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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#10 [by Tati, Zeus e RedBavon]

Per alcuni speranze che svaniscono come ricordi sfuggenti, per altri solo una battuta d’arresto e ora dritti per la loro via. Strade che si separano…No, che avete capito? Tati, Zeus e RedBavon restano uniti e continuano imperterriti nella loro missione messicana, che con il caldo di questi giorni rende anche l’atmosfera infuocata per davvero.

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#9

Moderato ma non troppo

Preso a scappellotti dall’Oste e dal Cocalero, Marcelo Diaz rimane titubante sul da farsi. Le mani pendono al lato del corpo prima di prendere vita e portare un sigaro, intonso, alle labbra.El Cocalero aveva le sue buone ragioni, c’era da ammetterlo, e l’Oste non gli era mai sembrato colpevole in toto, ma… C’è quel dannato “ma”.
Chi non ha timore, non si scatena così.
Chi è innocente, non diventa una furia.
Chi è spaventato, però, lo diventa.

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Nintendo Classic Mini Super Nintendo. Maledetta Nintendo ci hai fregato anche questa volta!

L’account Twitter di Nintedo America, Europa e Italia – ho controllato tutti e tre…co’ste bufale vaganti tocca diventare Buffalo Net-Bill – oggi ha cinguettato la notizia che, dopo l’enorme successo del Mini NES, molti si attendevano e auspicavano:

il Super Nintendo in versione Mini Classic!

Il 29 settembre nei migliori salotti e camerette.

Cosa ci portiamo a casa? E quanto costa? Ma la fai finita con ste robbbe di nostalgia-nostalgia-canaglia?

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Guida la(i)conica di Napoli – Cap.2: O’ Munaciello

Zona Pendino foto da “La Napoli di Bellavista” di Luciano De Crescemzo, 1979 Arnoldo Mondadori Editore

Una parola, una frase in napoletano, un motivo per visitare Napoli

La Guida la(i)conica di Napoli vuole invitare a visitare Napoli, prendendo spunto da una sola parola o una singola frase del dialetto partenopeo. La parola di questo secondo appuntamento è:
o’ Munaciello.

Il Munaciello (piccolo monaco) è una delle figure più rappresentative di quel ricchissimo sistema di folclore, credenze, tradizione napoletani. E’ uno spiritello del focolare domestico, benigno ma anche dispettoso, molto amato dal popolo partenopeo, cui si ascrivono diverse manifestazioni. Tra le più comuni vi sono la sparizione di oggetti e certi eventi inattesi come una gravidanza non prevista o l’arricchimento improvviso di qualcuno: “Ma chi è stato? O’ Munaciello!”.

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Storie sgangherate #4 – Parte II: Raganàbasi

Storie sgangherate per bimbi insonni e papà stanchi sono racconti sgangherati, versioni rimaneggiate, strappate, lacerate, sbilenche, sgrammaticate e con la punteggiatura sparsa come le spighe rimaste sul campo dopo la mietitura. Se volete leggere una Favola scritta bene andate sui libri, quelli veri, di carta e inchiostro. Se decidete di continuare, non mi resta che augurarvi buona…anzi, brutta lettura!

Segue da Storie sgangherate #4

I ragnetti Prot-Prot e Lo Stupido Inutile Viaggio di Andata-e-Ritorno.

Parte II – Raganàbasi

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#9 [by Siviatico feat. RedBavon]

A El BaVón Rojo ho il piacere di riaccogliere Silviatico, compadre de viaje in Mexico, anche se fatto in momenti diversi della nostra vita, ci siamo ritrovati a percorrere le stesse strade grazie a InFernet. Il racconto di Silviatico si inserisce in questo noir in salsa guacamole y habanero presentando un personaggio che ho trovato fantastico. Anche qui all’opera quattro mani: Silviatico ha scritto tutta la storia e creato il personaggio, RedBavon ha solo raccordato il tutto al più ampio e contorto quadro generale. Con questo “cameo” ci siamo divertiti molto e spero altrettanto voi. A El BaVón Rojo nulla è come appare. La vida te da sorpresas, sorpresas te da la vida” ¡ay, Dios!”

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#8

El Cocalero

Al Districto Federal di Mexico gli avevano appioppato il nomignolo di “Cocalero”.

Nulla a che vedere con le piante incriminate e, nemmeno, con la polverina “magica” che ne deriva. Lo chiamavano così perché era sempre con una bottiglia o una lattina di quella bibita americana in mano. Certo, lui in gran segreto provvedeva a correggerla alla grande, aggiungendo dosi generose di rum. Cosa che faceva di lui un messicano alquanto originale, poiché si distaccava dal tradizionale duopolio di tequila e mezcal.

E fu proprio questa sua passione a fare sì che, a un certo punto, deviasse dalla carretera principale per immettersi su una stradina secondaria, diretto a “El BaVon Rojo”, di cui in precedenza aveva visto l’insegna di “comedor, cantina y restaurante”. Certo, lo stavano aspettando a Chetumal, vicino al confine con il Belize. Ma che lo aspettassero: lui aveva finito il ghiaccio. E non aveva alcuna voglia di bersi la brodaglia calda.

Insegna curiosa gli venne da dirsi, però se aveva il ghiaccio, avrebbe potuto chiamarsi anche “El Diable” o “El Infierno” o perfino “Titty Twister”.

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#8 [by Tati, Zeus e RedBavon]

‘Al perro que duerme ¡no lo despiertes!’ così iniziava l’episodio precedente. Ciò che il vecchio adagio raccomanda quando il cane dorme, vale anche per il nostro Oste, che  finora se n’è stato buono buono, dalle sue parti si direbbe ‘sott’a botta impressiuonato’. L’atmosfera si è riscaldata ben oltre le già insopportabilmente alte temperature medie del Tropico del Cancro. I due federales tireranno fuori il ‘ferro’? Hands up don’t shoot. Noi tre, Tati, Zeus e RedBavon, non abbiamo alzato le mani, anzi…Auspichiamo che il magnanimo lettore non ci spari. Almeno questa volta.

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#7

Oste la victoria siempre!

Cesar, capelli spettinati e camicia sporca, si sente, per la prima volta, in posizione d’inferiorità.

Ego e Narciso sembrano due molle, il sergente ha commesso il grave errore di minacciare Tati, ormai sono saldamente ancorati alle sue gambe. Essere di bassa statura ha dei vantaggi: Cesar ha tre piccole furie intorno e due di queste gli impediscono di muoversi, certamente una cosa così non se l’aspettava questa mattina quando la sveglia l’ha rimesso in piedi a terra.

I tre si guardano fieri, in un lampo si sorridono e si danno coraggio ma questo i due federales nemmeno lo notano… Oste invece sì, accenna a un sorriso (anche in una situazione così, ‘sti tre nani riescono a farlo ridere) che si spegne immediatamente.

Mentre il sergente è a terra dolorante, Ego e Narciso si rivolgono in direzione dell’ispettore e anche Tati si sposta verso Marcelo Diaz, non prima però di avere calpestato, in maniera “sbadata”, il piede di Cesar che emette un ringhio.

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#7 [by Tati, Zeus e RedBavon]

La situazione per l’Oste diventa sempre più rognosa. L’ispettore e il sergente sono due iene che girano in circolo intorno ai compadres de El BaVón Rojo. E il cerchio si stringe sempre di più. L’ennesimo sacrificio della madrelingua da parte di Tati, Zeus e RedBavon questa volta per una giusta causa: giustizia per un omicidio?

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#6

Al perro que duerme ¡no lo despiertes!

Mentre le ultime sillabe dell’Oste rimbalzano fra le due “O” dell’ossigeno, l’ispettore Diaz soppesa il cuore dell’uomo che ha di fronte. Ci sono punti oscuri, dubbi e incongruenze. Ma la vita è un’incongruenza che funziona finché non si muore.

L’ispettore si alza dal posto irrequieto, passeggia intorno alla figura curva dell’Oste mormorando qualcosa di indistinguibile. Potrebbe essere “cabrón” ma le parole filtrano confuse fra le labbra serrate del poliziotto.

Marcelo si tasta il petto sperando di trovare i sigari, ma si è tirato via la giacca prima dell’interrogatorio perciò è senza niente addosso. “Polla” mormora a denti stretti mentre ritorna davanti all’Oste e, chinandosi a prendere il sigaro, lo guarda di sottecchi.

“Potrebbe essere innocente?” pensa l’ispettore. Conosce l’Oste da molti anni, ma non avrebbe mai etichettato quell’uomo come “omicida”.

La ex moglie gli avrebbe detto che non bisogna farsi fregare dai sentimenti.

Beata ignoranza, mormora l’ispettore, sentendo ancora il bruciore della fregatura che gli aveva rifilato l’ex moglie mentre si portava via soldi, casa, macchina e la collezione di dischi di Santana.

La fiamma dell’accendino scalda il volto dell’ispettore facendolo sudare più del consentito e l’irritazione sul corpo è a livelli di guardia. Avrebbe voluto essere onesto e anche obiettivo, ma tutto quel disagio lo attribuiva al gringo seduto di fronte a lui.

“Cabrón” pensò sbuffando dalla bocca un vulcano di fumo.

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Storie sgangherate #4: I ragnetti Prot-Prot e Lo Stupido Inutile Viaggio di Andata-e-Ritorno

Storie sgangherate per bimbi insonni e papà stanchi sono racconti sgangherati, versioni rimaneggiate, strappate, lacerate, sbilenche, sgrammaticate e con la punteggiatura sparsa come le spighe rimaste sul campo dopo la mietitura. Se volete leggere una Favola scritta bene andate sui libri, quelli veri, di carta e inchiostro. Se decidete di continuare, non mi resta che augurarvi buona…anzi, brutta lettura!

I ragnetti Prot-Prot e Lo Stupido Inutile Viaggio di Andata-e-Ritorno

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Storie sgangherate per bimbi insonni e papà stanchi

Avviso ai Naviganti: lavori in corso.

Nella barra del menu principale di questo costruendo blog Pictures of You sono in corso lavori di posizionamento di una voce apposita a segnalazione di una novella rubrichetta. I naviganti in transito prestino la massima attenzione e si mantengano a una distanza non inferiore ai 50 centimetri dallo schermo onde evitare affaticamento della vista, nausea e ricorso al freddo abbraccio della tazza di ceramica sanitaria. Si allontanino di gran carriera gli avidi lettori di bigliettini nei famosi Baci di cioccolato poiché il contenuto rientra nell’infame categoria del “TLDL” (TroppoLungoDaLeggere).

La nuova rubrica concorre per il titolo più lungo in questa webbettola: Storie sgangherate per bimbi insonni e papà stanchi e, quando aggiungerò il prossimo racconto, ogni record di lunghezza di tutti i titoli di questo blog logorroico verrà sbriciolato. L’ho fatto solo per questo.

Ritorniamo seri (?!?) in questa rubrichetta è destinata ad accogliere racconti sgangherati, versioni rimaneggiate, strappate, lacerate, sbilenche, sgrammaticate e con la punteggiatura sparsa come le spighe rimaste sul campo dopo la mietitura. Se volete leggere una Favola scritta bene andate sui libri, quelli veri, di carta e inchiostro. Nel menu appare solo la voce abbreviata “Storie sgangherate”, anche se ho la certezza che lo useranno in tre (incluso me) e chi usa il dumb-phonino non se ne accorgerà nemmeno. Quando la vita reale viene sostituita dalla vita (mono)cellulare.

Nella mia vita reale, sei anni fa, è avvenuto un fatto che ne ha cambiato il corso, dall’oggi al domani. Il tempo di rigirare la carta e accorgerti che non ti è entrata nemmeno la coppia.

Quando nella tua vita piombano due adorabili nani, per giunta insieme, non sei mai pronto.

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Ghouls ‘n Ghosts. Storie di fantasmi e cavalieri in mutande

Collezione RedBavon Annata 1989 e giù di lì: Ghouls ‘n Ghosts: Mega Drive (sx), Super Nintendo (centro), Amiga (dx). Dietro, sua maestà Ghosts ‘n Goblins (per Amiga)

Annata 1989 e giù di lì, cantine Capcom

Ghouls ‘n Ghosts e il suo illustre predecessore Ghosts ‘n Goblins rappresentano la quintessenza della Parabola del Videogiocatore Bestemmiatore: sono noti per essere giochi di una difficoltà tale da fare enumerare tutti i Santi in colonna dal Calendario di Suor Germana, al ritmo di un rap bestemmiante da parte del videogiocatore. Riuscire a terminare almeno uno dei due giochi permette di guardare i videogiocatori di oggi, tronfi di una run a un Dark Souls qualunque, e dirgli “Torna a scuola, moccioso!”. [Momento sborone] Che ve lo dico a fare, li ho portati a termine entrambi e in diverse versioni, so’soddisfazzzioni. (ma hai cinquant’anni quasi…)(…sì, ma videogiocati bene!).

Graziati da una Capcom che in quegli anni (e fino al 1995) riusciva a fare miracoli con pani di bit e pesci di pixel, Ghouls ‘n Ghosts e Ghosts ‘n Goblins rappresentano un riuscito mix tra il serioso e la parodia, immersi in un’ambientazione medievale in versione “super-deformed” alla giapponese.

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Cojones Falls

Cojones-falls-by-RedBavon

La “Y” l’ho lasciata in onore di Wlle E. Coyote, che è l’ispiratore di questo cartello

Sul blog di Giancarlo Buonofiglio mi sto appassionando alla sua analisi, puntuale e magnificamente descritta, sulla livorosa popolazione del social network per antonomasia, FaceBook o, come lo chiamo io, FuckBurp. Vi gira infatti un sacco di gente fottuta nel cervello, che si esprime su qualunque-cosa, a maggiore ragione se non ne sa un’emerita ceppa, alimentado – come piromani in Aspromonte il 15 di agosto – delle flame-war  che potrebbero tranquillamente essere spente con un rutto. Burp! [mano a coprire la bocca] Pardon.

Se pensate che è una cosa che non vi riguarda perché i social network sono il Diavolo, allora raccomandatevi al Signore nell’Alto dei Cieli o a un qualsiasi altro Dio in cui crediate e, se non credete, trovatevene uno in fretta, perché ne avrete bisogno. I dati dei social network nel Digital in 2017 (Fonte: We Are Social e Hootsuite) sono impressionanti:

  • l’utente medio usa piattaforme social – mediamente – 2 ore e 19 minuti ogni giorno
  • 2.5 miliardi di persone accedono ai social da mobile
  • un nuovo utente ogni 18 secondi inizia a usare le piattaforme social

Questa l’estrema sintesi dei dati mondiali. L’Italia segue il trend, ma con tre peculiarità (Fonte: Digital in 2017: Southern Europe):

  • elevatissima diffusione di smartphone: l’85% della popolazione ne usa uno. L’Italia è al terzo posto nel mondo, preceduta solo da Spagna e Singapore;
  • il 52% della popolazione italiana accede mensilmente a piattaforme social (contro il 37%  della media globale)
  • Facebook è utilizzato da 31 milioni gli italiani al mese; il 74% di questi lo usa ogni giorno (contro una media globale del 55%)

Pensate ancora di potere sfuggire alle attenzioni di questi…”Amici”?

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#6 [by Tati, Zeus e RedBavon]

“Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto” così faceva dire Sergio Leone a Ramón Rojo rivolto a Joe in Per un pugno di dollari. Il problema qui è che l’Oste al massimo spara a mitraglia parole, non ha un fucile, mentre l’Ispettore la pistola ce l’ha! 

 Il cerchio si stringe intorno all’Oste con lo zampino dei Tre dell’Ave Maria de Nuestra Señora de Guadalupe, Reina de Mexico, Emperatriz de America: Tati, Zeus e RedBavon. Ammén.

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#5

Oste, non ti accadrà nulla di male

Prima di quella sera, le strade di Diaz e dell’Oste si erano incrociate un paio di volte. Niente di particolare o da essere segnato nei registri dei cattivi.
Il problema è che Diaz, sospettoso, si trovava a disagio di fronte all’Oste e alla sua masnada di ospiti fissi. Non sapeva se era per qualcosa che aveva sentito o qualcosa che aveva immaginato, ma la taverna era un luogo che stazionava fra il bianco e il nero secondo lui.
Come poteva lui, un gringo, avere una taverna qua?
E facendo fede al grande proverbio polacco “chi si brucia con la minestra, soffia anche sullo yogurt”, ecco che l’ispettore metteva un’occhio di riguarda a qualsiasi attività dell’Oste e di quel nanerottolo iperattivo di Narciso.
Scrupolo professionale, sia chiaro. Il Tenente Diaz voleva essere temuto per motivi irragionevoli e insondabili.
Il sigaro brilla mogio nelle mani ingioiellate dell’ispettore e la birra suda freddo sul tavolino del locale. La formalità, con quel caldo, era andata a farsi benedire e, senza pensarci troppo, Marcelo si leva la giacca elegante mettendo in mostra una camicia chiazzata di sudore e la mette sulla spalliera della sedia.
“Mierda” pensa Marcelo sentendo la camicia appiccicarsi alla schiena. Il bagnato del tessuto è viscido sulla pelle sudata dell’ispettore.
Quanto darebbe per potersi tirar via quella camicia schifosa, ma non può e perciò scrocchia il collo e assapora quel silenzio.
Quando sente che la tensione è salita al punto giusto, incomincia a sparare le due domande.

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#5 [by Tati, Zeus e RedBavon]

Graffiti sul muro di una stazione di Policia Federal a Oaxaca, Messico.
Foto: CIPO/RFM archives – https://intercontinentalcry.org

Sapete cosa odio di più? Odio sentirmi pronunciare questa frase “io ve l’avevo detto”. Io ve l’avevo detto:“Se poi si aggiungono Tati e Zeus, le cose non possono che andare…a ramengo.”. Eccone la prova.

Continua da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#4

La verdad?

Non sono passati neanche cinque minuti dall’uscita di scena di Cesar che l’ispettore Diaz, irrequieto nei vestiti pruriginosi, tira fuori il cellulare e compone velocemente il numero del suo compare.

A Marcelo Alejandro Diaz, ispettore, era venuta un’idea.

Qualche squillo a vuoto ed ecco che finalmente Cesar risponde. La conversazione è breve, poco più di uno scambio di battute, e poi finisce. Neanche un minuto dopo, la figura di Cesar è di nuovo fuori dal locale.

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Uai Uii iu? Why Wii U? Il perché della Wii U

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Visto che sono l’os(pi)te posso concedermi il lusso pure di commentare il post The Legend of Zelda in…Basic di Jaco72 con un post ad hoc.

Ho riletto il post dell’anno scorso sull’E3 e mi sono soffermato sullo scambio di commenti con Mastro Birraio e te.

Ci abbiamo preso!

Ciò che pensavamo di Zelda, che sembrava di lì a poco potesse fare rialzare la testa alla WiiU, si è avverato: slittato alla nuova NX, la Wii U ha fatto la fine degli “esodati”, un limbo di pena e ingiusta attesa. Una console impestata al lancio da un sistema operativo acerbo e lento, una batteria del pad dalla durata imbarazzante. La line-up al lancio senza “killer app”, con porting di terze parti raffazzonati e fuori tempo, a eccezione del “particolare” Zombi U: line-up così scarsa non la ricordavo dal lancio della PlayStation 2 con un Ridge Racer non all’altezza dei precedenti e Fantavision, un “simulatore” di…fuochi d’artificio. Nel suo breve ciclo di vita, l’assenza di franchise Nintendo importanti ha pesato: un Metroid come i Retro Studios comandano neanche con il binocolo, se non una versione per 3DS, che alla vista delle prime immagini mi ha fatto pensare che alla Nintendo si fossero definitivamente rimbambiti a buttare un simile franchise alle ortiche. Tuttavia, la Wii U, sebbene sia stata snobbata dai più e maltrattata dalle terze parti è una console che amo.

“Pochi ma buoni” potrebbe essere il concetto. Non vale più di questi tempi di consumismo, ma i suoi pochi titoli sono quasi all’insegna di un divertimento per certi versi “diverso”: intuitivo, immersivo, facile da sperimentare.

Tra le mie mura domestiche, è sicuramente la console più utilizzata dai miei due nani di 5 anni e me: Mario Kart Eitt (8), Yoshi Lana (così chiamano Woolly World), le corse con Sonic (& SEGA All-Stars Racing), il gioco dello scimmione (Donkey Kong Country: Tropical Freeze), New Super Mario Bros…Abbiamo finito Super Mario 3D World insieme! Insieme…In verità, mi usano tipo Game Genie: “Papà, quando è difficile, ci fai passare il livello…”. Sono usato come una di quelle cartucce piene di “trucchi”, così si chiamavano sulle riviste dell’epoca, perché era da ‘”ultima spiaggia” usare un trucco per vincere: non c’era onore e gioia, non c’era gratifica senza sacrificio, senza “trial and error”, a finire un gioco con i “cheat”; con quello che costava una cartuccia era una bestemmia usare un “trucco” per finire un gioco alla svelta.

Sui titoli di coda di Super Mario 3D World , avreste dovuto vedere l’espressione dei loro visi sorridenti e gratificati!

Mi sono rivisto bambino quando riuscivo a finire il gioco…Alla difficoltà più elevata per farlo durare di più. Ma perché vi tiro tutto ‘sto spiegone in salsa amarcord-familiare?

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The Legend of Zelda in…Basic

8-bit Encore: The-Legend of Zelda by thehookshot

8-bit Encore: The-Legend of Zelda by thehookshot

In un fottutamente afoso luglio dell’anno scorso varca la soglia di questa webbettola un altro losco figuro. Se ricordate la reazione del buon Samvise Gamgee alla vista di Grampasso nella locanda de Il Puledro Impennato, avete un quadro della situazione. Grampasso si rivelò essere il formidabile Aragorn, così Jaco72 – ok il nick sa di codice fiscale dimenticato 😉 – si è rivelato essere un fratello di joypad. L’E3 del 2015 è stato ispiratore di un post bandito dall’Accademia della Crusca e dall’Agenzia Italiana del Farmaco ai malati della sindrome TLDL (TroppoLungoDaLeggere). Un post di amore, passione, versamenti di bile e rodimenti di fegato per un Digital Event Nintendo, ribattezzato (We are not)Digital Dement. Jaco72 è tornato! E continua un discorso iniziato in uno tsunamico commento solo perché, vedendolo entrare, gli avevo detto: Aloha.

Se “Papersoft” vi dice qualcosa, se un listato Basic vi ha fatto perdere diottrie ed esclamare nel pieno della notte “Eppure il pixel si muove!” e alla nascita di vostra figlia , davanti all’incaricato dell’anagrafe, vi è baluginato anche per un nanosecondo l’idea di darle il nome “Zelda”…READY. PRESS PLAY ON TAPE

press-play-on-tape

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Viva il Messico! Ep. #11 – Tulum

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Tulum – uno scorcio del Mare dei Caraibi che bagna le ruinas (il sito archeologico)

5° día: Tulum

Noleggiamo un’auto, una Chevy Monza rossa, una specie di Opel Corsa tre volumi. Il tempo non è clemente: pioggia a scrosci, secchiate d’acqua e schiarite improvvise si alternano per tutta la strada tra Playa e Tulum, una cinquantina di chilometri. Ad agosto, in Messico il clima è molto variabile. Nella stessa giornata può succedere che piova violentemente per poi smettere con le nuvole che scompaiono d’improvviso e lasciano spazio al cielo compatto di azzurro e al sole che incoccia.
Alla guida il gruppo sceglie Lucio.

Itinerario da Playa a Tulum (zona hotelera). Clicca sull'immagine per andare su Google Maps

Itinerario da Playa a Tulum (zona hotelera). Clicca sull’immagine per andare su Google Maps

Arriviamo a Tulum senza problemi e lasciamo la strada principale dirigendoci verso la zona hotelera, che è distante qualche chilometro dal centro della cittadina. Imbocchiamo una strada da fare schifo ai muli! E pure alle capre di alta montagna.

Messico-Sian-Ka-an-01

Fosse stata tutta così…E già si ballava.

Siamo su una strada “bianca”, che non ha mai visto l’asfalto nemmeno in fotografia, ma nemmeno una manutenzione dai tempi dei Maya. La percorriamo a passo d’uomo, timorosi di sfasciare assi, pianale e avantreno a causa d’improvvise voragini nascoste sotto placide pozze d’acqua torbida. Anche le gomme sono messe a dura prova perché se pure eviti la pozza nel dubbio che sia profonda come la Fossa delle Marianne, la parte di strada utile è un lastrico di pietre disconnesse, alcune delle quali di dimensioni di un masso dai bordi taglienti.

Lucio guida con la perizia di uno slalomista di sci e il resto dei caballeros lo supporta come l’equipaggio di una nave in mezzo a un banco di iceberg: tutti con il collo stirato in avanti, gli occhi puntati sulla strada per tutta la sua ampiezza, alla ricerca di uno spazio percorribile o guadabile da un’auto utilitaria con le sospensioni di una macchinina Lego, con il timore che un solo graffio alla carrozzeria ci avrebbe portato a una fine prematura del viaggio a causa dei danni da pagare alla consegna del veicolo a Mérida.

La nostra destinazione è esattamente alla fine di questa strada: Ana y Jose, non un albergo, ma un insieme di bungalow sulla spiaggia, alle propaggini della riserva naturale di Sian Ka’an. Jimmy, il fratellone di Francesco, che già vi era stato, ce lo ha stra-consigliato: rinunciate a qualcosa, ma non rinunciate a un paio di notti da Ana y Jose. Giunti a destinazione, la sfiga del viaggiatore fai-da-te colpisce durissimo. Ci chiedono se avessimo prenotato, naturalmente “no” e, altrettanto naturalmente, la risposta è stata un altro “no”: tutto pieno.

Qualche anno dopo, mia sorella decide di calcare le orme di noi fratelli maggiori in quel dello Yucatan, non perché ammaliata dai nostri racconti, ma solo per sputtanarci per quel mucchio di balle che – ci avrebbe scommesso una discreta cifra – le avevamo raccontato a rullo. Le ho consigliato Ana y Jose e,  nonostante la sua cricca di amici non avesse prenotato, sarà perché parla spagnolo, sarà perché è una bella ragazza, li hanno accolti: ha confermato che è un posto meraviglioso.

Dopo tutta quella strada sconnessa, oltre alla schiena a pezzi, siamo fiaccati anche nel morale. Non c’è tempo da perdere, occorre trovare un’alternativa. Alla cieca.

Ripercorriamo a ritroso un tratto piuttosto breve di strada, ma durato un’eternità, fermiamo l’auto e scendiamo traballanti a causa dei continui sobbalzi, come se avessimo percorso a dorso di dromedario il Deserto del Sahara, dal Marocco all’Egitto. Decidiamo di stabilirci alle cabañas di Osho Maya Tulum.
Signori, l’effetto “milk-shake” o “frappè” svanisce all’istante: è uno spettacolo eccezionale!

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Qualcuno andò sotto il nido del cuculo e sparò Ep.#2 – Ecco i Killer!

Cuculo

Il cuculo…Che vi ha fatto di male? Vi sembra teso? Ha tutte le ragioni per esserlo.

Ornitofobia? Paura dei volatili?  Quando vedete il film “Gli uccelli” di Alfred Hitchcock non ci dormite la notte? Dei misteriosi “giustizieri” vi stanno rendendo la vita meno difficile: una strana moria di uccelli si sta verificando in città. Tutto è iniziato con i cuculi, ormai non se ne trova più uno, si è estesa poi a tutti i volatili. Così si pensava fino a poco fa, ma la dichiarazione del Questore al telegiornale nazionale ha svelato che gli inquirenti avevano il sospetto che non fosse una moria naturale, anzi avevano elementi che fosse, in qualche modo, indotta da uno o più individui. Quel “qualcuno che andò sotto il nido del cuculo e sparò” è stato finalmente individuato. Svelati i volti dei killer!

La città blindata dalle forze dell’ordine alla ricerca dei due superlatitanti, ai quali viene ascritto anche l’ultimo degli efferati crimini seriali, ormai noti alla cronaca come “Le stragi d’Er Cucularo”. Cento posti di controllo mobili sono disposti fra il centro e le periferie, cambiano ogni mezz’ora, segnalazione dopo segnalazione. Gli investigatori hanno messo a punto un piano di intelligence per accelerare i tempi della cattura e hanno mobilitato tutte le forze a disposizione: volanti dei commissariati e della squadra mobile, personale di stazioni e caserme dei carabinieri, gazzelle del nucleo radiomobile, elicotteri in volo continuo sui cieli della città e polizia a cavallo a pattugliare i giardini e i parchi, unità cinofile agli aeroporti, stazioni ferroviarie e delle corriere, persino la polizia postale a scandagliare Internet alla ricerca di una qualsiasi traccia, anche solo elettronica, dei due criminali a piede libero. Tutte le forze coinvolte hanno l’identikit dei killer, assassini silenziosi e spietati, abituati a portare a termine il proprio compito di sterminio del cuculo e di tutta la genie affine, comunque munita di piume e di becco.  Vi mostriamo  la foto in anteprima:
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Super Famicom: The Box Art Collection

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Parte #2 – Tutto quello che avreste voluto avere per il Super Nintendo e non avete mai osato chiedere.

Tra i tanti libri, saggi, illustrati sui videogiochi che ho letto, Super Famicom: The Box Art Collection conquista il podio più alto con il pugno chiuso contro il cielo, proprio come Tommie Smith in quel 16 ottobre 1968 ai giochi olimpici di Città del Messico. Senza scarpe, calzini neri, testa bassa, alfiere di una “razza” discriminata: i videogiocatori.
Questo libro sta ai videogiochi come Quarto potere, Casablanca, Via col vento, Luci della città, Ladri di biciclette al Cinema. E’ una testimonianza, vivida e palpitante, di un passato che ci ha reso i videogiocatori che siamo oggi e, con noi, il medium che ha raggiunto 1,2 miliardi di persone nel mondo e il 50% della popolazione italiana.

Super-famicom-art-book_PSYCO-DREAM

Inizia il mio Psyco Dream…

Welcome to my Psyco dream…

L’altra sera rientrando a casa, saluto i miei cari, o meglio, saluto la mia consorte, perché i miei due nani di cinque anni sono rapiti da un importantissimo episodio di un cartone animato a caso. Giornata particolarmente faticosa e non riesco nemmeno a rimproverarli amorevolmente – “Tesoriiiii! Sono a caaaaasa….(cit. Jack Nicholson in “Shining”) – al fine di estorcergli uno di quei bavosi bacetti, di cui ammetto la tossico-dipendenza.

Quando la coda dell’occhio mi va su un plico appoggiato un po’ distrattamente da una parte, non il solito luogo dove riponiamo la posta.
 Un pacco postale di discrete dimensioni, di quel colore marrone-cartone che mi fa tanto “E’ arrivato Babbo Natale!” e invece è solo giugno.
 Segue la mia solita apertura feroce, spargendo intorno brandelli di cartone, come arti e assortite frattaglie di un incauto turista imbattutosi in un leone che non mangiava da una settimana. Storie ordinarie di sfiga o turista “fai-da-te”, no Alpitour.
 Con lo sguardo pieno di soddisfazione beota di un bambino che ha scovato il luogo (ex-)segreto dove i genitori nascondono gli ovetti Kinder, che gli somministrano solo se “fai il bravo”, fisso la meraviglia di libro che ho tra le mani:

Super Famicom: The Box Art Collection.

Perché per una recensione di un libro ho scelto come introduzione il racconto di un giorno come tanti di un borghese piccolo piccolo? Per una volta, non è farneticazione gratuita, ma un senso ce l’ha. Vasco docet.

RedbaVoight-Kampff Test: se nel paragrafo precedente il vostro cervello ha registrato due titoli di film nascosti nel testo, siete in perfetto sincrono con chi scrive e sono certo che troverete soddisfazione in ciò che segue. Per gli altri e gli agnostici: abbiate fede.

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Super Nintendo: come gli idraulici conquistarono il mondo con “certi” funghetti

Controllers (c) Javier Laspiur - https://www.behance.net/gallery/17027353/CONTROLLERS

Controllers (c) Javier Laspiur

Parte #1 – Tutto quello che già sapete sul Super Nintendo e, anche se non ne sapete nulla, preferireste restare ignoranti.

Come oggi la “pleistescion” (si legge come si scrive…), per tutti gli anni ’80 e ’90 Nintendo era indiscusso sinonimo di “videogioco”. Non a caso la Playstation è nata da un accordo non concluso tra Sony e Nintendo.

Essere un fan Nintendo in Europa all’inizio degli anni ’90 non era però così facile.

La prima console casalinga di Nintendo è il Famicom (1983), in Occidente noto come “Nintendo”, in gergo “NES”, abbreviazione del pomposo “Nintendo Entertainment System”, fece autentici sfracelli: lanciato negli USA, come regalo del Natale 1985, esisteva solo il Nintendo con una quota di mercato di poco inferiore al nostrano monopolio di Stato sulle sigarette; la macchina concorrente prodotta da Sega, il Master System, era riuscita a battere Nintendo solo in Brasile, unico caso al mondo. In Italia, arrivò tardissimo, alla fine del 1987, quando ormai la Commodore aveva sfornato quel gioiello di home computer che era l’Amiga 500; al confronto, il Nintendo era una macchina decisamente obsoleta.

Consideriamo poi che i genitori della famiglia media italiana, da quando apparvero sul mercato i primi home computer e cioè nel 1980 il Commodore VIC 20, reputavano queste macchine utili per la formazione dei figlioli, mentre la console di videogiochi era uno spreco di soldi, con il rischio di mandare in pappa il cervello dei figli: una droga “rovina-figli” in chip e circuiti. Poi qualcuno mi spiegherà come il mitico Commodore VIC 20 potesse essere utile con i suoi 5 Kbyte di memoria, miseri anhe all’epoca, e il Basic come linguaggio di programmazione. Misteri del marketing, rimorsi di coscienza collettivi e lavoro per psicologi, quelli bravi.

Agli inizi degli anni ’90, quindi, dopo che Sega aveva distribuito con grande successo il Mega Drive, il popolo dei videogiocatori aspettava il successore del Nintendo, come gli Ebrei aspettavano la manna nel deserto del Sinai. Per la precisione, il popolo dei videogiocatori era diviso all’epoca tra fan della Nintendo e fan della…Sega (nessuno è mai diventato cieco): una rivalità accesa per i soliti – triti e ritriti nella Storia dell’Umanità – futili motivi. Sta di fatto che i fan Nintendo fremevano per spernacchiare i fan della fazione opposta (così non offendo il senso del pudore di nessuno): ciò avvenne puntualmente perché la macchina Nintendo si rivelò essere una Cosa dell’Altro Mondo.

Avendo avuto (e amato) entrambe le console, la differenza non era tale da stracciarsi le vesti, ma tecnicamente il Mega Drive aveva qualche deficit, tranquillamente superato quando i chip venivano spremuti da team talentuosi e creativi.

Essere un fan Nintendo in Europa all’inizio degli anni ’90 non era così facile.

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Never Alone. When the videogame gets serious, the serious get videogaming

Una volpe artica e una bimba Inuit i protagonisti di Never Alone

Una volpe artica e una bimba Inuit sono i protagonisti di Never Alone

When the videogame gets serious, the serious get videogaming. I videogiochi possono insegnare qualcosa?

Non esiste una definizione univoca di “serious game”, tuttavia l’accezione più comunemente utilizzata è quella di un software che contiene tutti gli elementi del Videogioco, in primis il “gameplay”, ma ha finalità differenti dal solo intrattenimento, che possono essere le più varie tra cui anche quella di favorire l’apprendimento.

Quando l’apprendimento basato sul gioco viene utilizzato in maniera efficace si raggiungono obiettivi più alti della semplice facilitazione poichè diventa un modo di apprendere più coerente con il punto di vista e la predisposizione dell’allievo grazie a:

  • valorizzazione degli errori
  • apprendimento collaborativo
  • apprendimento visivo (attraverso le immagini)
  • obiettivi progressivamente sfidanti

Essenziale per la riuscita di questo processo è garantire l’immersività: l’allievo/videogiocatore non deve percepire nell’esperienza una distinzione tra contenuti ludici e contenuti formativi.

Immersion-Experience

Cliccare per ingrandire

Never Alone contiene tutti questi elementi ed è una favola raccontata attraverso un videogioco, che fa conoscere la cultura di un popolo abitante in una delle zone più remote del pianeta: gli Inuit dell’Alaska. Un videogioco accessibile, più interattivo di un libro, più divertente di un documentario. Un’esperienza da condividere anche con i propri figli.

Il titolo originale è Kisima Inŋitchuŋa, che in lingua Iñupiat si può tradurre in “io non sono solo”. E’ il primo videogioco realizzato da uno studio di sviluppo il cui 100% è di proprietà di indigeni degli USA. Attinge fortemente alla tradizione degli Inuit, parola che significa “uomini/umanità”, ma non è un moderno divertissement di esotico folklore: è una metafora della vita che passa attraverso la narrazione interattiva, ne dà un’esperienza fortemente evocativa ed empatica, attingendo a un atavico senso di sopravvivenza ed esperienza di successo, a patto che sia perseguito come comunità.

Never Alone, mai soli…Un messaggio di condivisione e comunione in controtendenza con l’individualismo e la paura del “diverso”.

Nella Summer Sale di GOG.com a meno di 5 euro.

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To The Moon. When the videogame gets serious, the serious get videogaming

To-the-Moon-cover

Se amate i videogiochi o se vi fanno ribrezzo, giocate To The Moon. Un capolavoro, una storia scritta con il cuore, una colonna sonora che apre il cuore. Se non ricordate di averne uno, ve lo farà battere. Sui titoli di coda potrebbe venirvi perfino da piangere, come è capitato a me.

Il Videogioco è il fratello scemo del cinema. Il Videogioco è di certo un medium poco considerato come mezzo che possa contribuire alla crescita e all’arricchimento dell’individuo. A eccezione di momenti in cui un fatto di cronaca o un “buco da tappare” nel giornale di turno riporta il Videogioco sul palco e sotto i riflettori come il “il mostro da sbattere in prima pagina”, grazie a persone disinformate e la stampa che fa spesso confusione tra Videogioco e violenza reale.

La crtica si esprime nei confronti del Videogioco in modo più severo rispetto alle altre Arti, ammesso che il Videogioco vi rientri tra le discipline artistiche, ma ciò non sembra. Considerato che l’interattività è una sua peculiarità e pertanto non è uno strumento puramente contemplativo, ritengo che non esistano critiche totalmente ingiustificate nei confronti di contenuti particolarmente delicati, sempre che ciò non equivalga a una censura a priori o pregiudizi frutto d’ignoranza del medium. Quelle rare volte che ci s’imbatte nella fatidica lancia spezzata, non nelle reni, ma a favore del Videogioco è quando si parla di “serious gaming”, cioè videogiochi che contengono elementi educativi, realizzati a supporto di certe disabilità o sviluppo di certe facoltà, basati su vari modelli pedagogici, dalla psicologia comportamentale, all’apprendimento esperienziale.

Prossimamente dedicherò un approfondimento al “serious gaming”, ma non sono dell’idea di separarlo dal Videogioco tout court: Caino e Abele è un’altra storia. Distinguere tra “quello buono” e “quello cattivo” può essere utile se si parla di colesterolo,  è invece inutile creare dei “serious games” quando i “giochi seri” (per milioni di dollari ed euro) sono altri, differenti. Il “serious gaming” non va sviluppato solo come segmento di mercato a parte o per fini specifici (si pensi a Food Force),  ma deve entrare nel videogaming dalla porta principale, cioè implementato nelle produzioni “tripla A” e “indie”.

Un esempio calzante è To The Moon, un videogioco “indie”, che affronta tematiche delicate come la malattia, la Sindrome di Asperger, la morte.

Se non amate i videogiochi, dovreste davvero continuare a leggere: una storia intensa, toccante, scritta e raccontata meravigliosamente, vi prenderà per mano, letteralmente con il mouse e la tastiera…Fino alla Luna.

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Guerra agli spammer! Sterminiamoli

Blanca Suarez per Intimissimi 2013

Se una crestura simile a questa dovesse spuntare nella vostra posta elettronica e invitarvi a cliccare su un link per entrare a fare parte dei tuoi contatti, state attenti. Diffidate.

Ma si può?!?! Ma si può?!…

C’è un nuovo virus. E fino qui nulla di nuovo sul fronte occidentale. Il bastardo invia messaggi imbarazzanti ai vostri contatti. Un paio di anni fa, aveva fatto strage un “virus” su Android che inviava immagini di tuoi amici e contatti, invitando a cliccare per vedere la foto. Ma per quale motivo dovresti cliccare?

Condivido la sintesi di Mauro:

virus-facebook

Sante parole, ma anche tanto buon senso comune. Internet non è il Paradiso e, nella vita quotidiana, se di notte, in un vicolo buio e deserto (poi mi spieghi come ci sei finito) ti si fa incontro un losco figuro incappucciato, di cui non riconosci nemmeno il viso, non è che gli vai incontro e lo abbracci. Al massimo, se accenna a rivolgersi verso di te, alzi le mani, gli dai il portafoglio, lo smartphone, le scarpe, le chiavi dell’auto, le chiavi di casa, quelle mie, di mamma e di mio fratello…Io almeno farei così. Nel mio caso tentare la fuga è inutile, sarebbe più facile resistere ai Borg.

Un punto del corretto decalogo di Mauro per difendersi dagli spammer, però, mi ha fatto scattare la scimmia antenata dell’Angelo Sterminatore: “non accetto amicizia da tettone che non conosco”.

E basta, però! E’ il momento di dire basta agli spammer!

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Cheap’n fun: i saldi estivi di GOG.com

fish_and_chipsUn’assurda storia di frittura e videogiochi. L’olio ve lo dovete portare da casa. Mejo quello de’ mamma.

In questa rubrichetta di grandi videogiochi a prezzi piccoli è arrivato il momento dei saldi estivi – Summer Sale 2016 – di GOG.com, acronimo di “Good Old Games”, rinomato portale di distribuzione digitale, nato per offrire in edizione digitale e senza protezioni DRM i “buoni giochi di una volta”, i vecchi classici di quando – per liberare quei dannati 640K della memoria convenzionale del DOS – dovevi recitare le messe nere ed essere addentro a riti esoterici di divinità innominabili. Innominabili, ma non per molto.

Tali divinità, sia che fossero nei testi sacri dell’Antico Testamento sia nel Necronomicon, venivano puntualmente nominate, anzi elencate a mò di Massimo Comune bestemmione Denominatore del Bene e del Male, insieme a tutta la schiatta di santi, santini, puttini, arcangeli, demoni, arci-demoni e satanassi: nonostante tutta la memoria “liberata” –  il programma continuava ad andare in crash a causa di una Soundblaster figlia di un Centro sociale occupato, che tendeva ad appropriarsi abusivamente di IRQ già assegnati. “E mò c’ ‘o cazzo ce cacciate” (cit. Curre Curre guagliò – 99 Posse)

Il Summer Sale di GOG.com sta all’hardcore gamer come uno “svuota tutto da Hermès, Birkin e Kelly a 50 euro!” sta alla fashon victim.

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Sorrisi penitenziali

Gentilmente concessa da un amico, la foto del cartello esposto in una chiesa “La quota per la partecipazione al convegno Preghiera e digiuno è comprensiva dei pasti” fa alzare più di un sopracciglio e affiorare sulle labbra un sorriso. Se è vero che in tempo di Quaresima è prevista l’astinenza dal consumo di carni almeno il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo, ciò non significa che il buon cristiano possa abboffarsi di pesce, uova, latticini e ovetti Kinder. Attraverso i secoli, è andato consolidandosi l’uso che quanto si risparmia con il digiuno venga destinato ai poveri e agli ammalati. Un convegno su “Preghiera e digiuno” che include i pasti nella quota di partecipazione e la rassicurazione della qualità delle libagioni a cura di un Caffè che “sbandiera” la propria tradizione fin dal “lontano” 1990 (in tempo di crisi, bella prova di resistenza, zzzio!) rischiano di dare un messaggio clamorosamente opposto e di allontanare dalla sobrietà di un genuino spirito penitenziale.

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Colori Proibiti

Forbidden Colours - Foto © Claudio Bava, 2008

My Love Wears Forbidden Colours

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sruoloC neddibroF sraeW evoL yM - foto © Claudio Bava, 2008

Kaori Muraji                     Ryuichi Sakamoto

Arigatou gozaimasu

Forbidden Colours. La voce di David Sylvian si intreccia sensualmente alle note della musica di Ryiuchi Sakamoto. A ogni tocco di tasto sembrano scavare  nell’anima, vibra, freme, quasi ne “rabbrividisce” my hands in the soil, buried inside of myself Si contorce, ma ne desidera ancora. Un suono di passione potente e gentile allo stesso tempo, che arricchisce ogni volta che la ascolti e ti converte ineluttabilmente al suo “credo”: My love wears forbidden colours.

COLORI PROIBITI

Traduzione (come la sento addosso) di Forbidden Colours di David Sylvian e Ryuichi Sakamoto.

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IL videogioco di Star Wars te lo dò io! Millennium Falcon.

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana...

Voi ve ne stavate buoni buoni per i fatti vostri, esercitando la tranquilla attività di trasporto merci da un sistema all’ altro, di pianeta in pianeta, un pò di contrabbando per arrivare a fine mese, quando un giorno incontrate due tipi qualunque, un certo Luke e l’ altro, Obi Uan… E da allora sono iniziati i guai.

Dall’esaltazione della notizia di un nuovo gioco di Star Wars in preparazione affidato da Electronics Arts a DICE, alla recente semi-delusione della “forma” che sta prendendo, con una dose massiccia di megalomania e presunzione, mi accingo a mantenere la promessa, potessi essere buttato nel Pozzo di Carkoon e digerito dal sarlacc in quel migliaio di anni che ci mette (fa paura a vedersi, ma poverino ha uno stomaco delicato e soffre di riflusso gastroesofageo):

IL videogioco di Star Wars ve lo dò io!

Tale sicumera, conoscendo la spietatezza della popolazione Internet, può significare solo due cose: chi la manifesta è dedito a pratiche – per quanto virtuali – sadomasochiste o è, semplicemente, pazzo. Assicuradovi che non mi piacciono nè completino in latex simil Catwoman-di-Voghera nè frustini, date allora fiducia a questo pazzo e continuate a leggere, almeno per farvi quattro risate o, piuttosto, sfogare il vostro turpiloquio e disprezzo nell’area apposita del commento.

Che la Forza sia con me, vi presento il videogioco di Star Wars che ho sempre voluto e che oggi oso pure chiedere: Star Wars Millennium Falcon.

Il Millenium Falcon nella Battaglia di Endor

La Battaglia di Endor

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Bile verde d’Irlanda

Inishowen (Irlanda)

Avete presente la tag cloud di questo blog? Se hai aggrottato le ciglia e e leggermente inarcato le labbra con una smorfia, non ti preoccupare perchè è colpa mia: in una frase ho usato un verbo e una parola in italiano e TRE in inglese. Ma i “colonizzatori” non eravamo noi del Vecchio Continente?…Sì ma al tempo di Adriano. Sarà stato intorno alla metà del II secolo dopo Cristo, insomma un paio di migliaia di anni orsono.
Sì insomma la “nuvola di etichette” (mammmamiabbbella in italiano non si può sentire…) cioè quella parte sul bordo destro dello schermo sottostante alla scritta “Facimm’ Ammuina” (“Facciamo casin…confusione“). Ci siete?…Bene, notate che vi sono parole di dimensioni diverse: si tratta delle parole-chiave più usate per contrassegnare l’argomento di un post; più grande è il carattere, maggiore è la frequenza di utilizzo all’interno del blog. Ebbene, una delle prime parole che risalta da quest’ammucchiata è: “amore”. Dalla retina questa informazione passa al nervo ottico in meno di una frazione di secondo,  viene trasformata in impulso elettrico, che raggiunge il cervello e lo manda d’emblée in uno stato di “guru meditation

Ma non è che ‘sto blog sta diventando un povero, malscritto e scalcagnato e-mulo di certa letteratura ‘rosa’ di consumo? Quella parola va usata con una certa parsimonia. Racchiude in sé una potenza incontrollabile e devastante. <Tasto sinistro del mouse> Il cervello si riavvia.

Inizia una discussione animata tra pensieri che si affollano e scalciano, la solita buriana che precede questo sbattimento di tastiera e l’imbrattamento di questo spazio. Ne viene fuori che su questo blog, casualmente ma con una certa regolarità, fanno la loro apparizione due personaggi, Il Tabagista e Disco Boy, che – a un’analisi “di superficie” – hanno in comune una certa sfiga con l’amore; in realtà, sono due tossicodipendenti di questo sentimento che provano per una donna. “Tossicodipendenti”: non vogliono separarsi da quel sentimento, sia nel caso in cui l’amore non sarà ricambiato sia nel caso in cui la strada-insieme a quella donna un giorno s’interromperà. Si nutrono di tutto ciò che è o è stato a causa di quel sentimento. Non finisce mai, completamente.

Recuperata un pò di serenità e lucidità, riesco a convincere la contro-parte “incidentata” nel mio cervello ad addivenire a una constatazione “amichevole”: nell’usare quella parola non viè stata nessuna sdolcinatezza, nessuna retorica né ruffineria; solo un tentativo genuino – se volete, maldestro – di raccontare. Ma a quel punto, scatta in quella parte di cervello ancora poco convinta, la proposta indecente e provocatoria: sai scrivere dell’amore-al-contrario? Sì, certo: E-R-O-M-A!…E risuonò un boato la cui eco venne percepita in ogni affratto del corpo, dall’unghia dei mignoli a tutte le doppie punte (?)[ma perchè i maschi non ce l’hanno?!?]: DE-FI-CIEN-TE.

Per ripicca, senso di sfida ed esercizio di pesca nel mio torbido, recupero il lato oscuro di certe emozioni e sensazioni, cose che uno non vorrebbe toccare e che è bene restarvi a contatto un tempo breve. Cerco aiuto al mio italiano crocifisso in una vecchia canzone di Claudio Bisio, “Rapput”, da cui traggo il ritmo e la struttura.  Ne è venuta fuori una storia di rancore, distacco, ira, delusione, travasi di bile. Ma non solo.

Avvertenza: non sono mai stato in Irlanda, non conosco nessun irlandese né tantomeno ho pregiudizi nel confronto di questo o altri popoli, il verde è il mio secondo colore preferito. Nessuna donna è stata maltrattata nè prima, nè durante nè dopo la scrittura di questo post.

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Scol…legato [Doing The Unstuck Remix]

Il mio biglietto

“Unstuck” in inglese significa “scollato”, “scollegato”, può essere usato riferendosi anche a uno stato mentale, emotivo. Coincidenza: una delle mie canzoni preferite è Doing the Unstuck e, altra “coincidenza”, è una canzone di The Cure. Il detective Malone, spegnendo nervosamente nel posacenere la sigaretta ancora a metà , direbbe al panciuto Ispettore con bretelle e sigaro “Una coincidenza è una coincidenza, una serie di coincidenze…sono dei precisi indizi”. Malone alzò il bavero dell’impermeabile stropicciato, si aggiustò la falda del cappello – senza cappello non andava nemmeno al bagno – si accese un’altra sigaretta, T’LAC, zaffata di fumo e voltandosi con un cenno salutò l’Ispettore che ricambiò: “Malone, smettila di fumare…ti fa male” e tirò profondamente il mezzo sigaro serrato tra le sue carnose labbra.

A parte i guasti di L.A.Noire sulla mia debole psiche, è piuttosto naturale che ognuno riconosca in un dato momento i suoi stati d’animo in una canzone e affidi la non banale “traduzione” delle proprie emozioni a versi e musica di qualcuno che lo sappia fare, quantomeno sia del “mestiere”: nel’Ottocento i poeti, nel frenetico XXI secolo abbiamo sdoganato pure i cantanti. Doing the Unstuck ha quasi vent’anni, è contenuta nell’album Wish (aprile 1992) e, andando a cercare conferme del testo originale sul libretto del Cd – perchè Internet è bello e caro, ma girano certe “banfe” – mi sono accorto che gli anni sono davvero passati visto che il testo, scritto in un carattere corpo piccoloMApiccolo, mi ha creato qualche difficoltà nella lettura. Dato che la mia cache di memoria è solo di 5 miserelli Kbyte, come il Commodore VIC 20, devo perforza leggere il testo di una canzone per cantarlo e da (più) giovane ricordo di averlo fatto, ballando selvaggiamente, parecchie volte con questa canzone: leggevo e cantavo, mentre saltellavo scoordinatamente. Oggi aleggia lo spettro dell’occhiale bifocale o il doppio occhiale con il laccetto al collo..I will survive!

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Habemus L.A. Noire

Scorro un giornale lasciatomi da mia sorella, Internazionale, è il n. 898 del 20/26 maggio, una prima lettura un pò veloce, la mia prima lettura è sempre uno scorrere a ritmo sincopato, gli occhi scorrono le pagine velocemente e  all’mprovviso s’arrestano e indugiano, per poi riprendere la propria (s)corsa, veloce e selettiva. Lo faccio sempre con un giornale nuovo: immaginate di trovarvi davanti a un bel buffet di antipasti,  vi aggirate spiluccando qui e là, poi decidete di puntare decisamente su quei frittini all’italiana che cucinano a richiesta sul posto e ti consegnano caldicaldi in un bel “cuoppo” di carta oleata! Così, giunto a 2/3 della rivista, a pagina 74, si legge “Videogiochi, Un kolossal per consolle”. L’occhio frena, torna poco indietro, rilegge e legge anche il nome della rubrica: “Cultura”... … resto così sorspeso (=sospeso+sorpreso) che mi mancano non le parole, ma pure i puntini di sospensione!

Il sottotitolo recita: “In L.A. Noire, la nuova imponente produzione della Rockstar Game, recitano quasi quattrocento attori”. E’ la recensione  di L.A. Noire, l’ultima creazione di Rockstar Games, la stessa autrice di GTA, la serie più chiacchierata e vituperata dai media, dai censori e dalle Associazioni di Genitori. L.A. Noire  è un altro centro per Rockstar, un successo sia di critica sia di vendite: 1,6 milioni di copie nella prima settimana.

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L.A. Noire, un thriller interattivo che sarebbe un crimine perdere.

“Combattiamo con un nemico senza volto in una terra di nessuno” (The Black Dahlia di Brian De Palma)

In L.A. Noire impersoneremo Cole Phelps, un veterano della Seconda Guerra Mondiale decorato con la “Silver Star” a Okinawa, e ora – 1947 – investigatore della polizia nella Città degli Angeli. L’ambientazione è l’America degli Anni ’40, durante il boom dell’immediato dopoguerra, atmosfere tanto care al genere “hard-boiled“. Gli autori si ispirano a un efferato omicidio realmente accaduto (e rimasto irrisolto) noto come il “delitto della Dalia Nera”: Elizabeth Short, una giovane aspirante attrice soprannominata “Dalia nera” per la sua preferenza di vestirsi con abiti di colore nero, fu ritrovata morta a Los Angeles in Leimert Park, il suo corpo nudo era squarciato all’altezza della vita e presentava evidenti segni di tortura. Era il 15 gennaio 1947: aveva 22 anni. Nel 1947, delle 119 persone uccise a Los Angeles 32 erano donne e 5 cadaveri riportavano segni di violenza e mutilazioni tanto da fare pensare a collegamenti con il delitto della Dalia Nera e a un serial killer. Fortissima fu l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica sul caso, tanto da ispirare un’abbondante produzione di film, romanzi, puntate di serial televisivi, canzoni e, anche l’ultimo dei media arrivati, videogiochi.

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Era de maggio…

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Era de maggio. Inizia così il primo post di giugno. Se la consecutio dei mesi è banale per molti, non lo è per me. Vi assicuro.

Inizia con il titolo di una bellissima canzone della tradizione napoletana, in giro c’è una stupenda versione interpretata da Battiato. Da brividi lungo il lungo collo, gigggiù luuuungo la schiena. E sapete che vi dico: me la ascolto in contemporanea al fluire dei pensieri che mi hanno tirato fuori dal letto e sbattuto davanti allo schermo a quest’ora (bas)tarda a metà tra la notte del giorno prima e le primissime ore del giorno dopo.

Maggio. E’ da qualche anno che mi perseguita. Una persecuzione a base di gioia, tristezza terribile, piccoli sorrisi, un sorriso poco più ampio e di nuovo tristezza. Come mi ripeto, la vita è un integrale con la curva che sale e tocca i punti più alti nei momenti di felicità e precipita nei punti più bassi nei momenti di tristezza. La formula dell’integrale non la conosco vuoi perchè i miei due esami di Analisi (matematica) sono i miei punti più bassi del libretto universitario vuoi perchè la vita è troppo complessa per ridurla a una formuletta.

Potrei fare inziare il mio anno da maggio e festeggiare il CapodiMaggio, proprio come il resto del mondo – a parte i cinesi – a dicembre. Il primo di maggio inizia una strana trepidazione, con l’ansia dell’attesa che monta, un’attesa non si sa bene di cosa, un misto di sensazioni, dolci e amare, l’ansia dell’incertezza di ciò che ci attende, la trepidazione del superamento di una tappa, in un modo o in un altro. Montano le sensazioni e i pensieri, fanno a gara a scavallare gli uni sugli altri. Una rissa emozionale. La conseguente confusione lascia perplessi, ma allo stesso tempo scalpitanti, frementi. Via via che passano i giorni, tutto s’ impasta, inizia a formare un “malloppo” di pasta che lievita, lievita, lievita e riempie tutti gli interstizi all’interno. I ricordi sono il lievito. I ricordi belli, quelli brutti forniscono quella forza all’impasto che altrimenti, in altri momenti dell’anno, sarebbe rimasta inerte. Vallo a spiegare alla gente perchè pubblichi post a ora da vampiri. E che non ho “digerito”, m’è rimasto un peso sullo stomaco. Lo stomaco…la sede dell’anima per i giapponesi. Forse hanno ragione.

I giorni di maggio passano a un ritmo che assomiglia a quella musica favolosa di Ravel, il Bolero: una musica che fa venire voglia di ballare, anche se a fare il maniaco in attillata calzamaglia non mi ci vedo, una musica che ti rapisce in un crescendO di suoni, archi e ritmo ta-taratatà-taratatà-taratatatatatatà , i fiati iniziano piano piano piano, in sottofondo gli archi e l’arpa cadenzano un ritmo al limite dell’ossessione, ta-taratatà-taratatà-taratatatatatatà , e così archi e fiati si rincorrono, s’incrociano, si rispondono, uno sempre un po’ più forte dell’altro, fino a diventare una melodia chiara, netta, limpida cresce cresce cresce cresce e diventa un trionfo!

Un trionfo di sensazoni, pensieri, ricordi ed emozioni, nel bene  e nel male, che trova la sua naturale fine nel Capodanno o, meglio, nel CapodiMaggio.

Il CapodiMaggio è il 21. E il botto è forte. Piedigrotta, al confronto, è una miccetta sparata da un bambino. Non c’è spumante o champagne, non risuonano tintinnii di calici o voci  di auguri. Solo un roboante…silenzio.

E diceva: “Core, core!  Core mio luntano vaje:  tu me lasse e io conto l’ore chi sa quanno turnarraie!”

E’ sempe ‘e maggio.

Era De Maggio (versi di Salvatore di Giacomo, musica di Mario Pasquale Costa, interpretata da Franco Battiato )

Al mio papà e agli zii che quest’anno gli sono andati a fare compagnia. Log…out.

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Come Colombo (nè il tenente nè l’uovo)

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Life in Technicolor

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Onda sonora consigliata: Life in Technicolor (Viva la Vida…, Coldplay)

Territori del Nord-Ovest. Sorvoliamo i Territori del Nord-Ovest. Anche se da circa 40.000 piedi d’altezza (dividete per 3 se vi trovate meglio con i metri), la costa frastagliata e spruzzata di neve è familiare. No, non faccio il saputello in geografia, ma avrete giocato a Risiko anche voi almeno una volta?!? Poi dicono che giocare non è educativo.

A 1700 km da New York, a poco più di un paio d’ore dalla meta, poco meno dell’ultima volta che sono rimasto bloccato nel traffico di Roma, non sembra nemmeno che sia così lontano. Sarà che mi piace volare (non mi è nuova questa…), sarà che – a parte il decollo e l’atterraggio – il viaggio su questo AirBUS è più tranquillo di quello su un AutoBUS: meno calca, meno buche, meno frenate brusche, meno ansia da “permesso-permesso-devo-scendere-permess…” SLAM! Portata in faccia!Si scende alla prossima…

Centonovantuno pagine lette di un soffio, un libro sul volo AZ-610 Roma-New York, prestato da un caro amico con medesima aeronautica passione.

Una lettura conservata apposta per quest’occasione, un’esperimento di lettura emotiva: mentre stai leggendo, lo stai vivendo.
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La giraffa del bisnonno Claudio…su Lonely Planet!

Giraffa del bisnonno ClaudioIn un afflato di megalomania, mista a vanagloria, nonchè botta di altruismo (I’m feeling dizzy…), in quel di gennaio scorso, inviai alla community di Lonely Planet un estratto del blog gemello di questo umile che state leggendo. Estratto rimaneggiato (ma poi manco tanto) per il GrandePubblico che la Lonely Planet aveva dichiarato di volere pubblicare, ma che era sparito nelle nebbie di Avalon. Domandare è lecito e io ho domandato, rispondere è cortesia e la Lonely Planet ha risposto: c’è stato un disguido tecnico, sarà online e così lo ha pubblicato! Ha pubblicato senza tagliare, mantendo integro il bavastyle che tanto dà pena alle vostre cornee. Anzi, con certa personale soddisfazione, ha colto lo spirito dell’umile contributo e lo ha titolato di propria sponte con un bellissimo:”La giraffa del bisnonno Claudio
Orsù non indugiate oltre, cliccate sul link: bene che vi faccia, farete un giro per il mercato dell’artigianato di Victoria Falls; male che vada, mi farete diventare il più cliccato del sito.

“Il mondo è mio!”

Si ringraziano in ordine rigorosamente sparso:  Lonely Planet, tutti i compagni del viaggio, He-Man (Masters of the Universe, 1983) e tutti quelli che mi supportano e sOpportano. No perditempo (basto io)