Nintendo Switch [Parte #2]

Yoshiaki Koizumi, Nintendo Switch General Producer in una posa inquietante tra il Mago Oronzo e Sub Zero di Mortal Kombat:

Yoshiaki Koizumi, Nintendo Switch General Producer in una posa inquietante tra il Mago Oronzo e Sub Zero di Mortal Kombat: “Con la sola imposizione dei Joy-Con ti spiezzo in due”

Segue da Parte #1

Benvenuti alla seconda e ultima parte del mio saluto alla Nintendo Switch. Per come mi ha preso la scimmia, forse potevo farne una terza. Ma non ho avuto pietà. Chi è con me, scagli per primo il joypad. 

Il 3 marzo potremo mettere le mani su Switch, ma vediamo cosa ci portiamo a casa, se vale la pena di aprire il portafogli e, visto che siamo sulla Rete, una sbirciatina a luoghi meno malfamati di questa webbettola e un’annusata all’aria che gira sono cose buone e giuste.

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Nintendo Switch [Parte #1]

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Switch è la nuova console di Nintendo. Data la mia passione per il Videogioco, le dita hanno iniziato tamburellare sulla tastiera e ne è venuto fuori un monster-post che, per non lasciare nulla indietro, necessita di essere suddiviso in due parti. Chi vuole seguirmi in questo viaggio tra abnegazione, testardaggine, innovazione, un pizzico di follia e un’eco lontana di un bimbo che ride, lieto sia. Di doman c’è una certezza: la parte seconda.

Uno schiocco di dita e sei nel “sogno” Nintendo

Il 13 gennaio è stata presentata la nuova console di Nintendo: il suo nome è Switch.

Tra queste pagine di anarchia creativa, spuntano periodicamente su Nintendo dei feuilleton, che il suono della parola, piuttosto che il significato, suggerisce siano di difficile digeribilità e generati da qualche contorsione d’intestino, oltre che di cervello. Prova ne è il tag “Nintendo”: spicca tra la nuvola di parole nell’apposito box “Facimm’ammuina!”, che in webbettole meno malfamate di questa, è noto come “cloud tag”.

Data l’età di questo anarchico cre(a)tiNo, non si tratta di “fanboysmo“, ma di semplice passione per il Videogioco, di cui Nintendo è “player” blasonato e, in passato, sinonimo di “videogiochi” come oggi lo è la “Pleistescion”.

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Dark Souls, Bloodborne, Demon’s Souls e li mejo mortacci loro

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Per Videogiochi da paura, dal Giappone, un trittico di titoli (in realtà sono cinque) che di anime ne hanno fatte perdere parecchie…

Demon’s Souls è un videogioco per PlayStation 3, sviluppato dalla giapponese From Software e pubblicato da Namco Bandai in Europa nel 2010. Rientra nel genere “gioco di ruolo” (RPG) e, più precisamente, nel sotto-insieme dei “dungeon crawler”, in cui la parte “ruolistica” è limitata alla crescita delle caratteristiche e abilità del personaggio; la maggiore parte del tempo di gioco, infatti, lo passerete esplorando labirinti, grotte, castelli, rovine e altri luoghi della tradizione fantasy-ruolistica, combattendo contro le creature ostili e recuperando oggetti ed equipaggiamenti utili per portare a casa la pelle, anzi,  nel caso di Demon’s Souls, l’anima.

Cui prodest?

Ora che ci hai “illuminato” con queste imprescindibili informazioni, [prendete un bel respiro e leggete tutto-di-seguito-senza-fermarvi] senza delle quali la nostra vita non avrebbe avuto più alcun senso, perché dovrebbe interessarci un videogioco e, per giunta, vecchio del 2010?
Ne hanno già scritto e sulla Rete trabocca di recensioni, informazioni, guide, wiki, faq e video, cui prodest questa tua recensione?

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#2. Bit+Beat = E-Pro

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Per questo secondo appuntamento di Bit+Beat=Make Some Nooooise!, la neonata rubrichetta di musica contaminata dai videogiochi, ho scelto la videoclip di una canzone di Beck: E-Pro.

E-Pro è la traccia di apertura dell’album Guero, che Beck (al secolo Beck Hansen) ha pubblicato nel 2005. Dopo Loser (1993) che ha consacrato il cantantante a superstar, E-Pro è uno dei maggiori successi di Beck: pubblicata come “lead single” dell’album nel marzo 2005, all’inizio di aprile è al primo posto nella classifica Alternative Rock del Billboard.

L’album Guero schizza in breve al secondo posto del Billboard, la migliore posizione in tutta la carriera di Beck fino a quel momento.

Non è facile definire la musica di Beck. Da Wikipedia viene descritto “[…] tra i principali esponenti dell’indie rock e in particolare del lo-fi”. Onda Rock, cui rimando per un dettagliato e coinvolgente excursus sull’artista, lo definisce:

“[…] La X-Generation a cavallo tra 80 e 90 trova in Beck anche un simbolo: praticamente è un nerd (o qualcosa che gli somiglia molto) con il suo aspetto dimesso e la sua (falsa) timidezza, confonde generi e stili senza riguardi per creare qualcosa di non-mainstream che allo stesso tempo è mainstream ma riesce a nasconderlo benissimo, nei testi è ermetico (per qualcuno semplicemente furbo) e ironico quanto basta per cantare l’orgoglio dei perdenti proprio per una generazione che è confusa e si sente perdente. […]” (cit. OndaRock.it :“Beck L’idolo della generazione X” di Marco Simonetti )

Onda Rock individua però proprio nell’album Guero il primo passo falso di Beck.

Non è facile definire la musica di Beck. Lo stesso artista ha qualche difficoltà in merito. Per esempio, descrive la sua musica in collaborazione con i Dust Brothers (periodo esaltato da Onda Rock) come un “sound” che ha una “jankity”. Per “jankity” si intende qualcosa di incasinato , scadente, che ha qualcosa di rotto, urge di una qualche riparazione, ma funziona ancora. Il termine “janky” si riferisce a qualcosa di costruito in economia o messo malamente insieme tanto da non sembrare adatto ad assolvere alla propria funzione, tuttavia funziona al di là di ogni aspettativa.

Le videoclip di Beck sono caratterizzate dall’essere strampalate, contengono quella dose di imprevedibilità, che le fa assurgere in breve a una presenza fissa su MTV, quasi un manifesto di una televisione che vuole rivolgersi a un pubblico giovane e – per cliché – ribelle e anti-conformista. Sappiamo, invece, quanto queste televisioni abbiano contribuito a un nuovo conformismo (e relativo mercato) dell’ “alternativo” a tutti i costi.

La videoclip di E-Pro non delude queste aspettative. Ha un’atmosfera surreale, dall’inizio alla fine.

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Capodanno a El BaVón Rojo: brindisi con Grog!

Etichetta del Grog (c)2016 Disegno di  Tati

Etichetta del Grog (c)2016 Disegno di  Tati

Tutto nasce dagli auguri di Buon Anno di Tati all’Oste nel post di riapertura dell’anno nuovo di El BaVón Rojo:”mannaggialochetta! ma dov’ero caduta per perdermi una riapertura della bettola con questo grande stile!!??
Buon anno già iniziato Oste”

L’Oste accoglie con letizia l’augurio e ricambia con affetto, ma non finisce lì…

Oste: “Buon anno FaTati! Perché “iniziato”? Come sarebbe “già”?…Narcì! Narciiiiiii! Narcisooooo!

Da qualche parte dietro (e sotto) il bancone con una refola di voce dal tono rassegnato e sbuffante, giunge la risposta di Narciso: “Checc’èeeeh?…”

Oste: “Narcì, ma che è già passato Capodanno? A me non mi pare…Poi qua fa sempre caldo, l’unica neve che si vede da queste parti è quella che portano i motoscafi dei Narcos…E non ci voglio avere niente a che fare eh. Poi per me la neve, lo sai Narcì…”
Narciso: “…È ambiente ostile, lo so. Lo so.”
Oste: “Narcì, allora è passato Capodanno? Tati mi ha fatto gli auguri di buon anno “già iniziato”…”

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Viva il Messico! Ep.#23 – Para Ticul?

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Uno scorcio del mercato a Ticul [foto di RedBavon]

Segue da Ep.#22 – Uxmal…e la Rivelazione di un Antico Segreto

9° dia: da Uxmal a Ticul 

Lasciamo le ruinas di Uxmal alle spalle e decidiamo di dirigerci verso Ticul, dove sembra vi sia un rinomato mercato dei sandali e, sopratutto, dove potere mettere sotto i denti qualcosa in un comedor visto che si è fatta l’ora del pranzo. A mia memoria e conoscenza, nessuno di noi quattro – né prima, né durante, né dopo tale viaggio – ha mai avuto un minimo, pure anche infinitesimale interesse per le calzature, figuriamoci i sandali. Tant’è, si va a Ticul!

Non abbiamo cellulari e il GPS è una roba avveniristica da film di spionaggio militare o alla Tom Ponzi, perciò dipendiamo da una mappa che, da aperta, ingombra come un lenzuolo del corredo matrimoniale e, per ripiegarla, bisogna fare come la massaia quando c’è da tirare via il bucato dal terrazzo, cioè occorre olio di gomito e un’aiutante: suddividere i lembi in egual misura, piegare la mappa a metà nel verso delle piegature verticali e ripetere l’operazione. Unire, poi, la propria porzione di mappa a quella dell’aiutante per tante volte consecutive quante sono le piegature orizzontali. Così facendo si otterrà un rettangolo delle dimensioni originarie nel suo formato tascabile….Manco per idea, le mappe hanno una vita propria e uno spirito ribelle, ne sono certo.

La “Rough Guide” del Messico, da noi venerata come un testo sacro al quale ci affidiamo ciecamente nei momenti più bui, non compie questa volta  “il miracolo della fede” facendoci riacquistare la vista sulla corretta via da percorrere poiché ci supporta solo con mini-mappe locali in formato numismatico.

Con la precisione del cartografo dei tempi antichi, fatta la dovuta proporzione tra la scala in chilometri indicata sulla mappa e il mignolo di uno di noi estratto a sorte, calcoliamo che ci vorrà circa una mezz’oretta.

Disclaimer: per girare queste scene non è stato tagliato mignolo né altro dito a nessuno dei compagni di viaggio o altro essere vivente.

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Batmancito – Un amaro ritorno

Mictlantecuhtli y Mictecacíhuatl, marito e moglie Dei della Morte. La dualità della Morte per gli Aztechi

Mictlantecuhtli y Mictecacíhuatl, marito e moglie Dei della Morte. La dualità della Morte nella mitologia azteca.

Da quando siamo tornati dalla giungla, dopo l’incontro con il “batmancito”, quel dannato pipistrello nel Tempio Perduto, Sergio non è stato più lo stesso. Inizio a pensare che non fosse un pipistrello…

Anche quando abbiamo rimesso piede a El BaVón Rojo, neanche l’accogliente atmosfera di varia umanità, alcol, fumo e legno di questo sgangherato comedor non ha sortito effetti su Sergio.

Avrei scommesso una discreta somma di denaro che  la strana coppia dei due soggettazzi titolari di cotanta dispensa di alcolicità, con i loro lazzi e frizzi, sarebbe riuscita a riportare alla “normalità” il mio compagno messicano di tante avventure e altrettante disavventure, ma l’avrei persa.

Dopo avermi salvato la vita da quei quattro figli di scimmia urlatrice schierati, armi in pugno, ad accogliermi fuori dal Tempio Perduto per fare della mia testa un’amena decorazione di uno tzompantli, Sergio non è stato più lo stesso.

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#1. Bit+Beat = Who’s That? Brooown!

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Per chi si fosse perso il pistolotto di inaugurazione di questa nuova rubrichetta partorita al freddo e al gelo esattamente il giorno di Natale, benvenuti al numero  #1 con la consapevolezza che “di doman non v’è certezza”, figuriamoci se posso assicurare che ne segua un secondo come il fulmine tenea dietro al baleno. Qui c’è lo stesso cartello che trovate sull’autostrada #statesereniSalerno-Reggio Calabria: “Lavori in corso. Ci scusiamo per il disagio. Stiamo lavorando per voi”.

Bit che incontrano il Beat, artisti che utilizzano i videogiochi nelle loro videoclip, se proprio volete sapere come gli Space Invaders hanno invaso la Musica ritornate al “Via” senza prendere le ventimilalire, dubito che ci sarà qualche temerario, peccato per la ricca selezione musicale, non già per le mie chiacchiere battute genuinamente a mano (con tutte e due le mani) e senza aggiunta di olio di palma.

Per questa Bit+Beat=Make Some Nooooise!, tutta musica, videoclip e a bassissimo contenuto di parole, già mi sono allungato troppo sulla tastiera ma ye’know…

Siamo ai primi del 2017, anno nuovo, convenzione nuova, stesse cose con un numero progressivo che ineluttabilmente scivola avanti e noi a seguire la slavina, cercando di non restarci sotto. A tutti noi amanti di questo sport estremo, il più estremo tra tutti gli sport estremi, dedico una canzone che non è nelle mie usuali corde, sebbene ad ascoltare questi Das Racist ho iniziato a muovere busto, collo, braccia, mani e dita come i rapper ci hanno da sempre insegnato Yo! Bro’! Ok patetico, ma tanto voi non mi vedete.

Who’s That? Brooown! – Das Racist 

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Lettera natalizia a Donald Trump da Cuba

francobollo-cubano-1995

Nutrendo una smodata passione per il volo e, non avendo ottenuto alcun brevetto, nemmeno per lanciare un aereo che fosse di carta, ho dirottato il mio istinto di Icaro in versione pirla, verso il volo simulato, sopratutto quello “incivile”, cioè messo su un aereo, io devo sparare.

Quando sei su un velivolo che vola con l’auto-pilota, armato di missili “intelligenti” e “smart-bomb”, il rischio è che, in mezzo a cotanta intelligenza tecnologica, l’unica deficienza sia quella dell’umano a bordo. “La guerre c’est la guerre” e se da terra cercano di buttarti giù con i SAM – non è un lontano zio americano né il vezzeggiativo della prosperosa cantante degli Anni Ottanta –  non fai granché distinzione tra buoni e cattivi, soldati e civili, e a volte vi sono spiacevoli conseguenze. Ne è la prova la lettera, di cui sono venuto in possesso per vie segretissime, scritta da un inviperito cittadino cubano niente di meno che al Presidente degli Stati Uniti d’America, cioè – ancora stento a crederlo – Donald Trump. Come direbbe lui…Check this out!

A:

  • Presidente degli Stati Uniti d’America
  • Stato Maggiore della República de Cuba

PC: Compañía Cuba Libre de Asistencia

San Cristóbal de La Habana,  25 diciembre 2016

Esimio Presidente degli Sati Uniti d’America,

Egregio Dottor Trump,

le scrivo questa mia per comunicarLe un avvenimento che è, a modesto parere di chi scrive, di gravissima importanza, tale che potrebbe incrinare gli appena ricuciti rapporti diplomatici tra i nostri grandi Paesi e, sopratutto, riavvicinare il popolo americano e cubano.

I motivi di queste mie tutt’altro che piacevoli affermazioni, preferisco, per trasparenza e onestà intellettuale, affidarli alla viva testimonianza e ai documenti probanti l’evidente gravità e improprogabile urgenza di un Suo cortese riscontro.

Per farla breve, di seguito sottopongo alla Sua pregiata attenzione la cronaca di quanto accaduto.

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Gli Space Invaders invadono la Musica

Space Invaders non vennero in pace e noi gliele...suonammo!

Space Invaders non vennero in pace e noi gliele…suonammo! (by RedBavon)

Nuove rubrichette escono dalle fottute paginette di questo blog al ritmo di bit e beat. Make some noooise!

Pong, Space Invaders. Donkey Kong e Mario sono le icone del Videogioco, che in momenti diversi sono stati sdoganati dai media tradizionali presso la cultura di massa. Google ha spesso utilizzato queste icone per rinfrescare il proprio logo sulla pagina di ricerca, di recente i 40 milioni di Super Mario Run scaricati in 4 giorni su Apple Store hanno sbriciolato ogni altro record di download.

A un’osservazione anche superficiale della cultura del gaming, inevitabilmente ci si ritrova invischiati in una ragnatela di archetipi del passato e forme di nostalgia.

Il fenomeno “retro” associato alla nostalgia può essere inteso come una sorta di ripetizione estetica della cultura mediatica, che mira a una dimensione conciliata dell’esperienza, avendo come riferimenti centrali gli stili audio-visivi a partire dagli Anni Ottanta, come Pong, Space Invaders. Donkey Kong, Mario, fino ai più recenti come Lara Croft (Tomb Raider, 1996) e Grand Theft Auto (GTA III, 2001)

Il fatto che il Videogioco sia considerato dai più una sotto-cultura è tema a me caro e spesso, anche come provocazione, tiro in ballo il Videogioco anche in contesti apparentemente estranei, come mi appresto a fare nelle righe che seguono: l’influenza dei videogiochi nei clip di musica pop.

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Rogue One: A Star Wars Story. Fuck Yeah!

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La Morte Nera non è mai stata così spaventosamente bella e terribile

Sono appena ritornato dal cinema: ho visto Rogue One: A Star Wars Story e sono felice come quel bambino di 9 anni che vide nel 1977 Guerre Stellari per la prima volta. Con la differenza che oggi ne ho 48 suonati e, dopo il primo film di George Lucas, di fantascienza ne è passata sotto le stelle! Con la differenza che oggi non si chiama più “Guerre Stellari”, ma “Star Wars”. Con la differenza che George Lucas non è più la mente e il cuore dietro i film di Star Wars.

Le differenze contano e se siete ancora fermi al 1977 e state cercando oggi il film di quando eravate bambini, ciò che seguirà potrà farvi venire un attacco di bile. I consigli che posso darvi sono due: quel film del 1977 si trova in vendita in tutte le grandi catene della Grande Distribuzione Organizzata; il secondo consiglio è …un dottore e non solo per la bile.

Rogue One è senza mezzi termini il più bel film di fantascienza che abbia visto da parecchi anni a questa parte! Sebbene sia considerato uno spin-off, una specie di figlio adottivo neanche troppo voluto dalla “famiglia”, entra nella mia classifica dei film di Guerre Stellari al quarto posto, subito dopo il Ritorno dello Jedi. Per quanto abbia accolto Il Risveglio della Forza come un onesto ritorno della sAga con meno sEghe e ne sia rimasto soddisfatto, resta dietro a Rogue One.

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United (sbav)Auguri e salutame a’ soreta di Natale [recycled remix]

Natale tutti in famiglia (foto scattata a Napoli e raccontata in (bav)Auguri di Natale

Natale tutti in famiglia (foto scattata a Napoli e raccontata in (bav)Auguri di Natale

Nei giorni prima di Natale, è creanza essere bersaglio di “auguri” sparati a raffica come una batteria di Katyusha. Il “fuoco amico” è una costante: gli auguri si estendono a famiglia e parentame limitrofo.  

Per altrettanta creanza che i miei genitori hanno cercato di trasmettermi, in questa webbettola è uso ricambiare l’augurio salvifico sia per la Santa Festa sia per il profano Capodanno. A modo mio e ad anni alterni.

La “tradizione” è stata onorata con i (bav)auguri nel 2008, gli (sbav)auguri nel 2010, un sacrosanto “salutami a’soreta” in Bethléem Rouge del 2012, nel 2014 ho dato “buca”, salvo recuperare l’anno dopo onorando il rituale augurio con un’irrituale letterina natalizia un po’particolare, a Luke Skywalker.

E quest’anno?

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Slow Train (testo e traduzione) – Joe Bonamassa

Slow Train  (testo e traduzione) – in Dust Bow di Joe Bonamassa

There’s a slow train coming
Sta arrivando un treno lento
It’s movin’ on down the line
Si muove lungo la linea
Steel wheels on iron rails
Ruote d’acciaio su rotaie di ferro
Tonight I’m fixin’ to die
Stanotte sono pronto a morire
Woo, I hope you don’t mind pretty mama
Ooh, spero che non te ne abbia a male, bellezza (*)
Woo-hoo, hope you don’t mind if I go
Ooh-oh spero che non te ne abbia a male se io vado
‘Cause when the steam from the slow train rises
Perché quando il vapore si alza dal treno lento
I ain’t gonna see you anymore
Io non ti vedrò più

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Pendolari dell’Amore

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Quando tra le pagine di un vecchio libro, trovi un biglietto del treno di quando eri militare…

Dedicato a tutti i pendolari, che usino il treno o un qualunque mezzo di locomozione, che usino il cuore.

Ottoaprilemillenovecentocinquantacinque, treno Roma-Napoli, ma poi cosa importa sapere il “quando” e il “dove” se il Tempo continua a scorrere e noi ci spostiamo continuamente insieme a esso, tanto tutto resta…Dietro.

– Prologo –

BOve ClaudiA!…
…No, scusate, no…è… …SantIddio ho cambiato gli occhiali nemmeno tre mesi fa!…è…BAva ClaudiO!…”

Nervosamente, con l’indice e il pollice sulla stanghetta, muove avanti e indietro i suoi occhiali rossi.

“Sì, sssì… Bava Claudio, dov’è? “.

Alza la testa, lancia lo sguardo, facendo la gincana tra le teste dei presenti, e ne aspetta il suo ritorno quando andrà a sbattere contro il muro e rimbalzerà indietro come quella pallina in quel videogioco al bar, che ingurgitava le sue monetine come il Natale ingurgita i buoni sentimenti e, sopratutto, le buone intenzioni. Già, intenzioni, sopratutto le intenzioni. Non si ricordava il nome di quel videogioco o, forse, non si era mai interessata a conoscerne il nome, perché per lei quel “cassone” era il gioco del “muro e dei mattoncini”.

Proprio nel momento in cui lo sguardo sta per colpire un mattoncino immaginario del muro reale, una voce annuncia il “game over”:

“Sì, sto qui…Presente”

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Viva il Messico! Ep.#22 – Uxmal…e la Rivelazione di un Antico Segreto

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I biglietti del sito archeologico di Uxmal [Foto di RedBavon]

 Segue da Ep.#21 – A zonzo per Mérida

9° dia: Uxmal (città nativa di Francesco, poi saprete perché…)

A bordo del nostro bolide rosso Chevy Monza, Lucio è ormai “Il Prescelto” alla guida: è il nostro “pilota ufficiale” dopo avere salvato pianale, ammortizzatori, sospensioni nonché la nostra pellaccia nel percorso rallistico a Tulum e da quelle micidiali trappole dette “topas”, ovvero dei dossi artificiali, decisamente più alti di quelli nostrani, distribuiti sulla rete stradale apparentemente ad minchiam, ma, in realtà, atti a costringere l’automobilista a rallentare nelle vicinanze anche di una sola casupola, che sbuca dal folto della foresta tropicale al lato della striscia asfaltata. Parental Advisory: in un prossimo post vi racconterò delle topas.

Ci dirigiamo verso Uxmal, altra città-stato di notevole importanza storica in quanto parte della Lega di Mayapán (“bandiera dei Maya”) insieme a Chichén Itzá e Mayapán, appunto.

Secondo alcuni studiosi, tale Lega non è mai esistita, poiché Uxmal e Chichén Itzá erano già state abbandonate e la Lega è frutto di una storia inventata dai Signori di Mayapán per dare prestigio al proprio lignaggio. Secondo altri storici, tale alleanza, iniziata tra il 987 –1007 d. C., conquistò l’egemonia del Nord della penisola. La Lega si dissolse a causa di conflitti interni: prima una guerra tra Uxmal e Chichén Itzá (1175-1185 d.C.), poi tra Uxmal e Mayapán (1441-1461 d.C.). Il caos che seguì dopo tale ultima guerra divise la penisola in 17 kuchkabales o, come le chiamarono gli spagnoli, cacicazgos, equivalenti a uno Stato minore indipendente come poteva essere l’Irlanda o la Scozia nel vecchio Continente. Per cacicazgo si intende “terre governate da un cacique“, ovvero il capo di una gerarchia determinata da alleanze guerriere, consolidatesi mediante complessi sistemi di parentela e appartenenza etnica. Da qui il fenomeno del cacicchismo, che influenzò negativamente la storia dell’America Latina e viene anche utilizzato per indicare l’esercizio personalistico del potere in ambito locale. Maya, spagnoli e italiani, una faza, una raza.

La piramide del Adivino: più che una salita. è una scalata [Foto da mayaruins.com]

La piramide del Adivino: più che una salita. è una scalata! [Foto da mayaruins.com]

Uxmal è uno dei più importanti siti archeologici della cultura Maya, insieme a Chichén Itzá e Tikal (in Guatemala): come Palenque, è un magnifico esempio dell’arte Maya nell’elegante stile Puuc. Alla linearità di grandi edifici quadrangolari si contrappongono estesi fregi nel caldo calcare yucateco, decorati da ricchi mosaici di pietra.

In Uxmal, il cui nome significa “ricostruita tre volte”, vi è la famosa Piramide del Adivino, alta la solita trentina di metri, ma con una pendenza tale che l’infarto è certo anche solo a guardarla dal basso!

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Intellivision Flashback console

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Davanti a questa scatola, mi è venuto da esclamare:”Apriti sesamo!”. Oui, je suis BaVAladin!

Se vivessi negli USA,  a ottobre del 2014, aggirandomi per Toys”R”Us mi sarebbe venuto sicuramente un colpo al cuore perché sugli scaffali avrei trovato esposta una scatola con su scritto “Intellivision”.

A guardare bene, non proprio l’Intellivision, ma una console “plug & play” che replica l’Intellivision e diverse decine di giochi, tra cui un buon numero di cassette che ho desiderato e mai avuto, alcuni grandi classici e qualcuna misconosciuta.

La confezione urla “60 built-in games!”, sessanta giochi!  Il tempo di girare il retro dello scatolone e vedere in fila le immagini dei giochi, sebbene in versione francobollo: fuck the presbiopia! Quelle confezioni le riconoscerei anche se miniate dai maestri cesellatori cinesi dei chicchi di riso!

E i cinesi c’entrano. La società produttrice di questo bengodi a oltre 30 anni di distanza, è la cinese AtGames, già nota per avere prodotto diverse versioni di una console replica dell’Atari VCS, del Mega Drive e del Colecovision.

Così, qualche tempo fa, grazie a un importatore inglese, questo baule di ricordi si è materializzato anche sotto la mia TV: è l’Intellivision Flashback.

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Viva il Messico! Ep.#21 – A zonzo per Mérida

Mérida (Foto da web)

Mérida (Foto da web)

 Segue da Ep.#20 –Mérida, llegamos en La Ciudad Blanca

Oggi Mérida è il centro più importante dello Yucatan, ma in passato lo era a un livello molto più ampio grazie al fiorente commercio di derivati dall’agave.

La prima specie di agave fu scoperta da Cristoforo Colombo a Bahama e il viaggiatore inglese John Gilton (1568-72) definì questa pianta come el árbol de las meravillas per i molteplici derivati da essa ottenuti: vino, aceto, miele, zucchero, la bevanda nazionale del pulque e il tlachique, distillati famosi come mescal o tequila e, ancora, canapa, funi, calzature, tegole per i tetti e punteruoli.

Fino alla Prima Guerra Mondiale, l’80% della corde del Mondo era prodotto con il semilavorato che proveniva da Mérida.

La città ha un’identità caratteristica grazie anche al semi-isolamento dello Yucatan dal resto del Messico fino agli anni Sessanta. La forte influenza coloniale ispanica è chiara in un mix di esotica novità di atmosfere mesoamericane e la familiarità di architetture care ai nostri vicini iberici.

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Videogiochi da paura! Advanced Dungeons & Dragons

Advanced Dungeons & Dragons (Intellivision - (c) 1982)

L’immagine è banalmente fantasy, ma di rara potenza evocativa dello spirito di avventura, del pericolo incombente, dell’epicità delle gesta che ci attendono LI’ DENTRO, quella cartuccia di 6 (sei!) Kbyte.

Entro nella prima montagna, faccio i primi cauti passi, sibilo di serpente, quel bastardo rosso si nasconde da qualche parte…mi muovo circospetto, ma ho un’ameba viola che si avvicina e l’ameba non puoi ammazzarla, mi sposto un po’ più avanti, sento uno squittire, un ratto…il dito pronto a fare scoccare la freccia e impalare il roditore un po’ cresciutello, ma pure sempre un topo. Il cunicolo in cui cammino all’improvviso si spalanca in una stanza e c’è il fetente rosso sibilante. Entro nel panico e, il micron dopo, sono cibo per serpenti. Poso il joypad, lo sguardo fisso allo schermo, mi fermo qualche secondo ad ascoltare il “rrrooooar”. Quanto tempo è passato, ma Drago…tu m’ha provocato e io mo’ me te magno!

Il primo videogioco che è riuscito a farmi correre i brividi lungo la schiena e trasmettermi uno stato di angoscia costante è Advanced Dungeons & Dragons per Intellivision.

Nulla è paragonabile al respiro del drago nascosto lì, da qualche parte, oltre la fine di quella galleria che si rivela via via che la percorri. Al livello più alto di difficoltà, il drago alato, che custodisce una metà della Corona dei Re, riesce a vaporizzare lo sprite del tuo arciere in un paio di secondi dal momento in cui appare sullo schermo. L’obiettivo finale di tutta l’avventura è ottenere le due metà della Corona dei Re. L’altra metà di cotanto agognato tesoro non è andata perduta nel corso dei secoli: esiste. Ciò significa che i draghi alati sono: due.

Draghi in Advanced Dungeons & Dragons (c) 1982 per Intellivision

Draghi in Advanced Dungeons & Dragons (c) 1982 per Intellivision

“Due secondi” è un’aspettativa di vita piuttosto verosimile quando un uomo incontra un drago, cioè un’antichissima creatura, talmente antica da credere sia stata inventata solo per fare paura ai bambini e, invece, te la ritrovi davanti all’improvviso, nel salone o nella cameretta di casa tua, orribile vista, tutta ricoperta di dure scaglie, irta di zanne e, se ciò non bastasse, a volte vola e spesso sputa-fuoco.Tanta brutalità, oltre a essere un espediente per aumentare la longevità del gioco, può essere letta come punizione dell’arroganza di credersi “il più forte” e come avvertimento che affrontare una situazione con superficialità non funziona; la difficoltà può essere frustrante, ma non se costringe a imparare dall’errore, un “errore fertile” perché stimola a trovare la soluzione, a superare l’impasse. Questa ritrovata consapevolezza di essere vulnerabili, è forza propulsiva, rende pronti ad affrontare i nostri limiti e a superarli. Non è la vita reale, chiaro, ma possiamo considerarla una piccola metafora della vita reale.

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Viva il Messico! Ep.#20 – Mérida, llegamos en La Ciudad Blanca

Un tucano a Merida [Foto di RedBavon]

Un tucano a Merida [Foto di RedBavon]

 Segue da Ep.#19 – Mexico souvenì(r)

8° dia: Mérida, La Ciudad Blanca

Mérida è la città più grande dello Yucatán, moderna, ricca di musei e arte, ristoranti e negozi, tuttavia fiera testimone dell’eredità dell’antica città di T’Hó, anch’essa centro delle attività maya della regione. I conquistadores di Francisco de Montejo, “el Mozo”, vi giunsero quando ormai la città era abbandonata e abitata da un migliaio di indigeni. Nel 1542 Montejo fondò la città di Mérida sulle rovine di T’Hó: le pietre delle sue cinque piramidi furono utilizzate per la costruzione di vari edifici e della cattedrale, La Catedral de San Ildefonso, che è perciò la più antica dell’intero continente.

Mérida è nota anche come “La Ciudad Blanca”. Tale soprannome deriva, secondo la ricerca dello storico Michel Antochiw Kolpa, non per la calce bianca, derivata dalla pietra calcarea abbondante nella regione e utilizzata per dipingere le pareti e le facciate degli edifici, dal periodo coloniale fino a buona parte del XX secolo, né per quanto sostengono con fierezza gli abitanti sulla proverbiale pulizia della città, ma per un fatto risalente alla sua fondazione: il fondatore Francisco de Montejo, così come i suoi successori, erano consapevoli che non sarebbero riusciti a piegare la forte resistenza indigena e per motivi di sicurezza vollero fare di Mérida una città fortificata e “bianca” cioè solo “per i bianchi”, etnicamente pura, isolata e protetta entro lo spazio urbano creato sulle rovine dell’antica città maya.

L’arrivo a Mérida nel tardo pomeriggio dopo la visita a Chichén Itzà è caratterizzato dalla tipica accoglienza di una città metropolitana…

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L’Intellivision, mio fratello e c’ero anche io

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Se nelle righe che seguono pensate di trovare un’analisi tecnica e storica di questa gloriosa console, puntate pure la prua del vostro browser verso altri lidi di retro-cose-così. Qui, sfoglierete un album di fotografie mie, di mio fratello e della mia famiglia in un fritto misto di memorie barbose di un vecchio videogiocatore e qualche palpito di cuore a granella. Non contiene: conservanti, coloranti, olio di palma e nostalgia-nostalgia-canaglia. Mettetevi comodi, accanto allo schermo una birra & Fonzies o un thè caldo & biscottini, perché le cose accadute sono tante e “la Storia” per definizione è lunga. PRESS START.

Da Natale 1983 a (quasi)Natale 2016

L’Intellivision della Mattel Electronics è la mia prima console di videogiochi.

In verità, è il regalo che portò Babbo Natale nel 1983 a mio fratello.

Da quel giorno, non ho mai smesso di appassionarmi ai videogiochi. Per me, quindi, l’Intellivision è qualcosa di più di una scatola contenente un circuito stampato, dei transistor e condensatori.

L’Intellivision è, insieme all’Atari VCS, l’origine del divertimento elettronico sulle TV di casa. Prima di allora eri costretto a frequentare le “sale giochi”, locali fumosi e per lo più bui, e inserire monetine o gettoni. L’idea innovativa alla base di queste due console fu quella di potere giocare senza la necessità di dilapidare un patrimonio in gettoni e cambiare videogioco, semplicemente inserendo una nuova cartuccia. Concetto oggi banale e reso obsoleto dalla distribuzione digitale, all’epoca di devastante innovazione.

Mattel aveva un progetto, diverso da Atari, per la sua Intellivision: “Intelligent Television” era il “claim” pubblicitario e tale promessa era stampata su ogni confezione, bella grossa, in primo piano subito sotto il nome della console.

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Serious games. Terapie con i videogiochi

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Lego The Blues Brothers. Ci faranno vedere La Luce?

When the videogame gets serious, the serious get videogaming

Il Videogioco, per sua natura, gode dell’attenzione della critica in modo più severo delle altre arti.

Si tratta di un discorso sensato poiché la sua peculiarità è l’essere interattivo, all’opposto di quanto accade assistendo a un film o guardando una fotografia. Pertanto sono benvenute le critiche, purché non siano frutto di pregiudizio e disinformazione, nei confronti di un medium che ha tempi di esposizione mediamente elevati presso i minori e, in alcuni casi, contenuti particolarmente delicati.

Il Videogioco conquista la ribalta mediatica periodicamente grazie a folate da Santa Inquisizione a opera di giornalisti disinformati, associazioni di genitori che non hanno mai toccato un joypad o, addirittura, parlamentari alla ricerca di consenso a buon mercato.  Un cospicuo gruppo sociale è paralizzato da paure che non comprendono e che rifiutano di comprendere, neanche se è in gioco una corretta formazione dei propri figli. L’unica reazione consiste in una resistenza ai cambiamenti indotti dall’utilizzo massivo di nuove tecnologie e un ostracismo ottuso a modi differenti di proposta e fruizione di contenuti (vedi Videogiochi, nemico pubblico?).

In questo contesto, il serious gaming può contribuire a migliorare la percezione del Videogioco in quanto applicazione in campo educativo, sociale e di sperimentazione a fini terapeutici.

Si definisce “serious game” un gioco che viene progettato e realizzato con uno scopo diverso dal puro intrattenimento. Condivide con i videogiochi in senso stretto l’aspetto simulativo, di creazione di scenari e situazioni, dalla simulazione aerea (le prime applicazioni sono in campo militare) alla simulazione medica. Nel “serious game” viene enfatizzato il valore pedagogico del divertimento e della competizione. Vi possiamo trovare diversi modelli pedagogici applicati, dalla psicologia comportamentale all’apprendimento esperienziale.

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Videogiochi da paura! Dead Space

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“Nessuno potrà aiutarti”…E nemmeno darti una mano.

Dead Space è ambientato nel 2508. La razza umana è sull’orlo dell’estinzione, a causa di un utilizzo predatorio delle risorse del pianeta. L’unico modo per ottenere le risorse vitali per la sopravvivenza è l’esplorazione spaziale. Così è il turno della Concordance Extraction Corporation, che costruisce l’astronave che potrà salvare l’umanità: la USG Ishimura, dotata di una nuova tecnologia mineraria, il “planetcracking”. Dopo la scoperta di un antichissimo manufatto su un lontano pianeta, si perde ogni contatto con la USG Ishimura.
Questo è il classico rovo di rogne dove ogni videogiocatore vi si infila e anche di buon grado (ci spende addirittura dei soldi!).

Avete presente quelle scene di film horror in cui un personaggio deve andare a prendere nello scantinato un oggetto ordinario o insignificante come una lampadina da sostituire, un martello, il set da cucito o un vecchio manoscritto di sua madre morta suicida perché, nonostante il corso di recupero “3 in 1”, non ha superato l’esame di terza media?

Avete presente quelle classiche scale scricchiolanti, la luce tremolante, gli strani accadimenti antecedenti,  le voci che girano tra i vicini sulla casa, tuttavia – nonostante gli avvertimenti precisi e concordanti – il protagonista decide di percorrere quelle maledette scale. Da spettatore, si assiste alla scena, quasi sull’uscio di quella certa anticamera dell’Inferno: diciamoci la verità, chiunque, munito del minimo buon senso, non scenderebbe mai lì sotto…Tuttavia seguiamo lo scellerato insieme al movimento della telecamera in un crescendo di tensione in un climax ansiogeno fino al prevedibile, certo colpo apoplettico al limite del nostro infarto!
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Subbuteo Street Kick Off

Vista a volo d'uccello sul campo improvvisato

Vista a volo d’uccello sul campo improvvisato

Quando manca il campetto, si gioca per strada e ci si inventano le porte.

Se uno da bambino passa interi pomeriggi nel cortile a tirare calci a un pallone con risultati alla Benny Carbone…

Benny Carbone con sue finte disorienta avversari ma anche compagni...” (cit. Vujadin Boskov)

Se uno da adolescente passa interi pomeriggi a giocare a Subbuteo con il fratello, i cugini e i suoi amici del palazzo…

Se uno ormai maggiorenne passa le pause di studio e nottate a sfidare i compagni di università e il fratello in tiratissime sfide all’ultimo joystick a Kick Off , mitico videogioco di calcio per l’Amiga (Dino Dini sia sempre lodato)…

Quando diventa genitore di due nanerottoli maschi di cinque anni e per caso gli capitano tra le mani una palla, un portiere e una dozzina di giocatori del Subbuteo, cosa pretendete che ne possa cavare fuori?

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USB 2.0: Un Sogno davvero Bastardo

The Milliner (c) 1900 – Henri De Toulouse-Lautrec

In questa webbettola sta prendendo vita spontaneamente una serie di storie che potrebbe essere intitolata “Lost” se non fosse che qualcuno ha già provveduto con tanto di copyright mondiale e potrebbe citarmi per tanti di quei danni che i nipoti dei miei nipoti bestemmierebbero il mio nome in tutti gli idiomi conosciuti sul pianeta a causa del debito ancora da saldare a una multinazionale americana.  Di “persone smarrite” si tratta, di persone di cui si sono perse le tracce sia nella realtà sia nella virtualità che supplisce come ultima ratio o, meglio, illusio: prima M.I.@. [Missing In e-mail], poi Vergognose prestazioni, e poi ancora USB, ora questo (sup)post che vado a propinare a chi, durante la navigazione, è stato sbattuto su questi lidi da tumultuosi flutti a causa di un click su “mi sento fortunato” (megalomani o inguaribili ottimisti) o di una fortunata botta di c**o del titolare di questa bottega nello scegliere i tag, i link e altri diavolo di “ranking factor” assortiti, tali da fare rincoglionire gli altrimenti sofisticatissimi algoritmi dei motori di ricerca e convincere Google di trovarsi, tra i byte e le ragnatele, il “sito più figo del bigonzo”.

Chiarito l’andazzo, pure tuttavia ancora qui davanti allo schermo colpiti dalla sindrome “ancora una cialtronata e poi smetto”, mettevi comodi sulla sedia, divano o vaso di ceramica sanitaria, accendetevi una sigaretta (se non fumate, datemi retta, è un buon momento per iniziare), bicchierino e boccia di super alcolico di sottomarca, tanto è roba che fa comunque male, vi fotte il fegato, ma almeno il portafoglio è salvo. ***Attenzione! In questa trasmissione NON sono presenti inserimenti di prodotti a fini commerciali (foss’aMaronna! Pagato per scrivere queste facezie!) ***

A fianco alla tastiera ho una bottiglia piena di rubina e densa ratafià

Si va a iniziare.

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Viva il Messico! Ep.#19 – Mexico souvenì(r)

Il perfetto

Il perfetto “ricordino” da Chichén Itzá. Questo è mio! Bagaglio a mano… (foto by RedBavon)

Segue da Ep.#18 – Chichén Itzá, la seconda piramide

È ormai rito, quasi sacrificale quanto quelli toltechi, che in ogni viaggio si debba riportare un ricordo, un souvenir…A Chichén Itzá non potete sfuggire.

Dopo esserci rifocillati ed esserci abbondantemente reidratati con un certo numero di “cerveza”, ci aspetta lo shopping!
Barbara abitudine inculcata nelle nostre plasmabili menti dal marketing, dall’inspiegabile esigenza di portarsi via qualche ricordo (come se quanto visto, ascoltato, toccato, sentito fosse roba da poco) e, per colpa di chi, rimasto a casa, (ri)chiede cartoline, regalini, poncho, pupazzielli, magliettielle, sigari, non si sa per quale istinto a metà tra lo scrocco e il saccheggio.
Se c’è una cosa che veramente odio nei viaggi è proprio lo shopping: mi sta davvero sulle palle il turista che acquista i classici souvenir e cerca di “fare l’affare” con chi – parecchio più sgamato di lui – è lì per “farlo fesso” o, come accade in diverse parti del mondo, esercita quel commercio come l’unico mezzo di sussistenza.

Sta di fatto che quanto il viaggio è più esotico e lontano dai patri lidi, tanto è socialmente esecrabile tornare a mani vuote. Fosse per me, sarebbe sufficiente portare questo diario pieno di sensazioni ed emozioni, che in qualche modo possano fare sentire cosa sia quella parte di Messico e faccia venire la curiosità di visitarlo. Ma le cose spesso prendono una piega diversa…

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Nintendo Classic Mini a ruba. Retro-gaming a chi?!

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L’11 novembre, in occasione delle imminenti vendite natalizie, Nintendo ha lanciato sul mercato l’attesa risposta ai colossi dell’attuale entertainment videoludico, Sony e Microsoft: il Nintendo Classic Mini – Nintendo Entertainment System.

Le cose non stanno esattamente così perché il Mini NES, chiamiamolo così, non è una nuova console macina-teraflops e dalla grafica da farvi lasciare la mascella stabilmente infissa al suolo, ma è una riedizione miniaturizzata del mitico Nintendo Entertainment System (NES), che assicurò alla società di Kyoto, tra il 1985 e il 1992, il dominio incontrastato del mercato dei Videogiochi in USA e contribuì a fare pronunciare in tutto mondo il nome di “Nintendo” e “Super Mario” come sinonimo di “Videogioco”.

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Tuttavia, il Mini NES è andato letteralmente a ruba e già, sia su eBay sia su Amazon, appaiono dei prezzi fuori dalla grazia dei circuiti.Chi conosce Nintendo sa che è un vecchio vizietto: figlia-di-buona-mamma Nintendo ha sempre fatto in modo che, al “Day 1”, le sue piattaforme di gioco fossero disponibili in quantità endemicamente inferiore non tanto alla domanda stimata, ma proprio ai pre-ordini. In tale successo vi si può leggere anche un segnale che “buoni i videogiochi di una volta” non sono roba da mettere in soffitta, ma degli autentici classici, rimasti nei cuori dei vecchi videogiocatori e ancora ambiti dalle nuove generazioni di Player 1 e Player 2. E non c’è bisogno nemmeno di inserire la moneta.

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Viva il Messico! Ep.#18 – Chichén Itzá, la seconda piramide

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Ascesa al Tempio di Kukulkan (Foto by RedBavon)

Segue da Ep.#17 – Chichén Itzá

Il Tempio di Kukulkan, cioè la piramide di Chichén Itzá con i suoi 30 metri e 91 scalini è un guanto di sfida per noi quattro, che da caballeros, entriamo nei panni, parecchio improvvisati, di alpini. Dopo la prima scalata alla piramide di Cobà, il nostro palmarès sta per arricchirsi di un’altra epica scalata.

Nel consueto sacrale silenzio, iniziamo la nostra ascesa. La foto a corredo mostra con paurosa evidenza il pericolo. Appaiati in una posa plastica e quasi in sincrono, mio fratello Lucio (a destra) ed io (al centro) procediamo concentrati. I miei genitori sono andati vicini all’estinzione della “razza” in un colpo solo: come buttare i propri geni alle ortiche a causa di due degeneri.

Attraverso questa immagine quasi riesco ancora a percepire la tensione dei muscoli delle braccia e la tremarella nelle gambe. Il nostro sprezzo per il pericolo e la nostra autostima subisce un drastico ridimensionamento quando incrociamo quella donna, sulla sinistra, che scende eretta e, per giunta, mostrando non chalanche con tanto di borsa a tracolla.

E anche la cima del Tempio di Kukulkan è stato conquistato! In foto, Lucio non è in posa, ma è rimasto bloccato nella posizione genuflessa...

E anche la cima del Tempio di Kukulkan è stato conquistata! In foto, Lucio non è in posa, ma è rimasto bloccato nella posizione genuflessa… (Foto by RedBavon)

La scalata è ripagata dalla vista spettacolare: il colpo d’occhio sulla giungla circostante, come a Cobà, mozza il fiato, ma qui, con tutto il sito archeologico ai propri piedi, è possibile meglio comprendere che, da questa posizione, il senso di onnipotenza e di vicinanza a Dio per il Gran Sacerdote non era un delirio sotto l’effetto di sostanze allucinogene, ma una “solida realtà”. Parola di Roberto Carlitos.

La tecnica di discesa è ormai consolidata e avviene con una postura più adatta a un ragno, piuttosto che all’Homo Erectus: sedere rasoterra, mani saldamente piantate a terra, un piede in avanti e giù a cercare la superficie del gradino più in basso, piano, segue l’altro piede; consolidata la posizione dei piedi, segue il resto del corpo in un moto continuo di trascinamento, fino al gradino più basso. Se cliccate sulla foto della scalata, potete notare oltre la donna che scende, un tipo in t-shirt blu che adotta questa tecnica del “ragno cagasotto”.

Ogni passo è pesato, pensato, a ognuno degli scalini hai recitato una muta preghiera e alla fine dei 91 scalini sei a metà della recitazione del Santo Rosario, ma lasci perdere l’altra metà perché tanto la possibilità di ottenere un’indulgenza è sfumata dato il numero cospicuo di maleparole e bestemmie che hai proferito tra un gradino e l’altro.

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Tati a El BaVón Rojo: bisogna dare caramelle agli sconosciuti!

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Foto by Tati

Sembrava una tranquilla serata a El BaVón Rojo, ma a El BaVón Rojo nulla è come sembra. Quante volte la mamma ci ha recitato il mantra del “Non accettare caramelle dagli sconosciuti!” e non certo per preservarci della carie dentaria! Nulla però vieta di offrire noi le caramelle agli sconosciuti.
Tati si inserisce nel non-racconto di Zeus e lo continua nel suo buOnissimo modo.

Autrice: Tati

Bisogna dare caramelle agli sconosciuti!

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USB: Un Sogno Bastardo

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Nothing Is Forgotten Under the Red Maple by Seth Couture

S’intrufola nel magma di queste pagine un sogno dell’altra notte, soltanto un sogno? Forse.

Forse, perché la ragazza che ho trovato come inaspettata protagonista nel sogno, ha lasciato un’impronta vivida. Un’impronta fisica al risveglio. Tanto che la ricordo a distanza di qualche giorno.

Trent’anni o giù di lì, più “giù” che “su”, mora con i capelli lunghi lisci, occhi di cerbiatto, grandi, scuri, profondi. Taglio degli occhi tendente al mediorientale. Vagavo in una casa nel solito vedo-non vedo dei sogni…Una festa, una serata tra amici, ma io non conoscevo nessuno né mi era familiare la casa. Una situazione che ho sempre odiato da adolescente, quando – sarà capitato anche a voi – di trovarti “imbucato” a casa di “amici” di amici. La ragazza è sola, seduta su un davanzale di una grande finestra chiusa. Fuori è buio pesto. Non una luce, una notte di luna nuova. La finestra è molto alta e, grazie alle sue dimensioni, mi accorgo che è alta anche la ragazza: le gambe, penzoloni, toccano quasi terra. Un’immagine di dolce felicità bambinesca, se non fosse per quella profondità e avidità dello sguardo.

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Videogiochi da paura! Alan Wake

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Arriva Halloween e, a dispetto di zombie e altre mostruosità assortite, l’anima del commercio è sempre viva! Le offerte online di videogiochi sono il “dolcetto” per chi ha questa passione o, a maggiore ragione, per il videogiocatore occasionale, grazie a un deciso taglio prezzo sia su titoli recenti sia su quelli più datati il cui tema è la paura, l’horror o, in qualche modo, riconducibile ad Halloween.

Inauguro perciò la rubrichetta Videogiochi da paura!, prendendo in prestito dal gergo romanesco “da paura”, espressione di meraviglia per qualcosa di straordinario, e confondendolo con il tema principale dell’horror e survival, della paura, appunto. In tale rubrichetta andrò a descrivere vecchi e nuovi titoli, da quelli che vi faranno saltare dalla sedia a quelli che riescono a catturare, in qualche modo, uno spirito ansiogeno, distrubante o di tensione.

Non vi troverete delle recensioni tecniche , che snocciolano “la rava e la fava” dell’ultima mirabolante novità, ma una sintesi di ciò che potete aspettarvi o un focus su un aspetto particolare poco sviluppato dalle recensioni delle riviste specializzate; insomma, è un invito a sperimentare un po’ di brivido e tensione al sicuro davanti a uno schermo: un dolcetto secondo la “ricetta” che potete leggere in VideO’gioco quant’è bello, spira tanto sentimento. Attenti allo chef, potrebbe farvi qualche scherzetto.

Chiaramente, siete invitati a dire la vostra sul videogioco che (non) giochereste in una notte buia e tempestosa.

Visto che siamo su un blog e ci piace scrivere, iniziamo con un videogioco il cui protagonista è uno scrittore con un focus sulla sua colonna sonora, davvero da paura!

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Ulisse con il senno di poi

Ulisse sulla barca (disegno by Diego)

Ulisse sulla barca (disegno by Diego)

Uno dei miei nanerottoli di cinque anni ha scritto il racconto di Ulisse e di una parte del suo viaggio avventuroso. “Scritto”…In realtà, lo ha raccontato a scuola e la maestra l’ha praticamente “sbobinato” sul caro foglio di carta. La maestra chiede a tutti i bimbi di portare a scuola il proprio libro preferito, ogni bimbo lo racconterà a parole sue al resto dei compagni. Considerate che è l’ultima classe della scuola materna e tale esperimento – per quanto meritorio – ha buone probabilità di finire con una baraonda di bibliche dimensioni quanto la Torre di Babele.

La sera, finalmente sotto le coperte, i miei due nani non si addormentano se non gli racconto una storia; in questo periodo, gli sto raccontando dei miti greci (una rispolveratina fa sempre bene), anche perché non ce la faccio più a ripetere a rullo le classiche storie e l’ultima mia edizione di Biancaneve faceva più o meno così: “C’era una volta Biancaneve, dico “c’era una volta” perché è morta. Fine della storia.”. Era ora di cambiare.

Diego,  il meno loquace dei due gemelli, ha scelto un libricino che racconta, con l’ausilio di schede illustrate, una parte del viaggio di Ulisse; potete immaginare la mia gioia di vedere che in famiglia c’è un altro che apprezza la Storia, sebbene parecchio romanzata ma, come spiego loro, “con un fondo di verità”.

Ho deciso di pubblicare la versione di Diego del racconto del marinaio più famoso della Storia perché l’ho trovata esilarante e “pulita” come solo un bambino può fare. Provate a immaginare con gli occhi di un bimbo una storia: il suo susseguirsi di eventi secchi, asciutti, senza sfumature con la dimensione del Tempo che i bimbi di cinque anni NON hanno o ce l’hanno molto compressa. Noterete un particolare ritmo, una metrica interna al racconto, scandito da un “poi” che segue un altro “poi” e un altro ancora, in una consecutio che ha dell’italiano crocifisso, ma anche della folgorazione della Verità quando ti imbatti sopratutto nelle cose semplici e ne hai riscontro immediatamente addosso, sulla tua pelle.

Ho visto come ha “scritto” Diego.

Ho visto come scrivo io.

E, dentro, si è stracciato il mio velo di Gerusalemme. Ho visto!

Ho visto qualcosa di bello che non so ora descrivere e neanche mi va di andare a scavare e smuovere, perché è certamente bello e non voglio rischiare che, avvicinadomi, svanisca o si rovini, toccandolo. Perciò, questo racconto lo metto qui. Spero riusciate a “vedere” anche voi.

Mi piacerebbe che un giorno Diego possa rileggersi qui, su queste pagine, che la carta è meravigliosa e quel foglio lo conserverò accuratamente, ma – caro Diego – papà ha già una certa età e vatti a ricordare dove ho messo quel foglio tra qualche anno.

Autore: Diego

Ulisse: la maga Circe e le sirene. Racconto io… 

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Burnout Revenge: vendetta di uno stress mentale

Burnout Revenge (Xbox 360): manna per l’automobilista frustrato, catarsi dello stress mentale da traffico metropolitano. Se riuscite ad arrivare alla fine del post scoprirete cosa c’entra…o forse non c’entra per nulla.

Continua il Viaggio Allucinante al Centro del Blogger, una delirante introspezione del mio personale rapporto tra l’Idea, il Blogger-che-è-in-me(esci da quest’orrido simulacro) e quello che ci sta in mezzo. E visto che questo è il terzo post con tale farneticante tema, si battezza la nuova rubrichetta votata all’ O.T. a manetta: I.Blogger. Se già ne avete avuto abbastanza, l’uscita è in alto a destra (we meant no harm to left-handed people).

Perché scrivo? Nell’ordine risponderei: 1) non lo so; 2) perché mi viene così; 3) beh…per momenti come questo. Quando “dentro” ti trovi immerso in una soluzione liquida, <BZzzsssT!> sinapsi cortocircuitate, <Flash!> sprazzi di idee, <BANG!> impressioni, <WHhooOSH!> spunti, pensieri accavallati uno sull’altro come quel gioco che da piccoli facevamo in cortile: la cavallina nella variante lunga, dai risultati prossimi all’ammucchiata selvaggia con effetti devastanti sulla spina dorsale di quelli che stavano sotto. Piegati e avvinghiati, uno alla schiena dell’altro, i componenti di una squadra si disponevano in una lunga catena; il primo dell’altra squadra prendeva la rincorsa e doveva saltare il più avanti possibile sulla schiena di quei poveretti in fila, i quali dovevano mantenere l’assetto senza cedere. Assestatosi “in groppa” il primo, il secondo seguiva e così via tutto il resto della squadra dei “saltatori”; qualcuno, però, si lanciava con troppa foga, atterrava scompostamente, andava vicino all’incrinamento di un paio di vertebre del malcapitato di sotto nella fila indiana e, rimbalzando malamente, ricadeva di cranio. Bene, i miei pensieri, sensazioni, idee e impressioni stanno giocando a questa variante di cavallina…

Scrivere mi permette di passare dalla parte della squadra dei “saltatori”…

…O forse no. Ma mi piace pensare che sia così.

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E mo so cazzi! Dal Messico al Vesuvio…


Big Man Ade mi dedica un post. Uaneme d’o priatorio! E sono pure un super-eroe! Come ex-avido-consumatore di fumetti e super-eroi in tutte le salse, essere “uno di loro” è per me un grande onore e soddisfazione.
Quando i miei due nanerottoli di cinque anni mi hanno accreditato lo status di super-eroe con tanto di super-poteri, la mia auto-stima è stata fulminata al decollo dall’altra genitrice nonché consorte, che – come solo le donne riescono – con un solo sguardo ha incenerito questa mia aspirazione di Salvatore, figlio di Marì (cit. Massimo Troisi “Annunciaziò! Annuciaziò! Tu Marì , Marì, figlia d’O’ Salvatore… “).
Ma ora che Ade se l’è cantata (e se l’è cantata con il suo stile gagliardo e tosto) posso ritornare alla mia vera missione. Il Motivo perché sono giunto su questo Pianeta (gli alieni ci stanno bene come il prezzemolo …) e vi svelerò anche un segreto (quindi non lo sarà più): la kryptonite mi fa una pippa!

Captain Napoli è qui! Captain Napoli è arrivato

Je so’ Captain Napoli je so’ Captain Napoli / e vogl’essere chi vogl’io / ascite fora d’a casa mia / je so’ Captain Napoli je so’ Captain Napoli / c’ho il popolo che mi aspetta / e scusate vado di fretta / non mi date sempre ragione / io lo so che sono un errore / nella vita voglio vivere / almeno un giorno da leone / e lo Stato questa volta / non mi deve condannare / pecché so’ Captain Napoli / je so’ Captain Napoli

e oggi Ade vuole parlare.

Il Comunista/Edonista

Questa è una storiella dedicata ad un caro amico di blog, non vi dico chi è…lui lo sa! 😀

Questo blogger mi ha citato in dei suoi racconti dunque voglio ricambiare con questo post, che sicuramente farà schifo (non per mancanza di autostima ma perchè non sono uno scrittore), per puro spirito di benevolenza nei suoi confronti. Hola mi hermano vecio! 😛

Napoli è bellissima, il Vesuvio ancora di più!

Il signor C. è una persona tranquilla e cordiale che cerca sempre di vedere il lato ironico delle cose (oltre a quello serio e riflessivo) e quindi cerca di sdrammatizzare il più delle volte. Ha una bellissima famiglia e vive a Roma (ove lavora). Il signor C. non è una semplice persona, lui è Captain Napoli (una versione italica di Cap. America della Marvel Comics). Il signor C. non ama la violenza, dunque non ha mai usato i suoi poteri…

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Una tranquilla serata a El BaVón Rojo [by Zeus]

Bikers - Foto di Sandro Miller

Bikers – Foto di Sandro Miller

Gozzovigliare con la birra e seminare panico nelle tranquille cittadine di provincia sembrano le uniche attività in cui i bikers siano riusciti a distinguersi. I bikers hanno accumulato una poco edificante reputazione nel corso degli anni. La verità è che Hollywood ci ha propinato questo cliché talmente a ripetizione che si è ormai incastrato nell’immaginario collettivo. Lasciate perdere Hollywood, non è vero che i bikers sanno solo sbronzarsi di birra e terrorizzare il vicinato…Sanno giocare anche a poker.
Zeus ci racconta la sua tranquilla serata a El BaVón Rojo.

Autore: Zeus

Una tranquilla serata a El BaVón Rojo

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Silviatico a El BaVón Rojo: grosso guaio a El BaVón Rojo

Silviatico è stato qui

Silviatico è stato qui

Avete presente il fattaccio capitato in questa cantina, che ho raccontato qualche tempo fa?
No? No hay problema. Silviatico ci tiene a riportare una versione dei fatti leggermente diversa da quanto vi ho descritto in ‘Batmancito – Più si è, meglio è‘. Silviatico afferma, infatti, che la sua sia la vera storia di come sono andate le cose. che io – diciamo –  ho un po’ romanzato ed edulcorata. Decidete voi quella que ve gusta mucho. Mettetevi comodi e godetevi il racconto di “Grosso guaio a El BaVón Rojo”.

Autore: Silviatico

Grosso guaio a El BaVón Rojo

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Innamorarsi a El Bavón Rojo – In tequila veritas

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Non so come sia capitato in questo posto dimenticato da Dio e anche da molta parte di umanità. Sta di fatto che sono qui. Me ne sarei restato nella cabaña in cui ho mi sono sistemato, se non fosse che il caldo e i mosquitos rendono impossibile restare sdraiato sul letto per più di dieci minuti, senza bestemmiare tutti i santi in ordine alfabetico. Non credo al Paradiso e tutte quelle storie su giudizi universali alla Fine del Mondo.

Mi sono spinto fuori alla ricerca almeno di un po’ di gente. Non che abbia voglia di parlare o avere un qualsiasi rapporto umano, non mi interessa. Voglio solo mischiarmi alla folla e perdermici. Essere invisibile e guardarla dall’esterno: come se fossi sbracato in poltrona davanti a una televisione. Spettatore che vede, ma non visto.

Chiedo in giro e tutti mi indicano questa cantina, com’è che si chiama? Ha un nome che suona familiare, già sentito, ma ha un che di stonato, quasi irridente.

“El Ba-Vón Ro-jo” leggo l’insegna. Sono arrivato.

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Tati a El BaVón Rojo: persa per strade polverose

Tari era aquì (c)2016 disegno di Tati

Tati era aquì (c)2016 disegno di  Tati

I due, uno alto allampanato, l’altro basso dai boccoli biondi, discesero i gradini del portico e rimasero lì a guardare la strada polverosa e riarsa dal sole messicano a mezzogiorno. I loro sguardi percorsero, insieme in parallelo, la strada per tutta la sua lunghezza. “Non è ancora arrivata” disse quello più alto. “Arriverà” ribatté quello più basso, asciugandosi con la mano il sudore dalla fronte. “Non sa quello che l’aspetta…” aggiunse l’altro. E si cacciò in bocca una cosa rotonda e rossa. “Che cos’è?” chiese il biondino corto. Masticando e succhiando, l’altro rispose “Una mela candita”. Il biondino “Ma quella roba non ti fa bene ai trigliceridi…”. L’altro alzò le spalle. Un’improvvisa folata di vento alzò un polverone proprio davanti ai due. Quando la nebbia polverosa e sabbiosa iniziò a diradarsi, un’esile silhouette di donna apparve. Tati era arrivata a El BaVón Rojo.

Autrice: Tati

Persa per strade polverose

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Johnny a El BaVón Rojo: 9 novembre

Johnny è stato qui

Johnny è stato qui

Le maledizioni non esistono, ne siete sicuri? Proprio dal Messico, la Maledizione di Montezuma ha confermato i suoi nefasti effetti attraverso le epoche temporali e oltre i confini territoriali: dal 1519, quando venne lanciata contro i conquistadores spagnoli al seguito di quel duo criminale di Hernán Cortés e Pedro de Alvarado a oggi, si è estesa a tutti i viaggiatori in qualsiasi parte del mondo, tanto che oggi è nota anche come “malattia del viaggiatore”. Continuate a non credere alle maledizioni?  Mentre su El Bavon Rojo erano calate già da un pezzo le prime ombre della sera, Johnny inizia un racconto di musica e mistero. Oste! Qui ci vuole altro grog!

Autore:

9 novembre

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tiZ a El BaVón Rojo: la cantante

tiZ è stata qui

tiZ è stata qui

E anche tiZ, la mia pendolare preferita del web, sale su quel treno che porta a El BaVón Rojo. E mentre la guardiamo come pendola, noi balliamo il twist!

Autrice: tiZ

La cantante

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Batmancito – Più si è, meglio è

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Altrimenti ci arrabbiamo

Segue da Batmancito – La Compagnia di El BaVón Rojo [Parte VI]

Ade si para tra il nanerottolo e i due “yankee”. A guardare Narciso, sembra quasi volere difendere i due “yankee” dal nanerottolo e non il contrario. Da qui non riusciamo a capire cosa si stiano urlando, ma la gestualità fa intendere che tra qualche minuto ci sarà la classica rissa del peggiore bar di Caracas (ma a Caracas ci sarà un bar dove prendere un caffè in santa pace?!?). El Rojo è sbiancato in volto, piomba sul gruppetto in animosa discussione, con un’agilità e rapidità insospettabile, data la sua abituale dinoccolata e strascicata andatura.

Gli “yankee” sembrano appena usciti da un film del Far West di John Wayne: sempliciotti, rozzi e pieni di boria, oltre che di alcol. Una pantomima moderna di “Buffalo Bill” e “Billy The Kid” senza l’aura del “mito” della frontiera dell’Ovest. Del “pioniere” non hanno nulla, piuttosto che “coloni” di un mondo inesplorato, hanno l’atteggiamento dei “colonizzatori”, come se da queste parti quelli spagnoli non avessero già combinato abbastanza disastri. Mancavano solo gli americani.

Ade li incalza con tono pacato e fermo: “Chiedete scusa a Narciso. Chiedete scusa a Narciso e poi muovete le vostre flosce chiappe fuori di qui.”

Nel portare l’ennesima cerveza al tavolo, i due “yankee” hanno iniziato a dileggiare Narciso sulla sua statura diversamente alta: non si capacitano di come un bianco possa essere “tracagnotto e rachitico” come questi “greasers” del luogo. “Greasers” è un termine spregiativo degli americani per i messicani. Letteralmente “unti”.

Narciso non fa caso alle battute sulla sua statura, tanto è abituato al continuo scambio di sfottò  con El Rojo, ma non sopporta che abbiano insultato il popolo messicano e gli sale il sangue agli occhi quando sente puzza di razzista.

D’altronde, qui siamo ospitati dai messicani, El Rojo e Narciso hanno sicuramente un debito di riconoscenza con la gente del posto e, da quel poco che ho potuto notare, amano questo luogo sebbene sia evidente che sia dimenticato da Dio. Anzi, forse è proprio per quello: El Rojo e Narciso sono qui per gli uomini che ci vivono, per condividere con loro quello che sono e quel poco che hanno.

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