Il Paese delle Fate


A Place To Fill Up di Joel Robinson

“Tutti i bambini, tranne uno, crescono” (cit. Peter Pan)

Nel suo saggio “Sulle Fiabe” in Albero e foglia, J.R.R. Tolkien sostiene che i bambini non possono essere considerati una singola classe di esseri umani dai gusti simili. Alcuni bambini nascono con un appetito naturale per la meraviglia, mentre altri non ne sono dotati; per i primi questo appetito naturale non diminuisce con l’età, a meno che la società non insegni a reprimerlo o a “sublimarlo”.

Io sono stato un bambino con un grande appetito per la meraviglia.

Crescendo, mi sono imbattuto in quello che io chiamo “uomo-maturo”, il quale – anche senza dirlo esplicitamente – mi ha etichettato come “Peter Pan”.

Peter Pan è un personaggio che adoro e, se non fosse per l’accezione spregiativa che costoro ne fanno, lo prenderei come un complimento.
Fossi un erede di James Matthew Barrie diffiderei Dan Kiley dall’usare il nome di Peter Pan nel suo libro The Peter Pan Syndrome: Men Who Have Never Grown Up, che ha dato inizio a questa storpiatura.

L’uomo-maturo rimprovera una forma d’‟ingenuità” e di “auto-inganno” a coloro che continuano da adulti a seguire i valori astratti della fanciullezza, a vivere ancora nel “paese delle fate”.

Con la maturità si dovrebbe invece scendere a patti con le difficoltà e le asperità del quotidiano e, quindi, si dovrebbe sviluppare una ragion pratica che rinnega quel credo illusorio. Le fate non esistono, il “paese delle fate” non esiste.

L’uomo-maturo sembra possedere un’impeccabile concretezza al contrario di chi si nutre ancora di certi ideali o principi che appartengono alla fanciullezza. Un nutrimento che, chiaramente, non è esclusivo, ma fa parte di una dieta “mediterranea” della mente e dello spirito, in cui è salutare combinare più cibi.
Questi ideali o principi non sono però così illusori, lo sono maggiormente le loro declinazioni nella realtà, che si rivelano spesso imperfette e provvisorie, compromissorie e defettibili.

Avere la possibilità di richiamarsi alla fanciullezza e al gusto della meraviglia, che ne è essenza, significa vivere animati dall’“entusiasmo”, che nell’età adulta viene eroso da speranze naufragate, esperienze negative, inadeguatezza nel raggiungere certi obiettivi, sia dell’individuo sia proposti o imposti dalla società.

Se è vero che tutti i bambini crescono, non per questo è necessario dimenticare o, addirittura, rinnegare “l‟isola che non c‟è”.

Come Fantàsia in La storia infinita di Michael Ende, questa dimensione si nutre dell’immaginazione di chi continua a pensarci, a considerarla come un luogo da visitare periodicamente. Chi continua a farlo compie due atti di generosità per il “paese delle fate”: l’atto stesso di pensarlo, lo crea; tanto più viene usata l’immaginazione, tanto più il “paese delle fate” prospera e amplia i suoi confini.

Nel “paese delle fate” non è possibile però restarvi troppo tempo: rifugiarsi troppo spesso dalla realtà a causa delle difficoltà quotidiane, rischia di fare scattare su di sé, anche inconsapevolmente, una trappola letale. La trappola è alimentata da una volontà tormentata di tornare indietro nel tempo per rivivere attraverso i ricordi della fanciullezza un passato migliore del presente. Un ritorno illusorio, dapprima strisciante di malinconia, poi prepotentemente invadente, via via che si realizza che “quella volta” non è più replicabile sia per intensità emotiva sia per opportunità di realizzazione. Questa è la trappola della nostalgia.

La nostalgia può diventare una pozza pericolosa quando iniziamo ad annegarci dentro. Danzare con i fantasmi del nostro passato, senza tentare di esorcizzarli, può essere letale. La nostalgia può essere molto più canaglia di quanto la cantino Al Bano e Romina: rifugiarsi nel passato perché si rifiuta il presente, nega di migliorare il presente e vivere un futuro qualsiasi.

I’m cutting branches from the trees
Shaped by years of memories
To exorcise their ghosts from inside of me
The sound of waves in a pool of water
I’m drowning in my nostalgia, nostalgia, my nostalgia

(cit. Nostalgia di David Sylvian)

Non è un invito ad abbandonarsi in modo ingenuo e acritico a ciò che è stato e nemmeno una razionale accettazione passiva di ciò non potrà più essere. Nel ritornare al “paese delle fate” è necessario del “buon senso”: occorre un misto di fede e critica, la comprensione deve estendere il proprio orizzonte all’incredulità e alla meraviglia.

Il buon senso dei bambini si contraddistingue perché possiede queste caratteristiche: non assume senso solo ciò che il bambino comprende e, dove si arresta la sua logica, subentra la magia della meraviglia, una disposizione naturale allo stupore, l’entusiasmo della scoperta e anche l’accettazione del rischio di vedere disattese le proprie aspettative.

Gli adulti investono di senso e di verità ciò che non è ricusabile dalla logica e dalla concretezza del reale, come se fosse un risultato matematico e, ciò che è peggio, tendono a tenere questa posizione una volte per tutte. Gli adulti sono spesso troppo rigidi e assoluti nel dedurre le conseguenze da ogni premessa o da qualsiasi fatto, anche partendo da principi errati o discutibili.

I bambini non hanno pre-giudizi, non hanno abitudini o categorie di pensiero, non “etichettano”: tutto può sempre essere altrimenti. Per i bambini la molteplicità di possibilità interpretative è irriducibile in ogni istante. Per un adulto, recuperare la dimensione fanciullesca, significa riuscire a recuperare quella “vista con meraviglia”, equivale a spogliarsi di quella fitta rete di pre-giudizi, abitudini e “leggi” attraverso cui guarda le cose e agisce.

Le “leggi” che gli adulti si danno non hanno senso per i bambini, non esistono nel “paese delle fate”. Esiste invero un ordine nel “paese delle fate”: Pinocchio non deve dire le bugie altrimenti rimarrà per sempre un burattino, Cappuccetto Rosso non deve deviare dalla strada nel bosco, Cenerentola non può rimanere al ballo dopo la mezzanotte. Esiste un ordine, ma non viene mai usata la parola “legge”.

La “legge” è il risultato di un processo di presunzione. Associazioni di idee e connessioni di esperienze vengono irretite nella formulazione di una “legge universale” ovvero accettata da tutti, non ricusabile, non equivoca, non più soggetta all’incredulità. La “legge” crea e alimenta la concretezza della logica a discapito dell’immaginazione, che per sua stessa natura è insofferente a ogni tipo di limite. Un paradosso se si considera che per giungere alla codifica di rivoluzionarie “leggi universali”, l’uomo di scienza che per la prima volta le ha formulate, ha usato l’immaginazione poiché la consequenzialità della logica conduceva a un vicolo cieco.

Il “paese delle fate” è un mondo “mitico”: storie, personaggi, creature, luoghi spalancano una dimensione di mistero e di indisponibilità della certezza. Il processo di comprensione e apprendimento è in continuo divenire; i miti custodiscono un nucleo di verità, rivelano un messaggio che tocca corde sepolte, spande vibrazioni di echi atavici, colpisce nel profondo chi vi entra in contatto.

L’uomo-maturo apostrofa il mito come storielle per bambini. Heinrich Schliemann fu tacciato di “credere alle favole”, in particolare alla favola di Omero, la cui esistenza per giunta è messa in discussione. Heinrich Schliemann dimostrò a tutti che Troia non era una favola: era esistita per davvero.

Si può “credere alle favole”? Si può credere al “paese delle fate”?

Esiste un’attività umana, tipica della fanciullezza, giudicata inappropriata per gli adulti: il gioco.

Il gioco è un’attività fine a se stessa, non è “utile”, secondo i dettami di concretezza degli adulti, se non per i bambini.

Tuttavia, il gioco è un allenamento che aiuta l’adulto a non relegare il “paese delle fate” alla stanza dei bambini ovvero affinché l’incredulità e la meraviglia non vadano perdute.

Il gioco è un invito rivolto a un altro soggetto, che liberamente sceglie se accoglierlo o rifiutarlo; un volta stabilita la relazione, l’identità di ogni partecipante è messa in discussione: il soggetto si abbandona, si perde e può ritrovarsi unicamente interagendo con gli altri.

Non tutto, infatti, dipende dall’iniziativa del soggetto e dalla sua volontà. Si gioca seguendo delle regole, ma non per questo motivo se ne può prevedere l’esito. Data una premessa, non esiste una conclusione predeterminata. Ogni gioco ha una sua unicità e, sebbene possa essere ripetuto un numero di volte a piacere, l’esperienza non sarà uguale alla precedente.

Il gioco è un appello al pieno coinvolgimento, a una spoliazione delle propria identità, all’abbandonarsi a un’attività senza un ritorno concreto.

In questo senso, la dimensione ludica della fanciullezza assume un valore “sacro: è una visione magica del mondo, mentre tutto congiura contro per demotivare, per fornire alibi ai propri fallimenti o passi falsi, per abbassare il livello delle proprie aspettative e accontentarsi delle “briciole”, per stipare tutti in un recinto di paura e diffidenza, cinismo e lamentazione senza reazione. Non resta che rifugiarsi in noi stessi, chiuderci in “comunità” sempre più ridotte, salmodiare il “tanto è inutile, tanto non  cambia mai nulla.”. Rigidi e assoluti nel dedurre le conseguenze da ogni premessa o da qualsiasi fatto, anche partendo da principi errati o discutibili.

Non tutti i bambini del mondo possono vivere la propria fanciullezza, non tutti hanno piacere nel ritornarvi con i ricordi da adulti. Ringrazio la mia famiglia di avermi dato la possibilità di vivere la fanciullezza in pieno e perciò, anche per conto di tutti coloro cui è stata negata, mi sento responsabile affinché questa dimensione magica non vada perduta, ma tutelata e trasmessa.

86 pensieri su “Il Paese delle Fate

  1. Io ho una predisposizione un po’ taoista all’argomento: l’impostazione “bambina” e quella “adulta” sono complementari e come non voglio essere un alienato preda delle fantasticherie, non voglio nemmeno essere un arido saccente il cui mondo è limitato dalla portata dei suoi cinque sensi.
    Trovo già abbastanza irritante non riuscire a far viaggiare assieme questi due tipi di pensiero, riesco solo ad alternarli 😡

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    1. Il mio approccio è meno taoista (bellissima definizione!) , la vedo come dei vasi comunicanti e la miscela che si crea è valore aggiunto. Difficile scindere le due “cose” una volta entrate in contatto. Per quanto la ragion pratica mi è piuttosto aliena e sbandi pesantemente verso l’opposto. La questione è che sono tempi in cui si sbandiera la concretezza, si misura il successo con calcoli di numeri e di opportunismo, si esalta il cinismo come cura dell’ipocrisia e le buone intenzioni o azioni vengono etichettare spregiativamente come “buonismo”. Altro che Bambino Perduti, è una varia avariata Umanità Perdura.
      La complementarietà di cui parli è una cosa sanane chiaramente il difficile è trovare l’equilibrio e dipende da ognuno di noi, dal singolo individuo. Inutile cercare alibi.

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    2. rikynova83

      “l’impostazione “bambina” e quella “adulta” sono complementari e come non voglio essere un alienato preda delle fantasticherie, non voglio nemmeno essere un arido saccente il cui mondo è limitato dalla portata dei suoi cinque sensi”.

      Amo il conte, non c’è nulla da dire. Ieri in pvt ha scritto quella spiegazione di cache meravigliosa. Sei un grande Conte! La penso proprio come te.

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    1. Ma lascia stare. Non spiegare che non capirebbero una mateMATTicA diversa. Già si entra in crisi con l’anno bisestile e con l’ora legale, pensa tu a spiegare come stipare milleeottanta giorni in una candelia in più a ogni anniversario anagrafico.
      La nostra non è una missione quinquennale, ma di molti anni di più, diretta all’esplorazione di nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà (tu ed io ne abbiamo trovate tre di piccole dimensioni), fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima. (questa l’avrei tagliata perché troppo pomposa, però suona da Dio)

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  2. Io qui mi sento mooooooooooooooolto punto sul vivo perchè per una vita sono stato tacciato di immaturità per poi finire a fare il maestro per cui con i bambini e il loro mondo continuo ad avere a che fare . Alle volte mi viene anche da chiedermi quale sia il significato di maturità perchè per esperienza so che i bambini a noi adulti, in certi casi, ci danno dei punti.
    Nel ciclo precedente avevo un bambino di colore che mi citava Martin Luther King e capace di dire a noi tutti: ” Non ho forse anch’io un naso una bocca due occhi come voi?Che cosa ho di diverso”io questa la chiamo maturità. So anche di avere un compito come dici tu di preservare la fanciullezza e quello stato di beata e santa ingenuità nei più piccolotti. Ringrazio anch’io per la mia fanciullezza è stato un periodo d’oro per me !!!!!
    Bellissimo post, i miei complimenti

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    1. Bellissimo il tuo contributo! Altro che! Io posso raccontare la mia esperienza e quella con i miei due nanerottoli, ma tu hai ne hai torme e un’epserienza forgiata “sul campo”. Lo sai come la penso sulla tua “missione” e non posso che essere felice che esistano dei maestri di vita oltre che di scuola, come sicuramente traspare dalle tue parole. E vabeh poi ormai ci “conosciamo” da parecchio.
      Ho solo nominato la “maturità” di striscio, perché non volevo distrarmi dal focus della dimensione fanciullesca.
      La maturità è responsabilità delle proprie azioni e affrontare le conseguenze anche se significa rinuncia di parte di se stessi. Di certo il bimbo che hai citato di punti ne dava parecchi a una schiera imbarazzante di adulti o preseunti tali.
      Grazie per i complimenti. Mi fanno assai piacere. Ho “litigato” parecchio con le parole prima di buttarlo giù come lo hai letto.

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  3. Questo scritto è di una meraviglia incantata è incantevole, per evitare di scrivere a cerbottana e mandare a ramengo quello che mi ha smosso mi prendo del tempo per dire la mia ( che secondo me immagini) ma non potevo dirti immediatamente e a fionda quanto mi sia piaciuto!!😊

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    1. FaTati cara! E’ passato. E’ passato il tuo entusiasmo, ti vedo sballlonzolarti sui talloni e sulle punte, le braccia tese e distese lungo i fianchi, le dita delle mani come artigli ad afferrare l’aria intorno.
      Io mi metto seduto, Narcì viena accà, porta nu paro ‘e birre, ca’ Tatuzza ora farà una magia delle sue.
      Porta pure na cascia ‘e birre va’, nun o’ saccio quanto ce mette Tatuzzabbella.
      Sì Narcì, tutto o’tiempo che ci vuole. Nuje stamme ccaì e aspettamme.

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      1. la meraviglia e lo stupore sono un’attitudine, tipiche di chi crede con estrema convinzione che qualcosa di speciale in ‘stocazzodimondo possa esistere. Inizia dai bambini, semplicemente perchè la loro esperienza è minima e tutto diventa scoperta. Poi si vive un po’ di anni e c’è chi, con tanta presunzione, si convince di aver visto tutto: è lì che si scioglie la magia, quando sei convinto di non avere più nulla da scoprire, da vedere, che ti sappia emozionare. Non avere risposte a qualsiasi cosa, per quanto possa essere a volte spaventoso, dall’altra parte ti permette di meravigliarti dell’inatteso e in esso credere. Credere nella propria immaginazione e in quella degli altri è una cosa ben distante dalla presunzione di che ha e vuole una risposta per ogni cosa. Allora il bambino guarda lo sbocciare del fiore o il volo della farfalla come a pura e semplice magia ( che per altro, dimmi che non è così e partono schiaffoni! :D) mentre il presuntuoso catalogherà il tutto come insetto – fiore – petali – colore.
        Poi ci sono gli animi da fiaba, che sanno un mucchio di cose o comunque parecchie ( anche solo abbastanza perché ormai grandi) ma comprendono la vastità dell’universo e della piccola parte in esso che sono: con un pensiero così non puoi non credere alla meraviglia e all’incanto, non puoi non avere l’anim in perenne subbuglio, come i gatti dietro all’angolo ad aspettare il gomitolo. C’è sempre qualcosa che non sai e se ne sei sicuro anche quello già visto, alla seconda volta sarà differente, cercherai il nuovo, l’inaspettato…
        Uau che meraviglia di cosa che hai tirato giù… cazzo vorrei essere in quella pizzeria, ora!

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        1. Ahahahaha! FFFFF…..ckYEAH! Esploderebbero gli yankee. Ma noi siamo più compiti e, rumore di sedie cappottate / applausi a scroscio /urla di entusiamo / tutti in piedi, anche se siamo solo in due, anzi uno e mezzo. E il “mezzo” ora sono io. Narciso è un gigante. E’ tronfio di orgoglio e gonfio di gioia.
          Eh già “insetto – fiore – petali – colore”, tutto qui? “Papà, raccontaci una storia” mi fanno i due sgherri la notte sotto le coperte. E io che gli racconto? “insetto – fiore – petali – colore”‘?!?
          Impossibile, sono – questa la incornicio e te la rubo – come gatti dietro all’angolo ad aspettare il gomitolo. E questa loro attitudine mi piace assai.

          PS: quella pizzeria chiuderebbe e ci caccerebbero fuori che non abbiamo ancora finito di raggomitolare le nostre matasse di parole. Io ci sto 😉

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          1. Se sentono lo stupore intorno i bambini lo assimilano. Credo che sia un sentimento come gli altri ( tra l’altro abbiamo ridotto questi a amore e rabbia… togliendo le mille sfumature, fondamentali per leggere il mondo! E mi scappa un CAZZO!) . La meraviglia, lo stupore sono sentimenti precisi, io che son capretta non li so descrivere ma so che sono diversi da tutti gli altri e bisogna allenarli, con l’immaginazione è con quella guardare anche ciò che si conosce.
            Basta, devo prenotare un treno!

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            1. Ecco, questa l’avevo messa da parte nel mucchio delle cose che mi spuntavano sulle dita ma non riuscivo a rendere senza finire sul GraaaaandeeeeRaccoooordoAnulaaareeee! (cit. Guzzanti che imita Venditti)
              Sì, i bambini assimilano, assorbono anche quando sembra che non siano attenti e, come loro solito, fanno-dicono-cose-che-non-c’entrano-nulla-con-quello-che-devono tipo mettersi il grembiule per andare a scuola e invece si tirano i calzini. E scappa ora un CAZZO! anche a me! Ma non posso urlarglielo che non “educativo” (e poi mi cazzia la mugliera).
              Gli adulti invece sono impermeabili, non assorbono più nulla: inaridiscono lentamente con gli anni che trascorrono.
              A che ora arrivi?

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                1. Quanto è bello questo filmato. Lo faccio vedere ai nanerottoli quando arrivo a casa.
                  Ogni promessa è…promessa. Avvisami che mi organizzo (che è una parola sconosciuta al mio vocabolario perciò mi devo organizzare per organizzarmi)

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                  1. Mi è venuto in mente con episodio, anzi due:
                    1) due amici, bimba piccola con un’ amica splendida di nome Slunga… era spesso invitata a cena, invitata a lavarsi i denti e una sera son saliti tutti quanti in macchina ( per la gioia del fratello più grande che girava gli occhi all’insù) e son partiti per andarla a prendere a casa, girando come matti dietro alle indicazioni della piccola, fino allo STOOOOOP, ECCOLA!!!. Fermata la macchina, accolto Slunga e fatta salire. Inutile dire che la bambina era al settimo cielo e i genitori incantati e meravigliati.
                    2) Mini continuava a parlare dalla sua fattoria, dalla quale arrivava dopo mille faccende, tra trattori, animali, frutta e verdura, ogni volta che lo si cercava chiamandolo più volte. Un giorno, stavamo rientrando dall’asilo in macchina, mi ha chiesto se volessi vederla e ovviamente : ho detto sì! Ho fatto i chilometri, gira, dettra, sinittra, gira… no era di là, ancora, ancora… la vedi quella là in mezzo? ecco è lei! 😀

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                    1. Mi viene da citare di nuovo ciò che ho scritto a Mela qualche commento più sotto:
                      Seconda stella a destra, questo è il cammino
                      E poi dritto fino al mattino
                      Poi la strada la trovi da te
                      Porta all’isola che non c’è

                      I bimbi conoscono la strada e non c’è GPS che possa indirizzarti.
                      Altro che Bambini Perduti, sono gli adulti che hanno perso la strada.

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  4. Clà, io vorrei che tu, Cuore ed io…

    Torniamo nel mondo che non c’è? O meglio che c’è. L’infanzia è questo: non importa se una cosa esista o meno (e i bambini hanno una percezione intima del reale), perché esiste sempre e comunque. Il mondo che non c’è finisce (hai detto bene) con la legge. Quando cominciamo a leggere. Hai presente cosa fanno i bimbi alle prime armi con un libro? Seguono la storia col dito, finché quel dito scompare e rimane nell’abitudine. Leggere è un’abitudine; le abitudini diventano leggi e dove ci sono le leggi non c’è più l’infanzia. A quel punto i bambini precipitano nel mondo che c’è:
    “Ora non sai più volare mamma?”
    “Perché sono grande tesoro. Quando si diventa grandi ci si dimentica di come si fa”
    “Perché ci si dimentica di come si fa?”
    “Perché non si è più spensierati, innocenti e senza cuore. Solo chi è spensierato, innocente e senza cuore può volare”.

    Ecco, solo chi è spensierato, innocente e soprattutto senza cuore può volare. Il cuore è una cosa da adulti, i bimbi non ne hanno bisogno.

    Un abbraccio, Clà, grazie. Sai quanto sia legato alle favole

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    1. OnGiancaRissimo! Grazie per avere accolto l’invito, ma mentre scrivevo più volte ti ho pensato. Chissà che avrebbe da dire Oniancà. Roba perfetta per quel tavolo con la ormai famosa bottiglia di vino rosso da scolarci insieme.
      Beh il vino rosso lo dobbiamo rimandare, ma hai soddisfatto la mia curiosità di conoscere la tua. E come al solito mi becchi pieno. Touché. Nel profondo.
      Grazie

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      1. Il gioco, Clà, non finisce mai. La struttura delle favole è comune; cominciano con una tragedia, arriva l’amore, muore il cattivo, terminano con “e vissero felici e contenti”. Non ci facciamo caso, ma in quel “e” si sente un “nonostante tutto”, il “ma” dubitativo. Così almeno pensavo da piccolo, tutta quella felicità non mi ha mai convinto: i bambini amano le favole, ma non per questo si fidano ciecamente. Ricordo mia mamma, terminata la favola chiedevo, “E poi?”; quella fine secca e perentoria non mi bastava, stimolava anzi la mia curiosità. Le favole non ammettono interruzione e non hanno un termine. Nella scrittura (e ancor meglio in quella fiabesca) avviene lo stesso, la storia va oltre la fine della favola e il racconto continua altrove. Per una certa abitudine che hanno i bambini allo stupore, già sanno cosa accadrà nella storia; la parte più interessante, che evade dalla linearità della narrazione, rimane quella non scritta. Le favole si muovono secondo consuetudine e tuttavia stupiscono proprio perché è presente un’interruzione nel racconto. Come per la scatoletta di tonno, quando la apri, vedi che è vuota, ma c’è un biglietto: “tonno subito!”. Non ti lamenti se è vuota, ti stupisci perché quel che contiene disturba le regole del gioco.

        Continuiamo a disturbare le regole del gioco, perché il gioco è appunto un disturbo continuo, senza fine. Come la bottiglia dell’alcolizzato o il sentimento dell’innamorato: non basta mai.

        Ti vien bene scrivere delle favole. Magari una volta (col Chianti ovviamente) ne scriviamo una insieme

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        1. Che aggiungere? Lo sai che la tentazione per questo logorroico è sempre come le patatine una-tira-l’altra. Troo questi scambi nei commenti come un mosto per il vino che verrà dopo.
          Ho provato a scrivere (più a racocntarle che a scrivere) delle favole insieme ai due nanerottoli: Storie sgangherate (per bimbi insonni e papà stanchi). Ma insieme e inaffiando il tutto di Chianti ne tireremmo fuori di certe sgangheriate che dovremmo regalare un puzzle per fare allenare il lettore a incastrarne i pezzi. Io ci sto, ma non ti presentare senza bottiglia di vino 😉

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              1. e io vi recensisco, tra un bicchiere di vino ed un altro che amerei bere in vostra compagnia. Anche questa è una favola e io alle favole ci credo.

                I bambini… mia nipote a tre anni “Zia ti spingo” ma invece si è aggrappata e mi ha tirata giù, dando poi colpe a tutti gli altri (assenti). Non ha letto molte favole, è sempre stata concreta e “sul pezzo”. Forse è stata “colpa “ mia. Ma non è mai fuggita dalla realtà “diversa”. Forse è “merito” mio.
                Un abbraccio ad entrambi!

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  5. Credo che in questo possano dare un valido aiuto e supporto i bambini, che bisognerebbe cercare di ascoltare, mentre il più delle volte si cerca solo di impegnare allo sfinimento, senza lasciargli più il tempo per annoiarsi in modo sano e inventarsi mondi, amici immaginari e tutto ciò che la fantasia mette in atto per scacciare la noia. Io mi ricordo ancora com’era inventare favole per far addormentare mia sorella piccola, arrampicarmi su un albero facendo finta che fosse una nave volante, leggere a sfinimento di elfi e nani. Mantengo viva la mia parte bambina continuando a leggere a più non posso e (anche se sempre meno) a scrivere quando la mia testa ha voglia di farsi un giro in un mondo che non tutti possono ancora vedere.

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    1. E’ esattamente il percorso che ho fatto anche io. Io, per varie ragioni – che conosci perché hai letto il mio racconto ‘Anche le schiappe vanno in Paradiso’ – tendevo a stare da solo. Raccontarmi delle storie era il mio passatempo preferito: soldatini, disegni, pongo, libri, fumetti qualsiasi cosa diventava un pretesto per inventarmi una storia. I bimbi hanno bisogno di gestire il proprio tempo, non è necessario impegnarli nel tentativo – anche legittimo e lodevole – di dargli più opportunità di manifestare un proprio talento o imparare. Io introdurrei l’otium latino sia per gli adulti sia per i bimbi (in versione “light”) 😉
      Le strade per ritornare a Fantasia o qualsiasi esso sia il nome del Paese delle Fate sono molteplici e ognuno sa quale è se la vuole vedere. Ci vuole fede e buon senso per restare su quella strada e, come Cappuccetto Rosso, non perdersi nel bosco.
      Seconda stella a destra, questo è il cammino
      E poi dritto fino al mattino
      Poi la strada la trovi da te
      Porta all’isola che non c’è

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                    1. Ahem…mi sembrava di averlo già (ab)usato. Sono andato a controllare e Bingo!
                      ‘Grosso guaio a El BaVón Rojo’ è un episodio scritto dal buon Silviatico. Era la versione di Silviatico sulla “vera storia” del rissone che coinvolse la Compagnia e un paio di malcapitati yankee e un inglese. Ah erano gli inizi della taverna, bei tempi di mazzate senza conseguenze…

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  6. rikynova83

    Parto dicendo che condivido al 100% quanto detto dal Conte qui sopra. Non dobbiamo far morire il bambino che c’è in noi, ma dobbiamo trovare il giusto equilibrio tra quel fanciullino e il nostro io adulto.

    Detto questo, inizio a pensare che la questione del ‘nostalgismo’ sia fortemente sopravvalutata. Ora non prenderla come una critica Claudio, anche perché il tuo post è scritto benissimo, un piacere leggerlo.

    Parto da un esempio concreto per spiegare la mia teoria: ieri ascoltavo un paio di vecchie canzoni e ho sorriso pensando che quelle canzoni, da bimbo, le ascoltavo nella mia cameretta estiva, mentre ero sdraiato sul tappeto e sfogliavo cataloghi dei Lego. Ora, se mi mettessi oggi ad ascoltare quelle canzoni e sfogliare i cataloghi dei Lego (le canzoni le ho in mp3 e i cataloghi dei Lego li ho ancora), dopo due minuti chiuderei tutto e inizierei a fare altro. E’ chiaro che il ricordo di questa cosa particolare provoca felicità, ma NON è una felicità superiore a quella che ho provato l’altro giorno quando (altro esempio) mi hanno messo in mano 100 euro fuori busta per aver lavorato la mattina di Pasqua e a Pasquetta. E a parte lo scambio di battute con il Moz – (“come li spendo?” – “In fumetti ovviamente”, ma sono soldi che metto da parte e che non spenderò per fumetti extra) la felicità è stata: a) aver ricevuto un riconoscimento del mio lavoro b) essere felice di aver investito bene il mio tempo, perché oltre a 100 euro in più, poi mi sono ritrovato un martedì di riposo che ho sfruttato bene per fare certe cose (non leggere fumetti :D) e per riposarmi.

    Questo lungo esempio per dire che secondo me è un FALSO MITO quello del rischio di essere intrappolati nel passato. Poi chiaro che casi limite esisteranno, ma io boh, nella mia personale esperienza non ne vedo, al massimo sono io, nel raggio di 100 km, il Peter Pan che non vuole crescere. Eppure mi ribello a questa definizione.

    Al massimo, ci si rifugia nel ricordo del passato perché il presente non offre molti spunti positivi, ma è la conseguenza, non una causa (ci rifugiamo nel passato e siamo imbambolati, per questo non facciamo nulla nel presente).

    Ma infatti è questo il difetto: la teoria del nostalgismo alla fine non esiste, si applica solo al caso particolare, non c’è una regola generale.

    Al massimo c’è la teoria del Peter Pan.

    Peter Pan lo sono io perché leggo Topolino invece di Umberto Eco o guardo Holly e Benji piuttosto che una serie seriosa di Netflix.

    Peter Pan sono io perché non mi impegno per cercare moglie, ma non è che non trovo moglie perché leggo Topolino o perché la sera, alle 21.30, guardo magari la nuova serie di Holly e Benji, invece di guardare lì la serie sulla regina inglese (Detto tra noi, per me è più discutibile guardare una serie su una regina inglese che Holly&Benji, perché allora guardo un bel documentario sulla Monarchia inglese, piuttosto). Non trovo moglie per altre cause. Anche se ammetto, presentarsi dicendo “ah colleziono Topolino” almeno dalle mie parti fa cadere subito qualsiasi possibilità di accoppiamento :D.

    Ma i Peter Pan sono anche quelli che lavorano, portano a casa i soldi..ma continuano a uscire assiduamente la sera comportandosi come vent’anni, bevendo e cercando avventure occasionali…questi Peter Pan mi sa che sono quelli che le donne odiano di più :D. Ma probabilmente perché sono i loro principi azzurri ideali: belli, giovanili, con i soldi. Ops 😀

    E quelli che comprano i giochi per i loro figli e poi ci giocano loro? Sinceramente non credo neanche a questo aspetto del nostalgismo.

    Sapete perché? Perché alla fine decidono i bimbi e se ai bimbi una cosa non piace, la lasciano lì. Compri a tuo figlio dieci Lego e a tuo figlio non piacciono? Se prendi l’undicesimo, rimarrà inutilizzato. E a quel punto: o il Lego te lo compri per te (ma ripeto, per me è impossibile) o gli compri un altro gioco.

    E quelli che comprano i Lego per metterli sul comò?

    A me non urtano, io compro le maglie da calcio, c’è chi compra i modellini delle moto o delle auto.

    Son tutte spese sbagliate perché superflue. Fine. Come è superfluo cambiare il telefonino se non c’è bisogno.

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    1. Sulla nostalgia puoi leggere il mio punto di vista in Nostalgia, nostalgia…davvero così canaglia?. Non che voglia farti sciroppare un altro sproloquio dei miei, ma almeno salto un preambolo introduttivo di epocale pallosità. In sintesi, non sono contrario alla nostalgia, quando questa evochi ricordi, sensazioni ed emozioni forti e vivide, che producano energie quando – anche inconsapevolmente – le tue pile sono scariche.
      Il mio post preferito è forse questo e probabilmente ne è l’esempio più lampante di quanto un pizzico di nostalgia sia salutare: Io non ho paura…dei Draghi.
      Perdona le auto-citazioni, non sono eleganti, ma quando il tema si fa complesso, non è possibile (almeno per me) liquidarlo con “sì”, un “no”, un “meh” o un elenco a punti.

      Il focus del (sup)post del Paese delle Fate è il contrasto tra la dimensione ludica fanciullesca e la dimensione concreta adulta. Vissuto in prima persona e condiviso con gli affezionati lettori di questa webbettola. Perciò è benvenuto il tuo punto di vista, sopratutto perché argomentato.
      La questione del ‘nostalgismo”, indicante una tendenza a rifugiarsi nel passato e accezione negativa della ‘nostalgia’, è solo toccata en passant, proprio al fine di evidenziare la necessità di un equilibrio: il ritorno al passato deve essere utile per il presente e non ostativo del presente. Fermarsi e guardarsi indietro, può servire per trovare soluzioni nel presente e porre le basi per un futuro migliore.
      Quanto mi citi della tua esperienza personale non lo intendo come ‘nostalgismo’. Le tue sono preferenze, passioni, anche solo modi diversi di spendere il sudato stipendio. Io sto acquistando in questo periodo videogiochi della prima PlayStation dal Giappone, roba che non mi potevo permettere all’epoca e che avevo voglia di giocare con mano, non è ‘nostalgismo’. Chi ha gusti differenti dai miei, potrà obiettare che sono soldi buttati; parimenti, io non concepisco cambiare un telefono ogni anno se il mio, vecchio di tre generazioni, funziona ancora.
      Il ‘nostalgismo” è una tendenza a eccedere nel compiacimento nella nostalgia del passato. In questo eccesso, l’aspetto più negativo non è il rifugio nel passato, quanto la paura del futuro. Il ‘nostalgismo’ può diventare anche ideologia come nel caso di certi “nostalgici” rigurgiti inneggianti a passati troppo lontani (Impero Romano) o passati recenti tragici e di distruzione (fascismo), portando addirittura a negare la Storia, lo stesso passato a cui si riferisce.
      Perciò non concordo con te che il ‘nostalgismo’ sia un falso mito, è un rischio reale.

      Non ho ben compreso il discorso conseguenza-causa. La causa del rifugio nel passato può essere – non necessariamente, ma può essere – un presente frustrante, il rimanere incastrato nel passato non è una necessaria conseguenza. Se si eccede nel compiacimento del passato perché si rifiuta il presente e si ha paura del futuro, la conseguenza è il ‘nostalgismo’ o la nostalgia-nostalgia-davvero-canaglia, comunque la vuoi chiamare, è il risultato da evitare.
      Grazie per il ricco commento, il post voleva essere spunto di condivisione delle proprie esperienze ed idee, sopratutto di quelle diverse dalla mia. E probabilmente non finisce qui. I commenti sono quasi tutti ‘corposi’.

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      1. rikynova83

        Giustamente non finisce qui.. 😀

        Sulla nostalgia puoi leggere il mio punto di vista in Nostalgia, nostalgia…davvero così canaglia?. Non che voglia farti sciroppare un altro sproloquio dei miei, ma almeno salto un preambolo introduttivo di epocale pallosità.

        “In sintesi, non sono contrario alla nostalgia, quando questa evochi ricordi, sensazioni ed emozioni forti e vivide, che producano energie quando – anche inconsapevolmente – le tue pile sono scariche”: esattamente. Questo è quello che penso io.

        Ma non è l’unico punto chiave su cui concordiamo.

        In effetti io ho negato “il nostalgismo” in un’accezione, ma nel concetto generale purtroppo esiste eccome.

        Infatti come rilevi tu, “nostalgismo può diventare anche ideologia come nel caso di certi nostalgici rigurgiti inneggianti a passati troppo lontani (Impero Romano) o passati recenti tragici e di distruzione (fascismo), portando addirittura a negare la Storia, lo stesso passato a cui si riferisce”. Ed è la mnaifestazione più terribile.

        Più in generale, come rimarca spesso il blogger exvideogiocatore, il nostalgismo si manifesta in un “Una volta si stava meglio ed era tutto meglio”, che è un po’ la filosofia dell’anziano. Questa è cosa concreta e pericolosa. Peraltro io conosco bene un “nostalgista” di calcio (che è persona agli antipodi del nerd, ma secondo me gli farebbe bene guardarsi qualche cartone animato o leggere qualche fumetto..) che appunto dice sempre “eh il calcio degli anni ’80-primi ’90 non tornerà mai più era più bello bla bla bla).

        Ma appunto è un discorso molto generale, che va scisso, secondo me, dal concetto di Peter Pan :D.

        Relativamente al discorso conseguenza-causa.

        Tizio ha una determinata problematica nel presente: essa e la sua mancata risoluzione non è casuata dal perdere tempo nella lettura dei fumetti (che è lo svago con cui cerca di trovare rifugio dall’affanno quotidiano), ma da altre cause più connesse a quella problematica.

        Al contrario spesso la conseguenza (il leggere fumetti) è visto come causa (hai un problema e non riesci a risolverlo perché leggi fumetti).

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        1. E’ proprio da uno scambio con ex-videogiocatore che è venuto fuori lo spunto di questo post. Il ‘nostalgismo’ però è il tema che ha dato lo spunto e in una sorta di “ingegneria inversa” e sinapsi impazzite sono giunto a individuare il tema principale che è appunto diverso. Ne fa parte, ma non è il principale. Ecco, come dicevi anche tu, è un discorso che va scisso.
          Ho fatto una certa fatica a “scandire” i concetti, evitando digressioni o partenze per la tangente, cercando di non essere troppo pedante.
          Ora comprendo anche la tua “consecutio”, ma di nuovo siamo nella trappola della nostalgia-nostalgia-canaglia, su cui convergiamo sia una condizione patologica più di quanto la neotenia psichica, ovvero quella comunemente associato a Peter Pan, con mio sommo disappunto e giramento di balle (vedi mia risposta al commento di Moz, che è capitato in mezzo a un mio sfogo ;))
          Ritornando al tema da te citato della lettura dei fumetti, non ci trovo nulla di male e trovo sia sbagliato etichettare in qualsiasi modo (oggi va di moda “nerd” e sembra uno debba anche esserne felice, bah) chi legge fumetti, gioca ai videogiochi o agli RPG o si dedica ad altra attività considerata dalla società fine a se stessa, ma per l’individuo benzina per il proprio “motore”. L’equilibrio è la banale raccomandazione che si fa anche ai bambini le prime volte in bicicletta 😉
          Io ho abbandonato la lettura di fumetti (di cui ero un avido consumatore) per motivi di tempo: i miei due Nani (li chiamo così in riferimento alla stirpe di Durin), gemelli eterozigoti, quindi distinguibili, ma sono identici come capacità di assorbire energia, richiedere attenzioni, tirarti fuori dalla graziadiDDio (quindi moltiplica il tutto per due). A loro posso trasmettere le mie passioni nel tentativo non di imporle chiaramente, ma di trasmettere ciò in cui mi esprimo meglio e mi identifico, e con esse certi valori coadiuvati dal mio esempio. L’esempio è la prima cosa, assorbono dai nostri comportamenti. La moda di parlare con i bambini, ok spieghiamogli la rava e la fava, ma puoi insegnarli che non c’è differenza di pelle e poi smadonnare contro gli immigrati a ogni telegiornale. L’esempio è importante e quindi per parlare la loro “lingua” dobbiamo essere capaci di essere di nuovo bambini: incredulità, meraviglia, stupore, con il rischio di vedere disattese le nostre aspettative proprio quando loro ‘cresceranno’. Perché sono uomini e donne diversi da noi.

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  7. Bellissimo post! Ci sarebbe molto da dire, anche esulando un po’ dal tema: mi vengono in mente i “giochi linguistici” del mio amato Wittgenstein che assegna alle cosiddette “regole” del gioco buona parte delle nostre possibilità di comprendere e comunicare con il mondo. Del resto nei cuccioli di animali il gioco serve ad imparare a sopravvivere e a stabilire quelle gerarchie che saranno poi l’ossatura delle società adulta successiva. Ma tornando alla valenza più propriamente ludica del gioco, mi piace sottolineare quell’universo fantastico (con cui sono cresciuto e che era la base dei miei giochi di fanciullo) che sta dentro un foglio o una striscia di carta, fatto di disegni e nuvolette di parole. Il bene ed il male, l’altruismo, l’accettazione dell’altro, la difesa del più debole, la fedeltà a certi valori…come le avrei imparate senza gli indiani ed i cowboy? Arrivo a pensare che se non avessi avuto i fumetti probabilmente non sarei quello che sono.
    Invece sul rapporto (che tu giustamente delinei in modo ambivalente) tra il restare fanciulli o tornare ad esserlo in maniera nostalgica, mi viene in mente quello che definiscono il gioco più bello del mondo: una palla che rotola, con 22 ragazzoni in mutande che se la contendono. E qui dovremmo aprire uno specifico post (un post ap-post!) per le tante implicazioni che ci potremmo trovare.
    Intanto ti cito nel mio prossimo post, che parla di tutt’altro, ma ci sta bene lo stesso!

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    1. Bene, vedo che via via che vengono aggiunti commenti, si aggiungono argomenti e spunti. Esula pure quanto vuoi dal tema, che è e resta un punto d’inizio, un calcio d’inizio. La partita è tutta da giocare e – si sa – il risultato non è mai scontato.
      Su Wittgenstein sono impreparato, mentre posso seguirti sull’importanza degli indiani (impropriamente detti) e calbois (impropriamente chiamati così quando ero bimbo). Fumetti e soldatini sono stati i miei primi “arnesi” per raccontarmi e raccontare una storia, per costruire realtà alternative con una logica dapprima manichea (bene/male) poi con alcune sfumature (non senza qualche stortura del tipo “Perché i tedeschi perdono sempre? Ora li faccio vincere io). Due erano sono le cose ferme: 1) le camicie brune e le camicie nere che per qualche motivo erano incluse nel mega-plastico ricevuto a Natale da Babbo Natale non hanno mai partecipato a nessuna storia o battaglia 2) i calbois venivano puntualmente accerchiati e sterminati fino all’ultimo soldatino. E i libri di storia non mi avevano ancora spiegato nulla.
      Questo aspetto che citi, ovvero del ritorno al passato per ricevere conferme della nostra evoluzione, è un aspetto positivo perché ribadisce a noi stessi – nei momenti di incertezza, consapevole o meno – certe origini, sepolte dagli anni trascorsi, e ci proietta da un punto del passato all’oggi: un flashback seguito da un avanti-veloce su un tratto della nostra vita ed evoluzione. C’è chi si “ritrova” e ne viene fuori “consolidato”; chi rinnega e passa oltre, comunque; chi rimpiange, ecco, potrebbe cadere nella trappola.
      Forse la vera chiave è la parola “rimpianto”, che viene confusa con “nostalgia”. Non vi deve essere rimpianto nei ricordi, quantomeno è legittimo solo in quello spazio temporale ben circoscrivibile nel passato. Recintato, rinchiuso, il rimpianto può essere un punto nel tempo; pericoloso trascinarselo appresso anche nel presente.
      Sul calcio e le mie avventure da schiappa mi farebbe piacere che leggessi questo racconto auto-biografico: Album di figurine – Anche le schiappe vanno in Paradiso. Ti avviso è in due parti, quindi mettiti comodo.
      Per la citazione ti ringrazio nuovamente.
      Ti rinnovo l’invito a inizio commento: esula quanto ti pare, sei benvenuto.

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  8. Ci sarebbe tantissimo da discutere, sai?
    Il gioco… io vedo che sempre più adulti, finalmente, si abbandonano ad esso. Timidamente fu qualche console di nuova generazione a sbloccare la questione sociale (quante quattordicenni si chiamano, oggi, Lara? In onore delle pippe di genitori segaioli sulla Croft?).
    Un tempo, e parlo della generazione dei miei genitori, gli adulti si “scatenavano” solo in date circostanze. Scampagnate, ad esempio: diventavano irresponsabili. pallonate, rincorse. Il male della società esplodeva così, esorcizzato in eccessi carnevaleschi.
    Oggi? Oggi siamo tutti ludici. I genitori giocano a D&D, nascondino e videogames perché non hanno mai smesso di farlo. Peter Pan siamo noi, che ti piaccia o meno l’uso del nome.

    Io azzarderei a indicare, come nuova meraviglia e paese delle fate, lo stupore per le piccolezze del quotidiano.

    Moz-

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    1. Premessa: lo sfogo che segue non è nei tuoi confronti o per il tuo commento, ma è solo l’occasione, perché in coppa ‘a sto fatto m’aggia sfucà!
      Peter Pan lo adoro. Lo ripeto a scanso di equivoci: poiché sei il secondo che sembra avere capito che non amo Peter Pan, devo avere comunicato male.
      Chiarisco:
      Ciò che non sopporto è l’utilizzo sbagliato che ha avuto inizio dal citato libro di Dan Kiley. La Sindrome di Peter Pan è una condizione psicologica patologica (neotenia psichica) di chi rifiuta di operare nel mondo degli adulti, di assumere delle responsabilità e al contempo preferisce assumere comportamenti tipici della fanciullezza. Insomma, Peter Pan con questa sindrome non c’entra un e-m-e-r-i-t-o cazzo.
      A maggiore ragione, quando nel parlato comune, si apostrofa il soggetto destinatario con l’espressione l'”eterno Peter Pan“….Ma perché siamo eterni? Sarò pure Peter Pan, ma a una certa età smetto di esserlo perché divento cenere e polvere.
      Sull'”essere tutti ludici” concordo parzialmente: non appartiene alla generazione dei miei genitori e forse si affaccia a quella mia, ma timidamente. Nei trentenni, trentacinquenni è sicuramente più diffuso un vissuto più sereno della dimensione ludica. Esiste più continuità sicuramente. I miei genitori, nati poco prima o durante la guerra, non avevano giocattoli. Mio padre mi parlava dello strummolo, di mazza e pivese, di pallone di stracci tenuti insieme dallo spago. La generazione dei loro figli è stata la prima ad avere dei giocattoli da desiderare e con cui giocare. Oggi i miei sono sommersi dall’offerta, le proposte, i regali di nonni e zii. Con questo non vogli affermare che “si stava meglio quando si stava peggio”, ma che la dimensione ludica è diventata più alla portata di tutti e si è allungata in termini di tempo in cui poterne fruire.

      Sai che ti dico: non mi sento Peter Pan, lasciamolo in pace, di Peter Pan ce n’è uno solo ed è inimitabile. Sfido io poi a indossare quella tutina verde e non fare una figura dimmerda. Senza contare che devi pure sapere volare. Se mi dicono “Peter Pan” non mi offendo per il semplice motivo che io so chi-è-Peter-Pan e gli sono affezionato.
      Detesto che usino il suo nome per pregiudizio, per paura del diverso, per paura di capire cosa hanno perso. Io non posso restituirgliela l’immaginazione, l’incredulità, lo stupore – e sia! Anche delle piccolezze del quotidiano – la voglia di prendersi meno sul serio, di mettersi in dubbio, di mettersi…in gioco.

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      1. No no, avevo capito benissimo la questione su Peter Pan: odi che il suo nome sia associato a quel disturbo! Infatti ho detto “che ti piaccia o meno L’USO DEL NOME” 🙂
        Quanto alle generazioni: noi siamo quelli ludici in toto, perché abbiamo vissuto il gioco fuori, i miti commerciali e i videogames… 🙂

        Moz-

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        1. “Noi” dici “voi” perché io ho cinquant’anni 😉
          Più che associato, mi irrita la citazione a sproposito e l’utilizzo pressappochista del termine senza conoscerne la patologia psicologica, che è un disturbo della psiche, non una semplice preferenza di come si impiega il (poco) tempo libero. C’è una confusione e un’ignoranza di fondo che genera un pregiudizio e per la conseguenziarita’ della logica il discorso si chiude. È’ il classico corto-circuito comunicativo tanto diffuso sui social network. Sparo la mia sentenza infondata ed è verità perché vi si accoda il facile consenso di altri pecoroni con un “like”.

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    1. “Trattato” mi fai mettere paura 😉 Oddio mi hano hackerato il blog. Grazie mille per l’apprezzamento. Io ci ho provato a non trattare il tema con lucidità, distanza e mettendoci anche un pizzico del mio vissuto. Da queste parti li chiamo “spiegoni”, che hanno solo lo scopo di (di)spiegare su uno schermo al sottoscritto le sue idee (alquanto confuse prima che vengano sputate dalle dita).
      Gli uomini che si prendono troppo sul serio e sanno già tutto, mi fanno paura.

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  9. Anche con me è capitato che usassero il termine Peter Pan in modo offensivo, più in modo positivo ma quelle poche volte che è stato detto in modo negativo, le mie orecchie e il mio cervello lo hanno comunque filtrato a complimento, tie, prrrr! 😁

    Bellissima l’ultima parte, anche io non smetterò mai di ringraziare i miei per la splendida infanzia che ho avuto.

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  10. Giovanni Vincenzo

    Per quello che dici sul gioco non amo che chiamino “gioco” quello che si svolge davanti a tristi macchinette mangia soldi o nei campi di calcio.
    Però “Il gioco è un appello al pieno coinvolgimento, a una spoliazione delle propria identità, all’abbandonarsi a un’attività senza un ritorno concreto” vale di fatto solo per gli adulti che scelgono di non abbandonare la dimensione del magico. Per bambini la cosa è molto più seria e surroga il tipo e il livello di “serietà” che sposeranno da adulti nelle loro cose. In altre parole, credo che nemmeno nel mondo dei bambini il gioco assuma universalmente quel valore di magia positiva che solo Peter Pan riusciva ad immettere nei suoi pensieri felici. La scelta di abbandonarsi al mondo magico e senza ritorni predeterminati attiene al Peter pan che può contare su di una infanzia felice che meriti di essere procrastinata e trasportata nel presente.

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    1. Interessante il tema della serietà con cui i bambini affrontano il gioco. Il gioco ha delle regole e il rispetto delle stesse è rigoroso, pena l’esclusione o l’isolamento. Si possono verificare furibonde liti, anche se poi tra bambini si ritorna poco dopo a giocare insieme. Esiste la “surroga” di cui parli, il gioco aiuta lo sviluppo del bambino a vari livelli. Al gioco e, in particolare, alle sue funzioni specifiche per lo sviluppo del bambino è attribuito un significato diverso secondo il contesto storico e culturale. Nell’Ottocento il bombino diventa un degno ‘soggetto’ di studio e, da Rousseau a Frobel, da Maria Montessori a Jean Piaget, gli studi sull’infanzia hanno riconosciuto al gioco la funzione di ‘ponte’ con la realtà, un importante tassello per lo sviluppo cognitivo e affettivo del bambino.
      Ritengo che quella magia positiva – per dirla con le tue parole – sia presente universalmente, benché a un livello inconsapevole, così come il bambino non è consapevole della sua crescita attraverso il gioco, che tra 6-7 anni lo porta a superare l’egocentrismo infantile e ad accettare delle norme condivise, e a 11 anni gli fa acquisire la capacità di afferrare concetti astratti, svincolati dall’esperienza.
      Da adulti, con le capacità di analisi e con consapevolezza, dovremmo cercare di ‘recuperare’ l’accettazione del rischio, dell’imprevedibile, dell’imprevisto, anche perché la realtà ne è talmente densa che “l’imprevisto è prevedibile” (cit. mio papà).
      Incredulità, meraviglia, disposizione allo stupore e all’entusiasmo contrapposti alla sicurezza (spesso solo nell’ostentazione), all’applicazione sistematica di un approccio disincatato e cinico, o, peggio, all’esaltazione dell’ignavia, dell’inazione, della ricerca dell’alibi sociale. FaceBook ne è una perfetta vetrina: non ne è la causa, ma è la replica di un comportamento reale. Non si tratta di persone che “giocano” a essere altre, sono se stesse, mostrano la cruda verità di sé dietro lo schermo non del video o del “nick” (una volta era così con le chat e i newsgroup) ma dell’enormità del numero di utenti e del rateo di crescita degli stessi. Facebook ha superato i 2 miliardi di iscritti e, considerando WhatsApp, Messenger e Instagram, si supera i 5 miliardi.
      Grazie mille per avermi letto e lasciato il commento.

      PS:
      il gioco che intendo non è quello d’azzardo, non è quello delle slot-machine o del calcio professionistico.

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    1. Cara Siouxsie senza the Banshees, la tua domanda è retorica. Una domanda senza risposta e probabilmente quel tempo non giungerà mai e dipende tutto, al 100% da noi adulti, quegli stessi adulti che decidono di mettere al mondo i bambini, che non hanno chiesto nulla a nessuno.Sono contento che mi leggi ancora.

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  11. Eccomi. Ho letto cose intelligenti, meno intelligenti, e dichiarazioni tipo “pisciata territoriale” in cui non si dice niente ma in cui si dichiara di esistere e di essere persone profonde. L’occhio della madre! La carrozzella! Banalità scritte con lacrimuccia ostentata!

    Fermo restando che a me Peter Pan sta sulle palle un po’ come tutte le espressioni di quel suprematismo britannico che ho imparato a odiare lavorando con gli inglesi, con la loro puzza sotto al naso e col loro birignao di merda (ne ho anche parlato qui, e so che ti interesserà visto l’argomento). Fermo restando che Peter mi sta sui maroni, dicevo, quella che viene chiamata “Sindrome di Peter Pan” in realtà è applicabile alla sua nemesi Capitan Uncino. Avrebbero dovuto chiamarla “sindrome di Capitan Uncino”, ovvero di un adulto che gioca alla guerra con dei bambini, prendendo il gioco della guerra come qualcosa di eccessivamente serio, con delle regole sovracodificate rispetto all’anarchia del gioco in sé, e ossessionato dalla “buona forma”, perché lui ha studiato a Eton.

    Ora che ho un bimbo di 7 mesi sto piano piano riscoprendo quello che chiami il paese delle fate, e grazie a Dio là non c’è nessuno dei totem di quella che è stata la mia, di infanzia, che (altrettanto grazie a Dio) non tornerà più: d’altra parte nel film “Hook” Capitan Uncino rapisce il figlio di Peter Pan e lo trasforma in un Mini-Uncino, con il suo amore per le regole e la buona forma. Quello che andrebbe fatto (secondo me) è esattamente l’opposto, prendere le cose ritenute serie con un approccio un pochino più informale. L’esperienza mi insegna che i progetti vengono meglio quando ci si diverte.

    Comunque ho scritto ben due post su Peter Pan (e sul perché mi sta sui maroni), ma sono programmati per Agosto. Mi sa che si dovrà pazientare.

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    1. Concordo sull’errore di chiamare la sindrome di Peter Pan per ragioni che hanno a che vedere con la rigidità di cui parli, ma a un livello diverso.
      Dovremmo chiamare le cose con il loro nome: neotenia psichica. Ma cos’è la neotenia?
      L’etimologia della parola viene dal greco νέος “nuovo, giovane” e τείνω “tendo”, quindi “tendenza alla gioventù”. In Natura esistono varie specie di insetti e di anfibi che presentano tratti neotenici. In altri termini, nell’evoluzione,le generazioni che seguono mantengono le caratteristiche della gioventù della propra specie anche nelle età più adulta e con tratti sempre più evidente. L’uomo presenta tratti neotenici nell’evoluzione del cervello o, meglio, nella sua mancata maturazione e plasticità del sistema neurale. Ciò permette alle reti nerrvose di essere flessibili e potersi plasmare con l’esperienza, continuamente. Il rovescio della medaglia è che l’uomo ha reazioni più lente, meno nette e un istinto non altrettanto sviluppati rispetto a molte specie animali. Questa caratteristica di neotenia ci consente di potere rinnovare le nostre risposte e risorse di elaborazione in funzione delle sollecitazioni ambientali. Di fatto, queste caratteristiche neoteniche, il “rimanere bambini” che ci permette di “assorbire come spugne” e elaborare soluzioni sempre nuove.
      Non accettare supinamente status quo, abitudini, “regole sovracodificate”, “la buona forma” di cui parli, è possibile grazie allo sviluppo delle proprie capacità di creatività e innovazione, che non sono altro che espressione evoluta in età adultà della meraviglia, sperimentazione e curiosità dell’età infantile.
      La tua sentita antipatia per Peter Pan non la condivido, ma per ragioni indipendenti dal popolo inglese, che ritengo sia cambiato dall’epoca dei primi del Novecento. La Brexit, tuttavia, ha dimostrato quanto sia caduto anch’esso in una trappola tipicamente di ‘isolano’ retaggio, alimentato dal peggiore dei nostalgismi. Aspetterò agosto per saperne di più.
      Condivido in pieno ed pratico sia in famiglia, sia sul lavoro il “prendere le cose ritenute serie con un approccio un pochino più informale”. Ne pago spesso le conseguenze, poiché l’ironia sembra “M.I.A.”.
      Infine una considerazione suile “cose intelligenti, meno intelligenti, e dichiarazioni tipo pisciata territoriale” (espressione quest’ ultima che trovo assai efficace e mi ha fatto…scompisciare).
      Il tuo stile è tranchant, ma ognuno ha il suo. Posso rispondere delle mie presunte “pisciate territoriali” e sai ormai che sono disponibile allo scambio senza farne questioni personali, ma sforzandomi di trovare la differenza arricchente. Sui commenti di chi, non solo ha impiegato il suo tempo a leggermi, ma ha anche lasciato un commento, magari qualcuno O.T., magari qualcuno vira alla digressione, magari solo per lasciarti una pacca sulla spalla, non dò un giudizio di maggiore o minore acutezza, ma mi limito a rispondere, a provare ad avere uno scambio.

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      1. Guarda, sono perfettamente conscio di essere un grandissimo rompicoglioni con lo stile piuttosto ruvido di chi ama prendere i bias di conferma altrui e usarli a mò di carta igienica. Ma in generale, se non ho problemi con la pacca sulla spalla in sé, ho molti problemi con la pacca sulla spalla con cui sfondo la schiena al “paccato” per via della forza con cui lo pacco in modo da farmi vedere quanto sono moralmente superiore per via del fatto che dò una pacca sulla spalla. Mi sono incartato nel discorso, ma spero di essermi spiegato.

        Però sono convinto che ogni tanto ci vuole qualcuno che urla che la corazzata potemkin è una cagata pazzesca mentre tutti si stanno leccando le palle a vicenda per dire quanto il film di eisenstein gli fa venire le bruschette nell’occhio. È un bambino che dice che il re è nudo, a volte lo fa perché vuole attenzione e la cerca facendo il discolo, a volte lo fa perché il re è davvero nudo e nessuno ha il coraggio di dirlo. (Sostituisci la corazzata potemkin con il totem intoccabile che tutti venerano e di cui non si può dire niente di male, tipo i film del sopravvalutatissimo miyazaki, e vedi come cambia il messaggio)

        Ricordo anche che se nel film, Fantozzi andava a vedere la corazzata costretto dal dispotico capo, nell’infinitamente superiore libro Fantozzi si univa al cineclub di sua spontanea volontà, perché al sabato sera non aveva nulla da fare.

        Come possiamo recuperare lo spirito dell’infanzia se cadiamo in quello che Toynbee chiama la spiritualizzazione dell’arcaismo (che peraltro è anche uno dei catalizzatori della Brexit, se la vedi per quello che è, ovvero una pagliacciata pilotata da una élite ridotta di vecchi stronzi nostalgici di un impero che dava loro il ruolo di oppressori, e ora che il giocattolo gli è stato tolto si atteggiano a oppressi) ?

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        1. Ognuno ha il suo stile e non il tuo non lo definerei da ‘rompicoglioni’, ma piuttosto con un ‘tranchant’. L’interlocutore deve avere la disponibilità di entrare sulla tua stessa frequenza. Diciamo che così applichi una certa selezione ‘naturale’, l’interlocutore si auto-seleziona. Deterrente per i ‘perditempo’, attirati dagli ‘AAA Ofresi’ di chi decide di pubblicare un blog (altrimenti sarebbe meglio scrivere un diario amanuense), deterrente anche per i ‘buoni intenzionati’ che non amano l’approccio abrasivo (sto commentando un post mica Arnoldo Foà legge I Fratelli Karamazov). In compenso – cooreggimi se sbaglio – qualche troll e qualche hater-di-“professione” viene attirato per sparare la sua salva di minchiate ad michiam e poi sparire.
          Poi becchi quelli come me che invece ti abboffano di chiacchiere.
          Abbiamo due punti di vista e stili differenti è evidente, ma anche diversi punti su cui convergiamo. Considerami un ingenuo, ma sull’ipotesi che qualcuno possa sentirsi superiore, moralmente o per qualsiasi altro aspetto, e lo faccia attraverso un commento o un post, non mi ha mai sfiorato l’anticamera del cervello. Quando scrivo, mi esprimo, anche se in un italiano crocifisso; non mi spinge nessuno spirito evangelizzatore o di attrazione di consenso. Se qualcuno non concorda, sia il benvenuto se argomenta. Se sentenzia, può tranquillamente recarsi presso il più vicino tribunale e proporsi come ‘mediatore’: troverà parecchio materiale su cui esercitare questa naturale pulsione e rendersi utile anche per la società.
          Perciò, lungi da me dallo stigmatizzare il tuo stile, passiamo alla corazzata Potemkin. La Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!. Sono le parole del rag.Ugo Fantozzi e anche le mie. Pronunciate per davvero in un’occasione in cui mi trovai insieme a estimatori dell’irreprensibile Eisenstein (cit. Aldo, Giovanni e Giacomo a proposito dell’Albertazzi).
          Mi è capitato di essere lapidato alla macchinetta del nefando caffè per avere dichiarato il mio ammorbamento per la trilogia di Kieślowski.
          Se sotituisco Miyazaki invece esclamo il contrario. I film di Miyazaki ne ho visti moltissimi e in tempi non sospetti (ovvero prima dell’idolatria indotta mediaticamente). Non tutti dei capolavori, alcuni assolutamente non adatti a un pubblico che vi si avvicini occasionalmente o solo per fare parte del coro pro-Miyazaki ovvero per potere dire che se ne intende pure di manga giapponesi (ecco, magari si chiamano ‘anime’…l’errore era voluto per farti capire la tipologia di soggetto che non sopporto).
          Tizio non ama Miyazaki? E quale è il problema? Tizio mi smonta un film di Miyazaki che mi è piaciuto? Gusti diversi. Di nuovo nessun problema. Tizio sentenzia che gli altri che la pensano diversamente da lui non capiscono un’emerita ceppa? Ecco, qui ho un problema. Anzi, Tizio ha un problema. Potrei provare a esprimere il mio punto di vista, ma temo che venga inteso come un tentativo di fargli cambiare idea.
          Sull’ultima domanda, sebbene sia retorica, una risposta te la dò. Ed è la stessa per la Corazzata Potemkin. La spiritualizzazione dell’arcaismo è una cagata pazzesca. Non elegante il mio modo di esprimere, ma adeguato se il risultato è un nostalgismo (e qui si fa un uso proprio del termine) di retaggi colonialisti e di una grandeur a danno di altri esseri umani e, per fortuna, trapassata (lo dico in francese a sfregio della parte nazionalista dei brits). Vale lo stesso per analoghi nostalgismi itali(di)oti risalenti a una cinquantina di anni fa o, addirittura, all’Impero Romano. Se poi qualcuno mi tira fuori i Celti, vabbè, allora altro che essere ruvido: vado di lanciafiamme e poi ci spargo su il sale.

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  12. ” Alcuni bambini nascono con un appetito naturale per la meraviglia, mentre altri non ne sono dotati; per i primi questo appetito naturale non diminuisce con l’età, a meno che la società non insegni a reprimerlo o a “sublimarlo”.”

    beh direi che è chiaro a quale delle due categorie appartenessi 😀 gran bel pezzo Barone, concordo con tutta l’analisi.

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  13. Ormai più vicina al secolo che non al mezzo secolo (mamma mia, fa impressione scritto così!), non posso che ringraziare Dio, e tutta la mia famiglia, per non avere mai lasciato del tutto il “Paese delle Fate”: Sono cresciuta in mezzo ad adulti, e forse questo mi ha aiutata a non perdere la voglia di scoprire “altri” mondi. Ho dovuto cominciare presto a lavorare (sono ragioniera, abbastanza anomala, temo…), ma ho cominciato a leggere molto prima dei tempi canonici, e non ho ancora smesso; e il collegamento tra le due frasi è dato dal fatto che le mie copiose ed esagerate, secondo molti, letture mi hanno concretamente aiutata a tollerare prima, e ad apprezzare (quasi) poi, l’ambiente di lavoro. Mi sono sentita spesso accusare di vivere “Con la testa tra le nuvole”, ma non l’ho mai considerata una cosa disdicevole…se non mi impedisce di renedermi conto di chi mi sta intorno.
    Per me, la parola “nostalgia” ha sempre un significato positivo: è un’emozione dolceamara, che spesso è costruttiva, e comunque non fa male, mentre il rimpianto, questo sì, fa male, e spesso è sterile quando non dannoso.
    Ho letto tutto…Splendido post, e splendida discussione, molto stimolante…ci penserò ancora su.
    Petre Pan… lo apprezzo, anche se non è ancora lui quello che sceglierei come simbolo… forse più Atreiu, ma non ne son sicura. Ora mi sento più nel panni (anzi, nel guscio) di Morla…
    Grazie, come sempre, e buon proseguimento!

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    1. Ecco l’equivoco di fondo sviscerato! Nostalgia senza rimpianto. E sapere cogliere gli aspetti positivi senza controindicazioni. Dal bigino delle istruzioni per l’uso delle pillole di Nostalgia. E vivere con la testa fra le nuvole l’ho sempre inteso di guardare sempre oltre. Per aspera ad astra. Non per nulla il mio nick e il mio avatar ricordano uno che ama volare.
      Grazie a te e per esserci sempre a rifornire di benzina questo scribacchino.

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  14. Isolde

    Hai scritto un lungo e bellissimo post. Mi trovo d’accordo sia con le parole di Tolkien che con le tue.
    Perdersi nel passato non va mai bene, non ti fa vivere il presente e nemmeno il futuro è verissimo, fu un passaggio del libro di Harry Potter e la Pietra Filosofale a farmi riflettere tantissimo su questa cosa quando ero undicenne e ogni volta mi viene in mente, sopratutto quando con la mente torno a certi ricordi (attimi più che altro) che nella loro bellezza fanno più male che bene, allora questo passaggio mi mette subito un freno di sicurezza, più che altro perché la nostalgia non l’ho mai attribuita ad oggetti, prodotti o cose del mio passato, quelle infondo sono sempre presenti nel mio cuore anche se non le vedessi materialmente, in realtà è una forma che collego a cose veramente lontane e in particolare ad una persona che non essendoci più fa diventare quell’esperienza molto preziosa e da custodire, senza idealizzarla chiaramente.
    Sul paese della fate.. mah, .. la vera domanda nel mio caso è se sono sempre stata un’adulta o una bambina, in quanto per me non c’è tanta differenza da quello che il mio cuore prova e ha provato riguardo date emozioni o sulla voglia di curiosare e scoprire. Sicuramente cambia l’approccio perché nel frattempo con la crescita costante le idee cambiano e maturano per fortuna, ma nonostante le cattive, tristi esperienze, delusioni o il tempo e le famose “altre cose più importanti e obbligatorie da fare” il mio cuore è sempre rimasto uguale e coerente, certi interessi immagino si smusseranno un po’ di più perché comunque ho ancora tanta vita da fare, sono giovane a 27 anni, ma tuttavia sono convinta che mi accompagneranno fino alla morte, perché ciò che piace è anche ciò che sei, non tutto ma in parte sì e già la realtà ti ferisce tanto, almeno non farci ferire anche dalla fantasia sarebbe qualcosa, l’importante è sempre il limite come si diceva.
    Probabilmente collegandomi al quesito di poco fa e questo discorso, sarà che sono dovuta crescere e scontrarmi con certe crudezze del mondo reale molto (troppo) presto trascinata da situazioni che non controllavo io, quindi da un lato dovevo essere una “piccola adulta” nell’affrontare le diatribe e i problemi nel privato e dall’altro lato dovevo nella mia vita sociale (e volevo anche) rimanere una bambina cercando di godermi la mia età, quindi, vuoi per la tenera età o per volontà, sono riuscita a far combaciare da sempre le due cose e vivere entrambi i mondi senza che uno escluda l’altro se senza farmi problemi personali su questa cosa, proprio perché quando poi ti scontri con la vita vera sai che quest’ultima vince sempre ed è troppo breve per farsi dei torti o negarsi cose che di base non fanno male agli altri e a se stessi (quella è la cosa veramente importante), per questo non ho mai capito gli estremismi in un senso o nell’altro e sì, tanto meno chi ti da del Peter Pan per delle cavolate, il più delle volte.
    Dosarsi è la parola giusta, demonizzare “Peter Pan” o idealizzarne l’idea è aberrante e anche una forma poco rispettosa di se stessi e degli altri a parer mio, poi le opinioni personali sul nostalgismo sono altra cosa ma quando si danno sulla vita o gli interessi degli altri, non so per esempio un po’ come la moda di insultare i nati dopo il 2000 per date cose o giudicare una persona di più di 30 anni che si compra un lego da collezionismo, ci può stare l’ironia ma è veramente cattivo gusto, la libertà finisce dove comincia quella del prossimo e questo mette tutto il resto in secondo piano.
    Complimenti comunque perché sono argomenti interessanti ma anche complessi e non tutti si saprebbero spiegare efficacemente.

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    1. Grazie per il tuo contributo e benvenuta nella mia webbettola. Il tema è complesso ed è assai soggettivo perché affonda la sua percezione nell’esperienza soggettiva e nel modo in cui ognuno si percepisce. Perciò è mia grande soddisfazione vedere quanti commenti e, quasi tutti, di una certa corposità ha generato. Io sono una persona curiosa, non “scarto” mai nulla, perché ogni minimo scambio di opionioni possa essere arricchente. Concordo che gli estremismi sono contro-producenti e creino un corto-circuito di comunicazione che è la fine di ogni confronto, magari anche accalorato, ma sempre nei limiti del rispetto reciproco. Chi estremizza è perché non ha argomenti, non accetta l’idea di cambiare…idea perché in realtà non vuole impegnarsi a formarsene una. Così dare dei “bamboccioni” – per citare il caso cui accennavi – è un errore perché non è confronto sulle idee, ma uno scontro di “appartenenza”.
      Il Paese delle Fate “appartiene” a tutti perché tutti ci siamo passati almeno una volta, ci siamo stati almeno un giorno. Il rinnegarlo solo perché si è “cresciuti” è escludere ciò che di buono che se n’è ottenuto e tagliare fuori la possibilità di ottenerne altro.
      Mutuando ciò che scriveva Tolkien, se il Paese delle Fate viene relegato a un ricordo dell’infanzia (la stanza dei bambini) inevitabilmente il suo valore verrà meno, se invece continuiamo da adulti a curarcene (leggi: utilizziamo gli aspetti positivi) ci arricchirà.

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