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Deja Vu: Assault Suit Leynos

Déjà Vu (Macintosh)  [immagine da http://www.hardcoregaming101.net/%5D

A volte ritornano…

Le edizioni “remastered” dei videogiochi, cioè versioni aggiornate a una più avanzata tecnologia, sono una consuetudine, dando la possibilità alle nuove generazioni o utenti “approdati” di recente al medium di vivere l’esperienza difficilmente replicabile a causa della relativa irreperibilità della macchina su cui girava. Sono, però, diventate più frequenti nella scorsa generazione di console e una sistematica presenza nel catalogo in quella presente. I motivi sono diversi, dal riempire “buchi” di catalogo sopratutto nelle fasi iniziali del lancio di una nuova piattaforma alla bieca esigenza di “fare cassa” con un titolo i cui costi di sviluppo sono stati già ammortizzati dalla release originaria. A patto che vengano trattate con una dignità pari all’opera originale, le edizioni “remastered” sono benvenute: Ico e Shadow of the Colossus, i primi due The Secret of Monkey IslandAnother World, gli episodi di God of War su PSP, la serie Metal Gear Solid, Uncharted Collection o Rare Replay, solo per citarne alcune. L’elenco è davvero lungo ed è possibile consultarlo alla pagina dedicata su Wikipedia.

Il “fenomeno” dei remake non è di per sé negativo, per quanto presti il fianco a critiche legittime che vi ravvisano la classica “mungitura delle vacche”, ovvero dei videogiocatori. A volte, i risultati sono modesti come nel caso di Zone of The Enders HD Edition su Xbox 360  (la versione PS3 è stata salvata da una successiva patch) oppure addirittura tradiscono l’originale, come è successo per la remastered di Silenti Hill, in cui la nebbia, l’elemento fortemente caratterizzante, ha perso volume e rivela elementi prima nascosti.

Il videogiocatore è comunque una bestia tecnologicamente (tossico)dipendente e perciò, quando una vecchia gloria viene rivisistata con lifting grafico e a più alta risoluzione, viene colto dalla tentazione di rivivere certe esperienze passate: un mix letale di “nostalgia nostalgia canaglia” e vecchi conti in sospeso.

Battezzo questa nuova rubrichetta, Deja Vu, dedicata alle versioni “remastered”, con un videogioco con cui ho appunto un vecchio conto in sospeso, una brutta bestia di spara-tutto di produzione giapponese, che all’epoca mi fece scoprire di essere affetto da un raro quanto singolare caso di glossolalia, cioè di riuscire a pronunciare bestemmie e maleparole in una lingua esistente, ma a me ignota e mai studiata precedentemente.

Signore e signori, dopo 26 anni – dico “ventisei anni” – ritorna sui nostri schermi Sua Bastardità

Assault Suit Leynos!
 

Assault Suit Leynos (Mega Drive,1990)

 

 

Assault Suit Leynos (PlayStation 4, 2016)

La recensione è doppia: di seguito la prima dedicata al titolo originale del 1990 per Sega Mega Drive e, a breve, seguirà la seconda per il titolo “remastered” per PlayStation 4, pubblicato nel 2016.

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Hasta la Raíz (testo e traduzione) – Natalia Lafourcade

Dedicata a tutti quelli che ci portiamo dentro: che ci hanno sbattuto in faccia la porta / con i quali abbiamo sbagliato / che non ci hanno dato tempo… /che il tempo non c’era perché era solo un’illusione / che il tempo non c’era perché è durato un attimo lungo una vita che avremmo voluto vivere insieme / che sono andati via perché il loro tempo era finito / che si sono allontanati perché non avevano più tempo per noi / che non ci sono più / che sono lAssù / che sono lontani e non abbiamo mai il tempo di salire su un’automobile-corriera-treno-aereo / che sono vicini e non abbiamo mai il tempo di bussare al citofono e al campanello / che gli hai mandato un e-mail e sono talmente tanti mesi che non ti è arrivata una notizia che pensi al peggio / che hanno i tuoi telefono-email-uoZappe-fessebuk-tuittè-e-pure-telegràm ma nulla da dirti / che finalmente hai capito che non hanno tempo per te / che sono fuori tempo massimo (e – stanne certo – torneranno nel recupero dell’ultimo dei tempi supplementari) / che “scusa, non ho avuto tempo” /che fanculo-basta-non-ti-richiamo-ma-poi-ci-speri-da-morire / che fanculo-non-ti-richiamo-e-poi-basta-veramente-affanculo / che oddio-vorrei-tanto-chiamarti-ma-ho-paura / che occhei-ho-deciso-ti-richiamo-(hounapaurafottutaperò)-e-ti-risponde-la-segreteria / che fanculo-a-tutte-le-segreterie / che ricevi una bella notizia da una lontana conoscenza / che non ricevi più notizie. Mai più.

Hasta la raíz di Natalia Lafourcade

Dedicata a tutti quelli che, nonostante tutto, ci portiamo dentro.

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Viva il Messico! Ep.#26 – Palenque, l’arrivo

Segue da Ep.#25 – L’Hacienda Yaxcopoil

10° dia: da Mérida a Palenque

All’alba, come ormai nostra consuetidine da Tulum (strano per essere in vacanza, eh?), ci rechiamo al “Terminal” dei bus di prima classe (noi marchesi…) per prendere l’autobus per Palenque: otto ore di viaggio, pulite pulite. Salutiamo Mérida, la Ciudad Blanca.

In Messico il trasporto pubblico su strada è impeccabile e, dopo avere viaggiato per almeno tredici ore all’andata e diciannove al ritorno, posso confermarlo per averlo sperimentato. Si viaggia più comodi che in aereo, aria condizionata, bagno (anche se non ho mai avuto necessità così impellenti per avventurarmici), poltrone con ampio spazio davanti, schienali che una volta reclinati non obbligano il passeggero di dietro a reclinare il suo per evitare l’effetto “salume sotto-vuoto”, c’è anche la televisione.

Nelle otto ore previste per arrivare a Palenque, per uno come me che non riesce a dormire sui mezzi di trasporto e che non vuole dormire per potere vedere i paesaggi oltre il finestrino, la televisione può essere un buon modo per ingannare il tempo. Dopo la prima ora di entusiasmo e scaricata l’adrenalina, il “down” è naturale. Perciò, mi sistemo per bene sprofondando nello schienale e mi schiero per vedere un po’ di lavatrice televisiva. Vediamo un po’ cosa danno sulle corriere messicane: cartone animato giapponese in lingua giapponese, sotto-titolato in spagnolo e ambientato nell’antica Siracusa. Ho detto.

L’arrivo a Palenque corrisponde esattamente a quanto anticipato dal fratello di Frank, Jimmy: buco fetente e infuocato.

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Good Bye Mini NES!

Salutate Mini NES. Sta andando via…

Nintendo ha annunciato, alquanto a sorpresa, che la produzione della Nintendo Classic Mini NES (d’ora in poi Mini NES) è cessata. Il Mini NES è letteralmente andato a ruba tanto che online, oggi come al momento della prima uscita, si può trovare a prezzi da ladrocinio. Il successo di questo gadget elettronico, oggetto votivo per il videogiocatore incallito con parecchie primavere alle spalle,  è stato clamoroso, nonostante Nintendo da qualche tempo a questa parte attiri folle di hater e di troll, infestanti ogni forum e spazio dei commenti di ogni rivista di videogiochi online.

Non ho un’età tale da potermi definire un “nintendaro”, sono un videogiocatore onnivoro e vorace (più ce n’è, meglio è), tendente alla singletudine videoludica. Mi definisco  un videogiocatore “monogam(ic)o” poiché prediligo il “single player” o la “coop” in locale (vecchio buon split-screen); ho provato il multiplayer online, smangiucchiato il divertimento elettronico in versione portatile, ma il mio credo religioso mi impedisce di avvicinarmi agli universi esclusivamente online, potenziali annichilatori di quel poco di vita sociale che mi rimane e macchinette mangia-soldi a botte di micro-transazioni che neanche te ne accorgi. Non parlatemi dei videogiochi su smartphone perché poi esco dalla grazia dei circuiti.

Quando la Mini NES è stata distribuita l’11 novembre dell’anno scorso (vita davvero breve per una console) non ho potuto trattenere le dita dal battere sulla tastiera i miei pensieri e sensazioni come un fabbro batte il martello sull’incudine. Ne è venuto fuori “Nintendo Classic Mini a ruba. Retro-gaming a chi?!” che non vi spiega la rava e la fava della console e dei giochi inclusi, ma vi fa perdere tempo a considerare quanto  questo tipo di operazioni di marketing, che fanno leva sul fattore “nostalgia nostalgia canaglia” di un target già profilato (e vittima predestinata), sono tuttavia benvenute perché contribuiscono a fare scoprire il valore di un “classico senza tempo” ai giovani e rivivere certe sensazioni alla “old-gen”.

Sono ritornato a scriverne, dopo avere letto l’ottimo post di Johnny sulla Mini NESper un botta & risposta che sicuramente farà piacere al caro Johnny e che invita altri a intervenire e a dire al propria.

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Andale ad Andalo#7 – L’Epilogo (giuro)

Segue da Andale ad Andalo#6

Venti minuti dopo, e dico esattamente venti minuti dopo, la Divisione alpina “Tridentina” de Noantri viene accolta tra le mura del rifugio e dodici comodi posti a sedere. Il fatto stesso che la stima dei “venti minuti” di attesa sia stata rispettata già predispone bene, senza contare che la fame – in mezzo a quel bailamme di piatti e ganasce masticanti – è giunta a dei livelli da crampi urlanti nello stomaco.

Quando entriamo, la formazione, sebbene sfilacciata a causa dell’intenso traffico di camerieri, dal passo veloce e determinato (se entri in rotta di collisione, non si spostano), si ricompatta oltre una porta dove sono pronti due tavoli.

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A El BaVón Rojo Zeus racconta la sua storia

La bettola ha riaperto e inizia a tornare la gentile clientela, nonostante “c’èCCrisiC’èCCrisi”…tanto da queste parti non ce ne siamo mai accorti perché le vacche qui sono sempre state così magre da potere sfilare sulle passerelle milanesi dell’Alta Moda. Ritorna Zeus e ci racconta la sua storia. 

Autore: Zeus

La storia di Zeus

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El Bavón Rojo – Panico da preparativi

Seduto sul dondolo sotto il portico di El Bavón Rojo, l’Oste contempla la strada brulicante di esseri umani impegnati nelle loro frenetiche attività per arrivare alla fine della giornata con qualcosa di “compiuto” e lo stomaco pieno. “Seduto” non è l’espressione corretta per un essere umano che, senza pudore, dichiara “di non discendere dalla scimmia, ma da un sofà”. L’Oste è talmente sprofondato e immobile nei cuscini di quel vecchio e arrugginito dondolo da potere essere scambiato come parte della sua colorata tappezzeria huipil.

È mezzogiorno e l’afa mista all’umidità è, come al solito a queste latitudini, un cocktail letale per ogni slancio e attività. L’Oste è in uno stato che egli stesso definisce: me facesse mangià ‘o culo d’ ‘e mosche pe’ nun dicere: “Sciò!”. Nella lingua di origine dell’Oste lo si dice di coloro che non riescono a vincere la pigrizia, una pigrizia talmente inguaribile da riuscire a sopportare disturbi, fastidi e assilli senza provare a reagire.

Dalla strada, la longilinea figura dell’Oste può essere distinta a stento dai cuscini del dondolo. A un occhio attento due indizi denunciano la sua presenza sotto quel portico: un esile filo di fumo sale voluttuoso in alto dalla sigaretta che l’Oste tira con la stessa flemma del compianto Barone svedese del calcio italiano, Nils Liedholm: “Gli schemi sono belli in allenamento: senza avversari riescono tutti”.  Il secondo indizio è il movimento del braccio destro quando solleva una bottiglia di cerveza e la porta alle labbra con la rassegnazione che la birra è ormai calda. Sparse a terra intorno al dondolo, il numero di bottiglie vuote è l’evidenza che l’Oste è all’ultimo grado della ‘Scala della Sbronzaì:

  • 1°: “Inteligente” (improvvisamente ti senti l’esperto di qualunque materia)
  • 2° “Atractivo” (improvvisamente ti senti il più figo del bigonzo e desiderato abbestia da tutti, di qualsiasi sesso e orientamento sessuale, non importa);
  • 3° “Rico” (improvvisamente ti senti il più ricco del mondo e sei prodigo dell’ennesimo “giro” al bar con tutti quelli che ti capitano a tiro di fiatella alcolica)
  • 4° “A prueba de balas” (“a prova di proiettile”, nessuno può farti arrabbiare, nessuno può farti male. Credici, seh, credici)
  • 5° “Invisible” (puoi fare qualsiasi cosa tanto nessuno può vederti, tanto…sei invisibile)

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El BaVón Rojo – Season 2

bavonRojo

La classica bettola malfamata, il migliore grog di tutti i Caraibi. Così dice l’Oste.

Questo non è un vero post, è un avviso di servizio, anzi un avvertimento:
El BaVón Rojo sta per tornare sui vostri schermi.

Dall’inizio dell’anno, c’è stata già qualche avvisaglia, del movimento con andamento lento, giusto per togliersi un po’ di polvere di dosso, qualche scatto isolato, un singulto di vita in questo comedor che – come lo ha generosamente definito Silviatico – è “un luogo in cui ci si arriva per caso e non lo si lascia più” o, almeno – io auspico – ci si ritorna con piacere.

Nato come spin-off del racconto Batmancito, a sua volta nato come spin-off di un episodio accaduto per davvero nel mio viaggio in Messico, El BaVón Rojo interpreta l’anima primigenia di questa webbettola: la condivisione di esperienze, racconti ed emozioni, seduti intorno a un tavolo, gozzovigliando e bevendo.

“Mi casa es tu casa” recita il cartello all’entrata della locanda che, in un lontano passato, non avrebbe sfigurato al confronto di una stamberga piratesca sull’isola della vicina Tortuga. Oggi ambisce a fare sembrare “il peggiore bar di Caracas”  un convento di suore Carmelitane scalze. Obiettivo sfidante per i due scalcagnati soci, l’Oste e Narciso, ma raggiungibile solo con l’aiuto della pregiata clientela, cioè voi.

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Andale ad Andalo#6 – (antipasto del)L’Epilogo

Dolomiti del Brenta: vista da La Paganella [foto by RedBavon]

Segue da Andale ad Andalo#5

Appollaiato sulla seggiovia vedo avvicinarsi la stazione di arrivo. Come un centurione della Legione Romana, ordino al mio manipolo di familiari di tenersi pronti: per scendere dalla seggiovia, non basta un’andatura al trotto come in cabinovia, ma è necessario un colpo di reni e un breve galoppo in linea retta, come palle sparate dalla canna di un fucile. “Nessuno verrà lasciato indietro”, non è il motto dei Marines, ma una buona regola per evitare che una parte della famiglia sia a 2120 metri e l’altra a valle. Siiiore e Siiiiori, altrrro giiiro! E senza altro gettone. Gratis.

Io, scartato dal Corpo degli Alpini – anche per il reparto di fureria  – raggiungo l’obiettivo: Cima Paganella, quota 2120!
CI HO le prove!

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Tati a El Bavón Rojo: E la Luna bussò

Torna El Bavón Rojo grazie a Tati che ci regala una fatata pennellata di parole e una meravigliosa sorpresa finale delle sue. Oste e Narciso ringraziano e restano in silenzio sott’a botta ‘mpressiunati. Ridurre al silenzio lo spilungone logorroico e il nanetto molesto è un evento epocale.

Autrice: Tati

E la Luna bussò

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Ghost in the Fingers [4.0]

Ghost in the Fingers. “Fantasma nelle dita”, questo il titolo dell’appuntamento che questa volta passa l’Oste, perché il solito convento si è rifiutato per decenza e carità cristiana. Un appuntamento che mancava da oltre tre anni e nessuno ne sentiva la mancanza. Nessuno neanche se n’era accorto, visto che gli unici testimoni oculari, due generosi blogger che vi hanno appuntato la stelletta di apprezzamento, sono spariti dalla blogosfera: per loro, un appuntamento fatale. Meglio del film The Ring: leggi quel post e di te rimarrà solo cenere di bit.

Un divertissement, vizio privato di scrittura, in cui le dita si muovono libere, con l’unico limite di una traccia scritta tanti anni fa e che si rinnova solo in alcune parti, proprio come un update versione [numeroprogressivo.0]. Questa è l’update [4.0]. Ho un tarlo ormai assunto a tempo indeterminato: falangi, falangine e falangette hanno sviluppato una loro coscienza e la consapevolezza di Sè. Dita sospinte da un fantasma, un “ghost” simile a quello del bionico agente Motoko Kusanagi (una gran gnocca di fantasma!), protagonista di Ghost in The Shell.

Un appuntamento che, come i protagonisti attirati dal video proibito in The Ring, ha attirato inesorabilmente le mie dita verso la tastiera, visto che dal 30 marzo al cinema è in proiezione la versione “live action” di Ghost in The Shell, acclamato capolavoro dell’animazione di Mamorou Oshi, ispirato ai manga di Masamune Shirow.

Tip-ritap-tiri-tap-ta-tap. Le mie dita stanno andando. Chi ha stomaco e coraggio, mi segua…

Frame della scena mitica dell’inizio del film Ghost in The Shell (1995)

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Dolci zavorre e paranoie di un videogamer

Intellivision-Colecovision-cassette

(video)Gioco dal 1979, un cabinato sotto una tettoia di cannucce, accanto a un flipper, alle spalle il suono secco delle palline che entrano nella porta del biliardino e un sottofondo musicale del juke-box. Salsedine nell’aria, il caldo opprimente del primo pomeriggio a volte mitigato da una leggera brezza, che portava con sé un mix di odori di oli di cocco, abbronzanti vari e frittura di pesce dell’annesso ristorante. A piedi nudi, impanati di sabbia, la pelle che tira per il sale seccato, i capelli bagnati pettinati amorevolmente dalla mamma. Mi vedo, il viso riflesso sullo schermo di questo cabinato.

Preambolo di memorie barbose, sul romanticuccio becero per alcuni, per me piccole cose impalpabili della vita quotidiana, degne di essere conservate nella memoria grazie al racconto. Philippe Delerm nel suo La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita esprime magistralmente questo concetto in una raccolta di brevi racconti che afferrano al volo momenti di felicità nella loro immediatezza e fugacità.

I videogiochi sono per me come un album di fotografie, ma molto più vivido, dinamico e ricco. I videogiochi “vecchi” qui non chiamateli “retro-gaming”: Casablanca non è un “retro-film”, è un classico.

Con il passare degli anni, delle console e dei computer, ho accumulato un bagaglio di emozioni, sensazioni e ricordi che fanno parte di me. Ognuna di quelle vecchie scatole, molte in cartone,  alcune dai bordi smangiati o tenute insieme con lo scotch, racchiudono oltre a un manuale e una cartuccia o floppy o disco, dei ricordi e delle emozioni. Le conservo perciò con cura come una reliquia sacra e, quando vi Mac F9 and fast forwardposo lo sguardo, è come se rivedessi la mia vita con un effetto ”fast forward”, avanti veloce.

Gli anni passano anche per i circuiti integrati e la conservazione di questa mia particolare “memoria” nonché serbatoio di emozioni inizia a farsi più pressante e a impegnare tempo a scapito delle sempre più rarefatte sessioni di videogioco, ormai relegato nelle ore notturne tali che se fossi un vampiro sarei morto d’inedia. La paranoia è un confine che ti accorgi di avere varcato solo quando ormai è troppo tardi…Quando scopro un gadget inventato nella Terra del Sol Levante, so che sono salvo…Almeno dalla paranoia:

Nano Carbon For Game Cassette!

Quando si parla di Videogiochi, il  Giappone è sempre un punto di riferimento. Se tutte le strade portano a Roma, i Videogiochi portano alla Terra del Sol Levante. In particolare, il Giappone è un’autentica miniera di gadget e aggeggilli, di cui ignoravi l’esistenza, ma quando ne vieni a conoscenza, si straccia il velo del Tempio di Gerusalemme e improvvisamente vieni folgorato dalla verità: ne avverti l’esigenza, ti tampina il pensiero di come procurartene uno e sulle pareti interne della scatola cranica rimbalza come una palla magica la domanda: “Perché nessuno ci ha pensato prima?!?”

Per una vecchia cariatide dei videogiochi, quale sono, il “Nano Carbon For Game Cassette” è una di queste dannate invenzioni giapponesi per cui, fino al momento in cui ne ignoravo l’esistenza, campavo senza problemi, quando poi l’ho scoperta, ho visto La Luce come John Belushi in The Blues Brothers.

Blues-Brothers-do-you-see-the-light

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Viva il Messico! Ep. #9 – Cozumel. Don’t worry, be happy

Arrivo a Cozumel

Arrivo a Cozumel

3° día: Cozumel

Distrutti dalla nottata al Capitan Tuttix decidiamo di posticipare di due ore la partenza per l’escursione alla vicina isola di Cozumel. Partiamo alle 10, anziché alle 8. La nostra strada di viaggiatori è lastricata di buone intenzioni. Più che una scelta, un obbligo fisiologico, date le poche ore di sonno. Giunti sul pontile, ancora sul rintronato andante e senza avere fatto colazione, ci rendiamo subito conto del motivo per cui l’originaria scelta della partenza alle 8 fosse la più saggia: sotto un sole martellante, siamo in coda a una lunga fila di turisti e famiglie con codazzo di creaturi.

Francesco descrive l’arrivo a Cozumel:
[NdClaudio: Francesco ha una grafia a metà tra quella di un dottore che si sfotte di scrivere la ricetta e i geroglifici del’Antico Egitto, per cui l’interpretazione a volte è più ardua della decifrazione dei messaggi della Wehrmacht crittografati con Enigma]

L’arrivo a Cozumel non è uno dei più felici: caldo afoso, fame (sopratutto Diego), sete (tutti) e discussione sul da farsi.
Una mezz’oretta di traccheggiamento e decidiamo di noleggiare due motorini da un certo Arturo: aspetto da tipico messicano (NdC: A’Francè, avrei giurato fosse un tipico lappone…), dai modi spicci, rozzo e, per questo, irritantemente “muy tranquilo”.
Finalmente si parte per il giro dell’isola, non prima di avere indossato dei caschi da baseball (?!?) in dotazione al motorino: praticamente inutilizzabili.

Ma quanto è bello andare in giro con le ali sotto ai piedi se hai una Vespa Special che ti toglie i problemi...

Ma quanto è bello andare in giro con le ali sotto ai piedi se hai una Vespa Special che ti toglie i problemi…

Prima tappa: colazione. (NdC: ‘Azz Francè, chiamiamola “partenza”…)
Veramente facciamo colazione solo Diego ed io.
Seconda tappa: (NdC: pranzo?) da definire. (NdC: ah ecco…)

Percorriamo con gli scooter una strada lungo la quale si notano lussuosissimi alberghi per americani arricchiti. Subito notiamo la differenza di tenore di vita tra la semplice Playa e la ricca Cozumel: la cura dei prati all’inglese, il livello dei negozi, gli alberghi lussuosi, la nave da crociera al largo della splendida baia.
La passeggiata è fantastica: scorci di mare dai colori variopinti si intravedono tra il fitto verde dell’isola.
Decidiamo di fare la prima tappa (NdC:<rullo di tamburi>…Assafà ’AMaronna!) in una località chiamata San Francisco (in mio onore, penso!), ma a causa della solita sbadataggine , la superiamo.
La località successiva si chiama Palarcal (o qualcosa del genere, correggimi Claudio se sbaglio) (NdC: Palancar). Ci fermeremo lì
…Se la troviamo.
In effetti, non è tanto semplice individuare le località a Cozumel, vuoi per la scarsità di indicazioni stradali, vuoi per le dimensioni delle località stesse, individuabili dalla presenza di costruzioni non più grandi di un beach bar.

A ogni modo arriviamo a un incrocio con una strada sterrata e una freccia su un cartello indica che siamo in prossimità di Palacal (NdC: sarà un refuso, sarà che Frank è sullo sbadato sbandante in fatto di nomi, ma questa non è una seconda località: è sempre l’originaria “Palarcal”, anzi Playa Palancar)

Il Diavolo e l'Acqua-Santa, sempre insieme. Diego e mio fratello fanno coppia-fissa in motorino dai tempi del liceo. Un miracolo che siano ancora vivi.

Il Diavolo e l’Acqua-Santa, sempre insieme. Diego e mio fratello fanno coppia-fissa in motorino dai tempi del liceo. Un miracolo che siano ancora vivi.

Lascio a te Claudio la descrizione del luogo: Pala<geroglifici>l merita una penna migliore della mia (NdC: una “penna” no, ma una grafia sicuramente sì!)

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Purple pain

purple rain

E anche il folletto di Menneapolis ci ha lasciato.

Questi primi mesi del 2016 saranno ricordati per il numero di artisti musicali, che hanno lasciato questa “valle di lacrime” e, durante la loro permanenza, l’hanno resa migliore: “Il Duca” David Bowie; il chitarritsta e fondatore degli Eagles, Glenn Frey; Black, al secolo Colin Vearncombe, autore di una famosa hit degli anni ’80, Wonderful Life; uno dei pionieri del rock psichedelico, Paul Kantner, chitarrista dei Jefferson Airplane; Maurice White, fondatore e leader degli Earth, Wind & Fire; un simbolo del progressive rock, Keith Emerson, che diede vita agli Emerson, Lake & Palmer; il 21 aprile, Prince.

Nell’estate del 1984, un film dal piccolo budget (7 milioni di dollari), spunta dal nulla e altrettanto inaspettatamente al suo debutto scala la classifica del box-office al primo posto, spodestando il Re incontrastato delle sale, un certo “Ghostbusters”. Da questo momento, il nome di Prince, al secolo Rogers Nelson, diventa parte dello star system e a noi, “consumatori” di musica, imprescindibile presenza e più familiare. Il film è “Purple Rain”.

Un mese prima del debutto cinematografico, Prince aveva pubblicato il disco “Purple Rain”, che è la colonna sonora del film, e insieme diventano, non solo imprescindibili per i fan,  ma dei veri e propri classici: “cult” da vedere e ascoltare.

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Imparare l’inglese con la musica: 7 Years di Lukas Graham

Traduzione e interpretazione del testo di Laura Fraschetti 

Intro

Imparare l’inglese senza accorgersene si può. Ne sono la prova vivente: lo studio della lingua è necessario, ma ho appreso con naturalezza dovendo leggere manuali di simulazioni di volo e di giochi di ruolo, che non venivano tradotti. L’idea di Laura è fantastica. Bilingue italiano e inglese, è riuscita in un vero miracolo traducendo in inglese un mio racconto, lasciando inalterato il mio stile “gagliardo e caotico”. Ospito Laura qui con grande piacere: la traduzione e l’interpretazione del testo di una hit 7 Years” dei Lukas Graham. Date una possibilità a questi ragazzi, anche se non è il vostro genere. Non ve ne pentirete. A Laura la tastiera.

7-years-cover

Chi non ha mai provato l’ebbrezza di cantare a squarciagola una canzone in inglese inventando strofe intere, totalmente all’oscuro del significato del testo? E scoprire, sbigottito, che motivi entrati nell’immaginario collettivo, hanno testi che anche un bambino alla scuola materna scriverebbe in maniera meno sconclusionata. E chi di noi, pur strenuamente evitando di incrociarne lo sguardo, non si è mai imbattuto in stranieri di ogni nazionalità che bonariamente invadono le nostre città e che padroneggiano la lingua di Albione come fossero cugini di primo grado della Regina Elisabetta, e non ha sudato freddo anche sotto il sol leone per dare semplici indicazioni stradali? Per poi concludere tra sé: “Vengono in Italia e nemmeno sanno una parola d’Italiano…”.

Se è vero che le lingue – anche tante contemporaneamente – si acquisiscono in maniera naturale e senza fatica in età infantile, è altrettanto vero che non è mai troppo tardi per provare a migliorarci, anche in questa sfera.

La musica ci circonda, soprattutto quella in lingua inglese. Perché non sfruttare questo sconfinato patrimonio per imparare un po’ d’Inglese divertendoci? Cantare migliora la nostra pronuncia, arricchisce il vocabolario e grammatica e fissa modi di dire. Dalle strofe di una canzone riusciamo più facilmente a richiamare informazioni che non semplicemente leggendo o ascoltando. Se alla radio passa una canzone che non sentivamo da tempo, è probabile che ci ritroveremo a cantarla senza accorgercene. Non è un caso che proprio con i bambini si faccia un uso intensivo della musica per fissare vocabolario e costruzione delle frasi in maniera naturale.

Con questo intento, abbiamo pensato di scegliere dei testi adatti allo scopo, perché hit del momento o perché ormai ever-green. In questo caso, abbiamo optato per la prima tipologia:

7 Years dei Lukas Graham

i Lukas Graham Continua a leggere


Space Hulk, il nonno di Dark Souls

Maledetta digital delivery! Queste erano scatole magiche!

Maledetta digital delivery! Queste erano scatole magiche!

Cunicoli stretti e bui, rumori sinistri in lontananza, respirate a fatica; dietro l’angolo sapete che quella-cosa potrebbe essere già lì ad attendervi, l’ansia vi attanaglia la gola…un passo, un solo passo alla volta, lento. Potrebbe essere l’ultimo. Non avete mai sofferto di claustrofobia?…Bene, parliamone dopo che siete entrati in questo stramaledettissimo esoscheletro!

Alieno dal latino (appunto) “alienus” ovvero “estraneo, straniero, avverso”. Pertanto, nel caso dovessimo incontrarne uno, non occorrono tante altre scuse per scaricargli addosso la prima arma a portata di mano, possibilmente di grosso calibro…A maggiore ragione, se gli alieni continuano a essere brutti e schifosi come i Genestealers in questo videogioco per Amiga e PC MS-DOS del 1993: Space Hulk.

Genestealers: sono brutti e cattivi, ma non tirategli le pietre.

Genestealers: sono brutti e cattivi, ma non tirategli le pietre.

L’ambientazione di Space Hulk attinge all’universo di Warhammer 40,000, creato da Games Workshop, e descritto in svariate pubblicazioni con maniacalità di dettagli e ricchezza di sfumature, con sapienti tocchi di dark e gotico in una fusione perfetta tra antico e futuro. Crudele, senza pietà, brutale questo è Warhammer 40,000. Questo è Space Hulk.

Con il termine “Space Hulk” (traducibile in “Colosso Spaziale”) si intende un agglomerato senza una forma definita di relitti e navi spaziali, che è diventato di dimensioni gargantuesche nel corso di una deriva nello Spazio che dura da centinaia se non migliaia di anni. Gli Space Hulk possono essere così grandi da possedere una propria atmosfera e gravità e si muovono per la Galassia attraverso salti iperspaziali casuali. L’improvvisa apparizione di uno Space Hulk nei pressi di un sistema stellare equivale normalmente all’annichilimento di ogni forma umana vivente nello stesso. L’infinito dedalo di corridoi, stanze, tunnel di uno Space Hulk, infatti, è abitato, più o meno abusivamente, da razze aliene ostili e predatrici o, altrettanto pericolose, creature del Chaos.

E’ pertanto chiaro il motivo per cui gli Space Marine – cioè il giocatore – sono inviati a ripulire l’Hulk da ogni infestazione aliena o del Chaos.

Space Hulk by Zen Master su W40k Wiki

Space Hulk by Zen Master su W40k Wiki

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Viva il Messico! Ep. #8 – Playa, un ordinario giorno di “ricotta”

Breakfast in (Centro)America. In missione per conto dello stomaco : Claudio, Lucio, Diego.

Breakfast in (Centro)America. in missione per conto dello stomaco : da sinistra, Claudio, Lucio, Diego.

2° día: Playa

Mattina

Ore 11.00 colazione, stesso posto perché Diego si è innamorato di qualunque frequentatrice di tale locale, inclusa la titolare che è canadese. Il “come ci sia finita qui?” attira la nostra curiosità, mista a un apprezzamento per chi ha abbandonato tutto e si è (tra)piantato dall’altro capo del mondo. Ma sarà stato vero coraggio? Oppure è disperazione? Mai capito, tuttavia, scambiamo quattro chiacchiere con la canadese, che è una giovane e di bell’aspetto, spicca tra la folla dei locali sia per una statura fuori parametro sia per carnagione e lineamenti. Ancora rintronati dal sonno, dal fuso orario e cibo cui la nostra flora intestinale deve prendere ancora le misure, per quella maledizione che condanna il viaggiatore a provare cose sempre diverse a causa di tempi ristretti e minime probabilità di ritornare negli stessi luoghi, scegliamo dal menu la colazione “mexicana”: una bomba!

Ci viene servito un piatto di carne di manzo con una frittata adagiata sopra, il tutto annegato in salsa e cipolle, accompagnata da tortillas e caffè americano. Dubito che i messicani facciano colazione così, piuttosto ritengo sia un’interpretazione canadese di un piatto messicano. Lucio e Diego sperimentano l’ “espresso”, nella cui trappola chiunque è caduto almeno una volta, fosse solo per potere ordinare in italiano ed essere capito al volo. Sono soddisfazioni. Scarsa soddisfazione, invece, viene dall’ “espresso”: sciacquatura ristretta con retrogusto di fumo greve. Abituarsi al caffè lungo all’americana è più saggio.

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When worlds collide: Florence canta per Final Fantasy XV

Florence and The Machine interpreta magnificamente la cover del classico senza tempo di Ben E. King, “Stand by Me”, eseguita da un’orchestra sinfonica, per la colonna sonora del trailer del nuovo attesissimo capitolo di una delle serie più iconiche dei videogiochi: Final Fantasy XV.

Sono soddisfazioni!

Florence Welch è una delle voci più originali degli ultimi anni. Dopo avere ascoltato il suo primo album, Lungs, l’ho attesa per una definitiva consacrazione nella mia Hit-list che è arrivata con il suo secondo, Cerimonials, di cui potete leggere il mio innamoramento musicale tra queste pagine. Il suo recente e terzo album How Big, How Blue, How Beautiful è un’ulteriore conferma di una voce, che è uno strumento in sé, coinvolge e avvolge con musica e testi che sorprendono e lasciano l’ascoltatore ebbro di vibrazioni che riempiono degli spazi pensati vuoti e ridonano tensione a corde da tempo lasche.

Il fatto che un’artista di questo calibro collabori con la produzione di un videogioco e, in particolare Final Fantasy, che è una serie cui sono fortemente legato, mi fa gongolare per la soddisfazione e urlare “Yeeeeeesssss!”.

E’ una conferma di quanto vado sbattendomi in diversi post della rubrichetta Il Pixel Quotidiano, cronache di ordinaria vita digitale e – in sintesi – esposto al pubblico ludibrio nel “manifesto” Video’gioco (quant’è bello, spira tanto sentimento): è segno dell’evoluzione e maturità del medium, è un altro tassello che legittimamente rivendica la dignità del Videogioco al pari del Cinema, della Letteratura, della Musica, del Teatro e di tutte quelle forme espressive che arricchiscono l’esperienza umana.

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Hullaballabalú

ovvero l’Inno di questo blog!

Capita per Caso d’imbattersi in persone e cose che poi ti lasciano il segno. Cose e persone che ti danno una spintarella e ti deviano dalla tua diritta-via del tran-tran quotidiano. E ti aprono gli occhi su cose mai viste, nuove, spingono a guardare in modo diverso quelle “vecchie”; crediamo all’abitudine e, a volte, rischiamo di barattare un pò di rigenerante cambiamento per un pò di stantia tranquillità. Una difesa, del tutto umana e naturale.

Capita per Caso d’imbattersi in qualcos(in)a di piccolo come una canzone che abbia l’effetto di farti scoprire qualcosa che avevi sempre avuto, che all’improvviso lo fa emergere come il raggio di sole che penetra attraverso le nuvole grigie di una giornata di pioggia, rigenerante come quel raggio di sole, rivelatore e salvifico. Una canzone trovata per Caso grazie alla sorell(in)a, che con il suo contagioso entusiasmo mi ha dato il carburante per iniziarne la ricerca. Invero, le indicazioni fornite si sono rivelate per lo più prive di collegamento e fuorvianti: il gruppo è i Múm, il titolo della canzone è tipo “labalak” e una strofa che fa più o meno “a question of lust”. Ora che so che il gruppo musicale è quello dei Múm (esatto), che il titolo è “Hullaballabalú” e che di quelle parole nella fantomatica strofa non ce n’è traccia se non in una bella canzone dei Depeche Mode, come faccio a dire alla mamma che mia sorella, nonchè sua figlia fa uso di sostanze allucinogene, che producono effetti di stato confusionale post-trauma?

Hullaballabalú è una mistura magica composta da:

  • un terzo: Mago di Oz,
  • un terzo: Mary Poppins,
  • un terzo: un gruppo musicale di (elfi) islandesi.

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Tre

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[Prima è stato Zer0 , poi è seguito Due , ma il fritto-misto di pensieri cardinali mixati ai binari di “Non sono un numero” era fermo da 4 anni. il Tre arriva del tutto inaspettato, dopo avere letto il post Certe domande di tiZ, ha preso una direzione verso incerte risposte. Liberamente ispirato e tratto da “Think Twice” di Groove Armada]

Chiudi gli occhi e abbandonati a questa sensazione che ti fa sprofondare dentro. Chiudi gli occhi e conta fino a tre. Un due tre. Chiudi gli occhi, riavvolgi la tua vita con un battito di ciglia. Chiudi gli occhi e nel buio abbraccio della palpebra sei costretto a fissare te stesso. Sai esattamente cosa stai pensando. Chiudi gli occhi e la vita – tutto d’un tratto – ti va stretta. Chiudi gli occhi e conta fino a tre. Non fai sconti. Un due. La vita è più grande di te, scacci i ricordi peggiori, richiami i pensieri più belli, trovano posto tutti e Dio mio! …Trovo posto anche per Te. Ci sono cose di cui non puoi sopportarne il peso. Ci sono cose che non puoi permetterti di scegliere. Chiudi gli occhi…

Chiudo gli occhi  e mi abbandono a questa sensazione che mi avvolge in una spirale e mi sprofondo dentro. Chiudo gli occhi e conto fino a tre. Un due tre. Chiudo gli occhi e riavvolgo. Rewind. Un battito di ciglia, chiudo gli occhi e fisso me.

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Flower. Its life, death and miracles.

A special thank goes to Laura Fraschetti who not only translated, but also interpreted this little story for you to enjoy.

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Flower © 2009 thatgamecompany

Story of a young and reckless flower, that one day decided to leave, deserting the meadow where it was born in and to see the rest of the world.

Once upon a time there was a flower whose name was… Forget the name, flowers have loads of names and this story can fit any flower. This flower’s job was…being a flower.

Everybody knows how to do it: you stick there, right in the middle of a clod – preferably soft, warm and moist – stand still all day looking around and, when the sun sets, go to sleep. Actually, this looks like the life, but like everything on earth, it has its pros and cons.

It is such a bliss basking all day in the sun, feeling its warmth on your petals, stretching your stem towards those beams, letting the gentle caress of the breeze softly touch your leaves, sinking your roots in the warm soil. There is nothing better than ‘folding’ your leaves and direct your corolla to the sun!

On the other hand, it is less relaxing being scrambled by the wind and slapped by the stormy rain – lightening, thunder, heavy rain falling down cats-and-dogs. You need to have strong roots and hold tight to the cold and muddy ground, if you don’t want to be swallowed up by the wind, which rattles you to and fro.

As a matter of fact, a flower’s life is like anybody else’s – it has its ups and downs. Everyone has its ‘job’ to do. The flower in this story carried out its own with some success and dignity, despite not being firmly convinced. If one wanted to make a comparison to a fellow man in its same condition, we would say that ‘he had strange ideas in his head’. But during the day in this flower’s head you can usually find bees, bumble-bees, lots of other insects and a hummingbird. So, if for a flower it may be ordinary to have strange things in its head, this flower of ours was no ordinary flower. It reckoned that being a flower was mainly an…..arid exercise. Yes, this was the exact expression he used – and for a flower ‘arid’ does not denote a temporary state of ‘boredom’, but something much more negative and final. No, it was no ordinary flower: it had an irrepressible desire to….leave! Let everything go and leave.

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Fumetti e videogiochi: il matrimonio s’ha da fare!

All United Comics of Videogames

Da “Sulle Fiabe” (J.R.R. Tolkien)“[…] La caratteristica peculiare della “gioia” in un riuscito lavoro di fantasia può essere designata quale un improvviso balenare della realtà o verità sottesa. Non si tratta soltanto di “consolazione” per i mali di questo mondo, bensì di soddisfazione, di una risposta alla famosa domanda: “è vero?” La risposta che ho dato ad essa poc’anzi è stata (e con piena legittimità): “Se avete costruito bene il vostro piccolo mondo, sì. E’ vero in quel mondo”. E questo è sufficiente per l’artista. […]”

Lucca  Comics, Romics e Comicon sono eventi il cui successo di pubblico prova che i fumetti sono parte integrante della letteratura e della cultura popolare. A volere trovare le radici dei fumetti, come medium, potremmo rimanere sorpresi: i geroglifici degli antichi Egizi. Attraverso i geroglifici si poteva infliggere al proprio nemico una delle peggiori condanne, la “damnatio memoriae”: cancellare il cartiglio e le immagini equivaleva a cancellarli dalla memoria e condannarli all’oblio, un destino peggiore della morte. Meraviglia allora ancora di più la metamorfosi subita da questo medium in migliaia di anni: da mezzo di comunicazione della storia ufficiale di grandi re e condottieri, a sotto-prodotto editoriale per bambini o adolescenti nerd. Ciò corrisponde a un comune percepito dalla generazione del dopo-guerra. Ma da circa un decennio il vento è cambiato, rivelando un rinnovato protagonismo dei fumetti nella cultura popolare sotto una denominazione più  intellettuale di “graphic novel” e, sopratutto, un ruolo dei fumetti di primaria importanza negli attuali trend di marketing e merchandising.

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Cosa ci fanno i nativi dell’Alaska, una volpe bianca, una bambina in un videogioco? Never Alone.

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Dedicato a chi non toccherebbe un videogioco da lontano, nemmeno con un bastone, e a tutti quelli che considerano i videogiochi diseducativi e uno spreco di tempo.

Never Alone, nome originale Kisima Inŋitchuŋa che in Iñupiat, la lingua dei nativi dell’Alaska, può essere tradotto in “io non sono solo”, pubblicato per XBox One, PlayStation 4, PC Windows e Linux, Mac e Nintendo Wii U, è un videogioco che, grazie alla collaborazione di oltre 40 tra anziani, cantastorie e membri della comunità indigena, racconta della ricerca delle origini delle bufere di una bambina e una volpe artica, trasmettendo i principali tratti della cultura di questa popolazione; attraverso i racconti di vita, abitudini e tradizioni tramandate di padre in figlio, si dimostra come l’uomo possa convivere in armonia con la natura e nel rispetto degli animali, nonostante le condizioni ambientali e meteorologiche tra le più ostili in assoluto.

Considerato che negli ultimi anni va consolidandosi in Italia una xenofoba tendenza a vedere come una “minaccia” chi viene da una sponda diversa del Mediterraneo, mi è difficile pensare che vi sia qualcuno con un’innata curiosità per i nativi dell’Alaska. Tuttavia, l’interattività e il potere di coinvolgimento del videogioco può dare un contributo o finanche raggiungere il non facile obiettivo di formazione e condivisione della cultura di un popolo abitante in una delle zone più remote del pianeta e perciò semi-sconosciuto ai più.

Un libro permette al lettore di entrare nei più intimi pensieri e sentimenti dei personaggi, un film conduce lo spettatore in un viaggio attraverso l’immagine, un videogioco fa entrambe queste cose aggiungendovi qualcos’altro: fa sì che il giocatore sperimenti la storia su se stesso. Il videogiocatore non si limita a conoscere o guardare il personaggio; è il personaggio, lo interpreta, ne esplora il mondo in cui “vive” e s’immerge in esso. Ne fa una diretta esperienza.

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Sì viaggiare, ad aprile.

Dal film

Dal film “Che ne sarà di noi”

Questa rubrichetta della mente che non ne vuole sapere di rimanere al chiuso e all’umido della scatola cranica è stata sul punto di non venire alla luce dei LED di questo schermo a causa dell’aria pesante che si respira in giro. Non c’entra per una volta l’inquinamento da PM10, ma una piccola, fottutissima parola che ricorre e ci rincorre nel nostro quotidiano: la crisi. Non volevo scriverla, volevo ignorarla come ha fatto buona parte della nostra classe politica non molto tempo addietro, come i bambini che si nascondono sotto le coperte per non essere visti dal “mostro” che vive nel buio della loro cameretta, ma la questione è che noi possiamo ignorarla, ma è LEI che ci viene a cercare. Proprio come il mostro nascosto nel buio.

“Viaggiare” non è un verbo, non è un pensiero, ma un’Esigenza. Un’esigenza di evasione, di vedere e fare esperienza di cose nuove, una linfa vitale, un arricchimento del nostro essere. Puoi fare abortire il pensiero, ostacolarlo con un buon numero di masturbazioni mentali, che non generano nemmeno l’effimero momento di piacere ma in compenso portano a sicura cecità. Non puoi eliminare L’Esigenza. Troverà la strada per venire fuori e presenterà un conto tanto più salato quanto più tempo hai provato a rallentarla.
Zuppo di ansie globalizzate, elevate a potenza grazie al power-up power-updi casa nostra, trovo inaspettato supporto e conforto nella fredda analisi statistica.

Da un comunicato stampa dell’ISTAT del 13 febbraio scorso risulta che nel 2012 i viaggi con pernottamento effettuati in Italia e all’estero dai residenti sono stati 78 milioni e 703 mila: rispetto all’anno precedente vi è stata una riduzione (- 5,7%), mentre rimangono stabili sia l’ammontare dei pernottamenti (501 milioni e 59 mila notti) sia la durata media dei viaggi (6,4 notti).

La gran parte dei viaggi è rappresentata dai viaggi di vacanza (87,3% del totale) che presentano una più marcata flessione in percentuale, anche se minore rispetto a quella osservata tra 2010 e 2011.

Risultano stabili tutta una serie di indicatori come il numero medio di viaggi pro-capite (1,3 viaggi), le durate medie dei viaggi di vacanza (6,9 notti) e di lavoro (2,9 notti), l’ammontare complessivo dei viaggi e dei turisti nonché la durata media delle vacanze lunghe (12,3 notti) nel periodo estivo

I viaggi con mete italiane, pari al 79,4% del totale, subiscono un calo dell’8,3%, mentre i viaggi verso l’estero mostrano un trend stabile, con un aumento dei flussi diretti verso i paesi extra-europei (+31,4%).

Gli italiani sembrano non gradire molto le vacanze in montagna (-20,7%) e le visite a città o località d’arte (-18,9%), mentre preferiscono le vacanze al lago, campagna e collina (+52,5%).

E’ vero che l’analisi statistica può generare quel bastardo effetto che se io in Italia mangio due polli al mese e un sudanese non ne mangia nemmeno uno, la statistica mondiale riporterà che il sudanese ha mangiato – “a sua insaputa” – un pollo al mese. Tuttavia, questi dati dell’ISTAT hanno fatto sì che iniziasse a ronzarmi in testa il refrain di un’arcinota canzone di Lucio Battisti, l’Esigenza spazzasse via l’inutile barricata “socialmente corretta” e spingesse il Pensiero finalmente spiegare le ali e spiccare il volo sulla tastiera. Pertanto, il Comandante – con rinnovata gratitudine e familiare cordialità – vi dà il benvenuto a bordo del volo BavITALIA, augura un buon viaggio in Thailandia, Giappone, Messico, Spagna, Olanda e, dulcis in fundo, nella nostra bella Sicilia.
BavITALIA ringrazia i signori passeggeri per la fiducia accordataci, augura una serena e felice permanenza. E la prossima volta che avrete il folle desiderio di schizzare nei cieli senza paracadute, ci auguriamo che penserete a noi di BavITALIA. Grazie per avere volato con noi.

BavITALIA, Fly Me to the Moon.

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Botte da orbi

A causa dell’argomento, di un utilizzo della lingua madre(adottiva) non ortodosso (ma nemmanco eterodosso, eretico né agnostico), una punteggiatura seminata alla grossa e uno stile “gagliardamente caotico” (grazie cuggggino!), il post che segue è sconsigliato agli animi sensibili e impressionabili, agli appartenenti o simpatizzanti o semplici conoscenti di Associazioni di Genitori, portatori di kefia perché la bandana è “out” e coloro che pensano che Hulk Hogan sia il nome e cognome del super-eroe più verde e incavolato che la Marvel abbia mai partorito.

La serie di Immelmann, split S, tonneau, avvitamenti e stalli verbali a seguire non significano che quest’acrobatico RedBavon, in una forma più svolazzante e sfuggente che mai, approvi, tolleri o giustifichi la violenza, virtuale o reale che sia. Ma se proprio ci scappa la rissa, allora meglio la violenza reale o virtuale? Meglio il mix, crea sorpresa e partecipazione. In medio stat virtus. Lo dicevano anche gli antichi Romani, la Democrazia Cristiana e qualche pornostar di cui ora mi sfugge il nome ma di cui mi ricordo benissimo il viso…

Per uno che dal 1978 lega ricordi ed emozioni ai videogiochi come il resto dell’umanità li lega agli album di fotografie, l’ennesima recrudescenza mediatica che i videogiochi istighino alla violenza i giovani rampolli e ne riducano l’attività cerebrale nelle aree dell’auto-controllo, inibizione e attenzione (Indiana University School of Medicine), mi fa girare fuor di metafora e fuor dalla grazia divina. Scusate lo sfogo, ma se non mi sfogo con voi affezionati support-atori e sopportatori di questo b(av)log…E mi rivolgo anche a te, semplice navigante, capitato qui a causa di una disgraziata ricerca su Google, ma oggi ringhio e mi va di ringhiare, bello mio, e ci sei finito proprio in mezzo. Ma tanto, si sa, che il cane che abbaia, non morde…però se ringhia…ahia

Siete sempre in tempo a cliccare sulla “X” in alto a destra, questo è solo il pro(lisso)logo, siamo solo all’inizio del post vero e proprio…chiamarlo “articolo” eviterebbe lo xenofobo barbarismo, ma sarebbe di una presunzione fuori anche da questo non-luogo.

Al netto delle baggianate fin qui espresse, invero m’interessa condividere la mia esperienza, viro stretto e chiudo questo volo del Pindaro in versione pirla perché obiettivamente ci ho preso gusto in questa lunga introduzione al ritmo rutilante del cazzeggio estremo per la pura curiosità di vedere dove riesco ad arrivare per il solo vezzo di esagggggerare. Se vi regge la vista, vi piacciono le sfide e vi rimane un briciolo di curiosità, continuate a leggere che lo chef – in puro stile Hell’s Kitchen – si è cimentato in un manicaretto  parecchio complicato: tra tutti i videogiochi, il genere che incarna e rafforza lo stereotipo che i videogiochi sono un irresponsabile passatempo socialmente esecrabile, che incoraggia un comportamento aggressivo nei suoi fruitori, è quello dei picchiaduro. E ora…scatenate la rissa!!!! Continua a leggere

Post collegati:

Picchiaduro
Belzebù con il joypad in mano
GTAttila, flagello diDDdio!


Fluidodinamica di un sentimento

In caduta libera

Da abissi insondabili (si dice così?) della mia mente (abissi, confermo; insondabili, meglio così) rispunta, anzi, sprofonda il tabagista dell’Amore, quel fumoso figuro che di tanto in tanto fa capolino tra i post di questo b(av)log, lasciando dietro di sé un odore acre  e qualche cicca qua e là. A dire il vero, è un po’ che non fuma poiché nell’ultima storyetta, s’è trovato  in mezzo al mare (ssssh non gli dite che sono stato io…è permaloso) e ha iniziato una discesa lenta sott’acqua. E’ andato a fondo alla ricerca della sua Piccola Venere, inseguendone il suono del pensiero-di-lei. Ma perché proprio nelle profondità del mare? Naturale: Venere…nasce dalle acque.

Quella che segue è la storia del suo sprofondare nella caduta incontrollata di quella “malattia” dell’anima…

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Ghost in the Shell 2.0

“Fantasma nel guscio 2.0”, questo il titolo dell’appuntamento che vi a-ttocca questa volta. Un’irrefrenabile e inspiegabile compulsione sadomaso vi ha ghermito e obbligato a puntare su queste pagine, che non sfigurerebbero come “Rubrica dell’ Amore” sulle nostre provincialotte testate (nel muro, dovrebbero darle) di rotocalchi meno-male-solo-mensili in materia di inciucio o scandalo al sole. Ma era molto meglio il film, se è per questo.

Sarà sicuramente capitato di ritrovarvi immersi nella lettura (?) di una rubrica del genere in una qualsiasi sala d’attesa, dal parrucchiere, barbiere, dentista, commercialista o dottore. Avete un’idea di quella sensazione e dell’assoluto vacuum che s’impadronisce di voi in quei momenti. Il senso di “vuoto” tra il dolore di una carie, aspettando quello del trapano; tra degli indisciplinati ricci (ma naturali) e l’acconciatura alla moda (e colore innaturale); tra “è solo stress e cosa da niente” e ritrovarsi una prescrizione di esami in batteria, che è già un miracolo che ne esci vivo dalle file alle varie ASL.

Ecco questo è il tono del post che si sta formando a quest’ora da vampiri. Un’ora tarda che ispira i vampiri e…le minchiate! Non sono un vampiro , quindi… …Potete arrivarci.

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Falcon 4.0 Allied Forces. Falcon strikes back!

Falcon strikes back!

It was the Microprose Era.

For an old gamer like me, Microprose was synonymous of top-notch simulation, huge manuals, big and beautiful box (carton box, not that plastic Dvd box): the final result was sensation to-be-there, in the cockpit. It creates a world worth to live, a world worth… flying even if it was all between your mind, eyes and screen.

In 1998, when Microprose released Falcon 4.0, it was the definitive F-16 simulation. I think, THE simulation. Even if it was very bugged, I never regret any minute spent playing…er…flying.

Then simulation niche market collapsed. Microprose closed. Falcon’s franchise, too.

Falcon’s web community became the reference for every Falcon orphaned pilot and released a lot of mods. I say “pilot” because to master that simulation, you have to have to study manuals, procedures, maps. Maybe someone think this is a game and I don’t want to study anything, but – let me assume the odd teacher’s role – studying the manual (huge one) adds deep in gameplay and gives real satisfaction.

In 2005, Graphism Entertainment released Falcon 4.0 Allied Force, developed by Lead Pursuit. Falcon strikes back! Falcon 4.0 Allied Force has its roots in the original Falcon 4.0, but it adds improvements to a lot of simulation’s main aspects: stability (the first real problem in the original version), artificial intelligence, dynamic campaign , multiplayer. It also improved some other aspects as the user interface, graphics, campaign theatre (It adds the Balkan Campaign).

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NYCe…mail

Ossessionato dal pensiero di quanto possa essere noioso un racconto dei luoghi vis(ita)ti  e, dopo l’abbuffata dell’antipasto, lo chef ha realizzato per voi una “portata” che soddisfi la vostra “fame” di conoscere e sentire, ma non vi gonfi da non poterne più.

Quanto si trova di seguito è un grazioso (“nice” in inglese) scambio di e-mail da New York City verso la madrepatria. Non c’è trucco non c’è inganno sono esattamente le e-mail inviate e ricevute grazie a una connessione Wi-Fi a sbafo. La tecnonologia a volte è davvero bastarda…pensavate di esservi liberati del Redbavon per una settimana e tiè ti risbuca – letteralmente – dalla posta elettronica.Un diario in formato take-away, giorno per giorno, con scaglie di sensazioni e una decorazione  i-photografica. Nice e-mail! Anzi: NYCe e-mail.

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Dettato (e)Musicale

Che cos’è di noi?

L’estate sta arrivando. D’estate muoio un pò, aspetto che ritorni l’illusione di un’estate che non so. L’estate passata ho visto un luogo dove il fumo tuona e dove le strade non hanno nome. L’estate è passata. Svegliami quando settembre è finito.

A parte che i sogni passano, se uno li fa passare; alcuni li hai sempre difesi, altri li hai dovuti vederli finire. Niente paura, ci pensa la vita….una canzone dice così. Mentre tutto scorre, lascia che sia. Come vorrei, ogni mio istante. Ottobre, pioggia di Novembre: sotto pressione.

Sotto pressione le persone, sotto pressione le persone per strada. E trovo difficile sopportare quando la gente corre in tondo. E’ un mondo folle, un mondo veramente folle. Sguardi veloci e poi vanno oltre, ti trapassano.

Attra-v-e-r-s-o->…Visto e non visto.

Quando guardo il Mondo, cosa vedo? Vedo le persone indaffarate a trovare ogni tipo di cose per soddisfare ciò di cui hanno bisogno o credono di avere bisogno. Non riesco a vedere a causa del fumo. Dimmi tu, dimmi tu che cosa vedi? Dimmi, dimmi cosa c’è di sbagliato in me? Non posso più aspettare, non posso più aspettare il momento in cui finalmente sarò pronto.

La vita non aspetta, non puoi fermarti, un v->ia v<-ai, tutti con un biglietto per nessuna-parte. Eccoci! ECCOCI! Dai vieni anche tu con noi da nessuna-parte, ci faremo un bel giro. Forse vagheremo per un po’, ma cosa importa? Prima o poi arriveremo. La vita è bella e le donne sono un qualcosa di stupendo. All’ improvviso l’aria odora di erba tagliata di fresco, ora sto vagando con un pacchetto di sigarette mezzo vuoto, cercando ciò che ho perso da qualche parte, non so come. Queste strade hanno troppi nomi per me. Allora – sai che ti dico – apro il guardaroba, prendo così come viene un jeans e una t-shirt che sì…mi sembra pulita. Hey! Ho messo un paio di scarpe nuove e tutti mi sorridono. Camminerò fino al sorgere del sole. Alle soffuse luci dell’alba, passeggiando lentamente, sono in ritardo e non ho nemmeno bisogno di cercare una scusa perchè…ho indosso le mie scarpe tutte nuove.

Un giorno vi accorgerete che me ne sono andato, ma domani forse piove e allora seguirò il sole. Ancora un passo, un altro ancora. Un passo avanti ed ora io non parlo più.

EPILOGO: Dettato (e)Musicale…ma che cosa ho letto?