Bolero – Ep. #2 Il respiro(comico) della vita e il piacere della lentezza

Jorge-Donn-Bolero-Les-uns-et-les-autres

Avviso ai naviganti – Che il moto ondoso sia in aumento e dei venti tesi nel Canale di Sicilia dai quadranti nord-occidentali in rotazione ai quadranti occidentali, poco ve ne cale, ma se volete avventurarvi oltre queste righe, prestate attenzione a quanto segue. Riconosco da lontano il pruriginoso formicolio alle dita che precede un rapporto sado-masochista con la tastiera: più la batto, più le piace. Come il Libeccio porta burrasca e pioggia, questa sensazione formicolante è foriera di selvaggio cazzeggio a dita sospinte, tendente al politicamente scorretto in un italiano coerentemente scorretto, che solo alla fine dispiegherà un senso – Vasco Rossi docet – “anche se questa storia un senso non ce l’ha”. In preda alla “digressione, mon amour” e posseduto da uno Sturm und Drang di matrice colitica [trad. “Tempesta e (im)Peto”], avviso il navigante che dovrà armarsi di pazienza, comprensione, insospettabili doti di dribblatore di frasi a zigo-zago-c’era-un-mago e una buona dose di pensiero lateral-obliquo. Nonsense a granella.

Pertanto, è caldamente consigliato un genere di conforto, da sorbire lentamente, tra un paragrafo e l’altro; birretta e Fonzies, caffè preparato alla greca o altra bevanda più eco-gastro-compatibile o intestino-lenitiva, tipo certe tisane che – ciclicamente – certe colleghe ti offrono in ufficio: cardamomo, prezzemolo con bacche di ginepro o misture de(l)genere. “Perché il caffè-della-macchinetta e il tè disidratato fanno male”

Tanto m’è dolce rutilar in questo mar di facezie. Let’s roll!

Bolero, il piacere della lentezza.

Tutto inizia da un commento sul post “Bolero. Il respiro della vita”

Uno degli aspetti più belli e arricchenti di fare parte della blogosfera è lo scambio con gli altri internauti, blogger o semplici naviganti.
Sempre più spesso, una certa idea, narcisista ed esibizionista, con aspirazioni da “entertainer”, si fa avanti tra la confusione di una folla delle migliori tradizioni di fervida attività di un qualsiasi suq. Questa idea propone di farsi spiattellare sullo  schermo, alla ricerca di trovare un senso alla sua esistenza, che sia al di qua o al di là dello stesso non ha importanza. Anche le idee si fanno le “pippe esistenziali”. Almeno le mie.


Sempre più spesso, però, accade che questa idea primigenia venga modificata se non addirittura stravolta a causa di inferenze e interferenze con altri blogger, lettori, curiosi o semplici passanti, che  – con grande generosità – producono contenuti in cui m’imbatto per la naturale serendipità dei salti ipertestuali, alcuni dei quali producono la stessa tensione di un balzo nell’iperspazio alla cieca.

“Senza i dati esatti potremmo volare attraverso una stella o avvicinarci troppo a una supernova,…e il vostro viaggio finirebbe prima di cominciare.” (cit. Han Solo in Star Wars IV – Una nuova speranza)

Anche se il World Wide Web è una ragnatela, si  naviga come un mare e, pertanto, accade che su questi miei lidi, lontani dalle rotte più note, approdi di tanto in tanto un navigante e accade, più di rado, che lasci una tangibile traccia del suo passaggio nell’apposito spazio dei “commenti”. Il bigino dell’ (ab)uso di questo blog recita:  “Effetti collaterali: in alcuni casi può indurre stitichezza nelle dita e sonnolenza. Non usare prima di mettersi alla guida.”
Così succede che Paolo è uno dei più affezionati avventori di questa webbettola in cui non si serve nemmeno il rum dei peggiori bar di Caracas…Sempre che vi sembri normale che tra tutti i problemi che effettivamente esistono in questo blog e a Caracas, la qualità del rum possa mai essere decisiva nel farvi evitare questo blog o di andare vacanza nello splendido Venezuela.
Paolo lascia uno dei suoi generosi commenti  al post, “Bolero. Il respiro della vita”, in cui mi sbatto alla tastiera per descrivere l’emozione che provo quando ascolto un brano di musica tra i miei preferiti in assoluto, che – per i meno perspicaci – è il Bolero di Maurice Ravel.
Un movimento che sconfigge la gravità e ci dà l’illusione di poterci librare nell’aria, naturalmente, come se l’avessimo sempre potuto fare, ma l’avessimo solo dimenticato. Danza, danza, danza al ritmo ostinato di un tamburo che ripete .

Cellule_rythmique_boléro

Dùm dududu dùm dududu dùm dùm dùm dududu dududu dududu

Paolo, alludendo al brano musicale, chiosa con una domanda: “[…]Bel pezzo, come restarne indifferenti?” Ma non mi basta che la domanda sia chiaramente retorica, provo a frugare spingendomi oltre la mia già altisonante titolazione. Sento l’esigenza di rispondere anche se la risposta non è davvero necessaria.

Mi viene fuori una risposta che inizia da un’idea, ma mi accorgo in breve che non ci sta tutta nel “box” del commento perché inizia a chiamarne a raccolta una folla di altre, un po’ come succede nei suq quando c’è un mercante particolarmente abile a richiamare l’attenzione. L’idea originaria  si mischia alla folla delle altre sopraggiunte e – come si dice dalle mie parti – finisce ppe’ ascì a ppariente con quelle di Paolo.
“Ascí a ppariente” nel dizionario napoletano significa: “riscontrare con un proprio interlocutore inattesi o imprevisti vincoli parentali appalesatisi durante un colloquio, una discussione donde emergano comuni frequentazioni tali da far sospettare l’esistenza di legami, nodi, rapporti, relazioni non passeggeri o estemporanei, ma risalenti addirittura ad antenati, avi, ascendenti, progenitori comuni “ (cit. Identità Insorgenti – Sul verbo ascì e la sua fraseologia)

Beninteso, non voglio dire che è tutta colpa di Paolo se state leggendo da 5 minuti una sorta di Viaggio al Centro della mia Scatola Cranica e genesi di un’idea di quel pirla di RedBavon…ok non mi nascondo sotto l’anonimato del web, mi chiamo Claudio, ora potete scagliare i sassi. Non gli sputi, perché vi avviso che ho un cognome che in fatto di saliva fa di me un temibile antagonista.

In precedenti scambi nel retrobottega dei post tra Paolo e me è già venuto fuori un particolare tema a noi caro: il piacere della lentezza.

Su queste pagine, mi torco e contorco perchè – posso sbattermi quanto voglio – è solo una questione di tempo, risorsa scarsa e senza fonti alternative. Vi ho riversato parole più o meno adatte a esprimere il mio rapporto con il Tempo, il piacere di prendere le cose lentamente. reclamando non già per i giorni che passano, ma per il Tempo che spesso lascio scorrere velocemente, consumato come fast-food da una società che produce – nel migliore dei casi – efficacia ed efficienza, ma non serenità e appagamento.

Mi viene in aiuto la musica!

Come solo la musica riesce a trasmettere “concetti” più efficacemente di qualunque prosa – figuriamoci la mia! – il Bolero libera in pieno e in maniera sensuale questo piacere della lentezza.

Siamo abituati ad ascoltare musica velocemente, brevi brani in qualunque situazione e luogo. Non è in sè un male, è solo una modalità di fruizione e di distribuzione. Il Bolero va ascoltato prendendosi tutto il tempo che dura – circa 20 minuti – perché nel Bolero non c’è…musica. Lo stesso Ravel lo affermava: “[…] un tissu orchestral sans musique – en un long crescendo très progressif.[…]”.

Occorre abbandonarsi al suo crescendo orchestrale scandito da pulsazioni in sincrono a un ritmo ostinato.

Occorre abbandonarsi…Chiudere gli occhi – non fatelo mentre guidate;) – lasciarsi andare all’immaginazione, cedere alle sue spire sensuali, desiderandone sempre di più a ogni strumento che via via si aggiunge, in una stratificazione crescente di convolgimento emotivo.
Come si fa all’amore: dai preliminari, il piacere in un lento crescendo di atti reiterati esplode nell’orgasmo; nel Bolero dal pianissimo iniziale, il piacere – al ritmo reiterato del rullante – cresce lentamente insieme agli strumenti che via via si aggiungono, esplodendo nel maestoso finale. E lo smorzarsi dell’ultima vibrazione dell’ultima nota ti lascia spossato e allo stesso tempo inebriato. Il Bolero nasce come danza (su commissione della ballerina russa Ida Rubinstein) e in effetti non è “soltanto” una musica: è una danza del corpo, della mente, dei sensi.

Finale del film “Bolero” (titolo originale: “Les uns et les autres”): un magnifico Jorge Donn.

Informazioni su redbavon

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15 responses to “Bolero – Ep. #2 Il respiro(comico) della vita e il piacere della lentezza

  • Paolo

    Carissimo Red (Claudio). Fai bene a tornare sul luogo del delitto. A riportare in superficie e rendere di nuovo udibile, con forza e consapevolezza rinnovate, amplificate, questo tuo post, questo tuo inno al Bolero. Nel mio precedente commento a quel tuo “necessario”, impellente, comunicare ciò che esso è in grado di suscitarti, ho trascurato una cosa che mi aveva molto colpito la danza (ignoravo il motivo ispiratore della partitura). Dicesti bene a suo tempo: l’interpretazione è bella, bellissima, coinvolgente. Come restare indifferenti? Mentre si osserva Jorge Donn ballare al centro della scena (che va via via popolandosi di persone e interpreti, sempre più partecipi, tutti, artisti e astanti) ci si ritrova a dire “è così, così deve essere”. Quel sobbalzare, ondeggiare, dall’eco tutta mediorientale, incentrato sul ventre e sostenuto dalle caviglie… Non c’era movimento e interpretazione più naturale e giusta.
    Il Bolero è pelvico. E’ respiro, è diaframma. E’ ascesa. E’ sangue che batte nelle vene. E’ un mantra che accompagna per ore. E’ un crescendo costante; finché si hanno energie, “finché ce n’è”. E cresce lentamente. Come il più grande dei piaceri. Come la più grande conquista. Ha il passo di una marcia nel deserto. Il fulgore di una parata, la gloria di un ritorno da vincitore, il suono suadente e avvolgente, adrenalinico della conquista, della vittoria. Il Bolero è sensuale, è metafora del sesso. Come rimanere indifferenti a tutto questo tradotto in note, in un tripudio di strumenti, coalizzati, catalizzati, accordati sul battere e pulsare, all’unisono? Il Bolero è un inno, un richiamo, una folla che si raduna, si unisce, si orienta, felice, partecipe, al piacere della vita.

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    • redbavon

      Adesso sono io a ricorrere all’instant-commento. A battere il colpo “si, ci sono!” Ma aspetta che ci ritorno con l’opportuna calm…lentezza;) Grazie Paolo e la citazione di Ligabue eeeeh che dettaglio..musica classica, danza e musica “leggera”. Ma sicuro che non abbiamo parenti…lontani avi in comune?😉

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    • redbavon

      Caro Paolo, carissimo Paolo, maledettissimo Paolo😉 Prendi uno come me: gli piglia lo sturbo alle dita, posseduto dal demone della danza, tanto che si immagina di librarsi nell’aere, ottenendo al massimo il risultato di rivaleggiare con l’Orso Baloo…e già sarebbe un risultato decente, se non fosse che la situazione piomba a sasso nel ridicolo quando mi accorgo che la calzamaglia attillata che indosso non produce l’effetto “ballerino dell’Operà”, ma “rollè di vitello al latte” cui manca solo l’alloro (due foglie) e le patate novelle. Poi arrivi tu: butti giù un commento, non un post, un fottutissimo commento😉 che leggo, ascolto, rileggo e ritorno al punto d’inizio, si affastellano le idee e le sensazioni, si spintonano per essere le prime davanti al boccaporto di lancio. Geroooonimooooo! Bello leggerti e pensare “l’ha scritto meglio Paolo!”, “lo avrei voluto dire con quelle parole”…E trovarsi ad ascoltare veramente l’altro e ritrovarselo “dentro” nella migliore della tradizione del melting-pot, che arricchisce per le differenze e accresce grazie proprio a quei delta, senza tuttavia perdere la propria identità, le proprie radici, la propria esperienza.
      Caro Paolo, qui mi è successa una cosa meravigliosa! Tra i movimenti del Bolero – non in sottofondo o sulle note – esattamente tra gli stumenti che si inseriscono a strati sul rullante ostinato, le nostre parole ed emozioni si rincorrono e si stratificano con un effetto di amplificare e rendere più nitida la scena, esaltante, maestosa, sfinente e appagante.
      Per continuare a dirla in musica: è come se avessimo scritto una partitura di un concerto per pianoforte a 4 mani e interpretato grazie a una rara empatia sonora, senza retorica e con uno spontaneo sentimento di autenticità. Un’esperienza da rivivere e da portare nel cuore anche dopo avere spento il computer.
      Grazie

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  • tiZ

    La musica riesce ad esprimere tutto ciò che non riusciamo a dire e tutto ciò su cui è impossibile restare in silenzio .dice V.Hugo e in particolare ci sono musiche che fanno casa, che fanno silenzio, tormento e di nuovo pace.chè quando hai voglia di riflettere sono veicolanti di pensieri, di chiarezza, e di calma interiore. Come il canale esclusivo per parlare con sé stessi dove nessuno può entrare e comprende. È un momento nostro dove siamo felici al di fuori di tutto. Incomprensibile agli occhi degli altri. È bello che tu voglia condividerlo con noi..

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    • redbavon

      E’ complicato,lo è sempre. Vanno così le cose, lo dice la Gente. Vivere è complicato. Lo hai aspettato così a lungo e si vede. Mi domando se si vede. Ti è mancata l’aria, la testa sotto l’acqua, poi ascolti una musica, una combinazione di note, matematica di armonia, e ora posso respirare.
      Non è mai stato così bello. Un brivido in un punto imprecisato da dentro, che arriva in superficie all’altezza della nuca, per poi scivolare lungo tutta la schiena come una goccia d’acqua su un vetro mentre fuori scizzichea. Percorre tutta la schiena e riscompare dentro, esplodendo ma senza schianto, stridore e schegge: si irradia. Un vento solare, invisibile.
      E prende il sopravvento.
      Quando la musica prende il sopravvento, non la fermerei, se potessi.
      Quando la musica finisce, potrei perdere tutto.
      E allora lo condivido, cerco di dividerlo con gli altri così la musica non finisce.
      Quando la musica prende il sopravvento, non fermatela…
      …La senti anche tu?
      Stanotte c’è qualcosa qui. Let’s the music play
      I just wanna dance the night away
      Here, right here, right here is where I’m gonna stay
      All night long, ooh, ooh, ooh, ooh, ooh, wee

      Let the music play on
      Just until I feel this misery is gone
      Movin’, kickin’, groovin’, keep the music strong
      On and on and on and on and on and on and on
      And on and on and on and on and on and on
      AND ON
      Grazie tiZ

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  • Paolo

    Ci si ritrova spesso a ripetere: come faremmo a vivere senza la musica? Ed ha ragione tiZ nel dire che, seppur tutti proviamo l’istinto immediato di condividerla, e di fatto lo facciamo – lei in primis, difficilmente la interpretiamo allo stesso modo. Direi mai. Ed è giusto che sia così. La musica parla a ognuno di noi un linguaggio diverso, il suo. A questo punto mi vien da dire che il Bolero di Ravel abbia in sé una forza, un’intenzione volte forse ad opporsi a questo assunto. Come dicevo nel mio precedente commento, il Bolero catalizza: gli strumenti dell’orchestra, che uno a uno si sommano e si coalizzano, si uniscono alla sfilata, a quella marcia-danza comunitaria; i ballerini sul palco e fra la folla, che diventano folla; gli spettatori, gli uditori da casa… Il Bolero ripete, dall’inizio alla fine, la stessa frase, lo stesso messaggio codificato in note. Crescente, crescente, fino a soffocare nelle sue stesse spire in una serie di accordi dissonanti e graffianti. Per poi riprendere da capo. Ancora, e ancora, e ancora… Fin quasi allo sfinimento. Si porta e si trattiene, con sapienza, su quel limite. Il genio di Ravel è racchiuso in quel proporci una melodia così scarna e richiusa su se stessa, infinite volte, senza farci nemmeno sfiorare dalla noia. Anzi, attraverso quel canto da incantatore di serpenti, l’Autore ci ipnotizza, ci irrigidisce, ci orienta, come antenne, come atomi di idrogeno nel campo di una risonanza magnetica. Hai presente cosa succede in quei lunghi minuti d’esame, mentre, disteso su un lettino, un ronzio assordante e soporifero ti induce a scivolare nel sonno guardando il soffitto di un ambulatorio? I nostri atomi, le nostre molecole d’acqua, ghermite da un intenso, insistente campo magnetico, che le avvolge sulla frequenza giusta, tutte, indistintamente, orientano il loro spin nella stessa direzione. Erano tutte in giro per i fatti nelle nostre molli membra, distratte o affaccendate in maniera tipicamente e umanamente caotica, ma a quel richiamo, come a uno squillo di tromba (ecco arrivare il fortissimo degli ottoni!..), si voltano di scatto, con impeto, si tendono e puntano lo sguardo verso un unico orizzonte: un’alba, un’apparizione, una luce… Poi il magnete, progressivamente le rilascia, lentamente allenta la stretta. E’ quando il macchinario produce quella specie di martellìo, “tac… tac… tac…”. Ed ecco che i nostri orbitali si rimettono in libertà, a riposo, o meglio, riprendono a far liberamente casino. Ad roteare la loro quotidiana cacofonica sinfonia. Ma nel farlo, nello scendere dalle punte, nel rilassare i muscoli tesi, nel riportare le braccia molli lungo i fianchi, nel rilassare le schiene inarcate, anch’esse, a loro volta, emettono un sibilo, un suono, un segnale, una specie di grido. Dicono ognuna il suo nome. Un’antenna lo capta quel grido, un software lo decodifica, un algoritmo lo traduce, uno schermo infine ce lo mostra. Così è il Bolero. Ci prende, ci solleva, ci porta lontano, sulle creste delle colline, a guardare oltre, tutti insieme: un’alba, un tramonto, un falò…; e poi ci lascia andare, sfiniti, ma consapevoli di cosa siamo, di cosa abbiamo provato. Il Bolero, in questo “atto”, manifesta una sua universalità. Lo fa con il suo linguaggio (apparentemente) elementare, con la sua forza che da sinuosa si fa più veemente e ruvida, a tratti graffiante, con il suo magnetismo. Ci vuole condurre fin là: dentro noi stessi. E’ risoluto, hai detto bene tu, Red, è “ostinato”, testardo, irriducibile, inesorabile. In lui è una forza che vuole giungere, che sa di poterlo fare, che ci crede. Nel Bolero, come in ogni brano musicale e in ogni musica, c’è la più grande soggettività e, al contempo, la più grande ricchezza. Tuttavia, vedo in questo brano e nella “fratellanza”, direi quasi “cromosomica” che porta alla luce, anche solo fra noi due (per la cronaca: ho parenti in Lombardia, Liguria, Toscana, a Roma, in Argentina… a Napoli non mi risulta), un tentativo insieme umano e supremo, fragile e tenace, di trovare un codice universale. Una forma comunicazione che va oltre il linguaggio del suono, scevro da frasi e costrutti, fino ad assomigliare e di fatto divenire puro movimento.

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    • redbavon

      Risonanza magnetica e Bolero. No, non conoscevo come funzionasse e, come me l’hai descritto, non faccio difficoltà ad avvicinarla al Bolero. Anzi, trovo che, dopo la tua descrizione, io abbia una “percezione” migliore di questo esame diagnostico. il Bolero è, in un certo senso, un “esame”. Alla fine, ci costringe a un’auto-diagnosi. Non c’è melodia nè virtuosismi, non puoi inventarti nulla. Ravel, nel meravigliarsi di come potesse risuotere un simile successo nonostante nel Bolero non vi fosse musica,fu altrettanto drastico nel confronti dell’ascoltatore:”prendere o lasciare”. Questa impronta dell’autore è davvero evidente. Tale determinazione ci è trasmessa e, una volta accettato di farsi trasportare nelle sue spire, il “gioco” non è più nelle tue mani; dobbiamo abbandonarci e farci condurre “dentro” di noi. Possiamo ora fare l’auto-diagnosi delle emozioni che ci fa provare.
      Infine, penso che abbia anche un sinistro effetto, impercettibilmente disturbante: me lo hai suggerito tu, quando parli di “grido”. E’ un grido che cresce lentamente e somiglia al grido di un profeta che catalizza l’attenzione della folla, quasi ipnotizzata, mentre blatera di una profezia e del suo lento e inesorabile avvicinarsi al momento del compimento. E s’infervora, s’infervora sempre più nel suo racconto della profezia e, quando termina, le ultime parole tuonano. Il silenzio cala sulla folla ed è terribile. Così succede nel finale del Bolero: tutti gli strumenti suonano insieme, ti trasportano e l’ultima nota è secca. Il silenzio che segue ti fa credere per alcuni istanti di essere diventato sordo.
      A proposito di parenti: il mio cognome è di origine piemontese, si è diffuso in Campania con molta probabilità con la burocrazia e militari sabaudi migrati a Napoli , capitale dell’appena invaso Regno delle Due Sicilie. Ho qualche nordico nell’abero genealogico…

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      • Paolo

        Sì, hai perfettamente ragione, Red… Il finale. E ciò che rimane, come eco, rimbombo, tuono, riverbero. Vuoto. Le creste delle colline nascondono forse un baratro, uno strapiombo (celato dalle fronde di quella tonalità maggiore dominante)… Hai messo in evidenza un altro aspetto importante e “sinistro”. E’ vero. L’abbandono e il silenzio assordante che ne consegue (“orgasmic chill”… ritornando in altra metafora…).
        Buona giornata, Red.
        A rivederci presto in questo tuo accogliente palco/salotto…

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      • redbavon

        Sì, la vertigine sul baratro, l’attrazione per l’ignoto, l’esaltazione – illusoria – di infinite “slinding doors” che ti prospettano altrettanti mondi, la consapevolezza che ne puoi scegliere soltanto uno. Nonostante tutto, cerchiamo di vivere tutte quelle vite infinite che ci sono negate attraverso musica, libri, film, quadri, mondi di pixel e luci, le piccole storie di ognuno di noi. Auguriamoci di non stancarci mai di ricercare l’ “orgasmic chill”, auguriamoci di essere capaci di sperimentarlo anche nelle cose più piccole.
        Da questo palco, questo modesto figurante, con il tuo aiuto e quello di chi vorrà partecipare, si impegna affinchè lo spettacolo vada avanti I’ll face it with a grin
        I’m never giving in
        On – with the show –
        I’ll top the bill, I’ll overkill
        I have to find the will to carry on
        On with the –
        On with the show –
        The show must go on

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    • tiZ

      Forse la musica è l’unica cosa che ci rende eguali. È un istinto, un moto dell’essere, uno stato d’animo e un universo sopra di noi. Ma chi vive uno stesso stato d’animo la sente come quel filo che unisce, lega e rende prezioso quell’istante. Incastonato, incastrato in un vissuto empatico che ti fa sentire l’altro incredibilmente vicino.

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      • redbavon

        La musica ci rende uguali nel momento in cui percepiamo attraverso “chi veramente siamo”, la nostra essenza come individui, la nostra identità più intima e vera, con i suoi lati luminosi e quelli oscuri, vogliamo chiamarla “anima”, “spirito”, “energia”…La musica è il linguaggio più vicino per comunicare con la nostra anima. Per un comunicare con un processore, l’anima di un computer, esistono diversi linguaggi a seconda del livello di astrazione a partire dal linguaggio macchina. Il linguaggio macchina è però quello più efficiente quanto complesso. La musica è il linguaggio macchina della nostra anima. Ma la nostra anima tende naturalmente a cercarne altre e anocra una volta la musica riesce a tendere quel filo di cui parli e che ci fa senitre uniti, vicini. Felici.

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      • Paolo

        Condividere un’emozione, quello stesso stato d’animo, anche solo per un momento, per la durata di una canzone, sì. E pensiamo allora a cosa può essere suonare, danzare insieme… Entrare nelle note, attraversarle, interpretarle insieme. Farla passare dentro e poi salire sulla pelle. E trasmetterla, sentirla su quella del partner… Magari è tutto una grande illusione. Magari no. Di certo nella musica c’è qualcosa di magico che oltrepassa in un balzo filtri e frontiere.

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      • tiZ

        Voglio condividere con voi questa meraviglia, la musica è salvezza. ..

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      • redbavon

        Music is a dream MUSIC I-S A D-R-E-A-M! Veramente una meraviglia!
        Rilancio: musica e natura, connubio fatale. Il suono vero della musica.

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      • Paolo

        Ma è stupenda questa donna!

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