Mela a El BaVón Rojo: la bruja

Mela è stata qui

Mela è stata qui

Ho lasciato Mela, silenziosa che scriveva sul suo quaderno, seduta al tavolo di El BaVón Rojo. Questo è il racconto di come ci è arrivata e il suo punto di vista su questa bettola, in cui – se non fosse per la sua adorabile marmaglia frequentatrice –  non ci metterebbe piede nessuno…Dal tramonto all’alba.

Autrice: lamelasbacata

La bruja

Mi chiamo Corazón Maria Candela, ma per tutti da tempo immemorabile sono soltanto Mela.

Mia madre si chiamava Rosa. Ricordo le sue braccia morbide e calde mentre mi cullava, la voce dolce con cui intonava una ninnananna per farmi addormentare, i lunghi capelli neri profumati di lavanda e la sua bocca di rosa scarlatta.

Mia madre era la puta del villaggio più pidocchioso dello stato di Veracruz, mio padre forse un gringo di passaggio che le piantò un fiore nella pancia, lasciandola a marcire nel disprezzo e nella miseria.

Di mia madre ho solo i pochi ricordi di neonata e uno scialle di seta nera ricamato di rose, che porto avvolto attorno alla testa come un turbante; da mio padre ho ereditato una chitarra malconcia, i capelli rossi, gli occhi verdi e la pelle bianca che mi hanno attirato l’odio dell’intero villaggio.

Ricordo ancora gli sputi al mio passaggio, i gesti scaramantici, i mazzetti di rosmarino che venivano appesi allo stipite delle porte, la cantilena dei bambini a scuola bruja, bruja, vattene via.

Vivevo con la mia abuelita, la levatrice, la curandera più famosa e rispettata di tutta la regione ed è solo grazie a lei se non sono finita ammazzata a sassate e buttata nel deserto in pasto ai coyote.

La sera davanti al fuoco nonna mi raccontava le leggende delle sue antenate, mi insegnava l’uso delle erbe, della magia bianca che cura il corpo e l’anima e cantava per me con la sua voce dolce e flebile.

«Querida, tu sei una donna speciale, lo vedo nel solco della tua mano, l’ho letto nelle stelle. Tu hai un dono, puoi vedere il futuro, puoi chiamare a te le cose prima che accadano. Hay que tener cuidado, mi hija. 
Il tuo cuore è di cristallo, non devi avvicinarti alla felicità perché essa ti è negata. Potrai rendere felici gli altri curando i loro mali, cantando per loro e prestando orecchio al loro dolore. Ma guardati dall’amore, non cercare una felicità che non potresti tollerare. Limitati a osservarla da lontano, come si fa con l’arcobaleno. Non cercare di afferrarla, la felicità è una farfalla che deve volare libera.»

Io sorridevo tristemente, ogni parola di nonna mi si conficcava profondamente nel cervello, e scrivevo, scrivevo con foga nel grosso quaderno rilegato in pelle che mi aveva regalato. Raccontavo storie, immaginavo mondi, descrivevo la vita che avrei voluto, ciò da cui avrei voluto scappare, i desideri che non si sarebbero realizzati.

Quando nonna morì, la notte stessa del suo funerale, prima che la superstizione dilagasse come un fiume in piena che mi avrebbe travolta e uccisa, riempii una vecchia valigia con i pochi ricordi di mia madre, il mio quaderno, la chitarra di mio padre e i pochi stracci che costituivano il mio abbigliamento.

Avevo quindici anni, il cuore di cristallo batteva furiosamente nel petto come dovesse schiantarsi da un momento all’altro e il deserto di notte mi faceva meno paura della quiete della mia casa.

Camminai a lungo finché non trovai un passaggio su un grosso tir diretto negli Stati Uniti. Il gringo che lo guidava aveva una grossa pancia da bevitore ma non puzzava di sudore come alcuni dei miei compaesani. Teneva sul cruscotto una foto della famiglia che lo aspettava al Nord e voleva solo la compagnia di una donna che gli tenesse caldo di notte. Non fu cattivo con me, eravamo due animaletti solitari e fu uno scambio equo. Lui mi nascose al confine permettendomi di entrare nel paese delle meraviglie, io gli donai un poco di carne giovane da stringere.

L’America è un grande paese in cui è facile condurre un’esistenza nascosta. Io avevo imparato a rendermi invisibile negli anni della mia fanciullezza e così continuai a fare. Divenni molte persone diverse, cameriera, donna delle pulizie, lavapiatti, cartomante per la strada, cantante di musica folk nei locali fumosi di periferie tutte uguali, senzatetto in un periodo in cui le cose diventarono difficili e il buonsenso mi consigliò di sparire nella terra dei dimenticati.

Ogni volta che la felicità si avvicinava un po’ di più sentivo come un campanello di allarme nella testa, i pollici iniziavano a prudere per avvisarmi del percolo e alzavo i tacchi, gettando la maschera incrinata per indossarne una nuova di zecca.

Non posso raccontare perché sono tornata in Messico, sono coinvolte altre persone che soffrirebbero se rivelassi i miei segreti. So solo che un giorno, molti anni dopo essere partita senza rimpianti, mi sono trovata a varcare la frontiera con pochi soldi, il mio quaderno nella borsa e la chitarra a tracolla.

Una sera sono entrata in una bettola dal nome invitante, El BaVón Rojo, e in questo posto strano e fumoso, troppo per i miei gusti, ho trovato una sorta di famiglia e qualcosa di molto pericoloso per me, una strana felicità che fa tremare il mio cuore di cristallo. El Rojo mi ha raccolto come un gatto randagio, io mi rendo utile con lavori di pulizia del locale, lavo i piatti e curo qualche testa rotta quando il veleno, che qui si ostinano a chiamare Grog, dà alla testa degli incauti bevitori.

Questa sera c’è molto movimento. Mi sono seduta al mio solito tavolo d’angolo e faccio finta di scrivere, assorta nei miei pensieri. El Rojo sa che non deve disturbarmi quando sono nella mia tana, come la chiama scherzosamente lui, ma questa sera è arrivato con un straniero che tratta come un vecchio amico e sta presentando in giro. Non sono in vena di fare amicizia, non lo sono mai in realtà, perciò mi limito a uno sguardo fintamente distratto, un cenno di capo e torno a giocherellare con la mela che ho davanti. Anzi, proprio per scoraggiare chiacchiere indesiderate, tiro fuori gli aculei e chiedo allo sconosciuto di non fumare accanto a me. Di solito questo basta ad allontanare i fumatori accaniti, facendomi riguadagnare la mia solitudine.

Sento una mano che mi sfiora cautamente la spalla, mi volto e non posso trattenere un sorriso alla vista di Narciso. Adoro questo nanerottolo biondo con cui ho fatto immediatamente amicizia. Per molti versi siamo uguali noi due, bizzosi, selvatici e molto umorali; forse perché siamo entrambi “diversamente alti”, siamo abituati a vedere le cose dal basso, da un’altra angolazione e a metterci in punta di piedi per farci largo nella vita. Mi guarda serio con occhi tristi, gli trema un pochino il mento mentre mi chiede «Allora hai deciso?». Io annuisco senza parlare, lui fa un sospiro, posa una bottiglia accanto a me, mi fa l’occhiolino indicandomela, e se ne va.

Guardo la bottiglia, certa che sia quella porcheria di Grog Gran Reserva Especial Reposado Mmmuy rrrrreposado che El Rojo spaccia per nettare degli dei, invece trattengo una risata quando mi accorgo che Narciso mi ha portato una preziosissima bottiglia di Manzanilla invecchiato. Quando El Rojo lo scoprirà gli verrà un colpo!

Sorseggio lo sherry che sa di miele e oro pallido e mi guardo intorno. C’è Tati che disegna, ha il corpo in perenne movimento, gli occhi pieni di stelle e sembra in attesa di qualcosa o qualcuno. Lo straniero e il Virgilio che lo accompagna in questo girone sembrano un po’ spaesati. Ade sta mostrando i tatuaggi a una bella ragazza con un paio di tette notevoli, suscitando l’irritazione di un gruppetto di turisti alticci poco più in là. La rissa sul palco sta raggiungendo livelli interessanti e forse posso sfruttarla a mio vantaggio.

Mi alzo, afferro la bottiglia e due bicchieri, aggiusto la sciarpa di mamma che lascia sfuggire i capelli rossi e mi avvicino a tiZ. È una donna dolce come un babà ed esplosiva come un vulcano ma è sincera e delicata e la musica non conosce segreti per lei. Mi piace molto, mi mancherà. Le circondo le spalle con un braccio, le parlo all’orecchio, cose da donne che gli uomini non possono capire, accenna una risata, uno sbuffo di insofferenza nei confronti degli altri due zucconi sul palco e di El Rojo e i suoi ospiti che si godono la scena. Scrolla la criniera di capelli, un’ultima occhiataccia al Principe e a Zeus «Non finisce qui, sappiatelo», poi si dirige verso le cucine, borbottando di non so quale prelibatezza che cuoce nel forno.

El Rojo mi fa l’occhiolino e tira un sospiro di sollievo, Zeus si allontana dal palco con la scusa di bere qualcosa, anche se continua a puntare la barista bruna che sorride facendo finta di non vederlo. Benedetto ragazzo, vorrei dirgli, fatti avanti che è cotta di te. Non capisci che sta mettendo alla prova il tuo interesse per lei? Uomini….. mah!

Vado dal Principe, gli porgo un bicchiere di Manzanilla e gli faccio la mia richiesta, con voce che trema per l’emozione. Stare vicino a lui è come assorbire l’energia della kryptonite e ho le gambe molli. Lui beve il mio nettare pensoso, poi sorride e afferra una chitarra acustica.

Faccio un cenno a Narciso che abbassa le luci, mi siedo su uno sgabello accanto al Principe che già arpeggia con dita sottili, verso un bicchiere di vino per ciascuno e li poggio sul tavolino che ci divide. Poi iniziamo a suonare ed è davvero come salire la scala del paradiso.

A metà dell’esecuzione, quando il ritmo si fa travolgente, alzo lo sguardo per vedere la gente che balla impazzita e sento che il cristallo sta iniziando a creparsi come ghiaccio sottile.

Sono appena svanite le ultime note quando tiZ fa il suo ingresso reggendo tra le mani un monumentale sartù di riso. «A tavola che è caldo!» esclama e affonda il coltello nella crosta dorata. Il profumo è da svenire e tutti si precipitano con i piatti in mano.

Ripongo la chitarra nella custodia, ho già la mia sacca a tracolla. Sistemo meglio i capelli nella sciarpa, mi copro con il poncho di lana nera e, approfittando della confusione, mi avvio silenziosa verso la porta.

Mi giro a guardare la confusione allegra che si diffonde nel locale, le risa, il vino che scorre, El Rojo che ride a crepapelle con la bocca piena. Ho gli occhi che lacrimano, saranno le trecce di cipolle appese o forse il fumo, decisamente troppo per i miei gusti. Guardo nell’angolo, là dove so che lo troverò. Narciso mi manda un bacio con la punta delle dita. Il cristallo tintinna pericolosamente. Esco nel buio e mi chiudo la porta alle spalle.

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