sublime voce di Florence, aggiunge una dimensione più evocativa e vicina al nostro modo di associare emozioni, sensazioni e pensieri. Quelle immagini in movimento che non subiamo passivamente, ma su cui abbiamo un – seppure limitato – controllo, diventano un driver più efficace per attivare i processi tra cuore-cervello-e-viscere attraverso un nuovo linguaggio multimediale, nel senso più autentico dell’altrimenti abusato termine.

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