Batmancito [Ep.#43] – Le Paludi della Memoria

Segue da [Ep.#42] – Attrazione immortale

I compadres intorno al tavolo pendono dalle labbra di Luna.

Ulysses sembra preda di un incantesimo di paralisi. Non riesce a fare altro che fissare il viso di Luna, in particolare le sottili labbra: si muovono impercettibilmente e, tuttavia, pronunciano le parole ben distintamente.
Si scuote da questo incantato torpore solo quando Luna si rivolge nella sua direzione e, piantandogli gli occhi nei suoi, dice:

“Ulysses, non te ne avere a male se ho infilato nello scrigno il paio di orecchie del sesto licantropo a tua insaputa. Non è una mancanza di rispetto nei tuoi confronti, ma non volevo turbare la famiglia di campesinos, che vi aveva dato ospitalità la notte prima del vostro ritorno alla taverna.

Il cane da guardia del campesino guaiva e latrava a più non posso, ho dovuto mandarlo a nanna prima che attirasse l’attenzione del padrone.

Tu dormivi come un piccolo pipistrello, le braccia conserte sul corpo, sembravi quasi una salma pronta per la tumulazione.”.

I compadres scoppiano in una risata, mentre Ulysses rimane senza parole, visibilmente sorpreso da questa rivelazione.

“Anche Honda dormiva, ma vegliava su di te. Appena sono entrata nella stanza, ha sollevato la testa, ci siamo scambiati una rapida occhiata di saluto e poi è ritornato a dormire sprofondando la testa tra le zampe.

Ho aperto lo scrigno e lasciato i due trofei. Sapevo che ci saremmo incontrati nuovamente. ”.

Ulysses di rimando sorride in segno d’intesa e, come liberato da quello strano incantesimo, accende una sigaretta e si versa da bere, ingollando due bicchieri di tequila, tutti di seguito.

“Mi è venuta una strana sete.”. Se ne versa nel bicchiere una terza dose.

Luna entra nel vivo del racconto.

“Ho tantissimi messaggeri tra le piccole creature della notte. I licantropi fuggitivi, per quanto abili nel confondere le tracce, non avevano nessuna possibilità di passare inosservati, soprattutto se avevano deciso di lasciare le strade più frequentate.

Così, la notte stessa in cui l’Oste ha lasciato la taverna…”

La donna passa in rassegna tutti i compadres con un solo sguardo e, sebbene le sue labbra stiano pronunciando altre parole, tutti i presenti ricevono contemporaneamente lo stesso messaggio nelle loro menti:

ha lasciato la taverna, non ancora questo mondo”.

“…ero presente quando i licantropi in fuga hanno deciso di separarsi e ognuno ha preso una strada diversa per ritornare a casa. A eccezione di due, che in aperto contrasto con la decisione comune, hanno deciso di fare la strada insieme.

Diaz interrompe Luna:

Abbiamo fatto la loro “conoscenza” poco prima del tuo arrivo, Reina.”.

Sull’ultima sillaba, la voce sfuma come inghiottita pure di non portarla a termine. L’ispettore ha una reazione di sorpresa come se il suo intervento non richiesto si fosse rivelato anche inopportuno. È imbarazzato come se, convocato dalle più importanti personalità della Policia Federal, avesse risposto alle loro domande in un modo ritenuto irrispettoso.

Diaz ammutolisce, si ritrae sulla sedia come una tartaruga nel suo carapace: è imbarazzato, confuso, gli si legge in faccia l’incredulità di essersi rivolto con confidente naturalezza a una creatura che “non può esistere”. La sua razionalità, ancora di salvezza e, insieme, indispensabile bussola nel suo lavoro e nella sua vita, urla: “Non può esistere. Quella donna non può esistere”. Per la prima volta, Diaz non è d’accordo con la sua razionalità.

Cesar osserva preoccupato il suo superiore. Da quella notte alla taverna, aveva avvertito scricchiolii di piccole crepe incrinare la superficie di quel monolite di certezza che l’Ispettore Diaz rappresenta nella sua esistenza; non solo in qualità di superiore, ma soprattutto come l’unico uomo nelle cui mani consegnerebbe senza esitazioni la propria vita e, se mai ne avesse avuti, quella dei suoi figli.”.

Ora, vede davanti a sé un uomo “normale” come lui: scosso dagli eventi straordinari che era accaduti di recente, impaurito da un futuro non più sotto il proprio controllo.

L’ispettore scola alla goccia un bicchiere di tequila, poi un secondo e ancora un terzo, si sta versando un quarto, mentre si porta alla bocca un nuovo sigaro, la mano visibilmente tremante.

Cesar fissa la bottiglia di tequila mezza vuota e riflette tra sé e sé come gli uomini possano decidere consapevolmente di auto-distruggersi con l’alcol. Con il dorso della mano allontana il suo bicchiere ancora pieno di tequila fino a portarlo al centro del tavolo. Stasera, dovrà essere lui a sostenere l’ispettore: avrà bisogno di aiuto.

Si accorge che Luna lo sta fissando, percepisce distintamente che gli sta sorridendo, anche se le labbra sono una sottile linea perfettamente dritta, nemmeno minimamente increspata da un’emozione.

“I licantropi si dividono e puntano tutti a sud. Uno di loro, però, ha finto soltanto di dirigersi in quella direzione, inverte la marcia e punta risolutamente verso nord. È diretto verso le paludi. Come se l’Oste mi fosse apparso davanti e stesse recitando il suo mantra di benvenuto: ‘Mi casa es tu casa‘. Sono pronta anche io a onorare il verbo dell’Oste: il licantropo si dirige proprio a casa mia, lo accoglierò come si conviene.”.

Ulysses commenta sottovoce inclinandosi sulla sedia verso Narciso:
“Come la Maga Circe accolse i compagni di viaggio del mio mitologico omonimo.”.

“Impartisco ai miei piccoli messaggeri l’ordine di seguire il resto dei licantropi e aggiornare costantemente Batmancito sui loro movimenti. Non hanno scampo.

Seguo il licantropo, davvero incuriosita dalla sua scelta. Il Sud è la direzione più sicura, i fuggitivi sparpagliati su un territorio così vasto aumentano le probabilità di successo per tutti, tanti itinerari differenti rendono più difficile il compito agli inseguitori.

L’ha pensata bene: ha ingannato tutti, anche i suoi compagni. Li ha usati come esca: gli inseguitori gli saranno alle calcagna spingendosi sempre più a sud e così guadagnerà sia distanza sia tempo per fare perdere irrimediabilmente le sue tracce.”.

Narciso si lascia scappare un gran hijo de gran puta loba!

“Il licantropo procede spedito attraverso la palude. La sicurezza con cui si muove mi insinua il dubbio che conosca questi luoghi e abbia in mente una destinazione precisa.

Nella palude ci sono solo due destinazioni possibili, entrambi luoghi dove non-andare: la mia casa, la Piramide. Posso contare su una mano monca di due dita gli esseri ancora viventi che la conoscono.

L’altra destinazione è la base dei Los Apocalyptos, malditos narcos! Si trova oltre la Piramide e vicino al mare. È immensamente più facile raggiungerla via mare. Nessuno mai è passato attraverso le paludi, nemmeno quei malditos bastardos dei Los Apocalyptos si sono mai azzardati a utilizzarla come rotta per i loro schifosi traffici! Eppure è la via più sicura di tutte, a nessun poliziotto o militare sfiorerebbe l’idea di metterci piede.”.

Narciso, Tati, Diaz e Cesar sobbalzano al pronunciare “Los Apocalyptos”, una storia rimasta incompiuta e tale rimarrà se l’Oste non si decide a tornare.

Luna continua senza tirare un fiato, altrettanto i compadres che ascoltano assorti:

“Si addentra tra la vegetazione, gli acquitrini e le sabbie mobili con confidenza attraverso luoghi che conosco, ma – solo ora me ne rendo conto – ho sempre evitato. È passato in luoghi il cui suolo veniva calapestato da piede umano dai tempi antichissimi. Gli ultimi che vi sono passati, ci sono rimasti.

Dalle acque melmose più basse affiorano antiche testimonianze: le armature, una volta lucenti, e i capacetes del superiore acciaio spagnolo sono un’unica incrostazione di terra e vegetazione, indistinguibili dalle rocce umide affioranti da pozze putrescenti. Vestigia di onore e gloria guadagnati sui campi di battaglia, ora tane di scorpioni e serpenti.

Al mio passaggio, faccio caso a certi legni marci sparsi intorno: sono ossa e schegge di lame.

Questi luoghi, queste ossa, queste lame, queste armature ridestano in me ricordi sepolti da centinaia di anni in recessi tanto profondi perché fossero dimenticati per sempre. Questa consapevolezza affiora prepotente e sono costretta a fermarmi per alcuni istanti, sorpresa da un’improvvisa visione di un antico passato. Dura un lunghissimo istante. Troppo rapido per distinguere, per capire. Eppure io so: ero io, ho visto me. Giovane, molto più giovane e – ha un’esitazione – viva.”.

La parola “viva” risuona nella taverna come se fosse una grotta in cui per la prima volta da millenni echeggiano i passi di un essere vivente.

Il suo suono giunge alle orecchie dei compadres, irrompe nelle loro menti: taglia rami nell’intricata foresta dei loro pensieri, le radici radicate in anni di memorie; mette in fuga i fantasmi delle loro paure, infine si perde nei vagabondaggi delle loro menti, lasciandosi dietro l’eco di un solo distinguibile suono: onde in una pozza d’acqua.

“È durato un istante – Luna continua con tono ostentatamente distaccato – ma è bastato per farmi mancare il respiro. Mi è sembrato che stessi annegando.”.

I compadres si scambiano sguardi sgomenti: tutti hanno avuto la stessa visione, tutti hanno “visto” una pozza d’acqua. Nessuno capisce cosa sia successo, Luna è l’unica che sa. E ne è estremamente soddisfatta. Per questi mortali prova qualcosa di similare all’umana tenerezza se potesse provare cosa sia la tenerezza e se fosse ancora umana.

Narciso chiede di fare una piccola pausa. Le bottiglie di tequila e di cerveza sono tutte vuote. Una strana sete si è impossessata di tutti i compadres, l’unico che sembra resistere è Cesar. Per tutti gli altri, la sola presenza di Luna allo stesso tavolo ha reso precaria e vacillante la Ragione e l’unico stabile appiglio è l’alcol.

Narciso chiede aiuto a Ulysses per trasportare qualche cassa di birra e tequila o “qualsiasi altra cosa di alcolico sia avanzata in cambusa”. Tati si offre volontaria, per quanto l’eccesso di alcol abbia reso i suoi scarponi due ferri da stiro in metallo. Inciampa, quasi rovina addosso a Luna, se non fosse che per evitare qualsiasi contatto con la Reina de la Noche, richiama a un disperato scatto fasce muscolari della schiena che non sapeva di avere.

I tre ritornano con i rifornimenti. L’Oste aveva forse previsto la sua assenza: il magazzino o – come ama chiamarlo l’Oste – la “cambusa” è ancora ben rifornita. Certo, se il racconto di Luna dovesse andare per le lunghe come quello di Ulysses, allora ci si potrebbe iniziare a preoccupare di rimanere a bocca asciutta.

Narciso e Ulysses portano ognuno due casse di cerveza e tequila. Diaz si alza per aiutare una barcollante Tati che reca con sé una tinozza ricolma di ghiaccio.

Fanno in tempo a stipare le bottiglie di cerveza nella tinozza e a disporre sul tavolo un’ordinata fila di birilli trasparenti, quando sull’uscio della taverna appare la coppia più male assortita che abbia mai calcato il suolo dello Yucatan:

la minuta Liza e il gigante Ade.

Ci sono tutti!

Narciso esclama:

“Por todos los hombres y todas las cosas del universo y los dioses del Olimpo, alla buon’ora!”

Liza fa spallucce, fissa Narciso senza proferire nemmeno il rituale saluto, ma il nanerottolo molesto legge nei suoi occhi un sorriso affettuoso.

Ade si avvicina a grandi passi, solleva Narciso come una leggera brezza d’autunno solleva una foglia secca al di sopra delle chiome dell’albero da cui è caduta, lo stringe a sé quasi a stritolarlo. Narciso diventa paonazzo, gli manca quasi il respiro, Ade allenta l’affettuosa morsa e lo poggia a terra con la stessa delicatezza che si usa per maneggiare una sottilissima porcellana antica. Gli molla un paio di pacche sulla spalla così da infiggerlo stabilmente al pavimento come un paletto da campeggio.

Ulysses si dà da fare recuperando altre due sedie e facendo spazio intorno al tavolo per i due nuovi arrivati.

Narciso si riprende dal saluto di Ade, lancia al gigante una colorita espressione nel suo dialetto di origine; Ade, anche se non ne afferra il significato, comprende il tono affettuoso e di rimando ammicca, strizzando l’occhio.

Ulysses si rivolge a Liza che sembra assente, quasi capitata lì per caso:

“Che cosa hai deciso, Liza? Ti unisci a noi o preferisci il tuo solito tavolo nell’angolo in disparte, lontano da tutto e da tutti, nel tuo paradiso di misantropia?”.

Liza si guarda in giro:

“Mi è parso di sentire una voce…Ah no! Non ho sentito nessuno, non ho sentito proprio Nessuno.”.

Diaz assiste sinceramente divertito a questa poco ortodossa cerimonia di benvenuto tra i compadres, porge un bicchiere appena riempito di tequila a Ulysses e gli dice:

“Signor Nessuno, complimenti! Con le donne ci sai fare! Bevi e brinda alla prossima – fa una pausa – per dimenticare visto che sicuramente ti andrà male!”

Con un ampio gesto della mano accompagnata da tutto il braccio, Ulysses indica a Diaz la strada per raggiungere “un certo posto” con una precisione impossibile anche per un dispositivo GPS.

Liza si avvicina a Ulysses, gli assesta una pacca sulla spalla, e infine prende posto alla sua destra, sulla sedia accanto:

“Come gigolo sei veramente un Signor Nessuno, ma per nulla al mondo mi perderei questa tavolata così – butta un’occhiata all’ispettore e a Cesar – male assortita e, soprattutto, non potrei sedermi se non accanto a te.
Non rinuncerei allo spettacolo, invero imbarazzante, ma così divertente, della tua faccia che pende dalle labbra di lei.” – mentre finisce la frase, si rivolge a Luna con il sorriso più ampio di cui sia capace – “Mi querida Reina, tú también aquí!”

Luna con un cenno del capo e un sorriso ricambia il saluto in silenzio.

Ade prende posto alla sinistra di Ulysses e lo conforta:
“Sempre bene un pole andà, ma sempre male un por durà.”.

La taverna si riempie di quel frastuono gioioso delle serate con l’Oste che (non ) si dava da fare tra i tavoli, contribuendo ad alimentarlo aizzando alla chiacchiera gli avventori.

Fuori, la tempesta è ormai giunta a lambire la spiaggia, le prime gocce punteggiano di umido i tetti delle case più vicine al mare. Un tuono interrompe il vociare dei compadres.
Ade commenta:
“Quando il Montalbano ha il cappello, contadino prepara l’ombrello.”.

Narciso ripiomba nell’ansia di non sapere dove siano Luz ed Ego. Tati se ne accorge e sta per dire qualcosa. Cesar, che non vede l’ora di mettere più distanza possibile tra sé e Luna, sta per offrirsi per andare a cercarli, quando Luna richiama l’attenzione con voce stentorea che fa svanire il rombo del tuono come una flebile eco lontana:

“Allora, compadres, ho da raccontarvi una storia e capirete molte cose.”.

Continua a [Ep.#44] – Il Cacciatore implacabile

giaguaro-pipistrello-maya

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25 pensieri su “Batmancito [Ep.#43] – Le Paludi della Memoria

    1. Il bello delle storie e che possiamo essere differenti, fare cose che non immaginiamo, se poi ci si mette l’autore a sfruculiare i personaggi perché anche nelle storie la routine può uccidere…
      Nel tuo caso evidentemente era uno di quei giorni che girava bene che capitano una volta ogni equinozio. Io non c’entro! Prenditela con il titolare di questa taverna 😜

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  1. Ho visto il link a quella storia tutta cerveza e guacamole, non mi sono perso e quindi mi posso reputare uomo avvisato.
    Anche te piazzi un cliffhanger di quelli che piacciono (e va bene così)… ma c’è un errore, non ci sono tutti tutti, a parte i leocorni mancano ancora due personaggi – uno fondamentale, l’altro un Dio mezzo pirla e mezzo burlone che continua a camminare come un bambino ubriaco.
    Adesso vediamo come prosegue, sono curioso. La compagnia si è riunita e l’attenzione è altissima. Luna è un personaggio fondamentale in questa storia, non è sempre presente ma quando parla, racconta storie fantastiche.

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    1. Mi avevi detto di darti un “segnale” forte e chiaro e ti ho avvisato è inserito anche il link a prova di laureato in Distrazione 😂. Per servirla e a buon “rendere” eheheh.
      Il cliffhanger è venuto naturale perché la storia di Luna che ho tra le dita è andata lunga e potrebbe durare con una stagione dedicata alla Senorita Vampira, ambientata all’epoca dei Conquistadores. Quindi ho avuto pietà di voi lettori (per adesso).
      Errore? Si mancano dei personaggi, ma la coppia da te citata è, sia agli occhi dei compadres sia dei lettori affezzionati, ampiamente giustificata per la loro “assenza”. Sono presenti nei pensieri di tutti i compadres.
      Di personaggi assenti ce ne sono, in particolare la tua compagna di canto. Tiz e’ sparita dalla taverna (e dal resto della eebbettola) da parecchi mesi e questo esperimento di vite parallele riflette la realtà: se sei presente in taverna, leggi, partecipi, il tuo alter-ego nella storia vive; se sparisci, il tuo personaggio viene con te. È una forma di rispetto: non si parla di chi è assente. Per me è importante avere il vostro placet all’utilizzo del vostro alter-ego, con tutte le libertà che mi prendo chiaramente.
      La Compagnia si è arricchita di tanti personaggi dai quattro di base. All’Oste, Narciso, Ulysses e Batmancito (Sergio) si sono uniti Honda, Luna e Luz. Diaz e Cesar stanno crescendo. Per tutti gli altri vale ciò che direbbe l’Oste: mi casa es tu casa. Sempre che vogliate.
      Grazie Zeus per la tua costante presenza. Con sincero affetto.

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      1. Ho apprezzato tutti i segnali, sono uno che si distrae facilmente e, come dico sempre, non brillo di un’intelligenza enorme 😀
        Errore, ovviamente, era ironico 😉 comunque hai ragione, si cita solo chi partecipa e non ha dispiacere di comparire. Tiz è sparita, quindi è giusto così, deve sparire anche il suo personaggio. Gli altri vanno e vengono, dipende da come si muovono e, ovvio, da come VUOLE LA STORIA. Lo metto in cap-lock così si capisce bene quanto è per me (e per te) importante il concetto di Storia.

        Sì, i personaggi aumentano e crescono. So che la taverna ha la data di scadenza tipo lo yoghurt, ma mi dispiace. Secondo me ci sono molte storie da raccontare, anche solo partendo da qua e poi andando su altri fronti. Ma sono certo che hai già un piano per questo, non so perché, ma lo so.

        Un piacere, redbavon! Un vero piacere, mi piace leggere storie e raccontarle e in questa bettola posso fare entrambe. Cosa posso volere di più? (Meno conto cerveza, per esempio? 😀 ahah).

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        1. Altri segnali dal “futuro” della webbettola sono insieriti nell’appena pubblicato 44° episodio: ce ne sono alcuni che, amante della storia, sono sicuro apprezzerai. In più, ho riagganciato il tutto al 1° episodio, un circolo che mi rende particolarmente contento perché – nonostante sia avanzato a braccio – tutto torna, ha una coerenza e produce altri effetti. Insomma ormai m’è dolce naufragare in questa bettola e mi ci sono definitivamente inabissato alla ricerca di tesori solo vociferati. E le voci dei personaggi sono come sirene per Ulisse. Mi portano sempre più a fondo.
          Lo sapevi anche tu, non ti sbagli: la taverna continuerà a raccontare storie. Non ne posso fare più a meno.
          Essere in compagnia è meglio: il viaggio è bello quando lo si condivide e, insieme, si superano difficoltà che da soli sarebbe più complicato o impossibile.
          Per il conto della cerveza, offre la Casa.

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          1. Ho letto e commentato.
            Sono contento che stai progettando altri racconti e che la bettola non si ferma a questo enorme “Batmanicito”. Enorme nel senso positivo del termine: un racconto lungo, intricato e che unisce riferimenti a libri/storie della realtà e che non smette di tenere d’occhio la storia stessa.
            Ci vuole, soprattutto se teniamo presente che parte delle interazioni sono date dalla risposta degli “utenti” di WP.

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              1. Certo che l’ho capito. Non è un lavoro da poco, fidati. Io non riuscirei a farlo, infatti vedi che i miei racconti (seppur legati a Batmancito o coerenti con quell’ambientazione) non riportano quasi mai parti altrui o sensazioni “del lettore”. Quindi il racconto si muove da solo e guarda sé stesso. Tu ti immergi nello stesso e nei commenti – un lavoraccio, ma che sta dando grandi frutti.
                Bravo! Veramente bravo.

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    1. Per degli assidui frequentatori di una taverna che aspira a fare apparire al suo confronto il peggior bar di Caracas come un convento di Suore Carmelitane scalze, questa pratica alcolica e dichiacchiericcio è un sano esercizio per raggiungere l’ambizioso obiettivo. Consideralo come l’allenamento dell’atleta che si pone l’obiettivo di sbriciolare il record mondiale nella sua disciplina olimpionica. Questione di punti di vista, finché si è sobri, poi diventa tutto un po’ labile.

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    1. Ma dai! La scheggia di racconto che oggi quelli bravi chiamano “spin-off” è stata lanciata. Prossimamente ne avrai una piccola visione, lo vogliamo chiamare episodio-pilota? Non lo so, per ora è tra le dita, vediamo cosa ne viene fuori e una volta concluso Batmancito, magari Luna busserà a questa tastiera.
      Se tu hai qualche idea, lanciamela pure.

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  2. Pingback: Batmancito [Indice] – Pictures of You

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