Scugnizzi

Scugnizzo che fuma – Naples street boy smoking 1890 [Immagine da Wikimedia Commons]
La lingua napoletana è una cosa meravigliosa. Questa mezza citazione cinematografica battezza un’altra rubrichetta di questa webbettola, un altro rivolo di parole tra i tanti che rendono un acquitrinio questo anfratto della Rete. A me piace pensare possa essere fertile per il lettore come il delta di un fiume.

Il primo capitolo, nato spontaneamente, è stato dedicato allo strummolo e a un modo dire collegato. Questo secondo capitolo prende spunto dal precedente ed è dedicato alla parola: scugnizzo.

Scugnizzo significa “monello” ed è un termine, ormai diffuso in tutto il mondo, che indica un tipico monello napoletano lacero e cencioso, animato dalla furbizia che la vita di strada costringe a imparare e dedito a piccole attività delinquenziali.

L’ironia della sorte è che, secondo alcuni studiosi, non si tratta di una parola originaria di Napoli, ma è un’importazione post-unificazione dal piemontese gugnin, “monello”.

La parola scugnizzo ha origini da un fenomeno che oggi chiamiamo “infanzia negata” e cioè il dramma della miseria che colpisce anche i bambini, il loro sfruttamento, l’abbandono a se stessi e l’essere destinati a finire preda di adulti della peggiore specie.

Don Bosco e i suoi “gugnin” [immagine da web]
A Torino, una cinquantina di anni prima che la parola scugnizzo venisse “scoperta”, Don Bosco aveva i suoi scugnizzi: erano bambini piemontesi, si chiamavano “gugnin” ed erano presenti in un numero elevatissimo per le strade di Torino, a causa della miseria e degrado delle condizioni di vita del popolo della capitale sabauda.

“Gugnin” deve essere stata quindi la parola usata dai gendarmi sabaudi a Napoli per definire quei bambini figli di un popolo affamato e disperato, disposto a fare assolutamente tutto per sopravvivere.

In realtà questo vocabolo napoletano non ha un esatto corrispondente in italiano: monello è un termine generale, scugnizzo vi si rapporta come specie.

Ferdinando Russo [immagine da Wikipedia]
Collegato all’italiano scugnare (dal latino volgare excuneare) cioè letteralmente “togliere il cuneo”, ma anche “togliere il mallo (alle noci)”, “sbucciare (le castagne)”, “scalfire”, “rompere”, scugnizzo è un termine recente nella letteratura napoletana: è stato “scoperto” dal giornalista, poeta e noto autore della canzone napoletana, Ferdinando Russo, che pubblicò nel 1895 un articolo e poi 1897 un’operetta dal titolo ‘E scugnizze.

Prima di allora sembra che la parola scugnizzo fosse poco o del tutto ignorata nel parlare comune del napoletano.

Ferdinando Russo scrive nell’articolo “Usi e costumi napoletani. La piccola camorra”, pubblicato su La Riforma il 13 luglio 1895:

“Lo scugnizzo è il monello abbandonato, spesso dai genitori medesimi, fatti crudeli dal vizio o dalla miseria. Il vocabolo appartenente al gergo più basso, fu colto molti anni fa da chi scrive sulla bocca medesima di quei monelli; ed ha origine nel gioco detto a spaccastrommole, consistente nell’abilità di scognare, cioè sfaldare, scheggiare, con la punta della propria trottola, quella già girante del compagno”.

Il vocabolo quindi è di origine gergale, ascoltato da Ferdinando Russo proprio in quell’ambiente di miseria e microcriminalità. Sono stati proprio quei bambini, espressione del dramma dell’infanzia povera e abbandonata, come i meninos de rua in Brasile, a coniare il termine.

Troppo spesso questa parola viene caricata di un’insopportabile banalità napoletanizzante, che colloca lo scugnizzo come una perdurante presenza folkloristica di una Napoli-città-di-Pulcinella. Non vi è però alcuna accezione positiva o romantica nella definizione di “scugnizzo”.

Ferdinando Russo conosceva bene questa realtà. Era un giornalista, che oggi definiremmo “on the road”, “di strada”: raccontava la vita quotidiana della città, l’ordinarietà della vita dei vicoli, che descrisse nei suoi articoli e nelle sue poesie.

1853, i guagliune, Fil.Palizzi disegno, F.P. incisore,Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti vol.1,p.418[5] [immagine da Wikipedia]
Sempre Ferdinando Russo spiega in uno studio pubblicato su Napoli d’oggi nel 1900 come il vocabolo scugnizzo sia collegato allo scugnare e al gioco della trottola.

Il gioco della trottola (in napoletano strummolo) è sicuramente uno dei più diffusi all’epoca e questi bambini di strada ne sono dei provetti giocatori. Come descritto in Tempi di strummoli, strummulilli e funicelle corte, quando la trottola gira male a causa di un lancio fatto con imperizia (u’ strummolo scacato), gli altri giocatori hanno la possibilità di scugnare e cioé incastrare, con un colpo preciso e violento, la propria trottola su quella scacata. Se il colpo riesce, la punta metallica si conficca nel corpo di legno della trottola bersaglio e la scogna, cioè la rompe e la rende inservibile.

Questi bambini di strada sono tutti, non uno escluso, dei provetti scognatori. Da qui il nomignolo che si sono dati.

In “Scugnizzo, l’etimologia” pubblicato su Qui Campania, in un ipotetico scambio di battute all’inizio di una “partita” tra i giovani partecipanti al gioco della trottola, si immagina che uno di questi bambini

[…] si sia chiesto, con riferimento allo strummolo di un contendente: “chi ‘o scogna, chisto o isso?” e che a tale interrogativo sia stato risposto: ” ‘o scogn ‘isso!”. Che non sia stata proprio questa la voce “raccolta” dal Russo e da lui stesso, quasi ad litteram trasposta in scugnizzo’! […]

Il suffisso qualificativo -izzo, corrispondente all’italiano -iccio, potrebbe lasciare supporre un’origine meridionale del termine, anche se difficilmente documentabile. Nella lingua napoletana, infatti, è raro imbattersi in parole con il suffisso -izzo. Caratteristico del siciliano e del calabrese, è presente in pochi vocaboli napoletani come nnerizzo (indirizzo), alizzo (sbadiglio), marvizzo (allodola), pampanizzo (brivido), verrizzo (capriccio bizzoso) e nell’aggettivo nizzo (livido, fradicio) di origine però toscana.

Tuttavia non è da escludere che si possa qualificare i monelli napoletani come “sdentati”, piuttosto che “scognatori”. L’origine potrebbe derivare da scugnatizzo cioèalquanto sdentato”.

L’aggiunta del suffisso -iccio (dal latino -icium) esprime qualità in forma approssimativa, valore diminutivo, spesso con connotazione peggiorativa e forma sostantivi maschili in cui esprime valore limitativo, peggiorativo, come in chiacchiericcio, laniccio, muriccio (cfr. Il Nuovo De Mauro).

L’aggettivo scugnatizzo, sostantivandosi, ha quindi perso per sincope il gruppo -at diventando scugnizzo, ovvero “sdentaticcio”, indicante la condizione di una dentatura in cattive condizioni di tali bambini a causa di malnutrizione e assenza di igiene.
Come è accaduto a molte altre parole simili, si pensi a “malandrino” o alla stesso “monello”, la parola scugnizzo ha perso il suo grave riferimento (e significato) originario, per assumere nell’accezione comune un significato più leggero e sminuente.

Il monello, inizialmente, era chi si fingeva storpio o malato per ottenere delle più facili elemosine, un truffatore insomma. Il malandrino, da malo e landrino (dal tedesco medio landern, “vagabondare”), è un vagabondo malvagio, un pericoloso delinquente. Oggi, nell’accezione comune, il monello è un bambino discolo e impertinente, una simpatica canaglia; altrettanto, il malandrino è associato al “briccone” il cui estro gli vale l’assoluzione se non addirittura un certo consenso e approvazione.

In un passaggio semantico simile, lo scugnizzo viene troppo spesso associato a un ragazzino birichino, il cui estro, rafforzato dalla “creatività” affibbiata nel bene e, sopratutto, nel male alla napoletanità, gli vale simpatia, consenso e approvazione.

Questo tipo di transizione è assai comune e nel caso dello scugnizzo è favorita dall’essere calata in un esotico folklore con cui il Nord etichetta il Sud e che per Napoli dura dal 1480 quando il Piovano Arlotto e poi Bernardino Daniello nel 1539, scrissero della città come un “paradiso abitato da diavoli”.

Iddio, ordinatore di tutto, ha dato questa dota a questo regno, di producere tanti beni, e ha ordinato allo elemento dell’aria che fallisca nelli uomini, perché, se quello regno avessi in perfezione li uomini di bonità e d’ingegno, non si doverrebbe chiamare paradiso terrestre, ma più presto cielo del Sole; e però quella aria produce gli uomini cattivi e pieni di tradimenti (cit. Motti e facezie del Piovano Arlotto).
Se non ci si accontenta della patina folkloristica e si vuole percepire l’autenticità dello scugnizzo, la ricerca deve essere indirizzata senza nessuna esitazione in direzione della vita e delle opere di Raffaele Viviani, un mostro-sacro del teatro italiano, molto stimato dai suoi contemporanei, anche all’estero, fortemente ostacolato dal Fascismo e riscoperto postumo da Nino Taranto, Roberto De Simone, Roberto Murolo, Eugenio Bennato, Peppe Barra, Massimo Ranieri, Nuova Compagnia di Canto Popolare e Toni Servillo.
Raffaele Viviani in una foto del 1930 al tavolo di lavoro [immagine da Wikipedia]

Nelle opere di Raffaele Viviani lo scugnizzo non è mai una caricatura, non vi è una concessione alla comicità per un facile e prevedibile consenso. Si tratta di una rappresentazione della realtà , di un’umanità emarginata che vive le sue gioie e sofferenze, le sue aspirazioni e delusioni. Non si “fa sconti” al dolore, all’indigenza e alla sofferenza perché queste ultime non ne fanno nella vita reale.

L’emarginazione e la miseria sono temi ricorrenti nel teatro di Raffaello Viviani e la figura dello scugnizzo ne emerge come la figura più significativa e originale.

Emblematico è Scugnizzo – Via Partenope. In questo atto unico, lo scugnizzo è sì un miserabile ed emarginato, ma non accetta questo stato con sudditanza e rassegnazione (altra etichetta affibbiata ai meridionali), lotta per migliorare la sua condizione e la sua presenza alla festa dell’Hotel Excelsior, frequentato dalla signuramma, è un atto di protesta, una denuncia dell’immobilismo di una società, chiusa nei suoi circoli ristretti e intenta all’accumulo di beni e potere ai danni del resto. Una denuncia di immobilismo sociale di grande attualità visto il recente rapporto dell’Oxfam sull’impressionante e crescente divario tra ricchi e poveri.

Lo scugnizzo è il simbolo di questa denuncia verso la società, che nega la possibilità di migliorare la propria condizione a chi si trova, per nascita o disavventura, in miseria.

Vi lascio con il bellissimo brano musicale di Raffaele Viviani, presente in L’ultimo scugnizzo, uno dei suoi testi teatrali più famosi, la notissima Rumba degli scugnizzi, in due delle molte e differenti interpretazioni.

Continua a leggere di Napoli, clicca QUI

 

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35 pensieri su “Scugnizzi

  1. Bello e interessante, non sapevo che la parola scugnizzo derivasse dal piemontese.
    Gugnin tra l’altro è parola caduta in super oblio oggi non più in voga e triste è pensare a tutte quelle situazioni di infanzia negata dai gugnin di Don Bosco agli scugnizzi di Napoli ai meninos de rua.
    Bel post e molto bella è la rumba degli scugnizzi !!!!!

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    1. Stiamo perdendo i dialetti. Le nuove generazioni parlano l’italiano, l’inglese e magari dovranno imparare il cinese. C’è tanto da scoprire e valorizzare in questa “archeologia” delle lingue. Da questo articolo viene fuori che Tirino e Napoli erano già “unificate” dagli stessi problemi. E oggi il fenomeno ci arriva da lontano e ci tocca da vicino: tutti quei bambini che vengono imbarcati senza genitori su quei gommoni poco galleggianti. Dovremmo ricordare sempre la nostra storia e fare in modo che certe brutture non si ripetano più.
      Grazie per il tuo immancabile supporto e contributo.

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    1. C’è da perdersi andando a ritroso nella lingua. Si scoprono tantissime vie che si intersecano nei modi più inaspettati. Siamo più legati di quanto ci aspettiamo. Dividere fa comodo alla “signuramma”.

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  2. Meraviglia. Pensa che proprio stasera mi ero messo a leggere su una rivista… l’origine della maionese. Amo tantissimo questi post socio-linguistici.
    Ci portano in mondi lontani, attraverso la lingua capiamo come evolve la società: scugnizzo ormai significa ragazzino svelto e birichino, magari sempre molto girandolone.
    Ovvio che ne sia mutato il senso, forse perché gli scugnizzi (cavolo, forse da Torino) non sono più quegli sbandati senza dimora -non per colpa loro-.
    Molto interessante, very good.

    Moz-

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    1. Lo scugnizzo. in effetti, non esiste più come ritratto in molte foto del dopoguerra. Voglio ricordare che gli scugnizzi parteciparono in prima linea alle Quattro Giornate di Napoli, che fu la prima grande città europea a insorgere contro i nazi-fascisti e a prendere a calci in quel posto la Wehrmacht. Alla faccia della supina rassegnazione del popolo napoletano!
      Oggi l’infanzia negata si manifesta in maniera diversa e si ripete drammaticamente nelle storie di camorra. Meno evidente ai nostri occhi, ma lo “scugnizzo” esiste ancora come bambino che non ha opportunità di giocare, studiare, crescere, lavorare, avere una prospettiva di vita migliore. E ribadisco che non è solo una “questione meridionale”.
      Grazie per l’apprezzamento, Moz!

      Piace a 1 persona

    1. Grazie due volte. Uno per il supporto e l’istigazione a continuare questo “filone” e due per la bella domanda.
      In effetti, lo sciuscià appartiene allo stesso ambiente e situazione degli scugnizzi.
      Sai che ti dico? Ci scrivo su un veloce post a corollario. Scusa se ti tengo in sospeso. sarò rapidissimo. Di nuovo grazie.

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  3. Interessante, anche perché i pochi napoletani che ho conosciuto non mi hanno mai spiegato il significato delle parole in dialetto – forse per insultare senza farsi capire, ma nel caso non capisco che gusto ci sia: se insulto qualcuno esigo che mi capisca XD

    Comunque, dicevo che è stato un bel viaggio nella storia di questa parola (e magari inizio sul serio il recupero dei tuoi post che mi sono perso ^^).

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