Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#10 [by Tati, Zeus e RedBavon]

Per alcuni speranze che svaniscono come ricordi sfuggenti, per altri solo una battuta d’arresto e ora dritti per la loro via. Strade che si separano…No, che avete capito? Tati, Zeus e RedBavon restano uniti e continuano imperterriti nella loro missione messicana, che con il caldo di questi giorni rende anche l’atmosfera infuocata per davvero.

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#9

Moderato ma non troppo

Preso a scappellotti dall’Oste e dal Cocalero, Marcelo Diaz rimane titubante sul da farsi. Le mani pendono al lato del corpo prima di prendere vita e portare un sigaro, intonso, alle labbra.El Cocalero aveva le sue buone ragioni, c’era da ammetterlo, e l’Oste non gli era mai sembrato colpevole in toto, ma… C’è quel dannato “ma”.
Chi non ha timore, non si scatena così.
Chi è innocente, non diventa una furia.
Chi è spaventato, però, lo diventa.

Il cervello dell’ispettore ronza come un Pc al caldo e le idee cascano al loro posto come tegole da un tetto in disuso: un pezzo per volta e lentamente.
Le parole sussurrategli dall’Oste gli bruciano nelle orecchie e nel petto. Vergogna? Rabbia?
La voce della ex moglie incomincia a far capolino fra i pensieri, distraendolo. Marcelo Diaz, tenente della Policia, la scaccia.
Lo stupore di Cesar si riflette sui suoi capelli scomposti, i vestiti stracciati e lo sguardo basso. Tutto grida “cosa sta succedendo?” e anche in maniera molto spaventata.

‘Bisogna rimettere a posto le cose… ‘ pensa l’ispettore

Si avvicina all’Oste e, a denti stretti, gli sussurra la sua decisione di portarlo via. L’intervento de El Cocalero è stato un piccolo ostacolo sulla via della giustizia. L’offesa, però, non può passare inosservata. La reazione violenta del El Rojo non può passare impunita nel mondo di Marcelo Diaz. Non si farà mettere i piedi in testa.

Il ferro tiepido delle manette pesa nella tasca posteriore dei pantaloni di Diaz e, con Cesar fuori uso a causa dello shock, è il turno del Tenente di brillare in quel caso così semplice e così tanto complicato. Tocca a lui, all’Ispettore,mettere quiete e legge in quel posto caldo come le cosce di una puttana.

Declamate le frasi di rito, Diaz fa cenno all’Oste di girarsi.
El Rojo lo guarda con lo stesso sguardo di un insegnante nei confronti di uno studente che lo ha deluso una volta di più.
Gli occhi di Marcelo e dell’Oste si scontrano a mezz’aria. Il tonfo fra gli sguardi sembra scuotere l’aria.
Nell’aria torrida compresa fra i baffi da Fu Manchu di Diaz e il pubblico che lo guarda, Marcelo sussurra la sua rivincita.

“Niente manette, Oste, non preoccuparti” le parole sono di miele ma lo sguardo è di ghiaccio “ma in questa terra la legge sono io e decido io se tu sei innocente o meno”.

Dicendo questo, l’Ispettore prende l’Oste sottobraccio. La presa, agli occhi esterni è innocente, ma entrambi gli uomini sanno che è l’ispettore ad avere il coltello dalla parte del manico quella volta.
Nessuna violenza, solo una dimostrazione di potere.
Così congiunti, i due uomini si muovono in quella strana danza. Cesar, a vedere la scena, sorride sotto i baffi sottili e, come  un segugio tornato dalla caccia, segue le orme dell’ispettore.
L’Oste ha il cuore pesante, ma sa che non può vincere tutte le battaglie tutte le volte; questa deve finire in parità.
O, per quanto ne sanno entrambi, ai supplementari.

L’arrivo di El Cocalero aveva regalato qualche minuto di tregua ai pensieri paurosi del trio “nanoèbbello”.

Tati, Ego e Narciso seguivano in religioso silenzio tutti i movimenti del  capitano, che ai loro occhi era ormai un eroe, un compagno, un amico di sempre e per sempre. Ognuno di loro stava studiando in silenzio come festeggiare l’evidente innocenza di Oste, la fine di questa triste e spaventosa avventura. Già immaginavano lanterne colorate, grog a fiumi, musica a volumi indecenti, balli e risate.
Ma si sa che nulla è come sembra a El BaVon Rojo e anche questa volta la storia prende la piega di un hamburger di soia, sembra ma non è.

Quando Diaz prende Oste sottobraccio il silenzio cala sulla taverna, Tati cerca l’energia per reagire di nuovo, fa uno scatto verso l’amico ed Ego e Narciso con lei, ma Oste si gira e li guarda appena.
Sembra dire con lo sguardo ” lasciate perdere, non servirà a nulla, non è quello che serve adesso”, i tre capiscono e restano immobili. Tutta la speranza gonfiata nell’ultima mezz’ora esplode come bolle di sapone e non resta nulla, solo un senso di rabbia e dolore, paura e frustrazione che cascano tutte insieme come una sassaiola sulla testa dei tre.

Di scatto corrono alla porta del locale e si fermano sotto il portico.

La macchina della polizia si porta via il loro amico, lasciando un’immensa nuvola di polvere e fastidio.
A spalle basse Tati rientra, senza dire una parola, portandosi dietro al bancone il luogo che la fa sentire più vicina al suo amico.
E adesso?
Cosa fare?
Perché? Perchè tutto questo, qua, a Oste? E se il Cocalero avesse ragione?,Vorrebbe dire che Oste è in pericolo e di sicuro quei due dementi non possono difenderlo come si deve!

Tutte queste domande arrivano a valanga nella testa di Tati, che con uno straccio inizia a pulire il bancone, come a pulire i pensieri e fare chiarezza.
In silenzio inizia la sua frenetica “messa in ordine” del retro bancone: pulire e sistemare nel mondo intorno per fare chiarezza nella testa bacata. Ogni colpo di straccio una domanda, ogni bottiglia spostata un pensiero all’amico, ogni ripiano, ogni scatola sistemata un pezzo di questa storia assurda che necessita di chiarezza.

E intanto fuma, con Narciso che cammina, avanti e indietro, a testa bassa e piedi nervosi.

Ed Ego si sposta, appare e scompare, sposta sedie al passaggio di Narciso per evitargli intoppi nel suo camminare tra pavimento e pensieri. Un attimo è in mezzo al locale, un secondo dopo è accanto a Tati, le porge lo straccio che cerca o lo spruzzino, o la bottiglia da rimettere al posto giusto. Appare e scompare come solo lui sa fare, si fa presenza proprio quando serve, nei piccoli gesti. Tati sa di questa sua capacità ed è abituata mentre Narciso non se ne rende conto, tanto è preso da mille pensieri.

Narciso va avanti e indietro. Indietro e avanti. Avanti e indietro. Nei quotidiani scambi di sgottò, l’Oste apostrofa Narciso come “un inesauribile sfrantuma-attributi-maschili a propulsione nucleare” e, a giudicare dal suo continuo camminare senza sosta e parlare senza sputare  mentre percorre la sala grande della taverna, sembra sia proprio così!

È fuori della grazia di un qualsiasi Dio, incurante della punizione che possa toccargli. Un novello Prometeo, che si batte per la Verità, contro qualsiasi Dio o Fato che vi si opponga capricciosamente.

Non ha mai visto il suo socio così remissivo. In altri momenti El Rojo avrebbe rifilato all’Ispettore un pistolotto dei suoi per farlo ritornare in quel buco di stazione di Polizia dove si era rintanato trascorrendo il resto del suo tempo, inutilmente concessogli, tra scartoffie, ladruncoli, puttane e sigari.

Tati ed Ego non provano nemmeno a distogliere Narciso da questa sua Via Crucis, a rivolgergli una parola di conforto, una parola di sostegno. Tati ed Ego sono nel suo stesso stato d’animo e sa Dio – uno meno capriccioso e più benevolente – quanto avrebbero bisogno anche loro di un conforto e di un motivo per sperare.

D’un tratto, Narciso inchioda. Dando le spalle ai due compadres al bancone, fa un cenno con la mano di raggiungerlo. Tira via la sedia più vicina, il rumore dello sgraziato trascinamento dei piedi di legno sul pavimento sembra urlare fuori lo strazio che Narciso ha dentro. Narciso non si siede, vi crolla sopra come un sacco semi-vuoto appoggiato distrattamente sulla sedia da un avventore che ha preso posto a quel tavolo.

Tati si precipita e scavalca il bancone portandosi oltre con un gesto naturale per una ginnasta durante una gara olimpionica di volteggio. Un gesto straordinario: al contrario della ginnasta che prende la rincorsa da venticinque metri, Tati salta da ferma e, dopo avere appoggiato entrambe le mani sul piano di legno, esegue un volteggio al di sopra del bancone. L’arrivo al suolo è così leggero che non produce l’atteso suono sordo dei piedi che atterrano sul pavimento con il carico di tutto il peso del corpo e della forza di gravità. Come se il mezzo-volo in aria le fosse naturale come il camminare a terra, Tati procede spedita verso il tavolo dove è seduto Narciso.

Ego sembra materializzarsi accanto a Narciso appena Tati prende posto, all’unisono, come se fossero uno solo. La cosa inspiegabile è che Ego, prima di sedersi, ha appoggiato al centro del tavolo una bottiglia, tre bicchieri e un posacenere. Ma come ha fatto? Due sono le possibili spiegazioni: A) sa come teletrasportare le cose; B) al suo confronto, Usain Bolt è un bradipo zoppo.

Narciso versa del liquido in tutti i bicchieri senza mai alzare la bottiglia e senza versare neanche una goccia di quel liquido trasparente. Distribuisce i bicchieri pieni a Tati ed Ego, butta giù il suo in un lungo sorso senza prendere respiro, se ne versa un altro senza guardare e inizia a parlare.

“Tati…Ego…tagliamo corto. Oste non c’entra. Qualcuno lo ha messo in mezzo. L’ispettore è un pendeho, un bravo diavolo, ma un fottuto pendeho. Il leccapiedi che si porta appresso è così cocciuto, che se lo buttassero nella palude agli alligatori, lo risputerebbero per quanto è duro e inutile anche dopo frollato. Federales…Cosa vuoi aspettarti?
Se vogliamo salvare il culo a El Rojo, dobbiamo essere noi a mettere le mani nel pozzo de mierda in cui è caduto, mani e piedi, fino a coprire la testa e dire che quell’allampanato è pure parecchio alto.”

Tati ed Ego annuiscono in silenzio, lo sguardo su Narciso come un pidocchio attaccato al capello. Oltre le parole di Narciso, l’unico suono appena percettibile proviene da Tati: le labbra che tirano sigaretta, la brace che si ravviva, il crepitio di tabacco e carta, il fumo che viene soffiato via dalle narici.

Il fumare di Tati sembra dia un’indicazione di andamento,della velocità di esecuzione delle parole di Narciso. Batte il tempo, esprime un numero che è il numero di battiti in un minuto.

La sigaretta come un metronomo.

Moderato: né lento né veloce. Narciso fa scorrere le parole che, se disegnate, formerebbero una linea ondulata del suo discorso, più o meno così:

Come il fumo di una sigaretta nell’aria.

Volute sinuose così come il ricordo nella memoria di Narciso si srotola per manifestarsi e poi sparire nell’attimo in cui ce n’è un altro che sospinge per accaparrarsi l’attenzione. Un rotolare morbido e sinuoso, silenzioso e tuttavia presente, che lascia una scia, una scia persistente proprio come il fumo di una sigaretta. Tati ed Ego iniziano a pungolare Narciso, spronandolo a ricordare i giorni appena trascorsi, a risalire all’incontro con Soledad. Dove è Oste, siate certi che Narcì è da quelle parti. Oste-Narciso è un sistema di stelle binarie strette, due stelle così vicine da creare distorsioni reciproche nelle loro ellittiche e atmosfere, così vicine da scambiarsi “materiale” e influenzare la loro evoluzione.

In questo ribulticare nella memoria, i ricordi iniziano a formare una matassa da cui spuntano alcuni fili i cui estremi sembrano chiedano di essere tirati. Narciso inizia pazientemente a seguirne il percorso senza farsi distrarre e terminare di nuovo nel groviglio. Lo sforzo è evidente sul suo viso, l’espressione concentrata e corrucciata fa sparire quell’aspetto di putto mai cresciuto e mostra tutti gli anni che invece porta sul groppone. E ne ha tanti quanti l’Oste. Una vita passata insieme. Anche lo scorrere delle sue parole rivolte ai suoi due affezionati compadres subisce una brusca variazione. Il ritmo si fa più serrato, assume un ritmo sincopato:

Così Narciso in uno sfogo inconscio per liberarsi dal conflitto interno, inizia scattante e brioso come James Brown in I Got You (I feel good) a raccontare di quel giorno in cui Oste incontrò Soledad.

To Be Continued

Continua a Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#11 (ultimo episodio)

Onda sonora consigliata: I Got You (I feel good) di James Brown

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