Batmancito [Ep.#4] – El BaVón Rojo

La classica bettola malfamata, il migliore ron di tutti i Caraibi. Così dice l'Oste.
La classica bettola malfamata, il migliore ron di tutti i Caraibi. Così dice l’Oste.

Segue da Batmancito Anabasis [Parte III]

Punta Allen, noi gringos la chiamiamo così, ma il suo nome è Javier Rojo Gómez.

Punta Allen è a due chilometri a sud dal villaggio: è il nome dell’ultima propaggine di Sian Ka’an dove finisce la terra, inizia il mare e, un po’ più in fondo, sulla linea dell’orizzonte, inizia il cielo. Sian Ka’an, in lingua Maya questo significa:”dove inizia il cielo”.

Poche centinaia di anime, per lo più pescatori, i telefoni non funzionano, qualche locale si è attrezzato con Internet, l’energia elettrica c’è: tra le dieci del mattino e le due del pomeriggio; dalle sette di sera fino a mezzanotte.

Qualche tempo fa, Gilbert e Dean hanno provato a cancellare Punta Allen dalla faccia del pianeta: qui gli uragani sono di casa. Hanno provocato parecchi danni al villaggio e reso la costa un cimitero di palme, ma Punta Allen è ancora qui, alla fine della strada, di quest’unica strada che divide la laguna dal Mare dei Caraibi.

Ogni tanto si vede anche qualche turista che vuole fare pesca sportiva: si pesca molto bene il Permit, il Tarpon, lo Snook, il Bonefish, ma ci sono anche Barracuda, Jack, Snapper, LadyFish. La barriera è a soli quattrocento metri dalla costa ed è il paradiso per chi vuole fare immersioni o, semplicemente, snorkeling. Qualche turista più “avventuroso” vuole provare il brivido di una gita emozionante all’interno della giungla e ciò mi dà da mangiare in questi giorni di apatia e nulla.

Quando Sergio e io siamo arrivati a Punta Allen, scelta obbligata come punto di partenza della nostra spedizione per il Tempio Perduto, non abbiamo avuto alcuna esitazione a scegliere El BaVón Rojo come nostra casa-base. Ora che ho il tempo di rifletterci su, sbracato tra sgabello al bancone e amaca, tutto il giorno a bere e chiacchierare qui nella locanda, è stato El BaVón Rojo a scegliere noi.

La locanda si distingue subito tra le altre case per la sua costruzione in assi di legno, piuttosto consunte, verniciate di bianco con un effetto d’insieme di naturale craquelè.

Senza nulla togliere agli esperti pescatori di qui, non credo ve ne sia qualcuno in grado di realizzare ad arte questo tipo di tecnica decorativa su legno.

La vernice bianca è, infatti, per la maggiore parte della superficie delle pareti, corrosa dalla salsedine, dal vento e dalla pioggia che, sopratutto in questo periodo, arriva improvvisa, impetuosa, smette d’improvviso come è iniziata, le nuvole si diradano in brevissimo, lasciando un cielo terso e di un azzurro compatto, perfettamente in tono con le sfumature di turchese del Mare dei Caraibi. Il sole picchia come il martello da guerra del dio Thor incainato a bestia.  L’umidità è un sudario che si appiccica addosso come una terza pelle, ricoprendo di una pellicola trasparente lo strato di polvere e sabbia accumulata durante il lungo viaggio. Quest’impasto cementato dal sudore sulla pelle viene via con l’acqua e almeno un mezzo pezzo di sapone, ma l’umidità no: resta appiccicata addosso. Tuttavia, nonostante questo scafandro di “seconda” e “terza” pelle, i mosquitos riescono a infilarvi i loro fottuti pungiglioni e fare rifornimento del tuo sangue.

Punta Allen (c) Lonely Planet
Punta Allen (c) Lonely Planet

El BaVón Rojo è situato in riva al mare. L’entrata, sul lato strada, dà su un ampio portico rialzato con alcuni tavolini, un certo numero di sedie e panche e – sa solo Dio come ci sia arrivato – un dondolo a due posti in ferro battuto, talmente usurato che la vernice bianca è nello stesso stato delle facciate della costruzione. Le molle, che tengono la seduta a due posti, sono così arrugginite che non reggerebbero un paio di persone sovrappeso. Per fortuna, qui i locali sono piuttosto leggeri. I cuscini, un patchwork vibrante dei colori dell’huipil, l’abito tradizionale delle donne yucateche, contrastano talmente con il contesto decadente e trasandato che sembrano appena usciti dalla bottega del tappezziere.

Il retro, in postacci di questa risma, è solitamente discarica dei rifiuti e deposito di ciarpame vario. Un luogo adatto a ratti, loschi figuri che si incontrano per loschi affari o vigliacchi ruba-galline in agguato per rapinare l’ubriaco appartatosi per vomitare. Tutti ratti in fin dei conti.

Il retro di El BaVón Rojo è, invece, uno spettacolo: un ampio patio di forma quadrata, con pavimento di solo sabbia, si protende su una spiaggia di un colore talmente bianco che abbaglia; le barche, tirate in secca dai pescatori, la punteggiano in una zig-zagante linea immaginaria che lo sguardo unisce con le palme. La riva è lambita da un mare dalle gradazioni di verde, turchese, celeste, azzurro e blu, tali che qualunque pittore venderebbe l’anima al Gran Satanasso pure di poterle replicare sulla sua tavolozza. Un caleidoscopio di colori e sfumature che rendono la vista quasi irreale. Sembra un quadro dipinto di un angolo di Paradiso, capitato per caso in Terra in una baia lambita da un mare dalle strisce di turchese.

Il patio è aperto ai tre lati e, al centro, due file parallele di pali di legno corrono vicine e creano l’effetto di certe chiese antiche: sotto queste due navate sono disposte diverse amache in iuta, i cui tiranti pendono dai pilastri di legno o dal soffitto con l’effetto di creare una ragnatela. Alcune amache sono occupate e le scambieresti per vittime della trappola di fili, tesa con cura e precisione dal ragno, se non fosse che ogni tanto vedi un filo di fumo di sigaretta uscire e una bottiglia di birra spuntare da quei bozzoli.

Su un pilastro è inchiodata un asse di legno sui cui è incisa in maniera rozza una scritta: “Isla del Tiempo“. Più in là è inchiodata un’altra scritta, è in greco antico:”Σπεῦδε βραδέως“. Cosa ci fa qui la frase riferitaci da Svetonio come la massima preferita dall’imperatore Augusto? “Affrettati lentamente”, un condottiero prudente è meglio di uno temerario. E ancora un altro cartello in latino: “Post prandium aut stabis aut lente deambulabis”, Dopo la cena o si riposa o si passeggia lentamente. La prima che hai scritto, chiunque tu sia.

La locanda sembra uscita fuori dal libro de L’Isola del Tesoro di Stevenson, è in un luogo incantevole del villaggio, ha un patio con le amache, quei cartelli in greco e latino mi hanno fatto salire la scimmia e non me la scrollerò dal groppone se non faccio la conoscenza con il soggetto che amministra la baracca. A Sergio basta uno sguardo per capire che il sopralluogo è terminato: El BaVón Rojo è promosso a nostro “quartiere generale”!

Mi pianto sul lato opposto della strada all’entrata della locanda, così da rimirare da lontano quella costruzione come per scattare una foto-ricordo da conservare nell’album della mia memoria. Un ultimo momento da immortalare prima di entrare.

Mi alzo la falda del cappello, alzo lo sguardo, chino leggermente la testa venendo incontro a una sigaretta che spunta da uno sgualcito pacchetto. E ora mi fumo una sigaretta, muy tranquilo. L’altra mano, intanto, cerca vanamente tra le tasche l’accendino, un vecchio accendino in dotazione ai piloti della Lutwaffe durante la Seconda Guerra Mondiale, ricordo della mia prima spedizione e compagno di tutte le altre che sono seguite. Non l’accendino di un pilota qualunque, ma l’accendino di Adolf Galland, il più famoso asso della Lutwaffe, che amava accendersi un amato Havana di ritorno da una missione vittoriosa sui cieli della Gran Bretagna. No, non posso averlo perso.

Una fiamma appare davanti la sigaretta che pende stancamente dalle mie labbra, riconosco quel puzzo di benzina: Sergio stringe il mio accendino in mano e, sorridendo con quegli occhi neri e profondi, mi fa:

“Un giorno dimenticherai anche di mettere le mutande, compadre.“.

Scoppiamo a ridere consapevoli entrambi che questa eventualità è incerta solo nella data in cui accadrà.

Ci scambiamo uno sguardo d’intesa come due fratelli gemelli.

Siamo così presi da questo momento, che non ci rendiamo conto dei nuvoloni che hanno riempito il cielo. Le gocce iniziano lentamente a cadere, lasciando dapprima solo qualche segno sul cappello e sui vestiti; l’umidità naturale di Punta Allen è ancora troppo alta per percepire l’umidità del bagnato. Dieci secondi dopo, la sigaretta mi si spegne in bocca, come se avessi ricevuto una secchiata d’acqua in testa.

Mentre le prove del Giudizio Universale sono in corso, forse un oscuro presagio di quanto sarebbe accaduto, attraversiamo di corsa la strada, guadagniamo il portico, insieme a una massa di gente che cerca riparo. Al lato dell’entrata, c’è un cartello che recita “Mi casa es tu casa”, sembra promettere bene.

Hola, Oste!” grido entrando, infilandomi in uno dei più grandi guai della mia già rognosissima vita.

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Nell'huipil indossato dalle donne in Quintana Roo prevale il bianco con un motivo decorativo molto ricercato di fiori molto vistosi. Lo huipil è specifico per ogni comunità indigena.

Nell’huipil indossato dalle donne in Quintana Roo prevale il bianco con un motivo decorativo molto ricercato di fiori molto vistosi. Lo huipil è specifico per ogni comunità indigena.

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39 pensieri su “Batmancito [Ep.#4] – El BaVón Rojo

    1. Forse la sensualità entrerà in ballo, non so, ma la locanda è piena di gente strana e di ogni provenienza!
      Poi non credo di essere capace di scrivere di erotismo e nudità, già è un mezzo miracolo che ho tirato fuori questo “pezzo” di ambientazione…Dopo la lettura ti senti un po’ in Messico oppure potrebbe essere Poggibonsi?

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            1. Per Birr-ozia =ozio imbevuto da fiumi di birra, abbandonato ogni altra attività o solo pensiero di attività che non sia alzare un boccale e muovere la bocca per parlare. Il tutto senza alcun rimorso o barlume di coscienza. No, il sesso rientra tra le “attività”. C’è tempo fratello. Ora bevi e goditi il posto! 😉

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                1. Non credo, frate’, temo che con il bromuro che ci ficco nella birr-ozia i bollenti spiriti passano al giorno dopo. El Bavon Rojo poi è un seria locanda delle più malfamate, così me lo fai diventare un banale set di film porno 😉

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  1. Bello questo capitolo descrittivo. Mi piace. Ci stava proprio dopo l’azione, in questo modo hai messo il protagonista in un luogo.
    E, devo ammettere, ci sono dentro delle belle immagini… hai usato bene le parole. Bravo redbavon.

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    1. Grazie Zeus Qui sta venendo giù un’iradi:D-io!
      Doveva essere un racconto di una-(sup)post(a)-e-via, poi in due parti perché chiaramente ero andato lungo. Poi sono arrivati folla di personaggi a chiedere una parte…Mah deve esserci una tale crisi nell’industria dell’intrattenimento che arrivano pure a chiedere lavoro in una auto-produzione fuori concorso. E io non ce la faccio: non riesco a negare una possibilità a questi bravi diavoli…;)

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      1. Ma certo! Bisogna accontentare tutti questi personaggi che ci chiedono spazio e voce. Ti ricordo che stai parlando con uno che ha scritto un racconto breve e poi, preso dal delirio, sta creando un maxi-racconto da 12 puntate. Direi che la pazzia mi comanda.
        Ecco perché capisco la tua necessità! 😉

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            1. Più che personaggi, delle piattole, delle simpatiche piattole…Per quanto non abbia presente nel più alto dei voli del Pindaro in versione pirla come possa essere descritta la simpatia di una piattola!
              Ma pure a te ti tirano le parole dalle dita come un marmocchio tira insistentemente la camicia al padre chiedendo a martello pneumatico il lobo’ (=robot) di Zambot 3?!!

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              1. AHahahaha.
                Sì, infatti è per questo che, a volte, devo assolutamente non accontentarli, perché finiscono per governare loro la storia e, per quanto sia piacevole, non è la scelta migliore. Sono io che li muovo. Loro sono “simpatiche piattole”.

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        1. Qui andiamo a finire in pieno “spoiler” della prossima puntata, ma tanto chi ci sente, no?
          Allora, la locanda è piena di parecchi soggettazzi, gente del luogo, ma anche gente da fuori. Come ci sia finita lì, mah quelle sono tante storie quanti ne sono loro. Ognuno potrebbe scrivere la sua. Ma mi accontento se riesco a scrivere la “vita” in questa locanda che al bar di Mario di ligabuesca canzone glie fa ‘na…un baffo.
          No non sei una sudamericana chiattissima, il fiocco nemmeno (perché in Yucatan non ne ho visto manco una così) e i modi di scaricatore…Su quelli ci si può lavorare. P’o’ burdell là dint’ stai certa che cercherò di farne tanto.
          Narcì, Narcisiello bello, cccà c’è bisogno di te. E a mamma ‘e chi n’alluca, fa….ehm a proposito di scaritori di porto;
          Porta pacienza e incrocia le dita che la (scorna)Musa non mi abbandoni.

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              1. Pochi ma de core! Come chi vuole aprire una porta che nessuno osa… credo sia quello il bene, dare credito ad un’impressione, alle parole che vedono oltre e perseguire, perseguire tutti quei piccoli segnali che nessuno vede mai…

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  2. Pensa che non capivo se si trattasse di realtà o finzione. Ho dovuto leggere qualche commento prima di capire che era una “storia”. Ora delle due l’una: o i miei due neuroni sono andati in vacanza o sei davvero bravo a scrivere, Io propendo per la seconda ché se fosse la prima sarei proprio rovinata. 🙂

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    1. Ringrazio per la tua generosità, ma sei capitata a metà del primo tempo del film e ti sei persa qualche “pezzo”, niente di grave eh…
      La colpa è mia: se scrivo “a episodi” è normale che chi arriva “nel mezzo” si trovi spaesato; sul web poi non si dovrebbe proprio fare perché non funziona…Ma sinceramente me ne infischio “se funziona”, mi è venuta la scimmia da un episodio accadutomi veramente in Messico e mi è partita la scheggia dello spin-off di fantasia. Quindi, mea culpa.
      Se i tuoi due neuroni (beata te!io ne ho uno e lo chiamò per nome: Neurunico) vogliono andare in vacanza, il Messico è una meta che consiglio vivamente 😉

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      1. I miei due neuroni se ne sono accorti che erano nel mezzo. Tornerò e ripartirò dall’inizio quando verrà il momento giusto e avrò le energie per affrontare questo “viaggio” dando tutta l’attenzione che merita. Sono stanca morta adesso. In quanto al Messico … non mi dispiacerebbe affatto come meta. 🙂

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