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Viva il Messico! Ep.#27 BIS – Intervista a Francesco sul mistero del munaciello messicano

Spiaggia di Tulum – Il mitico Frank si staglia come bronzeo concorrente maya a quelli nostrani di Riace

Segue da Ep.#27 – Lo strano caso di Frank e il munaciello messicano

Dopo avere raccontato del suo incontro con il munaciello messicano, ho avvisato il mio amico e compagno di questo viaggio Francesco, che segue queste mirabolanti avventure grazie ai link che gli invio via messaggistica istantanea. Uomo paziente e buono, che sopporta questa mia invadenza logorroica e, sopratutto, essendo il mio socio nel torneo messicano di scopone (poco)scientifico, ha sopportato giocate totalmente a membro di cane da parte di questo mentecatto che scrive. Ne è venuto fuori un gagliardamente caotico scambio che – da consumato blogger (nel senso che ho consumato tutti i neuroni sani) – mi è apparso proprio come un’intervista (a sua insaputa) al protagonista di questo strano caso, denso di mistero e qualche brivido lungo la schiena.

Di seguito l’intervista a Francesco sul mistero del munaciello maya!

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Viva il Messico! Ep.#27 – Lo strano caso di Frank e il munaciello messicano

Piscina di Chan-Kah Resort Village, Palenque. Da destra: Francesco, Lucio, Diego. Io dietro la macchina fotografica. Ma…Ma chi è quel bamboccio lì alla loro sinistra?!?

Segue da Ep.#26 – Palenque, l’arrivo

11° dia: Palenque

L’arrivo a Palenque corrisponde esattamente a quanto anticipato dal fratello di Frank, Jimmy: buco fetente e infuocato. La nostra sistemazione al Chan-Kah Resort Village, ci ha riservato un paio di sorprese: la prima potenzialmente disastrosa, cioè la nostra prenotazione volatilizzata nel nulla (ne abbiamo fatte solo due, una per l’arrivo in terra messicana e questa a metà viaggio); la seconda, invece, meravigliosa, cioè piscina e cabañas immerse nella foresta tropicale con tanto di cocktail a bagnomaria, portico personale con sedia a dondolo y lucciole come in un film dello Studio Ghibli. Mancava che spuntasse Totoro ed eravamo al completo.

Ci siamo lasciati alle spalle lo splendido Yucatan, ora siamo in Chiapas. Alla fine della giornata, il sonno, non tanto dei Giusti, ma degli Stanchi Morti, ci ghermisce nonostante il consueto tasso di umidità che “Caronte” al confronto è una brezza marina di prima mattina.

La notte passa indenne…o quasi.

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Guida la(i)conica di Napoli – Cap.2: O’ Munaciello

Zona Pendino foto da “La Napoli di Bellavista” di Luciano De Crescemzo, 1979 Arnoldo Mondadori Editore

Una parola, una frase in napoletano, un motivo per visitare Napoli

La Guida la(i)conica di Napoli vuole invitare a visitare Napoli, prendendo spunto da una sola parola o una singola frase del dialetto partenopeo. La parola di questo secondo appuntamento è:
o’ Munaciello.

Il Munaciello (piccolo monaco) è una delle figure più rappresentative di quel ricchissimo sistema di folclore, credenze, tradizione napoletani. E’ uno spiritello del focolare domestico, benigno ma anche dispettoso, molto amato dal popolo partenopeo, cui si ascrivono diverse manifestazioni. Tra le più comuni vi sono la sparizione di oggetti e certi eventi inattesi come una gravidanza non prevista o l’arricchimento improvviso di qualcuno: “Ma chi è stato? O’ Munaciello!”.

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Viva il Messico! Ep.#26 – Palenque, l’arrivo

Segue da Ep.#25 – L’Hacienda Yaxcopoil

10° dia: da Mérida a Palenque

All’alba, come ormai nostra consuetidine da Tulum (strano per essere in vacanza, eh?), ci rechiamo al “Terminal” dei bus di prima classe (noi marchesi…) per prendere l’autobus per Palenque: otto ore di viaggio, pulite pulite. Salutiamo Mérida, la Ciudad Blanca.

In Messico il trasporto pubblico su strada è impeccabile e, dopo avere viaggiato per almeno tredici ore all’andata e diciannove al ritorno, posso confermarlo per averlo sperimentato. Si viaggia più comodi che in aereo, aria condizionata, bagno (anche se non ho mai avuto necessità così impellenti per avventurarmici), poltrone con ampio spazio davanti, schienali che una volta reclinati non obbligano il passeggero di dietro a reclinare il suo per evitare l’effetto “salume sotto-vuoto”, c’è anche la televisione.

Nelle otto ore previste per arrivare a Palenque, per uno come me che non riesce a dormire sui mezzi di trasporto e che non vuole dormire per potere vedere i paesaggi oltre il finestrino, la televisione può essere un buon modo per ingannare il tempo. Dopo la prima ora di entusiasmo e scaricata l’adrenalina, il “down” è naturale. Perciò, mi sistemo per bene sprofondando nello schienale e mi schiero per vedere un po’ di lavatrice televisiva. Vediamo un po’ cosa danno sulle corriere messicane: cartone animato giapponese in lingua giapponese, sotto-titolato in spagnolo e ambientato nell’antica Siracusa. Ho detto.

L’arrivo a Palenque corrisponde esattamente a quanto anticipato dal fratello di Frank, Jimmy: buco fetente e infuocato.

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Andale ad Andalo#7 – L’Epilogo (giuro)

Segue da Andale ad Andalo#6

Venti minuti dopo, e dico esattamente venti minuti dopo, la Divisione alpina “Tridentina” de Noantri viene accolta tra le mura del rifugio e dodici comodi posti a sedere. Il fatto stesso che la stima dei “venti minuti” di attesa sia stata rispettata già predispone bene, senza contare che la fame – in mezzo a quel bailamme di piatti e ganasce masticanti – è giunta a dei livelli da crampi urlanti nello stomaco.

Quando entriamo, la formazione, sebbene sfilacciata a causa dell’intenso traffico di camerieri, dal passo veloce e determinato (se entri in rotta di collisione, non si spostano), si ricompatta oltre una porta dove sono pronti due tavoli.

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Andale ad Andalo#6 – (antipasto del)L’Epilogo

Dolomiti del Brenta: vista da La Paganella [foto by RedBavon]

Segue da Andale ad Andalo#5

Appollaiato sulla seggiovia vedo avvicinarsi la stazione di arrivo. Come un centurione della Legione Romana, ordino al mio manipolo di familiari di tenersi pronti: per scendere dalla seggiovia, non basta un’andatura al trotto come in cabinovia, ma è necessario un colpo di reni e un breve galoppo in linea retta, come palle sparate dalla canna di un fucile. “Nessuno verrà lasciato indietro”, non è il motto dei Marines, ma una buona regola per evitare che una parte della famiglia sia a 2120 metri e l’altra a valle. Siiiore e Siiiiori, altrrro giiiro! E senza altro gettone. Gratis.

Io, scartato dal Corpo degli Alpini – anche per il reparto di fureria  – raggiungo l’obiettivo: Cima Paganella, quota 2120!
CI HO le prove!

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Guida la(i)conica di Napoli – Cap.1: Puozze scula’

Napoli da Mergellina [foto by RedBavon]

Una parola, una frase in napoletano, un motivo per visitare Napoli

La Guida la(i)conica di Napoli vuole invitare a visitare Napoli, prendendo spunto da una sola parola o una singola frase del dialetto partenopeo.

“Laconico” il suo spunto, “iconica” nell’immagine che ambisce a trasmettere. La Guida la(i)conica di Napoli non è altro che l’ennesimo (in)trip(po) mentale in un momento di irresponsabile megalomania di chi scrive. Anche perché dopo questo capitolo ne ho pronto un altro e poi c’a Maronna m’accumpagne. Potrebbe essere la guida di un logorroico grafomane più laconica di sempre.

Non proprio una prefazione ortodossa , ma Napoli non è una città “ortodossa”: conformità e stretta adesione alle regole non appartengono, nel bene e nel male, né alla storia della città né ai suoi abitanti.

La frase scelta per questo primo capitolo non è sicuramente un inizio “ortodosso”.

“Puozze scula’!”

Letteralmente: “Che tu possa colare!”

I napoletani che hanno letto questa frase saranno subito sobbalzati. Il resto degli abitanti del pianeta – ve l’ho detto che ero in modalità “Megaloman” – avranno stretto le spalle, inarcato le labbra verso il basso, le sopracciglia hanno seguito il movimento dei muscoli facciali, portandosi appresso il tessuto epiteliale.

Chi non è napoletano ed non ha staccato il proprio sguardo dallo schermo può essere stato colto: A) da paresi (sono ammessi scongiuri di rito) B) da – più salubre – curiosità.

Da un’espressione apparentemente senza senso e innocua, non ci si aspetta però che sia una delle maledizioni più pesanti che un napoletano possa proferire.

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Andale ad Andalo#5 – SCOOP! RedBavon fotografato in discesa libera!

Segue da Andale ad Andalo#4

Scoop! Esclusivo! RedBavon inchiodato da tre scatti, mentre scia e, perfino, in discesa libera!

RedBavon smascherato! Altro che reietto della neve, altro che “sto alla neve come uno stambecco sugli scogli abbasc’a Margellina”! Abbiamo le prove: tre scatti lo inchiodano sulla neve, sulle piste insieme ad altri sciatori e snow-boarder! 

L’ha menata dall’inizio con la storia della “neve = ambiente ostile”, ha dissacrato il rito della “vestizione” e ancora ha continuato a vituperare la sana e grintosa figura dello sciatore, definendolo come un robot antropomorfo alto un palazzo tipo Godzilla … (NdRed: no, Godzilla mica è un robot…veramente avevo scritto “Gundam e Jeeg Robot”…le solite strumentalizzazioni dei media!)

E cosa dire del suo accanimento in contro delle innocue ciambelle? Il gioco sulla neve preferito dei bambini, teneri virgulti di sciatori e snow-boarder, descritto come il Vietnam del ’67…Infine, non ci incanta con l’ode allo sciatore, goffo e malaccorto tentativo di ingraziarsi il gentile pubblico, nascondendo tra le righe subdoli effluvi di polenta con il brasato e promesse di vini sinceri.

“Sincerità”, una parola sconosciuta a costui e di seguito ve ne diamo le prove!

Tre scatti fotografici che mostrano RedBavon sulle piste: 1) tra le porte dello slalom in discesa libera 2) in sciata solitaria per piste poco battute 3) confuso tra un gran folla di sciatori.

Il RedBavon sciatore svelato!

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Andale ad Andalo#4 – Inizio dell’Epilogo

Segue da Andale ad Andalo#3

Dal titolo vi sarete accorti che sono andato lungo anche questa volta. Maledetto RedBavon, sei stato logorroico anche questa volta! 

L’attacco alla vetta! Il liberatorio Epilogo per chi ha seguito questo scalcinato diario nel mio solito modello “igienico” ovvero, all’occorrenza, uno strappo-e-via. D’altronde per come scrivo, giusto al bagno…

Sapere di essere un’utilità nel momento del bisogno è di conforto. Basta tapparsi il naso e crederci. I Want to believe!

La frase “I Want to believe!”, diventata simbolo della famosa serie X-Files, è particolarmente adatta a questa impresa “Quota 2120” di Sir RedBavon: da principio nessuno, nemmeno lui, ci avrebbe scommesso neanche una moneta da 500 lire uscite fuori corso; infine, la conquista dell’incredibile obiettivo grazie a una promessa alla propria bella, uno slancio generoso, anzi proprio un sogno matto, proprio come canta Francesco Guccini in “Don Chichotte”:

Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c’è bisogno soprattutto
d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
vammi a prendere la sella, che il mio impegno ardimentoso
l’ho promesso alla mia bella […]

Il fatto che mi sia ritrovato nel testo di una canzone di Guccini è un’altra cosa da non crederci visto che il famoso cantautore non rientra neanche lontanamente nelle mie  preferenze musicali. In questo post accadono cose strane.

Si va alla Paganella!

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Andale ad Andalo#3 – Sempre più in alto…

Segue da Andale ad Andalo#2

Tutto ha una fine. Ogni vacanza ha una sua fine. La mia prima tragica Settimana Bianca ha una fine a dire poco epica: La Paganella, quota 2120 metri!
Talmente epica che devo dividere in due parti il racconto: 1) la fase preparatoria e campo-base 2) l’attacco alla vetta.

Il mio nick, RedBavon, si ispira, più o meno, al leggendario Barone Rosso  e – sebbene siate refrattari alla Storia – tale appellativo di Manfred Von Ricthofen dovrebbe già suggerire al vostro retro-cranio che sono avvezzo a ben altre altezze. Se, tuttavia, non doveste ancora cogliere il nesso, l’apposita sezione About” può essere d’aiuto, ma sinceramente non vedo perché dovreste avere una simile curiosità per questo mentecatto fino a spingervi nel retro-bottega di questa webbettola. Bontà vostra.

Ammetto che raggiungere certe altezze montando su un gioiello dell’ingegneria aeronautica come il General Dynamics F-16 Fighting Falcon è una cosa e farlo con i propri piedi è ben altra.

Il Buon Signore non ci ha donato delle ali, ma – a ben vedere – ci ha dotati dell’Immaginazione, che permette voli che nessun uccello, aeroplano o astronave permette di fare.  Il fatto che gli unici esseri antropomorfi ad avere le ali siano gli angeli, che – ci assicurano – essere asessuati, mi lascia soddisfatto delle scelte operate dal Buon Signore, senza alcun rimpianto. Go(o)d Fella.

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Andale ad Andalo#2

Andaloooooole’!

Segue da Andale ad Andalo#1

La montagna è bella. La neve è bella. Tranquilli non mi hanno hackerato il blog, è sempre il solito mentecatto che pigia a caso su una tastiera, nel tentativo di dimostrare che dal Caos può venire fuori – a volte e non necessariamente qui – qualcosa di sensato. Olé!

Il fatto che non mi trovi a mio agio tra montagne con l’aggravante della neve è una semplice questione di punti di vista, di preferenze. Voglio dire: a chi non piace il gelato? Il gelato è una delizia e se mi chiedi di scegliere un gusto, un solo gusto tra cioccolato e limone, io scelgo senza esitazione il cioccolato. Non mi sogno di dire che il limone non sia buono, anzi d’estate è una vera goduria.Altro discorso è il ban a vita dalle gelaterie che darei a chi unisce il cioccolato al limone: condannati a vita a dovere rispondere al citofono a quel triturabballe del Gigi e, per smammarselo, avere in freezer una scorta  della sua Cremeria chimico-popolar-industriale.

Dopo il rituale della Vestizione, mi accorgo di avere solo scalfito la liturgia dello Sci.

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Andale ad Andalo#1

Segue da Andale ad Andalo

La prima volta, per quanto bella, è sempre traumatica. Ansiogena ed esperienza liberatoria, insieme. La mia prima tragica settimana bianca non riserva sorprese da questo punto di vista. Sintetizzando in una parola: il delirio. Se non ve ne sbatte di leggere oltre di un diario di un marinaro ncopp”a muntagna, ciò vi basta. Arrivederci alla prossima.

Chi frequenta questa webbettola però sa che non sono un uomo di poche parole, quindi infieriro’ rigirando le dita sulla tastiera come si farebbe nella proverbiale piaga.

C’è sempre un evento, un episodio, un momento in cui la domanda “chi me lo ha fatto fare?” riceve nella tua testa una risposta chiara, nitida, senza incertezze e risuona come una campana a morto per le tue già modeste aspettative e risicata voglia.

Ebbene, quel momento è giunto il primo giorno: la vestizione.

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Viva il Messico! Ep.#25 – L’Hacienda Yaxcopoil

L'Hacienda Yaxcopoil nel 1900 [foto tratta da yaxcopoil.com]

L’Hacienda Yaxcopoil nel 1900 [foto tratta da yaxcopoil.com]

Segue da Ep.#24 – Topeees?

9° dia: dall’Hacienda Yaxcopoil a Merida

Arriviamo finalmente all’Hacienda Yaxcopoil, ancora scossi dall’ultimo incontro con la “topa”. Se siete nuovi di questo viaggio, non fatevi strani pensieri: non siete su un sito di racconti dalle ennemila sfumature di grigio e quel cavolo di colore che volete. Siamo, infatti, animati dalle più nobili delle intenzioni e cioè IL Sapere! La Conoscenza…Azz! Non solo non siete atterrati su un sito “hot”, ma siete incappati in un emulo sgarrupato della famiglia Angela! Ma che è ‘sta roBBa? SQuarK?!?

Ora farò una cosa che ho sempre sognato ovvero [voce impostata da grande divulgatore televisivo] “Nella puntata precedente…”

Nella puntata precedente si è raccontato della storia dell’Hacienda Yaxcopoil, e, nonostante i potenti mezzi dell’ipertesto, so che se inserissi il link, non vi cliccherebbe consapevolmente nessuno perché potrebbe risultare letale al dito indice, che va assolutamente preservato per le essenziali e benché più gratificanti esplorazioni nelle cavità nasali. Pertanto, di buon grado, ritorno en passant sull’argomento. Repetita iuvant.

Yaxcopoil è un esempio di hacienda henequenera, un latifondo latino-americano con annessi residenza padronale e opificio, dedicate alla coltivazione dell’henequén, una varietà di agave autoctona, da cui si ricava la fibra per il cordame.

La vera protagonista di Yaxcopoil: l'henequen

L’hacienda dal punto di vista della vera protagonista di Yaxcopoil: l’henequén [foto tratta da yaxcopoil.com]

In ogni angolo dello Yucatán c’è una hacienda henequenera: queste splendide residenze, immerse tra natura e storia, che vissero i loro fasti all’inizio del XX secolo, sono disperse tra le basse foreste di questa regione. Di molte non restano che delle rovine lungo le varie carreteras, mentre alcune sono state trasformate in centri turistici che offrono oltre che visite al loro interno, anche escursioni presso i cenotes o i siti archeologici nei pressi. Yaxcopoil è una di queste rarità: sita a circa un’ora dal sito archeologico di Uxmal, fino ai primi anni Trenta del Novecento, l’hacienda ha operato impiegando circa cinquecento campesinos su una superficie di undicimila ettari. Oggi è tutto finito e per non dimenticare questo passato è stata convertita in museo.

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Viva il Messico! Ep.#24 – Topeeees!

L'Hacienda Yaxcopoil, Yucatan [foto by RedBavon]

L’Hacienda Yaxcopoil, Yucatan [foto by RedBavon]

Segue da Ep.#23 – Para Ticul?

9° dia: da Ticul all’Hacienda Yaxcopoil

Da Ticul, alla guida c’è sempre Francesco.

Sebbene abbia provato a sabotare il viaggio a causa di un banale errore di vocale e portarci così a Tikal con una leggerissima deviazione di circa un migliaio di chilometri, decidiamo di rinnovargli la fiducia come pilota del nostro bolide rosso, una fiammante Chevy Monza. Fiammante in senso letterale poiché ogni volta che rientriamo dalle nostre escursioni a piedi, nell’abitacolo potresti infilarci una bella torta. Praticamente un forno portato a temperatura e nemmeno ventilato.

Decidiamo la nuova tappa al volo, incrociando i suggerimenti della bibbia Rough Guide e una sommaria consultazione della mappa-lenzuolo: l’Hacienda Yaxcopoil.

L’Hacienda Yaxcopoil risale al XVII secolo. Il suo nome in lingua maya significa “il luogo degli alberi verdi”. Considerata una delle più importanti haciendas in Yucatán, nel suo massimo periodo di splendore, Yaxcopoil si estendeva su una superficie di 12.000 ettari.  Da ranch di allevamento di bestiame venne convertito molto più tardi in piantagione di henequén, l’“oro verde”. In Yucatán, si iniziò a chiamare “oro verde” la pianta che era già conosciuta dai Maya con il termine “ki”, ovvero la varietà di agave fourcroydes, nativa della zona più calcarea (e quindi meno fertile) della penisola, la cui coltivazione estensiva rappresentò il fulcro dell’economia locale durante oltre un secolo, a partire dalla seconda metà del XIX secolo a quasi la fine del XX secolo.

Con il passare degli anni l’estensione dell’Hacienda Yaxcopoil si è ridotta a meno del 3% della sua antica superficie a causa di: continui cambiamenti politici, sociali ed economici nella regione; la scoperta di nuovi materiali sintetici che hanno soppiantato questa coltivazione, che riforniva di semi-lavorato l’80% della produzione mondiale di cordame.

Oggi l’Hacienda è un importante testimonianza storica e, nella sua proprietà, è stato costruito un museo. Andiamo a visitare perciò l’hacienda!

Da Ticul all'Hacienda Yaxcopoil

Da Ticul all’Hacienda Yaxcopoil

Yaxcopoil dista da Ticul una cinquantina di chilometri, un’ora di viaggio prendendosela con calma; inoltre è verso Nord, quindi in direzione per il ritorno verso Merida. Perciò il viaggio verso questa tappa appare muy tranquilo…Non proprio.

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Viva il Messico! Ep.#23 – Para Ticul?

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Uno scorcio del mercato a Ticul [foto di RedBavon]

Segue da Ep.#22 – Uxmal…e la Rivelazione di un Antico Segreto

9° dia: da Uxmal a Ticul 

Lasciamo le ruinas di Uxmal alle spalle e decidiamo di dirigerci verso Ticul, dove sembra vi sia un rinomato mercato dei sandali e, sopratutto, dove potere mettere sotto i denti qualcosa in un comedor visto che si è fatta l’ora del pranzo. A mia memoria e conoscenza, nessuno di noi quattro – né prima, né durante, né dopo tale viaggio – ha mai avuto un minimo, pure anche infinitesimale interesse per le calzature, figuriamoci i sandali. Tant’è, si va a Ticul!

Non abbiamo cellulari e il GPS è una roba avveniristica da film di spionaggio militare o alla Tom Ponzi, perciò dipendiamo da una mappa che, da aperta, ingombra come un lenzuolo del corredo matrimoniale e, per ripiegarla, bisogna fare come la massaia quando c’è da tirare via il bucato dal terrazzo, cioè occorre olio di gomito e un’aiutante: suddividere i lembi in egual misura, piegare la mappa a metà nel verso delle piegature verticali e ripetere l’operazione. Unire, poi, la propria porzione di mappa a quella dell’aiutante per tante volte consecutive quante sono le piegature orizzontali. Così facendo si otterrà un rettangolo delle dimensioni originarie nel suo formato tascabile….Manco per idea, le mappe hanno una vita propria e uno spirito ribelle, ne sono certo.

La “Rough Guide” del Messico, da noi venerata come un testo sacro al quale ci affidiamo ciecamente nei momenti più bui, non compie questa volta  “il miracolo della fede” facendoci riacquistare la vista sulla corretta via da percorrere poiché ci supporta solo con mini-mappe locali in formato numismatico.

Con la precisione del cartografo dei tempi antichi, fatta la dovuta proporzione tra la scala in chilometri indicata sulla mappa e il mignolo di uno di noi estratto a sorte, calcoliamo che ci vorrà circa una mezz’oretta.

Disclaimer: per girare queste scene non è stato tagliato mignolo né altro dito a nessuno dei compagni di viaggio o altro essere vivente.

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Viva il Messico! Ep.#22 – Uxmal…e la Rivelazione di un Antico Segreto

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I biglietti del sito archeologico di Uxmal [Foto di RedBavon]

 Segue da Ep.#21 – A zonzo per Mérida

9° dia: Uxmal (città nativa di Francesco, poi saprete perché…)

A bordo del nostro bolide rosso Chevy Monza, Lucio è ormai “Il Prescelto” alla guida: è il nostro “pilota ufficiale” dopo avere salvato pianale, ammortizzatori, sospensioni nonché la nostra pellaccia nel percorso rallistico a Tulum e da quelle micidiali trappole dette “topas”, ovvero dei dossi artificiali, decisamente più alti di quelli nostrani, distribuiti sulla rete stradale apparentemente ad minchiam, ma, in realtà, atti a costringere l’automobilista a rallentare nelle vicinanze anche di una sola casupola, che sbuca dal folto della foresta tropicale al lato della striscia asfaltata. Parental Advisory: in un prossimo post vi racconterò delle topas.

Ci dirigiamo verso Uxmal, altra città-stato di notevole importanza storica in quanto parte della Lega di Mayapán (“bandiera dei Maya”) insieme a Chichén Itzá e Mayapán, appunto.

Secondo alcuni studiosi, tale Lega non è mai esistita, poiché Uxmal e Chichén Itzá erano già state abbandonate e la Lega è frutto di una storia inventata dai Signori di Mayapán per dare prestigio al proprio lignaggio. Secondo altri storici, tale alleanza, iniziata tra il 987 –1007 d. C., conquistò l’egemonia del Nord della penisola. La Lega si dissolse a causa di conflitti interni: prima una guerra tra Uxmal e Chichén Itzá (1175-1185 d.C.), poi tra Uxmal e Mayapán (1441-1461 d.C.). Il caos che seguì dopo tale ultima guerra divise la penisola in 17 kuchkabales o, come le chiamarono gli spagnoli, cacicazgos, equivalenti a uno Stato minore indipendente come poteva essere l’Irlanda o la Scozia nel vecchio Continente. Per cacicazgo si intende “terre governate da un cacique“, ovvero il capo di una gerarchia determinata da alleanze guerriere, consolidatesi mediante complessi sistemi di parentela e appartenenza etnica. Da qui il fenomeno del cacicchismo, che influenzò negativamente la storia dell’America Latina e viene anche utilizzato per indicare l’esercizio personalistico del potere in ambito locale. Maya, spagnoli e italiani, una faza, una raza.

La piramide del Adivino: più che una salita. è una scalata [Foto da mayaruins.com]

La piramide del Adivino: più che una salita. è una scalata! [Foto da mayaruins.com]

Uxmal è uno dei più importanti siti archeologici della cultura Maya, insieme a Chichén Itzá e Tikal (in Guatemala): come Palenque, è un magnifico esempio dell’arte Maya nell’elegante stile Puuc. Alla linearità di grandi edifici quadrangolari si contrappongono estesi fregi nel caldo calcare yucateco, decorati da ricchi mosaici di pietra.

In Uxmal, il cui nome significa “ricostruita tre volte”, vi è la famosa Piramide del Adivino, alta la solita trentina di metri, ma con una pendenza tale che l’infarto è certo anche solo a guardarla dal basso!

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Viva il Messico! Ep.#21 – A zonzo per Mérida

Mérida (Foto da web)

Mérida (Foto da web)

 Segue da Ep.#20 –Mérida, llegamos en La Ciudad Blanca

Oggi Mérida è il centro più importante dello Yucatan, ma in passato lo era a un livello molto più ampio grazie al fiorente commercio di derivati dall’agave.

La prima specie di agave fu scoperta da Cristoforo Colombo a Bahama e il viaggiatore inglese John Gilton (1568-72) definì questa pianta come el árbol de las meravillas per i molteplici derivati da essa ottenuti: vino, aceto, miele, zucchero, la bevanda nazionale del pulque e il tlachique, distillati famosi come mescal o tequila e, ancora, canapa, funi, calzature, tegole per i tetti e punteruoli.

Fino alla Prima Guerra Mondiale, l’80% della corde del Mondo era prodotto con il semilavorato che proveniva da Mérida.

La città ha un’identità caratteristica grazie anche al semi-isolamento dello Yucatan dal resto del Messico fino agli anni Sessanta. La forte influenza coloniale ispanica è chiara in un mix di esotica novità di atmosfere mesoamericane e la familiarità di architetture care ai nostri vicini iberici.

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Viva il Messico! Ep.#20 – Mérida, llegamos en La Ciudad Blanca

Un tucano a Merida [Foto di RedBavon]

Un tucano a Merida [Foto di RedBavon]

 Segue da Ep.#19 – Mexico souvenì(r)

8° dia: Mérida, La Ciudad Blanca

Mérida è la città più grande dello Yucatán, moderna, ricca di musei e arte, ristoranti e negozi, tuttavia fiera testimone dell’eredità dell’antica città di T’Hó, anch’essa centro delle attività maya della regione. I conquistadores di Francisco de Montejo, “el Mozo”, vi giunsero quando ormai la città era abbandonata e abitata da un migliaio di indigeni. Nel 1542 Montejo fondò la città di Mérida sulle rovine di T’Hó: le pietre delle sue cinque piramidi furono utilizzate per la costruzione di vari edifici e della cattedrale, La Catedral de San Ildefonso, che è perciò la più antica dell’intero continente.

Mérida è nota anche come “La Ciudad Blanca”. Tale soprannome deriva, secondo la ricerca dello storico Michel Antochiw Kolpa, non per la calce bianca, derivata dalla pietra calcarea abbondante nella regione e utilizzata per dipingere le pareti e le facciate degli edifici, dal periodo coloniale fino a buona parte del XX secolo, né per quanto sostengono con fierezza gli abitanti sulla proverbiale pulizia della città, ma per un fatto risalente alla sua fondazione: il fondatore Francisco de Montejo, così come i suoi successori, erano consapevoli che non sarebbero riusciti a piegare la forte resistenza indigena e per motivi di sicurezza vollero fare di Mérida una città fortificata e “bianca” cioè solo “per i bianchi”, etnicamente pura, isolata e protetta entro lo spazio urbano creato sulle rovine dell’antica città maya.

L’arrivo a Mérida nel tardo pomeriggio dopo la visita a Chichén Itzà è caratterizzato dalla tipica accoglienza di una città metropolitana…

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Viva il Messico! Ep.#19 – Mexico souvenì(r)

Il perfetto

Il perfetto “ricordino” da Chichén Itzá. Questo è mio! Bagaglio a mano… (foto by RedBavon)

Segue da Ep.#18 – Chichén Itzá, la seconda piramide

È ormai rito, quasi sacrificale quanto quelli toltechi, che in ogni viaggio si debba riportare un ricordo, un souvenir…A Chichén Itzá non potete sfuggire.

Dopo esserci rifocillati ed esserci abbondantemente reidratati con un certo numero di “cerveza”, ci aspetta lo shopping!
Barbara abitudine inculcata nelle nostre plasmabili menti dal marketing, dall’inspiegabile esigenza di portarsi via qualche ricordo (come se quanto visto, ascoltato, toccato, sentito fosse roba da poco) e, per colpa di chi, rimasto a casa, (ri)chiede cartoline, regalini, poncho, pupazzielli, magliettielle, sigari, non si sa per quale istinto a metà tra lo scrocco e il saccheggio.
Se c’è una cosa che veramente odio nei viaggi è proprio lo shopping: mi sta davvero sulle palle il turista che acquista i classici souvenir e cerca di “fare l’affare” con chi – parecchio più sgamato di lui – è lì per “farlo fesso” o, come accade in diverse parti del mondo, esercita quel commercio come l’unico mezzo di sussistenza.

Sta di fatto che quanto il viaggio è più esotico e lontano dai patri lidi, tanto è socialmente esecrabile tornare a mani vuote. Fosse per me, sarebbe sufficiente portare questo diario pieno di sensazioni ed emozioni, che in qualche modo possano fare sentire cosa sia quella parte di Messico e faccia venire la curiosità di visitarlo. Ma le cose spesso prendono una piega diversa…

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Viva il Messico! Ep.#18 – Chichén Itzá, la seconda piramide

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Ascesa al Tempio di Kukulkan (Foto by RedBavon)

Segue da Ep.#17 – Chichén Itzá

Il Tempio di Kukulkan, cioè la piramide di Chichén Itzá con i suoi 30 metri e 91 scalini è un guanto di sfida per noi quattro, che da caballeros, entriamo nei panni, parecchio improvvisati, di alpini. Dopo la prima scalata alla piramide di Cobà, il nostro palmarès sta per arricchirsi di un’altra epica scalata.

Nel consueto sacrale silenzio, iniziamo la nostra ascesa. La foto a corredo mostra con paurosa evidenza il pericolo. Appaiati in una posa plastica e quasi in sincrono, mio fratello Lucio (a destra) ed io (al centro) procediamo concentrati. I miei genitori sono andati vicini all’estinzione della “razza” in un colpo solo: come buttare i propri geni alle ortiche a causa di due degeneri.

Attraverso questa immagine quasi riesco ancora a percepire la tensione dei muscoli delle braccia e la tremarella nelle gambe. Il nostro sprezzo per il pericolo e la nostra autostima subisce un drastico ridimensionamento quando incrociamo quella donna, sulla sinistra, che scende eretta e, per giunta, mostrando non chalanche con tanto di borsa a tracolla.

E anche la cima del Tempio di Kukulkan è stato conquistato! In foto, Lucio non è in posa, ma è rimasto bloccato nella posizione genuflessa...

E anche la cima del Tempio di Kukulkan è stato conquistata! In foto, Lucio non è in posa, ma è rimasto bloccato nella posizione genuflessa… (Foto by RedBavon)

La scalata è ripagata dalla vista spettacolare: il colpo d’occhio sulla giungla circostante, come a Cobà, mozza il fiato, ma qui, con tutto il sito archeologico ai propri piedi, è possibile meglio comprendere che, da questa posizione, il senso di onnipotenza e di vicinanza a Dio per il Gran Sacerdote non era un delirio sotto l’effetto di sostanze allucinogene, ma una “solida realtà”. Parola di Roberto Carlitos.

La tecnica di discesa è ormai consolidata e avviene con una postura più adatta a un ragno, piuttosto che all’Homo Erectus: sedere rasoterra, mani saldamente piantate a terra, un piede in avanti e giù a cercare la superficie del gradino più in basso, piano, segue l’altro piede; consolidata la posizione dei piedi, segue il resto del corpo in un moto continuo di trascinamento, fino al gradino più basso. Se cliccate sulla foto della scalata, potete notare oltre la donna che scende, un tipo in t-shirt blu che adotta questa tecnica del “ragno cagasotto”.

Ogni passo è pesato, pensato, a ognuno degli scalini hai recitato una muta preghiera e alla fine dei 91 scalini sei a metà della recitazione del Santo Rosario, ma lasci perdere l’altra metà perché tanto la possibilità di ottenere un’indulgenza è sfumata dato il numero cospicuo di maleparole e bestemmie che hai proferito tra un gradino e l’altro.

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Viva il Messico! Ep.#17 – Chichén Itzá

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Chichén Itzá – El Castillo, il Tempio di Kukulkan. Foto by RedBavon

8° dia: Chichén Itzá-> Mérida

Lasciamo Valladolid non senza qualche ritrosia poiché El Mesón del Marqués – come la definirebbe Frank – si è rivelato essere  un‘ottima sistemazione. Sarà che la scalata della piramide di Cobà ci ha stremato, sarà stata l’abbondanza di cipolla ingurgitata insieme al poc-chuc, ma i dannati mosquitos non hanno molestato il nostro sonno come le altre notti.

Colazione al volo, ci trasciniamo via Diego che sotto gli occhiali da sole inforcati – potrei giocarmi una somma considerevole – sta ancora dormendo: è uno “sleeping-man walking”. Quel genio del mio amico ha scoperto anche come camminare mentre dorme!

Saliamo sul nostro bolide rosso Chevy Monza, Lucio alla guida, la consueta incitazione di Frank “Grrrrintosi!” e via incontro al nostro destino: Chichén Itzá e la nostra seconda piramide da scalare!

Chichén Itzá è uno dei siti archeologici più famosi e meglio restaurati, per quanto personalmente preferisco quelli più “selvaggi” ed immersi nella Natura come Cobà e, più in là nel viaggio, Palenque: il sito è di grande impatto. Nella Ruta Maya, che attraversa Messico, Belize, Guatemala e Honduras, Chichén Itzá  è una tappa obbligata.

La Ruta Maya: un viaggio "on the road" sulle orme dei Maya, un tour archeologico e non solo

La Ruta Maya: un viaggio “on the road” sulle orme dei Maya, un tour archeologico e non solo

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Viva il Messico! Ep. #16 – Valladolid

Valladolid - L'entrata dello zocalo

Valladolid – L’entrata dello zocalo

7° dia: Cobà -> Valladolid

Dopo essere sopravvissuti alla discesa dalla piramide di Cobà, un’altra cinquantina di chilometri percorsi in direzione nord-est, verso l’interno, Valladolid è la nostra ultima tappa della giornata. Vi giungiamo nel tardo pomeriggio.

Sempre grazie ai preziosi consigli del fratello di Francesco, prima di partire dalle ruinas di Tulum abbiamo telefonato da una cabina e, nel nostro italianospagnolato con inserti di inglese, riusciamo a prenotare un paio di camere a El Mesón del Marqués nel centro di Valladolid.
La fortuna è stata dalla nostra poiché ci aggiudichiamo un alloggio in una stupenda casa nobiliare in stile coloniale ispanico: le camere sono accoglienti, letto con materasso alto, con addirittura  – Frank, senza offesa per la tua “boccia” – l’asciugacapelli e la Tivù, di cui non sentiamo minimamente la mancanza.

Valladolid - Il porticato di El Mesón del Marqués

Valladolid – Il porticato di El Mesón del Marqués. In fondo al corridoio, io gioco a fare la modella.

Le camere si affacciano su un porticato e su un giardino molto curato. C’è una piscina. Piscina?!? Tuff!  Un bel bagno rigeneratore è quel che ci vuole, dopo una giornata in cui abbiamo seriamente rischiato di andare a trovare Kukulkàn nell’Alto dei Cieli. Ammèn.

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Viva il Messico! Ep. #15 – Cobà, sul tetto dello Yucatàn

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It’s A Long Way To Tipperary, It’s A Long Way To Go!

La scalata della piramide. La Missione.

La prima piramide! Centoventi gradoni, stretti e sconnessi, che salgono a quota 42 metri con un’inclinazione adatta a una capra di montagna.
Che la salita sia impegnativa lo conferma la presenza di una fune di generosa sezione, tipo gomena che si trova sulle navi, fissata alla pietra ogni due-tre gradoni grazie a un anello di metallo.

Un rapido sguardo tra tutti e quattro. Finalmente la nostra missione sta per iniziare: la scalata delle piramidi dello Yucatan. In un sacrale silenzio, iniziamo la nostra ascesa. [Attacco del Coro nel tema musicale di The Mission]

La salita ci lascia senza fiato, noi animali da ufficio o studio, non abbiamo la stessa attitudine della capra di montagna: un po’ è la paura di cadere giù con rovinosi effetti, un po’ è l’emozione, un po’ la fatica.

Raggiunta la vetta, lo spettacolo che ci si para davanti, di lato, dietro, tutto intorno, ci lascia con la mascella a terra. Ci ho messo parecchio tempo prima di raccoglierla.

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Piramide di Cobà – In cima allo Yucatan! A sinistra, Claudio; al centro seduto, Lucio, al centro in piedi, Diego; a destra, Francesco. In fondo, sulla linea dell’orizzonte si intravede il Mare dei Caraibi.

La foresta è ai nostri piedi a perdita d’occhio, per chilometri e chilometri. Pensate al Gran Sacerdote sulla sommità, la folla del popolo ai piedi della piramide e, nella foresta in distanza i templi, le altre piramidi sparsi, i fuochi, ancora la foresta. Ci credo che si sentiva mandato da Dio!

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Viva il Messico! Ep. #14 – Da Tulum a Cobà

Tulum - Ruinas. Sullo sfondo, "El Castillo" domina la scogliera

Tulum – Ruinas. Sullo sfondo, “El Castillo” domina la scogliera

7° dia: Tulum -> Cobà -> Valladolid

Inizia il tour archeologico!

A Tulum visitiamo le prime ruinas. Piccola città Maya con una popolazione stimata di settemila abitanti , situata sulla splendida scogliera a picco sul mare di colore turchese.
Onde evitare che i cenni storici producano l’effetto “sonnifero” non entro eccessivamente nei dettagli storici di qualsiasi sito archeologico, sebbene l’amore per la Storia mi suggerirebbe di lanciarmi in uno dei miei “spiegoni”, ma mi ci vorrebbe anche l’iradiDDIo di tempo. Pertanto, procuratevi una buona guida sullo Yucatan, un buon libro sui Maya o ricorrete alle visite guidate sul luogo. Comunque, ne vale la pena.

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Foto dal lato opposto della precedente. In fondo tre soliti loschi figuri.

Tulum è un piccolo sito archeologico, rispetto a quelli che poi visiteremo, e non presenta la tipica piramide da scalare e, sopratutto, discendere…Capirete più avanti il motivo.
Tuttavia, si trova in un luogo incantevole, con una piccola costruzione “El Castillo” a picco sulla scogliera e una spiaggia: l’esperienza di potere fare un bagno nel Mare dei Caraibi in un sito archeologico è particolare.

La visita è piuttosto rapida perché è rimasto intatto molto poco e non di eccezionale importanza artistica. La città di Tulum infatti era uno scalo commerciale, rinomata per l’ossidiana e le piume di quetzal.

Tulum, data tale posizione, fu anche la prima città Maya a essere “scoperta” dagli Spagnoli. Ai Maya male incorse. In realtà, i Maya a quell’epoca avevano già subito l’invasione dai Toltechi, popolazione bellicosa e parecchio più feroce. Dalle mie parti si dice: “ o’ cane mozzeca o’stracciato”. In Maya non lo sapremo mai, visto che gli Spagnoli stanno ai Maya come l’Ottava Piaga sta all’Egitto di biblico racconto: le cavallette.

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Viva il Messico! Ep. #13 – Sian Ka’an, alla laguna e ritorno

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6° dia – Riserva della Biosfera di Sian Ka’an – II parte.

Da Pez Maya proseguiamo la nostra “scampagnata” yucateca nella Riserva della Biosfera di Sian Ka’an a bordo di una lancia a motore, diretti all’interno, nella laguna per vedere il nostro primo cenote, che non è uguale agli altri che si trovano per tutto lo Yucatan.

Questo cenote, infatti, è sommerso, nel bel mezzo della laguna, e lo si riconosce per una specie di “ribollire” in superficie, come se stessero soffiando dell’acqua dal fondo; infatti, si tratta di un vero e proprio getto d’acqua…dolce!

Nella lingua Maya “dzonot”, significa “acqua sacra” e  proprio da tale termine viene l’attuale “cenote”. I Maya utilizzavano i cenote sia per l’approvvigionamento idrico sia per rituali sacri. Si tratta di doline carsiche, originate dal crollo del tetto calcareo di grotte risalenti al Pleistocene a causa delle infiltrazioni di acqua piovana.

Questo è un tipico cenote, quello di Dos Ojos (in foto), tra Playa del Carmen e Tulum, è tra i più famosi

Questo è un tipico cenote, quello di Dos Ojos (in foto), tra Playa del Carmen e Tulum, è tra i più famosi

Lo Yucatan non ha praticamente risorse idriche e, quindi, le fonti d’acqua dolce sono rappresentate da questi cenote ovvero dei “buchi” di varia grandezza sulla superficie calcarea della penisola, che si riempiono di acqua piovana, filtrata dal terreno. In parole semplici, non esistono fiumi in superficie, ma sotto terra ce ne sono parecchi. Alcuni cenote sono collegati tra loro, come Dos Ojos, uno dei più famosi e spettacolari tra Playa e Tulum, ma è pericoloso addentrarvisi tanto che si contano diverse centinaia di morti di sommozzatori  in queste immersioni, l’ultima a marzo scorso.

La scheggia di “Oggi, Lezione di Scienze” è quanto apprendiamo dalla guida che parla in un inglese comprensibilissimo ed è un vero e proprio “cenote” di scienza! Ha la capacità divulgativa di trasmettere informazioni a persone non predisposte e in un momento di relax.
Sergio ci spiega che questa zona è battuta ogni settembre e ottobre da forti uragani: ci racconta che ha dovuto postecipare il suo matrimonio di un anno perché a settembre dell’anno passato la chiesa è stata rasa al suolo dall’uragano e occorre aspettarne la ricostruzione. Io, questi messicani e il loro rapporto con il Tempo, inizio ad amarli alla follia!

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Viva il Messico! Ep. #12 – Riserva della Biosfera di Sian Ka’an (fino a Pez Maya)

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Pez Maya…e sto.

6° dia – Riserva della Biosfera di Sian Ka’an – I parte.

Sveglia molto presto, colazione e corsa – puoi svegliarti presto quanto vuoi, ma con Diego il ritardo è una certezza – verso Ana y Jose, poco distante dalla nostra spelonca in riva la mare e luogo di partenza della gita alle ore 9:00, che poi – abbiamo imparato – qui, in Messico, è un’indicazione di massima, ma non si sa mai. Come nelle migliori tradizioni turistiche fantozziane, barba, bidè e gita alla Riserva della Biosfera di Sian Ka’an, mai sentita nominare in precedenza, ma molto consigliata dal nostro Cicerone, Jimmy, il fratello maggiore di Frank che già c’era stato in precedenza.
A Sian Ka’an vengo anch’io! Si va tutti a vedere gli animali che ci hanno tenuto svegli la notte per vedere l’effetto che fa! Vengo anch’io!

“C.D.D.” Come dovevasi dimostrare, Diego è in ritardo, quindi i più anziani e responsabili…Stamme checazz’! (trad. “Stiamo a posto!”), cioè Frank ed io ci avviamo per primi, rimediando un passaggio in auto da una coppia di italiani, lui di Roma, lei di Milano, entrambi sulla cinquantina scarsa.
Dopo una veloce presentazione da parte di Sergio, laureato in Scienze Naturali nonché la nostra guida, che si occuperà di evitare di farci infilare piedi e mani in affratti bui con serpenti velenosi che vi dormono dentro oppure appoggiarci ad alberi dalle resine tossiche, insomma avrà il suo bel da fare affinché noi, poveri idioti turisti, possiamo riportare alla cabaña la nostra pellaccia.

Lucio e Diego ci raggiungono. Se la sono fatta a piedi.

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Riserva della Biosfera di Sian Ka’an: percorso da Ana y Jose a Pez Maya…Poi si andrà all’interno.

Sian Ka’an in lingua Maya significa “Dove nasce il cielo” per cui altri riportano il significato “Orizzonte”. È t-u-t-t-o vero.

Montiamo sui furgoncini con cui la muta di turisti verrà portata fino ai margini della laguna, a Pez Maya e, da lì, verrà imbarcata su una lancia a motore per addentrarsi nel folto delle mangrovie fino a raggiungere una serie di cenote, situati nel bel mezzo della laguna.

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Viva il Messico! La Classifica della Vongola

SambaDeAmigo

Questo non è proprio un post, ma è una pagina di “servizio” per il diario-uno-strappo-e-via! del viaggio in Messico. Qui verranno riepilogate tutte le “vongole”, ovvero “perle” che devono mai mancare in un viaggio affinché assurga a “leggenda” e che in questo viaggio non sono di certo mancate. Anzi, direi proprio l’opposto. The Legend will never die! (e chi becca questa citazione vince una maracas originale di Samba De Amigo!)

“La Classifica della Vongola”, cioè la classifica delle “Frasi celebri”, ovvero frasi, parole o semplici fonemi che renderanno indelebile il ricordo di questo viaggio. Per “vongola” in napoletano si intende una “baggianata”, uno “strafalcione”, sì insomma “’na cazzata”.

Formazione di viaggio:

  • Francesco (detto Frank, detto Palmera, detto…dagli innumerevoli nomi), carissimo amico di mio fratello e me.
  • Diego, compagno di banco di mio fratello per tutto il liceo, genio e tantissima sregolatezza, diventato perciò carissimo amico pure mio.
  • Lucio, mio fratello minore.
  • Claudio (come sarebbe chi è?!?)

Di seguito l’elenco, che verrà aggiornato fino al’ultima tappa, quindi le “vongole” sono in ordine cronologico e non d’importanza. Alla fine, come in tutti i contest seri, verrà eletta la “Reginetta delle Vongole”

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(l)Ode all’amaca

No, non è morto...Ma, quando dovesse accadere, beh non sarebbe un brutto modo di andarsene

No, non è morto…Ma, quando dovesse accadere, beh non sarebbe un brutto modo di andarsene

“Permettete un pensiero poetico?” (cit. Così Parlò Bellavista)

In questo pomeriggio di afa estiva, con le capacità di movimento al di sotto di quelle di un esemplare pigro di bradipo, nel riorganizzare il materiale per il diario di viaggio del Messico, lasciato in sospeso in quel di Tulum, viene giù dalle dita questa ode all’amaca, anzi lode all’amaca.

L’amaca è…L’amaca.
Il suo posto naturale è all’ombra tra due alberi, ma un patio va bene lo stesso.
Sprofondati con il proprio peso quasi a toccare il suolo, l’amaca si richiude sul tuo corpo come a proteggerti, un’amorevole protezione, come in un bozzolo.
Ti sembra di galleggiare e le chiome sussurrano parole antiche, dimenticate, ma a un tratto comprensibili: una ninna nanna. Galleggi nell’aria.

L’amaca accoglie in un abbraccio il tuo corpo, dolcemente cullato dal vento e tenuto sospeso per due fili…Nel nulla.

Percepire il nostro “nulla” nell’Universo, non è mai stato così di sollievo e rasserenante.

L’amaca è…L’amaca.

“E chest’è!”

In loving memory of: l’amaca acquistata a Merida e la “prima volta” a Cozumel


Sì viaggiare, ad agosto

Da “Priscilla, la regina del deserto”

[Update 2016] Agosto, mese infame per viaggiare: in questo nostro emisfero boreale, caldo “assassino” (vedi tutti i telegiornali tutti i giorni in questo periodo), nell’altro è inverno e, anche se le locali temperature non lo fanno sembrare, i nostri “paradisi” preferiti sono investiti da monsoni e tifoni (male)assortiti. E in Italia si decide di chiudere tutto e si va in vacanza!  Cos’è? Spirito di contraddizione, sfida alla sfiga, più probabilmente un (campari)mix di idiozia e sfiga congenita del popolo itali(di)ota. Agosto, anche se tu fossi un alieno venuto dal sistema Alpha Centauri, lo riconosceresti senza guardare il calendario terrestre (lì da loro, la stella è doppia e non ci sono più le mezze stagioni – come da noi in ascensore – nè quelle intere…). Agosto viene annunciato dai servizi foto-copia a media unificati sull’afa “assassina”, sulle spiagge gremite come Piazza San Giovanni al Concerto del 1° maggio, i consigli per l’abbronzatura, sugli unguenti all’odore di cocco che al sole creano l’effetto “patatina fritta”,  sui costumi minimi degli uomini dai fisici palestrati e depilati, i bikini mozzafiato di Venere che cammina sulla terra e, infine, certi come la morte e come la sorpresa negli ovetti “Kinder”, i molossi “assassini” (da leggere, come quello speaker del telegiornale, con la “S” blesa, nota come “zeppola” dalle mie parti o “lisca” a Firenze).

Agosto e questo gran ciarlare di afa mi fa venire in mente distese desertiche, rimbalza nella testa la canzone cantata dagli America “A horse with no name”, con quei due unici accordi suonati ad libitum e il ritornello che fa laalaalalalaaa lalalà la laaa… ok mi avete capito, altrimenti iutubizzatevi a questo indirizzo. A chi la vacanza nel più mite e meno affollato settembre (andiamo. E’ tempo di migrare) non è praticabile e agosto è IL momento di partire pe’ terre assaje luntane, si suggerisce qualche meta non esotica nè tropicale, raggiungibile sia in termini geografici sia di vil pecunia. Il Comandante, a nome di BavITALIA augura un buon viaggio in Scozia, Inghilterra, Spagna, Irlanda, Germania, Austria e Stati Uniti d’America.
BavITALIA ringrazia i signori passeggeri per la fiducia accordataci, augura una serena e felice permanenza. E la prossima volta che avrete il folle desiderio di schizzare nei cieli senza paracadute, ci auguriamo che penserete a noi di BavITALIA. Grazie per avere volato con noi.

BavITALIA, Fly Me to the Moon.

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Cartelli paradossi #1

Un cartello particolare, Edelweiss, montagne e Val Pusteria, cosa c’entrano con un napoletano che sta alla montagna come una renna sugli scogli abbasc’a Marechiaro?

Affisso a una parete enorme di una probabile rimessa di macchine agricole o, altrimenti, stalla del Minotauro, il cartello in foto ammonisce i cani (e i suoi padroni) a non segnare il territorio come nelle loro abitudini.

Il cartello potrebbe passare inosservato se posto in un prato o aiuola, anche se un senso non dovrebbe averlo in quanto tutti i padroni di un cane dovrebbero arrivare da soli al fatto che, se in un prato c’è gente che fa pic-nic o bimbi che si rotolano gioiosi nell’erba, non è  piacevole ritrovarsi a mangiare un succulento panino o lasagna multistrato (dipende come s’intende la parola “pic-nic”), scoprendo di essersi seduti sopra la popò del migliore amico dell’uomo de li mejo mortacci sua o, tra un morso e una forchettata, sniffare – a ogni alzata di brezza – un pungente odore di pipì.

Se si considera dove è ubicata la costruzione sulla cui parete è affisso, il cartello è in contraddizione con i principi elementari della logica, ma all’esame critico si dimostra valido: è un cartello paradosso.

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Viva il Messico! Ep. #11 – Tulum

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Tulum – uno scorcio del Mare dei Caraibi che bagna le ruinas (il sito archeologico)

5° día: Tulum

Noleggiamo un’auto, una Chevy Monza rossa, una specie di Opel Corsa tre volumi. Il tempo non è clemente: pioggia a scrosci, secchiate d’acqua e schiarite improvvise si alternano per tutta la strada tra Playa e Tulum, una cinquantina di chilometri. Ad agosto, in Messico il clima è molto variabile. Nella stessa giornata può succedere che piova violentemente per poi smettere con le nuvole che scompaiono d’improvviso e lasciano spazio al cielo compatto di azzurro e al sole che incoccia.
Alla guida il gruppo sceglie Lucio.

Itinerario da Playa a Tulum (zona hotelera). Clicca sull'immagine per andare su Google Maps

Itinerario da Playa a Tulum (zona hotelera). Clicca sull’immagine per andare su Google Maps

Arriviamo a Tulum senza problemi e lasciamo la strada principale dirigendoci verso la zona hotelera, che è distante qualche chilometro dal centro della cittadina. Imbocchiamo una strada da fare schifo ai muli! E pure alle capre di alta montagna.

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Fosse stata tutta così…E già si ballava.

Siamo su una strada “bianca”, che non ha mai visto l’asfalto nemmeno in fotografia, ma nemmeno una manutenzione dai tempi dei Maya. La percorriamo a passo d’uomo, timorosi di sfasciare assi, pianale e avantreno a causa d’improvvise voragini nascoste sotto placide pozze d’acqua torbida. Anche le gomme sono messe a dura prova perché se pure eviti la pozza nel dubbio che sia profonda come la Fossa delle Marianne, la parte di strada utile è un lastrico di pietre disconnesse, alcune delle quali di dimensioni di un masso dai bordi taglienti.

Lucio guida con la perizia di uno slalomista di sci e il resto dei caballeros lo supporta come l’equipaggio di una nave in mezzo a un banco di iceberg: tutti con il collo stirato in avanti, gli occhi puntati sulla strada per tutta la sua ampiezza, alla ricerca di uno spazio percorribile o guadabile da un’auto utilitaria con le sospensioni di una macchinina Lego, con il timore che un solo graffio alla carrozzeria ci avrebbe portato a una fine prematura del viaggio a causa dei danni da pagare alla consegna del veicolo a Mérida.

La nostra destinazione è esattamente alla fine di questa strada: Ana y Jose, non un albergo, ma un insieme di bungalow sulla spiaggia, alle propaggini della riserva naturale di Sian Ka’an. Jimmy, il fratellone di Francesco, che già vi era stato, ce lo ha stra-consigliato: rinunciate a qualcosa, ma non rinunciate a un paio di notti da Ana y Jose. Giunti a destinazione, la sfiga del viaggiatore fai-da-te colpisce durissimo. Ci chiedono se avessimo prenotato, naturalmente “no” e, altrettanto naturalmente, la risposta è stata un altro “no”: tutto pieno.

Qualche anno dopo, mia sorella decide di calcare le orme di noi fratelli maggiori in quel dello Yucatan, non perché ammaliata dai nostri racconti, ma solo per sputtanarci per quel mucchio di balle che – ci avrebbe scommesso una discreta cifra – le avevamo raccontato a rullo. Le ho consigliato Ana y Jose e,  nonostante la sua cricca di amici non avesse prenotato, sarà perché parla spagnolo, sarà perché è una bella ragazza, li hanno accolti: ha confermato che è un posto meraviglioso.

Dopo tutta quella strada sconnessa, oltre alla schiena a pezzi, siamo fiaccati anche nel morale. Non c’è tempo da perdere, occorre trovare un’alternativa. Alla cieca.

Ripercorriamo a ritroso un tratto piuttosto breve di strada, ma durato un’eternità, fermiamo l’auto e scendiamo traballanti a causa dei continui sobbalzi, come se avessimo percorso a dorso di dromedario il Deserto del Sahara, dal Marocco all’Egitto. Decidiamo di stabilirci alle cabañas di Osho Maya Tulum.
Signori, l’effetto “milk-shake” o “frappè” svanisce all’istante: è uno spettacolo eccezionale!

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Viva il Messico! Ep. #10 – Intervallo e addii

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4° día: Playa del Carmen

Gli occhi e il cuore ancora pieni delle meraviglie di Cozumel, decidiamo di rimanere a Playa un altro giorno perché ci si sta veramente bene. Rivediamo le tre amiche emiliane e Laura, la milanese. Gli italiani sono aumentati in modo esponenziale.
Ha luogo il secondo sfidone a scopone e, al termine di una partita serratissima, Francesco ed io siamo vincitori, protagonisti di una rimonta al limite dell’impossibile: per due mani consecutive Lucio e Diego erano a 20, gli sarebbe bastato un solo punticino.

Passata la mattinata tra spiaggia e mare, dopo il solito spuntino a base di sandwich de pojo e cerveza, il pomeriggio è di alacre lavoro organizzativo. L’indomani si lascia definitivamente Playa: il viaggio inizia per davvero.

In una botta di lucida responsabilità e senso della realtà, ci dividiamo i compiti: Diego e Lucio restano in hotel a organizzare i bagagli , Francesco ed io andiamo a procurarci un auto a noleggio.

In questa occasione, il mitico Frank decide di lasciare il segno nella Classifica della Vongola, assestando una doppietta da campione.

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Scintille

guido di notteFari nella notte. Guido.

Io e l’auto, soli, nella notte. Buio intorno. Scie di fari che t’illuminano per un attimo e poi ti lasciano nel buio dell’abitacolo, tu, la notte e l’auto. L’auto diventa la tua compagna, il motore la sua voce, sembra mormorarti qualcosa per tenerti sveglio, per farti compagnia. O sei tu che inventi questa storia per tenerti sveglio. All’automobile è attaccata la pelle…la tua e la sua (carrozzeria). E io e la BAV4 ce la siamo vista brutta un paio di volte in questi anni, eh? Mia cara, sì, dimmi , ti ascolto…

…Quante volte ti ho guidata via in notti come queste, io e te soli?

Tante sì .

Che dite? Sono pazzo. Parlo e sorrido a un’automobile? E chi se ne può accorgere? Guido solo nella notte. Fari, scie di luce, di nuovo ripiombo nel buio.

Alzo un po’ il volume dello stereo, c’è una canzone dei Coldplay che mi piace tanto, di quelle con la chitarra acustica. La chitarra acustica ….Ah! Quanto avrei voluto imparare a suonarla, ma nemmeno i due accordi di “A horse with no name” riuscivo a mettere insieme. Ah che mi fai ricordare, notti come queste, i falò sulla spiaggia, quella ragazza che mi piaceva da morire e invece, per la timidezza, mi veniva da scappare via. “Quella sua maglietta fina tanto stretta al punto che…A me toccava immaginare proprio tutto, mentre il “chitarrista” che accompagnava il nostro coro ha visto cosa c’era sotto quella maglietta fina e… Vasco docet…Va be’….

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Viva il Messico! Ep. #9 – Cozumel. Don’t worry, be happy

Arrivo a Cozumel

Arrivo a Cozumel

3° día: Cozumel

Distrutti dalla nottata al Capitan Tuttix decidiamo di posticipare di due ore la partenza per l’escursione alla vicina isola di Cozumel. Partiamo alle 10, anziché alle 8. La nostra strada di viaggiatori è lastricata di buone intenzioni. Più che una scelta, un obbligo fisiologico, date le poche ore di sonno. Giunti sul pontile, ancora sul rintronato andante e senza avere fatto colazione, ci rendiamo subito conto del motivo per cui l’originaria scelta della partenza alle 8 fosse la più saggia: sotto un sole martellante, siamo in coda a una lunga fila di turisti e famiglie con codazzo di creaturi.

Francesco descrive l’arrivo a Cozumel:
[NdClaudio: Francesco ha una grafia a metà tra quella di un dottore che si sfotte di scrivere la ricetta e i geroglifici del’Antico Egitto, per cui l’interpretazione a volte è più ardua della decifrazione dei messaggi della Wehrmacht crittografati con Enigma]

L’arrivo a Cozumel non è uno dei più felici: caldo afoso, fame (sopratutto Diego), sete (tutti) e discussione sul da farsi.
Una mezz’oretta di traccheggiamento e decidiamo di noleggiare due motorini da un certo Arturo: aspetto da tipico messicano (NdC: A’Francè, avrei giurato fosse un tipico lappone…), dai modi spicci, rozzo e, per questo, irritantemente “muy tranquilo”.
Finalmente si parte per il giro dell’isola, non prima di avere indossato dei caschi da baseball (?!?) in dotazione al motorino: praticamente inutilizzabili.

Ma quanto è bello andare in giro con le ali sotto ai piedi se hai una Vespa Special che ti toglie i problemi...

Ma quanto è bello andare in giro con le ali sotto ai piedi se hai una Vespa Special che ti toglie i problemi…

Prima tappa: colazione. (NdC: ‘Azz Francè, chiamiamola “partenza”…)
Veramente facciamo colazione solo Diego ed io.
Seconda tappa: (NdC: pranzo?) da definire. (NdC: ah ecco…)

Percorriamo con gli scooter una strada lungo la quale si notano lussuosissimi alberghi per americani arricchiti. Subito notiamo la differenza di tenore di vita tra la semplice Playa e la ricca Cozumel: la cura dei prati all’inglese, il livello dei negozi, gli alberghi lussuosi, la nave da crociera al largo della splendida baia.
La passeggiata è fantastica: scorci di mare dai colori variopinti si intravedono tra il fitto verde dell’isola.
Decidiamo di fare la prima tappa (NdC:<rullo di tamburi>…Assafà ’AMaronna!) in una località chiamata San Francisco (in mio onore, penso!), ma a causa della solita sbadataggine , la superiamo.
La località successiva si chiama Palarcal (o qualcosa del genere, correggimi Claudio se sbaglio) (NdC: Palancar). Ci fermeremo lì
…Se la troviamo.
In effetti, non è tanto semplice individuare le località a Cozumel, vuoi per la scarsità di indicazioni stradali, vuoi per le dimensioni delle località stesse, individuabili dalla presenza di costruzioni non più grandi di un beach bar.

A ogni modo arriviamo a un incrocio con una strada sterrata e una freccia su un cartello indica che siamo in prossimità di Palacal (NdC: sarà un refuso, sarà che Frank è sullo sbadato sbandante in fatto di nomi, ma questa non è una seconda località: è sempre l’originaria “Palarcal”, anzi Playa Palancar)

Il Diavolo e l'Acqua-Santa, sempre insieme. Diego e mio fratello fanno coppia-fissa in motorino dai tempi del liceo. Un miracolo che siano ancora vivi.

Il Diavolo e l’Acqua-Santa, sempre insieme. Diego e mio fratello fanno coppia-fissa in motorino dai tempi del liceo. Un miracolo che siano ancora vivi.

Lascio a te Claudio la descrizione del luogo: Pala<geroglifici>l merita una penna migliore della mia (NdC: una “penna” no, ma una grafia sicuramente sì!)

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Viva il Messico! Ep. #8 – Playa, un ordinario giorno di “ricotta”

Breakfast in (Centro)America. In missione per conto dello stomaco : Claudio, Lucio, Diego.

Breakfast in (Centro)America. in missione per conto dello stomaco : da sinistra, Claudio, Lucio, Diego.

2° día: Playa

Mattina

Ore 11.00 colazione, stesso posto perché Diego si è innamorato di qualunque frequentatrice di tale locale, inclusa la titolare che è canadese. Il “come ci sia finita qui?” attira la nostra curiosità, mista a un apprezzamento per chi ha abbandonato tutto e si è (tra)piantato dall’altro capo del mondo. Ma sarà stato vero coraggio? Oppure è disperazione? Mai capito, tuttavia, scambiamo quattro chiacchiere con la canadese, che è una giovane e di bell’aspetto, spicca tra la folla dei locali sia per una statura fuori parametro sia per carnagione e lineamenti. Ancora rintronati dal sonno, dal fuso orario e cibo cui la nostra flora intestinale deve prendere ancora le misure, per quella maledizione che condanna il viaggiatore a provare cose sempre diverse a causa di tempi ristretti e minime probabilità di ritornare negli stessi luoghi, scegliamo dal menu la colazione “mexicana”: una bomba!

Ci viene servito un piatto di carne di manzo con una frittata adagiata sopra, il tutto annegato in salsa e cipolle, accompagnata da tortillas e caffè americano. Dubito che i messicani facciano colazione così, piuttosto ritengo sia un’interpretazione canadese di un piatto messicano. Lucio e Diego sperimentano l’ “espresso”, nella cui trappola chiunque è caduto almeno una volta, fosse solo per potere ordinare in italiano ed essere capito al volo. Sono soddisfazioni. Scarsa soddisfazione, invece, viene dall’ “espresso”: sciacquatura ristretta con retrogusto di fumo greve. Abituarsi al caffè lungo all’americana è più saggio.

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Viva il Messico! Ep. #7 – A Playa, grintosi!

Grintosi!

Grintosi!

Al risveglio a Playa, la “Classifica della Vongola” si arricchisce di altre due perle che ci seguiranno per tutto il viaggio poiché si tratta di due saluti al mattino, perpetrati con maniacalità svizzera, ogni santo risveglio: l’uno di Francesco, l’altro del genio politicamente scorretto di Diego.

“Grintosi”

Autore: Francesco. Luogo: ogni sacrosantissimo luogo e, preferibilmente, ogni benedettissima mattina.

“Grintosi”, parola preferita dal Palmera per dare il buongiorno o spronare il gruppo degli altri mentecatti a superare le difficoltà o, più sinceramente, i momenti di lassismo senza ritorno. La perseveranza di Frank sfiora la maniacalità e ricorda la goduria dell’aguzzino a torturare i condannati. Diabolico.

“Vafanculo” (con una “f”)

Autore: Diego. Luogo: ogni sacrosantissimo luogo e ogni benedettissima mattina.

Saluto immancabile e puntuale di Diego per dare il buongiorno al paziente Lucio. Anche in questo caso, si rileva una certa ossessione patologica nel soggetto (psichiatrico).

Dopo una rapida doccia rinfrescante, indossiamo i tipici succinti indumenti da turista: bermuda, t-shirt e sandalo aperto. Un “dress code” da raccapriccio, tuttavia pratica consolidata tra i turisti, sopportata dagli abitanti del luogo e infine adottata da tutti, la storia di un grande successo contro ogni canone di gusto e bellezza estetica. Ci fiondiamo sulla Quinta Avenida, la strada  principale di Playa, e un guazzabuglio di colori, odori, suoni ci assale i sensi, tutto molto turistico, ma niente malacccio: è pur sempre il Messico.

Quinta Avenida: scovate l'intruso

Quinta Avenida: scovate l’intruso

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Viva il Messico! Ep. #6 – Como México no hay dos!

Vide 'o mare quant'è bello, spira tanto sentimento...Ma chest' nun è Surriento!

Vide ‘o mare quant’è bello, spira tanto sentimento…Ma chest’ nun è Surriento!

Ci siamo! Ultima trasvolata. Mi sento un uccello migratore per quante sono le ore che abbiamo trascorso in volo. Il volo da Houston a Cancun va ricordato per l’ennesima perla regalataci da Diego, 50% genio e 50% sregolatezza, che inanella una tripletta nella “Classifica della Vongola”.
Dopo “L’Aura Regola dell’Appariglio e dello Spariglio” e “Some solid”, Diego crea un capolavoro assoluto con

“Muy religiosa?”

Autore: Diego. Luogo: in volo da Houston a Cancun.

“Muy religiosa?”, così secca senza verbo e a bruciapelo è la domanda di Diego a una bella ragazza (che si scoprirà essere portoricana) seduta per disgrazia accanto. La domanda, servita per rompere il ghiaccio, viene dalla (mal)sana curiosità di Diego alla vista della copertina del libro, che la ragazza si appresta a leggere: un donna nuda con un grappolo d’uva a coprire la sola zona “strategica”. Che c’entra la religione?!? Chiedetelo a Diego.

Il bello è che la conversazione si protrae per tutte le due ore del volo con addirittura una rocambolesca spiegazione dello “sciopero” a scuola, cioè quando si faceva “sega” (a Napoli, detto “filone”). Spiegazione in pieno stile “Noio volevàn savuàr” nella celebre e indimenticabile scena sulla piazza del Duomo a Milano nel film “Totò, Peppino e la malafemmina”: un inglese sfoggiato senza imbarazzo, ma oltremodo imbarazzante, tracce di una lingua imparata superficialmente a scuola, resa irriconoscibile anche ai madre-lingua a causa dell’interpretazione, a dire poco, personale di Diego.

La ragazza ha riso per tutto il viaggio, non è riuscita a leggere una sola pagina del libro e – con somma delusione di Diego, animo sensibile – non ha degnato di un saluto al momento del commiato. Forse era più interessata al libro che alla conversazione? Napoletano forse invadente, portoricana maleducata. Un sorriso, cosa costa?

Tre giorni dopo…O qualcosa del genere perché ho perso la cognizione del tempo, già labile in tempi normali.

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Viva il Messico! Ep. #5 – “C” is for “cookie”!

Cookie così deliziosi da conservare l'incarto. Mai più ritrovati.

Cookie così deliziosi da conservare l’incarto. Mai più ritrovati.

Gate 98. Gate 98. Last call! Gate 98! Curre curre guagliò…Palmiero guida il gruppo, nonostante un ginocchio “ricostruito” a causa di un grintoso passato sportivo, seguono gli altri tre caballeros senza cavallo e pure senza fiato. Dopo una corsa e relativo slalom tra carrelli, borse, borsoni e un numero spropositato di persone, giungiamo al Gate 98, dove un ormone baffuto decisamente sovrappeso a gran voce annuncia che siamo arrivati alla meta: “Last call!”. Piuttosto scazzato, ci butta uno sguardo di rimprovero misto a compatimento, facendoci avvertire la colpa del ritardo, sebbene incolpevoli a causa delle lungaggini al nastro bagagli. Straccia un pezzo della carta d’imbarco e ci fa segno di affrettarci lungo il “finger”. Ancora con il ritmo della corsa procedo spedito nel corridoio di imbarco e devo frenare bruscamente per evitare di finire direttamente in cabina di pilotaggio, rovinando su una biondissima hostess, che con il naso fa fusoliera.

Non appena preso posto a sedere, come in una sequenza girata in stop-motion, mi accorgo che sono proprio in America! L’accento strascicato e un po’ nasale delle due hostess biondone, le voci all’interfono, i visi dei passeggeri e, sopratutto, il sapore dei buonissimi cookie al cioccolato, forniti dalla compagnia aerea, mi fanno realizzare che l’Italia è lontanissima e sono in un luogo molto differente. E dopo due voli e oltre dieci ore chiuso in una fusoliera, il fatto che me ne stia accorgendo solo ora, mi fa preoccupare.

L’aereo decolla: il tipico “punch” allo stomaco di quando il pilota ha fretta di arrivare in quota di crociera, cabra quindi con un angolo di attacco meno dolce di quanto avrebbe dovuto, la sensazione dà fastidio ai più, ma a me dà il brivido del vero volo e non di essere su un autobus di linea.
Siamo in viaggio per Houston!

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Viva il Messico! Ep. #4 – United States of Scopone

In una foto d'archivio la storica partita a carte sull'aereo di ritorno da Madrid dopo la vittoria dell'Italia ai Mondiali del 1982, da sinistra Dino Zoff, Franco Causio, Sandro Pertini ed Enzo Bearzot. ANSA

In una foto d’archivio la storica partita a carte sull’aereo di ritorno da Madrid dopo la vittoria dell’Italia ai Mondiali del 1982, da sinistra Dino Zoff, Franco Causio, Sandro Pertini ed Enzo Bearzot. ANSA

Evvai! 1° Torneo di scopone! Si fanno le squadre:

Palmiero (e il conto dei soprannomi sale a 5) e Claudio

VS

Diego e Lucio

In questa occasione, viene fuori “L’Aurea Regola dell’Appariglio e dello Spariglio”, una delle gemme, delle perle senza tempo e dall’inestimabile valore che finisce drittodritto e di diritto nella “Classifica della Vongola”, cioè nella classifica delle “Frasi celebri”, ovvero frasi, parole o semplici fonemi che renderanno indelebile il ricordo di questo viaggio. Per “vongola” in napoletano si intende una “baggianata”, uno “strafalcione”, sì insomma “’na cazzata”.

“L’Aurea Regola dell’Appariglio e dello Spariglio”.

Autore: Diego. Luogo: ogni luogo dove è stato perpetrato il rituale dello scopone scientifico.

Il mantra ripetuto in tutte le partite di scopone, dalla prima a una delle ultime e decisiva tenzone in una cornice di paradiso naturale, al tramonto sotto le palme su una bianchissima spiaggia di Isla Mujeres. Definizione: “Si appariglia quando si è di mano e si spariglia quando non si è di mano” Diego docet.

Questa tecnica sopraffina porta notevoli benefici ovvero: la presa di tutti i “7” (la famosa presa dei 7!), la facilità nel ricordarsi le carte già uscite, la matematica certezza di scope finali. Lucio, negazionista di detta aurea teoria, dissente con sommo disappunto del compare Diego e ottimi risultati per gli avversari. Urge lezione di ripetizione.

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Viva il Messico! Ep. #3 – Pollo e Zorro

maschera-aereo

Grazie alla “pietà” dei componenti del mio gruppo-vacanze, sono riuscito a sciropparmi ben due film: “EDTv”, che scimmiotta “The Truman Show”, ma nella sua mediocrità al massimo può aspirare a variante sul tema “Real TV” su MTV; il secondo film è “The Out-of-Towners”, commediola americana in anteprima assoluta per il pubblico italiano  che sarebbe potuta tranquillamente rimanere nelle sale americane, dato mi ha fatto sì sganasciare la mascella, ma per gli sbadigli.

Sono le 16:30 e siamo oltre metà del tragitto per Newark (è così che si scrive, Frank?!?…Pignolo) (Pignolo…E bastardo).
Ho Diego nelle orecchie che nel momento medesimo in cui scrivo mi fa: “che stai a scrive?” e io checacchioneso visto che vado a (ri)getto!? Qui, gli assistenti di volo si fanno un mazzo tanto e ci rimpinzano di schifezze plasticose, neanche fossimo dei maiali all’ingrasso.
Qualche esempio di ciò che le compagnie aeree spacciano per cibo e bevande:

  • caffè

E che è caffè?!? Versato in un bicchiere fino a metà, ha la consistenza di un tè particolarmente “carico”, l’odore è molto blando e ricorda l’aroma dell’originaria bevanda. Dopo avere “mangiato” avevo bisogno di un bel caffettino, ma non ne ho avuto il coraggio. Il ricordo del succo di pomodoro forte e la faccia di Francesco è ancora troppo vivido e raccapricciante.

  • “bistecca o pollo?”

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