El Bavón Rojo – Panico da preparativi

Seduto sul dondolo sotto il portico di El Bavón Rojo, l’Oste contempla la strada brulicante di esseri umani impegnati nelle loro frenetiche attività per arrivare alla fine della giornata con qualcosa di “compiuto” e lo stomaco pieno. “Seduto” non è l’espressione corretta per un essere umano che, senza pudore, dichiara “di non discendere dalla scimmia, ma da un sofà”. L’Oste è talmente sprofondato e immobile nei cuscini di quel vecchio e arrugginito dondolo da potere essere scambiato come parte della sua colorata tappezzeria huipil.

È mezzogiorno e l’afa mista all’umidità è, come al solito a queste latitudini, un cocktail letale per ogni slancio e attività. L’Oste è in uno stato che egli stesso definisce: me facesse mangià ‘o culo d’ ‘e mosche pe’ nun dicere: “Sciò!”. Nella lingua di origine dell’Oste lo si dice di coloro che non riescono a vincere la pigrizia, una pigrizia talmente inguaribile da riuscire a sopportare disturbi, fastidi e assilli senza provare a reagire.

Dalla strada, la longilinea figura dell’Oste può essere distinta a stento dai cuscini del dondolo. A un occhio attento due indizi denunciano la sua presenza sotto quel portico: un esile filo di fumo sale voluttuoso in alto dalla sigaretta che l’Oste tira con la stessa flemma del compianto Barone svedese del calcio italiano, Nils Liedholm: “Gli schemi sono belli in allenamento: senza avversari riescono tutti”.  Il secondo indizio è il movimento del braccio destro quando solleva una bottiglia di cerveza e la porta alle labbra con la rassegnazione che la birra è ormai calda. Sparse a terra intorno al dondolo, il numero di bottiglie vuote è l’evidenza che l’Oste è all’ultimo grado della ‘Scala della Sbronzaì:

  • 1°: “Inteligente” (improvvisamente ti senti l’esperto di qualunque materia)
  • 2° “Atractivo” (improvvisamente ti senti il più figo del bigonzo e desiderato abbestia da tutti, di qualsiasi sesso e orientamento sessuale, non importa);
  • 3° “Rico” (improvvisamente ti senti il più ricco del mondo e sei prodigo dell’ennesimo “giro” al bar con tutti quelli che ti capitano a tiro di fiatella alcolica)
  • 4° “A prueba de balas” (“a prova di proiettile”, nessuno può farti arrabbiare, nessuno può farti male. Credici, seh, credici)
  • 5° “Invisible” (puoi fare qualsiasi cosa tanto nessuno può vederti, tanto…sei invisibile)

La birra non è infinita: l’ultima bottiglia, come un un soldatino di piombo nel suo reggimento, va ad allinearsi alle altre vuote, disposte in file ordinate sul pavimento. L’Oste mugugna tra sé e sé, a mezza bocca pronuncia una frase udibile solo da lui: “E allora, non chiedere mai per chi suoni la campana. Essa suona per te”.

Picchia forte le mani all’unisono su entrambe le cosce e, facendo forza su di esse, fa leva per separare il resto del corpo dal dondolo. Si alza in piedi con la stessa leggerezza di un container issato da una gru portuale, fissa ancora per qualche istante quel brulichio per la strada come per trovare un indizio, anche piccolissimo, per capire il motivo di tanto quotidiano sbattimento. Sospira, infine, buttando fuori insieme al fiato di birra e fumo, anche la rassegnazione e l’accettazione della condizione umana. Si guarda intorno, a destra, a sinistra, come per cercare qualcosa o qualcuno; in realtà sta cercando la sua convinzione, la sua determinazione che è scarsa quanto il sale nel pane sciapo.

Pianta le mani sui fianchi, le braccia incurvate come manici di anfora, inarca la schiena all’indietro, distende le punte dei piedi molleggiando un paio di volte e infine muove la testa in una lenta rotazione a 360 gradi, prima in senso orario, poi in senso opposto.

Mette una mano nella tasca destra del pantalone, vi fruga dentro per lungo tempo, congruo se fosse la borsa di una donna in cui – si sa  – ci entra il mondo, ma quando cerchi qualcosa si nasconde benissimo. La tasca sembra un “buco nero”, la mano è stata risucchiata. Finalmente, nella mano compare un pacchetto sgualcito di sigarette, fa per dare la solita botta sul fondo per tirarne fuori il filtro di una sigaretta, quel tanto che basta per catturarla con le carnose labbra, ma si blocca a metà: il colpo risulta perciò fievole, dal pacchetto non sporge nessuna sigaretta.Rimette in tasca il pacchetto e con un filo di voce dice:

“Trattieni il respiro
Esprimi un desiderio
Conta fino a tre”

L’Oste gira su se stesso e si dirige a grandi passi verso l’entrata della locanda, scandendo ad alta voce tre numeri:

“Uno…”

“…due…”

“..tre!”

Varca la soglia e, continuando a camminare deciso all’interno, urla:

“Narcììììììì! Narciiisoooooo!…”

“Narcì, jamme belle jà! – batte due volte le mani nell’aria davanti a sé  – Narcì, dai che dobbiamo iniziare a mettere a posto la bettola. Inizia a’ staggione, jà…Narcì, ma addò staje…”

“Narciso, dai su, non fare come al solito. Inutile che ti nascondi quando c’è da faticare, ormai li conosco tutti i tuoi nascondigli. Dai, su, esci fuori Naaaarcì…Nar..

..cì.”

L’Oste di ferma di colpo, ma oltre ai suoi piedi, anche il suo cuore accusa un’esitazione, brevissima, ma percettibile.

Lo sguardo dell’Oste è inchiodato a una piccola figura, rannicchiata sotto a un tavolo, il tavolo preferito da Tati per disegnare, da Mela per scrivere, dagli altri della Compagnia per fare cagnara a ogni occasione. La testa è nascosta tra le corte gambe e protetta dalle braccia: una posizione fetale che trasmette una necessità estrema di protezione, ma anche di fuga da tutto ciò che lo circonda.

È Narciso, il socio pestifero dell’Oste, molesto come una nuvola di moscerini, di bassa statura o – meglio – “diversamente alto” perché l’ultimo che lo ha insultato per via dei suoi presunti centimetri mancanti è scomparso nel buio della notte, inghiottito dalla finestra come da un buco nero nello Spazio. Ad altri è andata anche peggio. El Rojo non ha mai visto il suo socio in quello stato e per alcuni momenti resta a fissarlo, cercando di capire se si tratta davvero di Narciso o è la birra che gli sta giocando i soliti scherzi delle ombre cinesi.

“Na..r..cì?”

Con un filo di voce che riesce con difficoltà a modulare attraverso un groppo alla gola, grosso come un fico d’India e fastidioso come i suoi semi tra i denti: “Narciso…”

Si avvicina al tavolo e si inginocchia, allunga la testa in direzione del bozzolo umano al centro delle quattro gambe di legno, si infila sotto e sussurra: “Narcì, che è stato? Che hai passato? Nennello, che è successo?”

Narciso non accenna a sollevare la testa, anzi sembra avere serrato ancora di più la morsa protettiva di braccia e gambe.

L’Oste si avvicina ancora un po’, contorcendo la sua mole di un metroeottantatré entro lo spazio ristretto al di sotto del tavolo.

“Narcì..Uhè Narcisoooo – pone la mano destra sul groviglio di braccia e gambe dove dovrebbe essere uno degli avambracci del piccoletto e inizia a scuoterlo, con dolcezza, senza strattoni – Narcì, jà guardami, dimmi qualcosa…giuro che qualsiasi cosa tu abbia combinato, giuro – e lo sai che non giuro mai – giuro che non ti faccio nient…”

Cercando una posizione più comoda e naturale, l’Oste non fa a tempo a finire la frase che dà una sonora craniata alla superficie del tavolo soprastante. La botta suona tremendamente sorda, sproporzionata rispetto alla distanza percorsa dal cranio per impattare la superficie. L’Oste sobbalza, trattiene una bestemmia tale da provocare l’immediata scomunica a tutta la Chiesa latino-americana, recupera con inusuale velocità e continua:”…non ti faccio niente…giuro. Neanche per questa botta qua”

Narciso si muove, alza la testa dalla sua improvvisata tana quel tanto che si vede chiaramente un occhio e parte del naso, l’Oste sorride: “Ehi! Ma stai ridendo! Allora sei vivo, ancora…Narcì, ascimme da ‘cca sotto che mi sta venendo la gobba come a Quasimodo…Esmeralda…Esmera….”

Quel bozzolo di gambe, braccia e un vello indisciplinato di riccioli biondi increspati dalla salsedine inizia violentemente a sobbalzare. Narciso alza la testa e ride. Ride di gusto.

L’Oste, suo malgrado, è riuscito in una cosa difficilissima: lo zero comico.

I due abbandonano l’angusto spazio sotto al tavolo. El Rojo, con una mano si massaggia la testa nel punto in cui ha battuto, con l’altra tiene la piccola mano dello stropicciato puttino biondo, e insieme si avvicinano al bancone. L’Oste solleva Narciso, pulisce con la mano la seduta di uno di quegli alti sgabelli a ridosso del bancone e lo appoggia con la delicatezza che si usa nel maneggiare un vaso di porcellana della dinastia Ming.

“Allora, sono tutto orecchie.”.

Narciso, con la voce rotta dall’emozione, trattenendo un pianto violento come un uragano a settembre, pronuncia le prime parole:

“Sono un grande falso mentre fingo l’allegria,
sono un gran diffidente mentre fingo simpatia,
come un terremoto in un deserto che…
che crolla tutto ed io sono morto e nessuno se n’è accorto…”

L’Oste lo interrompe:

“Uhè Narcì, ma che ti metti a parlare come quel cantante-là…Coso…Come si chiama?…Guarda che prendo tutte le cassette e i ciddì di…ah ecco, sì!..di Aurelio Fierro e butto tutto nella palude eh?…”

Narciso ribatte serafico e con uno sguardo quasi di rimprovero:”…Tiziano Ferro…Non Aurelio Fierro, il cantante è Tiziano Ferro””

L’Oste non dà peso alla precisazione e prosegue: “Vabbuò, Tiziano Ferro,..Narciso, non divagare..” Narciso inarca vistosamente le sopracciglia e il viso diventa una maschera parlante “Il bue dice ‘cornuto’ all’asino”, io sono quello-che-divaga…”

L’Oste continua e sale di tono per attirare l’attenzione dell’interlocutore:

Ma è successo qualcosa? Qualcuno ti ha fatto del male?”

Narciso guarda El Rojo negli occhi con estrema riconoscenza, nel guizzo tra gli sguardi capisce tutto:  ironia, sarcasmo, stupidità, provocazione, tutte le risate, tutti i sorrisi che esplodono con fragore, quelli non esplosi e quelli che hanno bisogno di micce più lunghe, la capacità di entrambi di trovare il bene nel male, il bene nella cattiva sorte, la forza che ognuno trae dall’accettazione delle debolezze dell’altro. “Mi casa es tu casa”, certo. Vale anche per le anime.

“No, no, nessuno mi ha fatto del male. È…è… – El Rojo si avvicina la sua faccia per essere sicuro di non perdersi nemmeno un fiato di quanto sta per dire – è…che sono triste. Ho paura. All’improvviso ho avvertito come se tutto finisse in questo esatto secondo. All’improvviso ho avvertito che stavo vivendo solo un’illusione. Tutto finito in un attimo. Niente di vero. Tu, io, quelli là fuori per strada, i frequentatori di questa bettola, questo posto, tutto questo è solo…pura immaginazione.”.

L’Oste resta in silenzio per un attimo, al massimo un attimo e mezzo. Fa segno a Narciso di restare fermo lì seduto, va dietro il bancone e sparisce alla vista del nanerottolo.

Da dietro il bancone sopraggiunge un gran trambusto di plastica sbattuta, caduta, rovesciata, fruscii di carta e bottiglie che rotolano. Si aggiungono bofonchi a ritmo sincopato di “Dove l’ho messo?”, “Quando cerchi una cosa, non la trovi mai”, “la casa non ruba, ma nasconde benissimo”, qualche epiteto colorito, una mezza dozzina di invocazioni della Madonna Nera di Guadalupe e della protettrice dei ciechi, Santa Lucia.

“Narcì, qua ci sta un bordello, dobbiamo mettere a posto…Meno male che Tati ed Ego vengono a darci una mano…Santa donna!”

Il rovistio misto al ciarlare sembra non avere fine, quando d’un tratto, l’Oste risorge trionfante al di là del bancone, stringendo con ambedue le mani la confezione, vecchia e scolorita, di un vecchio vinile a 33 giri: “Eccolo! Lo sapevo che era qui…La casa…” Narciso conclude la frase: “…non ruba, ma nasconde benissimo.”.

L’Oste estrae con cura il vinile dalla malandata protezione di carta, con un aggeggio ripulisce dalla polvere la superficie del disco con la delicatezza che si usa per pulire il sederino di un bebè e, infine, lo pone sul piatto di un vecchio stereo. Il rumore inconfondibile della puntina che si posa sul disco, una manciata di fruscianti secondi che annunciano l’inizio della musica, i “tac” nei primi solchi muti che scandiranno ogni giro dei long-playing ascoltati centinaia di volte…

Su quella grande e, una volta, vivacemente colorata copertina si legge a malapena “Fabr…Ciocc…Colon..a Sonora”.

La musica inizia è l’Oste inizia a cantare:

Vieni con me
e sarai
in un mondo di pura immaginazione
lancia un’occhiata
e vedrai
dentro la tua immaginazione

Inizieremo con un giro vorticoso
viaggiando per il mondo
della mia creazione
Ciò che vedremo
sfiderà ogni spiegazione

L’Oste è ormai al di qua del bancone e ha raggiunto Narciso. Continua a cantare con larghi gesti delle braccia, ondeggiando e zigzagando in una danza tra il valzer e l’andatura di un ubriaco: il valzer borracho.

Se vuoi vedere il paradiso
guardati semplicemente intorno e vedilo
Tutto quello che vuoi, fallo
Vuoi cambiare il mondo?
Non c’è nulla che te lo impedisca

Non c’è
vita che io conosca
paragonabile alla pura immaginazione
Vivendo qui, sarai libero
se desideri davvero esserlo

Ora la musica risuona in tutto il locale, sembra occupare ogni interstizio, ogni infinitesimale spazio in tutto il locale. Nessuna parola. Solo la musica. Come un lontano canto di sirene. Narciso si ritrova l’Oste a un centimetro, realizza quanto la distanza dei loro corpi sia estremamente ridotta, quando  ormai è stato prelevato dallo sgabello e volteggia insieme all’Oste. El Rojo lo ha preso in braccio e simula un ballo a due. L’Oste, danzando, riattacca con ancora maggiore enfasi e un’intonazione fuori dal comune:

Se vuoi vedere terre magiche
Chiudi gli occhi e ne vedrai una
Vuoi essere un sognatore,
Che tu lo sia
ogni volta che ti piace e per piacere conserva un sogno per me

Vieni con me
E sarai
In un mondo di pura immaginazione
lancia un’occhiata
E vedrai
dentro la tua immaginazione

Non c’è nessun posto
dove andare
paragonabile alla tua immaginazione
Perciò vai là
Per essere libero
Se veramente vuoi esserlo
Vivendo là
Sarai libero
Se veramente vuoi esserlo

Termina la musica e restano abbracciati, quando l’Oste nota che Narciso fissa insistentemente un punto al di là della sua spalla. Attira l’attenzione di Narciso con uno sguardo e modulando la sola postura dei sopraccigli gli pone un silenzioso quanto eloquente interrogativo su cosa stia succedendo. Il piccoletto gli risponde con un’altrettanto minimalista espressione dei soli occhi, che ora sono di nuovo colmi di sorriso. Vi aggiunge un cenno del capo per invitare il socio a girarsi e guardarsi indietro.

L’Oste mette a terra il piccoletto, si volta e vede:
una folla è assiepata appena fuori dell’entrata e alle finestre, ha assistito probabilmente a tutta la scena del balletto. In religioso silenzio.

Li riconosce a uno a uno:

tiZ, Paolo, Tati, il piccolo Ego, Mela, Zeus, Silviatico, Ade, Johnny, Blurredlines2016, Pupazzovi, Deserthouse, Liza, Vincenzomobys, Briciolanelatte, Pietro, Intempestivoviandante, Gemmapiccin, Bukurie, Chinà, Ciliegina, Giuliasolepizza, Gwenpoolanddeadpool, 65luna, Franz, Giuliana, Francesco, Anghessa, cineclan, Il Principe, David, Peter, Luna.

Tutti hanno un sorriso ebete stampigliato sul viso.

L’Oste copre la faccia con un mano. Gli si legge sulla fronte l’imbarazzo. Trovato il coraggio di scoprirsi il volto, guarda Narciso dabbasso e all’unisono, allargano entrambi le braccia verso la folla e dicono:
“Mi casa es tu casa”

Onda sonora consigliata: Pure Imagination interpretata da Josh Groban

Testo di Pure Imagination, scritta da Leslie Bricusse e Anthony Newley per il film “Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato” e interpretata nel film da Gene Wilder.

La traduzione è – se non ve ne siete accorti 😉 – nel testo del racconto.

{Hold your breath
Make a wish
Count to three}

Come with me
And you’ll be
In a world of pure imagination
Take a look
And you’ll see
Into your imagination

We’ll begin
With a spin
Traveling in
The world of my creation
What we’ll see
Will defy explanation
If you want to view paradise
Simply look around and view it
Anything you want to, do it
Want to change the world?
There’s nothing to it
There is no
Life I know
To compare with pure imagination
Living there
You’ll be free
If you truly wish to be
If you want to see magic lands
Close your eyes and you will see one
Want to be a dreamer, be one
Anytime you please and please save me one

And you’ll be
In a world of pure imagination
Take a look
And you’ll see
Into your imagination

There is no
Place to go
To compare with your imagination
So go there
To be free
If you truly wish to be

Living there
You’ll be free
If you truly wish to be

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