Viva il Messico! Ep. #8 – Playa, un ordinario giorno di “ricotta”

Breakfast in (Centro)America. In missione per conto dello stomaco : Claudio, Lucio, Diego.

Breakfast in (Centro)America. in missione per conto dello stomaco : da sinistra, Claudio, Lucio, Diego.

2° día: Playa

Mattina

Ore 11.00 colazione, stesso posto perché Diego si è innamorato di qualunque frequentatrice di tale locale, inclusa la titolare che è canadese. Il “come ci sia finita qui?” attira la nostra curiosità, mista a un apprezzamento per chi ha abbandonato tutto e si è (tra)piantato dall’altro capo del mondo. Ma sarà stato vero coraggio? Oppure è disperazione? Mai capito, tuttavia, scambiamo quattro chiacchiere con la canadese, che è una giovane e di bell’aspetto, spicca tra la folla dei locali sia per una statura fuori parametro sia per carnagione e lineamenti. Ancora rintronati dal sonno, dal fuso orario e cibo cui la nostra flora intestinale deve prendere ancora le misure, per quella maledizione che condanna il viaggiatore a provare cose sempre diverse a causa di tempi ristretti e minime probabilità di ritornare negli stessi luoghi, scegliamo dal menu la colazione “mexicana”: una bomba!

Ci viene servito un piatto di carne di manzo con una frittata adagiata sopra, il tutto annegato in salsa e cipolle, accompagnata da tortillas e caffè americano. Dubito che i messicani facciano colazione così, piuttosto ritengo sia un’interpretazione canadese di un piatto messicano. Lucio e Diego sperimentano l’ “espresso”, nella cui trappola chiunque è caduto almeno una volta, fosse solo per potere ordinare in italiano ed essere capito al volo. Sono soddisfazioni. Scarsa soddisfazione, invece, viene dall’ “espresso”: sciacquatura ristretta con retrogusto di fumo greve. Abituarsi al caffè lungo all’americana è più saggio.

Giornata dedicata al mare, che è – ribadisco – stupendo. Diego, dopo la “scottatura” di ieri, è vestito di tutto punto, indossa un’improbabile maglia della nazionale svedese, improbabile non perché non sia la maglia ufficiale della nazionale scandinava, bensì perché evidentemente al di fuori del contesto caraibico. I suoi capelli lunghi però fanno pensare che Cristo si è fermato a Eboli, ma prima è passato a Playa a farsi un bagno. Parto di sillogismo apocrifo e rivelatore di una storia alternativa: e se Cristo fosse stato svedese!?

Diego (Gesù) e Claudio (quello con l'espressione beota)

Diego (Gesù) e Claudio (quello con l’espressione beota)

Ci sbattiamo all’ombra di alcuni grossi ombrelloni con il tetto di paglia, onde evitare di fare la fine rosolata di Diego. Italiani in aumento, anzi alcune voci rivelano che ci sono anche dei napoletani.
Al massimo livello di “ricotta”, ci schieriamo intorno a un tavolino, occhiali da sole inforcati, posa stravaccata, Diego con sigaro cubano (?!?), sandwich de pojo (pollo), cerveza e scopone. Risultato: 21 a 19 per la coppia Francesco e Claudio.

Sera

Come primero dia ovvero ricca cena e, subito dopo, quattro salti al “Capitan Tuttix”. Cambiamo ristorante, “El Chino”, consigliato da alcuni torinesi con cui Lucio e Diego il giorno prima avevano organizzato una partita a beach-volley (da cui mi sono ben guardato dal partecipare). Stufi di carne grigliata, che è la base dei menu di ogni ristorante, decidiamo per il “pescado”, una bella grigliata di pesce ci sembra un piatto, semplice nella preparazione, e nella tradizione di Playa, che è un villaggio di pescatori.
Nel ristorante si nota una prevalente presenza di italiani, evidentemente si è passata la voce e ciò potrebbe essere già un segno che la scelta è quella giusta per una solenne abbuffata. Poiché noi italiani siamo rinomati per essere dal palato fino, la presenza di tanti compatrioti sta a “El Chino” come il numero dei camion parcheggiati fuori a un ristorante nei pressi dell’autostrada: vuole dire che si mangia bene…O che ha un parcheggio comodo per i camionisti.
Tra la pregiata clientela che non sia italiana individuo solo una famigliola di nazionalità non meglio identificata e una coppia di messicani: l’uomo, anziano, porta dei folti baffi che gli danno anche qualche anno di più, sta perennemente al cellulare e mostra un’aria di superiore indifferenza nei confronti della donna seduta di fronte, la quale ha dei tratti del viso molto marcati, non è particolarmente aggraziata ed è decisamente più giovane.

Mariachi (c) Photo by Riviera Maya

Mariachi (c) Photo by Riviera Maya

Davanti a tale coppietta male assortita, fa la su comparsa lo schitarratore di serenate. Vestito con abiti tradizionali dei “mariachi“, muove le sue dita sulle corde con disinvoltura, sussurra un canzone di cui comprendo poche parole, ma per certo parla al cuore, di amore, innamorati e lo fa – nonostante il luogo pubblico – con la discrezione di chi non vuole disturbare, ma soltanto rendere più piacevole l’incontro a quel tavolo. Possiamo subito pensare a uno show per turisti, ma il fatto che lo schitarratore si sia rivolto all’unica coppia messicana nel locale e che, durante la permanenza a Playa, questa scena si ripeteva spesso tra la gente del luogo, mi piace pensare che sia anche una tradizione che esiste e resiste.

Contro ogni logica e tradizione gastronomica, il “pescado” alla griglia ci lascia interdetti, dato un sapore – o meglio – un’assenza di quel sapore e profumo di mare, che pure essendo cresciuto a speck e canederli, riesci a percepire quando il pesce è fresco. Ci sembra pesce surgelato. Sarà pure stato che il pesce era di origine sconosciuta – ipotizziamo “razza” senza invero alcun motivo – tuttavia, seppure fresco, quel pesce non aveva motivo di essere pescato. Meglio lasciarlo vivere. E’ pure vero che noi napoletani, gente di mare, ci siamo fidati di torinesi, gente di gianduia e al massimo di fiume, e questo è stato un marchiano errore, ma a casa del pescatore non puoi mangiare male il pesce!

Notte

Tequila-benefici

Delusi dalla cena, anche perché il ristorante era stato cercato con molto dispendio di forze e addentrandoci in strade assolutamente sconosciute (e con i soldi che ci portavamo appresso, un eventuale agguato avrebbe messo fine prematuramente al nostro viaggio), ci dirigiamo verso il solito Capitan Tutix o Tuttix (con due “t”), secondo la pronuncia di ognuno di noi. Prima, però, veniamo colti da un’irrefrenabile voglia di caffè espresso, che viene placata presso un bar sulla Quinta Avenida, gremita di gente, con il suo assortimento di personaggi che cercano di portarti dentro al proprio negozio-ristorante-o-bar. Il caffè sembra fatto con la moka e doppia dose di miscela: forte, tendente al bruciato, almeno ci assomigliava.

Capitan Tutix (d’ora in poi lo scriverò come capita, aderente e fedele a quanto accadeva tra noi) è, come la sera precedente, un bailamme di suoni, luci e persone. Scorre parecchio alcol, tequila “commemorativo” e cerveza la fanno da padrone, musica a palla, ritmi latino-americani misti alle ultime hit intenazionali, il video di Jennifer Lopez “If You Had My Love” imperversa sullo schermo ed è davvero un bel guardare.

Un bel guardare è anche la “fauna” che si concentra nei pressi del bancone e si distribuisce tra l’interno del locale, che è in pratica un ampio gazebo, e la spiaggia antistante. Qui incontriamo le ragazze emiliane conosciute il giorno prima, che ci accolgono festose, cercando di portarci subito in mezzo alla pista. Fa piacere anche a noi rivedere dei visi conosciuti e, in quell’atmosfera festosa ed esotica, il vecchio adagio “mia faza, mia raza” manifesta la sua verità a quasi deicimila chilometri di distanza.

C’è una novità: una quarta ragazza. En plein! Abbiamo anche la quarta per non scoppiare le coppie…a scopone. Elisa è una tipa che alla prima impressione definirei con un termine sbrigativo, superficiale, ma efficace per rendere la sensazione: strana. Vive a Boston, che – tiene a sottolinearlo più volte – è una città con una forte presenza gay, cosa che non aggiunge o detrae nulla perché è come se mi dicessero che il 50% degli abitanti della città di Napoli mangia la pizza e preferisce la Margherita rispetto alla Marinara. Dov’è la notizia? Dov’è il fatto che vale la pena di raccontare?

Questa gratuita affermazione di Elisa mi suona tanto come la storia della volpe e l’uva: la volpe, non potendo arrivare all’uva, dice che non è buona, che è acerba. Tant’è che Elisa mostra un evidente interesse per un bel tipo che è anche lì al Tuttix, un certo Marvin, il quale sembra preferire la compagnia di bei ragazzi dai fisici scolpiti. Credo che a Elisa non sia andata giù la competizione non prevista. Con Elisa, sarà la sua sicilianità, sarà la sua risata particolare, trovo un’affinità elettiva, la “stranezza” iniziale diventa una simpatia e un mai dichiarato cercarci nei pure pochi giorni in cui abbiamo diviso un tavolo a cena, bisbocciato al Tuttix e…lo devo confessare…lei…non so come scriverlo…lei ha provato a farmi ballare quei trascinanti e conturbanti ritmi latino-americani, mi ha ripetutamente invitato. Io ho opposto sempre un netto diniego. Questa volta, la volpe sono io…E “che volpe” eh?

A proposito di nuove conoscenze, Francesco fa la conoscenza di Laura, una milanese molto carina, e un’altra ragazza di cui non ricordo il nome perché quando il testosterone è alto uno dei deprecabili effetti collaterali è la perdita della memoria di quelle ragazze che non ricadono nei fenotipi preferiti del mentecatto che scrive.

Francesco appunta sul diario una nota su Laura in uno stile minimalista e da gentleman quale è:

La milanese (Laura)…Niente di che, intendiamoci, è quantomeno simpatica. Scambiamo due chiacchiere con l’intento di conoscerla meglio i giorni successivi. La cosa sembra possibile.

Leggi: la milanese (Laura)…Una gran bella figliola, putess’ murì Claudio mo’mmò (trad.: potesse repentinamente spirare Claudio [ovvero una persona a me cara] in questo preciso istante, se non dico il vero!) è davvero una gran bella figliola. Non ho avuto abbastanza tempo stasera, ma nei prossimi giorni, nennella bella, non sfuggi.

Fine di questa giornata passata all’insegna della “ricotta”, un dolce fare nulla che è una necessità per recuperare le energie, essere pronti per il lungo itinerario che si snoderà per 21 giorni tra lo Yucatan e il Chiapas nonché un voluto strafotterci di “ottimizzare i tempi” per quell’assurda pretesa del viaggiatore-medio di vedere “tutto”.

Non perdetevi la prossima tappa, uno dei momenti in cui il viaggio diventa indimenticabile: Cozumel. Don’t worry, be happy. Con un buon corredo di foto di quei luoghi meravigliosi e – impestante come la filossera nella vite – dei quattro caballeros. ¡Hasta luego!

Continua a leggere Viva il Messico! Ep. [#9]

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Onda sonora consigliata: Que de raro tiene di Vicente Fernandez

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5 responses to “Viva il Messico! Ep. #8 – Playa, un ordinario giorno di “ricotta”

  • Paolo

    Oooooohh!…
    Una baciata, però “per Elisa”, la potevi fare!!… Integerrimo Red (immagino fossi impegnato). Non mi sarai mica un timido!?!?!…
    Bello.
    Con te io sorrido sempre e rido spesso.
    Letto ascoltando “Play in the Sunshine”, “Hosequake” e, ora, “The Ballade of Dorothy Parker”. Oggi va così. Malinconia, pioggia, sorrisi. E buona musica.

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    • redbavon

      Beh integerrimo…Sono una donna, mica una santa. Non ero “impegnato”, ma parecchio “incasinato”. Sai, quei periodi alla Cimabue, fai una cosa, ne sbagli due. Ero in viaggio con mio fratello e i miei amici…Non cercavo altro. Andava bene così.
      Timido io?!? Timidissimo con le donne, estroverso quanto ti pare, ma timido da fare schifo anche a me stesso. Una timidezza così bastarda che quando decido di rivolgere la parola a una che mi piace – come diceva Albanese negli sketch di Alex Drastico – dico delle “cazzate immani”😉
      Malinconia, ci sta. Pioggia, no…C’è il sole del Messico, proprio qui. A riscaldarti. Scrivo questo diario proprio per questi momenti: un giorno di pioggia e noia, vengo qui e aaaaha tequila por favor! E mi spaparanzo al sole.

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  • Paolo

    PS1. La traslitterazione del minimalista, stupenda!
    PS2. Il ributtare a mare l’anonimo pescado, un must.
    PS3. La Tequila, una panacea…

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  • Paolo

    “Housequake”, ovviamente…

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