Batmancito – El BaVón Rojo

La classica bettola malfamata, il migliore ron di tutti i Caraibi. Così dice l'Oste.

La classica bettola malfamata, il migliore ron di tutti i Caraibi. Così dice l’Oste.

Segue da Batmancito Anabasis [Parte III]

Punta Allen, noi gringos la chiamiamo così, ma il suo nome è Javier Rojo Gómez.

Punta Allen è a due chilometri a sud dal villaggio: è il nome dell’ultima propaggine di Sian Ka’an dove finisce la terra, inizia il mare e, un po’ più in fondo, sulla linea dell’orizzonte, inizia il cielo. Sian Ka’an, in lingua Maya questo significa:”dove inizia il cielo”.

Poche centinaia di anime, per lo più pescatori, i telefoni non funzionano, qualche locale si è attrezzato con Internet, l’energia elettrica c’è: tra le 10 del mattino e le 2 del pomeriggio; dalle 7 di sera fino a mezzanotte.

Qualche tempo fa, Gilbert e Dean hanno provato a cancellare Punta Allen dalla faccia del pianeta: qui gli uragani sono di casa. Hanno provocato parecchi danni al villaggio e reso la costa un cimitero di palme, ma Punta Allen è ancora qui, alla fine della strada, di quest’unica strada che divide la laguna dal Mare dei Caraibi.

Ogni tanto si vede anche qualche turista che vuole fare pesca sportiva: si pesca molto bene il Permit, il Tarpon, lo Snook, il Bonefish, ma ci sono anche Barracuda, Jack, Snapper, LadyFish. La barriera è a soli quattrocento metri dalla costa ed è il paradiso per chi vuole fare immersioni o, semplicemente, snorkeling. Qualche turista più “avventuroso” vuole provare il brivido di una gita emozionante all’interno della giungla e ciò mi dà da mangiare in questi giorni di apatia e nulla.

Quando Sergio e io siamo arrivati a Punta Allen, scelta obbligata come punto di partenza della nostra spedzione per il Tempio Perduto, non abbiamo avuto alcuna esitazione a scegliere El BaVón Rojo come nostra casa-base. Ora che ho il tempo di rifletterci su, sbracato tra sgabello al bancone e amaca, tutto il giorno a bere e chiacchierare qui nella locanda, è stato El BaVón Rojo a scegliere noi.

La locanda si distingue subito tra le altre case, per la sua costruzione in assi di legno, piuttosto consunte, verniciate di bianco con un effetto d’insieme di naturale craquelè.

Senza nulla togliere agli esperti pescatori di qui, non credo ve ne sia qualcuno in grado di realizzare ad arte questo tipo di tecnica decorativa su legno.

La vernice bianca è, infatti, per la maggiore parte della superficie delle pareti, corrosa dalla salsedine, dal vento e dalla pioggia che, sopratutto in questo periodo, arriva improvvisa, impetuosa, smette d’improvviso come è iniziata, le nuvole si diradano in brevissimo, lasciando un cielo terso e di un azzurro compatto, perfettamente in tono con le sfumature di turchese del Mare dei Caraibi. Il sole picchia come il martello da guerra del dio Thor incainato a bestia.  L’umidità è un sudario che si appiccica addosso come una terza pelle, ricoprendo di una pellicola trasparente lo strato di polvere e sabbia accumulata durante il lungo viaggio. Quest’impasto cementato dal sudore sulla pelle viene via con l’acqua e almeno un mezzo pezzo di sapone, ma l’umidità no: ti resta appiccicata addosso. Tuttavia, nonostante questo scafandro di “seconda” e “terza” pelle, i mosquitos riescono a infilarvi i loro fottuti pungiglioni e fare rifornimento del tuo sangue.

Punta Allen (c) Lonely Planet

Punta Allen (c) Lonely Planet

El BaVón Rojo è situato in riva al mare. L’entrata, sul lato strada, dà su un ampio portico rialzato con alcuni tavolini, un certo numero di sedie e panche e – sa solo Dio come ci sia arrivato – un dondolo a due posti in ferro battuto, talmente usurato, con la vernice bianca nello stesso stato delle facciate della costruzione. Le molle, che tengono la seduta a due posti, sono così arrugginite che non reggerebbero un paio di persone sovrappeso. Per fortuna, qui i locali sono pittosto leggerini. I cuscini, un patchwork vibrante dei colori dell’huipil, l’abito tradizionale delle donne yucateche, contrastano talmente con il contesto decadente e trasandato che sembrano appena usciti dalla bottega del tappezziere.

Il retro, in postacci di questa risma, è solitamente discarica dei rifiuti e deposito di ciarpame vario. Un luogo adatto a ratti, loschi figuri che si incontrano per loschi affari o vigliacchi ruba-galline in agguato per rapinare l’ubriaco appartatosi per vomitare…Tutti ratti in fin dei conti.

Il retro di El BaVón Rojo è, invece, uno spettacolo: un ampio patio di forma quadrata, con pavimento di solo sabbia, si protende su una spiaggia di un colore talmente bianco che abbaglia; le barche, tirate in secca dai pescatori, la punteggiano in una zig-zagante linea immaginaria che lo sguardo unisce con le palme. La riva è lambita da un mare dalle gradazioni di verde, turchese, celeste, azzurro e blu, tali che qualunque pittore venderebbe l’anima al Gran Satanasso pure di poterle replicare sulla sua tavolozza. Un caleidoscopio di colori e sfumature che rendono la vista quasi irreale. Sembra un quadro dipinto di un angolo di Paradiso, capitato per caso in Terra in una baia lambita da un mare dalle strisce di turchese.

Il patio è aperto ai tre lati e, al centro, due file parallele di pali di legno corrono vicine e creano l’effetto di certe chiese antiche: sotto queste due navate sono disposte diverse amache in iuta, i cui tiranti pendono dai pilastri di legno o dal soffitto con l’effetto di creare una ragnatela. Alcune amache sono occupate e le scambieresti per vittime della trappola di fili, tesa con cura e precisione dal ragno, se non fosse che ogni tanto vedi un filo di fumo di sigaretta uscire e una bottiglia di birra spuntare da quei bozzoli.

Su un pilastro è inchiodata un asse di legno sui cui è incisa in maniera rozza una scritta: “Isla del Tiempo“. Più in là è inchiodata un’altra scritta, è in greco antico…”Σπεῦδε βραδέως“. Cosa ci fa qui la frase riferitaci da Svetonio come la massima preferita dall’imperatore Augusto? “Affrettati lentamente”, un condottiero prudente è meglio di uno temerario. E ancora un altro cartello in latino: “Post prandium aut stabis aut lente deambulabis”, Dopo la cena o si riposa o si passeggia lentamente. La prima che hai scritto, chiunque tu sia.

La locanda sembra uscita fuori dal libro de L’Isola del Tesoro di Stevenson, è in un luogo incantevole del villaggio, ha un patio con le amache, quei cartelli in greco e latino mi hanno fatto salire la scimmia e non me la scrollerò dal groppone se non faccio la conoscenza con il soggettazzo che amministra la baracca…A Sergio basta uno sguardo per capire che il sopralluogo è terminato: El BaVón Rojo è promosso a nostro “quartiere generale”!

Mi pianto sul lato opposto della strada all’entrata della locanda, così da rimirare da lontano quella costruzione come per scattare una foto-ricordo da conservare nell’album della mia memoria. Un ultimo momento da immortalare prima di entrare. Mi alzo la falda del cappello, alzo gli occhi senza alzare la testa, la chino leggermente venendo incontro a una sigaretta che spunta da uno sgualcito pacchetto. E ora mi fumo una sigaretta, muy tranquilo. …L’altra mano, intanto, cerca vanamente tra le tasche l’accendino, un vecchio accendino in dotazione ai piloti della Lutwaffe durante la Seconda Guerra Mondiale, ricordo della mia prima spedizione e compagno di tutte le altre che sono seguite. Non l’accendino di un pilota anonimo, ma quello di Adolf Galland, il più famoso asso della Lutwaffe, che amava accendersi un amato Havana  di ritorno da una missione vittoriosa sui cieli della Gran Bretagna. No, non posso averlo pers…Una fiamma appare davanti la sigaretta che pende stancamente dalle mie labbra, riconosco quel puzzo di benzina: Sergio stringe il mio accendino in mano e, sorridendo con quegli occhi neri e profondi, mi fa  “Un giorno dimenticherai anche di mettere le mutande, compadre“. Scoppiamo a ridere consapevoli entrambi che questa eventualità è incerta solo nella data in cui accadrà.

Ci scambiamo uno sguardo d’intesa come due fratelli gemelli.

Siamo così presi da questo momento, che non ci rendiamo conto dei nuvoloni che hanno riempito il cielo. Le gocce iniziano lentamente a cadere, lasciando dapprima solo qualche segno sul cappello e sui vestiti; l’umidità naturale di Punta Allen è ancora troppo alta per percepire l’umidità del bagnato. Dieci secondi dopo, la sigaretta mi si spenge in bocca, come se avessi ricevuto una secchiata d’acqua in testa.

Mentre le prove del Giudizio Universale sono in corso, forse un oscuro presagio di quanto sarebbe accaduto,  attraversiamo di corsa la strada, guadagniamo il portico, insieme a una massa di gente che cerca riparo. Al lato dell’entrata, c’è un cartello che recita “Mi casa es tu casa”, sembra promettere bene.

Hola! Oste…” grido entrando, infilandomi in uno dei più grandi guai della mia già rognosissima vita.

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Nell'huipil indossato dalle donne in Quintana Roo prevale il bianco con un motivo decorativo molto ricercato di fiori molto vistosi. Lo huipil è specifico per ogni comunità indigena.

Nell’huipil indossato dalle donne in Quintana Roo prevale il bianco con un motivo decorativo molto ricercato di fiori molto vistosi. Lo huipil è specifico per ogni comunità indigena.

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