Zeus a El BaVón Rojo: quattro pieni e una pinta di grog

Zeus è stato qui

Zeus è stato qui

Zeus coglie subito il mio invito, più o meno dichiarato, di scegliersi un posto al tavolo e raccontare una storia agli avventori di El BaVón Rojo. Perché una taverna senza racconti è come fare i conti senza l’Oste. Il locale è aperto a tutti: prendete posto, mettetevi a cavalcioni o salite in piedi su una sedia, raccontate la vostra storia che parli di Messico, Mare dei Caraibi, ve lo ricordi o vi ci porti. Il Grog è offerto dalla casa. Astenersi astemi, tanto vi astenete di vostro. Un po’ di silenzio, ora si va a iniziare.

Autore: Zeus

Quattro pieni e una pinta di grog

Quando entro all’El BaVón Rojo, la musica sta andando a palla. Un suono caliente, ritmato, come un peperoncino immerso nella nitroglicerina. Un’esplosione pronta a succedere.
Davanti al banco ci sono alcune coppie che stanno ballando, muovendo il corpo sulle note di questa musica tonante. Colori che guizzano a destra e sinistra, rumore di tacchi e qualche affannato hola e battito di mani cadenzano quella che, dall’esterno, viene vista come una danza e che, in realtà, è un rituale liberatorio.

Cerco con lo sguardo El Rojo. Non lo vedo, probabilmente è sul retro con qualcuno dei masnadieri che frequentano questa “baracca”. O forse è in giro per qualche avventura.
Al suo posto c’è una ragazza. Cammina così leggera sul pavimento che, potrei giurarci, se le mettessi delle uova sotto i piedi, queste non si romperebbero neanche. Il movimento del bacino, come un pendolo che va a destra e sinistra e che trasmette una sensualità che ti stende come un pugno di Tyson, è ipnotico. Rimango fermo sulla soglia.

Mi dico: sto guardando gli avventori e un posto libero.
In realtà sto circumnavigando la barista e quella cascata di capelli scuri. Neri come la notte più scura.
Dove vuoi sederti, Zeus?
– Mi conosci?
– Certo che ti conosco. Sei già stato qua, no?
Sì, ma non pensavo di essere riconosciuto… Mi blocco nel mezzo della frase. Sto dicendo un’idiozia, lo so, ma la lingua si muove più veloce dei pensieri… Di solito parlo con El Rojo…
Quello che sa El Rojo, Zeus, lo sanno tutti.
Seguo il gesto della mano e mi siedo a un tavolino appartato della baracca. Continuo a tenere gli occhi incollati su quella bellezza di barista. Le curve piene, ma non eccessive. Il costume rosso, un due pezzi di cui si vede solo la parte superiore, le copre quanto basta ma lascia alla vista il giusto. I fianchi sono coperti da un paio di “shorts”. Le gambe scendono abbronzate e si gettano sui piedi delicati.
Mentre lo sguardo, inconsapevole, scende fino ai piedi e risale verso il viso, sento una pressione sul cavallo dei pantaloni. Immagino di arrossire in maniera vergognosa e mi affretto ad abbassare le mani in mezzo alle gambe, ma invece che trovare la prova tangibile della mia vergogna, incontro il naso umido di Desperado che mi sta annusando in cerca di qualcosa da mangiare.
Lo guardo e poi sorrido alla cameriera.
Gli mancavi, Zeus.
– Penso sia piuttosto golosità che nostalgia.
– Forse è così. Ti porto il solito?
– Portane due. Poi siediti qua che non c’è molta gente oggi a El BaVón Rojo.
Sì. Non c’è molta gente oggi. Aspettami, svuoto il vassoio e poi ti raggiungo.
La guardo muoversi verso il bancone, raccogliendo sulla strada un paio di boccali sporchi e dimenticati, un po’ come i vecchi durante l’estate.
Mi tiro via il cappello a falde larghe. Lo faccio girare nelle mani e poi lo metto sul tavolo. L’avevo comprato molti anni fa, questo cappellaccio. Mi sentivo Indiana Jones davanti allo specchio. Ho persino chiesto una frusta. Il commesso si è messo a ridere e mi ha detto che, al massimo, mi poteva dare il suo metro da sarto.
Ho scosso la testa, ma la sensazione di mancanza mi è rimasta sulla punta della lingua.
La cameriera si siede davanti a me e fa scorrere sul legno consunto il boccale di Grog. Il grattare del vetro sul legno mi sveglia dai miei sogni a occhi aperti.
Grazie le dico.
– Figurati. Come mai da queste parti, Zeus? Lei si porta alla bocca la bottiglia di birra e ne abbatte, in una sola sorsata, una buona metà.
– Se te lo racconto, non mi crederesti, sai? Bevo una sorsata di Grog. Nonostante siano anni che ingurgito quella bevanda, ogni volta è una novità. Sento un mix di estasi e schifo quando le prime gocce finiscono sulla lingua. Quelle dopo, e lo so per abitudine, portano solo piacere.
Ecco perché lo bevo.

– Raccontami. Sai che mi piacciono le avventure!
– Potrei metterti nei guai.

Abbasso la voce, sussurrando le ultime parole. La guardo serio. Lei ammicca e si beve una sorsata di birra.
El BaVón Rojo non è un posto qualunque. Non preoccuparti Zeus, ho la pelle dura.
Bevo un goccio di Grog ed ecco che arriva il piacere. Desperado si è accucciato di fianco alla mia sedia. Forse, in fin dei conti, era solo nostalgia quella che provava. Povero cane. Gli gratto la testa. Lui gorgoglia. Io continuo finché non sento che è il momento giusto per iniziare la storia.

– Allora, da dove posso iniziare?

Questa mattina mi sono alzato. Avevo capito che era una giornata diversa dalle altre. Non chiedermi perché, sai. Le riconosci quelle mattine, hanno un odore diverso, come di cordite e ammoniaca unite in un composto floreale. Fa senso? Non credo, ma è la sensa- zione di imprevisto quella che ti stente. Anche dopo aver bevuto il caffè, che di solito mi sveglia, ho sentito nell’aria quella sensazione. Quel pericolo imminente.
Mi fermo per bere un goccio di Grog. Lei ha la bottiglia a mezz’aria e mi guarda con lo sguardo di una bambina che ascolta la fiaba. Mi ricordassi il suo nome.
Sono uscito e ho acceso il pick-up. Dalle casse è uscito Raza Odiata (Pito Wilson) e mi sono messo alla guida verso il lavoro. La voce di Jello declama e poi parte il ritmo. Parte tutto. Anche la mia giornata. Il rumore del motore romba all’unisono con le prime note, per poi perderne il ritmo e assestarsi su una sua tonalità cupa. Faccio un paio di strade, il sole è già caldo come una ballerina brasiliana al Carnevale di Rio, e così mi tiro sugli occhi il capello e continuo a guidare verso il cantiere. Cento metri dopo, vedo una persona che fa l’autostop.

Oggi, nonostante i presagi, mi fermo. Gli chiedo, dove vai? E lui, lontano. Dove lontano? E lui, molto lontano, così tanto che la mia ombra non mi raggiunga.
Lo squadro. Parla con accento straniero e veste militare, anche se i capelli lunghi dicono che è solo moda e non sostanza il vestito.
Non ti posso portare così lontano, amigo. Ti porto lontano quanto basta.
– Mi va bene comunque.
Gli apro lo sportello e lo faccio salire. Lui butta una borsa verde, dall’aspetto pesante, dietro il sedile e poi si siede.
Intanto la radio sta sparando fuori le note de El Patron. Lui mi guarda e sospira, Stranamente intonata sai?
Prego?
– Lascia stare. Era un pensiero. Adesso, per favore, cerca di portarmi via da questo posto.

Faccio ripartire il pick-up e mi immetto sulla strada.
Cosa fai da queste parti? gli chiedo.
Scappo. Mi dice con candore.
Da cosa?
Scappo dalla morte.
Devi correre veloce allora. Gli dico.
Non sai quanto. Prima o poi ti prende sai? Riesce ad ribaltare la storia della tartaruga e della lepre. Ogni volta vince la lepre. Il problema è che non sai quando.
Forse per questo ho cercato un’altro animale guida? Sorrido.
Lui ride e si accascia, facendosi abbracciare dalla pelle calda dei sedili.
Forse abbiamo sbagliato tutti dall’inizio. Per quanto corri o ti mascheri, la morte ti trova sempre. Anche se stai sempre nascosto sotto un sasso o in una buca scura.
Forse non sono affari miei. Ma da che morte scappi?
Non sono affari tuoi, infatti. Ma visto che dobbiamo dividere questo viaggio, te lo dico. Scappo da quella morte che ti lascia senza fiato, freddo e rigido per terra…
Mi sembra una morte abbastanza comune.
– Già, non è sempre così? Mi dice.
La morte? Sì. Il risultato è quello. Di solito differisce la modalità che ti porta là.

Lui annuisce e si abbassa il cappello meditabondo. Poi lo rialza e ritorna a parlare.
Mi faresti un favore se te lo chiedessi? Lo so, non ci conosciamo, ma ho qua un paio di presidenti importanti che possono testimoniare in mio favore.
Guardo le banconote sventolarmi davanti al naso. Direi che hanno la loro bella credibilità.
Mi sembra di sì. Sono anche sulle montagne.
Mi metto il denaro in tasca e poi gli chiedo cosa vuole che faccia.
Devi guidare finché non sei senza benzina. Poi ci fermiamo, riempi il serbatoio e continuiamo a guidare finché non diventa sera. Ti chiedo solo quattro pieni e poi ti lascio libero di tornare indietro… E, logico, ti pago anche i pieni del ritorno.
Quattro pieni? Mi gratto, con l’unghia del pollice, la fronte sotto il cappellaccio alla Indiana Jones.
Quattro pieni, amigo. Quattro di numero.
Guardo le sue dita alzate e poi le monete che ho in tasca. Le sento pesanti e calde nel taschino della camicia.
Ok. Ci sto. Spero di non mettermi nei guai.
In fin dei conti è quello che ci rende vivi, no? Sorride dietro l’ombra del cappello.
Penso sia anche quello che ci rende morti.

Il motore romba e, per il breve momento di silenzio fra una canzone e l’altra, c’è solo lui che disturba il silenzio nel pick-up. Poi la musica riprende e il silenzio è rotto.
Cosa ti porti dietro nel borsone? Sembra molto pesante.
Mi porto dietro la morte.
Spero che sorrida e mi dica che sta scherzando. Non avviene.
Non sarebbe meglio lasciarla dietro di noi?
Un consiglio che ho già sentito. In quel caso non ci ho prestato molta attenzione. A essere onesto mi pento di non averci pensato qualche secondo di più, ma la borsa era là, che mi guardava, e io non avevo tempo di riflettere. Sai, amigo –  e si avvicina con fare complice –  a volte non c’è proprio tempo per pensare. Allora dobbiamo agire.
Chi ti ha dato lo stesso consiglio?
Quello a cui ho sparato?
Non ti ha dato un buon consiglio allora! Gli dico.
Direi proprio di no. Non hai paura, gringo?
Non troppa. Se avessi voluto farmi fuori, non avresti chiesto di salire. Mi avresti fermato, sparato e dato in pasto ai coyotes.
Non hai tutti i torti. Si abbassa il cappello sulla testa e incomincia a respirare lento e pesante.

Lo stereo spara La Migra (Cruzando la Frontera II) e io premo l’acceleratore a fondo.
Facciamo la prima sosta. Riempio il serbatoio. Sosta al bagno e ripartiamo.
Il mio nuovo amigo è silenzioso, ma con le mani mi fa il gesto di sbrigarmi a fare benzina e pagare. Rimontiamo e mettiamo altra strada bollente dietro di noi.

Da dove vieni? gli chiedo.
Da qua. Il pollice guizza alle sue spalle.
Mi sembra un bel posto. Scuoto le spalle.
Vale come un’altro, se posso dirtelo con onestà. C’è gente che non ha soldi e gente che ne ha. Un grande classico a cui non mi sono sottratto.
– Perché cambiare, no?
– Perché ero nel posto sbagliato al momento giusto. E ho fatto quello che qualcuno più intelligente non avrebbe fatto.
– Forse sì. Hai un piano?
– Non lo so.
– Non lo sai?
– No. Vado a caso, improvviso. Se mi metto a pensare, tiro fuori la pistola e mi tiro un colpo sul posto.
– Direi che è meglio evitare. Dicono che morire sia spiacevole.
– Ecco perché scappo.
– Farei lo stesso. Gli dico.
– Credi?
– Non lo so.

La seconda sosta è come le l’altra. Rapida, senza sprechi e senza troppe parole. Il mio compagno di viaggio, però, è molto nervoso e mi fa segno di muovermi. Quando sale in auto è meno ciarliero di prima e tirargli fuori due parole è una tortura. Così decido per il silenzio, almeno finché non incomincia a parlare lui.
Ti ringrazio, amigo… fra poco ti lascio andare.
– Figurati. Abbiamo fatto molta strada. Dopo cosa farai?
– Cerco un nuovo passaggio. Qualcuno che mi porti distante, fuori dalle grinfie della morte.
– Spero che lo trovi.
– Anche io, sai? Mi darebbe fastidio correre a perdifiato per trovarmi in braccio alla Vecchia Signora. Già, non ha l’happy ending che tutti si aspettano.
– No, veramente.

La terza sosta è molto diversa da quelle precedenti. Scendiamo e mi metto a fare il pieno al pick- up e lui si dirige verso il bagno. Non è neanche lontano qualche metro dal pick-up, che da una macchina dietro di noi scendono tre persone e lo freddano sul posto.
Lo guardo accasciarsi come un sacco di patate. Solo con molto più rumore e molto più sangue.
I tre che gli hanno sparato, tre messicani che assomigliano a un Danny Trejo abbruttito e incattivito, si rivolgono verso di me.
Gringo… Lo dicono fra i denti. Un suono cattivo, metallico.
Lo sapevo che non era una giornata normale. Prego tutti i santi e le Madonne.
Sento le sirene della polizia e qualche scoppio alle spalle dei tre sicari. Questi si disinteressano subito di me e si girano verso le volanti della polizia messicana.
Io mi butto dietro il pick-up e continuo a pregare. Il rumore è assordante e le bestemmie che volano in aria sono torride e velenose.
Pochi minuti dopo le prime sirene, ecco che torna il silenzio. I sicari sono morti e c’è qualche poliziotto per terra.
Un sergente della polizia mi fa alzare da terra. Io gli spiego che non so chi siano, chi è il morto e molto altro. Parlo a fiume, le dighe son saltate tempo fa. Il sergente mi guarda e poi annuisce, in un dialetto stretto stretto dice qualcosa al suo collega che controlla dentro il pick-up.
Quando tira fuori la borsa verde, ha il sorriso degli squali.
Posso andare? Por favor! Non so niente. Tiro fuori i pochi dollari rimasti dal taschino.
Il sergente prende i soldi e poi è indeciso se tenerli o ridarli. Alla fine decide per la seconda.
Mi gridano contro di andarmene fuori dalle balle.
Sono salito in macchina e sono ritornato indietro come se avessi il Diavolo alle calcagna.

La cameriera mi guarda. Non ha più toccato la birra da quando ho iniziato a parlare. Ha gli occhi spalancati e le ciglia fanno su e giù come le ali di un colibrì. Io bevo il mio Grog tutto in un sorso.

Non ci credo. Te la sei inventata. Dice lei.
Forse. Ma non lo saprai mai.
Adesso devo andarmene, se no El Rojo mi licenzia. Grazie della storia, Zeus.
Figurati. Mi finisco il Grog e poi me ne torno a casa… oggi è stata una giornata lunga.
Lei mi sorride mostrando tutti i denti bianchi e perfetti.
Non ti credo, Zeus.
Già. Me lo ripetevo anche io.
Mi lancia un bacio con la mano e poi, con quel suo movimento ipnotico dei fianchi, ritorna al bancone.
Io finisco Il Grog e mi asciugo un po’ del liquido dal lato della bocca. Gratto la testa a Desperado e poi, tiro fuori un paio di banconote spiegazzate dal taschino.
Sono dollari quasi nuovi. Hanno quella sensazione di freschezza dei soldi appena stampati.
Li metto sotto il boccale di Grog e me ne vado.
Guardo El BaVón Rojo alle mie spalle. La musica è ripartita e c’è di nuovo gente che balla. Tutto è uguale e sempre diverso.

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41 responses to “Zeus a El BaVón Rojo: quattro pieni e una pinta di grog

  • redbavon

    Grande Zeus! Grazie di questo racconto. C’ero anche io, nella penombra dietro il vostro tavolo…Bella storia.
    Una cosa però devo aggiungerla: in questa locanda non si licenzia mai nessuno, ognuno contribuisce con quello che ha, a modo suo.
    La verità Zeus…Capita anche a me quando vado lungo di chiacchiera…La verità è che la bella mora cercava una scusa per sganciarsi😉 Sai quante volte mi è capitato…

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  • miislaestuisla

    Un’avventura da raccontare ce l’avrei e con tanto di foto dei personaggi. Manca solo la foto del cattivo della storia ma posso indicare su Google map un indizio per trovarlo. E magari, un giorno potrei anche decidere di andare a cercarlo, anche solo per vedere che faccia ha un “Gringo” capace di fare ciò che ha fatto. Non spoilerò perché, chissà, può essere che mi venga voglia di raccontarla veramente questa storia.😉

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    • redbavon

      Dai su non ti fare pregare…Hai pronta una storia, gringa sparale fuori. Adelante, almeno per quota ros…BANG!
      Uhè Narcì ma che ti sei ammattito?!?
      Guarda che buco mi hai fatto nel pamana nuvo nuovo di palma….Due dita più sotto è ti toccava ripulire il pavimento della mia materia cerebrale…
      Vale, vale que non è che devi pulire così tanto, due botte di spazzolone e hai fatto!
      Scusa Miislaestuisla, ma Narciso ha ragione: “tempo fa gli ho detto: metti mano al ferro calibro 45 quando senti le parole – Narciso solo per spiegarlo, non li dco veramente, non spa…ra…re – “quote rosa”, anche se a pronunciarle sono io, anzi sopratutto se sono io!”
      Dai! Vedi è facile tirarne fuori una per un nonnulla. Se ce l’hai già pronta, lo è ancora di più.
      E poi vuoi mettere: sull’insegna di El Bavon Rojo la scritta “Mislaestuisla era aqui”. Fai un figurone!😉
      Siediti qui, dai.
      Grog? Birra? Tequila? Cosa bevi?
      … …

      NARCIiiii’ Alza ‘sta cazz’e muuuuuusicaaaaa!

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  • Zeus

    Prima di tutto vorrei dire grazie per l’ospitalità. Sono stato “invitato” e io mi sono appropriato del divano, del cibo, del grog… praticamente ho preso tutto il possibile. Soprattutto la vostra pazienza di lettori…. hehehe.
    Seconda cosa: ma sai che ho pensato la stessa cosa? Anche secondo me il “mi licenzia” era solo una scusa per liberarsi dalla noia del racconto? 😀
    Pensavo di avere più fascino con il cappellaccio alla Indiana Jones, invece…😀
    Grazie ancora!

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    • redbavon

      De nada, amigo, de nada. Non è noia, è solo la fottuta sindrome TLDL (Troppo Lungo Da Leggere) che ormai è imperante: la media di capacità di lettura è pari al bigliettino nei Baci al cioccolato😉 Ma a El Bavon Rojo non abbiamo di quei cioccolatini…Con il caldo assassino di Punta Allen si liquefano.
      Per il discorso del fascino, il cappellaccio alla Indiana era ok, ma ti mancava la frusta…Le donne sono attente ai dettagli, lo sai come sono fatte, no?
      Un giro di grog per tutti alla salute di Zeus!
      El Bavon Rojo, la locanda preferita dagli Dei!

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      • Zeus

        Già. Infatti pensavo mi cassassi il pezzo per sopraggiunta TLDL. Ma ho visto che hai rischiato e hai puntato tutto sul rosso (ehehe). Una mossa che ho apprezzato, sia chiaro!😉
        Già, la frusta dovevo portarla… ma, come detto nel racconto, non ne avevano più e sono rimasto un Indy in divenire… la versione peggiore dell’Indy😀

        Salute!

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      • redbavon

        Chi è che ha un briciolo di amore per l’Avventura e le Storie e non vorrebbe essere un po’ come Indy? Anche il tipo di Batmancito è una pallida versione di Indy (e anche lui senza fruste, si vede che le avevano proprio finite…eheheh). Più che versione peggiore, una versione a carica “ridotta”…leggendo la tua storia ho sentito un’atmosfera tra The Hitcher, El Mariachi e la scena finale del primo Terminator (hai presente quando lei si ferma dal benzinaio?)…

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      • Zeus

        Infatti. Indy è l’esempio… avevo anche fatto un post ad hoc su Indiana Jones. Non mi ricordo però quando… vabbeh.
        La versione a “carica ridotta” è la migliore. Indiana Jones è uno… noi seguiamo le orme.

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  • Zeus

    L’ha ribloggato su Music For Travelerse ha commentato:
    Avete presente la famosa frase: “ti danno una mano e ti prendi il braccio”? Ecco. Io sono l’esempio lampante di questo comportamento. Mi invitano per una storia breve e io, arraffone come sono, scrivo un poema epico.
    Giuro, ho tentato di fermarmi. Giuro.
    Ma dovevo scriverlo comunque.

    Grazie redbavon e grazie El Bavon Rojo.

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  • lamelasbacata

    Una meraviglia! Questo è il tipo di storia che preferisco!
    Bravo Zeus!!! Tutta la mia stima al padrone della bettola che ha istigato cotanta storia 😆

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  • Tati

    fantastico! DiodiUnDio sempre meraviglia… hai cambiato colori, suoni e odori … si sta dannatamente bene in questa bettola!
    Bravo DiodiUnDio e bravo Red!

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  • intempestivoviandante

    E’ proprio bella anche questa. E neanche troppo lunga, quando mai! Secondo me la barista voleva solo far credere di essersi inventata una scusa per non mostrarsi troppo interessata. Via, un dio dovrebbe conoscerle meglio le donne😀

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  • Paolo

    Gran bella storia. Di genere, accattivante e veramente ben narrata. Un noir che si fa leggere tutto d’un fiato con quella classica delusione, infine, “ma come, è già finito?!” Grande Zeus, complimenti!

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