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7:30 A.M.

When I see you sky as a kite as high as I might I can’t get that high (cit. The Cure). Foto: RedBavon@New York © 2009 RedBavon

A volte certe giornate ritornano…

È tutto partito da stamattina.

Addosso una strana frenesia.

Quando ti senti agitato, scosso da uno sciame sismico di emozioni, pensieri e sensazioni o semplici impressioni di fugace passaggio evvia!

Ti muovi, ma non ne hai voglia. La nuova sensazione lascia uno strano senso di precarietà, un retrogusto d’insicurezza, “antenne” alzate, uno stato di allerta istintivo, primitivo, quasi animale. Ti muovi, per inerzia, perché “ore-setteetrenta-ore-setteetrenta” comunica la voce che canta dalla sveglia.

Ti muovi, piuttosto è il tuo corpo che si muove, tu assisti da dentro lo svolgersi della procedura automatica di decollo, come Actarus dentro Goldrake. Ti alzi dal letto, fai la doccia, colazione, tiri dietro di te la porta di casa, check delle chiavi auto-casa-auto-casa (doppio perché sono paranoico), ritrovi – non sempre alla prima botta – l’auto dove l’avevi parcheggiata la sera prima, entri in auto, giri la chiave, metti la freccia e il resto è traffico.

Arrivo a destinazione. Periferia metropolitana.

In alcuni giorni, il cemento, l’asfalto e il vetro sono così incombenti che farebbero apparire grigio il cielo, anche se fosse terso e di quel celeste che sembra colorato dalla mano di un bambino di 4 anni.

Stamattina, c’è un bel sole, scalda la pelle, in un abbraccio quasi…affettuoso.

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Cuore di leone o di coniglio?

“Oh, no, no, no, no, no, no! È tardi! È tardi, sai? Io son già in mezzo ai guai! Neppur posso dirti “ciao”: ho fretta! Ho fretta, sai?” (Bianconiglio in Alice nel Paese delle Meraviglie)

(c) 2016 by RedBavon

Sembra di essere finito in un sogno, sprofondato in uno stato quiescente, intrappolato nella ragnatela tra sonno e dormiveglia. Una trappola che fa apparire il sogno reale e la realtà un prolungamento del sogno così che al risveglio il primo pensiero che affiora è una domanda “sono sveglio?”.

E se il sogno fu particolarmente bello o dolce, mi sovviene subito l’amarezza di averlo dovuto abbandonare. E se qualche volta non mi sono arreso e ho provato a riaddormentarmi per continuare il sogno, non sono un fesso, solo…un inguaribile sognatore.

Quante volte, mi sono sentito un turista nel mondo reale, mai abbastanza “sveglio”; con tutte le forze cerco di trattenermi il “sogno”, ma il tempo e le persone inesorabilmente (s)corrono, e il risveglio spazza via sogno e realtà. E non puoi accucciarti di nuovo sotto le lenzuola e provare a continuare il sogno. Un altro inguaribile sognatore? No, solo un fesso.

Cuore di leone o cuore di coniglio?

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A matter of time

Donnie Darko…Alice e…Bianconiglio. Forse sono confuso ma in ogni caso It’s a matter of time

Cambiamo argomento, vi va? Io parlo a nessuno o a te, stasera vado a ruota libera, il criceto nella mia testa giragiragira. La capa gira. Le dita battono al ritmo di una musica che va a ruota libera, scelta da un algoritmo casuale inventato da qualcuno che forse non aveva i miei stessi gusti musicali. Questa mi piace, dai. Tiptpritititap tip tap…suono onomatopeico delle dita che battono sulla tastiera a ritmo di musica e di criceto-nella-testa.

L’andazzo di questo post somiglia al diario di un adolescente? Sorridi pure di me, penso sia bellissimo. Sorridi, sorridi pure, dico davvero. Ci sono sorrisi che io non dimenticherò mai, carezzano l’anima come il primo raggio di sole del mattino che penetra tra le lenzuola e carezza il tuo corpo. Vale la pena provocare un miliardo di sorrisi, pure di trovarne uno così bello.

Tu come stai? Io sto…così…boh…sai cos’è? Ultimamente, sono soggetto a cambiamenti. Già normalmente sembro veramente strano, mi trovo coin(av)volto in strane cose, come questo post, finendo inevitabilmente per barcollare, annaspare, a torturarmi a chiedermi “perchè?”.

La lancetta segna il Tempo: divento più vecchio. Persone care ti lasciano e ti lasciano un vuoto che rimarrà lì, niente lo potrà colmare se non il tuo pensiero-per-loro. Ma fa male quando ci si avvicina troppo. Ti fa capire che è evidente la differenza tra esserci e non-esserci-più. Anche le più piccole cose che sembrano normali nella spigolatura della vita quotidiana, diventano qualcosa d’ingombrante che rimane fuori posto. E va bene così: le persone care vengono, si allontanano, vanno via, cerchi di trattenerle, a volte devi lasciarle libere di andare, altre volte fai un errore che le fa scappare, altre ancora non puoi farci proprio nulla…Ma sopravvivono nei nostri cuori se il nostro amore, affetto, stima, considerazione sopravvivono nei nostri cuori, menti e viscere. E continuano a vivere con noi, accanto, insieme. E ci siamo! Il criceto nella testa s’è stancato, sbuffa , ansima lo sento, ma è soddisfatto perché ha girato la ruota fino a fare scattare chiaro il motivo per cui sto perdendo il sonno: il Tempo.

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Scintille

guido di notteFari nella notte. Guido.

Io e l’auto, soli, nella notte. Buio intorno. Scie di fari che t’illuminano per un attimo e poi ti lasciano nel buio dell’abitacolo, tu, la notte e l’auto. L’auto diventa la tua compagna, il motore la sua voce, sembra mormorarti qualcosa per tenerti sveglio, per farti compagnia. O sei tu che inventi questa storia per tenerti sveglio. All’automobile è attaccata la pelle…la tua e la sua (carrozzeria). E io e la BAV4 ce la siamo vista brutta un paio di volte in questi anni, eh? Mia cara, sì, dimmi , ti ascolto…

…Quante volte ti ho guidata via in notti come queste, io e te soli?

Tante sì .

Che dite? Sono pazzo. Parlo e sorrido a un’automobile? E chi se ne può accorgere? Guido solo nella notte. Fari, scie di luce, di nuovo ripiombo nel buio.

Alzo un po’ il volume dello stereo, c’è una canzone dei Coldplay che mi piace tanto, di quelle con la chitarra acustica. La chitarra acustica ….Ah! Quanto avrei voluto imparare a suonarla, ma nemmeno i due accordi di “A horse with no name” riuscivo a mettere insieme. Ah che mi fai ricordare, notti come queste, i falò sulla spiaggia, quella ragazza che mi piaceva da morire e invece, per la timidezza, mi veniva da scappare via. “Quella sua maglietta fina tanto stretta al punto che…A me toccava immaginare proprio tutto, mentre il “chitarrista” che accompagnava il nostro coro ha visto cosa c’era sotto quella maglietta fina e… Vasco docet…Va be’….

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Bolero – Ep. #2 Il respiro(comico) della vita e il piacere della lentezza

Jorge-Donn-Bolero-Les-uns-et-les-autres

Avviso ai naviganti – Che il moto ondoso sia in aumento e dei venti tesi nel Canale di Sicilia dai quadranti nord-occidentali in rotazione ai quadranti occidentali, poco ve ne cale, ma se volete avventurarvi oltre queste righe, prestate attenzione a quanto segue. Riconosco da lontano il pruriginoso formicolio alle dita che precede un rapporto sado-masochista con la tastiera: più la batto, più le piace. Come il Libeccio porta burrasca e pioggia, questa sensazione formicolante è foriera di selvaggio cazzeggio a dita sospinte, tendente al politicamente scorretto in un italiano coerentemente scorretto, che solo alla fine dispiegherà un senso – Vasco Rossi docet – “anche se questa storia un senso non ce l’ha”. In preda alla “digressione, mon amour” e posseduto da uno Sturm und Drang di matrice colitica [trad. “Tempesta e (im)Peto”], avviso il navigante che dovrà armarsi di pazienza, comprensione, insospettabili doti di dribblatore di frasi a zigo-zago-c’era-un-mago e una buona dose di pensiero lateral-obliquo. Nonsense a granella.

Pertanto, è caldamente consigliato un genere di conforto, da sorbire lentamente, tra un paragrafo e l’altro; birretta e Fonzies, caffè preparato alla greca o altra bevanda più eco-gastro-compatibile o intestino-lenitiva, tipo certe tisane che – ciclicamente – certe colleghe ti offrono in ufficio: cardamomo, prezzemolo con bacche di ginepro o misture de(l)genere. “Perché il caffè-della-macchinetta e il tè disidratato fanno male”

Tanto m’è dolce rutilar in questo mar di facezie. Let’s roll!

Bolero, il piacere della lentezza.

Tutto inizia da un commento sul post “Bolero. Il respiro della vita”

Uno degli aspetti più belli e arricchenti di fare parte della blogosfera è lo scambio con gli altri internauti, blogger o semplici naviganti.
Sempre più spesso, una certa idea, narcisista ed esibizionista, con aspirazioni da “entertainer”, si fa avanti tra la confusione di una folla delle migliori tradizioni di fervida attività di un qualsiasi suq. Questa idea propone di farsi spiattellare sullo  schermo, alla ricerca di trovare un senso alla sua esistenza, che sia al di qua o al di là dello stesso non ha importanza. Anche le idee si fanno le “pippe esistenziali”. Almeno le mie.

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Nostalgia, nostalgia…davvero così canaglia?

Attic (La soffitta) di Willem de Kooning (1949) esposto a The Metropolitan Museum of Art, New York

Attic (La soffitta) di Willem de Kooning (1949) © The Metropolitan Museum of Art, New York

Un vecchio baule dimenticato nella soffitta…Inizio a rovistarvi dentro, ci infilo le mani, prima timoroso di sporcarmi le dita di polvere e fuliggine, poi risolutamente vi affondo i palmi, i polsi e, infine, mi ingincchio e vi scompaiono dentro anche gli avambracci. Rischio di finirci dentro, il mio baricentro ormai spostato in avanti, tutto il peso del corpo proiettato verso il fondo, ancora nascosto, del capiente e colmo baule.  Mi aggrappo inconsapevolmente con le ascelle poggiate a cavallo del bordo, come ganci e moschettoni tengono lo scalatore in bilico tra la parete e il precipizio, tra la solidità della roccia e l’illusione di volare.

Nella casa dove vivo, non ho soffitta. Gli anni corrono e la mia umidiccia scatola cranica somiglia sempre più a una soffitta. Da due strette aperture penetra un pò di luce, sufficiente a illuminarne una piccola porzione e lasciando al buio o penombra grande parte di essa. La polvere sospesa, lieve e molle nel suo inesorabile ricadere a terra, assorbe e riflette le schegge di luce: sembra neve dorata. O porporina lanciata da un bimbo improvvisatosi mago che simula un altrettanto improvvisata magia. A tratti disorienta. blocca ogni altra percezione, a eccezione di quello che è più di un istinto, sepolto ma sempre all’erta, pronto a balzare in caso di sopravvivenza: nelle parti più in penombra, si nascondono trappole mai scattate, situazioni non superate, gioie mai più ripetibili.

Eppure è così forte l’attrazione a ritornare in “soffitta” e rovistare tra i bauli e cataste ammonticchiate di cose impolverate, malmesse, dimenticate per così tanto tempo che sarebbe stato meno crudele buttarle. Ma che cos’è quel nodo in gola che mi assale? Che cos’è?….No, non è la polvere. Nostalgia nostalgia, ma davvero così canaglia?

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Aloha

AlohaAloha…aloha sì aloha…l’unico fetentissimo modo per sentirmi al mare dei tropici sotto l’ombra di una palma sorseggiando con una cannuccia – con tanto di fottutissimo ombrellino “made in China” – un liquido alcolico a caso contenuto nella metà di un cocco appena colto dalla palma di cui sopraAAAAAAAAHHHhhhh, goduria.

Vabè ritorniamo a bomba alla realtà e l’unica goduria che è a portata di mano sono queste Tenerezze all’albicocca confezione da 250 gr che, se non sto attento, me la finisco prima del termine di questa n-sima mia. La marca dei nefandissimi biscottinini mi rifiuto di dirvela…Tanto già avete indovinato.

Benvenuti, dunque, a un altro appuntamento alla rubrica The .XXX Files, la cui cadenza non è settimanale nè mensile, ma la sua periodicità si ottiene lanciando un dado da 20 e applicando dei bonus o penalità secondo di come è andata la giornata. Quindi, se siete atterrati su questa pagina, aspettandovi grandi rivelazioni o ricette di prelibatezze o, ancora, consigli indispensabili per l’outfit ideale per l’apericena, cambiate direzione al browser perchè qui – in rigoroso ordine – non vi svelerò gratis il Quarto Segreto di Fatima, al massimo potrete trovarvi la ricetta della bomba alla crema e, se insistete con l’accoppiata outfit-apericena, il “vaffa” è assicurato…Un libbbberatorio, taaaanto libbbberatorio “vaffa”.

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I giorni che passano

Foto di Rinko Kamauchi pubblicata in Murmuration © 2010

Foto di Rinko Kamauchi pubblicata in Murmuration © 2010

Ancora zuppo della pioggia e della malinconia di Rain, ultima rêverie digitale di Sony Japan Studio per PlayStation 3, in un programma televisivo intercetto un sottofondo musicale che mi colpisce subito. Sia sempre lode a Shazam e scopro che si tratta di un mia vecchia conoscenza musicale: Patrick Wolf. La canzone è The Days pubblicata nell’album Lupercalia. Questa canzone è una di quelle la cui combinazione armonica riesce a illuminare il buio in cui erano sprofondate certe tue emozioni per le quali non hai mai avuto le parole giuste per esprimerle o, per lo meno, raccontarle a te stesso. Imbraccio allora la mia fida tavola da surf e mi getto tra i versi, cavalco le onde della musica, cercando le parole giuste per descrivere lo spazio tra un verso e l’altro, come il surfista alla costante ricerca dell’onda perfetta. Uno spazio non vuoto, ma sorprendentemente denso di sensazioni, che ho provato a descrivere in questa storyetta. L’ambizioso intento era quello di accarezzare quelle onde di musica e versi come il vento accarezza le onde del mare. A chi legge la sentenza: brezza profumata di salsedine o folata di discarica abusiva?

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Scol…legato [Doing The Unstuck Remix]

Il mio biglietto

“Unstuck” in inglese significa “scollato”, “scollegato”, può essere usato riferendosi anche a uno stato mentale, emotivo. Coincidenza: una delle mie canzoni preferite è Doing the Unstuck e, altra “coincidenza”, è una canzone di The Cure. Il detective Malone, spegnendo nervosamente nel posacenere la sigaretta ancora a metà , direbbe al panciuto Ispettore con bretelle e sigaro “Una coincidenza è una coincidenza, una serie di coincidenze…sono dei precisi indizi”. Malone alzò il bavero dell’impermeabile stropicciato, si aggiustò la falda del cappello – senza cappello non andava nemmeno al bagno – si accese un’altra sigaretta, T’LAC, zaffata di fumo e voltandosi con un cenno salutò l’Ispettore che ricambiò: “Malone, smettila di fumare…ti fa male” e tirò profondamente il mezzo sigaro serrato tra le sue carnose labbra.

A parte i guasti di L.A.Noire sulla mia debole psiche, è piuttosto naturale che ognuno riconosca in un dato momento i suoi stati d’animo in una canzone e affidi la non banale “traduzione” delle proprie emozioni a versi e musica di qualcuno che lo sappia fare, quantomeno sia del “mestiere”: nel’Ottocento i poeti, nel frenetico XXI secolo abbiamo sdoganato pure i cantanti. Doing the Unstuck ha quasi vent’anni, è contenuta nell’album Wish (aprile 1992) e, andando a cercare conferme del testo originale sul libretto del Cd – perchè Internet è bello e caro, ma girano certe “banfe” – mi sono accorto che gli anni sono davvero passati visto che il testo, scritto in un carattere corpo piccoloMApiccolo, mi ha creato qualche difficoltà nella lettura. Dato che la mia cache di memoria è solo di 5 miserelli Kbyte, come il Commodore VIC 20, devo perforza leggere il testo di una canzone per cantarlo e da (più) giovane ricordo di averlo fatto, ballando selvaggiamente, parecchie volte con questa canzone: leggevo e cantavo, mentre saltellavo scoordinatamente. Oggi aleggia lo spettro dell’occhiale bifocale o il doppio occhiale con il laccetto al collo..I will survive!

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Io sto con l’elefante

Statua di megalomane nel deserto (esattamente il posto che si merita)

Stasera mi ha colto all’improvviso una sensazione, anzi qualcosa di più…uno stato persistente d’animo. Uno stato d’animo che non si può descrivere, che non si può leggere: si avverte e basta. Il deserto.

Il deserto, dentro. Il deserto e il suo silenzio assordante. Nello spazio di un attimo, all’improvviso, dopo il corri-corri  della giornata, come tutti, come tutte le giornate di tutti, ti fermi un attimo e l’avverti. Intorno a te però il tempo corre, il resto intorno scorre, non aspetta.

Ne riemergo stranito, irrequieto. Una parola nel mio dialetto di origine rende meglio la sfumatura: sfasteriuso (la ‘o’ finale non si legge , ma senza troncare la ‘s’ di netto, la si trascina morbida e sorda più a lungo). Non ve lo spiego. La mia bella figurella da  “professorino” l’ho fatta già con la lezione di pronuncia di napoletano e poi non ve lo spiego perché sto…sfasteriuso. Tanto sfasteriuso che questo post l’ho scritto ieri e lo pubblico oggi.

Arrivo a casa con la stanchezza di tutti quelli che vanno al lavoro lontano da casa, che può essere anche nella stessa città ma dal lato opposto e raggiungibile con i mezzi pubblici solo a costo di funambolici incroci, calcoli di improbabili coincidenze e preghiere di Santa Romana Chiesa o altra religione. In barba all’ecologia e sprezzante del costo del carburante, io sono un con-tributore e con-dannato del traffico metroMEGApolitano. Alla fatica della giornata lavorativa aggiungere a piacere  il combattimento nel traffico, imprecazioni a granella, servire bollente d’ira. Datemi un cannone 20 mm a canne rotanti tra gli “optional” che lo monto sull’auto subbbbbito!

Stanchezza che pesa sul fisico e sullo spirito ( e sulle sciocchezze che scrivo). Grava e schiaccia. Come il sasso che precipita in un pozzo profondissimo, percorre l’aria in silenzio e, dopo un tempo che sembra interminabile, raggiunge il fondo, l’eco giunge flebile in superficie, quasi che nulla sia successo…lì in fondo, invece, lo schianto è stato disastroso e  con terribile frastuono.

Se smetti un attimo di correre, puoi avvertirlo, esattamente in quell’attimo. Sordo, nel silenzio del dentro. Il tempo fluisce, non puoi fermarlo, ma puoi dilatarlo nelle tue sensazioni e assaporare il Piacere della Lentezza.

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