Guida la(i)conica di Napoli – Cap.2: O’ Munaciello

Zona Pendino foto da “La Napoli di Bellavista” di Luciano De Crescemzo, 1979 Arnoldo Mondadori Editore

Una parola, una frase in napoletano, un motivo per visitare Napoli

La Guida la(i)conica di Napoli vuole invitare a visitare Napoli, prendendo spunto da una sola parola o una singola frase del dialetto partenopeo. La parola di questo secondo appuntamento è:
o’ Munaciello.

Il Munaciello (piccolo monaco) è una delle figure più rappresentative di quel ricchissimo sistema di folclore, credenze, tradizione napoletani. E’ uno spiritello del focolare domestico, benigno ma anche dispettoso, molto amato dal popolo partenopeo, cui si ascrivono diverse manifestazioni. Tra le più comuni vi sono la sparizione di oggetti e certi eventi inattesi come una gravidanza non prevista o l’arricchimento improvviso di qualcuno: “Ma chi è stato? O’ Munaciello!”.

O’ Munaciello si diverte a nascondere monete nelle tasche dei vestiti o nelle case; fa scherzi innocenti che poi ritornano utili per giocare i numeri al lotto; manifesta il suo apprezzamento alle belle signore, sfiorandole e palpeggiandole; può anche essere dispettoso nascondendo e rompendo oggetti nelle case oppure soffiando nelle orecchie di chi dorme. Un proverbio napoletano rende efficacemente questa sua natura benevola e dispettosa: “O’ Munaciello a chi arricchisce e a chi appezzentisce” (o arricchisce o impoverisce).

“[…] Quando alla serva sbadata cade di mano il vassoio ed i bicchieri vanno in mille pezzi, colui che l’ha fatta incespicare, è proprio lui, lo spiritello impertinente; è lui che urta il gomito della fanciulla borghese, che lavora all’uncinetto e le fa pungere il dito; è lui che fa traboccare il brodo dalla pentola ed il caffè dalla cogoma; è lui che fa inacidire il vino nelle bottiglie; è lui che dà la iettatura alle galline, che ammiseriscono e muoiono; è lui che spianta il prezzemolo, fa ingiallire la maggiorana e rosicchia le radici del basilico. Se la vendita in bottega va male, se il superiore all’uffizio fa una rimenata, se un matrimonio stabilito si disfa, se uno zio ricco muore, lasciando alla parrocchia, se al lotto vien fuori 34, 62, 87 invece di 35, 61, 88 è la mano diabolica del folletto, che ha preparato queste sventure grandi e piccole.[…] “(cit. “Leggende Napoletane” di Matilde Serao)

La sua rappresentazione è quella di un uomo di piccola statura, uno gnomo deforme, vestito di un saio e calzature dalla fibbie argentate, ovvero il vestiario d’ordinanza dei bambini ospitati in convento. Se Napoli fosse situata più a Nord delle Alpi potrebbe essere classificato come “folletto”, ma non è nemmeno del tutto corretto.

O’ Munaciello è uno spirito benigno o maligno?

O’ Munaciello è uno spiritello in una zona d’ombra, una mescolanza tra il Bene e il Male. Agli estremi troviamo la Janara, una strega malvagia della tradizione contadina, originaria del beneventano, e la Bella ‘Mbriana, una donna molto bella, ben vestita e solare, uno spirito benigno, portatore di benessere e salute.

La sua natura ambivalente si spiega nelle sue origini.

Le origini della leggenda del Munaciello risalgono almeno al 1455 durante il dominio aragonese. Una storia di due innamorati, molto simile a quella immensamente più famosa di Romeo e Giulietta, anche se con una fine ancora più agghiacciante e brutale. Diverse fonti, tra cui Matilde Serao nel suo Leggende Napoletane (1881), concordano che l’origine de lu munaciello risalga agli eventi che seguirono l’incontro e il folle innamoramento di Caterina Frezza detta Caterinella e un certo Stefano Mariconda.

La storia ve la racconto a modo mio, l’originale la trovate nel libro di Matilde Serao o potete leggerla qui.

Caterinella era figlia di un ricco mercante di stoffe, Stefano era un nobile garzone. Si amavano alla follia e sarebbero vissuti felici e contenti meglio di Cenerentola e il Principe. Purtroppo non avevano fatto i conti con le rispettive famiglie di appartenenza: l’estrazione sociale allora impediva categoricamente le nozze tra i due anche se erano una coppia più innamorata e fedele di tante altre unioni decise a tavolino dalle famiglie. Nonostante la guerra che in famiglia gli facevano padri e fratelli, i due giovani continuavano a vedersi di nascosto con il favore del buio della notte. Stefano, avvolto in un mantello scuro, si muoveva agile sopra i tetti per raggiungere il terrazzo dove Caterinella lo aspettava.

A Roma esiste uno specifico invito alle persone impiccione a “farsi ‘na forchettata de li cazzi sua” e se si fosse dato retta all’antica saggezza romana i nostri innamorati forse non sarebbero i protagonisti di questa triste storia. La famiglia dei Frezza scoprì questi appuntamenti notturni e una notte il povero Stefano fu afferrato per le spalle e scaraventato giù dal terrazzo, sfracellandosi al suolo proprio sotto gli occhi di Caterina. Povera Caterinella!

All’amore negato e massacrato, si aggiunse la pazzia per il dolore: Caterina fuggì di casa in preda alla follia e fu ricoverata in un monastero. E qui arriva la parte che rende la storia di Romeo e Giulietta un racconto per educande in un convento di Carmelitane Scalze.

Dopo qualche mese Caterinella diede alla luce un bimbo, figlio dell’amore con Stefano. Le monache ebbero pietà della ragazza e del piccolo così lasciarono che vivessero con loro. Il bimbo era nato più piccolo della norma e con il tempo la situazione non migliorò. Le monache, che – si sa – non hanno esperienza di bambini, consigliarono perciò a Caterinella di fare voto alla Madonna: la ragazza così fece (e vorrei vedere! se si fosse rifiutata dove sarebbe andata a vivere…) e così il bimbo fu vestito con un abito nero e bianco, come un piccolo monaco.

Tuttavia, la Madonna teneva che fa’ di quei tempi tra pestilenze e guerre per niente sante, così il bimbo non crebbe, anzi la testa era cresciuta in modo sproporzionato rispetto al corpo (la macrocefalia chiaramente era sconosciuta alla medicina); la faccia pallida, i grandi occhi lucenti, il suo corpo deforme lo faceva apparire mostruoso. Il vestito da monaco avrebbe dovuto proteggerlo in due modi: nascondere queste fattezze deformi e ispirare rispetto per un abito sacro poiché indossato da persone che hanno consacrato la propria vita a Dio.

Ma l’abito non fa il monaco.
Al monastero il bimbo era al sicuro, ma all’esterno quel corpo piccolo dalla testa così grande era motivo di pregiudizi e la gente iniziava a vedere nelle sue fattezze di nano un cattivo presagio. La gente iniziò a chiamarlo “lu munaciello”. E iniziò a girare voce che avesse un che di magico.

“[…] Quando lu munaciello portava il cappuccetto rosso che la madre gli aveva tagliato in un pezzetto di lana porpora, allora era buon augurio; ma quando il cappuccetto era nero, allora cattivo augurio. Ma come il cappuccetto rosso compariva molto raramente, lu munacidello era bestemmiato e maledetto […]” (cit. “Leggende Napoletane” di Matilde Serao)

La genesi di un perfetto “capro espiatorio”. Oggi, anche a causa dei videogiochi violenti (cogliere il tono ironico, per favore), il bimbo così bistrattato ed emarginato avrebbe imbracciato un AK-47 Kalashnikov e fatto una strage. Il bimbo, ogni volta che usciva dal convento, subiva ogni sorta di umiliazione ed era oggetto di scherno da parte di tutti.

Caterina morì e con il passare del tempo anche le monache, benché affezionate al piccolo, subirono l’influenza dell’opinione pubblica (potere della “bufala” ante litteram): iniziarono così ad avere paura di lui.
Una sera l’orfanello non fece ritorno al convento e non fu più visto.
Si diceva in giro che il Diavolo l’avesse “portato via per i capelli” come succede a chi ha venduto l’anima al Gran Satanasso. Dopo la “sparizione” del bambino, il ritrovamento di ossa piccine accanto a un teschio di grandi dimensioni in una cloaca fece però pensare che i Frezza, i quali al suo passare lo ingiuriavano nei modi più turpi, lo avessero strangolato e gettato nella cloaca.

Come scrive magnificamente Matilde Serao: “Questa qui è la cronaca. Ma nulla è finito – soggiungo io, oscuro commentatore moderno – con la morte del munaciello. Anzi, tutto è cominciato.”

Infatti, questa non fu la fine, ma l’inizio.

L’inizio di una vendetta verso una borghesia egoista e piena di pregiudizi (insospettabilmente vi è analogia tra il 1455 e il 2017), che si è accanita contro un bimbo, per giunta sofferente nel corpo, come se fosse un uomo adulto reo di chissà quale nequizia. Non hanno avuto rispetto e pietà umana questi cristiani che vanno in Chiesa ogni domenica, erigono altarini, edicole e nicchie per tutti i vicoli della città, si votano alla Madonna del Carmine e ricoprono d’oro degli ex-voto il loro santo protettore, San Gennaro, di cui conservano le reliquie in attesa ogni anno d’ “O’ Miracolo”. Non hanno avuto rispetto per un bambino sfortunato, che ha perso il padre tragicamente, non ha mai avuto una famiglia, ha perso la madre. Non hanno avuto rispetto nemmeno per quel vestito che indossava, un abito di monaco, un abito simbolico,.

Dopo morto, o’ munaciello è ritornato. E’ tornato per tormentare chi lo ha tormentato in vita. Uno spirito senza nome di un fanciullo ignoto e ignorato, sofferente nel corpo e possiamo facilmente immaginare quanto sofferente nell’anima. Non ne conosciamo la rabbia. Al suo passaggio i bottegai lo prendevano in giro solo perché diverso e inerme; i bambini gli tiravano il fango e chissà cos’altro, i Frezza lo odiavano fino al punto di ucciderlo e, come ultimo sfregio, gettarne i resti in una cloaca.

Come “oscuro commentatore moderno” a 136 anni di distanza da Matilde Serao e a una distanza siderale rispetto al suo commento, la storia de lu monaciello mi fa piangere. Mi fa piangere per tutti quei bambini che arrivano sulle nostre spiagge a bordo di barconi capaci solo di affondare, a volte senza madri e il più delle volte senza padri. Quale madre e quale padre metterebbe su un guscio che alla sola vista capisci che galleggia a stento e se lo stipi di gente è certo che prima o poi affonderà? Solo la disperazione, l’ultimo gesto per evitargli un destino certo di morte; l’ultimo gesto per regalargli un barlume di speranza di un futuro (e non ho scritto “migliore” apposta). Ebbene come quella borghesia grassa e egoista, asserragliata nella sua “ricchezza”, che si scagliò contro un bimbo sofferente, ancora oggi a cinquecento anni di distanza c’è chi si scaglia contro questi bambini che arrivano da lontano o gioisce per dei bimbi emarginati che hanno trovato un’orrenda morte in un rogo della loro casa, una roulotte. Anime inermi, indifese, che hanno la colpa solo di incontrare degli adulti che invece di dargli una carezza o consolarli, vi riversano vigliaccamente rabbia, frustrazione e cinismo, incapaci come sono di contribuire a rendere – non dico per loro, ma lo facessero per i loro figli – il mondo migliore.

E allora sia benvenuto o’ monaciello! Tormenta pure questi uomini con i tuoi dispetti capricciosi.

Ma o’ munaciello non è solo sinonimo di tormento: quando porta il cappuccio rosso è di buon augurio. Quando una persona è in difficoltà tali da essere allo stremo e le ha provate tutte, lo spiritello può manifestarsi e, accettando di seguirlo, conduce a un tesoro, di cui si potrà disporre a una sola condizione: non rivelare mai che è stato ‘o munaciello e non dire mai di avere visto lo spiritello. In caso contrario, la pena è la sparizione del tesoro in un battito di palpebra. “O Munaciello: a chi arricchisce e a chi appezzentisce”. Per questo motivo, nessuno ammetterà di avere mai visto un munaciello, ma se dubitaste apertamente della sua esistenza potreste ricevere uno sguardo di cortese commiserazione rivolto a un miscredente venuto da un altro pianeta.
O’ munaciello è rispettato, temuto ed amato perché la sua percezione è sfumata tra il Bene e il Male: è la rappresentazione di una commistione e “inquinamento” del Bene con il Male e vicevesa, tipico della tradizione napoletana e della vita di questa meravigliosa città ai piedi del Vesuvio.

Vi sono almeno altre due teorie sulla leggenda del munaciello.

Una è quella che rappresenta il munaciello come un vero e proprio demone, uno spirito maligno. che attira le persone tramutando il cibo in oro o facendogli trovare in casa fortune inattese, per poi ghermirlo e prendergli l’anima. Fossi in voi, anche se indossa il cappuccio rosso, me ne starei alla larga.

Napoli Sotterranea – Tunnel borbonico (foto da https://www.napolisotterranea.org/)

Un’altra teoria, più storicamente verosimile, è quella che potete ascoltare dalle brave guide di Napoli Sotterranea durante la visita a questa parte aperta al pubblico dei dedali sotterranei che percorrono tutta la città.
Oltre ai soffitti altissimi e mura di tufo, che potete ammirare (sempre che non siate affetti da claustrofobia) recandovi a Napoli Sotterranea, i dedali sono disseminati di enormi cisterne, che funzionavano da riserve idriche per tutta la città. L’acqua piovana veniva raccolta in queste enormi cisterne e poi portata nelle case attraverso i secchi calati dai pozzi al centro della corte dei palazzi.

Girando per le vie del Decumano Maggiore o il Decumano Inferiore, lungo la Via San Biagio ai Librai, risalendo per San Gregorio Armeno, la via delle botteghe dei presepi, e arrivando in Piazza San Gaetano dove è l’entrata di Napoli Sotterranea, potrete notare che i palazzi d’epoca hanno una grande entrata attraverso la quale si accede a un cortile su cui si affacciano gli appartamenti. Al centro potete trovarvi ancora il pozzo che serviva come rifornimento idrico.

Per manutenere questo sistema di cisterne e ripulire la superficie dell’acqua da rifiuti che cadevano dal piano della strada, esistevano degli specialisti: i “pozzari”. Una professione difficile e pericolosissima poiché occorreva destreggiarsi tra un cunicolo e l’altro, arrampicarsi e introdursi in spazi ridottissimi, con il pericolo di cadere rovinosamente. Una croce incisa su una parete di tufo indica che lì è morto uno di questi “pozzari”. Per potere esercitare questa professione era quindi necessario essere di statura minuta ed essere molto agili. Sottoterra e in quell’ambiente sempre pieno di acqua, per ripararsi dall’umidità e dal freddo utilizzavano una tunica similare a quella di un prete.

Esperti conoscitori di questo dedalo invisibile, utilizzavano i pozzi per risalire dal sottosuolo ed entravano nelle case: se non venivano pagati per i loro servizi di pulizia delle cisterne, facevano qualche dispetto. Ci scappava pure di consolare qualche donna del focolare e di appropriarsi di qualche oggetto di valore lasciato incustodito, magari come congrua ricompensa di questi “servizi” extra. Quando i mariti si accorgevano della sparizione di questi oggetti preziosi, la moglie dava la colpa ai “munacielli”.

Dove andare a Napoli sulle orme dei munacielli?

La tradizione napoletana non indica un luogo preciso, anche se si può ipotizzare che monasteri e abbazie siano i luoghi più consoni. Consideriamo poi che rivelare di avere visto un munaciello attira la sfortuna come la calamita attira il ferro.

I munacielli non si aggirano nelle case dei quartieri alto-borghesi, ma tra i vicoli del Centro Storico, del Decumano Maggiore, delle zone più antiche e popolari di Piazza Garibaldi, Secodigliano, Piazza Carlo III, ai Ponti Rossi; sono citati due punti specifici quali Villa Gallo ai Camaldoli e il Chiostro di Sant’Eframo Vecchio nel Centro Storico; a Castellamare di Stabia hanno intitolato addirittura una via poiché quando si manifesta lu munaciello il malcapitato di turno ci busca ‘na solenne mazziata.

Il Decumano Maggiore pare sia “infestato” o “abitato”, scegliete voi, dai munacielli, a tale punto che Matilde Serao descrive addirittura una casa a Via dei Tribunali in cui si manifesta uno spiritello particolarmente irascibile. Quindi nulla di meglio che consigliare una visita a Napoli Sotterranea.

La visita sottoterra è davvero imperdibile sia per le architetture delle maestose pareti scavate nel tufo e le testimonianze dell’incredibile operosità dei napoletani che utilizzarono – nel corso dei secoli – questo dedalo sotterraneo nei modi più disparati (come rifugio anti-aereo durante la Seconda Guerra Mondiale, per esempio). Il tufo è un materiale di origine vulcanica, molto utilizzato nell’edilizia napoletana: ogni blocco di tufo utilizzato per una costruzione sopra la terra, corrisponde a uno scavo e corrispondente vuoto sottoterra. Facile immaginare il motivo dell’enorme estensione di tale labirinto di gallerie; il ben più famoso Cnosso viene annichilito al confronto.

Le guide di Napoli Sotterranea sono eccezionali: vi trasmetteranno informazioni storiche, aneddoti, tradizioni popolari come questa dei munacielli con passione e competenza. C’è un solo passaggio particolarmente stretto, ma è facoltativo: conduce a una sistema di cisterne riempite d’acqua con un gioco di luci e colori molto d’effetto ed evocativo, che da solo vale il prezzo del biglietto.

Napoli Sotterranea – Cisterna in un tunnel borbonico (foto da https://www.napolisotterranea.org/)

La visita continua all’esterno nel quartiere poiché è antichissimo, una tipica stratificazione urbana che sorge su un antico teatro greco-romano, in cui Nerone recitò con scarso successo. Si narra che ci fu un terremoto e venne interpretato come un mancato gradimento da parte degli Dei dell’arte di Nerone. Potrete vedere con i vostri occhi traccia di questa antico retaggio, visitando in Vico Cinquesanti un classico vascio (italianizzato in “basso”), ovvero un’abitazione di piccola metratura posta allo stesso livello della strada, destinata in passato agli strati più poveri della popolazione. L’ex-proprietario, con un ingegnoso sistema di guide, spostando il letto, aveva ricavato l’accesso a un locale sotterraneo: entrando resterete meravigliati dal notare che le pareti sono costruite con il tipico opus reticulatum; è infatti di epoca romana. La cantina più vecchia del mondo!

Una volta terminata la visita a Napoli Sotterranea, dando le spalle all’uscita, avete due possibilità a cinque minuti a piedi: a destra Sorbillo (*) e sinistra Di Matteo, due pizzerie dove mangiare una pizza da leccarvi le dita.

(*) attenzione praticamente attaccata a Sorbillo ce ne un’altra con lo stesso nome, io preferisco la prima più piccola e meno frequentata da turisti. Pizza sempre ottima, ma solita questione di campanili: mio fratello preferisce questa Sorbillo piccolina , io Di Matteo.

Leggi anche “Guida la(i)conica di Napoli – Cap.1: Puozze sculà”

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