Hasta la Raíz (testo e traduzione) – Natalia Lafourcade

Dedicata a tutti quelli che ci portiamo dentro: che ci hanno sbattuto in faccia la porta / con i quali abbiamo sbagliato / che non ci hanno dato tempo… /che il tempo non c’era perché era solo un’illusione / che il tempo non c’era perché è durato un attimo lungo una vita che avremmo voluto vivere insieme / che sono andati via perché il loro tempo era finito / che si sono allontanati perché non avevano più tempo per noi / che non ci sono più / che sono lAssù / che sono lontani e non abbiamo mai il tempo di salire su un’automobile-corriera-treno-aereo / che sono vicini e non abbiamo mai il tempo di bussare al citofono e al campanello / che gli hai mandato un e-mail e sono talmente tanti mesi che non ti è arrivata una notizia che pensi al peggio / che hanno i tuoi telefono-email-uoZappe-fessebuk-tuittè-e-pure-telegràm ma nulla da dirti / che finalmente hai capito che non hanno tempo per te / che sono fuori tempo massimo (e – stanne certo – torneranno nel recupero dell’ultimo dei tempi supplementari) / che “scusa, non ho avuto tempo” /che fanculo-basta-non-ti-richiamo-ma-poi-ci-speri-da-morire / che fanculo-non-ti-richiamo-e-poi-basta-veramente-affanculo / che oddio-vorrei-tanto-chiamarti-ma-ho-paura / che occhei-ho-deciso-ti-richiamo-(hounapaurafottutaperò)-e-ti-risponde-la-segreteria / che fanculo-a-tutte-le-segreterie / che ricevi una bella notizia da una lontana conoscenza / che non ricevi più notizie. Mai più.

Hasta la raíz di Natalia Lafourcade

Dedicata a tutti quelli che, nonostante tutto, ci portiamo dentro.

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Viva il Messico! Ep.#26 – Palenque, l’arrivo

Segue da Ep.#25 – L’Hacienda Yaxcopoil

10° dia: da Mérida a Palenque

All’alba, come ormai nostra consuetidine da Tulum (strano per essere in vacanza, eh?), ci rechiamo al “Terminal” dei bus di prima classe (noi marchesi…) per prendere l’autobus per Palenque: otto ore di viaggio, pulite pulite. Salutiamo Mérida, la Ciudad Blanca.

In Messico il trasporto pubblico su strada è impeccabile e, dopo avere viaggiato per almeno tredici ore all’andata e diciannove al ritorno, posso confermarlo per averlo sperimentato. Si viaggia più comodi che in aereo, aria condizionata, bagno (anche se non ho mai avuto necessità così impellenti per avventurarmici), poltrone con ampio spazio davanti, schienali che una volta reclinati non obbligano il passeggero di dietro a reclinare il suo per evitare l’effetto “salume sotto-vuoto”, c’è anche la televisione.

Nelle otto ore previste per arrivare a Palenque, per uno come me che non riesce a dormire sui mezzi di trasporto e che non vuole dormire per potere vedere i paesaggi oltre il finestrino, la televisione può essere un buon modo per ingannare il tempo. Dopo la prima ora di entusiasmo e scaricata l’adrenalina, il “down” è naturale. Perciò, mi sistemo per bene sprofondando nello schienale e mi schiero per vedere un po’ di lavatrice televisiva. Vediamo un po’ cosa danno sulle corriere messicane: cartone animato giapponese in lingua giapponese, sotto-titolato in spagnolo e ambientato nell’antica Siracusa. Ho detto.

L’arrivo a Palenque corrisponde esattamente a quanto anticipato dal fratello di Frank, Jimmy: buco fetente e infuocato.

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Cartelli paradossi #7 – A zonzo per Napoli, il fumo fa male

Terza foto a zonzo per Napoli: scuusate, tenite ‘na sigaretta?

Sigarette e ‘na tazzulella ‘e cafè [Foto by Giorgia]

Altra foto di Napoli, colta da mia sorella a zonzo per la città. Dopo lo street-food, un esemio dell’ingegno o dell’arte di arrangiarsi napoletano: lo street-smoke.

Su questo bancariello, bene attrezzato e tutto sistimate, la gentile clientela fumatrice può trovare “tutto quello che serve” per il suo vizio: dal pacchetto di marca, sotto-marca e marca sconosciuta all’accendino alla tazzulella ‘e cccafè. Perché il caffè deve essere con tre “C”: Cumme Cazze Coce, ovvero caffè bollente in tazzina bollente. Da sorseggiare rigorosamente con lentezza onde evitare di lasciarci attaccate le labbra al bordo della tazzina. Il caffè è un rito, non è un consumo di bevanda in velocità, va sorseggiato. Chiano chiano. E poi, ‘na sigaretta ci sta proprio bene. In mezzo, tra l’aroma del caffè persistente in bocca e le acri volute di fumo, una chiacchiera con il barista, con il vicino di bancone o l’amico. Ricordatevi di lasciare un caffè pagato.

Questa foto è una poesia. Recita tutto il rito del caffè e della sigaretta. Quella tazzulella appoggiata, sporca di un caffè consumato, è un invito di convivialità e, insieme, una genialata di marketing spontaneo.

Dedico a questo genio dei tabacchi caserecci, in barba agli odiati monopoli (qualunque essi siano), un mio post del 2010, sette anni fa, avevo iniziato a fumare da poco:

Bacco, tabacco e una piccola Venere

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Good Bye Mini NES!

Salutate Mini NES. Sta andando via…

Nintendo ha annunciato, alquanto a sorpresa, che la produzione della Nintendo Classic Mini NES (d’ora in poi Mini NES) è cessata. Il Mini NES è letteralmente andato a ruba tanto che online, oggi come al momento della prima uscita, si può trovare a prezzi da ladrocinio. Il successo di questo gadget elettronico, oggetto votivo per il videogiocatore incallito con parecchie primavere alle spalle,  è stato clamoroso, nonostante Nintendo da qualche tempo a questa parte attiri folle di hater e di troll, infestanti ogni forum e spazio dei commenti di ogni rivista di videogiochi online.

Non ho un’età tale da potermi definire un “nintendaro”, sono un videogiocatore onnivoro e vorace (più ce n’è, meglio è), tendente alla singletudine videoludica. Mi definisco  un videogiocatore “monogam(ic)o” poiché prediligo il “single player” o la “coop” in locale (vecchio buon split-screen); ho provato il multiplayer online, smangiucchiato il divertimento elettronico in versione portatile, ma il mio credo religioso mi impedisce di avvicinarmi agli universi esclusivamente online, potenziali annichilatori di quel poco di vita sociale che mi rimane e macchinette mangia-soldi a botte di micro-transazioni che neanche te ne accorgi. Non parlatemi dei videogiochi su smartphone perché poi esco dalla grazia dei circuiti.

Quando la Mini NES è stata distribuita l’11 novembre dell’anno scorso (vita davvero breve per una console) non ho potuto trattenere le dita dal battere sulla tastiera i miei pensieri e sensazioni come un fabbro batte il martello sull’incudine. Ne è venuto fuori “Nintendo Classic Mini a ruba. Retro-gaming a chi?!” che non vi spiega la rava e la fava della console e dei giochi inclusi, ma vi fa perdere tempo a considerare quanto  questo tipo di operazioni di marketing, che fanno leva sul fattore “nostalgia nostalgia canaglia” di un target già profilato (e vittima predestinata), sono tuttavia benvenute perché contribuiscono a fare scoprire il valore di un “classico senza tempo” ai giovani e rivivere certe sensazioni alla “old-gen”.

Sono ritornato a scriverne, dopo avere letto l’ottimo post di Johnny sulla Mini NESper un botta & risposta che sicuramente farà piacere al caro Johnny e che invita altri a intervenire e a dire al propria.

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Andale ad Andalo#7 – L’Epilogo (giuro)

Segue da Andale ad Andalo#6

Venti minuti dopo, e dico esattamente venti minuti dopo, la Divisione alpina “Tridentina” de Noantri viene accolta tra le mura del rifugio e dodici comodi posti a sedere. Il fatto stesso che la stima dei “venti minuti” di attesa sia stata rispettata già predispone bene, senza contare che la fame – in mezzo a quel bailamme di piatti e ganasce masticanti – è giunta a dei livelli da crampi urlanti nello stomaco.

Quando entriamo, la formazione, sebbene sfilacciata a causa dell’intenso traffico di camerieri, dal passo veloce e determinato (se entri in rotta di collisione, non si spostano), si ricompatta oltre una porta dove sono pronti due tavoli.

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A El BaVón Rojo Zeus racconta la sua storia

La bettola ha riaperto e inizia a tornare la gentile clientela, nonostante “c’èCCrisiC’èCCrisi”…tanto da queste parti non ce ne siamo mai accorti perché le vacche qui sono sempre state così magre da potere sfilare sulle passerelle milanesi dell’Alta Moda. Ritorna Zeus e ci racconta la sua storia. 

Autore: Zeus

La storia di Zeus

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El Bavón Rojo – Panico da preparativi

Seduto sul dondolo sotto il portico di El Bavón Rojo, l’Oste contempla la strada brulicante di esseri umani impegnati nelle loro frenetiche attività per arrivare alla fine della giornata con qualcosa di “compiuto” e lo stomaco pieno. “Seduto” non è l’espressione corretta per un essere umano che, senza pudore, dichiara “di non discendere dalla scimmia, ma da un sofà”. L’Oste è talmente sprofondato e immobile nei cuscini di quel vecchio e arrugginito dondolo da potere essere scambiato come parte della sua colorata tappezzeria huipil.

È mezzogiorno e l’afa mista all’umidità è, come al solito a queste latitudini, un cocktail letale per ogni slancio e attività. L’Oste è in uno stato che egli stesso definisce: me facesse mangià ‘o culo d’ ‘e mosche pe’ nun dicere: “Sciò!”. Nella lingua di origine dell’Oste lo si dice di coloro che non riescono a vincere la pigrizia, una pigrizia talmente inguaribile da riuscire a sopportare disturbi, fastidi e assilli senza provare a reagire.

Dalla strada, la longilinea figura dell’Oste può essere distinta a stento dai cuscini del dondolo. A un occhio attento due indizi denunciano la sua presenza sotto quel portico: un esile filo di fumo sale voluttuoso in alto dalla sigaretta che l’Oste tira con la stessa flemma del compianto Barone svedese del calcio italiano, Nils Liedholm: “Gli schemi sono belli in allenamento: senza avversari riescono tutti”.  Il secondo indizio è il movimento del braccio destro quando solleva una bottiglia di cerveza e la porta alle labbra con la rassegnazione che la birra è ormai calda. Sparse a terra intorno al dondolo, il numero di bottiglie vuote è l’evidenza che l’Oste è all’ultimo grado della ‘Scala della Sbronzaì:

  • 1°: “Inteligente” (improvvisamente ti senti l’esperto di qualunque materia)
  • 2° “Atractivo” (improvvisamente ti senti il più figo del bigonzo e desiderato abbestia da tutti, di qualsiasi sesso e orientamento sessuale, non importa);
  • 3° “Rico” (improvvisamente ti senti il più ricco del mondo e sei prodigo dell’ennesimo “giro” al bar con tutti quelli che ti capitano a tiro di fiatella alcolica)
  • 4° “A prueba de balas” (“a prova di proiettile”, nessuno può farti arrabbiare, nessuno può farti male. Credici, seh, credici)
  • 5° “Invisible” (puoi fare qualsiasi cosa tanto nessuno può vederti, tanto…sei invisibile)

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El BaVón Rojo – Season 2

bavonRojo

La classica bettola malfamata, il migliore grog di tutti i Caraibi. Così dice l’Oste.

Questo non è un vero post, è un avviso di servizio, anzi un avvertimento:
El BaVón Rojo sta per tornare sui vostri schermi.

Dall’inizio dell’anno, c’è stata già qualche avvisaglia, del movimento con andamento lento, giusto per togliersi un po’ di polvere di dosso, qualche scatto isolato, un singulto di vita in questo comedor che – come lo ha generosamente definito Silviatico – è “un luogo in cui ci si arriva per caso e non lo si lascia più” o, almeno – io auspico – ci si ritorna con piacere.

Nato come spin-off del racconto Batmancito, a sua volta nato come spin-off di un episodio accaduto per davvero nel mio viaggio in Messico, El BaVón Rojo interpreta l’anima primigenia di questa webbettola: la condivisione di esperienze, racconti ed emozioni, seduti intorno a un tavolo, gozzovigliando e bevendo.

“Mi casa es tu casa” recita il cartello all’entrata della locanda che, in un lontano passato, non avrebbe sfigurato al confronto di una stamberga piratesca sull’isola della vicina Tortuga. Oggi ambisce a fare sembrare “il peggiore bar di Caracas”  un convento di suore Carmelitane scalze. Obiettivo sfidante per i due scalcagnati soci, l’Oste e Narciso, ma raggiungibile solo con l’aiuto della pregiata clientela, cioè voi.

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Andale ad Andalo#6 – (antipasto del)L’Epilogo

Dolomiti del Brenta: vista da La Paganella [foto by RedBavon]

Segue da Andale ad Andalo#5

Appollaiato sulla seggiovia vedo avvicinarsi la stazione di arrivo. Come un centurione della Legione Romana, ordino al mio manipolo di familiari di tenersi pronti: per scendere dalla seggiovia, non basta un’andatura al trotto come in cabinovia, ma è necessario un colpo di reni e un breve galoppo in linea retta, come palle sparate dalla canna di un fucile. “Nessuno verrà lasciato indietro”, non è il motto dei Marines, ma una buona regola per evitare che una parte della famiglia sia a 2120 metri e l’altra a valle. Siiiore e Siiiiori, altrrro giiiro! E senza altro gettone. Gratis.

Io, scartato dal Corpo degli Alpini – anche per il reparto di fureria  – raggiungo l’obiettivo: Cima Paganella, quota 2120!
CI HO le prove!

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Tati a El Bavón Rojo: E la Luna bussò

Torna El Bavón Rojo grazie a Tati che ci regala una fatata pennellata di parole e una meravigliosa sorpresa finale delle sue. Oste e Narciso ringraziano e restano in silenzio sott’a botta ‘mpressiunati. Ridurre al silenzio lo spilungone logorroico e il nanetto molesto è un evento epocale.

Autrice: Tati

E la Luna bussò

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Napucalisse – un’ opera di Mimmo Borrelli

Napucalisse di Mimmo Borrelli è una gemma del teatro. Trasmesso da Rai2 nel programma di Michele Santoro l’anno scorso, Napucalisse è un evidente gioco di parole tra “n’apucalisse” (un’apocalisse) e il nome della città cui è dedicato. Non soffermatevi a capire le parole, anche per napoletani come tiZ e me, il testo non è stato di immediata comprensione. È stata una bella sfida, alla fine arricchente e di grande soddisfazione. Napucalisse è un incastro di suoni, assonanze, una sorta di rap dialettale, intenso e intriso di passione, amore e rabbia, di urla e lamento, di sacro e profano. Abbiate la pazienza di ascoltarlo prima, leggerlo poi. Non ci sono mezze misure per definire il testo e l’interpretazione di Mimmo Borrelli: un capolavoro. Al di fuori di schemi e cliché. Per una volta, Napoli appare in TV come veramente è!
Un grazie a tiZ che ha voluto farmi partecipe di questa intensa esperienza

Napucalisse è un monologo dell’attore Mimmo Borrelli che ho ascoltato qualche mese fa per la prima volta. Ne sono rimasta folgorata, rapita, completamente soggiogata al punto di ascoltarlo come un mantra. Più lo ascoltavo, più cercavo di catturare ogni parola perché l’ emozione che è in grado di suscitare sconvolge, ti infiamma, senza precedenti, come un’onda […]

via Napucalisse – un’ opera di Mimmo Borrelli — tiZ On the trAin


Ghost in the Fingers [4.0]

Ghost in the Fingers. “Fantasma nelle dita”, questo il titolo dell’appuntamento che questa volta passa l’Oste, perché il solito convento si è rifiutato per decenza e carità cristiana. Un appuntamento che mancava da oltre tre anni e nessuno ne sentiva la mancanza. Nessuno neanche se n’era accorto, visto che gli unici testimoni oculari, due generosi blogger che vi hanno appuntato la stelletta di apprezzamento, sono spariti dalla blogosfera: per loro, un appuntamento fatale. Meglio del film The Ring: leggi quel post e di te rimarrà solo cenere di bit.

Un divertissement, vizio privato di scrittura, in cui le dita si muovono libere, con l’unico limite di una traccia scritta tanti anni fa e che si rinnova solo in alcune parti, proprio come un update versione [numeroprogressivo.0]. Questa è l’update [4.0]. Ho un tarlo ormai assunto a tempo indeterminato: falangi, falangine e falangette hanno sviluppato una loro coscienza e la consapevolezza di Sè. Dita sospinte da un fantasma, un “ghost” simile a quello del bionico agente Motoko Kusanagi (una gran gnocca di fantasma!), protagonista di Ghost in The Shell.

Un appuntamento che, come i protagonisti attirati dal video proibito in The Ring, ha attirato inesorabilmente le mie dita verso la tastiera, visto che dal 30 marzo al cinema è in proiezione la versione “live action” di Ghost in The Shell, acclamato capolavoro dell’animazione di Mamorou Oshi, ispirato ai manga di Masamune Shirow.

Tip-ritap-tiri-tap-ta-tap. Le mie dita stanno andando. Chi ha stomaco e coraggio, mi segua…

Frame della scena mitica dell’inizio del film Ghost in The Shell (1995)

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Guida la(i)conica di Napoli – Cap.1: Puozze scula’

Napoli da Mergellina [foto by RedBavon]

Una parola, una frase in napoletano, un motivo per visitare Napoli

La Guida la(i)conica di Napoli vuole invitare a visitare Napoli, prendendo spunto da una sola parola o una singola frase del dialetto partenopeo.

“Laconico” il suo spunto, “iconica” nell’immagine che ambisce a trasmettere. La Guida la(i)conica di Napoli non è altro che l’ennesimo (in)trip(po) mentale in un momento di irresponsabile megalomania di chi scrive. Anche perché dopo questo capitolo ne ho pronto un altro e poi c’a Maronna m’accumpagne. Potrebbe essere la guida di un logorroico grafomane più laconica di sempre.

Non proprio una prefazione ortodossa , ma Napoli non è una città “ortodossa”: conformità e stretta adesione alle regole non appartengono, nel bene e nel male, né alla storia della città né ai suoi abitanti.

La frase scelta per questo primo capitolo non è sicuramente un inizio “ortodosso”.

“Puozze scula’!”

Letteralmente: “Che tu possa colare!”

I napoletani che hanno letto questa frase saranno subito sobbalzati. Il resto degli abitanti del pianeta – ve l’ho detto che ero in modalità “Megaloman” – avranno stretto le spalle, inarcato le labbra verso il basso, le sopracciglia hanno seguito il movimento dei muscoli facciali, portandosi appresso il tessuto epiteliale.

Chi non è napoletano ed non ha staccato il proprio sguardo dallo schermo può essere stato colto: A) da paresi (sono ammessi scongiuri di rito) B) da – più salubre – curiosità.

Da un’espressione apparentemente senza senso e innocua, non ci si aspetta però che sia una delle maledizioni più pesanti che un napoletano possa proferire.

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Nintendo Switch: On o Off?

RedBavon alla tipa:”Vuoi salire su a casa mia, così swicciamo un po’!”
Tipa:”Sì, dai!”
Potere dei funghi di Super Mario.

Autori: Johnny Cornerhouse e RedBavon

Nintendo Switch è in pianta stabile sotto la TV, accanto a quel marasma di scatole e scatolotti di varia foggia, da cui fuoriescono un numero imbarazzante di fili, in barba a Bluetooth e Wi-Fi.
Johnny Cornerhouse e io apparteniamo a quella specie di pollame, che il marketing definisce “pionieri” ovvero quel tipo di consumatore che sgancia la vile pecunia per assicurarsi maledettamente subito l’oggetto del proprio selvaggio desiderio, nella consapevolezza che il primo acquirente paga il prezzo più alto di tutto il ciclo di vita del prodotto.

Uniti da questa maledizione consumistica, abbiamo deciso di stendere una recensione a quattro mani su questa console fantastica. Potrebbe essere altrimenti viste le 329 eurococuzze investite?

Negli anni l’industria del Videogioco è cambiata, il mercato altrettanto, noi consumatori invecchiati e raggiunti da nuove leve (joystick?): Nintendo non è riuscita sempre a interpretare al meglio questi cambiamenti: ha perso malamente il treno dell’introduzione del lettore CD nelle console, favorendo la nascita di un concorrente agguerritissimo, Sony e la sua PlayStation.
Nintendo ha avuto fasi alterne: da leader incontrastato a secondo classificato (Gamecube), di nuovo leader (Wii), sprofondato nell’inferno delle vendite più basse di tutta la sua storia (a parte il Virtual Boy) con la più recente Wii U.
Sulla Wii U ho già scritto e in questa sede ritorna utile il confronto con la nuova arrivata per verificare se Nintendo ha imparato la lezione o, con tipica ostinazione della casa di Kyoto, è incappata in errori ormai non più accettabili.

Bando alle ciance e mani sulla console!

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Andale ad Andalo#5 – SCOOP! RedBavon fotografato in discesa libera!

Segue da Andale ad Andalo#4

Scoop! Esclusivo! RedBavon inchiodato da tre scatti, mentre scia e, perfino, in discesa libera!

RedBavon smascherato! Altro che reietto della neve, altro che “sto alla neve come uno stambecco sugli scogli abbasc’a Margellina”! Abbiamo le prove: tre scatti lo inchiodano sulla neve, sulle piste insieme ad altri sciatori e snow-boarder! 

L’ha menata dall’inizio con la storia della “neve = ambiente ostile”, ha dissacrato il rito della “vestizione” e ancora ha continuato a vituperare la sana e grintosa figura dello sciatore, definendolo come un robot antropomorfo alto un palazzo tipo Godzilla … (NdRed: no, Godzilla mica è un robot…veramente avevo scritto “Gundam e Jeeg Robot”…le solite strumentalizzazioni dei media!)

E cosa dire del suo accanimento in contro delle innocue ciambelle? Il gioco sulla neve preferito dei bambini, teneri virgulti di sciatori e snow-boarder, descritto come il Vietnam del ’67…Infine, non ci incanta con l’ode allo sciatore, goffo e malaccorto tentativo di ingraziarsi il gentile pubblico, nascondendo tra le righe subdoli effluvi di polenta con il brasato e promesse di vini sinceri.

“Sincerità”, una parola sconosciuta a costui e di seguito ve ne diamo le prove!

Tre scatti fotografici che mostrano RedBavon sulle piste: 1) tra le porte dello slalom in discesa libera 2) in sciata solitaria per piste poco battute 3) confuso tra un gran folla di sciatori.

Il RedBavon sciatore svelato!

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Napolì

Vista del Golfo, Vesuvio e Napoli…mmò puoi pure murì! [foto by RedBavon]

Tra un Andale ad Andalo, la neve e il freddo pungente dell’alta montagna, mi è venuta voglia di Napolì.

Napolì, con l’accento sulla “i”, è una canzone dei 99 Posse, pubblicata nel 1993 nell’album Curre, curre, guagliò, tuttavia, a parte qualche sigla di partito politico scomparsa, rimane di estrema attualità per la città e per la popolazione. C’è un gran trambusto per dare nuove sigle ai partiti e movimenti, un gran lavorio per i professionisti della grafica per inventare mirabolanti loghi “parlanti”, ma dei problemi della gggente (disoccupazione giovanile, chi era costei?) non se ne parla. La gggente viene tirata in ballo in occasione dell’ennesimo, chiamato come un numero a tombola, tragico attentato: scendete in strada, dimostrate che non abbiamo paura, continuiamo a vivere come abbiamo sempre fatto, difendiamo i sani valori occidentaliblablabla“. Imperterrito cito il famoso monologo di Roy Batty nel finale di Blade Runner:”Bella esperienza vivere nel terrore, vero? In questo consiste l’essere schiavo”.

“Napoli è una città piena di contraddizioni” è la frase di rito per chi è educato e non vuole dire apertamente ciò che pensa e cioè,”è una cittàdimmerda e non ci vivrei per tutto l’oro del mondo”. E poi tutto l’oro del mondo lo verrebbero a dare a te, ca’faccia ca’ tieni? E jà!

Sicuramente viverci non è altrettanto facile quanto vivere ad Andalo o altre città del Trentino. L’Alto Adige non lo cito perché si sentono tedeschi e non vorrei che qualche figlio-di-madre-crucca-e-passaporto-italiano se la prendesse a male per averlo confuso in questo melting rut che è l’Italia di oggi. E non c’è nessuna allusione all’immigrazione, parlo proprio di noi itali(di)oti.

Napoli te fa attaccà e’ nierve!

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Andale ad Andalo#4 – Inizio dell’Epilogo

Segue da Andale ad Andalo#3

Dal titolo vi sarete accorti che sono andato lungo anche questa volta. Maledetto RedBavon, sei stato logorroico anche questa volta! 

L’attacco alla vetta! Il liberatorio Epilogo per chi ha seguito questo scalcinato diario nel mio solito modello “igienico” ovvero, all’occorrenza, uno strappo-e-via. D’altronde per come scrivo, giusto al bagno…

Sapere di essere un’utilità nel momento del bisogno è di conforto. Basta tapparsi il naso e crederci. I Want to believe!

La frase “I Want to believe!”, diventata simbolo della famosa serie X-Files, è particolarmente adatta a questa impresa “Quota 2120” di Sir RedBavon: da principio nessuno, nemmeno lui, ci avrebbe scommesso neanche una moneta da 500 lire uscite fuori corso; infine, la conquista dell’incredibile obiettivo grazie a una promessa alla propria bella, uno slancio generoso, anzi proprio un sogno matto, proprio come canta Francesco Guccini in “Don Chichotte”:

Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c’è bisogno soprattutto
d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
vammi a prendere la sella, che il mio impegno ardimentoso
l’ho promesso alla mia bella […]

Il fatto che mi sia ritrovato nel testo di una canzone di Guccini è un’altra cosa da non crederci visto che il famoso cantautore non rientra neanche lontanamente nelle mie  preferenze musicali. In questo post accadono cose strane.

Si va alla Paganella!

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De Pretore Vincenzo e la festa del papà

Dedicato a tutti i papà che ci hanno lasciato

La festa del papà. Il mio non c’è più. Da diversi anni. Quanti? Ho rimosso. Non ha importanza perché il vuoto che ha lasciato è come un “buco nero”, lì da tempi per noi umani inimmaginabili, incomprensibili, senza tempo.

Oggi è la festa del papà e stamattina i miei due nanerottoli mi hanno svegliato portandomi – come dei piccoli Re Magi – dei doni: due pergamene arrotolate e colorate, legate da un nastrino di quelli per fare i riccioli ai pacchetti dei regali. Ho sciolto il nastrino, svolto le pergamene, latrici di un importante “Annunciaziò! Annunciaziò!”. Su questi cari vecchi pezzi di carta, c’era la mia pagella: la pagella del papà.

Ne sono uscito quasi a pieni voti. Quasi.

C’è sempre margine di miglioramento ed è bene che sia così, perché ho paura delle persone troppo perfette. Mia consapvolezza di essere figlio del caos, di inadeguatezza, di insicurezze sparse a granella; mio dubbio metodico che l’ostentazione di perfezione sia l’altra faccia dell’insicurezza; mia certezza che la perfezione in questa valle di lacrime e sudore non esiste. E forse anche in Paradiso.

De Pretore Vincenzo è una commedia del grande Eduardo De Filippo. Il protagonista è Vincenzo De Pretore: è un mariuolo con una sua “filosofia”; una “filosofia” per cui si auto-assolve ed Eduardo lo giustifica agli occhi del gentile pubblico. Il tema di questa commedia è la giustizia e la Giustizia; la prima terrena, la seconda dell’Al di Là. La vera colpra del De Pretore, di padre ignoto, è quella di essere stato costretto a una vita da ignorante. La sua vita sarebbe stata diversa, se avesse avuto un padre, che lo avesse mandato a scuola, gli avesse trasmesso l’esempio e donato l’amore che ogni bambino, da qualunque parte provenga, ha diritto di ricevere per poterlo donare a sua volta.

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Andale ad Andalo#3 – Sempre più in alto…

Segue da Andale ad Andalo#2

Tutto ha una fine. Ogni vacanza ha una sua fine. La mia prima tragica Settimana Bianca ha una fine a dire poco epica: La Paganella, quota 2120 metri!
Talmente epica che devo dividere in due parti il racconto: 1) la fase preparatoria e campo-base 2) l’attacco alla vetta.

Il mio nick, RedBavon, si ispira, più o meno, al leggendario Barone Rosso  e – sebbene siate refrattari alla Storia – tale appellativo di Manfred Von Ricthofen dovrebbe già suggerire al vostro retro-cranio che sono avvezzo a ben altre altezze. Se, tuttavia, non doveste ancora cogliere il nesso, l’apposita sezione About” può essere d’aiuto, ma sinceramente non vedo perché dovreste avere una simile curiosità per questo mentecatto fino a spingervi nel retro-bottega di questa webbettola. Bontà vostra.

Ammetto che raggiungere certe altezze montando su un gioiello dell’ingegneria aeronautica come il General Dynamics F-16 Fighting Falcon è una cosa e farlo con i propri piedi è ben altra.

Il Buon Signore non ci ha donato delle ali, ma – a ben vedere – ci ha dotati dell’Immaginazione, che permette voli che nessun uccello, aeroplano o astronave permette di fare.  Il fatto che gli unici esseri antropomorfi ad avere le ali siano gli angeli, che – ci assicurano – essere asessuati, mi lascia soddisfatto delle scelte operate dal Buon Signore, senza alcun rimpianto. Go(o)d Fella.

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#4. Bit+Beat = Do The Whirlwind [by Architecture In Helsinki]

Gli Architecture in Helsinki è una band indie-pop dalla lontana Australia. Originariamente composta da otto musicisti, circa un anno dopo la pubblicazione del loro secondo album In Case We Die (2015), tre membri decidono di abbandonare il progetto musicale per divergenze artistiche.

In Case We Die è l’album migliore della band, una sorta di manifesto: un sound pop contaminato in cui la contaminazione non è frutto di casuali schegge istintive, ma di un calibrato lavoro di ricerca unito a una genuina urgenza espressiva. Il risultato è un disco bilanciato tra sperimentazione e accessibilità.

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Andale ad Andalo#2

Andaloooooole’!

Segue da Andale ad Andalo#1

La montagna è bella. La neve è bella. Tranquilli non mi hanno hackerato il blog, è sempre il solito mentecatto che pigia a caso su una tastiera, nel tentativo di dimostrare che dal Caos può venire fuori – a volte e non necessariamente qui – qualcosa di sensato. Olé!

Il fatto che non mi trovi a mio agio tra montagne con l’aggravante della neve è una semplice questione di punti di vista, di preferenze. Voglio dire: a chi non piace il gelato? Il gelato è una delizia e se mi chiedi di scegliere un gusto, un solo gusto tra cioccolato e limone, io scelgo senza esitazione il cioccolato. Non mi sogno di dire che il limone non sia buono, anzi d’estate è una vera goduria.Altro discorso è il ban a vita dalle gelaterie che darei a chi unisce il cioccolato al limone: condannati a vita a dovere rispondere al citofono a quel triturabballe del Gigi e, per smammarselo, avere in freezer una scorta  della sua Cremeria chimico-popolar-industriale.

Dopo il rituale della Vestizione, mi accorgo di avere solo scalfito la liturgia dello Sci.

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Andale ad Andalo#1

Segue da Andale ad Andalo

La prima volta, per quanto bella, è sempre traumatica. Ansiogena ed esperienza liberatoria, insieme. La mia prima tragica settimana bianca non riserva sorprese da questo punto di vista. Sintetizzando in una parola: il delirio. Se non ve ne sbatte di leggere oltre di un diario di un marinaro ncopp”a muntagna, ciò vi basta. Arrivederci alla prossima.

Chi frequenta questa webbettola però sa che non sono un uomo di poche parole, quindi infieriro’ rigirando le dita sulla tastiera come si farebbe nella proverbiale piaga.

C’è sempre un evento, un episodio, un momento in cui la domanda “chi me lo ha fatto fare?” riceve nella tua testa una risposta chiara, nitida, senza incertezze e risuona come una campana a morto per le tue già modeste aspettative e risicata voglia.

Ebbene, quel momento è giunto il primo giorno: la vestizione.

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Andale ad Andalo


La neve. Avete presente la neve? Quella che deve fioccare a Natale per forza pure se sei a Pantelleria, altrimenti l’atmosfera natalizia va a farsi benedire. La neve non è il mio ambiente. Io definisco la neve: ambiente ostile. E non esagero.

Percepisco la neve come un ambiente ostile.

Il fatto che abbia natali partenopei, forse, ha influito, ma non da farlo sfociare in un’avversione così fondamentalista. La verità è che il mio ideale di vita è quasi inconfessabile in una società che riconosce nei soldi accumulati e negli status lavorativi le principali misure del successo e della felicità. A me non me fotte: mi vedo in riva al mare, una camicia di lino o una waikiki coloratissima, una mutanda fiorata e basta così.

Per quanto irrealizzabile e bollabile come “infantile”, potete comprendere quanto il mio ideale di vita cozzi contro l’ambiente freddo e innevato.

Aggiungiamo che il ghiaccio è pericoloso anche se stai fermo…Io sto alla neve come uno stambecco sugli scogli abbasc’a Margellina.

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Viva il Messico! Ep.#25 – L’Hacienda Yaxcopoil

L'Hacienda Yaxcopoil nel 1900 [foto tratta da yaxcopoil.com]

L’Hacienda Yaxcopoil nel 1900 [foto tratta da yaxcopoil.com]

Segue da Ep.#24 – Topeees?

9° dia: dall’Hacienda Yaxcopoil a Merida

Arriviamo finalmente all’Hacienda Yaxcopoil, ancora scossi dall’ultimo incontro con la “topa”. Se siete nuovi di questo viaggio, non fatevi strani pensieri: non siete su un sito di racconti dalle ennemila sfumature di grigio e quel cavolo di colore che volete. Siamo, infatti, animati dalle più nobili delle intenzioni e cioè IL Sapere! La Conoscenza…Azz! Non solo non siete atterrati su un sito “hot”, ma siete incappati in un emulo sgarrupato della famiglia Angela! Ma che è ‘sta roBBa? SQuarK?!?

Ora farò una cosa che ho sempre sognato ovvero [voce impostata da grande divulgatore televisivo] “Nella puntata precedente…”

Nella puntata precedente si è raccontato della storia dell’Hacienda Yaxcopoil, e, nonostante i potenti mezzi dell’ipertesto, so che se inserissi il link, non vi cliccherebbe consapevolmente nessuno perché potrebbe risultare letale al dito indice, che va assolutamente preservato per le essenziali e benché più gratificanti esplorazioni nelle cavità nasali. Pertanto, di buon grado, ritorno en passant sull’argomento. Repetita iuvant.

Yaxcopoil è un esempio di hacienda henequenera, un latifondo latino-americano con annessi residenza padronale e opificio, dedicate alla coltivazione dell’henequén, una varietà di agave autoctona, da cui si ricava la fibra per il cordame.

La vera protagonista di Yaxcopoil: l'henequen

L’hacienda dal punto di vista della vera protagonista di Yaxcopoil: l’henequén [foto tratta da yaxcopoil.com]

In ogni angolo dello Yucatán c’è una hacienda henequenera: queste splendide residenze, immerse tra natura e storia, che vissero i loro fasti all’inizio del XX secolo, sono disperse tra le basse foreste di questa regione. Di molte non restano che delle rovine lungo le varie carreteras, mentre alcune sono state trasformate in centri turistici che offrono oltre che visite al loro interno, anche escursioni presso i cenotes o i siti archeologici nei pressi. Yaxcopoil è una di queste rarità: sita a circa un’ora dal sito archeologico di Uxmal, fino ai primi anni Trenta del Novecento, l’hacienda ha operato impiegando circa cinquecento campesinos su una superficie di undicimila ettari. Oggi è tutto finito e per non dimenticare questo passato è stata convertita in museo.

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Nintendo Switch è qui! 

nintendo_switchPassate abbondantemente le ore 3:00 del mattino. Momento sacro come ogni nuova console che arriva sotto la TV proprio come Babbo Natale porta i regali sotto l’albero. E’ una gioia!

All’accensione si dimostra subito un gran bel pezzo di hardware, niente a che vedere con il plasticoso tab della Wii U, che rimane la console con cui ho giocato di più con i miei due nanerottoli. Non credo andrà in pensione perché i nanerottoli ci si divertono tantissimo e ormai sono un tuttUno con il paddone e i remote Wii.

Reso onore alla Wii U, solo le prime impressioni a caldo, anche perché le palpebre sono sospinte verso il basso complice la forza di gravità e il sonno. Le dita si trascinano sulla tastiera con gli ultimi barlumi di lucidità. Vado avanti grazie ai fumi di adrenalina, scorsi durante la prima sessione di gioco al nuovo Zelda, Breath of the Wild. Ed è veramente un soffio al cuore questo nuovo episodio di Zelda.

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Scrivere, un libro di Anne Lamott

scrivere_anne_lamott

“Ma non si può insegnare a scrivere”, mi dicono. Io rispondo: “E tu chi cavolo sei, il Magnifico Rettore dell’Università di Dio?”. La scrittura ha moltissimo da offrire ed è piena di sorprese. La più bella e preziosa è che imparare a scrivere vuol dire anche, e prima di tutto, imparare a vivere” (cit. Anne Lamott).

In quel Viaggio Allucinante al Centro del Blogger, ovvero una delirante introspezione del mio personale rapporto tra l’Idea, il Blogger-che-è-in-me(esci da quest’orrido simulacro) e quello che ci sta in mezzo, mi capita tra le mani questo libro di Anne Lamott, scrittrice finita nella Hall of Fame dello stato della California (mica Sgurgola!). Finalmente in I.Blogger, la rubrichetta votata all’ O.T. a manetta, un post al suo postO: scrivere.

“Scrivere. Lezioni di scrittura creativa” di Anne Lamott, pubblicato da De Agostini nel 2011, può attirare il lettore per i motivi sbagliati. Chi si aspetta un manuale per migliorare il proprio stile di scrittura fa bene a girarne alla larga, onde evitare di rimanerne deluso. In Rete, diverse recensioni o commenti negativi dimostrano che chi ha letto il libro non ne ha colto il reale spirito ed è rimasto fermo al titolo e sottotitolo. Il sottotitolo “Lezioni di scrittura creativa” è frutto di una spinta marchettara e ruffiana. Il titolo originale del libro di Anne Lamott, pubblicato la prima volta nel settembre 1994 negli USA dall’editore Pantheon, è “Bird by Bird. Some Instructions on Writing and Life”.

Il titolo italiano gioca al rialzo sulle reali intenzioni dell’autrice dichiarate nell’originale: “qualche suggerimento sulla scrittura e la vita”. Per capirne lo spirito correttamente, al potenziale lettore basta girare il libro e leggere la quarta di copertina, in cui l’autrice racconta la genesi di questo libro:

“Trent’anni fa il maggiore dei miei fratelli, che allora aveva dieci anni, si trovò alle prese con una ricerca scritta sugli uccelli, per la quale aveva avuto tre mesi di tempo e che doveva consegnare il giorno dopo. Eravamo a Bolinas, nella nostra casetta di villeggiatura, e lui era seduto al tavolo della cucina con le lacrime agli occhi, tra fogli di quaderno, matite e libri sugli uccelli ancora intonsi, sopraffatto dall’enormità del compito che lo attendeva. Mio padre allora gli si sedette accanto, gli mise un braccio sula spalla e disse: ‘Un passo alla volta, figliolo. Un passo alla volta’

“Bird by bird, buddy. Just take it bird by bird”

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WordPress: categorie e tag, chi erano costoro?

Categorie e sotto-categorie nel frigo...Ooops nel blog

Categorie e sotto-categorie nel frigo…Ooops nel blog

Nel tentativo di venire in aiuto a xoxangelxox sull’utilizzo dei tag e delle categorie nel post Help: WordPress & Tag, mi sono reso conto che stava venendo giù un commento-fiume (sai che novità…), ma sopratutto che la risposta poteva essere utile anche ad altri (o forse no).

Non sono un “addetto ai lavori” e gli esperti potrebbero tirarmi le pietre (e non solo perché sono brutto), non vi è alcuna intenzione di “salire in cattedra”, ma solo di condivisione di mie esperienze, letture e consigli di amici davvero esperti (grazie Peter_Ray!). Cercherò di utilizzare al minimo la terminologia infestata di acronimi e tecnicismi, anche perché ci tengo a evidenziare che non è roba “da nerd”, ma ritengo sia utile capire certi funzionamenti che regolano le nostre webbettole e la “fine” che fa ciò che scriviamo nel grande “trita-tutto” Google: insomma, se entri in un campo di calcio e prendi la palla con le mani nell’area piccola e non sei il portiere, non ti lamentare poi che è un quarto d’ora che cerchi di seminare una folla decisamente inferocita che porta stranamente i tuoi stessi colori.

Se qualche esperto dovesse imbattersi in questo post e volesse dare il suo contributo, correggendo   eventuali errori e sbertucciando l’Oste di questa webbettola, è il benvenuto. Una sola raccomandazione: fatelo con educazione che l’Oste è permalosetto 😉

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Stop Making Sense. I Talking Heads hanno ragione.

Inserito nel lettore della PleistescionQuattro, la console ha smesso di avere senso come videogioco....This is 4 Everybody Loves Music!

Inserito nel lettore della PleistescionQuattro, la console ha smesso di avere senso come videogioco….This is 4 Everybody Loves Music!

Mentre ero in fase di revisione di un post sull’utilizzo di tag e categorie – mi sono cimentato in una roba nuova sul te(c)NNicoAndante-Moderato-con-ironia – mi cade l’occhio su un DVD. Il DVD è Stop Making Sense, un film concerto dei Talking Heads registrato live nel corso di tre serate al Pantages Theater di Hollywood nel dicembre 1983.

Segnalato dal compadre Silviatico in uno scambio di commenti, il mostro-spendaccione che è nel mio indice è stato liberato. In realtà, la spesa è stata ragionevolissima: circa 7 euro spedito dalla Germania nell’emporio dell’Amazzone italiana.

Il DVD mi era arrivato la settimana scorsa e fremevo di godermelo in piedi ballando sul divano, frittata di cipolle e rutto libero. I programmi di gloria sono stati più volte rimandati e ho visto le ragnatele formarsi intorno alla confezione. Allora, strafregandome della tranquillità familiare di un sabato mattina italiano, mentre riguardavo la stesura dell’appena partorito articolo teNNicoAndante-Moderato, mi è preso il raptus, ho inserito il disco nella PleistescionQuattro e…Si è fermato il senso di ciò che stavo facendo!

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Innamorarsi a El Bavón Rojo – In tequila veritas. Epilogo

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Segue da Ep.#2 In tequila veritas. Parte Segunda

Epilogo

Il gringo e Luna, mentre si baciavano, non erano soli.

Sotto il portico di El Bavón Rojo, quattro occhi li osservavano, nascosti nel buio: l’Oste e Narciso, in silenzio, erano seduti sul dondolo.

Quando il gringo e Luna furono inghiottiti dal buio in fondo alla strada. Narciso parlò:

“Bel bacio eh?”

L’Oste tirò un lungo sospiro: “Eh sì, Narciso mio, proprio un bel bacio! Uno di quei baci degno di finire nella classifica dei migliori baci nella storia del Cinema…Non c’è male, non c’è male per davvero, certo che io so fare di meglio…”

“Sì, va be’….” sbuffò Narciso. L’Oste incalzò: “Ti devo fare i nomi? Non è proprio elegante…”

“Ma dai, le tue donne si contano sulle dita di una mano mozza!”

L’Oste cambiò discorso: “Narcì, passami l’accendino va’ che una sigaretta ora ci sta tutta”

Narciso già aveva pronto l’accendino in mano e nel passarlo al compadre aggiunse: “Ti fa male, Oste. Smettila con questo veleno!”

L’Oste tirò una prima boccata e buttò fuori dalle narici più fumo di quanto ne avesse aspirato con la bocca.

“Hai ragione, ma non oggi. Oggi abbiamo salvato un altro di questi gringos”.

“Il gringo era già morto e nessuno se ne era accorto…”

L’Oste girò la testa in direzione del piccoletto e lo guardò negli occhi con un sorriso sornione: “Tranne Luna e…noi due”.

“Eh già, Luna non aveva fatto i conti con l’Oste”.

Scoppiarono in una risata liberatoria. Ancora in preda alle convulsioni, Narciso aggiunse: “E poi il colpo da maestro…quella frase prima che si baciassero…Oddio, com’era? Una roba poetica tipo ‘verrei all’Inferno a salvarti, morirei per te’...Un colpo di genio!”

“Certo che Luna l’avrebbe accontentato. All’Inferno se lo sarebbe portato…ma per restarci” El Rojo prese fiato e continuò ansimando per le convulsioni “E..e…pensa Narcì che ci stavo rimanendo secco pure io…dopo quella frase, il mio tasso glicemico è schizzato alle stelle!”.

Quando ebbero ripreso fiato, Narciso domandò con tono grave e preoccupato: “Tu sei sicuro che Luna manterrà il patto?”

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Innamorarsi a El Bavón Rojo – In tequila veritas. Parte segunda

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Segue da Ep.#1 In tequila veritas

Vittime ed eroi. Just for one day

Al bancone di El Bavón Rojo.

Cinque tequila dopo…

Sei lì che balli ancora, in mezzo a tutta quella gente. Con il bicchiere vuoto della quinta tequila in mano, rimango incantato a guardare i tuoi fianchi come ondeggiano. Voglio parlare con te, ma la mia bocca è secca. Ho perso la cognizione del Tempo: non so da quanto sono in questa stamberga, com’è che si chiama? El Rojo-qualcosa…L’Oste qui –  entrambe le pupille automaticamente si muovono verso la periferia sinistra dell’occhio verso l’uomo dietro al bancone –  continua a versarmi tequila. “Es hora de llenar el tanque!” mi fa il buon diavolo e giù che versa. Ha capito che non riesco a trovare il modo per sgusciare via dalla mia timidezza e mi sta aiutando. Davvero un buon diavolo! Chissà come è finito in questo buco di posto…Devo trovare una scusa per rivolgerti la parola e passare anche un solo momento vicino a te. Voglio ballare con te, stringerti forte tra le braccia. Muoio sicuramente pazzo se mi lascio scappare questo momento, anche se è destinato a durare solo per questo giorno ormai alla fine.

Io, io sarò re. E tu, tu sarai la regina.

Potremmo rubare il tempo solo per un giorno. Possiamo essere eroi, per sempre. Che ne dici?

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Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #4

E con questa seconda parte potete dire di avere fatto la conoscenza con l’Orco Ulkûrz…Sta scaldandosi le mani e l’ora di menarle è vicina. Gli Orchi non sono famosi per le loro doti di negoziazione e in quanto a pazienza sono l’esatta nemesi di Giobbe. Sia lode a Zeus che ha accolto questo Orco nella sua storia. Ci sta mettendo un po’ di tempo per carburare, ma abbiate fede. Gli Orchi sono tornati e non per “spicciare casa”.

Note introduttiva: questa è la seconda parte del racconto orchesco di redbavon. La prima parte, il Diario di Atreus #3, la trovate cliccandoci sopra. Inoltre vi ricordo che le votazioni per il quinto capitolo della storia principale, Alla ricerca del Trono di Fuoco, sono ancora aperte. Se non l’avete ancora fatto, VOTATE!! Buona lettura! ———————————————————————————————————- […]

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Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #3

Ucci ucci sento odor di orcucci…Ci siamo! Finalmente fa la sua mostruosa comparsa l’orco che mi ha spinto ad accettare l’invito tentatore di Zeus (che ringrazio); è infatti questa creatura che mi è balzata sulla schiena, ha mollato uno sganassone all’inquilino del mio groppone, la scimmia, e si è impadronito della tastiera. Per vederne gli effetti, recatevi nel blogOlimpo. Vi avviso: gli orchi maneggiano le tastiere come una mazza ferrata.

L’orco è brutto e cattivo e nessuno si dispiace a vederne trucidare a mucchi, anzi… Ma siete proprio sicuri di essere nel giusto a dispensare questa sentenza di morte così alla leggera? Gandalf si rivolge a un Bilbo, pieno d’odio e di ribrezzo nei confronti di Gollumdal quale era appena fuggito:

Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi. Anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti”.

Eccomi da voi, care lettrici e cari lettori. Mi piace questa introduzione perché mi fa sembrare un blogger a modo (cosa che non sono). Comunque sia, dopo una pausa per questioni legate, beh, diciamo a cause di forza maggiore (stavo combattendo con la peste bubbonica) ritorno sulla saga fantasy più amata degli ultimi giorni: Alla […]

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Cartelli paradossi #6 – A zonzo per Napoli, United Lasagne of Naples

Seconda foto a zonzo per Napoli: è ora di pranzo…o cena, vale lo stesso.

napoli_graffiti_lasagne_1

United Lasagne of Naples

Cartello che alla sola vista porta trigliceridi e colesterolo a livelli di guardia (medica). Una vasta scelta di cibi provenienti da varie parti del globo, all’insegna di una contaminazione che caratterizza tutta la storia e cultura napoletana: il “cuoppo” ovvero carta oleata arrotolata in forma di cono riempito con ogni ben-di-Dio-Fritto (e ogni mal-di-fegato); il panino con la porchetta di Ariccia, una vera squisitezza tipica della zona de’li Castelli de Roma (il calice di vino è fortemente consigliato); l’americano “hot-dog”. Ma la vera chicca è la lasagna.

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Cartelli paradossi #5 – A zonzo per Napoli, San Valentino, ma con calma

Da una passeggiata a zonzo per Napoli, una foto-reporter d’eccezione, mia sorell(in)a, mi invia una serie di foto come “graffiti” della città, che tra le mie dita prendono la forma di un ennesimo appuntamento con una delle infami rubrichette che popolano questa webbettola: Cartelli paradossi.

A zonzo per Napoli vi propone una vista sulla mia città di origine grazie a cartelli, scritte, immagini che creano un mosaico in cui parecchie tessere mancano, tuttavia un napoletano conosce esattamente il loro posto. Una faccenda complicata per chi non conosce Napoli e, sopratutto, per chi non ama la mia città (e ce ne sono). “Graffiti” anche se non lo sono in senso stretto, ma li considero tali perché rappresentativi di un certo tessuto sociale e culturale, basato sull’espressione della propria creatività grazie a scritte, immagini e simboli nel contesto urbano. Graffiti, appunto.

La prima foto è dedicata alla “ricorrenza” di questo giorno.

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Viva il Messico! Ep.#24 – Topeeees!

L'Hacienda Yaxcopoil, Yucatan [foto by RedBavon]

L’Hacienda Yaxcopoil, Yucatan [foto by RedBavon]

Segue da Ep.#23 – Para Ticul?

9° dia: da Ticul all’Hacienda Yaxcopoil

Da Ticul, alla guida c’è sempre Francesco.

Sebbene abbia provato a sabotare il viaggio a causa di un banale errore di vocale e portarci così a Tikal con una leggerissima deviazione di circa un migliaio di chilometri, decidiamo di rinnovargli la fiducia come pilota del nostro bolide rosso, una fiammante Chevy Monza. Fiammante in senso letterale poiché ogni volta che rientriamo dalle nostre escursioni a piedi, nell’abitacolo potresti infilarci una bella torta. Praticamente un forno portato a temperatura e nemmeno ventilato.

Decidiamo la nuova tappa al volo, incrociando i suggerimenti della bibbia Rough Guide e una sommaria consultazione della mappa-lenzuolo: l’Hacienda Yaxcopoil.

L’Hacienda Yaxcopoil risale al XVII secolo. Il suo nome in lingua maya significa “il luogo degli alberi verdi”. Considerata una delle più importanti haciendas in Yucatán, nel suo massimo periodo di splendore, Yaxcopoil si estendeva su una superficie di 12.000 ettari.  Da ranch di allevamento di bestiame venne convertito molto più tardi in piantagione di henequén, l’“oro verde”. In Yucatán, si iniziò a chiamare “oro verde” la pianta che era già conosciuta dai Maya con il termine “ki”, ovvero la varietà di agave fourcroydes, nativa della zona più calcarea (e quindi meno fertile) della penisola, la cui coltivazione estensiva rappresentò il fulcro dell’economia locale durante oltre un secolo, a partire dalla seconda metà del XIX secolo a quasi la fine del XX secolo.

Con il passare degli anni l’estensione dell’Hacienda Yaxcopoil si è ridotta a meno del 3% della sua antica superficie a causa di: continui cambiamenti politici, sociali ed economici nella regione; la scoperta di nuovi materiali sintetici che hanno soppiantato questa coltivazione, che riforniva di semi-lavorato l’80% della produzione mondiale di cordame.

Oggi l’Hacienda è un importante testimonianza storica e, nella sua proprietà, è stato costruito un museo. Andiamo a visitare perciò l’hacienda!

Da Ticul all'Hacienda Yaxcopoil

Da Ticul all’Hacienda Yaxcopoil

Yaxcopoil dista da Ticul una cinquantina di chilometri, un’ora di viaggio prendendosela con calma; inoltre è verso Nord, quindi in direzione per il ritorno verso Merida. Perciò il viaggio verso questa tappa appare muy tranquilo…Non proprio.

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Il Piccolo Cocomero

Il Piccolo Cocomero (c)2017 Disegno di Tati

Il Piccolo Cocomero (c)2017 Disegno di  Tati

Questa è una favola sgangherata scritta a due mani, tre teste, un solo cuore.

Una sera di quest’estate, in vacanza a casa al mare, i miei due nani di cinque anni ed io eravamo soli nel lettone senza la mamma, poiché – dice lei – era al lavoro in città.

Tre uomini in un letto è un delirio.

Per tenere buone le due belve di taglia piccola, ho dovuto inventare un’alternativa alla loro ideA di “andare a letto”: “Facciamo a lotta” e “Facciamo i salti”; roba pericolosissima sopratutto in proiezione del ritorno della genitrice. I nani se la cavano con un bernoccolo, io rimedio un sermone epocale con tanto di accuse infamanti e d’infanticidio.

Così ho proposto: scriviamo una storia che poi leggiamo alla mamma quando ritorna? Voi raccontate e io la scrivo.

E così è stato: propongo una favola letta e riletta millemiliardi di volte, Cappuccetto Rosso e a tutti e tre è venuto naturale rimaneggiarla. Si avvertiva del godereccio sadismo in alcuni momenti. Nomi e idee sono dei nani al 90%: alcune davvero strampalate, altre di una tenerezza disarmante. Io ho tenuto solo le fila, fatto opera di “contenimento” e battuto alla tastiera in una lingua, un pelo più comprensibile del nanesco.

Quando i nani hanno accusato una certa pesantezza di palpebre, a parte lo spasso di vederli lottare con il sonno per sentire la fine della storia, è stato necessario il mio intervento: la parte finale del “volemose bbbene” conclusivo risente di una mano più adulta, una testa appena più matura, ma mi sono sforzato di mantenere un cuore da bambino.

Per questa favola sgangherata, raccontata dai miei figli, non ho voluto cercare su Internet un’immagine, ne desideravo una fatta con il cuore e la mano fatata… chi meglio di Tati?

Ringrazio Tati per avermi donato il capolavoro di disegno che potete ammirare in apertura: sintetizza il racconto con un colpo d’occhio. Ne racchiude magistralmente l’essenza.

Buona lettura.

Il Piccolo Cocomero

Autori: Diego, Jacopo e Claudio.

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Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #2


Mae govannen. Alla ricerca del Trono di Fuoco non è una storia qualsiasi. Porta la firma di un Dio. Se ci tenete che Atreus continui a viaggiare nella storia creata da Zeus, fiondatevi a votare al sondaggio di come preferite che prosegua. Zeus, nella sua magnanimità, vi offre il dono di esercitare il vostro libero arbitrio (io non l’avrei fatto, ma sono umano e, queste pagine lo provano, in deriva alquanto megalomane). Orsù, giocate anche voi a fare gli dei, scegliete il destino dei personaggi della storia, fatelo perché capita anche agli Dei, sapete, di avere Loro “quei giorni”. Buona lettura e fate la vostra scelta, amin estela ta nauva anlema.

Faccio una premessa prima di lasciarvi alla lettura del nuovo capitolo fornito da redbavon: il quarto capitolo de ALLA RICERCA DEL TRONO DI FUOCO è attualmente in STALLO perché due delle opzioni sono a parimerito. Adesso tocca a voi portare i nostri protagonisti da una parte o dall’altra!!! Votate, quindi, e fate proseguire la storia. […]

via Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #2 — Music For Travelers


It’s a long way to Home

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Sulle note di It’s A Long Way To Tipperary prende forma il titolo di questo secondo post che racconta la storia di un viaggio, di un ritorno a casa, di un luogo dove sentirsi parte. It’s a long way to Tipperary,  It’s a long way to go. It’s a long way to Tipperary To the sweetest girl I know! La canzone, cantata dai soldati britannici durante la Prima Guerra Mondiale, si adatta bene al tema sebbene oggi in un contesto meno drammatico, ma conferma – se mai ce ne fosse bisogno – che la “casa” è un diritto naturale per tutti gli uomini e le donne. Un afflato primigenio che spinge a cercare la propria “casa” anche se lontani dal luogo dove siamo nati o vissuti.

E di un ritorno qui si tratta. Un post scritto qualche anno fa, la storia di un fiore, del vento che non puoi fermare (nemmeno con i muri), infine di una nuova “casa”.

Scritta sull’onda di altre sensazioni e ispirata da un piccolo capolavoro di videogioco, Flower, è un tassello che si è incastrato perfettamente nel puzzle di pensieri e sensazioni descritti in Casa. Ritorna inaspettatamente per raccontare con le stesse parole un’altra storia. Questa storia.

Continua a leggere: Vita, morte e miracolo di un fiore

[Petizione] Un barbiere per il Presidente USA: Edward Mani di Forbice

Wish Impossible Hair

To Wish Impossible Hair

Dico io: il web è pieno di blog e siti di moda, fashion addict e consigli per il look; il nostro Paese è noto per alcune cose poco edificanti e altre molto folkloristiche, ma un paio buone ce le riconoscono tutti: la moda e il look. Eppure, nessuno, ma proprio nessuno si è preoccupato di suggerire al neo-Presidente USA di cambiare barbiere!

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Casa

Flower_Window

Questo non è un post, ma sono tre: il primo di un trittico di post, molto differenti tra loro, ma legati in un leit motiv comune: “home”, il ritorno a casa. Un luogo, fisico, fatto di pareti, finestre e un tetto, ma anche un “non-luogo” che tutti aspirano ad avere e tutti avrebbero il diritto di avere. Lo scrive un emigrante che lo dichiara pubblicamente nel suo autodafé Io sono terrone. Oui je suis emigrante“. Un emigrante sa cosa significa “casa” e deve convivere con la sua mancanza o decidere di tagliare i ponti, giungendo anche a rinnegare le sue radici. Io rientro nel primo caso.

In un periodo in cui sono ritornati in auge i muri e le “etichette” di massa, in un periodo in cui c’è chi pensa a “ritornare grande” e trolla con le sue banfe l’intero pianeta senza che qualcuno possa bannarlo, vuole dire che qualcosa sta andando fottutamente storto.

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