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Cartelli paradossi #7 – A zonzo per Napoli, il fumo fa male

Terza foto a zonzo per Napoli: scuusate, tenite ‘na sigaretta?

Sigarette e ‘na tazzulella ‘e cafè [Foto by Giorgia]

Altra foto di Napoli, colta da mia sorella a zonzo per la città. Dopo lo street-food, un esemio dell’ingegno o dell’arte di arrangiarsi napoletano: lo street-smoke.

Su questo bancariello, bene attrezzato e tutto sistimate, la gentile clientela fumatrice può trovare “tutto quello che serve” per il suo vizio: dal pacchetto di marca, sotto-marca e marca sconosciuta all’accendino alla tazzulella ‘e cccafè. Perché il caffè deve essere con tre “C”: Cumme Cazze Coce, ovvero caffè bollente in tazzina bollente. Da sorseggiare rigorosamente con lentezza onde evitare di lasciarci attaccate le labbra al bordo della tazzina. Il caffè è un rito, non è un consumo di bevanda in velocità, va sorseggiato. Chiano chiano. E poi, ‘na sigaretta ci sta proprio bene. In mezzo, tra l’aroma del caffè persistente in bocca e le acri volute di fumo, una chiacchiera con il barista, con il vicino di bancone o l’amico. Ricordatevi di lasciare un caffè pagato.

Questa foto è una poesia. Recita tutto il rito del caffè e della sigaretta. Quella tazzulella appoggiata, sporca di un caffè consumato, è un invito di convivialità e, insieme, una genialata di marketing spontaneo.

Dedico a questo genio dei tabacchi caserecci, in barba agli odiati monopoli (qualunque essi siano), un mio post del 2010, sette anni fa, avevo iniziato a fumare da poco:

Bacco, tabacco e una piccola Venere

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WordPress: categorie e tag, chi erano costoro?

Categorie e sotto-categorie nel frigo...Ooops nel blog

Categorie e sotto-categorie nel frigo…Ooops nel blog

Nel tentativo di venire in aiuto a xoxangelxox sull’utilizzo dei tag e delle categorie nel post Help: WordPress & Tag, mi sono reso conto che stava venendo giù un commento-fiume (sai che novità…), ma sopratutto che la risposta poteva essere utile anche ad altri (o forse no).

Non sono un “addetto ai lavori” e gli esperti potrebbero tirarmi le pietre (e non solo perché sono brutto), non vi è alcuna intenzione di “salire in cattedra”, ma solo di condivisione di mie esperienze, letture e consigli di amici davvero esperti (grazie Peter_Ray!). Cercherò di utilizzare al minimo la terminologia infestata di acronimi e tecnicismi, anche perché ci tengo a evidenziare che non è roba “da nerd”, ma ritengo sia utile capire certi funzionamenti che regolano le nostre webbettole e la “fine” che fa ciò che scriviamo nel grande “trita-tutto” Google: insomma, se entri in un campo di calcio e prendi la palla con le mani nell’area piccola e non sei il portiere, non ti lamentare poi che è un quarto d’ora che cerchi di seminare una folla decisamente inferocita che porta stranamente i tuoi stessi colori.

Se qualche esperto dovesse imbattersi in questo post e volesse dare il suo contributo, correggendo   eventuali errori e sbertucciando l’Oste di questa webbettola, è il benvenuto. Una sola raccomandazione: fatelo con educazione che l’Oste è permalosetto 😉

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Stop Making Sense. I Talking Heads hanno ragione.

Inserito nel lettore della PleistescionQuattro, la console ha smesso di avere senso come videogioco....This is 4 Everybody Loves Music!

Inserito nel lettore della PleistescionQuattro, la console ha smesso di avere senso come videogioco….This is 4 Everybody Loves Music!

Mentre ero in fase di revisione di un post sull’utilizzo di tag e categorie – mi sono cimentato in una roba nuova sul te(c)NNicoAndante-Moderato-con-ironia – mi cade l’occhio su un DVD. Il DVD è Stop Making Sense, un film concerto dei Talking Heads registrato live nel corso di tre serate al Pantages Theater di Hollywood nel dicembre 1983.

Segnalato dal compadre Silviatico in uno scambio di commenti, il mostro-spendaccione che è nel mio indice è stato liberato. In realtà, la spesa è stata ragionevolissima: circa 7 euro spedito dalla Germania nell’emporio dell’Amazzone italiana.

Il DVD mi era arrivato la settimana scorsa e fremevo di godermelo in piedi ballando sul divano, frittata di cipolle e rutto libero. I programmi di gloria sono stati più volte rimandati e ho visto le ragnatele formarsi intorno alla confezione. Allora, strafregandome della tranquillità familiare di un sabato mattina italiano, mentre riguardavo la stesura dell’appena partorito articolo teNNicoAndante-Moderato, mi è preso il raptus, ho inserito il disco nella PleistescionQuattro e…Si è fermato il senso di ciò che stavo facendo!

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Innamorarsi a El Bavón Rojo – In tequila veritas. Epilogo

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Segue da Ep.#2 In tequila veritas. Parte Segunda

Epilogo

Il gringo e Luna, mentre si baciavano, non erano soli.

Sotto il portico di El Bavón Rojo, quattro occhi li osservavano, nascosti nel buio: l’Oste e Narciso, in silenzio, erano seduti sul dondolo.

Quando il gringo e Luna furono inghiottiti dal buio in fondo alla strada. Narciso parlò:

“Bel bacio eh?”

L’Oste tirò un lungo sospiro: “Eh sì, Narciso mio, proprio un bel bacio! Uno di quei baci degno di finire nella classifica dei migliori baci nella storia del Cinema…Non c’è male, non c’è male per davvero, certo che io so fare di meglio…”

“Sì, va be’….” sbuffò Narciso. L’Oste incalzò: “Ti devo fare i nomi? Non è proprio elegante…”

“Ma dai, le tue donne si contano sulle dita di una mano mozza!”

L’Oste cambiò discorso: “Narcì, passami l’accendino va’ che una sigaretta ora ci sta tutta”

Narciso già aveva pronto l’accendino in mano e nel passarlo al compadre aggiunse: “Ti fa male, Oste. Smettila con questo veleno!”

L’Oste tirò una prima boccata e buttò fuori dalle narici più fumo di quanto ne avesse aspirato con la bocca.

“Hai ragione, ma non oggi. Oggi abbiamo salvato un altro di questi gringos”.

“Il gringo era già morto e nessuno se ne era accorto…”

L’Oste girò la testa in direzione del piccoletto e lo guardò negli occhi con un sorriso sornione: “Tranne Luna e…noi due”.

“Eh già, Luna non aveva fatto i conti con l’Oste”.

Scoppiarono in una risata liberatoria. Ancora in preda alle convulsioni, Narciso aggiunse: “E poi il colpo da maestro…quella frase prima che si baciassero…Oddio, com’era? Una roba poetica tipo ‘verrei all’Inferno a salvarti, morirei per te’...Un colpo di genio!”

“Certo che Luna l’avrebbe accontentato. All’Inferno se lo sarebbe portato…ma per restarci” El Rojo prese fiato e continuò ansimando per le convulsioni “E..e…pensa Narcì che ci stavo rimanendo secco pure io…dopo quella frase, il mio tasso glicemico è schizzato alle stelle!”.

Quando ebbero ripreso fiato, Narciso domandò con tono grave e preoccupato: “Tu sei sicuro che Luna manterrà il patto?”

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Innamorarsi a El Bavón Rojo – In tequila veritas. Parte segunda

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Segue da Ep.#1 In tequila veritas

Vittime ed eroi. Just for one day

Al bancone di El Bavón Rojo.

Cinque tequila dopo…

Sei lì che balli ancora, in mezzo a tutta quella gente. Con il bicchiere vuoto della quinta tequila in mano, rimango incantato a guardare i tuoi fianchi come ondeggiano. Voglio parlare con te, ma la mia bocca è secca. Ho perso la cognizione del Tempo: non so da quanto sono in questa stamberga, com’è che si chiama? El Rojo-qualcosa…L’Oste qui –  entrambe le pupille automaticamente si muovono verso la periferia sinistra dell’occhio verso l’uomo dietro al bancone –  continua a versarmi tequila. “Es hora de llenar el tanque!” mi fa il buon diavolo e giù che versa. Ha capito che non riesco a trovare il modo per sgusciare via dalla mia timidezza e mi sta aiutando. Davvero un buon diavolo! Chissà come è finito in questo buco di posto…Devo trovare una scusa per rivolgerti la parola e passare anche un solo momento vicino a te. Voglio ballare con te, stringerti forte tra le braccia. Muoio sicuramente pazzo se mi lascio scappare questo momento, anche se è destinato a durare solo per questo giorno ormai alla fine.

Io, io sarò re. E tu, tu sarai la regina.

Potremmo rubare il tempo solo per un giorno. Possiamo essere eroi, per sempre. Che ne dici?

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Cartelli paradossi #6 – A zonzo per Napoli, United Lasagne of Naples

Seconda foto a zonzo per Napoli: è ora di pranzo…o cena, vale lo stesso.

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United Lasagne of Naples

Cartello che alla sola vista porta trigliceridi e colesterolo a livelli di guardia (medica). Una vasta scelta di cibi provenienti da varie parti del globo, all’insegna di una contaminazione che caratterizza tutta la storia e cultura napoletana: il “cuoppo” ovvero carta oleata arrotolata in forma di cono riempito con ogni ben-di-Dio-Fritto (e ogni mal-di-fegato); il panino con la porchetta di Ariccia, una vera squisitezza tipica della zona de’li Castelli de Roma (il calice di vino è fortemente consigliato); l’americano “hot-dog”. Ma la vera chicca è la lasagna.

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Cartelli paradossi #5 – A zonzo per Napoli, San Valentino, ma con calma

Da una passeggiata a zonzo per Napoli, una foto-reporter d’eccezione, mia sorell(in)a, mi invia una serie di foto come “graffiti” della città, che tra le mie dita prendono la forma di un ennesimo appuntamento con una delle infami rubrichette che popolano questa webbettola: Cartelli paradossi.

A zonzo per Napoli vi propone una vista sulla mia città di origine grazie a cartelli, scritte, immagini che creano un mosaico in cui parecchie tessere mancano, tuttavia un napoletano conosce esattamente il loro posto. Una faccenda complicata per chi non conosce Napoli e, sopratutto, per chi non ama la mia città (e ce ne sono). “Graffiti” anche se non lo sono in senso stretto, ma li considero tali perché rappresentativi di un certo tessuto sociale e culturale, basato sull’espressione della propria creatività grazie a scritte, immagini e simboli nel contesto urbano. Graffiti, appunto.

La prima foto è dedicata alla “ricorrenza” di questo giorno.

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Viva il Messico! Ep.#24 – Topeeees!

L'Hacienda Yaxcopoil, Yucatan [foto by RedBavon]

L’Hacienda Yaxcopoil, Yucatan [foto by RedBavon]

Segue da Ep.#23 – Para Ticul?

9° dia: da Ticul all’Hacienda Yaxcopoil

Da Ticul, alla guida c’è sempre Francesco.

Sebbene abbia provato a sabotare il viaggio a causa di un banale errore di vocale e portarci così a Tikal con una leggerissima deviazione di circa un migliaio di chilometri, decidiamo di rinnovargli la fiducia come pilota del nostro bolide rosso, una fiammante Chevy Monza. Fiammante in senso letterale poiché ogni volta che rientriamo dalle nostre escursioni a piedi, nell’abitacolo potresti infilarci una bella torta. Praticamente un forno portato a temperatura e nemmeno ventilato.

Decidiamo la nuova tappa al volo, incrociando i suggerimenti della bibbia Rough Guide e una sommaria consultazione della mappa-lenzuolo: l’Hacienda Yaxcopoil.

L’Hacienda Yaxcopoil risale al XVII secolo. Il suo nome in lingua maya significa “il luogo degli alberi verdi”. Considerata una delle più importanti haciendas in Yucatán, nel suo massimo periodo di splendore, Yaxcopoil si estendeva su una superficie di 12.000 ettari.  Da ranch di allevamento di bestiame venne convertito molto più tardi in piantagione di henequén, l’“oro verde”. In Yucatán, si iniziò a chiamare “oro verde” la pianta che era già conosciuta dai Maya con il termine “ki”, ovvero la varietà di agave fourcroydes, nativa della zona più calcarea (e quindi meno fertile) della penisola, la cui coltivazione estensiva rappresentò il fulcro dell’economia locale durante oltre un secolo, a partire dalla seconda metà del XIX secolo a quasi la fine del XX secolo.

Con il passare degli anni l’estensione dell’Hacienda Yaxcopoil si è ridotta a meno del 3% della sua antica superficie a causa di: continui cambiamenti politici, sociali ed economici nella regione; la scoperta di nuovi materiali sintetici che hanno soppiantato questa coltivazione, che riforniva di semi-lavorato l’80% della produzione mondiale di cordame.

Oggi l’Hacienda è un importante testimonianza storica e, nella sua proprietà, è stato costruito un museo. Andiamo a visitare perciò l’hacienda!

Da Ticul all'Hacienda Yaxcopoil

Da Ticul all’Hacienda Yaxcopoil

Yaxcopoil dista da Ticul una cinquantina di chilometri, un’ora di viaggio prendendosela con calma; inoltre è verso Nord, quindi in direzione per il ritorno verso Merida. Perciò il viaggio verso questa tappa appare muy tranquilo…Non proprio.

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Storie sgangherate #2: Il Piccolo Cocomero

Il Piccolo Cocomero (c)2017 Disegno di Tati

Il Piccolo Cocomero (c)2017 Disegno di  Tati

Questa è una favola sgangherata scritta a due mani, tre teste, un solo cuore.

Una sera di quest’estate, in vacanza a casa al mare, i miei due nani di cinque anni ed io eravamo soli nel lettone senza la mamma, poiché – dice lei – era al lavoro in città.

Tre uomini in un letto è un delirio.

Per tenere buone le due belve di taglia piccola, ho dovuto inventare un’alternativa alla loro ideA di “andare a letto”: “Facciamo a lotta” e “Facciamo i salti”; roba pericolosissima sopratutto in proiezione del ritorno della genitrice. I nani se la cavano con un bernoccolo, io rimedio un sermone epocale con tanto di accuse infamanti e d’infanticidio.

Così ho proposto: scriviamo una storia che poi leggiamo alla mamma quando ritorna? Voi raccontate e io la scrivo.

E così è stato: propongo una favola letta e riletta millemiliardi di volte, Cappuccetto Rosso e a tutti e tre è venuto naturale rimaneggiarla. Si avvertiva del godereccio sadismo in alcuni momenti. Nomi e idee sono dei nani al 90%: alcune davvero strampalate, altre di una tenerezza disarmante. Io ho tenuto solo le fila, fatto opera di “contenimento” e battuto alla tastiera in una lingua, un pelo più comprensibile del nanesco.

Quando i nani hanno accusato una certa pesantezza di palpebre, a parte lo spasso di vederli lottare con il sonno per sentire la fine della storia, è stato necessario il mio intervento: la parte finale del “volemose bbbene” conclusivo risente di una mano più adulta, una testa appena più matura, ma mi sono sforzato di mantenere un cuore da bambino.

Per questa favola sgangherata, raccontata dai miei figli, non ho voluto cercare su Internet un’immagine, ne desideravo una fatta con il cuore e la mano fatata… chi meglio di Tati?

Ringrazio Tati per avermi donato il capolavoro di disegno che potete ammirare in apertura: sintetizza il racconto con un colpo d’occhio. Ne racchiude magistralmente l’essenza.

Buona lettura.

Il Piccolo Cocomero

Autori: Diego, Jacopo e Claudio.

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It’s a long way to Home

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Sulle note di It’s A Long Way To Tipperary prende forma il titolo di questo secondo post che racconta la storia di un viaggio, di un ritorno a casa, di un luogo dove sentirsi parte. It’s a long way to Tipperary,  It’s a long way to go. It’s a long way to Tipperary To the sweetest girl I know! La canzone, cantata dai soldati britannici durante la Prima Guerra Mondiale, si adatta bene al tema sebbene oggi in un contesto meno drammatico, ma conferma – se mai ce ne fosse bisogno – che la “casa” è un diritto naturale per tutti gli uomini e le donne. Un afflato primigenio che spinge a cercare la propria “casa” anche se lontani dal luogo dove siamo nati o vissuti.

E di un ritorno qui si tratta. Un post scritto qualche anno fa, la storia di un fiore, del vento che non puoi fermare (nemmeno con i muri), infine di una nuova “casa”.

Scritta sull’onda di altre sensazioni e ispirata da un piccolo capolavoro di videogioco, Flower, è un tassello che si è incastrato perfettamente nel puzzle di pensieri e sensazioni descritti in Casa. Ritorna inaspettatamente per raccontare con le stesse parole un’altra storia. Questa storia.

Continua a leggere: Vita, morte e miracolo di un fiore

[Petizione] Un barbiere per il Presidente USA: Edward Mani di Forbice

Wish Impossible Hair

To Wish Impossible Hair

Dico io: il web è pieno di blog e siti di moda, fashion addict e consigli per il look; il nostro Paese è noto per alcune cose poco edificanti e altre molto folkloristiche, ma un paio buone ce le riconoscono tutti: la moda e il look. Eppure, nessuno, ma proprio nessuno si è preoccupato di suggerire al neo-Presidente USA di cambiare barbiere!

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Casa

Flower_Window

Questo non è un post, ma sono tre: il primo di un trittico di post, molto differenti tra loro, ma legati in un leit motiv comune: “home”, il ritorno a casa. Un luogo, fisico, fatto di pareti, finestre e un tetto, ma anche un “non-luogo” che tutti aspirano ad avere e tutti avrebbero il diritto di avere. Lo scrive un emigrante che lo dichiara pubblicamente nel suo autodafé Io sono terrone. Oui je suis emigrante“. Un emigrante sa cosa significa “casa” e deve convivere con la sua mancanza o decidere di tagliare i ponti, giungendo anche a rinnegare le sue radici. Io rientro nel primo caso.

In un periodo in cui sono ritornati in auge i muri e le “etichette” di massa, in un periodo in cui c’è chi pensa a “ritornare grande” e trolla con le sue banfe l’intero pianeta senza che qualcuno possa bannarlo, vuole dire che qualcosa sta andando fottutamente storto.

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Home (testo e traduzione) – Depeche Mode

Home
Casa

Musica, testo di Martin Lee Gore. Cantata da Martin Lee Gore

Here is a song
Ecco una canzone
From the wrong side of town
dalla parte sbagliata della città
Where I’m bound

Dove sono legato
To the ground
a terra
By the loneliest sound
Dal più solitario deisuoni
That pounds from within
che martella dal di dentro
And is pinning me down
e mi tiene inchiodato lì

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People jailbreak

People Jailbreak © 2016 ReBavon

People Jailbreak © 2016 ReBavon

Una volta si faceva a gara a chi ce l’aveva, poi a chi ce l’aveva più piccolo, oggi a chi ce l’ha più grande: il telefonino.

Il telefono. La mia croce. Non ho mai avuto un buon feeling con il telefono. Uso un barbarismo non darmi tono, ma “rapporto” non è mai esistito con tale meraviglia della comunicazione: non amo parlare a telefono.

Tra coloro che si sentono male e sperduti se non fanno una chiamata al cellulare anche se siamo stipati dentro un autobus o vagone di treno e altri che con i loro sbraiti offrono un non richiesto spettacolo a un pubblico inconsapevole di essere tale, la mia propensione a comunicare con il telefono decresce al crescere della larghezza di banda e della grandezza degli schermi. Nel frattempo, cuffiette o tappi alle orecchie aiutano.

Sign of the Times per parafrasare una bella canzone di Prince. La maleducazione digitale è un segno dei tempi, assoluta sacrosanta verità. Una volta se vedevi uno che sbraitava e gesticolava da solo in mezzo alla strada, come minimo tutti si giravano e pensavano “questo è pazzo!” oppure “poverino…povero disgraziato, chissà cosa gli sarà capitato…è pazzo”. Insomma, che ci fosse una reazione di scandalo o di affettata compassione, la conclusione era sempre la stessa: è pazzo. Oggi, vedi uno per strada che parla da solo ed è…normale.

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Pronto? Papà…

gettone

Estate. Scuola chiusa. Come ogni anno, mia mamma, mio fratello e io siamo venuti a passare le vacanze nella nostra casa al mare. Il luogo di villeggiatura è un paesino dell’Agro Pontino su una riva di un lago in cui si specchia il profilo della Maga Circe scolpito in una montagna. E’ un posto tranquillo, dove il tempo dell’estate scorre secondo una routine rallentata dal caldo e dalla mancanza della frenesia indotta dal lavoro, per gli adulti, dalla scuola, per noi non più bambini ma nemmeno adulti. Dicono che l’adolescenza, in quanto momento di transizione e trasformazione, può essere difficile sia per chi la vive sia per chi è gli è intorno, ma  nel mio caso “essere adolescente” è un gran bel godere. Non ho nemmeno la tipica acne. Nemmeno l’ombra di quei temutissimi…brufoli. Mio fratello – di tre anni e mezzo più piccolo – è una bella compagnia, sia di gioco sia di rissa.

L’estate è gran bel momento. E sono determinato a godermelo.

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Viva il Messico! Ep. #4 – United States of Scopone

In una foto d'archivio la storica partita a carte sull'aereo di ritorno da Madrid dopo la vittoria dell'Italia ai Mondiali del 1982, da sinistra Dino Zoff, Franco Causio, Sandro Pertini ed Enzo Bearzot. ANSA

In una foto d’archivio la storica partita a carte sull’aereo di ritorno da Madrid dopo la vittoria dell’Italia ai Mondiali del 1982, da sinistra Dino Zoff, Franco Causio, Sandro Pertini ed Enzo Bearzot. ANSA

Evvai! 1° Torneo di scopone! Si fanno le squadre:

Palmiero (e il conto dei soprannomi sale a 5) e Claudio

VS

Diego e Lucio

In questa occasione, viene fuori “L’Aurea Regola dell’Appariglio e dello Spariglio”, una delle gemme, delle perle senza tempo e dall’inestimabile valore che finisce drittodritto e di diritto nella “Classifica della Vongola”, cioè nella classifica delle “Frasi celebri”, ovvero frasi, parole o semplici fonemi che renderanno indelebile il ricordo di questo viaggio. Per “vongola” in napoletano si intende una “baggianata”, uno “strafalcione”, sì insomma “’na cazzata”.

“L’Aurea Regola dell’Appariglio e dello Spariglio”.

Autore: Diego. Luogo: ogni luogo dove è stato perpetrato il rituale dello scopone scientifico.

Il mantra ripetuto in tutte le partite di scopone, dalla prima a una delle ultime e decisiva tenzone in una cornice di paradiso naturale, al tramonto sotto le palme su una bianchissima spiaggia di Isla Mujeres. Definizione: “Si appariglia quando si è di mano e si spariglia quando non si è di mano” Diego docet.

Questa tecnica sopraffina porta notevoli benefici ovvero: la presa di tutti i “7” (la famosa presa dei 7!), la facilità nel ricordarsi le carte già uscite, la matematica certezza di scope finali. Lucio, negazionista di detta aurea teoria, dissente con sommo disappunto del compare Diego e ottimi risultati per gli avversari. Urge lezione di ripetizione.

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Viva il Messico! Ep. #3 – Pollo e Zorro

maschera-aereo

Grazie alla “pietà” dei componenti del mio gruppo-vacanze, sono riuscito a sciropparmi ben due film: “EDTv”, che scimmiotta “The Truman Show”, ma nella sua mediocrità al massimo può aspirare a variante sul tema “Real TV” su MTV; il secondo film è “The Out-of-Towners”, commediola americana in anteprima assoluta per il pubblico italiano  che sarebbe potuta tranquillamente rimanere nelle sale americane, dato mi ha fatto sì sganasciare la mascella, ma per gli sbadigli.

Sono le 16:30 e siamo oltre metà del tragitto per Newark (è così che si scrive, Frank?!?…Pignolo) (Pignolo…E bastardo).
Ho Diego nelle orecchie che nel momento medesimo in cui scrivo mi fa: “che stai a scrive?” e io checacchioneso visto che vado a (ri)getto!? Qui, gli assistenti di volo si fanno un mazzo tanto e ci rimpinzano di schifezze plasticose, neanche fossimo dei maiali all’ingrasso.
Qualche esempio di ciò che le compagnie aeree spacciano per cibo e bevande:

  • caffè

E che è caffè?!? Versato in un bicchiere fino a metà, ha la consistenza di un tè particolarmente “carico”, l’odore è molto blando e ricorda l’aroma dell’originaria bevanda. Dopo avere “mangiato” avevo bisogno di un bel caffettino, ma non ne ho avuto il coraggio. Il ricordo del succo di pomodoro forte e la faccia di Francesco è ancora troppo vivido e raccapricciante.

  • “bistecca o pollo?”

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Viva il Messico! Ep. #2 – Succo di pummarola, forte

Biglietti-Messico

Seppure postuma, ovvero con il senno del poi, vado a enumerare quanto già accaduto fino a ora e cioè le 11:30 circa:

  • cedimento di una bretella del mio zaino, preso a prestito dal Palmera, che è uno dei soprannomi dei tanti che appioppiamo a Francesco. E’ un buon inizio, non c’è che dire.
  • “Check-in”…indolore. Vedremo poi se i nostri grossi zaini arriveranno a destinazione.
  • sistemazione in Airbus in rullaggio sulla pista, prima destinazione di questo lungo viaggio: Milano.

Eh sì, perché avendo, come al solito, deciso all’ultimo minuto di partire per il Messico, gli unici biglietti disponibili erano cari arrabbiati e non erano per unica tratta diretta a Cancun. Nonsignore. Prima di mettere piede su suolo messicano, si decolla dalla madre-terra partenopea per Milano. Emigrante? Ma pecchè te ne vuoi andà accussì?…Pecchè vuoi emigrà? No, voglio viaggià, voglio conoscere, nun ‘e che nun so’ cuntent ‘e sta ‘cca. Pare ca ‘o napulitano nun po’ viaggià, po’ sulamente emigrà! (cit. MassImo Troisi in “Ricominio da tre”)

Da Milano il grande salto transoceanico per New York, di cui intravedremo il celeberrimo “skyline” dall’aeroporto di Newark. Da qui, Cancun?…Nonsignore. Una visita a Houston non volete farla? Non so cosa ci sia da vedere a Houston e un giro turistico non lo nego a nessun luogo sconosciuto, se non fosse, che si arriva all’aeroporto ed è uno di quei classici “stopover” sfigati: una lunga sosta tale da prenderti a pizzichi, ma non abbastanza per farsi un giro nella città vicina e respirare un pò di aria che non sia quella condizionata dello scalo aeroportuale.

Da Houston finalmente si arriva a Cancun, ma giusto una toccata e via perché l’albergo prenotato per l’arrivo si trova a Playa del Carmen o più semplicemente Playa, come viene chiamata dai messicani. Qui si spera di potere riposare dopo quasi un giorno passato più in aria che a terra.

Ora siamo a terra. L’Airbus è ben piantato sulla pista. La lunga fusoliera sembra una chioccia che, controllando la situazione dall’alto, accoglie i suoi piccoli pulcini, aspettando con pazienza che prendano posto. Con tanta pazienza.

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Viva il Messico! Ep. #1

Realizzato con https://tagul.com "Messico in una nuvola"

Messico in una nuvola

“México lindo y querido”, Messico bello e amato recita una famosa canzone tradizionale, del genere ranchero e mariachi, scritta da Chucho Monge nel 1921 e resa famosa da Jorge Negrete. E’ considerata in tutto il mondo ispanico come una canzone rappresentativa del Messico e nel Paese come canzone di orgoglio patriota e di nostalgia per la terra natale.

Sicuro non è inizio pop e scoppiettante, è però l’immagine più lontana dai cliché e più vicina al ricordo di un viaggio così arricchente, che ancora oggi sento l’esigenza di ripercorrerlo sulla tastiera e lasciarlo a sì deperibile memoria di server, ma sempre più affidabile del soggettazzo al di qua dello schermo.

Un lungo viaggio da Napoli, toccando New York, anzi Newark, poi Houston (We-have-no-problem) fino al Chiapas, attraverso lo Yucatán e ritorno. Un vecchio diario scritto a mano, come i buoni sapori di una volta e ripassato nella padella come il fritto con l’ojo bbbono de mamma. Non è leggero, non fa male al fegato (anzi, lo tiene in allenamento) e, sopratutto, è fatto con il cuore e la cura di chi vi vuole bene.

Yucatan_e_Chiapas_viaggio_Redbavon

Clicca sulla mappa per vederla ingradita e tutte le tappe dell’itinerario

Questo diario di viaggio sposa la “serendipity”, non per snobberia o conformismo anti-conformista, non vuole sorprendere a tutti i costi, ma è per chi vuole lasciarsi sorprendere; non è stato un viaggio pianificato a tavolino, ma fissate tre date e luoghi (arrivo, a metà strada e ritorno) , il resto è stato deciso giorno per giorno: figlio di un’esigenza di uscire da una vita, che ci appare nella sua routine fin troppo pianificata e decisa da una società sempre più macchina virtuale, in cui il software disassembla, in alcuni casi, aggiunge delle patch al codice, ma è una versione che ormai non supporta più il formato .essereumano. Il codice andrebbe riscritto da capo.

Siete fuori strada, se cercate utili consigli, i prezzi migliori, imbeccate di esperti viaggiatori: esistono in Rete operatori professionali, enti istituzionali, motori di ricerca e aggregatori di contenuti specializzati e, nel prossimo futuro, applicazioni “shopping immersive” per la Realtà Virtuale che permetteranno, sul divano di casa, indossando l’Oculus Rift, di essere “immersi” nella camera dell’hotel che si sta prenotando, osservando la struttura virtuale della camera che si sta scegliendo. Se cercate tutto ciò, qui siete fuori strada o – come mi piace pensare – questa è un’“altra” strada.

Questo diario è a episodi, che non è una concessione alla struttura seriale TV che sembra avere risucchiato l’attenzione del grande pubblico (il Cinema è diverso! Il linguaggio filmico è diverso!), ma è un’esigenza, oltre che di tempo disponibile sia vostro sia mio, di andamento-lento, che è un leit-motiv della gente incontrata:¡Tranquilo!…” riccorreva spesso e non c’è bisogno di traduzione. Un andamento-lento che permette di percepirne i dettagli, soffermarsi su una foto, lasciare un commento, ascoltare una musica, farsi rapire da una sensazione.

Questo diario, come già fatto in passato, non è un esercizio per la memoria o un’area giochi per il mio piccolo caro Narciso, è un serbatoio di emozioni da non lasciare mai andare.

Se, quindi, spiluccando da un post a un altro, vi smarrirete in una foto, lascerete che un po’ di sensazioni vi sorprendano, vorrete lasciare due righe di commento o una “stelletta” di gradimento, renderete un po’ più felice il vostro umile “benzinaio”. Me.

E ora – sulle note di Paolo Conte – via via, vieni via con me.

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DLC cui prodest?

Push to Download Digital Content

Push to Download Digital Content

In materia di videogiochi sul web e sulle riviste, il DLC, ovvero “Downloadable Content” (contenuto scaricabile) è un argomento che riscalda gli animi, divide in fazioni e riporta a becere quanto endemiche diatribe quanto le “console war”: Atari Vs Intellivision, Super Nintendo Vs Mega Drive, PS4 Vs Xbox One. Il DLC è Il Prescelto per portare il gygabyte-verbo ed evangelizzare il volgo alla Digital Delivery, con i suoi pro e i suoi contro. E questi so’ probbbblemi.

Lascio dissotterrare le asce di guerra agli apocalittici per cui il DLC è il Male, agli entusiasti per cui il DLC è il Bene, all’immancabile stuolo di ignavi per cui “la Tecnologia va avanti” e a quelli che si adeguano per darsi un tono “smart” e sentirsi “à la page”, encefalogramma ed elettrocardiogramma piatto come una Barbie. Chiaramente non intendo al prosperoso seno, primo responsabile di turbe fanciullesche. Da bimbo, volevo giocare con le bambole, che c’era di strano?

M’interessa più provare a capire cosa c’è dietro questa politica distributiva: a chi giova il DLC?

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Lasciatemi scrivere. Sono un italiano vero e…precario

precario

Carattere Times New Roman 10. Titolo: non ce n’è. Non mi sovviene al momento, ma tant’è che ce ne voglia uno. Mi verrà scrivendo…chissammaichilosà. E’ la solita storia dell’uovo e della gallina, viene prima il contenuto o il titolo? E il sottotitolo di chi è figlio?

Poco importa visto che si tratta di un’unione in cui ogni parte contribuisce al bene della “famiglia” di lettere, spazi e punteggiatura seminata a spaglio.

Primo pomeriggio – sonnacchioso – di sabato antivigilia di OgniSsanti o anche vigilia di Halloween, l’ennesima rapina di festa europea a opera degli yankees, che adesso ci propinano come moda commerciale. Tempo di streghe, fantasmi e spiritelli, noi a Napoli abbiamo i monacielli. Alla faccia della globbbalizzzazione. Cambio carattere che me sto a cecà. Dodici e pure Arial.

Caffettino e sigaretta. Una tiratina. Goffa. Ho praticamente aspirato tutto il fumo con l’occhio sinistro! I polmoni  ringraziano. Non sono un fumatore o meglio, lo sono occasionalmente. E questa è una di quelle “occasioni”. Ultima sigaretta del pacchettino da 10 acquistato appositamente per gestire lo stress da bilancio di previsione, il “budget” secondo la moderna moda di spalmare l’inglese per dare un tono a ciò che si dice. In realtà, “budget” è la parola che preferisco. Per vigliaccheria. Bilancio di “previsione” per l’anno che verrà, ma che con molta probabilità io non vedrò in questa azienda perchè io sono un lavoratore figlio di questo tempo: un precario.

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Vergognose prestazioni

Pittura murale nel Lupanare negli Scavi di Pompei

Pittura murale nel Lupanare negli Scavi di Pompei

Vergognose prestazioni. Continua, anche se non “a grande richiesta”, la serie di The .XXX files : mai  titolo fu più appropriato per dare in un diversamente alto-secondo la forma alle idee che in questo momento occupano la mia cabeza e che altrimenti richiederebbero l’edizione tascabile (ma comunque sempre poco comoda) di Guerra e Pace. Impresa bignamesca.

Ore 23punto22, sfiga di un minuto e avrei potuto esibire la prova cabalistica di essere “(bis)unto dal Signore”; infatti, il “23” nella smorfia napoletana è “o’ scemo”. Tutto torna.

Tale e’ l’orario che indica, anzi indicava l’orologio che mammaMicrosoft ha elargito aggratis dentro WinPus <inserire un qualsiasi numero che va da 95 a 8> e dire che ci poteva spillare degli altri soldi con la scusa dell’ennesimo aggiornamento all’upgrade della beta release 2.1/c del suo sistema (in)operativo. Ora strana per iniziare a scrivere una lettera in formato “digitale”; infatti, la inizio soltanto perchè non so nemmeno dove voglia andare a parare, figuratevi immaginarmi un finale. Questa volta la beta release ve la propino io…alla facciaccia di Billo Gatto. Purtroppo aggratis. Perciò rimango povero.

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Rain, rêverie digitale

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“Le ciel est, par-dessus le toit,
Si bleu, si calme!”.

Il cielo è sopra il tetto, così blu, così calmo

Da “”Le ciel est, par-dessus le toit” (c) 1881  Paul Verlaine

Rain è un acquazzone estivo che piomba improvviso sull’arsura della spiaggia e sugli annoiati bagnanti: spazza via la folla infestante dalla riva del mare. Rinfresca l’aria e rinfranca lo spirito.

Rain è una storia maliconica di due bambini perduti in una città spettrale che ricorda Parigi della Belle Époque, battuta da una pioggia incessante. Ispirato a Ico, altra storia struggente di due bambini e capolavoro indiscusso di Fumito Ueda per PlayStation 2, utilizza l’acqua come elemento di novità: l’acqua ci rende invisibili a un nemico tanto sconosciuto quanto inesorabile inseguitore. Nella prima parte, infatti, guidiamo un bambino che, attraverso il labirinto di strade della città, cercherà di raggiungere una bambina in fuga da questo nemico oscuro, che diventerà subito anche il nostro. Una volta raggiunta, procederemo insieme in direzione dell’unica finestra illuminata, l’unica luce visibile in città, oltre a quella della luna che sembra essere l’unica nostra amica e indicarci la strada giusta. La luna e il suo chiarore non sono una scelta casuale, bensì un tassello che rende poetica questa opera digitale: le note di Clair de Lune di Claude Debussy sottolineano in modo sublime i punti topici della storia.

Inseguimento e fuga generano un’ansia persistente quanto la pioggia che batte senza tregua la città. L’ansia è però strumentale alla sensazione di leggerezza e liberazione che subentra all’appena scampato pericolo o alla soluzione di un puzzle (tutti molto semplici). Rain non presenta una giocabilità profonda e il percorso è lineare, ma si sbaglia a pretendere da Rain ciò che avremmo voluto che fosse: l’erede di Ico. Rain non è Ico né gli autori hanno preteso che fosse considerato come tale. Semmai è una testimonianza di rispetto e gratitudine degli autori verso la fonte di ispirazione.

Rain tocca certe corde che non ci aspettiamo possano essere fatte vibrare da un videogioco. La storia è tutto sommato banale nell’intreccio, ma la direzione artistica aggiunge un quid che la sublima.

L’unico difetto di Rain è la sua breve durata: tre ore. Come tutti gli acquazzoni estivi, così come improvvisamente arriva, altrettanto velocemente finisce.

Per tutta la sua pure breve durata, Rain trasmette una malinconia leggera, richiama la profondità del ricordo dell’infanzia, quando l’abbandonarsi al fantasticare possedeva la serietà e la dignità che gli adulti riconoscono nelle loro attività e non in quelle dei bambini. Rain è una rêverie, il suo codice digitale ne possiede una delle caratteristiche peculiari: collega i sogni e i ricordi.

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Life is (a) Journey

“People don’t take trips… trips take people”.

Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone

Da “”Viaggio con Charley”” (c) 1962  John Ernst Steinbeck

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Dalla forma arcaica francese di “jornee”, che deriva dal Latino volgare “diurnata” e ancora prima dal Latino “diurna” ovvero “razione giornaliera di cibo”, il termine “journey” in inglese indica l’atto del viaggiare da un luogo a un altro, la distanza percorsa, il tempo impiegato; in un senso figurato vuole significare un lungo e spesso difficile processo di cambiamento personale.

Journey, un videogioco per PlayStation 3, è tutto questo: un viaggio fisicamente individuabile in termini di tempo e luoghi e, allo stesso tempo, un percorso in una dimensione più intima e personale, attraverso le emozioni. Alla fine di questo viaggio, esiste una fondata possibilità di sentirsi diversi rispetto a come eravamo quando siamo partiti.

Il ricorso all’etimologia del termine può suonare come una saccente introduzione, in realtà l’origine e il significato della “parola” permeano ogni pixel di uno dei più emozionanti videogiochi di questa generazione che volge ormai al termine del suo ciclo di vita. PlayStation 4 e Xbox One sono ormai annunciate per il prossimo periodo natalizio, non sono compatibili con le precedenti piattaforme e quindi c’è il rischio di dimenticare una rara perla di bellezza, che andrebbe custodita e considerata come un gioiello, che si tramanda in famiglia, di generazione in generazione. Un gioiello da riscoprire in occasioni speciali, custode di emozioni senza tempo, che lega indissolubilmente passato e futuro: un “tesoro” , non solo per il valore intrinseco del metallo prezioso e delle gemme, ma soprattutto perché è un patrimonio affettivo di emozioni da preservare e trasmettere.

journey_collector_edition_ps3_mediumJourney è un videogioco pubblicato nel marzo 2012 da un piccolo sviluppatore Thatgamecompany in esclusiva per PlayStation 3, distribuito inizialmente solo in forma digitale tramite PlayStation Network.

Il 14 giugno, anche nella vecchia Europa viene distribuita la Journey Collector’s Edition, cioè un’edizione fisica su disco, già sul mercato statunitense da circa un anno, che include tutti e tre i giochi realizzati da Thatgamecompany: flOw, Flower e Journey, appunto.

Tralasciamo i primi due, anche se le dita scalpitano per raccontare di Flower, altra perla di semplicità, ingegno e originalità, capace di generare un genuino senso di “meraviglia” come quello del bimbo che sperimenta le cose del mondo per la prima volta.

L’inizio di Journey è spiazzante: mi ritrovo solo, in una landa desertica sconosciuta, senza la benché minima idea di dove io sia, come e per quale motivo ci sia capitato. Deserto là fuori, deserto dentro di me. Dopo lo sgomento iniziale, prende il sopravvento una sensazione di avere appena assistito a una “nascita” come quella di un neonato quando viene dato alla luce. Non so dove mi trovo, è uno shock, ho paura, mi viene da urlare ma non ho una voce, resto immobile, mi guardo intorno, mi calmo, tabula rasa, è tutto nuovo qui fuori, tutto da scoprire! Inizia il viaggio.

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Io non ho paura…

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…Dei Draghi.

Quell'improbabile drago viola mi ha fatto vedere...i sorci verdi!

Quell’improbabile drago viola mi ha fatto vedere…i sorci verdi!

Ho iniziato con una console Mattel Intellivision che ebbe regalata a Natale mio fratello. Era il 1983. Ancora la conservo, è funzionante e ogni tanto non disdegno di riaccenderla per farmi una partita ad Advanced Dungeons & Dragons. Il respiro del drago ancora mi mette ansia e salto dalla sedia, sparando frecce a casaccio, quando da un tunnel sbuca il folletto blu. Chi ci ha giocato, sa cosa intendo. Chi non ci ha giocato, oggi non ci si avvicinerebbe nemmeno con un bastone. Con il passare degli anni, delle console e dei computer, ho accumulato emozioni, sensazioni e ricordi che fanno parte del mio bagaglio di conoscenza ed esperienza. E non solo digitalmente parlando. I videogiochi sono come un album di fotografie, ma molto più vivido, dinamico e ricco. Per esempio, ricordo in ogni minimo particolare quando acquistai Advanced Dungeons & Dragons per l’Intellivision o, meglio, l’acquistò il mio caro papà per me.

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Cheap’n fun…per un solo giorno!

Per questa rubrichetta di grandi videogiochi a prezzi piccoli, occasione da cogliere al volo da Get Games, rinomato portale britannico di distribuzione digitale, cioè scarichi la copia del gioco sul tuo PC, legalmente. Nessuna spesa di spedizione, nessuna scatolina, nessun disco, nessun manuale cartaceo (viene fornita la manualistica in formato pdf), nessuna raccomadazione all’Altissimo affinchè le Poste non si perdino il pacchetto, tempi di attesa praticamente azzerati. A questa bengodi del consumatore prescioloso si può accedere a patto di avere una connessione ADSL e una carta di credito o Paypal. Per quanto sia un fermo sostenitore di dischi e scatolame, nonché adoratore dell’odore della carta dei manualetti, riesco a mettere da parte tale forma di feticismo, quando l’oggetto del desiderio è ormai introvabile oppure drasticamente conveniente dal punto di vista economico. La combinazione delle due cose insieme è un cocktail letale per le mie finanze.

Avviene ogni quattro anni. Ogni 4 anni sul calendario c’è un giorno di più a febbraio, il 29 febbraio. Visto che capita ogni 4 anni, sarebbe giusto celebrare questo giono e quei mattacchioni di Get Games vogliono festeggiarlo, riducendo i prezzi di 29 videogiochi a partire dalle ore 11:00 GMT (ore 12:00 italiana) del 29 febbraio per 24 ore. Sconti tra il 50% e il 70%.

Ce n’è per tutti i gusti, tutti i titoli sono validi esponenti del genere di appartenenza, alcuni capolavori assolutamente da giocare.

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Dark Souls. Gutta cavat lapidem

“Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente” (Inferno: Canto III vv.1-3)

Gutta cavat lapidem. La goccia scava la roccia.

Questa non è una recensione, questo è un avvertimento: Dark Souls non perdona.

E c’era da aspettarselo. Come promesso dagli stessi autori, From Software,  e seguito spirituale di quella “brutta bestia” di Demon’s Souls, porta con sé lo stesso conflitto interiore: voglia di fissare il record mondiale di lancio del joypad dalla finestra e attrazione fatale da sindrome “un’altra partita e poi smetto”, al limite del sadomasochismo. Bastardo e senza pietà con il giocatore occasionale, ma autentica epifania per il cavaliere senza macchia e senza paura…di imparare dai propri errori! L’errore rappresenta l’emergere di un problema, indica la necessità di attenzione e l’urgenza di trovare la soluzione. L’errore in Dark Souls è stimolo alla creatività, appartiene alla categoria degli errori “fertili”, che stimolano idee nuove e generano soluzioni. Non sempre quelle corrette. E la Ricerca riprende. Come Sir Parsifal e il Santo Graal. Un piccolo passo alla volta, Dark Souls regala al giocatore la possibilità di fare errori con conseguenze pesanti e, al contempo, illuminanti. E’ un regalo amaro. E’ frustrazione, è gratifica…e si mescolano continuamente in un mondo che confonde: una sensazione di essere liberi, che si tramuta nella consapevolezza di essere lasciati a noi stessi e al nostro (segnato) destino. Un mondo denso, creature terribili, architetture incombenti, con momenti che rimarranno scolpiti nella memoria. Le ripetute morti sono solo il “soldo” per essere traghettati in uno dei migliori giochi di ruolo del 2011. E si muore con una frequenza che le statistiche sono le stesse della Grande Peste di Londra. Ma ricordate: Gutta cavat lapidem. La goccia scava la roccia.

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Disco Boy

Voglio ballare con te e stringerti forte tra le braccia tutta la notte

Come ogni sabato sera, vado a ballare in discoteca. Un locale diverso, ogni uguale sabato sera. Mi guardo in giro. Butto il mio sguardo nella folla, come la rock-star che si lancia dal palco sulla folla. Una foresta fitta di braccia e mani sostengono la rock-star; il mio sguardo atterra con un tonfo sordo a terra, sul pavimento della pista da ballo. L’attimo prima di venire maciullato da tanti tacco-12, ritiro il mio sguardo e vado al bancone. Ordino una vodka per sentirmi a posto. La vodka ha effetti deleteri sulla mia lucidità, ma ha l’indubbio vantaggio di annebbiare la percezione della realtà quel tanto che serve per farmici sembrare a mio agio e con una velocità assai superiore della birra o del vino. Cocktail, no. Non amo queste misture che non mi fanno capire cosa sto bevendo. Voglio capire cos’è che via via mi provoca deficit di coordinazione, linguaggio impastato, rallentamento psichico. La vodka è sincera. Se le parole escono dalle tue labbra e il tuo cervello le registra prima come “estranee”, poi le riconosce come “tue” e ,alla fine, le archivia come “strane”, sai chi è stato. Se cammini e i tuoi passi diventano incerti e barcollanti come quando avevi 2 anni e andavi in giro con il pannolino, sai chi è stato. La vodka non ha colore. Ci vedi attraverso. La vodka è trasparente.

Bevo la mia vodka d’un fiato…Aaaah mi sento bene. Faccio un cenno con il pollice verso al ragazzone che sembra uscito da un giornale patinato di moda, ma è finito dietro al bancone a servire drink: mi versa un altro pò di quel liquido trasparente che mi dà finto sostegno e una sana spintarella, oltre.  Il locale è pieno, non riesco  a intravedere il pavimento, dappertutto colori, visi, luci, gambe dappertutto. Labbra che bisbigliano in un movimento asincrono con la musica che martella con i bassi e sovrasta tutto, occhi che si cercano, corpi che si sfiorano, ci sono tante coppie che ballano. Io sono solo. Mi metto in un angolo e resto lì a guardare.

All’improvviso TI VEDO.

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(b)Avatar

Ne avrete sentito e ri(sentito)sentito parlare(parlare), magari avrete già visto questo nuovo film di James Cameron, Avatar. Quale necessità impellente allora mi spinge a scrivere nel bel mezzo della notte ascoltando i Notturni (what else?) di Chopin? Se arrivo – come mio solito – in ritardo, in mostruOso ritardo rispetto a tutti i mezzi di comunicazione conosciuti, chiacchiere d’ascensore incluse, cosa è che giustifica questo mio piacere a battere questa sadomaso di tastiera? Fossi in voi, me ne sarei andato a zonzo per Infern-et su altri gironi di dannati del web a leggere qualcosa di più interessante, ma se ancora state leggendo, oltre al mio sentito e ruffiano ringraziamento (fusa di rito), vorrà dire che mi state dando fiducia. O non avete proprioMAPPROPRIO nulla da fare.

Sull’onda fluida di queste note di pianoforte, le dita indugiano un po’ con i pensieri che rimangono incastrati frazioni di secondi più del solito, il pensiero parte, le dita, trepidanti, come un bimbo che aspetta di scartare il regalo, si preparano a ricevere le sinapsi, ECCO arrivano! Qualcuno arriva dritto, trova subito la strada del tasto, anche colpisse quello sbagk…sbagliato, torna indietro a correggere, deciso fissa il nero sul bianco. Molti altri pensieri invece rimangono un po’ tra le falangi, si fermano alla base delle dita, nelle conche delle nocche, si fanno blandire da promesse future nei sentieri del palmo. La musica di Chopin fa quest’effetto, trattiene i pensieri…sembrano dirmi: “ancora un po’, fammi restare ancora un po’ ad ascoltare questo pianoforte. Poi GIURO che mi spiattello sullo schermo proprio come vuoi tu. Faccio quello che vuoi, ma fammi stare un altro po’ qui ad ascoltare. Ti prego”.

Io, lo sapete, ho il cuore di burro con i miei soldati che mando a finire (morire) sullo schermo: al condannato non si nega l’ultimo desiderio. A dire il vero, sono rimasto irretito da questa musica: ho iniziato a volere scrivere di Avatar, mi ritrovo a scrivere dei Notturni di Chopin con le dita che danzano insieme ai pensieri al suono di un pianoforte che è il canto di una bellissima sirena che non ti molla finché ti butti giù dalla nave. Ovvero tasto STOP sul player di I-Tunes.

Ma credevate davvero che avrei scritto una recensione su Avatar? C’è di meglio in giro, roba professionale, attendibile, autorevole, non c’è paragone con questa specie di…BLeahOG. Se il sub-DOLO(SO) mea culpa ha funzionato, siete di nuovo qui a scorrere questo infame testo o testo da infame (chi scrive, appunto). Andrò quindi ora al punto: Avatar è…

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