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poltrone&stocà hai rotto erca’!

Immagine da web

Tra una tequila limon y sal, un’enchilada e storie al sabor de habanero y guacamole, prendo una pausa prima di fare scatenare l’inferno nella taverna. Ho avvertito forte l’esigenza di battere le dita su questa sadomasochista della tastiera a causa di due pensieri apparentemente senza alcun collegamento, nemmeno per la mia versione più pirla di Icaro e Pindaro messi insieme.

Eppure il collegamento alla fine c’è. Pindaro e Icaro si sono appena congratulati con me: “Sei un vero pirla!”.

Qualcuno dovrebbe spiegarmi come mai i miei cari Pindaro e Icaro mi insultino in lingua lumbard, preferirei che m‘insultassero  – se proprio devono – nella mia lingua:“sicchie ‘e nafta” o “samenta” renderebbero meno penoso il crollo della mia auto-stima, che già di suo è un assente ingiustificabile.

La miccia è stata innescata da una pubblicità televisiva di una nota azienda produttrice di “sedili per più persone, imbottiti e con cuscini usati in sale, salotti e altri ambienti di soggiorno”. Avete già capito di chi parlo, anche perché martella da molto tempo in TV lodando la sapiente capacità degli artigiani italiani per poi svenderla con sconti del 70%. Come per dire:  noi italiani siamo dei ladri e ci vogliamo fare riconoscere.

Avete capito che la pubblicità di poltrone&stocà (leggere in romanesco) nella mia personale classifica degli orrori ha raggiunto sul podio le altre due pubblicità più terrificanti mai trasmesse da un apparecchio televisivo, dal tubo catodico ai cristalli liquidi.

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Il “ghiaccio” può essere molto pericoloso, specie in Nord Corea

Walter White in Breaking Bad (foto da wired.com)

In un’estate così torrida, secca, piagata dal 70% in più di incendi rispetto all’anno scorso, l’affermazione nel titolo potrebbe farvi pensare che l’alta temperatura ha fuso i piedini del chip nella mia testa e sto infilando in esadecimale una serie di “0” e “1” a casaccio, che il linguaggio umano vengono tradotti in un’evidenza di stato confusionale terminale.
Come nella tradizione di El BaVon Rojo, nulla è come appare. E ciò che segue si collega all’ultima puntata della Stagione 1 e con la la prossima rutilante “Stagione 2” della bettola preferita da blogger che vi raccomanderei, se non fosse che non mi ritengo “fonte affidabile”.

“Ice”, “ghiaccio” in gergo indica la metanfetamina in cristalli. Questa droga è anche la protagonista della famosa serie televisiva “Breaking Bad”.

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Giovedì gnocchi

Da “Priscilla, la regina del deserto”

Questo post non si pone l’ambizioso obiettivo di scoprire il mistero del più classico dei menu del giovedì. Da un’insulsa usanza, un titolo insulso per un post insulso. Navigante avvisato.

Giovedì, oggi è giovedì…un’afosa, soffocante sera di un giovedì di agosto. Porca miseria è già giovedì! E’ già quasi trascorsa una settimana delle tre di ferie, dopodiché ritorno al lavoro, al delirio metropolitano, alle polveri sottili, al parcheggio all’O.K. Corral, all’emergenza idrica, alle “bombe d’acqua”, ai tombini tappati e le vie allagate. Sempre che decida a buttare un po’ di pioggia su questa riarsa terra. Angeli stitici? Giove Pluvio con problemi di prostata?

Il riscaldamento del pianeta, di cui già si parlava quando ero ancora dietro un banco di scuola, abbiamo scoperto essere una “bufala”, un “fake” per dirla come quel faccia di cool del Presidente degli Stati Uniti d’America con i capelli più “fake” che un parrucchiere abbia mai creato e con un programma di politica interna ed estera che speriamo si riveli davvero un “fake”. Previsioni del tempo in Corea del Nord: perturbazioni in arrivo, previste abbondanti precipitazioni di tritolo e altri metalli pesanti. Speriamo che le previsioni del tempo non ci azzecchino.

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Sant’Antonio 2.0, una storia di catene e protettori

Sant’Antonio 2.0

Incuriosito dal fatto che in Italia, paese di santi, poeti e navigatori, vi siano 11.811 santi protettori mi sono chiesto se ve ne fosse uno per i blogger. Sono magnanimo e non pretendo che vi leggiate il post precedente Un Santo patrono dei blogger, perciò faccio uno sforzo di sintesi. Parlare di santi, evidentemente già mi rende più buono e comprensivo.

“Ho visto la luce! Ho visto la luce! “[cit. The Blues Brothers]

Da fonti cattoliche esiste il santo patrono dei blogger ed è Francesco di Sales, il santo protettore dei giornalisti. In realtà, il beatificato Francesco francese viene indicato come il santo protettore dei blogger cattolici. 

L’esclusione dei blogger non cattolici ha risvegliato in me quel rapporto particolare e personale che noi napoletani abbiamo con i santi, meravigliosamente descritto in De Pretore Vincenzo di Eduardo de Filippo e in alcuni sketch comici de La Smorfia di Troisi-Arena-De Caro.

La mia proposta, più inclusiva, è ricaduta quindi su: Sant’Antonio di Padova. D’ora in poi lo chiamerò “solo” Sant’Antonio. Continua a leggere


Un Santo patrono dei blogger?

Roma – Palazzo della Civiltà Italiana (foto da web)

“Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori”, le virgole le ho aggiunte io. Questa la famosa frase scritta sul frontespizio del Palazzo della Civiltà Italiana, situato nel quartiere EUR di Roma, noto anche come “Colosseo Quadrato”.  In realtà, a essere famosa non è tanto la frase originaria ma la sua esemplificazione: “Italia, patria di santi, poeti e navigatori”, più sbrigativa e decisamente più “2.0”.

Senza chiamare in causa tutti gli Stati Generali e perfino i “trasmigratori”, mi limito ai santi, tralasciando poeti e navigatori poiché, nel caso dei poeti, ci è sempre stato detto che “con la cultura, l’arte e la bellezza non si mangia”; nel caso dei navigatori il disastro della nave Concordia suggerisce un rispettoso silenzio per le vittime e la damnatio memoriae dello scellerato comandante. Rimangono i santi.

Non è la prima volta che in questa webbettola si scrive di Paradiso e si tirano in ballo i santi (e non solo per evocarne a sproposito i nomi dal calendario). In La Fine del Mondo e De Pretore Vincenzo e la festa del papà  mi sono avvicinato alle più alte sfere celesti con garbo e rispetto, un pizzico di ironia e ciò che mi è rimasto della Fede. Riconosco che il mio approccio sia poco ortodosso, tuttavia di estremo rispetto. Chi dovesse sentirsi offeso, mi cancelli dalla cronologia così da non incappare più in questo lido sperduto tra i marosi di Internet, ma – abbiate pietà voi che dite di esercitarla –  non infognatemi lo spazio dei commenti con invettive, caccia-alle-streghe, sante-inquisizioni(che di “santo” non avevano nulla) perché altrimenti mi costringete a citare Ezechiele 25.17:

“E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare ed infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te”.

Versetti che voi uomini timorati e pronti a imbracciare la spada al grido “Dio lo vuole!” (‘sta frase non mi è nuova…) sapete benissimo essere di pura invenzione nel film Pulp Fiction e che Ezechiele – se potesse – non esiterebbe a definire “fake” o “bufala” sulla propria pagina dei social network più diffusi. Tuttavia, come Oste e “admin” di questa webbettola quoto Ezechiele e ne applico gli insegnamenti.

Spero perciò di avere sgombrato il campo da fraintendimenti, anche in ossequio a ciò che la nonna paterna mi ha sempre consigliato:“Non è buona educazione iniziare a parlare con una persona appena conosciuta di religione, sesso e politica”. Sarà pure buona educazione, ma se escludo questi tre argomenti, ho una fortissima limitazione al solo iniziare un colloquio con chicchessia, visto che capisco poco o nulla di calcio e non guardo mai le previsioni del tempo.

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Racconti poco intelligenti

“Ascolto storie d’amore. Gratis.”. Foto scattata da mia sorella Giorgia alla Stazione Centrale di Napoli.

In quel Viaggio Allucinante al Centro del Blogger, ovvero una delirante introspezione del mio personale rapporto tra l’Idea, il Blogger-che-è-in-me (esci da quest’orrido simulacro) e quello che ci sta in mezzo, un altro post per I.Blogger, la rubrichetta votata all’ O.T. a manetta e a questa mia indomabile pulsione al ‘tip-ritap-tiri-tap-ta-tap’ su una tastiera, che definirla ‘scrivere’ mi pare troppo.

Ispirato e liberamente tratto da ‘Canzone contro la paura’ di Brunori Sas

Scrivo racconti poco intelligenti, che non li capisci subito e forse nemmeno se li rileggi. Racconti buoni per andarci al bagno, racconti che – se vuoi – li puoi stampare e sono buoni da accartocciare, sono racconti un poco irriverenti. Insomma racconti come me, che ho perso parecchi capelli e la barba che ho fatto crescere per compensarli, ormai è a pois grigia e bianca,
Racconti per chi non ha voglia d’abbaiare o di ringhiare, racconti tanto per scrivere, racconti che parlano a chi vuole condividere e chi non vuole essere cinico e smettere di credere che il mondo possa essere migliore.

Perché alla fine, dai, di che altro vuoi scrivere?
Che se ti guardi intorno non c’è niente da raccontare. Solamente un grande vuoto che a descriverlo ti fa male. Perciò sarò superficiale, ma in mezzo a questo dolore, a tutto questo rancore, a tutto questo rumore, io scrivo anche solo per me.

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Cojones Falls

Cojones-falls-by-RedBavon

La “Y” l’ho lasciata in onore di Wlle E. Coyote, che è l’ispiratore di questo cartello

Sul blog di Giancarlo Buonofiglio mi sto appassionando alla sua analisi, puntuale e magnificamente descritta, sulla livorosa popolazione del social network per antonomasia, FaceBook o, come lo chiamo io, FuckBurp. Vi gira infatti un sacco di gente fottuta nel cervello, che si esprime su qualunque-cosa, a maggiore ragione se non ne sa un’emerita ceppa, alimentado – come piromani in Aspromonte il 15 di agosto – delle flame-war  che potrebbero tranquillamente essere spente con un rutto. Burp! [mano a coprire la bocca] Pardon.

Se pensate che è una cosa che non vi riguarda perché i social network sono il Diavolo, allora raccomandatevi al Signore nell’Alto dei Cieli o a un qualsiasi altro Dio in cui crediate e, se non credete, trovatevene uno in fretta, perché ne avrete bisogno. I dati dei social network nel Digital in 2017 (Fonte: We Are Social e Hootsuite) sono impressionanti:

  • l’utente medio usa piattaforme social – mediamente – 2 ore e 19 minuti ogni giorno
  • 2.5 miliardi di persone accedono ai social da mobile
  • un nuovo utente ogni 18 secondi inizia a usare le piattaforme social

Questa l’estrema sintesi dei dati mondiali. L’Italia segue il trend, ma con tre peculiarità (Fonte: Digital in 2017: Southern Europe):

  • elevatissima diffusione di smartphone: l’85% della popolazione ne usa uno. L’Italia è al terzo posto nel mondo, preceduta solo da Spagna e Singapore;
  • il 52% della popolazione italiana accede mensilmente a piattaforme social (contro il 37%  della media globale)
  • Facebook è utilizzato da 31 milioni gli italiani al mese; il 74% di questi lo usa ogni giorno (contro una media globale del 55%)

Pensate ancora di potere sfuggire alle attenzioni di questi…”Amici”?

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Ricordati di mangiare le brioche

"Non sono una senza tetto, ma i miei figli lo saranno". Occupy Wall Street, Zuccotti Park, New York (c) Steven Greenstreet

“Non sono una senza tetto, ma i miei figli lo saranno”. Occupy Wall Street, Zuccotti Park, New York (c) Steven Greenstreet

Aspe Aspe’ mo’ me lo segno…

Così Massimo Troisi in “Non ci resta che piangere” rispondeva al frate trappista che dabbasso gli ricordava l’ineluttabilità della morte e il Giudizio finale. In questa giornata del 1° maggio, mi è venuto da rileggere un mio vecchio post, che eruppe dalle dita come lapilli e fuoco dopo avere letto una notizia di cronaca napoletana assurta a “esempio” nazionale e rimbalzata da tutti i media senza alcun approfondimento, il solito stupro della parola “condividi” operato dal tasto “share” dei social network. Era l’agosto di due anni fa. Il tema era il lavoro, in particolare l’accesso al mondo del lavoro da parte dei giovani. Era l’agosto del 2015. A due anni di distanza, non è cambiato nulla. La disoccupazione giovanile è ancora a livelli elevatissimi.

Perciò, come nella scena tra frate e Massimo Troisi, su questa pagina in questo giorno io voglio ricordare e mo’ me lo segno.

Che mangino brioche!

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Ghost in the Fingers [4.0]

Ghost in the Fingers. “Fantasma nelle dita”, questo il titolo dell’appuntamento che questa volta passa l’Oste, perché il solito convento si è rifiutato per decenza e carità cristiana. Un appuntamento che mancava da oltre tre anni e nessuno ne sentiva la mancanza. Nessuno neanche se n’era accorto, visto che gli unici testimoni oculari, due generosi blogger che vi hanno appuntato la stelletta di apprezzamento, sono spariti dalla blogosfera: per loro, un appuntamento fatale. Meglio del film The Ring: leggi quel post e di te rimarrà solo cenere di bit.

Un divertissement, vizio privato di scrittura, in cui le dita si muovono libere, con l’unico limite di una traccia scritta tanti anni fa e che si rinnova solo in alcune parti, proprio come un update versione [numeroprogressivo.0]. Questa è l’update [4.0]. Ho un tarlo ormai assunto a tempo indeterminato: falangi, falangine e falangette hanno sviluppato una loro coscienza e la consapevolezza di Sè. Dita sospinte da un fantasma, un “ghost” simile a quello del bionico agente Motoko Kusanagi (una gran gnocca di fantasma!), protagonista di Ghost in The Shell.

Un appuntamento che, come i protagonisti attirati dal video proibito in The Ring, ha attirato inesorabilmente le mie dita verso la tastiera, visto che dal 30 marzo al cinema è in proiezione la versione “live action” di Ghost in The Shell, acclamato capolavoro dell’animazione di Mamorou Oshi, ispirato ai manga di Masamune Shirow.

Tip-ritap-tiri-tap-ta-tap. Le mie dita stanno andando. Chi ha stomaco e coraggio, mi segua…

Frame della scena mitica dell’inizio del film Ghost in The Shell (1995)

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De Pretore Vincenzo e la festa del papà

Dedicato a tutti i papà che ci hanno lasciato

La festa del papà. Il mio non c’è più. Da diversi anni. Quanti? Ho rimosso. Non ha importanza perché il vuoto che ha lasciato è come un “buco nero”, lì da tempi per noi umani inimmaginabili, incomprensibili, senza tempo.

Oggi è la festa del papà e stamattina i miei due nanerottoli mi hanno svegliato portandomi – come dei piccoli Re Magi – dei doni: due pergamene arrotolate e colorate, legate da un nastrino di quelli per fare i riccioli ai pacchetti dei regali. Ho sciolto il nastrino, svolto le pergamene, latrici di un importante “Annunciaziò! Annunciaziò!”. Su questi cari vecchi pezzi di carta, c’era la mia pagella: la pagella del papà.

Ne sono uscito quasi a pieni voti. Quasi.

C’è sempre margine di miglioramento ed è bene che sia così, perché ho paura delle persone troppo perfette. Mia consapvolezza di essere figlio del caos, di inadeguatezza, di insicurezze sparse a granella; mio dubbio metodico che l’ostentazione di perfezione sia l’altra faccia dell’insicurezza; mia certezza che la perfezione in questa valle di lacrime e sudore non esiste. E forse anche in Paradiso.

De Pretore Vincenzo è una commedia del grande Eduardo De Filippo. Il protagonista è Vincenzo De Pretore: è un mariuolo con una sua “filosofia”; una “filosofia” per cui si auto-assolve ed Eduardo lo giustifica agli occhi del gentile pubblico. Il tema di questa commedia è la giustizia e la Giustizia; la prima terrena, la seconda dell’Al di Là. La vera colpra del De Pretore, di padre ignoto, è quella di essere stato costretto a una vita da ignorante. La sua vita sarebbe stata diversa, se avesse avuto un padre, che lo avesse mandato a scuola, gli avesse trasmesso l’esempio e donato l’amore che ogni bambino, da qualunque parte provenga, ha diritto di ricevere per poterlo donare a sua volta.

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It’s a long way to Home

flower-the-beginning

Sulle note di It’s A Long Way To Tipperary prende forma il titolo di questo secondo post che racconta la storia di un viaggio, di un ritorno a casa, di un luogo dove sentirsi parte. It’s a long way to Tipperary,  It’s a long way to go. It’s a long way to Tipperary To the sweetest girl I know! La canzone, cantata dai soldati britannici durante la Prima Guerra Mondiale, si adatta bene al tema sebbene oggi in un contesto meno drammatico, ma conferma – se mai ce ne fosse bisogno – che la “casa” è un diritto naturale per tutti gli uomini e le donne. Un afflato primigenio che spinge a cercare la propria “casa” anche se lontani dal luogo dove siamo nati o vissuti.

E di un ritorno qui si tratta. Un post scritto qualche anno fa, la storia di un fiore, del vento che non puoi fermare (nemmeno con i muri), infine di una nuova “casa”.

Scritta sull’onda di altre sensazioni e ispirata da un piccolo capolavoro di videogioco, Flower, è un tassello che si è incastrato perfettamente nel puzzle di pensieri e sensazioni descritti in Casa. Ritorna inaspettatamente per raccontare con le stesse parole un’altra storia. Questa storia.

Continua a leggere: Vita, morte e miracolo di un fiore

[Petizione] Un barbiere per il Presidente USA: Edward Mani di Forbice

Wish Impossible Hair

To Wish Impossible Hair

Dico io: il web è pieno di blog e siti di moda, fashion addict e consigli per il look; il nostro Paese è noto per alcune cose poco edificanti e altre molto folkloristiche, ma un paio buone ce le riconoscono tutti: la moda e il look. Eppure, nessuno, ma proprio nessuno si è preoccupato di suggerire al neo-Presidente USA di cambiare barbiere!

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Casa

Flower_Window

Questo non è un post, ma sono tre: il primo di un trittico di post, molto differenti tra loro, ma legati in un leit motiv comune: “home”, il ritorno a casa. Un luogo, fisico, fatto di pareti, finestre e un tetto, ma anche un “non-luogo” che tutti aspirano ad avere e tutti avrebbero il diritto di avere. Lo scrive un emigrante che lo dichiara pubblicamente nel suo autodafé Io sono terrone. Oui je suis emigrante“. Un emigrante sa cosa significa “casa” e deve convivere con la sua mancanza o decidere di tagliare i ponti, giungendo anche a rinnegare le sue radici. Io rientro nel primo caso.

In un periodo in cui sono ritornati in auge i muri e le “etichette” di massa, in un periodo in cui c’è chi pensa a “ritornare grande” e trolla con le sue banfe l’intero pianeta senza che qualcuno possa bannarlo, vuole dire che qualcosa sta andando fottutamente storto.

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Lettera natalizia a Donald Trump da Cuba

francobollo-cubano-1995

Nutrendo una smodata passione per il volo e, non avendo ottenuto alcun brevetto, nemmeno per lanciare un aereo che fosse di carta, ho dirottato il mio istinto di Icaro in versione pirla, verso il volo simulato, sopratutto quello “incivile”, cioè messo su un aereo, io devo sparare.

Quando sei su un velivolo che vola con l’auto-pilota, armato di missili “intelligenti” e “smart-bomb”, il rischio è che, in mezzo a cotanta intelligenza tecnologica, l’unica deficienza sia quella dell’umano a bordo. “La guerre c’est la guerre” e se da terra cercano di buttarti giù con i SAM – non è un lontano zio americano né il vezzeggiativo della prosperosa cantante degli Anni Ottanta –  non fai granché distinzione tra buoni e cattivi, soldati e civili, e a volte vi sono spiacevoli conseguenze. Ne è la prova la lettera, di cui sono venuto in possesso per vie segretissime, scritta da un inviperito cittadino cubano niente di meno che al Presidente degli Stati Uniti d’America, cioè – ancora stento a crederlo – Donald Trump. Come direbbe lui…Check this out!

A:

  • Presidente degli Stati Uniti d’America
  • Stato Maggiore della República de Cuba

PC: Compañía Cuba Libre de Asistencia

San Cristóbal de La Habana,  25 diciembre 2016

Esimio Presidente degli Sati Uniti d’America,

Egregio Dottor Trump,

le scrivo questa mia per comunicarLe un avvenimento che è, a modesto parere di chi scrive, di gravissima importanza, tale che potrebbe incrinare gli appena ricuciti rapporti diplomatici tra i nostri grandi Paesi e, sopratutto, riavvicinare il popolo americano e cubano.

I motivi di queste mie tutt’altro che piacevoli affermazioni, preferisco, per trasparenza e onestà intellettuale, affidarli alla viva testimonianza e ai documenti probanti l’evidente gravità e improprogabile urgenza di un Suo cortese riscontro.

Per farla breve, di seguito sottopongo alla Sua pregiata attenzione la cronaca di quanto accaduto.

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United (sbav)Auguri e salutame a’ soreta di Natale [recycled remix]

Natale tutti in famiglia (foto scattata a Napoli e raccontata in (bav)Auguri di Natale

Natale tutti in famiglia (foto scattata a Napoli e raccontata in (bav)Auguri di Natale

Nei giorni prima di Natale, è creanza essere bersaglio di “auguri” sparati a raffica come una batteria di Katyusha. Il “fuoco amico” è una costante: gli auguri si estendono a famiglia e parentame limitrofo.  

Per altrettanta creanza che i miei genitori hanno cercato di trasmettermi, in questa webbettola è uso ricambiare l’augurio salvifico sia per la Santa Festa sia per il profano Capodanno. A modo mio e ad anni alterni.

La “tradizione” è stata onorata con i (bav)auguri nel 2008, gli (sbav)auguri nel 2010, un sacrosanto “salutami a’soreta” in Bethléem Rouge del 2012, nel 2014 ho dato “buca”, salvo recuperare l’anno dopo onorando il rituale augurio con un’irrituale letterina natalizia un po’particolare, a Luke Skywalker.

E quest’anno?

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7:30 A.M.

When I see you sky as a kite as high as I might I can’t get that high (cit. The Cure). Foto: RedBavon@New York © 2009 RedBavon

A volte certe giornate ritornano…

È tutto partito da stamattina.

Addosso una strana frenesia.

Quando ti senti agitato, scosso da uno sciame sismico di emozioni, pensieri e sensazioni o semplici impressioni di fugace passaggio evvia!

Ti muovi, ma non ne hai voglia. La nuova sensazione lascia uno strano senso di precarietà, un retrogusto d’insicurezza, “antenne” alzate, uno stato di allerta istintivo, primitivo, quasi animale. Ti muovi, per inerzia, perché “ore-setteetrenta-ore-setteetrenta” comunica la voce che canta dalla sveglia.

Ti muovi, piuttosto è il tuo corpo che si muove, tu assisti da dentro lo svolgersi della procedura automatica di decollo, come Actarus dentro Goldrake. Ti alzi dal letto, fai la doccia, colazione, tiri dietro di te la porta di casa, check delle chiavi auto-casa-auto-casa (doppio perché sono paranoico), ritrovi – non sempre alla prima botta – l’auto dove l’avevi parcheggiata la sera prima, entri in auto, giri la chiave, metti la freccia e il resto è traffico.

Arrivo a destinazione. Periferia metropolitana.

In alcuni giorni, il cemento, l’asfalto e il vetro sono così incombenti che farebbero apparire grigio il cielo, anche se fosse terso e di quel celeste che sembra colorato dalla mano di un bambino di 4 anni.

Stamattina, c’è un bel sole, scalda la pelle, in un abbraccio quasi…affettuoso.

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Lo slalomista idiota colpisce ancora!

pioggia-sul-parabrezza

Oggi, mentre mi recavo in ufficio, come ogni sacrosanta mattina che il Signore ancora mi manda, c’è stata una prova generale di Giudizio Universale nella sua versione, vintage ma già dall’efficacia comprovata, “Diluvio”. Per circa quaranta minuti, si è riversata sul percorso casa-ufficio una quantità di acqua impressionante con puntuale allagamento delle strade a causa di tombini otturati dal fogliame autunnale o – a dirla tutta – incuria nella manutenzione ordinaria.

Guido un’auto odiata dai più, un “Suv”, Toyota Rav4, rinominata affettuosamente “BaV-Four”, visto l’ultra-decennale legame tra la sua carrozzeria e la mia pellaccia. A tale ammasso di ferraglia e ingranaggi sono, infatti, grato poiché  il fatto di essere “ingombrante e pesante”, ha salvato la mia carcassa, in un caso, da un folle che non ha rispettato uno stop e mi è entrato nella fiancata tipo siluro sparato a distanza ravvicinata; una seconda volta, da un TIR che, di notte, si è ribaltato formando una sorta di Grande Muraglia lungo tutta la carreggiata. Se non fosse stato per il posto-guida più alto non avrei visto quelle scintille più avanti, nel buio, sul lato sinistro del guard-rail, generate dall’impatto dell’autoarticolato, e non avrei accostato sulla destra prudentemente: l’auto che mi superò nel momento in cui deceleravo e accostavo, si è sbriciolata contro quell’improvviso muro di lamiere e gomma. Massimo rispetto quindi per la BaV-Four!

Durante queste prove di Diluvio Universale, la BAV4 mi permette di guadare senza problemi laghi e ruscelli, che fino al giorno prima, avrei giurato fossero tratti di strada di asfalto, per quanto sconnesso e bucato peggio di una groviera assalita da tutta la famiglia di Topo Gigio. Quando piove così, puntuali come lumache dopo l’acquazzone, spuntano i soliti indisciplinati del traffico metropolitano.

Roba da non credere – motivo per cui finisce di buon diritto sul b(av)log – succede un fatto di quelli che inizi a credere alle storie dei déjàvu, delle reincarnazioni, delle vite parallele e che, in fondo, una visita dallo psichiatra non ti farebbe poi male: nello stesso punto del  mio tragittonelle stesse condizioni climatiche, con le stesse modalità di un paio di anni fa, mi imbatto di nuovo in quel “genio isterico del traffico maleducato”, che io chiamo “lo slalomista“.

In ossequio a un sano ed eco-compatibile principio di riciclo, ho il piacere di riproporre una lettura del 2104, che non vuole essere una deriva vintage, ma un’educata protesta che suona “Ma ‘sti tombini li vogliamo pulire?!?”:

Lo slalomista. Gigante? Sì, la sua idiozia

 


People jailbreak #2: i.Got The Power!

People Jailbreak © 2016 ReBavon

People Jailbreak © 2016 ReBavon

Dopo l’esordio nella rubrichetta The .XXX files, dedicata a sfoghi poco ripetibili e assortimento di facezie a grandinata, non pensavo di dare un fratellastro al primo “People Jailbreak”. Scusate, ma m’aggia sfucà n’goppa a stu fatto. In questo secondo episodio: dal “touch screen” al “mortacc’ screen”.

Vi sarà sicuramente capitato di scrivere un commento o un post dalla micragnosa tastiera dell’appendice tecnologica, “always on”, che ci portiamo sempre appresso e che, nell’evoluzione dell’Homo Insipiens, renderà il collo naturalmente inclinato di oltre 10° gradi, postura che – al nostro attuale infimo stadio evolutivo – genera la cosiddetta “Sindrome Text Neck” (o del torcicollo), a 14 kg di peso in più nel tratto cervicale superiore, a sovraccaricare le fibre superiori dei muscoli del trapezio, e – mai ‘na gggioia! – può portare la colonna vertebrale fuori allineamento.

Ho installato da molto tempo l’applicazione WordPress sul mio i.DumbPhone: dovunque sono, posso scrivere sul b(av)log. Il sogno bagnato di un qualsiasi grafomane è diventato realtà e, non so se “La vita è un sogno“, ma ora so  la risposta giusta da dare a Marzullo: i sogni aiutano a vivere meglio!…Oltre a dirgli un altro paio di cosette sul suo fondamentale contributo alla recrudescenza della mia uallera abboffata e, finanche, a tracolla.

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A matter of time

Donnie Darko…Alice e…Bianconiglio. Forse sono confuso ma in ogni caso It’s a matter of time

Cambiamo argomento, vi va? Io parlo a nessuno o a te, stasera vado a ruota libera, il criceto nella mia testa giragiragira. La capa gira. Le dita battono al ritmo di una musica che va a ruota libera, scelta da un algoritmo casuale inventato da qualcuno che forse non aveva i miei stessi gusti musicali. Questa mi piace, dai. Tiptpritititap tip tap…suono onomatopeico delle dita che battono sulla tastiera a ritmo di musica e di criceto-nella-testa.

L’andazzo di questo post somiglia al diario di un adolescente? Sorridi pure di me, penso sia bellissimo. Sorridi, sorridi pure, dico davvero. Ci sono sorrisi che io non dimenticherò mai, carezzano l’anima come il primo raggio di sole del mattino che penetra tra le lenzuola e carezza il tuo corpo. Vale la pena provocare un miliardo di sorrisi, pure di trovarne uno così bello.

Tu come stai? Io sto…così…boh…sai cos’è? Ultimamente, sono soggetto a cambiamenti. Già normalmente sembro veramente strano, mi trovo coin(av)volto in strane cose, come questo post, finendo inevitabilmente per barcollare, annaspare, a torturarmi a chiedermi “perchè?”.

La lancetta segna il Tempo: divento più vecchio. Persone care ti lasciano e ti lasciano un vuoto che rimarrà lì, niente lo potrà colmare se non il tuo pensiero-per-loro. Ma fa male quando ci si avvicina troppo. Ti fa capire che è evidente la differenza tra esserci e non-esserci-più. Anche le più piccole cose che sembrano normali nella spigolatura della vita quotidiana, diventano qualcosa d’ingombrante che rimane fuori posto. E va bene così: le persone care vengono, si allontanano, vanno via, cerchi di trattenerle, a volte devi lasciarle libere di andare, altre volte fai un errore che le fa scappare, altre ancora non puoi farci proprio nulla…Ma sopravvivono nei nostri cuori se il nostro amore, affetto, stima, considerazione sopravvivono nei nostri cuori, menti e viscere. E continuano a vivere con noi, accanto, insieme. E ci siamo! Il criceto nella testa s’è stancato, sbuffa , ansima lo sento, ma è soddisfatto perché ha girato la ruota fino a fare scattare chiaro il motivo per cui sto perdendo il sonno: il Tempo.

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L’uomo come la capra

Vancouver Riot Kiss” di Richard Lam

“Vancouver Riot Kiss” di Richard Lam – 2011 Vancouver sconvolta dalla violenza di tifosi per avere perso il campionato di Hockey. una coppia di innamorati si bacia. Intorno, il caos e la polizia in tenuta antisommossa. GLIA FAMO!

L’uomo con l’ideale campa, senza l’ideale crepa.

Dopo uno scambio di commenti con Adelfo e con clipax per me fertili, per altri solo fertilizzanti del tipo organico, una volta tanto le mie falangi così attonite al nunzio stettero orbe di tanto spiro (che il Manzoni mi perdoni). Nel teatrino della mia scatola cranica, però, un fascio di luce si è fatto strada nell’oscurità e ha raggiunto il piccolo schermo: è iniziata la proiezione delle immagini che seguono. Immagini di piccoli uomini, grandi ideali.

Ideali, nella pratica magari disattesi o ancora con tanta strada da fare, ma ormai faro di un’umanità sballotata dai marosi, immobile, pietrificata dalla paura, quasi in attesa di quell’ultima onda, tuttavia anelante a un porto sicuro o una spiaggia accogliente.

Sì, perché – mi avete convinto o lo confesso, fa lo stesso – io sono un’idealista.

Un’ “idealista”  al punto 2 mixato tra lettera (a) e (b) della definizione di treccani.it, cioè:
chi si propone un ideale e cerca di realizzarlo in pratica nel suo piccolo e ha fede nella forza delle idee e nel valore dei principî ideali.

L’ideale forma la mia coscienza, la coscienza di ogni individuo e – per essere messo in pratica – ha necessità che sia condiviso, che diventi l’ideale di molti. Così, parallelamente alla coscienza individuale, si forma una coscienza collettiva e prende forma naturalmente nella pratica, passo dopo passo, errore dopo errore si passa oltre, cercando di mantenere la rotta con l’astrolabio (grazie agli arabi per tale gingillo), fissa verso quel faro che è l’ideale. Che ci si arrivi e quando ci si arrivi, dipende da molti fattori, ma anche da noi, almeno da quanti ci credono.

E ora, silenzio in sala, spegnete i telefonini e godetevi queste immagini, che – anche nel caso non condividiate nemmeno una virgola di questo sbattimento alla tastiera – rimangono delle stupende foto.

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Glia famo

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Si sente nell’aria e si vede nei commenti del piccolo post precedente, che ho scritto senza alcuna velleità, se non per dire che io…Non ci sto a tutta questa retorica della guerra, di gente che accetta lo status quo o, magari, esulta per i bombardamenti a Raqqa e, peggio, si auto-assolve perché i missili “intelligenti” colpiscono solo i soldati “cattivi”. Mi addoloro per i morti francesi quando ho issato la bandiera francese su questo blog, scrivendo solo il titolo “Allez, enfants de France!”.

Non ci sto all’ipocrisia dei governi e dei politici che sono lì, in quella posizione di “eletti” nel senso di “i migliori di noi”, e che – in teoria – dovrebbero rappresentare le nostre esigenze e, in primis, quella della pace, mentre invece provocano la “pancia” degli elettori, perché non li considerano “cittadini” né hanno la concezione di “popolo”, ma “voti su due gambe e senza testa”. Mi indigna che tirino fuori l’”orgoglio nazionale” solo in occasione delle manifestazioni internazionali sportive, alla Festa della Liberazione (e, vergognosamente, neanche tutti), a Capodanno e nei fatti tragici di una strage.

La ricerca di alternative, da fare prima che deflagri tutto, è un diritto di tutti gli uomini che vogliono vivere in pace. Non è “buonismo”. Ora sono diventati tutti Charles Bronson, ma ce ne fosse uno che partirebbe per la Siria a combattere per i decantati “valori occidentali”. Cosa che è riuscita a fare – ahimè – lo scellerato Stato Islamico, che in questa sua auto-proclamazione già presenta una contraddizione: rappresenta, infatti, solo di una piccola parte dell’Islam, quella jihadista salafita. La “novità” devastante, che ha colto di sorpresa anche autorevoli analisti, è che riuscita a fare proselitismo con successo sia tra le masse non colte sia tra gente con legittime aspirazioni e un futuro davanti.

Normale è restare interdetti, attoniti, pietrificati. Ciò vale per il singolo individuo, assurdo che chi è preposto a evitare un'”escalation” – magari prevedere – sappia solo minacciare guerra, mandarvi a morire un popolo dimenticato e fiero come i curdi, lanciare una confettata di missili per qualche centinaio di milioni di dollari di costo, alzare muri. Siamo arrivati al rischio di un governo di destra ultra-nazionale in Francia (bestemmia per la terra di “Liberté, Égalité, Fraternité), in Ungheria già ci siamo, aggiungiamo pure la “Brexit” (bella prova di alleati, nel momento in cui occorre stare uniti, dagli al fuggi-fuggi).

La Siria è scomparsa dai media, non se ne parla più…c’è un dittatore feroce, vabè…In Turchia il golpe fallito, ma che sospiro di sollievo eh? Ora possiamo gioire che il popolo turco ha scelto il dittatore che erano quasi riusciti a mettere in minoranza, ma ora si è ringalluzzito ed è partito a razzo con epurazioni di massa e ripristino della pena di morte: “se il Parlamento la richiede” ha detto…E ci mancherebbe, mio caro Pinocchio! Vabbè, ma è “amico” nostro…Ah! I sani valori occidentali di una volta!

Da più parti si chiede “azione” 

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Bella esperienza vivere nel terrore, vero? #2…

BladeRunner_monologue

“Bella esperienza vivere nel terrore, vero? In questo consiste essere uno schiavo.”
Sullo sfondo di un non ancora chiaro “golpe” in Turchia, dell’ennesima strage in Francia, di una guerra di matrice salafita all’Occidente e suoi alleati (ma la salafita Arabia Saudita non è “nostra” alleata?), di un aereo di un “coraggioso” presidente che abbandona il suo popolo per poi , molto “coerentemente”, per mezzo dei vituperati “social network” lo incita a scendere in piazza, disarmato contro i tank (e i soldati nei tank si sono dimostrati molto più responsabili del presidente a non sparare o passare sulla folla con i cingoli) sento prepotente l’esigenza di riproporre questo mio post scritto all’indomani della strage a Parigi. E temo non sarà l’ultima.

Non è riciclo, ma abbarbicamento a un’idea di cui sono fermamente convinto.

Bella esperienza vivere nel terrore, vero?

 


Io sono terrone. Oui je suis emigrante

L'emigrante (Charlie Chaplin, 1917)

L’emigrante (Charlie Chaplin, 1917)

Mentre scrivevo un commento sul bel post di clipax Siamo tutti terroni, sono andato lungo e onde evitare di essere il solito napoletano invadente, straripo qui a casa mia. Narcisiè, puort’e sigarette e ‘na birra che la vedo lunga…

Io sono terrone. io sono emigrante.

La memoria degli uomini è corta, lo è sempre stata, visto che i cicli storici sono noti e oggetto di studio.

Historia magistra vitae, quanto è vero. Nei periodi di crisi, si ricerca sempre la ragione del perduto benessere e sopravvenuto disagio all’esterno del proprio “sistema” o si trova un capro espiatorio. La storia recente del Terzo Reich la dovrebbero conoscere anche i muri. Abito in una strada dove, di tanto in tanto camminando sul marciapiede, davanti alcuni palazzi, ci s’imbatte in alcune piccole piastre di metallo dorato in cui sono scritti i nomi di persone, intere famiglie che vi abitavano e che non sono più tornate dai campi di sterminio. Vittime sacrificali di questa ignoranza e necessità di trovare nell’altro diverso la “soluzione” ai propri errori.

La storia è piena di esempi di questa barbarie. In un mondo occidentale, perennemente connesso a una rete di informazioni a portata di un dito indice, sembra invece che certi fatti storici siano stati dimenticati, più o meno consapevolmente, più o meno in modo indotto. A volte, subdolamente sottile.

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Guerra agli spammer! Sterminiamoli

Blanca Suarez per Intimissimi 2013

Se una crestura simile a questa dovesse spuntare nella vostra posta elettronica e invitarvi a cliccare su un link per entrare a fare parte dei tuoi contatti, state attenti. Diffidate.

Ma si può?!?! Ma si può?!…

C’è un nuovo virus. E fino qui nulla di nuovo sul fronte occidentale. Il bastardo invia messaggi imbarazzanti ai vostri contatti. Un paio di anni fa, aveva fatto strage un “virus” su Android che inviava immagini di tuoi amici e contatti, invitando a cliccare per vedere la foto. Ma per quale motivo dovresti cliccare?

Condivido la sintesi di Mauro:

virus-facebook

Sante parole, ma anche tanto buon senso comune. Internet non è il Paradiso e, nella vita quotidiana, se di notte, in un vicolo buio e deserto (poi mi spieghi come ci sei finito) ti si fa incontro un losco figuro incappucciato, di cui non riconosci nemmeno il viso, non è che gli vai incontro e lo abbracci. Al massimo, se accenna a rivolgersi verso di te, alzi le mani, gli dai il portafoglio, lo smartphone, le scarpe, le chiavi dell’auto, le chiavi di casa, quelle mie, di mamma e di mio fratello…Io almeno farei così. Nel mio caso tentare la fuga è inutile, sarebbe più facile resistere ai Borg.

Un punto del corretto decalogo di Mauro per difendersi dagli spammer, però, mi ha fatto scattare la scimmia antenata dell’Angelo Sterminatore: “non accetto amicizia da tettone che non conosco”.

E basta, però! E’ il momento di dire basta agli spammer!

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Gita di Pasquetta. A chi ama mettersi alla prova e non si arrende mai

Family Time © 2009 Clint Koehler - https://www.flickr.com/photos/amberandclint/

Family Time © 2009 Clint Koehler

Sopravvissuti alla gita di Pasquetta? Trascinati fuori di casa perché è proprio una bella giornata? Se non fosse che è il giorno di Pasquetta e “ognuno ll’adda fà chesta crianza; ognuno adda tené chistu penziero. Ogn’anno, puntualmente, in questo giorno, di questa (che diventa) triste e mesta ricorrenza, anch’io ci vado” a fare la fila in automobile per la gita di Pasquetta.

Le partenze “intelligenti” sono un’invenzione dei media per riempire un “buco” di contenuti a basso prezzo. Sono la morfina per lasciare sedata la coscienza dell’audience che – a fronte di cotanta insopportabile mediocrità – riuscirebbe persino a eguagliare la scimmia Macaca Fuscata sull’isola giapponese di Koshima nel fenomeno della centesima scimmia: l’esperienza di un singolo, quando si diffonde a una massa critica di consimili, è capace di generare un cambiamento rivoluzionario nella consapevolezza collettiva.

C’è allora speranza di non ritrovarci più tutti incolonnati in tangenziale tutti i santi Lunedì dell’Angelo? Se fossimo dei Macachi Fuscati, forse sì. Allo stato attuale della consapevolezza della mia vita, sarebbe presunzione ritenermi superiore ai primati abitanti dell’isola di Koshima, comportamento tipico dell’uomo nei confronti degli animali. Unica coscienza collettiva in cui mi riconosco è quella Borg: “Noi siamo i Borg. La resistenza è inutile”

I Borg sono la specie conosciuta più pericolosa e temuta dell’intera Galassia, catturano colonie o popolazioni di interi pianeti, eppure per il pianeta Terra non sono passati.. Se fossimo stati assimilati, la regina Borg avrebbe abolito la gita di Pasquetta. E sarebbe insorta l’AIDEPI (Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane) per il collasso della produzione di uova di cioccolato, colombe e affini. E i sindacati pure. E la Confcommercio…

…I Borg ci hanno schifato.

Rimane solo un’opzione alla coscienza consapevole di me attraverso la comprensione del sé (o…d….ddd…io…mio!)
L’unica partenza intelligente è “non partire”.

Io non sono intelligente, io sono partito.

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People jailbreak

People Jailbreak © 2016 ReBavon

People Jailbreak © 2016 ReBavon

Una volta si faceva a gara a chi ce l’aveva, poi a chi ce l’aveva più piccolo, oggi a chi ce l’ha più grande: il telefonino.

Il telefono. La mia croce. Non ho mai avuto un buon feeling con il telefono. Uso un barbarismo non darmi tono, ma “rapporto” non è mai esistito con tale meraviglia della comunicazione: non amo parlare a telefono.

Tra coloro che si sentono male e sperduti se non fanno una chiamata al cellulare anche se siamo stipati dentro un autobus o vagone di treno e altri che con i loro sbraiti offrono un non richiesto spettacolo a un pubblico inconsapevole di essere tale, la mia propensione a comunicare con il telefono decresce al crescere della larghezza di banda e della grandezza degli schermi. Nel frattempo, cuffiette o tappi alle orecchie aiutano.

Sign of the Times per parafrasare una bella canzone di Prince. La maleducazione digitale è un segno dei tempi, assoluta sacrosanta verità. Una volta se vedevi uno che sbraitava e gesticolava da solo in mezzo alla strada, come minimo tutti si giravano e pensavano “questo è pazzo!” oppure “poverino…povero disgraziato, chissà cosa gli sarà capitato…è pazzo”. Insomma, che ci fosse una reazione di scandalo o di affettata compassione, la conclusione era sempre la stessa: è pazzo. Oggi, vedi uno per strada che parla da solo ed è…normale.

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Lasciatemi scrivere. Sono un italiano vero e…precario

precario

Carattere Times New Roman 10. Titolo: non ce n’è. Non mi sovviene al momento, ma tant’è che ce ne voglia uno. Mi verrà scrivendo…chissammaichilosà. E’ la solita storia dell’uovo e della gallina, viene prima il contenuto o il titolo? E il sottotitolo di chi è figlio?

Poco importa visto che si tratta di un’unione in cui ogni parte contribuisce al bene della “famiglia” di lettere, spazi e punteggiatura seminata a spaglio.

Primo pomeriggio – sonnacchioso – di sabato antivigilia di OgniSsanti o anche vigilia di Halloween, l’ennesima rapina di festa europea a opera degli yankees, che adesso ci propinano come moda commerciale. Tempo di streghe, fantasmi e spiritelli, noi a Napoli abbiamo i monacielli. Alla faccia della globbbalizzzazione. Cambio carattere che me sto a cecà. Dodici e pure Arial.

Caffettino e sigaretta. Una tiratina. Goffa. Ho praticamente aspirato tutto il fumo con l’occhio sinistro! I polmoni  ringraziano. Non sono un fumatore o meglio, lo sono occasionalmente. E questa è una di quelle “occasioni”. Ultima sigaretta del pacchettino da 10 acquistato appositamente per gestire lo stress da bilancio di previsione, il “budget” secondo la moderna moda di spalmare l’inglese per dare un tono a ciò che si dice. In realtà, “budget” è la parola che preferisco. Per vigliaccheria. Bilancio di “previsione” per l’anno che verrà, ma che con molta probabilità io non vedrò in questa azienda perchè io sono un lavoratore figlio di questo tempo: un precario.

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Bella esperienza vivere nel terrore, vero?

In questo consiste essere uno schiavo.

Queste le parole iniziali del famoso monologo di Roy Batty nel finale di Blade Runner.

Parole che vengono da una fonte così inaspettata e così fortemente calzanti alla situazione di questi giorni e di un prossimo futuro, in cui  i missili “intelligenti” non potranno sanare terrore e schiavitù.

Politici e governanti nei loro proclami roboanti e inneggianti alla Guerra, per vendetta? Per giustizia? Per riportare la pace? Per esportare la democrazia?

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Che mangino brioche!

“Non sono una senza tetto, ma i miei figli lo saranno”. Occupy Wall Street, Zuccotti Park, New York (c) Steven Greenstreet

La sprezzante espressione “Che mangino brioche!” attribuita a quella sicuramente non santa, ma certamente decollata Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena, suona di attualità a distanza di oltre 250 anni all’ascolto di una notizia a Radio24: un titolare di un lussuoso bar al centro di Napoli ha richiamato l’attenzione dei media poiché nessuno dei quaranta selezionati al primo colloquio ha accettato la sua proposta per uno dei dieci posti di lavoro, eppure dal 2000 il Mezzogiorno d’Italia è cresciuto la metà della Grecia.

Le condizioni sono: minimo contrattuale, intorno agli 800 euro. Turni che non superano le nove ore. Due mesi di prova , poi si passa a tempo indeterminato.

Se non vi scatta subito “la bestia” dentro, allora continuate a leggere perchè non contenti di avere preparato alle giovani generazioni un non-futuro di precarietà, il passaggio successivo è quello di essere anche felici e riconoscenti. Il terzo di stare in silenzio. Il quarto: ius primae noctis? No, non ci si arriverà: oggi è difficile e lo si fa almeno dieci anni più tardi dei nostri genitori, in futuro non sarà possibile farsi una famiglia.

Messa così in rapida nonché asciutta successione, la società immaginata da Orwell in “1984” non sarebbe poi così male.

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Il gladiatore

W. Eugene Smith  Alert Soldier, Saipan  1944

Alert Soldier, Saipan (c) W. Eugene Smith,1944.

Sigarettina…

Eh sì sigarettina che iNspira il fumo, ispira la prosa…e anche qualcosaltro più intimo e personale. Del tipo irripetibile onde evitare scurrilità. Almeno, non subito, a inizio del post.

Una Chesterfield? Una Lucky Strike? No. Pall Mall? Nemmeno. Le ho fumate tutte e tre in passato. Sono un fumatore infedele per principio, tanto poi le sigarette le fa sempre la Filippo Morri o qualche suo conoscente di lobby. Ho scelto di fumare proprio quelle sigarette citate, non perché “nel programma sono presenti inserimenti di prodotti a fini commerciali“, ma per un preciso omaggio alla Storia: le prime sono le preferite di Humphrey Bogart, le altre le fumavano e regalavano i soldati dell’esercito americano quando sfilava per le strade delle città liberate dal fascismo e dal nazismo. Una volta, nei momenti in cui avevo bisogno di fumare “forte”, avrei scelto una Camel o una Gauloise o se, nel volermi fare proprio del “male”, desideravo anche godere, una Marlboro Rossa. Questo è il vero sadomasochismo del fumo.

Fatto sta che ho acceso una Winston. Una Winston Blu.

E perchè? …La storia è che ho un caro amico che vive in Grecia in quel di Thessaloniki (splendida gente e città per un napoletano come me!) e fuma Winston Blu. Sono andato a trovarlo di recente e mi sono convertito tra una chiacchiera, un Nescafe’ frappe’, l’ottimo gelato che produce artigianalmente e una sigaretta. Ritornando a casa, nel ricomprare le sigarette, m’è venuto spontaneo Winston Blu. E’ un modo per fumare in sua compagnia.

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Aloha

AlohaAloha…aloha sì aloha…l’unico fetentissimo modo per sentirmi al mare dei tropici sotto l’ombra di una palma sorseggiando con una cannuccia – con tanto di fottutissimo ombrellino “made in China” – un liquido alcolico a caso contenuto nella metà di un cocco appena colto dalla palma di cui sopraAAAAAAAAHHHhhhh, goduria.

Vabè ritorniamo a bomba alla realtà e l’unica goduria che è a portata di mano sono queste Tenerezze all’albicocca confezione da 250 gr che, se non sto attento, me la finisco prima del termine di questa n-sima mia. La marca dei nefandissimi biscottinini mi rifiuto di dirvela…Tanto già avete indovinato.

Benvenuti, dunque, a un altro appuntamento alla rubrica The .XXX Files, la cui cadenza non è settimanale nè mensile, ma la sua periodicità si ottiene lanciando un dado da 20 e applicando dei bonus o penalità secondo di come è andata la giornata. Quindi, se siete atterrati su questa pagina, aspettandovi grandi rivelazioni o ricette di prelibatezze o, ancora, consigli indispensabili per l’outfit ideale per l’apericena, cambiate direzione al browser perchè qui – in rigoroso ordine – non vi svelerò gratis il Quarto Segreto di Fatima, al massimo potrete trovarvi la ricetta della bomba alla crema e, se insistete con l’accoppiata outfit-apericena, il “vaffa” è assicurato…Un libbbberatorio, taaaanto libbbberatorio “vaffa”.

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Lettera al figlio: lagne, magagne e rogne di un papà ministro.

Lupin

Ca(i)ro…

Sì, date le attuali circostanze, a Il Cairo me ne fuggirei e, a giudicare dall’ andazzo, l’unica cosa che potrei fare è occuparmi come mummia a ore (con sovrapprezzo in quelle notturne), ma bando alle ciance…

Caro figliolo, avevo promesso di farmi risentire e come tutte le disgrazie (la tecnologia permette ormai di colpire a distanza) eccomi (poco)puntuale all’ appuntamento, funesto che sia..Ammappa che allegria ‘sta letterina…Piena di devozione, oserei. Ma non oso. Sei stato molto gentile a proporti come supporto morale in queste ore in cui s’invocano da più parti le mie “dimissioni”, ma gentilezza per gentilezza ti dico che ‘sta settimana non ero d’ umore e l’ ispirazione di scrivere mi fugge appena tira vento o butta nuvolo. E qui si prepara un lungo periodo di acqua(zzoni) ovvero quello che potrò permettermi di offrirti al bar…vabbè una gazzosa e non crepi la generosità.

Se i miei pidocchi non hanno ancora la pressione bassa come quelli del ministro dell’Istruzione – espressione che indica quanto il soggettazzo sia tirchio tanto da non elargire neanche il sangue a quelle povere bestie, figuriamoci alla scuola! – ça va sans dire che è d’obbligo una bevutina alla mia salutazza a mie spese e, viste le cose come stanno, una bella bevutina augurale e dimentica-guaí. Anneghiamo nell’ alcol i dispiaceri, lagne, magagne e eeetc..ciù (solo il raffreddore mi mancava), che tutta questa incresciosa situazione genera: dimissioni sì? Dimissioni no?

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Vergognose prestazioni

Pittura murale nel Lupanare negli Scavi di Pompei

Pittura murale nel Lupanare negli Scavi di Pompei

Vergognose prestazioni. Continua, anche se non “a grande richiesta”, la serie di The .XXX files : mai  titolo fu più appropriato per dare in un diversamente alto-secondo la forma alle idee che in questo momento occupano la mia cabeza e che altrimenti richiederebbero l’edizione tascabile (ma comunque sempre poco comoda) di Guerra e Pace. Impresa bignamesca.

Ore 23punto22, sfiga di un minuto e avrei potuto esibire la prova cabalistica di essere “(bis)unto dal Signore”; infatti, il “23” nella smorfia napoletana è “o’ scemo”. Tutto torna.

Tale e’ l’orario che indica, anzi indicava l’orologio che mammaMicrosoft ha elargito aggratis dentro WinPus <inserire un qualsiasi numero che va da 95 a 8> e dire che ci poteva spillare degli altri soldi con la scusa dell’ennesimo aggiornamento all’upgrade della beta release 2.1/c del suo sistema (in)operativo. Ora strana per iniziare a scrivere una lettera in formato “digitale”; infatti, la inizio soltanto perchè non so nemmeno dove voglia andare a parare, figuratevi immaginarmi un finale. Questa volta la beta release ve la propino io…alla facciaccia di Billo Gatto. Purtroppo aggratis. Perciò rimango povero.

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Bounty Hunter [Hands up, don’t shoot Remix]

immaginazione-reale

Bianco e Nero. Il Bounty compie il miracolo: un morso e in bocca si realizza il sogno di un’integrazione che decenni di lotte dei neri d’America non sono ancora riusciti a ottenere completamente. Bianco e Nero, insieme, seppure distinguibili, l’amaro del nero fondente, il dolce del bianco cocco, inseparabili nell’unicità della gustosa mescola.

Ma non tutto è buono come sembra.

Il Bounty, sebbene di origine “yankee”, si inserisce nell’alveo della migliore tradizione democristiana, poi perpetrata dal consociativismo delle più geniale balla politica post-guerra fredda, la Destra e la Sinistra. Non capirai mai chi ti sta fottendo…i valori normali di glicemia nel sangue, se il cioccolato o il cocco. Questa o quella per me pari sono, a quant’altre d’intorno mi vedo; del mio core l’impero non cedo meglio ad una che ad altra beltà.

Se è vero il vecchio adagio che “siamo quello che mangiamo”…beh inizio ad avere seri dubbi sulla storia che mi raccontavano all’ora di Scienze che siamo fatti al 60% di acqua e il resto proteine, grassi e sali minerali…non vorrei diventare blasfemo ma anche quell’altra storia che “polvere siamo e polvere torneremo” inizia a traballare.
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Ammutinati con il Bounty

Gli ammutinati del Bounty

Onda sonora consigliata: I Like You (Morrissey)

Inutile opporsi anche se non vi piace o siete a dieta: il Bounty ve lo ritrovate nella calza che la Befana vi ha lasciato stanotte da qualche parte per casa. Tra monete di carta stagnola e poco cioccolato, sigarette (ma le fanno ancora?) di cioccolato così politicamente scorrette, girandole di liquirizia dalla plasticante consistenza, caramelle, gomme da masticare, gelatine, cioccolatini, gianduiotti, tobleroni di dimensioni spropositate, torroni, torroncini e – sopratutto al Sud – tantissimi terroncelli, capita, è capitato e capiterà di trovarvi IL Bounty.

Inutile fare paragoni con altre, merende, merendine, cioccolati, snack e dolciumi. Il Bounty è IL BOUNTY. Unico e inimitabile. No, questo spazio non è sponsorizzato dalla Mars.

In natura lo si trova sullo scaffale del supermercato o davanti alla cassa del baretto o spacciatore di tabacchi di fiducia. Confezione ammiccante con mare, palme e spiaggia corallina, che strizza l’occhio ai cinefili di film di altra epoca e attori dal carisma e bellezza incomparabile anche se il moderno modello di confronto è un angelico Brad Pitt, un dannato Jude Law o l’irresistibile canaglia da filibusta di Johnny Depp. Sarà che ricorda un famoso ammutinamento e chi – in cuore suo – non vorrebbe ammutinarsi da un tran-tran quotidiano spesse volte al limite dell’umano?
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Mai dire basta

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Mai dire basta. Il titolo è tutto un programma. Se state pensando che questo mentecatto che si crede un blogger-una-ne-(male)fa-cento-ne-pensa, si sia lasciato sedurre dalla banalità di uno dei film della serie dell’ agente-più-figo-che-c’è al secolo Bond, James Bond, non potete che sbagliare grossolanamente e di brutto. L’agente 007 (…secondo me si allude al Q.I.) mi sta sulle bbballe, anche se è innegabile che – tra gli attori che si sono alternati in tale ruolo – Sean Connery abbia fascino che mi rende verde d’invidia più della verde Irlanda.
L’ ispirazione per tale titillante inizio viene direttadiretta da uno di quei colorati cartelloni in cui non appare mai l’immagine degli attori, solo il titolo sparato a caratteri cubitali: i cartelloni pubblicitari dei film porno. Retaggio ormai antico di luoghi che hanno perso la selezionata clientela a causa del web, un concorrente spietato con un’offerta più comoda, per lo più gratuita e anonima. Diversi anni fa lessi un libro di Geert Lovink “Internet non è il paradiso”, molto più umilmente e prosaicamente mi viene da storpiare quel titolo in: “Internet è un grande bordello”. Digita http://www.google.it, inserisci nel campo della ricerca il testo “sex” : 790 milioni di pagine, trovate in 0,18 secondi.

Tutto vostro fino in fondo” è stato il primogeMito a essere tirato fuori dal torbidume umidiccio della mia scatola cranica; “Mai dire basta” è l’ (in)degno “fratellastro”, generato dal risalire in superficie del ricordo di tanti taaaanti anni fa , quando la mattina per recarmi in quel dell’ufficio a Napoli passavo davanti alla facoltà di Giurisprudenza, dove due cartelloni pubblicitari facevano bella mostra di ingegnosi titoli di film vietati al pubblico minorenne e – dulcis in (pro)fundo – il tragitto dell’autobus prevedeva due fermate proprio davanti a due di questi cinema con le lucine rosse (pure dopo Natale). La mia cultura in fatto di cotanta produzione cinematografica è pertanto aggiornata…al 1997. Anno inaugurato con solerzia esemplare dalla classe politica con la Legge 2 gennaio 1997, n. 2 “Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici” Art.1 (Destinazione del quattro per mille dell’IRPEF al finanziamento della politica) […] Art. 4 (Disposizioni transitorie) “Per l’anno finanziario 1997, il Ministro del tesoro, con proprio decreto, da adottare entro il 28 febbraio, ripartisce a titolo di prima erogazione tra i movimenti e partiti politici una somma pari a 160 miliardi di lire. Un capolavoro di pornografia, parte di una trilogia che aspira a diventare un “cult”: “Tutto vostro, fino in fondo”, poi “Mai dire basta” e infine il terzo atto, ancora in lavorazione, molto controverso ma anche attesissimo dal pubblico, “Tutti dentro”. Alcune scene chiave, simboliche, che racchiudono il senso dell’intera opera, sono visionabili nel trailer, attualmente proiettato solo in un selezionato numero di sale…del Tribunale di di Napoli, Venezia e Milano. 

La verità è che cercavo solo un scusa. Era parecchio che mi fornicavano le ditine…(formicolavano?)…e bramavano di mettersi su questo popò di tastiera.

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Tutto vostro, fino in fondo

Klevan (Ucraina)

Klevan (Ucraina)

Tutto vostro fino in fondo. Questo post prende il nome da un’ omonima “opera” cinematografica appartenente al genere pornografico, il cui manifesto in bella mostra in una piazza di Napoli attirò la mia attenzione tanti anni fa. Il manifesto, non potendo esporre esplicitamente la “mercanzia”, risultava addirittura sobrio: su sfondo di colore uniforme, un verde chiaro dalla sfumatura malata, il titolo campeggiava a caratteri cubitali dal font privo delle “grazie” (e privo di graziA). Tutto vostro fino in fondo. Manifesto all’apparenza anonimo, quasi discreto nella comunicazione, al limite della negazione della funzione propria del cartellone pubblicitario, se non fosse stato in un luogo che di fatto rendeva l’innocuo messaggio inevitabile quanto un TIR lanciato a velocità smodata che scavalca il “guard-rail” e si appresta a un filotto da manuale degli automobilisti che non pensavano di essere tutti contromano.

Come una bellissima donna, che consapevole di attirare gli sguardi (e la bava) degli esemplari maschi nel raggio di un centinaio di metri, cammina con un’ indifferenza che la rende altissima tra la folla e, di tanto in tanto, lancia uno sguardo in una direzione a caso, fulminando il malcapitato homo sapiens che, d’un botto, involve nella forma pubens. Il mentecatto si fa delle strane idee, completamente infondate ed errate, giacché non sono più le cellule nervose e gliali a comandare le sinapsi, ma le cellule di Leydig con conseguente smodata produzione di testosterone. La maliarda se ne accorge, sorride di cotanta miseria maschile, ha raggiunto il suo narcisista obiettivo e prosegue la sua falcata da passerella, testa alta, appoggia il tacco, lancia le punte in alto, appoggia il tacco, fa oscillare lievemente le braccia, le gambe dritte, ben chiuse, a piccoli passi, al suono cadenzato dei tacchi, si allontana. Così quel manifesto attirava l’attenzione del potenziale pub(bl)ico e ne stuzzicava una fantasia equivoca così sottilmente da risvegliare pruriti equivoci e morbosi anche se il titolo fosse stato “Biancaneve e i sette nani”. Un grande classico del genere. Sì…ma quale genere? Signore, illuminami. E fu la luce. E arrivò la bolletta dell’Enel.

Se non fosse stato per i nomi degli attori e attrici del tutto sconosciuti, avrei pensato a un manifesto di uno spettacolo teatrale. Ma quei nomi risuonavano nella testa come “attori di teatro” quanto all’improbabile risposta di “Pozzi Moana” o “Vacca Carlo” all’appello dell’esame di Ragioneria 1 nell’aula magna strapiena di matricole del corso di Economia e Commercio. Cosa che non avvenne, io ero presente.

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Fantasma nel guscio 3.0

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Motoko Kusanagi per il manga Ghost in the Shell di Masamune Shirow

Blanca Suarez per campagna promozionale Intimissimi 2013

Blanca Suarez per campagna promozionale Intimissimi 2013

Un’irrefrenabile e inspiegabile compulsione sadomaso vi ha ghermito e obbligato a puntare su queste pagine, che non sfigurerebbero come “Posta del Cuore” sulle nostre pruriginose testate (nel muro, dovrebbero darle) di rotocalchi meno-male-solo-mensili in materia di inciucio o scandalo al sole. Certo impieghereste meglio questo tempo  a vedere “Scandalo al sole”, un tipico melodramma peccaminoso made in Hollywood della fine degli anni ’50 e che nell’ Italia dell’epoca, a causa di alcune scene, generò un’ ondata di puritana ipocrisia. Scandalo o no, m’investe il flashback all’atmosfera romantica della famosa colonna sonora e a una pancia gonfia di cocomero e semi sparsi tutti intorno nei pomeriggi della calura estiva, mentre tutti dormono e tu sei l’unico che ostinatamente rimani sveglio e ti godi quel momento di solitudine…assordante del frinire delle cicale.

Sarà sicuramente capitato di ritrovarvi immersi nella lettura (consumo?) di una rubrica del genere in una qualsiasi sala d’attesa, dal parrucchiere, barbiere, dentista, commercialista o dottore. Avete un’idea di quella sensazione e dell’assoluto vacuum che s’impadronisce di voi in quei momenti. Il senso di “vuoto” tra il dolore di una carie, aspettando quello del trapano; dello zapping tra canali televisivi dove c’è sempre –   a qualsiasi ora –  qualcuno che cucina. Vi tiro indietro il tuner digitale e le sue centinaia di canali digitali e quei cinque-sei in HD, ridatemi Telemenu’, una ricetta e utilissimi consigli di cucina ogni giorno con Wilma De Angelis su Tele Monte Carlo…e basta!

Ecco questo è il tono del post che si sta formando a quest’ora da vampiri. Un’ora tarda che ispira i vampiri e…le minchiate! Non sono un vampiro , quindi… …potete arrivarci.

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I giorni che passano

Foto di Rinko Kamauchi pubblicata in Murmuration © 2010

Foto di Rinko Kamauchi pubblicata in Murmuration © 2010

Ancora zuppo della pioggia e della malinconia di Rain, ultima rêverie digitale di Sony Japan Studio per PlayStation 3, in un programma televisivo intercetto un sottofondo musicale che mi colpisce subito. Sia sempre lode a Shazam e scopro che si tratta di un mia vecchia conoscenza musicale: Patrick Wolf. La canzone è The Days pubblicata nell’album Lupercalia. Questa canzone è una di quelle la cui combinazione armonica riesce a illuminare il buio in cui erano sprofondate certe tue emozioni per le quali non hai mai avuto le parole giuste per esprimerle o, per lo meno, raccontarle a te stesso. Imbraccio allora la mia fida tavola da surf e mi getto tra i versi, cavalco le onde della musica, cercando le parole giuste per descrivere lo spazio tra un verso e l’altro, come il surfista alla costante ricerca dell’onda perfetta. Uno spazio non vuoto, ma sorprendentemente denso di sensazioni, che ho provato a descrivere in questa storyetta. L’ambizioso intento era quello di accarezzare quelle onde di musica e versi come il vento accarezza le onde del mare. A chi legge la sentenza: brezza profumata di salsedine o folata di discarica abusiva?

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M.I.@. [Missing In e-mail]

Schermata M.I.@

Oyo como va?

Anche se non entiendi l’espanol e t’atteggi a parlarlo maccheronicamente come questo mentecatto che ti scrive, sappi che lo faccio, non a causa di un sound-check del cerebro(leso) al sabor de Carlos Santana, ma perché si è stancato di assistere rassegnato allo scorrere inesorabile del tuo nome sull’ultimo messaggio che si avvicina inesorabilmente al fondo dello schermo, fino quasi a sparire sotto la barra degli strumenti di MarcOS-X.

Io ho lottato. Ho cancellato e-mail ed e-mail, ho creato cartelle ed etichette dove raggrupparle per argomenti. Ho messo ordine nel mio congenito caos unicamente per posare il mio sguardo su quel nome quando apro questo angolo di posta.

Ma non basta, eliminando l’eliminabile, pulendo e rassettando, il tuo amato “nick”, nella colonna dei mittenti, si appoggia ormai proprio sulla barra inferiore lambendo le icone di Safari, io-Canzoni, VolpediFuoco, UfficioAperto….un’altra e-mail, anche una che pubblicizzi saponi per l’igiene intima femminile potrebbe fare inabissare quel tuo bel nome…come al tramonto il sole nel mare.

Allora mi sono detto e mi sto scrivendo… …. facciamo qualcosa. Non restiamo lì a mugugnare, a sperare, a pensare perché-percome-percosa-maparolacciadatte ‘na mossa Clà!…

Recupero l’aplomb e il self control (Raf ©1984 – Giancarlo Bigazzi/Raf/Steve Piccolo – 3:54) che è forse l’unico motivo per cui tu mi potrai ricordare – oddio l’abbiamo perso, l’abbiamo perso, AMBULAAAAANZAAAAH! – e metto fine a tutta questa ammucchiata improvvisata di caratteri solo per dirti:

Ciao, se il mio nome ti dice ancora qualcosa, batti un colpo sul tasto “Scrivi” e dimmi solo come stai. Invia (*).

Saving-Private-Claudio.

Onda sonora consigliata: Save me (Muse – The 2nd Law).

Testo e traduzione di Save me (Muse – The 2nd Law).

(*) PSP (che non vuole dire “Portable Sony Playstation” ma “Post Scriptum al Post”):
se avete di queste persone missing in e-mail nei vostri anfratti elettronici di posta…
Se sentite qualcosa dentro al vedere quel nome o nick…
Se state aspettando che sia lui o lei a scrivervi solo perché l’ultima volta siete stati voi a scrivere…
Se “nun tenite genio ‘e fa’ niente” e vi è piaciuto questo post…
Copiate quelle due righe, incollate tagliate e cucite a vostro piacimento e, sopratutto, inviate.
Se riceverete uno straccio di risposta, mi farà piacere se vorrete mettere una “X” qui sotto.