Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#9 [by Siviatico feat. RedBavon]

A El BaVón Rojo ho il piacere di riaccogliere Silviatico, compadre de viaje in Mexico, anche se fatto in momenti diversi della nostra vita, ci siamo ritrovati a percorrere le stesse strade grazie a InFernet. Il racconto di Silviatico si inserisce in questo noir in salsa guacamole y habanero presentando un personaggio che ho trovato fantastico. Anche qui all’opera quattro mani: Silviatico ha scritto tutta la storia e creato il personaggio, RedBavon ha solo raccordato il tutto al più ampio e contorto quadro generale. Con questo “cameo” ci siamo divertiti molto e spero altrettanto voi. A El BaVón Rojo nulla è come appare. La vida te da sorpresas, sorpresas te da la vida” ¡ay, Dios!”

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#8

El Cocalero

Al Districto Federal di Mexico gli avevano appioppato il nomignolo di “Cocalero”.

Nulla a che vedere con le piante incriminate e, nemmeno, con la polverina “magica” che ne deriva. Lo chiamavano così perché era sempre con una bottiglia o una lattina di quella bibita americana in mano. Certo, lui in gran segreto provvedeva a correggerla alla grande, aggiungendo dosi generose di rum. Cosa che faceva di lui un messicano alquanto originale, poiché si distaccava dal tradizionale duopolio di tequila e mezcal.

E fu proprio questa sua passione a fare sì che, a un certo punto, deviasse dalla carretera principale per immettersi su una stradina secondaria, diretto a “El BaVon Rojo”, di cui in precedenza aveva visto l’insegna di “comedor, cantina y restaurante”. Certo, lo stavano aspettando a Chetumal, vicino al confine con il Belize. Ma che lo aspettassero: lui aveva finito il ghiaccio. E non aveva alcuna voglia di bersi la brodaglia calda.

Insegna curiosa gli venne da dirsi, però se aveva il ghiaccio, avrebbe potuto chiamarsi anche “El Diable” o “El Infierno” o perfino “Titty Twister”.

Finalmente arrivò di fronte al tugurio. Sì, perché aveva proprio l’aria della stamberga, posta a poca distanza da poche altre baracche dal tetto di lamiera. Proprio come era di moda da quelle parti, in quei pueblitos pulciosi e di una miseria prorompente. Parcheggiò. Non pareva ci fosse anima viva in giro, soltanto il puzzo di salmastro dell’acqua stagnante marina, segno della vicinanza delle paludi. Salì i pochi gradini della veranda ed entrò.

All’interno si ritrovò immerso in un’atmosfera surreale e allo stesso tempo carica di tensione: un paio di uomini dall’aria di sbirri si confrontavano con un quartetto di tizi dall’aria improbabile. Quando fece il suo ingresso, a giudicare da come era messo l’interno della taverna, erano arrivati sicuramente alle mani: per quanto fosse pulciosa la taverna, sedie e tavoli ribaltati erano la prova tangibile che doveva avere avuto luogo una rissa non male…o era entrata una banda di motociclisti con tutte le moto. Avrebbe preferito, data la delicatezza del suo incarico e segretezza, di non lasciarsi coinvolgere da beghe locali. Ma aveva bisogno del ghiaccio. Allora pronunciò a voce alta e autoritaria:

“Chi è il padrone qui dentro?”

Tutti si girarono di colpo e lo fissarono: chi con stupore e chi con risentimento.

Quelli dall’aria di poliziotti espressero tutto il loro disappunto grugnendo e quasi ruggendo. Mentre uno dei quattro, quello più alto di statura, rubando il tempo della battuta a uno dei poliziotti, con voce squillante disse: “Sono io señor, cosa posso offrirle?”

El Cocalero ribatté sbrigativamente: “Del ghiaccio, avete del ghiaccio?”

“Seguro, señor!” rispose l’Oste girandosi per andare a prendere quanto richiesto, ma a quel punto quello che sembrava il maggiore in grado tra i poliziotti esplose rabbioso:

“Señor! Favorite uscire e di corsa: qui è in corso un’inchiesta per omicidio e questi sono potenziali indiziati!”

A El Cocalero, cui premeva tanto il suo ghiaccio, venne naturale rispondere:

“Que pasò, compadre?!”

Il poliziotto, ancora più rabbioso e con piglio autoritario:”Fuera de aquì o te llevo a la carcel! E tu se ti muovi ti fulmino!” ringhiò nei confronti dell’Oste.

El Cocalero ne aveva conosciuti tanti di questi poliziotti frustrati e prepotenti e sapeva come metterli al loro posto. Così mandando al diavolo la segretezza, si qualificò:

“Sono il capitano Felipe Tentores Obregon, Servizi Speciali del Distretto Federale de Mexico. E rinnovo la mia richiesta per ottenere del ghiaccio. Vorreste opporvi?”

“Ispettore Marcelo Alejandro Diaz Ispettore della Policia Federal …” venne fuori con un filo di voce al jefe, prima rabbioso, ma ormai sul limite di collassare: aveva sempre sognato di entrare a fare parte dei servizi speciali e così abbandonare quel lugar de mierda, come aveva sempre considerato lo Stato del Quintana Roo.

Ristabilite le gerarchie, il capitano Felipe Tentores Obregon, rimase un attimo in silenzio, squadrando quelli che, per l’ispettore, erano dei probabili omicidi: un oste dall’aria gringa e per nulla sanguinaria; una fanciulla dall’aria gentile e minuta, per quanto ancora con il volto alterato dallo scontro recente; due nanerottoli che sembravano uno più zuzzerellone dell’altro… Intanto Diaz aveva fatto segno all’Oste di accontentare il capitano per la sua richiesta di ghiaccio…nella speranza che se ne andasse via in fretta. Ma “quello” sembrava prendere tempo.

“Così questi sarebbero i vostri indiziati?” disse rivolto a Diaz. L’ispettore sempre più a disagio, quasi in un sussurro, si lasciò scappare un”sì”.

“A parer mio potrebbero mandare avanti un circo, piuttosto che commettere un omicidio” disse quasi pensieroso Felipe. A quel punto irruppe nella taverna da una porta laterale un uomo corpacciuto dall’aria serafica che si presentò al nuovo arrivato come il medico legale e, rivolgendosi a Diaz, chiese se potesse fare portare via il cadavere, dato che iniziava a emanare il classico puzzo.

Il capitano, preso da un oscuro presentimento, chiese di potere vedere “questo cadavere”. Diaz, sempre convinto di riuscire a disfarsi dell’incomodo, accettò, conducendolo nei pressi della vittima. Qui, Cesar, il collega, sollevò il sudario. Il capitano impallidì vistosamente, nel vedere la donna vestita di blu, morta e nello stato in cui era stata ridotta.

La osservò attentamente. Chiese al medico se avesse dei guanti per lui. Il medico pronto glieli porse. Si dedicò a rilevamenti minuziosi. Nel mentre El Cocalero procedeva con evidente confidenza nell’esame della scena e della vittima, il sergente e l’ispettore parlottavano tra loro a bassa voce così da non essere uditi dagli astanti: di certo non apprezzavano questa intromissione piovuta dal cielo e se avessero potuto esprimere a voce alta ciò che realmente pensavano, avrebbero demolito l’opera minuziosa del nuovo arrivato e sminuito la sua sicumera.

El Cocalero, senza distogliere lo sguardo dal cadavere e da ciò che stava esaminando, tuonò:”Ispettore, dica al collega che sento benissimo ciò che dice sotto-voce ‘Ma chi si crede di essere? Da dove è sbucato fuori questo damerino? Blabla bla bla’…Mi faccia la cortesia di ordinargli di andarsi a bere una cerveza alla mia salute in taverna così almeno mi levo dalle orecchie questo fastidioso ronzio di mosquito…”

Cesar ammutolì e arrossì di rabbia e mortificazione insieme. Diaz rimase in silenzio, accusando pesantemente il colpo.

Il capitano fece cenno al dottore di accompagnarlo nel sopralluogo del portico e dell’area limitrofa: aveva bisogno di conoscere nei minimi particolari il luogo del ritrovamento. Come un segugio, girò in lungo e in largo per diverso tempo. Poi, quasi soddisfatto di quanto avesse trovato o intuito, tornò accanto a Diaz. Questi avrebbe voluto tanto fargli notare che la giurisdizione era la sua. E che quel cadavere gli apparteneva. Non pensasse di portargli via l’inchiesta, a maggiore ragione che era così vicino a risolvere il caso. Ma il capitano non gliene diede il tempo.

“Vedete ispettore Diaz, arrivo dal Districto Federal, viaggiando in incognito, in missione al confine del Belize per una faccenda di narcos. Quanto sto per dirvi ora, vi mette in gran pericolo di vita non solo lei ed il suo collega, ma pure questi signori qui presenti.
Questa signora, anche se il viso è ridotto così male, mi ricorda qualcuno di già visto e rivisto tra le foto di quelle bestie di cui vado a caccia da trent’anni.  Il nome non lo ricordo, ma questa donna non è una qualsiasi. Appartiene a uno dei più sanguinari cartelli della droga di Sinaloa. Come sia finita qui e, sopratutto, perché c’è finita da cadavere, è un bel mistero e per voi una certezza di guai e rogne peggio di quel menagramo di Mosè per gli Egizi.
Credetemi, non ne ho la certezza al 100% ma se inviassi un paio di foto al Districto e potessi parlare con un paio di colleghi vi direi nome, cognome e la sua vita da quando aveva 12 anni o anche prima…perché quei bastardi le prendono da quando sono piccole. Questo cadavere è un messaggio…un messaggio di una marea di guai in arrivo.”.

“E ora?” all’ispettore scappò dalla bocca come un singhiozzo involontario, visto che con tutta questa storia dell’arresto dell’Oste ci stava facendo una figura barbina. Ma del resto, i comportamenti dell’Oste e dei suoi accoliti erano stati più che ambigui e quindi degni di attirare i suoi sospetti. L’amica dell’Oste che rispondeva al nome di Tati, stava guardando l’ispettore con occhi sempre più cattivi. Il capitano la notò e si rivolse a lei:

“Señorita, la prego di scusare l’ispettore Diaz, ed anche lei oste, purtroppo i miei colleghi evidentemente non conoscono molto i narcos… Comunque suggerisco a ognuno di tornare alla propria vita come se niente fosse accaduto. Ispettore Diaz la invito a inviare le foto del cadavere al Districto de Ciudad, parli con uno di questi due miei fidati compadres – gli porse uno pacchetto di prosperi su cui aveva scritto con una velocità impressionante due nomi e un numero di telefono – così da avere un riscontro di quanto le ho anticipato….Dottore, le suggerisco di predisporre il cadavere della donzella per un viaggio a spese dell’Amministrazione: a Ciudad i suoi colleghi possono fare indagini autoptiche più approfondite. Mentre, per quanto mi riguarda, spero che vogliate dimenticarvi della mia esistenza.”.

Detto ciò, prese il ghiaccio portatogli dall’Oste e uscì in un assordante silenzio.

Quando El Cocalero sparì alla vista, l’Oste si passò la mano sulla fronte, imperlata di sudore, un sudore freddo: scacciò quelle immagini dalla mente, trattenendosi con un grosso sforzo e pensando, con un brivido, se la donna morta con il vestito blu, i federales, la rissa e tutto il resto fosse solo un brutto sogno.

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#8

Onda sonora consigliata da Silviatico y Oste va a bailar: Pedro Navaja di Ruben Blades

Annunci

Informazioni su redbavon

https://redbavon.wordpress.com/about/ Vedi tutti gli articoli di redbavon

17 responses to “Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#9 [by Siviatico feat. RedBavon]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: