Bolero metropolitano

Giornata di lavoro al suo termine. L’estate è appena iniziata, il caldo ti avvolge non appena fuori dai locali dell’ufficio: il contrasto con l’aria condizionata dell’interno eleva ancora di più la sensazione di calore. Sembra di esserti infilato in un forno. Quando entri nell’automobile il forno è già giunto a temperatura: “Inserire il cibo fino alla cottura”.

Ti muovi perciò con difficoltà e a disagio, come se non ne avessi veramente voglia. L’automobile ferma al parcheggio è ormai un forno già portato a temperatura. Se a volte ci coglie l’impressione di essere dei “polli in batteria”, l’automobile in queste condizioni ne è la conferma: è l’invitante girarrosto delle rosticcerie di quartiere che espone dorati polli infilati nei lunghi spiedi nel loro ipnotico moto circolare, apparentemente perpetuo.

La stessa strada percorsa al mattino ci attende, i veicoli vi circolano con un inerziale caos. Il traffico metropolitano è una costante ineluttabile: l’unica variabile è quanto sarà intasato. Gli stessi piccoli gesti, tanti piccoli gesti tutti uguali ma in direzione opposta a quelli del mattino. Nostra signora e padrona “Routine” si prende gioco di noi ispirandosi alla punizione eterna che Zeus inflisse a Sisifo.

Il viaggio di “andata” è “a vuoto”. Al ritorno sei a pieno carico: ti trascini dietro tutto il peso della giornata. Come un corpo alla deriva nello Spazio, ti muovi per inerzia, perché alle ore-diciotto puoi smettere di lavorare. Per oggi può bastare.

Come il pilota esegue automaticamente la procedura di controllo dei sistemi di bordo prima del decollo, spegni il PC, spegni il monitor, ti alzi dalla sedia, lanci un’ultima occhiata alla scrivania e poi tutto intorno; esegui i consueti controlli di routine prima del distacco dall’ufficio: le chiavi dell’automobile, le chiavi di casa, il telefono, il portafogli, le chiavi di casa, le chiavi dell’automobile. Al ritorno sei molto più paranoico che all’andata.

T’incammini verso l’uscita. Timbrata di rito: l’orologio digitale segna “diciannove e cinquantatre”. D’estate il sole tramonta tardi.

Le gambe sono state le prime a muoversi, il corpo le ha seguite, tu assisti dal di dentro allo svolgersi della procedura automatica di atterraggio di Goldrake: Actarus smonta dal robottone alla fine della routinaria missione-va-distruggi-il-male-va.

Dall’immoto Mare dei Sargassi di pensieri liquefatti, d’un tratto un ricordo gorgoglia agitando la superficie piatta con i suoi moti convettivi: l’alabarda spaziale!

Quante volte hai fantasticato di essere Goldrake, l’eroe che salva l’umanità, accontentandoti di mulinare una scopa invece di quella poderosa arma, lunga ventotto metri e pesante diciotto tonnellate, tuttavia maneggevole e così potente da tagliare una lamina d’acciaio di otto metri. La volta che l’improvvisata arma domestica atterrò sulla testa di tuo fratello minore fu la prova che una scopa non è un’alabarda spaziale, ma l’effetto può essere altrettanto devastante.

Peccato non avere quell’Alabarda spaziale, sarebbe così utile nel traffico!

M’incammino verso il parcheggio. Grut-grut-grut, pot-pot-pot, cling-cling-cling, il traffico fa sentire la sua roca e cacofonica voce. Lancio lo sguardo nell’area asfaltata semi-deserta, una silente sonda alla ricerca di un’argentea silhouette: dove l’ho parcheggiata stamattina?

Periferia metropolitana: cemento, asfalto e vetro incombono. Il senso dell’abbandono è palpabile: rifiuti sparpagliati sul marciapiede e al bordo della strada ti incalzano verso il veicolo. Vuoi lasciare questo luogo. Anche tu vuoi abbandonarlo. Di fretta e di furia. Ma questa sera rallenti inconsciamente il commiato. Come se qualcosa ti trattesse.

Stasera, il sole splende e scalda la pelle; nonostante l’afa, in questo scenario di abbandono e alla fine di una giornata di lavoro, vi avverti conforto e comprensione, un abbraccio che trattiene e rigenera.

Grut-grut-grut, pot-pot-pot, cling-cling-cling, pot-pot, dum, peeeeh, skreee, dududu dùm

C’è un bel via-vai di auto.

Apro la portiera dell’auto, vengo investito da uno sbuffo di aria calda e secca. Se non fosse per quell’odore di gomma, metallo e plastica, giurerei che è il Ghibli sahariano. Mi assale una secchezza alla gola. Ho sete. Prima di infilarmi in quel forno di abitacolo, lo sguardo viene risucchiato da un improvviso vuoto sulla strada priva di qualsiasi veicolo: appare un bar, un tipico bar di quartiere, molto modesto con le tipiche sedie di metallo intessute nastri di gomma colorata, che oggi chiamano “vintage”, ma io le ho sempre trovate semplicemente brutte e, con il caldo estivo, terribilmente appiccicose.  Un ragazzo sta ritirando le sedie e i tavolini all’interno, si appresta ad abbandonare questo posto, anche lui.

Si fa strada un pensiero, una tentazione: rimando il viaggio di ritorno, mi trattengo qui ancora un po’, il tempo di sorseggiare una bionda birra o un liquido colorato con retrogusto amarognolo, magari sgranocchiando qualcosa di salato o piccante, seduto fuori a quel bar. Surya Namaskar! Un saluto al sole non proprio ortodosso né salutare, ma d’altronde io e lo yoga siamo ai poli opposti.

Certo, qualche collega sentenzierebbe: “la lochesciòn non è adatta”. Mi sale un rigurgito: sa di acido, di succhi gastrici, sarà la fame o l’insofferenza per certa ostentazione di spocchia.

Mi infilo nell’automobile, allora vado. Distruggi il male, va! Retromarcia Spaziale! Va, ma sta attento che arriva un razzo missile su quattro ruote con circuiti di mille valvole e non ti fa passare. Va, cinque marce tu hai , non arrenderti mai, perchè il bene tu sei, sei con noi!

Il traffico intorno ronza, sferraglia, sibila, urla, si mischia a un pensiero esaurito a fine giornata, privo di ogni “nutrimento” per la mente come i pezzi di carne utilizzati per il ragù: lasciati a cuocere per ore e ore, cedono il proprio sapore e proprietà nutritive al sugo di rosso pomodoro.

Tra il frastuono di traffico e il bollito di pensieri, una canzone s’intrufola come un clandestino:

…Passa la vita, come una señorita, de amor… apre il ventaglio e mette a repentaglio i cuor, camicia allegra che piace anche ai pelagra, folclor… e nel traffico e nel trambusto ci han preso gusto a tutto questo odor, furor… grut-grut-grut, pot-pot-pot, cling-cling-cling… è un traffico africano…”. Ora capisco.

M’è tutto chiaro.

Mi fermo qui. Quel piccolo bar di quartiere fa al caso mio.

Grut-grut-grut, pot-pot-pot, cling-cling-cling, pot-pot, dum, peeeeh, skreee, dududu dùm, tic-tic-tac-tac, freccia a destra. Parcheggio,

Attraverso la strada, chiedo al ragazzo se posso sedermi a uno dei due tavolini che ancora non ha traportato all’interno. Mi fa un cenno di assenso e il sorriso con cui l’accompagna mi fa capire che neanche lui aveva fretta di abbandonare questo luogo. Mi siedo, il ragazzo in piedi attende pazientemente la mia ordinazione.

Ho sete. Una birra chiara, chiedo anche qualche scodellina piena di patatine, pistacchi, mais tostato, riso soffiato piccante, arachidi, quel che ha.Il ragazzo rientra nel locale.

Accendo una sigaretta. Il fumo sale in una spirale lenta, l’odore acre sa di scarico delle automobili che mi sfilano davanti. Spengo la sigaretta. Dò una voce al ragazzo: annullo l’ordinazione e gli chiedo di tornare tra cinque minuti.

Ho voglia di qualcosa di dolce, anche alcolico, ma dolce come quest’aria estiva. Mi guardo intorno. Le persone camminano su e giù per il marciapiede e scompaiono alla mia vista sia a destra sia a sinistra; un clacson attira la mia attenzione come mi esortasse a prendere una decisione.

Grut-grut-grut, pot-pot-pot, cling-cling-cling, pot-pot, dum, dududu dùm, dududu dùm

Le automobili sfilano davanti producendo un suono differente dalla cacofonia di motori, clacson e frenate. Il passaggio delle ruote su un tombino fissato male sul piano stradale batte un ritmo a me familiare.

Grut-grut, pot-pot, cling-cling, Dùm dududu dùm

Grut, pot, cling Dùm dududu dùm dududu dùm dùm

Dùm dududu dùm dududu dùm dùm dùm dududu dududu dududu

Il Bolero di Ravel!

 Tra le persone e le automobili, avverto una sensazione che si fa strada, ne avverto il moto ascendente, lotta attraverso gli strati di pensieri liquefatti con lo stesso sforzo spasmodico delle ultime due bracciate di chi in apnea sta guadagnando la superficie dal fondo del mare. Quando raggiunge la superficie, respira, mentre vado io in apnea: per un attimo mi manca il respiro.

Ora so cosa voglio.

Capelli scuri, un pò mossi, vellutati: vino!

Occhi scuri, profondi, brillanti dal taglio esotico: cannella!

Labbra morbide, il loro bacio dal sapore inconfondibile: amarena!

Per cortesia, una ratafià.

Continuo a guardare le automobili e le persone: sfilano via su e giù, le prime per la strada, le seconde sul marciapiedi; al ritmo di un bolero metropoliano tutte scompaiono alla mia vista agli estremi opposti, “trascinan stanchi piedi, sudor… e nel traffico e nel trambusto ritorna il gusto di tutto questo amor, tenor… Passa la vita, come una señorita, de amor… apre il ventaglio e mette a repentaglio i cuor”.

Butto giù un sorso di ratafià.

Dalla punta della lingua vino, amarene e cannella esplodono in tutta la bocca e si diffonfono nel resto del corpo.

Mi piace come sta finendo questo giorno.

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13 pensieri su “Bolero metropolitano

  1. Un po’ ti invio che riesci a trovare un angolo di poesia in questi percorsi forzati a cui tutti noi siamo condannati. Io comunque appena esco schizzo via il più lontano possibile da quel posto infausto in cui mi condanna il 27 del mese. Meno male che domani è venerdì!

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    1. All’inizio è stata una suggestione. I “pezzi” si sono affastellati intorno e io li ho poi incastrati: la riproposta del post sul Bolero, un tombino malmesso che suonava dum-dudum al passaggio delle auto mentre ero in pausa pranzo, uno scalpiccio di dita che avverto ogni volta che un “racconto” inizia a mulinarmi dentro. Un mio vecchio racconto era tagliato a misura, l’ho rivisitato con occhi differenti e questo è il risultato.
      E pensare che a montare sono un disastro e sto a Ikea come Attila all’erba.

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  2. El Bavon Rojo non è un solo luogo ma tanti, tutti insieme e guarda un po’ che te lo vai a ritrovare in piena metropoli italica! El Bavon Rojo itinerante! 😀
    Ciao caro, è da un po’ che non passo e questa mattina mi ci volevano proprio un po’ di righe lente e profumate…

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      1. I miei viaggi per il lavoro non sono più come quelli da te descritti e ti dirò: ci sono volte in cui mi manca quell’ora di decompressione, quel momento esclusivamente mio, con la mia musica, le mie sigarette fumate in macchina e volendo le mie soste a metà strada…
        In fondo io non me ne vado mai 😉

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    1. Hai ragione sulle palme e i cenote. Molto meglio. Non li ho dimenticati e il rispuntare tra queste pagine di qualche piccolo racconto è la prova che sta smottando il desiderio di ritornare a un certo comedor scalcagnato che conosci e fermarmi a raccontarne fino a sazietà. Hasta luego, compadre.

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        1. Narciso! Narciiiii! Narciiiisoooo! Vai ad aprire la taverna che c’è un caro vecchio amico sotto il portico. Come si sente la mancanza dell’Oste! Ma prima o poi tornerà, prima o poi, tornerà tutto come prima. Esattamente “come prima” non proprio, ma le buone abitudini si conservano. A presto, compadre!

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