Napolì

Vista del Golfo, Vesuvio e Napoli…mmò puoi pure murì! [foto by RedBavon]

Tra un Andale ad Andalo, la neve e il freddo pungente dell’alta montagna, mi è venuta voglia di Napolì.

Napolì, con l’accento sulla “i”, è una canzone dei 99 Posse, pubblicata nel 1993 nell’album Curre, curre, guagliò, tuttavia, a parte qualche sigla di partito politico scomparsa, rimane di estrema attualità per la città e per la popolazione. C’è un gran trambusto per dare nuove sigle ai partiti e movimenti, un gran lavorio per i professionisti della grafica per inventare mirabolanti loghi “parlanti”, ma dei problemi della gggente (disoccupazione giovanile, chi era costei?) non se ne parla. La gggente viene tirata in ballo in occasione dell’ennesimo, chiamato come un numero a tombola, tragico attentato: scendete in strada, dimostrate che non abbiamo paura, continuiamo a vivere come abbiamo sempre fatto, difendiamo i sani valori occidentaliblablabla“. Imperterrito cito il famoso monologo di Roy Batty nel finale di Blade Runner:”Bella esperienza vivere nel terrore, vero? In questo consiste l’essere schiavo”.

“Napoli è una città piena di contraddizioni” è la frase di rito per chi è educato e non vuole dire apertamente ciò che pensa e cioè,”è una cittàdimmerda e non ci vivrei per tutto l’oro del mondo”. E poi tutto l’oro del mondo te lo verrebbero dare a te, ca’faccia ca’ tieni? E jà!

Sicuramente viverci non è altrettanto facile quanto vivere ad Andalo o altre città del Trentino. L’Alto Adige non lo cito perché si sentono tedeschi e non vorrei che qualche figlio-di-madre-crucca-e-passaporto-italiano se la prendesse a male per averlo confuso in questo melting rut che è l’Italia di oggi. E non c’è nessuna allusione all’immigrazione, parlo proprio di noi itali(di)oti.

Napoli te fa attaccà e’ nierve!

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Andale ad Andalo#4 – Inizio dell’Epilogo

Segue da Andale ad Andalo#3

Dal titolo vi sarete accorti che sono andato lungo anche questa volta. Maledetto RedBavon, sei stato logorroico anche questa volta! 

L’attacco alla vetta! Il liberatorio Epilogo per chi ha seguito questo scalcinato diario nel mio solito modello “igienico” ovvero, all’occorrenza, uno strappo-e-via. D’altronde per come scrivo, giusto al bagno…

Sapere di essere un’utilità nel momento del bisogno è di conforto. Basta tapparsi il naso e crederci. I Want to believe!

La frase “I Want to believe!”, diventata simbolo della famosa serie X-Files, è particolarmente adatta a questa impresa “Quota 2120” di Sir RedBavon: da principio nessuno, nemmeno lui, ci avrebbe scommesso neanche una moneta da 500 lire uscite fuori corso; infine, la conquista dell’incredibile obiettivo grazie a una promessa alla propria bella, uno slancio generoso, anzi proprio un sogno matto, proprio come canta Francesco Guccini in “Don Chichotte”:

Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c’è bisogno soprattutto
d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
vammi a prendere la sella, che il mio impegno ardimentoso
l’ho promesso alla mia bella […]

Il fatto che mi sia ritrovato nel testo di una canzone di Guccini è un’altra cosa da non crederci visto che il famoso cantautore non rientra neanche lontanamente nelle mie  preferenze musicali. In questo post accadono cose strane.

Si va alla Paganella!

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De Pretore Vincenzo e la festa del papà

Dedicato a tutti i papà che ci hanno lasciato

La festa del papà. Il mio non c’è più. Da diversi anni. Quanti? Ho rimosso. Non ha importanza perché il vuoto che ha lasciato è come un “buco nero”, lì da tempi per noi umani inimmaginabili, incomprensibili, senza tempo.

Oggi è la festa del papà e stamattina i miei due nanerottoli mi hanno svegliato portandomi – come dei piccoli Re Magi – dei doni: due pergamene arrotolate e colorate, legate da un nastrino di quelli per fare i riccioli ai pacchetti dei regali. Ho sciolto il nastrino, svolto le pergamene, latrici di un importante “Annunciaziò! Annunciaziò!”. Su questi cari vecchi pezzi di carta, c’era la mia pagella: la pagella del papà.

Ne sono uscito quasi a pieni voti. Quasi.

C’è sempre margine di miglioramento ed è bene che sia così, perché ho paura delle persone troppo perfette. Mia consapvolezza di essere figlio del caos, di inadeguatezza, di insicurezze sparse a granella; mio dubbio metodico che l’ostentazione di perfezione sia l’altra faccia dell’insicurezza; mia certezza che la perfezione in questa valle di lacrime e sudore non esiste. E forse anche in Paradiso.

De Pretore Vincenzo è una commedia del grande Eduardo De Filippo. Il protagonista è Vincenzo De Pretore: è un mariuolo con una sua “filosofia”; una “filosofia” per cui si auto-assolve ed Eduardo lo giustifica agli occhi del gentile pubblico. Il tema di questa commedia è la giustizia e la Giustizia; la prima terrena, la seconda dell’Al di Là. La vera colpra del De Pretore, di padre ignoto, è quella di essere stato costretto a una vita da ignorante. La sua vita sarebbe stata diversa, se avesse avuto un padre, che lo avesse mandato a scuola, gli avesse trasmesso l’esempio e donato l’amore che ogni bambino, da qualunque parte provenga, ha diritto di ricevere per poterlo donare a sua volta.

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Andale ad Andalo#3 – Sempre più in alto…

Segue da Andale ad Andalo#2

Tutto ha una fine. Ogni vacanza ha una sua fine. La mia prima tragica Settimana Bianca ha una fine a dire poco epica: La Paganella, quota 2120 metri!
Talmente epica che devo dividere in due parti il racconto: 1) la fase preparatoria e campo-base 2) l’attacco alla vetta.

Il mio nick, RedBavon, si ispira, più o meno, al leggendario Barone Rosso  e – sebbene siate refrattari alla Storia – tale appellativo di Manfred Von Ricthofen dovrebbe già suggerire al vostro retro-cranio che sono avvezzo a ben altre altezze. Se, tuttavia, non doveste ancora cogliere il nesso, l’apposita sezione About” può essere d’aiuto, ma sinceramente non vedo perché dovreste avere una simile curiosità per questo mentecatto fino a spingervi nel retro-bottega di questa webbettola. Bontà vostra.

Ammetto che raggiungere certe altezze montando su un gioiello dell’ingegneria aeronautica come il General Dynamics F-16 Fighting Falcon è una cosa e farlo con i propri piedi è ben altra.

Il Buon Signore non ci ha donato delle ali, ma – a ben vedere – ci ha dotati dell’Immaginazione, che permette voli che nessun uccello, aeroplano o astronave permette di fare.  Il fatto che gli unici esseri antropomorfi ad avere le ali siano gli angeli, che – ci assicurano – essere asessuati, mi lascia soddisfatto delle scelte operate dal Buon Signore, senza alcun rimpianto. Go(o)d Fella.

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#4. Bit+Beat = Do The Whirlwind [by Architecture In Helsinki]

Gli Architecture in Helsinki è una band indie-pop dalla lontana Australia. Originariamente composta da otto musicisti, circa un anno dopo la pubblicazione del loro secondo album In Case We Die (2015), tre membri decidono di abbandonare il progetto musicale per divergenze artistiche.

In Case We Die è l’album migliore della band, una sorta di manifesto: un sound pop contaminato in cui la contaminazione non è frutto di casuali schegge istintive, ma di un calibrato lavoro di ricerca unito a una genuina urgenza espressiva. Il risultato è un disco bilanciato tra sperimentazione e accessibilità.

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Andale ad Andalo#2

Andaloooooole’!

Segue da Andale ad Andalo#1

La montagna è bella. La neve è bella. Tranquilli non mi hanno hackerato il blog, è sempre il solito mentecatto che pigia a caso su una tastiera, nel tentativo di dimostrare che dal Caos può venire fuori – a volte e non necessariamente qui – qualcosa di sensato. Olé!

Il fatto che non mi trovi a mio agio tra montagne con l’aggravante della neve è una semplice questione di punti di vista, di preferenze. Voglio dire: a chi non piace il gelato? Il gelato è una delizia e se mi chiedi di scegliere un gusto, un solo gusto tra cioccolato e limone, io scelgo senza esitazione il cioccolato. Non mi sogno di dire che il limone non sia buono, anzi d’estate è una vera goduria.Altro discorso è il ban a vita dalle gelaterie che darei a chi unisce il cioccolato al limone: condannati a vita a dovere rispondere al citofono a quel triturabballe del Gigi e, per smammarselo, avere in freezer una scorta  della sua Cremeria chimico-popolar-industriale.

Dopo il rituale della Vestizione, mi accorgo di avere solo scalfito la liturgia dello Sci.

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Andale ad Andalo#1

Segue da Andale ad Andalo

La prima volta, per quanto bella, è sempre traumatica. Ansiogena ed esperienza liberatoria, insieme. La mia prima tragica settimana bianca non riserva sorprese da questo punto di vista. Sintetizzando in una parola: il delirio. Se non ve ne sbatte di leggere oltre di un diario di un marinaro ncopp”a muntagna, ciò vi basta. Arrivederci alla prossima.

Chi frequenta questa webbettola però sa che non sono un uomo di poche parole, quindi infieriro’ rigirando le dita sulla tastiera come si farebbe nella proverbiale piaga.

C’è sempre un evento, un episodio, un momento in cui la domanda “chi me lo ha fatto fare?” riceve nella tua testa una risposta chiara, nitida, senza incertezze e risuona come una campana a morto per le tue già modeste aspettative e risicata voglia.

Ebbene, quel momento è giunto il primo giorno: la vestizione.

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Andale ad Andalo


La neve. Avete presente la neve? Quella che deve fioccare a Natale per forza pure se sei a Pantelleria, altrimenti l’atmosfera natalizia va a farsi benedire. La neve non è il mio ambiente. Io definisco la neve: ambiente ostile. E non esagero.

Percepisco la neve come un ambiente ostile.

Il fatto che abbia natali partenopei, forse, ha influito, ma non da farlo sfociare in un’avversione così fondamentalista. La verità è che il mio ideale di vita è quasi inconfessabile in una società che riconosce nei soldi accumulati e negli status lavorativi le principali misure del successo e della felicità. A me non me fotte: mi vedo in riva al mare, una camicia di lino o una waikiki coloratissima, una mutanda fiorata e basta così.

Per quanto irrealizzabile e bollabile come “infantile”, potete comprendere quanto il mio ideale di vita cozzi contro l’ambiente freddo e innevato.

Aggiungiamo che il ghiaccio è pericoloso anche se stai fermo…Io sto alla neve come uno stambecco sugli scogli abbasc’a Margellina.

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Viva il Messico! Ep.#25 – L’Hacienda Yaxcopoil

L'Hacienda Yaxcopoil nel 1900 [foto tratta da yaxcopoil.com]

L’Hacienda Yaxcopoil nel 1900 [foto tratta da yaxcopoil.com]

Segue da Ep.#24 – Topeees?

9° dia: dall’Hacienda Yaxcopoil a Merida

Arriviamo finalmente all’Hacienda Yaxcopoil, ancora scossi dall’ultimo incontro con la “topa”. Se siete nuovi di questo viaggio, non fatevi strani pensieri: non siete su un sito di racconti dalle ennemila sfumature di grigio e quel cavolo di colore che volete. Siamo, infatti, animati dalle più nobili delle intenzioni e cioè IL Sapere! La Conoscenza…Azz! Non solo non siete atterrati su un sito “hot”, ma siete incappati in un emulo sgarrupato della famiglia Angela! Ma che è ‘sta roBBa? SQuarK?!?

Ora farò una cosa che ho sempre sognato ovvero [voce impostata da grande divulgatore televisivo] “Nella puntata precedente…”

Nella puntata precedente si è raccontato della storia dell’Hacienda Yaxcopoil, e, nonostante i potenti mezzi dell’ipertesto, so che se inserissi il link, non vi cliccherebbe consapevolmente nessuno perché potrebbe risultare letale al dito indice, che va assolutamente preservato per le essenziali e benché più gratificanti esplorazioni nelle cavità nasali. Pertanto, di buon grado, ritorno en passant sull’argomento. Repetita iuvant.

Yaxcopoil è un esempio di hacienda henequenera, un latifondo latino-americano con annessi residenza padronale e opificio, dedicate alla coltivazione dell’henequén, una varietà di agave autoctona, da cui si ricava la fibra per il cordame.

La vera protagonista di Yaxcopoil: l'henequen

L’hacienda dal punto di vista della vera protagonista di Yaxcopoil: l’henequén [foto tratta da yaxcopoil.com]

In ogni angolo dello Yucatán c’è una hacienda henequenera: queste splendide residenze, immerse tra natura e storia, che vissero i loro fasti all’inizio del XX secolo, sono disperse tra le basse foreste di questa regione. Di molte non restano che delle rovine lungo le varie carreteras, mentre alcune sono state trasformate in centri turistici che offrono oltre che visite al loro interno, anche escursioni presso i cenotes o i siti archeologici nei pressi. Yaxcopoil è una di queste rarità: sita a circa un’ora dal sito archeologico di Uxmal, fino ai primi anni Trenta del Novecento, l’hacienda ha operato impiegando circa cinquecento campesinos su una superficie di undicimila ettari. Oggi è tutto finito e per non dimenticare questo passato è stata convertita in museo.

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Nintendo Switch è qui! 

nintendo_switchPassate abbondantemente le ore 3:00 del mattino. Momento sacro come ogni nuova console che arriva sotto la TV proprio come Babbo Natale porta i regali sotto l’albero. E’ una gioia!

All’accensione si dimostra subito un gran bel pezzo di hardware, niente a che vedere con il plasticoso tab della Wii U, che rimane la console con cui ho giocato di più con i miei due nanerottoli. Non credo andrà in pensione perché i nanerottoli ci si divertono tantissimo e ormai sono un tuttUno con il paddone e i remote Wii.

Reso onore alla Wii U, solo le prime impressioni a caldo, anche perché le palpebre sono sospinte verso il basso complice la forza di gravità e il sonno. Le dita si trascinano sulla tastiera con gli ultimi barlumi di lucidità. Vado avanti grazie ai fumi di adrenalina, scorsi durante la prima sessione di gioco al nuovo Zelda, Breath of the Wild. Ed è veramente un soffio al cuore questo nuovo episodio di Zelda.

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Scrivere, un libro di Anne Lamott

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“Ma non si può insegnare a scrivere”, mi dicono. Io rispondo: “E tu chi cavolo sei, il Magnifico Rettore dell’Università di Dio?”. La scrittura ha moltissimo da offrire ed è piena di sorprese. La più bella e preziosa è che imparare a scrivere vuol dire anche, e prima di tutto, imparare a vivere” (cit. Anne Lamott).

In quel Viaggio Allucinante al Centro del Blogger, ovvero una delirante introspezione del mio personale rapporto tra l’Idea, il Blogger-che-è-in-me(esci da quest’orrido simulacro) e quello che ci sta in mezzo, mi capita tra le mani questo libro di Anne Lamott, scrittrice finita nella Hall of Fame dello stato della California (mica Sgurgola!). Finalmente in I.Blogger, la rubrichetta votata all’ O.T. a manetta, un post al suo postO: scrivere.

“Scrivere. Lezioni di scrittura creativa” di Anne Lamott, pubblicato da De Agostini nel 2011, può attirare il lettore per i motivi sbagliati. Chi si aspetta un manuale per migliorare il proprio stile di scrittura fa bene a girarne alla larga, onde evitare di rimanerne deluso. In Rete, diverse recensioni o commenti negativi dimostrano che chi ha letto il libro non ne ha colto il reale spirito ed è rimasto fermo al titolo e sottotitolo. Il sottotitolo “Lezioni di scrittura creativa” è frutto di una spinta marchettara e ruffiana. Il titolo originale del libro di Anne Lamott, pubblicato la prima volta nel settembre 1994 negli USA dall’editore Pantheon, è “Bird by Bird. Some Instructions on Writing and Life”.

Il titolo italiano gioca al rialzo sulle reali intenzioni dell’autrice dichiarate nell’originale: “qualche suggerimento sulla scrittura e la vita”. Per capirne lo spirito correttamente, al potenziale lettore basta girare il libro e leggere la quarta di copertina, in cui l’autrice racconta la genesi di questo libro:

“Trent’anni fa il maggiore dei miei fratelli, che allora aveva dieci anni, si trovò alle prese con una ricerca scritta sugli uccelli, per la quale aveva avuto tre mesi di tempo e che doveva consegnare il giorno dopo. Eravamo a Bolinas, nella nostra casetta di villeggiatura, e lui era seduto al tavolo della cucina con le lacrime agli occhi, tra fogli di quaderno, matite e libri sugli uccelli ancora intonsi, sopraffatto dall’enormità del compito che lo attendeva. Mio padre allora gli si sedette accanto, gli mise un braccio sula spalla e disse: ‘Un passo alla volta, figliolo. Un passo alla volta’

“Bird by bird, buddy. Just take it bird by bird”

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WordPress: categorie e tag, chi erano costoro?

Categorie e sotto-categorie nel frigo...Ooops nel blog

Categorie e sotto-categorie nel frigo…Ooops nel blog

Nel tentativo di venire in aiuto a xoxangelxox sull’utilizzo dei tag e delle categorie nel post Help: WordPress & Tag, mi sono reso conto che stava venendo giù un commento-fiume (sai che novità…), ma sopratutto che la risposta poteva essere utile anche ad altri (o forse no).

Non sono un “addetto ai lavori” e gli esperti potrebbero tirarmi le pietre (e non solo perché sono brutto), non vi è alcuna intenzione di “salire in cattedra”, ma solo di condivisione di mie esperienze, letture e consigli di amici davvero esperti (grazie Peter_Ray!). Cercherò di utilizzare al minimo la terminologia infestata di acronimi e tecnicismi, anche perché ci tengo a evidenziare che non è roba “da nerd”, ma ritengo sia utile capire certi funzionamenti che regolano le nostre webbettole e la “fine” che fa ciò che scriviamo nel grande “trita-tutto” Google: insomma, se entri in un campo di calcio e prendi la palla con le mani nell’area piccola e non sei il portiere, non ti lamentare poi che è un quarto d’ora che cerchi di seminare una folla decisamente inferocita che porta stranamente i tuoi stessi colori.

Se qualche esperto dovesse imbattersi in questo post e volesse dare il suo contributo, correggendo   eventuali errori e sbertucciando l’Oste di questa webbettola, è il benvenuto. Una sola raccomandazione: fatelo con educazione che l’Oste è permalosetto 😉

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Stop Making Sense. I Talking Heads hanno ragione.

Inserito nel lettore della PleistescionQuattro, la console ha smesso di avere senso come videogioco....This is 4 Everybody Loves Music!

Inserito nel lettore della PleistescionQuattro, la console ha smesso di avere senso come videogioco….This is 4 Everybody Loves Music!

Mentre ero in fase di revisione di un post sull’utilizzo di tag e categorie – mi sono cimentato in una roba nuova sul te(c)NNicoAndante-Moderato-con-ironia – mi cade l’occhio su un DVD. Il DVD è Stop Making Sense, un film concerto dei Talking Heads registrato live nel corso di tre serate al Pantages Theater di Hollywood nel dicembre 1983.

Segnalato dal compadre Silviatico in uno scambio di commenti, il mostro-spendaccione che è nel mio indice è stato liberato. In realtà, la spesa è stata ragionevolissima: circa 7 euro spedito dalla Germania nell’emporio dell’Amazzone italiana.

Il DVD mi era arrivato la settimana scorsa e fremevo di godermelo in piedi ballando sul divano, frittata di cipolle e rutto libero. I programmi di gloria sono stati più volte rimandati e ho visto le ragnatele formarsi intorno alla confezione. Allora, strafregandome della tranquillità familiare di un sabato mattina italiano, mentre riguardavo la stesura dell’appena partorito articolo teNNicoAndante-Moderato, mi è preso il raptus, ho inserito il disco nella PleistescionQuattro e…Si è fermato il senso di ciò che stavo facendo!

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Innamorarsi a El Bavón Rojo – In tequila veritas. Epilogo

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Segue da Ep.#2 In tequila veritas. Parte Segunda

Epilogo

Il gringo e Luna, mentre si baciavano, non erano soli.

Sotto il portico di El Bavón Rojo, quattro occhi li osservavano, nascosti nel buio: l’Oste e Narciso, in silenzio, erano seduti sul dondolo.

Quando il gringo e Luna furono inghiottiti dal buio in fondo alla strada. Narciso parlò:

“Bel bacio eh?”

L’Oste tirò un lungo sospiro: “Eh sì, Narciso mio, proprio un bel bacio! Uno di quei baci degno di finire nella classifica dei migliori baci nella storia del Cinema…Non c’è male, non c’è male per davvero, certo che io so fare di meglio…”

“Sì, va be’….” sbuffò Narciso. L’Oste incalzò: “Ti devo fare i nomi? Non è proprio elegante…”

“Ma dai, le tue donne si contano sulle dita di una mano mozza!”

L’Oste cambiò discorso: “Narcì, passami l’accendino va’ che una sigaretta ora ci sta tutta”

Narciso già aveva pronto l’accendino in mano e nel passarlo al compadre aggiunse: “Ti fa male, Oste. Smettila con questo veleno!”

L’Oste tirò una prima boccata e buttò fuori dalle narici più fumo di quanto ne avesse aspirato con la bocca.

“Hai ragione, ma non oggi. Oggi abbiamo salvato un altro di questi gringos”.

“Il gringo era già morto e nessuno se ne era accorto…”

L’Oste girò la testa in direzione del piccoletto e lo guardò negli occhi con un sorriso sornione: “Tranne Luna e…noi due”.

“Eh già, Luna non aveva fatto i conti con l’Oste”.

Scoppiarono in una risata liberatoria. Ancora in preda alle convulsioni, Narciso aggiunse: “E poi il colpo da maestro…quella frase prima che si baciassero…Oddio, com’era? Una roba poetica tipo ‘verrei all’Inferno a salvarti, morirei per te’...Un colpo di genio!”

“Certo che Luna l’avrebbe accontetato. All’Inferno se lo sarebbe portato…ma per restarci” El Rojo prese fiato e continuò ansimando per le convulsioni “E..e…pensa Narcì che ci stavo rimanendo secco pure io…dopo quella frase, il mio tasso glicemico è schizzato alle stelle!”.

Quando ebbero ripreso fiato, Narciso domandò con tono grave e preoccupato: “ Tu sei sicuro che Luna manterrà il patto?”

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Innamorarsi a El Bavón Rojo – In tequila veritas. Parte segunda

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Segue da Ep.#1 In tequila veritas

Vittime ed eroi. Just for one day

Al bancone di El Bavón Rojo.

Cinque tequila dopo…

Sei lì che balli ancora, in mezzo a tutta quella gente. Con il bicchiere vuoto della quinta tequila in mano, rimango incantato a guardare i tuoi fianchi come ondeggiano. Voglio parlare con te, ma la mia bocca è secca. Ho perso la cognizione del Tempo: non so da quanto sono in questa stamberga, com’è che si chiama? El Rojo-qualcosa…L’Oste qui –  entrambe le pupille automaticamente si muovono verso la periferia sinistra dell’occhio verso l’uomo dietro al bancone –  continua a versarmi tequila. “Es hora de llenar el tanque!” mi fa il buon diavolo e giù che versa. Ha capito che non riesco a trovare il modo per sgusciare via dalla mia timidezza e mi sta aiutando. Davvero un buon diavolo! Chissà come è finito in questo buco di posto…Devo trovare una scusa per rivolgerti la parola e passare anche un solo momento vicino a te. Voglio ballare con te, stringerti forte tra le braccia. Muoio sicuramente pazzo se mi lascio scappare questo momento, anche se è destinato a durare solo per questo giorno ormai alla fine.

Io, io sarò re. E tu, tu sarai la regina.

Potremmo rubare il tempo solo per un giorno. Possiamo essere eroi, per sempre. Che ne dici?

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Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #4

E con questa seconda parte potete dire di avere fatto la conoscenza con l’Orco Ulkûrz…Sta scaldandosi le mani e l’ora di menarle è vicina. Gli Orchi non sono famosi per le loro doti di negoziazione e in quanto a pazienza sono l’esatta nemesi di Giobbe. Sia lode a Zeus che ha accolto questo Orco nella sua storia. Ci sta mettendo un po’ di tempo per carburare, ma abbiate fede. Gli Orchi sono tornati e non per “spicciare casa”.

Note introduttiva: questa è la seconda parte del racconto orchesco di redbavon. La prima parte, il Diario di Atreus #3, la trovate cliccandoci sopra. Inoltre vi ricordo che le votazioni per il quinto capitolo della storia principale, Alla ricerca del Trono di Fuoco, sono ancora aperte. Se non l’avete ancora fatto, VOTATE!! Buona lettura! ———————————————————————————————————- […]

via Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #4 — Music For Travelers


Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #3

Ucci ucci sento odor di orcucci…Ci siamo! Finalmente fa la sua mostruosa comparsa l’orco che mi ha spinto ad accettare l’invito tentatore di Zeus (che ringrazio); è infatti questa creatura che mi è balzata sulla schiena, ha mollato uno sganassone all’inquilino del mio groppone, la scimmia, e si è impadronito della tastiera. Per vederne gli effetti, recatevi nel blogOlimpo. Vi avviso: gli orchi maneggiano le tastiere come una mazza ferrata.

L’orco è brutto e cattivo e nessuno si dispiace a vederne trucidare a mucchi, anzi… Ma siete proprio sicuri di essere nel giusto a dispensare questa sentenza di morte così alla leggera? Gandalf si rivolge a un Bilbo, pieno d’odio e di ribrezzo nei confronti di Gollumdal quale era appena fuggito:

Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi. Anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti”.

Eccomi da voi, care lettrici e cari lettori. Mi piace questa introduzione perché mi fa sembrare un blogger a modo (cosa che non sono). Comunque sia, dopo una pausa per questioni legate, beh, diciamo a cause di forza maggiore (stavo combattendo con la peste bubbonica) ritorno sulla saga fantasy più amata degli ultimi giorni: Alla […]

via Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #3 — Music For Travelers


Cartelli paradossi #6 – A zonzo per Napoli, United Lasagne of Naples

Seconda foto a zonzo per Napoli: è ora di pranzo…o cena, vale lo stesso.

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United Lasagne of Naples

Cartello che alla sola vista porta trigliceridi e colesterolo a livelli di guardia (medica). Una vasta scelta di cibi provenienti da varie parti del globo, all’insegna di una contaminazione che caratterizza tutta la storia e cultura napoletana: il “cuoppo” ovvero carta oleata arrotolata in forma di cono riempito con ogni ben-di-Dio-Fritto (e ogni mal-di-fegato); il panino con la porchetta di Ariccia, una vera squisitezza tipica della zona de’li Castelli de Roma (il calice di vino è fortemente consigliato); l’americano “hot-dog”. Ma la vera chicca è la lasagna.

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Cartelli paradossi #5 – A zonzo per Napoli, San Valentino, ma con calma

Da una passeggiata a zonzo per Napoli, una foto-reporter d’eccezione, mia sorell(in)a, mi invia una serie di foto come “graffiti” della città, che tra le mie dita prendono la forma di un ennesimo appuntamento con una delle infami rubrichette che popolano questa webbettola: Cartelli paradossi.

A zonzo per Napoli vi propone una vista sulla mia città di origine grazie a cartelli, scritte, immagini che creano un mosaico in cui parecchie tessere mancano, tuttavia un napoletano conosce esattamente il loro posto. Una faccenda complicata per chi non conosce Napoli e, sopratutto, per chi non ama la mia città (e ce ne sono). “Graffiti” anche se non lo sono in senso stretto, ma li considero tali perché rappresentativi di un certo tessuto sociale e culturale, basato sull’espressione della propria creatività grazie a scritte, immagini e simboli nel contesto urbano. Graffiti, appunto.

La prima foto è dedicata alla “ricorrenza” di questo giorno.

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Viva il Messico! Ep.#24 – Topeeees!

L'Hacienda Yaxcopoil, Yucatan [foto by RedBavon]

L’Hacienda Yaxcopoil, Yucatan [foto by RedBavon]

Segue da Ep.#23 – Para Ticul?

9° dia: da Ticul all’Hacienda Yaxcopoil

Da Ticul, alla guida c’è sempre Francesco.

Sebbene abbia provato a sabotare il viaggio a causa di un banale errore di vocale e portarci così a Tikal con una leggerissima deviazione di circa un migliaio di chilometri, decidiamo di rinnovargli la fiducia come pilota del nostro bolide rosso, una fiammante Chevy Monza. Fiammante in senso letterale poiché ogni volta che rientriamo dalle nostre escursioni a piedi, nell’abitacolo potresti infilarci una bella torta. Praticamente un forno portato a temperatura e nemmeno ventilato.

Decidiamo la nuova tappa al volo, incrociando i suggerimenti della bibbia Rough Guide e una sommaria consultazione della mappa-lenzuolo: l’Hacienda Yaxcopoil.

L’Hacienda Yaxcopoil risale al XVII secolo. Il suo nome in lingua maya significa “il luogo degli alberi verdi”. Considerata una delle più importanti haciendas in Yucatán, nel suo massimo periodo di splendore, Yaxcopoil si estendeva su una superficie di 12.000 ettari.  Da ranch di allevamento di bestiame venne convertito molto più tardi in piantagione di henequén, l’“oro verde”. In Yucatán, si iniziò a chiamare “oro verde” la pianta che era già conosciuta dai Maya con il termine “ki”, ovvero la varietà di agave fourcroydes, nativa della zona più calcarea (e quindi meno fertile) della penisola, la cui coltivazione estensiva rappresentò il fulcro dell’economia locale durante oltre un secolo, a partire dalla seconda metà del XIX secolo a quasi la fine del XX secolo.

Con il passare degli anni l’estensione dell’Hacienda Yaxcopoil si è ridotta a meno del 3% della sua antica superficie a causa di: continui cambiamenti politici, sociali ed economici nella regione; la scoperta di nuovi materiali sintetici che hanno soppiantato questa coltivazione, che riforniva di semi-lavorato l’80% della produzione mondiale di cordame.

Oggi l’Hacienda è un importante testimonianza storica e, nella sua proprietà, è stato costruito un museo. Andiamo a visitare perciò l’hacienda!

Da Ticul all'Hacienda Yaxcopoil

Da Ticul all’Hacienda Yaxcopoil

Yaxcopoil dista da Ticul una cinquantina di chilometri, un’ora di viaggio prendendosela con calma; inoltre è verso Nord, quindi in direzione per il ritorno verso Merida. Perciò il viaggio verso questa tappa appare muy tranquilo…Non proprio.

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Il Piccolo Cocomero

Il Piccolo Cocomero (c)2017 Disegno di Tati

Il Piccolo Cocomero (c)2017 Disegno di  Tati

Questa è una favola sgangherata scritta a due mani, tre teste, un solo cuore.

Una sera di quest’estate, in vacanza a casa al mare, i miei due nani di cinque anni ed io eravamo soli nel lettone senza la mamma, poiché – dice lei – era al lavoro in città.

Tre uomini in un letto è un delirio.

Per tenere buone le due belve di taglia piccola, ho dovuto inventare un’alternativa alla loro ideA di “andare a letto”: “Facciamo a lotta” e “Facciamo i salti”; roba pericolosissima sopratutto in proiezione del ritorno della genitrice. I nani se la cavano con un bernoccolo, io rimedio un sermone epocale con tanto di accuse infamanti e d’infanticidio.

Così ho proposto: scriviamo una storia che poi leggiamo alla mamma quando ritorna? Voi raccontate e io la scrivo.

E così è stato: propongo una favola letta e riletta millemiliardi di volte, Cappuccetto Rosso e a tutti e tre è venuto naturale rimaneggiarla. Si avvertiva del godereccio sadismo in alcuni momenti. Nomi e idee sono dei nani al 90%: alcune davvero strampalate, altre di una tenerezza disarmante. Io ho tenuto solo le fila, fatto opera di “contenimento” e battuto alla tastiera in una lingua, un pelo più comprensibile del nanesco.

Quando i nani hanno accusato una certa pesantezza di palpebre, a parte lo spasso di vederli lottare con il sonno per sentire la fine della storia, è stato necessario il mio intervento: la parte finale del “volemose bbbene” conclusivo risente di una mano più adulta, una testa appena più matura, ma mi sono sforzato di mantenere un cuore da bambino.

Per questa favola sgangherata, raccontata dai miei figli, non ho voluto cercare su Internet un’immagine, ne desideravo una fatta con il cuore e la mano fatata… chi meglio di Tati?

Ringrazio Tati per avermi donato il capolavoro di disegno che potete ammirare in apertura: sintetizza il racconto con un colpo d’occhio. Ne racchiude magistralmente l’essenza.

Buona lettura.

Il Piccolo Cocomero

Autori: Diego, Jacopo e Claudio.

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Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #2


Mae govannen. Alla ricerca del Trono di Fuoco non è una storia qualsiasi. Porta la firma di un Dio. Se ci tenete che Atreus continui a viaggiare nella storia creata da Zeus, fiondatevi a votare al sondaggio di come preferite che prosegua. Zeus, nella sua magnanimità, vi offre il dono di esercitare il vostro libero arbitrio (io non l’avrei fatto, ma sono umano e, queste pagine lo provano, in deriva alquanto megalomane). Orsù, giocate anche voi a fare gli dei, scegliete il destino dei personaggi della storia, fatelo perché capita anche agli Dei, sapete, di avere Loro “quei giorni”. Buona lettura e fate la vostra scelta, amin estela ta nauva anlema.

Faccio una premessa prima di lasciarvi alla lettura del nuovo capitolo fornito da redbavon: il quarto capitolo de ALLA RICERCA DEL TRONO DI FUOCO è attualmente in STALLO perché due delle opzioni sono a parimerito. Adesso tocca a voi portare i nostri protagonisti da una parte o dall’altra!!! Votate, quindi, e fate proseguire la storia. […]

via Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #2 — Music For Travelers


It’s a long way to Home

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Sulle note di It’s A Long Way To Tipperary prende forma il titolo di questo secondo post che racconta la storia di un viaggio, di un ritorno a casa, di un luogo dove sentirsi parte. It’s a long way to Tipperary,  It’s a long way to go. It’s a long way to Tipperary To the sweetest girl I know! La canzone, cantata dai soldati britannici durante la Prima Guerra Mondiale, si adatta bene al tema sebbene oggi in un contesto meno drammatico, ma conferma – se mai ce ne fosse bisogno – che la “casa” è un diritto naturale per tutti gli uomini e le donne. Un afflato primigenio che spinge a cercare la propria “casa” anche se lontani dal luogo dove siamo nati o vissuti.

E di un ritorno qui si tratta. Un post scritto qualche anno fa, la storia di un fiore, del vento che non puoi fermare (nemmeno con i muri), infine di una nuova “casa”.

Scritta sull’onda di altre sensazioni e ispirata da un piccolo capolavoro di videogioco, Flower, è un tassello che si è incastrato perfettamente nel puzzle di pensieri e sensazioni descritti in Casa. Ritorna inaspettatamente per raccontare con le stesse parole un’altra storia. Questa storia.

Continua a leggere: Vita, morte e miracolo di un fiore

[Petizione] Un barbiere per il Presidente USA: Edward Mani di Forbice

Wish Impossible Hair

To Wish Impossible Hair

Dico io: il web è pieno di blog e siti di moda, fashion addict e consigli per il look; il nostro Paese è noto per alcune cose poco edificanti e altre molto folkloristiche, ma un paio buone ce le riconoscono tutti: la moda e il look. Eppure, nessuno, ma proprio nessuno si è preoccupato di suggerire al neo-Presidente USA di cambiare barbiere!

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Casa

Flower_Window

Questo non è un post, ma sono tre: il primo di un trittico di post, molto differenti tra loro, ma legati in un leit motiv comune: “home”, il ritorno a casa. Un luogo, fisico, fatto di pareti, finestre e un tetto, ma anche un “non-luogo” che tutti aspirano ad avere e tutti avrebbero il diritto di avere. Lo scrive un emigrante che lo dichiara pubblicamente nel suo autodafé Io sono terrone. Oui je suis emigrante“. Un emigrante sa cosa significa “casa” e deve convivere con la sua mancanza o decidere di tagliare i ponti, giungendo anche a rinnegare le sue radici. Io rientro nel primo caso.

In un periodo in cui sono ritornati in auge i muri e le “etichette” di massa, in un periodo in cui c’è chi pensa a “ritornare grande” e trolla con le sue banfe l’intero pianeta senza che qualcuno possa bannarlo, vuole dire che qualcosa sta andando fottutamente storto.

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Home (testo e traduzione) – Depeche Mode

Home
Casa

Musica, testo di Martin Lee Gore. Cantata da Martin Lee Gore

Here is a song
Ecco una canzone
From the wrong side of town
dalla parte sbagliata della città
Where I’m bound

Dove sono legato
To the ground
a terra
By the loneliest sound
Dal più solitario deisuoni
That pounds from within
che martella dal di dentro
And is pinning me down
e mi tiene inchiodato lì

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Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus

Il magnanimo Dio Zeus mi ha proposto di partecipare alla sua storia fantasy, “Alla ricerca del Trono di Fuoco”. Anni di master di D&D e nottate passate davanti a uno schermo a sterminare creature, girovagare per terre assaje luntane, rovistare in cadaveri e scrigni spesso protetti da infami trappole nei giochi di ruolo per computer, mi hanno fatto salire la scimmia del fantasy e urlare i gridi di battaglia dei Nani. Ringrazio Zeus per l’ospitalità e l’avere ritirato fuori il piacere per l’avventura. E ricordate che per entrare, basta dire una parola semplice: Mellon. Amici.

Ricordatevi che la votazione per il QUARTO CAPITOLO della storia è ancora aperta!!! Nel primo capitolo della storia, ho fatto una domanda a redbavon: “hai voglia di aiutarmi con questa storia?”. Il buon redbavon ha accettato con entusiasmo e mi ha spedito, con un falco, una pergamena che recava queste parole: Il Diario di Atreus. […]

via Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus — Music For Travelers


#3. Bit+Beat = Space Invaders 2003 [by Ken Ishii vs FLR]

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Ettre! Siamo al terzo appuntamento di Bit+Beat=Make Some Nooooise!, giuro che dopo questo non tengo più il conto, ma ho un certo entusiasmo da trasmettervi perché più vado a cercare tra le ragnatele digitali, più m’imbatto in cose nuove o che avevo bellamente ignorato, anche per via di qualche stupido pregiudizio. Così ho ascoltato il Rap, poi ritornato a un mio più vicino Altenative Rock e oggi mi ritrovo irretito dalla Techno! Roba da non credere: io sto alla Techno come il sale nel caffè. La videoclip che ho scelto è Space Invaders 2003 di Ken Ishii vs FLR.

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Album di Figurine – Una vera storia di calcio…per Giove! [by Zeus]

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Sfogliando questo strambo Album di figurine, ha attirato la mia attenzione questo giocatore. Non ricordo di averla mai attaccata questa figurina…E che ci fa in questa squadra?…Strano, me lo sarei ricordato, ma poi il nome, mai sentito… …detto…Zeus…?!? Strano, data la mia passione per la mitologia me lo sarei ricordato…Mah con tutti i nomignoli strambi che si danno i giocatori forse mi è passato di mente. Certo che se in quest’album c’è quella schiappa di un paio di racconti fa, questa almeno sembra una vera storia di calcio…

Autore: Zeus

Una storia di ascesa e caduta, ovvero sia… una storia di calcio

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Album di figurine – Anche le schiappe vanno in Paradiso [Parte #2]

Claudio alla Scuola Calcio (Ripi - FR)

Accovacciato, in basso a sinistra: indosso la maglia di calcio della squadra del – pura coincidenza – Campania. Lo so, tempo buttato!

Segue da [Parte #1]

Quando quel giorno il papà e la mamma annunciano a Claudio che lo avevano iscritto alla scuola di calcio, i due genitori sono davvero raggianti. Hanno preso questa decisione per il bene del loro primogenito.

Non che valutino di poco conto le manifestazioni della fervida immaginazione di Claudio: apprezzano i suoi disegni, la mamma ne conserva uno in particolare, un asinello con un’espressione che sembra parli; assecondano la sua curiosità per i libri e non gli negano i suoi balocchi preferiti, cioè le  scatole di soldatini in scala “HO”. Claudio ne ha veramente in quantità e dimostra di conoscere il valore di questi regali, tenendo tutto con cura.

A mamma e papà preme che il figlio giochi con gli altri bambini. Hanno notato che Claudio tende a isolarsi: non che abbia problemi con gli altri bambini, anzi il figlio stesso li rassicura che è felice anche di giocare da solo, ma il gioco, in Natura, anche tra gli animali, è una palestra di vita. Insegna a stare insieme, a rapportarsi con gli altri e a gestire gli eventi con un certo grado di autonomia e assunzione di responsabilità. Giocare insieme agli altri aiuta a crescere.

Quando un collega di lavoro invita il papà di Claudio a fare partecipare il figlio alla scuola-calcio che ha organizzato nel paese dove abita, distante circa una dozzina di chilometri, il ragazzino di undici anni si ritrova catapultato nel calcio, quello vero: porte regolamentari, campo regolamentare, pallone di cuoio, undici giocatori per squadra, una divisa e un allenatore. Claudio è nel mezzo del più classico dei fenomeni cosiddetti delle “slinding doors”. Davanti a sé due destini possibili: diventare un giocatore di calcio migliore (non che l’obiettivo fosse difficile vista la scarsissima base di partenza) oppure consacrarsi definitivamente a “schiappa”, estendendo tale “fama” non solo tra il limitato pubblico del suo cortile, ma anche ai paesi vicini. Praticamente una figuradimmerda globale.

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A El BaVón Rojo tenemos que bailar la cucaracha [by Silviatico]

Segno

Segno “due” per Silviatico. Oh non è il numero di birre e di grog che si è scolato…Non mi basta tutta l’insegna per segnarle.

L’anno nuovo è arrivato a El Bavon Rojo e ha colto con una certa sorpresa l’Oste. “Allora, è già passato ‘sto fottuto Capodanno o no?” la domanda dell’Oste rimane sospesa in un limbo tra lo stato confusionale al naturale dell’Oste e gli effluvi di grog. Quel pinche gringo del mi hermano Silviatico ci dà qualche gustosissimo ragguaglio e continua la storia…che sarà lunga almeno un anno. Intanto, tenemos que bailar la cucarracha.

Autore: Silviatico

Tenemos que bailar la cucarracha

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Album di figurine – Anche le schiappe vanno in Paradiso

Un cortile come iil Neu Camp

Un cortile come iil Neu Camp

Dedicato a tutti i bambini che giocano in cortile. Con affetto ai miei amici del cortile.

Il campionato è iniziato da un bel po’, è ora di iniziare ad attaccare un po’ di figurine nel nostro buffo Album di figurine. Benvenuti al Neu Dante Alighieri Camp!

Claudio è un bambino che ama raccontarsi le storie. Ogni occasione è buona per raccontarne una. Anche quando va a dormire, prima di chiudere gli occhi, fa una preghiera al Buon Signore e, dopo il segno della Croce, pronuncia sempre una preghiera affinché possa fare un sogno. Uno qualsiasi.

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Nintendo Switch [Parte #2]

Yoshiaki Koizumi, Nintendo Switch General Producer in una posa inquietante tra il Mago Oronzo e Sub Zero di Mortal Kombat:

Yoshiaki Koizumi, Nintendo Switch General Producer in una posa inquietante tra il Mago Oronzo e Sub Zero di Mortal Kombat: “Con la sola imposizione dei Joy-Con ti spiezzo in due”

Segue da Parte #1

Benvenuti alla seconda e ultima parte del mio saluto alla Nintendo Switch. Per come mi ha preso la scimmia, forse potevo farne una terza. Ma non ho avuto pietà. Chi è con me, scagli per primo il joypad. 

Il 3 marzo potremo mettere le mani su Switch, ma vediamo cosa ci portiamo a casa, se vale la pena di aprire il portafogli e, visto che siamo sulla Rete, una sbirciatina a luoghi meno malfamati di questa webbettola e un’annusata all’aria che gira sono cose buone e giuste.

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Nintendo Switch [Parte #1]

nintendoswitchlogo

Switch è la nuova console di Nintendo. Data la mia passione per il Videogioco, le dita hanno iniziato tamburellare sulla tastiera e ne è venuto fuori un monster-post che, per non lasciare nulla indietro, necessita di essere suddiviso in due parti. Chi vuole seguirmi in questo viaggio tra abnegazione, testardaggine, innovazione, un pizzico di follia e un’eco lontana di un bimbo che ride, lieto sia. Di doman c’è una certezza: la parte seconda.

Uno schiocco di dita e sei nel “sogno” Nintendo

Il 13 gennaio è stata presentata la nuova console di Nintendo: il suo nome è Switch.

Tra queste pagine di anarchia creativa, spuntano periodicamente su Nintendo dei feuilleton, che il suono della parola, piuttosto che il significato, suggerisce siano di difficile digeribilità e generati da qualche contorsione d’intestino, oltre che di cervello. Prova ne è il tag “Nintendo”: spicca tra la nuvola di parole nell’apposito box “Facimm’ammuina!”, che in webbettole meno malfamate di questa, è noto come “cloud tag”.

Data l’età di questo anarchico cre(a)tiNo, non si tratta di “fanboysmo“, ma di semplice passione per il Videogioco, di cui Nintendo è “player” blasonato e, in passato, sinonimo di “videogiochi” come oggi lo è la “Pleistescion”.

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Dark Souls, Bloodborne, Demon’s Souls e li mejo mortacci loro

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Per Videogiochi da paura, dal Giappone, un trittico di titoli (in realtà sono cinque) che di anime ne hanno fatte perdere parecchie…

Demon’s Souls è un videogioco per PlayStation 3, sviluppato dalla giapponese From Software e pubblicato da Namco Bandai in Europa nel 2010. Rientra nel genere “gioco di ruolo” (RPG) e, più precisamente, nel sotto-insieme dei “dungeon crawler”, in cui la parte “ruolistica” è limitata alla crescita delle caratteristiche e abilità del personaggio; la maggiore parte del tempo di gioco, infatti, lo passerete esplorando labirinti, grotte, castelli, rovine e altri luoghi della tradizione fantasy-ruolistica, combattendo contro le creature ostili e recuperando oggetti ed equipaggiamenti utili per portare a casa la pelle, anzi,  nel caso di Demon’s Souls, l’anima.

Cui prodest?

Ora che ci hai “illuminato” con queste imprescindibili informazioni, [prendete un bel respiro e leggete tutto-di-seguito-senza-fermarvi] senza delle quali la nostra vita non avrebbe avuto più alcun senso, perché dovrebbe interessarci un videogioco e, per giunta, vecchio del 2010?
Ne hanno già scritto e sulla Rete trabocca di recensioni, informazioni, guide, wiki, faq e video, cui prodest questa tua recensione?

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#2. Bit+Beat = E-Pro

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Per questo secondo appuntamento di Bit+Beat=Make Some Nooooise!, la neonata rubrichetta di musica contaminata dai videogiochi, ho scelto la videoclip di una canzone di Beck: E-Pro.

E-Pro è la traccia di apertura dell’album Guero, che Beck (al secolo Beck Hansen) ha pubblicato nel 2005. Dopo Loser (1993) che ha consacrato il cantantante a superstar, E-Pro è uno dei maggiori successi di Beck: pubblicata come “lead single” dell’album nel marzo 2005, all’inizio di aprile è al primo posto nella classifica Alternative Rock del Billboard.

L’album Guero schizza in breve al secondo posto del Billboard, la migliore posizione in tutta la carriera di Beck fino a quel momento.

Non è facile definire la musica di Beck. Da Wikipedia viene descritto “[…] tra i principali esponenti dell’indie rock e in particolare del lo-fi”. Onda Rock, cui rimando per un dettagliato e coinvolgente excursus sull’artista, lo definisce:

“[…] La X-Generation a cavallo tra 80 e 90 trova in Beck anche un simbolo: praticamente è un nerd (o qualcosa che gli somiglia molto) con il suo aspetto dimesso e la sua (falsa) timidezza, confonde generi e stili senza riguardi per creare qualcosa di non-mainstream che allo stesso tempo è mainstream ma riesce a nasconderlo benissimo, nei testi è ermetico (per qualcuno semplicemente furbo) e ironico quanto basta per cantare l’orgoglio dei perdenti proprio per una generazione che è confusa e si sente perdente. […]” (cit. OndaRock.it :“Beck L’idolo della generazione X” di Marco Simonetti )

Onda Rock individua però proprio nell’album Guero il primo passo falso di Beck.

Non è facile definire la musica di Beck. Lo stesso artista ha qualche difficoltà in merito. Per esempio, descrive la sua musica in collaborazione con i Dust Brothers (periodo esaltato da Onda Rock) come un “sound” che ha una “jankity”. Per “jankity” si intende qualcosa di incasinato , scadente, che ha qualcosa di rotto, urge di una qualche riparazione, ma funziona ancora. Il termine “janky” si riferisce a qualcosa di costruito in economia o messo malamente insieme tanto da non sembrare adatto ad assolvere alla propria funzione, tuttavia funziona al di là di ogni aspettativa.

Le videoclip di Beck sono caratterizzate dall’essere strampalate, contengono quella dose di imprevedibilità, che le fa assurgere in breve a una presenza fissa su MTV, quasi un manifesto di una televisione che vuole rivolgersi a un pubblico giovane e – per cliché – ribelle e anti-conformista. Sappiamo, invece, quanto queste televisioni abbiano contribuito a un nuovo conformismo (e relativo mercato) dell’ “alternativo” a tutti i costi.

La videoclip di E-Pro non delude queste aspettative. Ha un’atmosfera surreale, dall’inizio alla fine.

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Capodanno a El BaVón Rojo: brindisi con Grog!

Etichetta del Grog (c)2016 Disegno di  Tati

Etichetta del Grog (c)2016 Disegno di  Tati

Tutto nasce dagli auguri di Buon Anno di Tati all’Oste nel post di riapertura dell’anno nuovo di El BaVón Rojo:”mannaggialochetta! ma dov’ero caduta per perdermi una riapertura della bettola con questo grande stile!!??
Buon anno già iniziato Oste”

L’Oste accoglie con letizia l’augurio e ricambia con affetto, ma non finisce lì…

Oste: “Buon anno FaTati! Perché “iniziato”? Come sarebbe “già”?…Narcì! Narciiiiiii! Narcisooooo!

Da qualche parte dietro (e sotto) il bancone con una refola di voce dal tono rassegnato e sbuffante, giunge la risposta di Narciso: “Checc’èeeeh?…”

Oste: “Narcì, ma che è già passato Capodanno? A me non mi pare…Poi qua fa sempre caldo, l’unica neve che si vede da queste parti è quella che portano i motoscafi dei Narcos…E non ci voglio avere niente a che fare eh. Poi per me la neve, lo sai Narcì…”
Narciso: “…È ambiente ostile, lo so. Lo so.”
Oste: “Narcì, allora è passato Capodanno? Tati mi ha fatto gli auguri di buon anno “già iniziato”…”

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Viva il Messico! Ep.#23 – Para Ticul?

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Uno scorcio del mercato a Ticul [foto di RedBavon]

Segue da Ep.#22 – Uxmal…e la Rivelazione di un Antico Segreto

9° dia: da Uxmal a Ticul 

Lasciamo le ruinas di Uxmal alle spalle e decidiamo di dirigerci verso Ticul, dove sembra vi sia un rinomato mercato dei sandali e, sopratutto, dove potere mettere sotto i denti qualcosa in un comedor visto che si è fatta l’ora del pranzo. A mia memoria e conoscenza, nessuno di noi quattro – né prima, né durante, né dopo tale viaggio – ha mai avuto un minimo, pure anche infinitesimale interesse per le calzature, figuriamoci i sandali. Tant’è, si va a Ticul!

Non abbiamo cellulari e il GPS è una roba avveniristica da film di spionaggio militare o alla Tom Ponzi, perciò dipendiamo da una mappa che, da aperta, ingombra come un lenzuolo del corredo matrimoniale e, per ripiegarla, bisogna fare come la massaia quando c’è da tirare via il bucato dal terrazzo, cioè occorre olio di gomito e un’aiutante: suddividere i lembi in egual misura, piegare la mappa a metà nel verso delle piegature verticali e ripetere l’operazione. Unire, poi, la propria porzione di mappa a quella dell’aiutante per tante volte consecutive quante sono le piegature orizzontali. Così facendo si otterrà un rettangolo delle dimensioni originarie nel suo formato tascabile….Manco per idea, le mappe hanno una vita propria e uno spirito ribelle, ne sono certo.

La “Rough Guide” del Messico, da noi venerata come un testo sacro al quale ci affidiamo ciecamente nei momenti più bui, non compie questa volta  “il miracolo della fede” facendoci riacquistare la vista sulla corretta via da percorrere poiché ci supporta solo con mini-mappe locali in formato numismatico.

Con la precisione del cartografo dei tempi antichi, fatta la dovuta proporzione tra la scala in chilometri indicata sulla mappa e il mignolo di uno di noi estratto a sorte, calcoliamo che ci vorrà circa una mezz’oretta.

Disclaimer: per girare queste scene non è stato tagliato mignolo né altro dito a nessuno dei compagni di viaggio o altro essere vivente.

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Batmancito – Un amaro ritorno

Mictlantecuhtli y Mictecacíhuatl, marito e moglie Dei della Morte. La dualità della Morte per gli Aztechi

Mictlantecuhtli y Mictecacíhuatl, marito e moglie Dei della Morte. La dualità della Morte nella mitologia azteca.

Da quando siamo tornati dalla giungla, dopo l’incontro con il “batmancito”, quel dannato pipistrello nel Tempio Perduto, Sergio non è stato più lo stesso. Inizio a pensare che non fosse un pipistrello…

Anche quando abbiamo rimesso piede a El BaVón Rojo, neanche l’accogliente atmosfera di varia umanità, alcol, fumo e legno di questo sgangherato comedor non ha sortito effetti su Sergio.

Avrei scommesso una discreta somma di denaro che  la strana coppia dei due soggettazzi titolari di cotanta dispensa di alcolicità, con i loro lazzi e frizzi, sarebbe riuscita a riportare alla “normalità” il mio compagno messicano di tante avventure e altrettante disavventure, ma l’avrei persa.

Dopo avermi salvato la vita da quei quattro figli di scimmia urlatrice schierati, armi in pugno, ad accogliermi fuori dal Tempio Perduto per fare della mia testa un’amena decorazione di uno tzompantli, Sergio non è stato più lo stesso.

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#1. Bit+Beat = Who’s That? Brooown!

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Per chi si fosse perso il pistolotto di inaugurazione di questa nuova rubrichetta partorita al freddo e al gelo esattamente il giorno di Natale, benvenuti al numero  #1 con la consapevolezza che “di doman non v’è certezza”, figuriamoci se posso assicurare che ne segua un secondo come il fulmine tenea dietro al baleno. Qui c’è lo stesso cartello che trovate sull’autostrada #statesereniSalerno-Reggio Calabria: “Lavori in corso. Ci scusiamo per il disagio. Stiamo lavorando per voi”.

Bit che incontrano il Beat, artisti che utilizzano i videogiochi nelle loro videoclip, se proprio volete sapere come gli Space Invaders hanno invaso la Musica ritornate al “Via” senza prendere le ventimilalire, dubito che ci sarà qualche temerario, peccato per la ricca selezione musicale, non già per le mie chiacchiere battute genuinamente a mano (con tutte e due le mani) e senza aggiunta di olio di palma.

Per questa Bit+Beat=Make Some Nooooise!, tutta musica, videoclip e a bassissimo contenuto di parole, già mi sono allungato troppo sulla tastiera ma ye’know…

Siamo ai primi del 2017, anno nuovo, convenzione nuova, stesse cose con un numero progressivo che ineluttabilmente scivola avanti e noi a seguire la slavina, cercando di non restarci sotto. A tutti noi amanti di questo sport estremo, il più estremo tra tutti gli sport estremi, dedico una canzone che non è nelle mie usuali corde, sebbene ad ascoltare questi Das Racist ho iniziato a muovere busto, collo, braccia, mani e dita come i rapper ci hanno da sempre insegnato Yo! Bro’! Ok patetico, ma tanto voi non mi vedete.

Who’s That? Brooown! – Das Racist 

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