WordPress: categorie e tag, chi erano costoro?

Categorie e sotto-categorie nel frigo...Ooops nel blog

Categorie e sotto-categorie nel frigo…Ooops nel blog

Nel tentativo di venire in aiuto a xoxangelxox sull’utilizzo dei tag e delle categorie nel post Help: WordPress & Tag, mi sono reso conto che stava venendo giù un commento-fiume (sai che novità…), ma sopratutto che la risposta poteva essere utile anche ad altri (o forse no).

Non sono un “addetto ai lavori” e gli esperti potrebbero tirarmi le pietre (e non solo perché sono brutto), non vi è alcuna intenzione di “salire in cattedra”, ma solo di condivisione di mie esperienze, letture e consigli di amici davvero esperti (grazie Peter_Ray!). Cercherò di utilizzare al minimo la terminologia infestata di acronimi e tecnicismi, anche perché ci tengo a evidenziare che non è roba “da nerd”, ma ritengo sia utile capire certi funzionamenti che regolano le nostre webbettole e la “fine” che fa ciò che scriviamo nel grande “trita-tutto” Google: insomma, se entri in un campo di calcio e prendi la palla con le mani nell’area piccola e non sei il portiere, non ti lamentare poi che è un quarto d’ora che cerchi di seminare una folla decisamente inferocita che porta stranamente i tuoi stessi colori.

Se qualche esperto dovesse imbattersi in questo post e volesse dare il suo contributo, correggendo   eventuali errori e sbertucciando l’Oste di questa webbettola, è il benvenuto. Una sola raccomandazione: fatelo con educazione che l’Oste è permalosetto 😉

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Stop Making Sense. I Talking Heads hanno ragione.

Inserito nel lettore della PleistescionQuattro, la console ha smesso di avere senso come videogioco....This is 4 Everybody Loves Music!

Inserito nel lettore della PleistescionQuattro, la console ha smesso di avere senso come videogioco….This is 4 Everybody Loves Music!

Mentre ero in fase di revisione di un post sull’utilizzo di tag e categorie – mi sono cimentato in una roba nuova sul te(c)NNicoAndante-Moderato-con-ironia – mi cade l’occhio su un DVD. Il DVD è Stop Making Sense, un film concerto dei Talking Heads registrato live nel corso di tre serate al Pantages Theater di Hollywood nel dicembre 1983.

Segnalato dal compadre Silviatico in uno scambio di commenti, il mostro-spendaccione che è nel mio indice è stato liberato. In realtà, la spesa è stata ragionevolissima: circa 7 euro spedito dalla Germania nell’emporio dell’Amazzone italiana.

Il DVD mi era arrivato la settimana scorsa e fremevo di godermelo in piedi ballando sul divano, frittata di cipolle e rutto libero. I programmi di gloria sono stati più volte rimandati e ho visto le ragnatele formarsi intorno alla confezione. Allora, strafregandome della tranquillità familiare di un sabato mattina italiano, mentre riguardavo la stesura dell’appena partorito articolo teNNicoAndante-Moderato, mi è preso il raptus, ho inserito il disco nella PleistescionQuattro e…Si è fermato il senso di ciò che stavo facendo!

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Innamorarsi a El Bavón Rojo – In tequila veritas. Epilogo

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Segue da Ep.#2 In tequila veritas. Parte Segunda

Epilogo

Il gringo e Luna, mentre si baciavano, non erano soli.

Sotto il portico di El Bavón Rojo, quattro occhi li osservavano, nascosti nel buio: l’Oste e Narciso, in silenzio, erano seduti sul dondolo.

Quando il gringo e Luna furono inghiottiti dal buio in fondo alla strada. Narciso parlò:

“Bel bacio eh?”

L’Oste tirò un lungo sospiro: “Eh sì, Narciso mio, proprio un bel bacio! Uno di quei baci degno di finire nella classifica dei migliori baci nella storia del Cinema…Non c’è male, non c’è male per davvero, certo che io so fare di meglio…”

“Sì, va be’….” sbuffò Narciso. L’Oste incalzò: “Ti devo fare i nomi? Non è proprio elegante…”

“Ma dai, le tue donne si contano sulle dita di una mano mozza!”

L’Oste cambiò discorso: “Narcì, passami l’accendino va’ che una sigaretta ora ci sta tutta”

Narciso già aveva pronto l’accendino in mano e nel passarlo al compadre aggiunse: “Ti fa male, Oste. Smettila con questo veleno!”

L’Oste tirò una prima boccata e buttò fuori dalle narici più fumo di quanto ne avesse aspirato con la bocca.

“Hai ragione, ma non oggi. Oggi abbiamo salvato un altro di questi gringos”.

“Il gringo era già morto e nessuno se ne era accorto…”

L’Oste girò la testa in direzione del piccoletto e lo guardò negli occhi con un sorriso sornione: “Tranne Luna e…noi due”.

“Eh già, Luna non aveva fatto i conti con l’Oste”.

Scoppiarono in una risata liberatoria. Ancora in preda alle convulsioni, Narciso aggiunse: “E poi il colpo da maestro…quella frase prima che si baciassero…Oddio, com’era? Una roba poetica tipo ‘verrei all’Inferno a salvarti, morirei per te’...Un colpo di genio!”

“Certo che Luna l’avrebbe accontetato. All’Inferno se lo sarebbe portato…ma per restarci” El Rojo prese fiato e continuò ansimando per le convulsioni “E..e…pensa Narcì che ci stavo rimanendo secco pure io…dopo quella frase, il mio tasso glicemico è schizzato alle stelle!”.

Quando ebbero ripreso fiato, Narciso domandò con tono grave e preoccupato: “ Tu sei sicuro che Luna manterrà il patto?”

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Innamorarsi a El Bavón Rojo – In tequila veritas. Parte segunda

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Segue da Ep.#1 In tequila veritas

Vittime ed eroi. Just for one day

Al bancone di El Bavón Rojo.

Cinque tequila dopo…

Sei lì che balli ancora, in mezzo a tutta quella gente. Con il bicchiere vuoto della quinta tequila in mano, rimango incantato a guardare i tuoi fianchi come ondeggiano. Voglio parlare con te, ma la mia bocca è secca. Ho perso la cognizione del Tempo: non so da quanto sono in questa stamberga, com’è che si chiama? El Rojo-qualcosa…L’Oste qui –  entrambe le pupille automaticamente si muovono verso la periferia sinistra dell’occhio verso l’uomo dietro al bancone –  continua a versarmi tequila. “Es hora de llenar el tanque!” mi fa il buon diavolo e giù che versa. Ha capito che non riesco a trovare il modo per sgusciare via dalla mia timidezza e mi sta aiutando. Davvero un buon diavolo! Chissà come è finito in questo buco di posto…Devo trovare una scusa per rivolgerti la parola e passare anche un solo momento vicino a te. Voglio ballare con te, stringerti forte tra le braccia. Muoio sicuramente pazzo se mi lascio scappare questo momento, anche se è destinato a durare solo per questo giorno ormai alla fine.

Io, io sarò re. E tu, tu sarai la regina.

Potremmo rubare il tempo solo per un giorno. Possiamo essere eroi, per sempre. Che ne dici?

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Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #4

E con questa seconda parte potete dire di avere fatto la conoscenza con l’Orco Ulkûrz…Sta scaldandosi le mani e l’ora di menarle è vicina. Gli Orchi non sono famosi per le loro doti di negoziazione e in quanto a pazienza sono l’esatta nemesi di Giobbe. Sia lode a Zeus che ha accolto questo Orco nella sua storia. Ci sta mettendo un po’ di tempo per carburare, ma abbiate fede. Gli Orchi sono tornati e non per “spicciare casa”.

Note introduttiva: questa è la seconda parte del racconto orchesco di redbavon. La prima parte, il Diario di Atreus #3, la trovate cliccandoci sopra. Inoltre vi ricordo che le votazioni per il quinto capitolo della storia principale, Alla ricerca del Trono di Fuoco, sono ancora aperte. Se non l’avete ancora fatto, VOTATE!! Buona lettura! ———————————————————————————————————- […]

via Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #4 — Music For Travelers


Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #3

Ucci ucci sento odor di orcucci…Ci siamo! Finalmente fa la sua mostruosa comparsa l’orco che mi ha spinto ad accettare l’invito tentatore di Zeus (che ringrazio); è infatti questa creatura che mi è balzata sulla schiena, ha mollato uno sganassone all’inquilino del mio groppone, la scimmia, e si è impadronito della tastiera. Per vederne gli effetti, recatevi nel blogOlimpo. Vi avviso: gli orchi maneggiano le tastiere come una mazza ferrata.

L’orco è brutto e cattivo e nessuno si dispiace a vederne trucidare a mucchi, anzi… Ma siete proprio sicuri di essere nel giusto a dispensare questa sentenza di morte così alla leggera? Gandalf si rivolge a un Bilbo, pieno d’odio e di ribrezzo nei confronti di Gollumdal quale era appena fuggito:

Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi. Anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti”.

Eccomi da voi, care lettrici e cari lettori. Mi piace questa introduzione perché mi fa sembrare un blogger a modo (cosa che non sono). Comunque sia, dopo una pausa per questioni legate, beh, diciamo a cause di forza maggiore (stavo combattendo con la peste bubbonica) ritorno sulla saga fantasy più amata degli ultimi giorni: Alla […]

via Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #3 — Music For Travelers


Cartelli paradossi #6 – A zonzo per Napoli, United Lasagne of Naples

Seconda foto a zonzo per Napoli: è ora di pranzo…o cena, vale lo stesso.

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United Lasagne of Naples

Cartello che alla sola vista porta trigliceridi e colesterolo a livelli di guardia (medica). Una vasta scelta di cibi provenienti da varie parti del globo, all’insegna di una contaminazione che caratterizza tutta la storia e cultura napoletana: il “cuoppo” ovvero carta oleata arrotolata in forma di cono riempito con ogni ben-di-Dio-Fritto (e ogni mal-di-fegato); il panino con la porchetta di Ariccia, una vera squisitezza tipica della zona de’li Castelli de Roma (il calice di vino è fortemente consigliato); l’americano “hot-dog”. Ma la vera chicca è la lasagna.

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Cartelli paradossi #5 – A zonzo per Napoli, San Valentino, ma con calma

Da una passeggiata a zonzo per Napoli, una foto-reporter d’eccezione, mia sorell(in)a, mi invia una serie di foto come “graffiti” della città, che tra le mie dita prendono la forma di un ennesimo appuntamento con una delle infami rubrichette che popolano questa webbettola: Cartelli paradossi.

A zonzo per Napoli vi propone una vista sulla mia città di origine grazie a cartelli, scritte, immagini che creano un mosaico in cui parecchie tessere mancano, tuttavia un napoletano conosce esattamente il loro posto. Una faccenda complicata per chi non conosce Napoli e, sopratutto, per chi non ama la mia città (e ce ne sono). “Graffiti” anche se non lo sono in senso stretto, ma li considero tali perché rappresentativi di un certo tessuto sociale e culturale, basato sull’espressione della propria creatività grazie a scritte, immagini e simboli nel contesto urbano. Graffiti, appunto.

La prima foto è dedicata alla “ricorrenza” di questo giorno.

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Viva il Messico! Ep.#24 – Topeeees!

L'Hacienda Yaxcopoil, Yucatan [foto by RedBavon]

L’Hacienda Yaxcopoil, Yucatan [foto by RedBavon]

Segue da Ep.#23 – Para Ticul?

9° dia: da Ticul all’Hacienda Yaxcopoil

Da Ticul, alla guida c’è sempre Francesco.

Sebbene abbia provato a sabotare il viaggio a causa di un banale errore di vocale e portarci così a Tikal con una leggerissima deviazione di circa un migliaio di chilometri, decidiamo di rinnovargli la fiducia come pilota del nostro bolide rosso, una fiammante Chevy Monza. Fiammante in senso letterale poiché ogni volta che rientriamo dalle nostre escursioni a piedi, nell’abitacolo potresti infilarci una bella torta. Praticamente un forno portato a temperatura e nemmeno ventilato.

Decidiamo la nuova tappa al volo, incrociando i suggerimenti della bibbia Rough Guide e una sommaria consultazione della mappa-lenzuolo: l’Hacienda Yaxcopoil.

L’Hacienda Yaxcopoil risale al XVII secolo. Il suo nome in lingua maya significa “il luogo degli alberi verdi”. Considerata una delle più importanti haciendas in Yucatán, nel suo massimo periodo di splendore, Yaxcopoil si estendeva su una superficie di 12.000 ettari.  Da ranch di allevamento di bestiame venne convertito molto più tardi in piantagione di henequén, l’“oro verde”. In Yucatán, si iniziò a chiamare “oro verde” la pianta che era già conosciuta dai Maya con il termine “ki”, ovvero la varietà di agave fourcroydes, nativa della zona più calcarea (e quindi meno fertile) della penisola, la cui coltivazione estensiva rappresentò il fulcro dell’economia locale durante oltre un secolo, a partire dalla seconda metà del XIX secolo a quasi la fine del XX secolo.

Con il passare degli anni l’estensione dell’Hacienda Yaxcopoil si è ridotta a meno del 3% della sua antica superficie a causa di: continui cambiamenti politici, sociali ed economici nella regione; la scoperta di nuovi materiali sintetici che hanno soppiantato questa coltivazione, che riforniva di semi-lavorato l’80% della produzione mondiale di cordame.

Oggi l’Hacienda è un importante testimonianza storica e, nella sua proprietà, è stato costruito un museo. Andiamo a visitare perciò l’hacienda!

Da Ticul all'Hacienda Yaxcopoil

Da Ticul all’Hacienda Yaxcopoil

Yaxcopoil dista da Ticul una cinquantina di chilometri, un’ora di viaggio prendendosela con calma; inoltre è verso Nord, quindi in direzione per il ritorno verso Merida. Perciò il viaggio verso questa tappa appare muy tranquilo…Non proprio.

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Il Piccolo Cocomero

Il Piccolo Cocomero (c)2017 Disegno di Tati

Il Piccolo Cocomero (c)2017 Disegno di  Tati

Questa è una favola sgangherata scritta a due mani, tre teste, un solo cuore.

Una sera di quest’estate, in vacanza a casa al mare, i miei due nani di cinque anni ed io eravamo soli nel lettone senza la mamma, poiché – dice lei – era al lavoro in città.

Tre uomini in un letto è un delirio.

Per tenere buone le due belve di taglia piccola, ho dovuto inventare un’alternativa alla loro ideA di “andare a letto”: “Facciamo a lotta” e “Facciamo i salti”; roba pericolosissima sopratutto in proiezione del ritorno della genitrice. I nani se la cavano con un bernoccolo, io rimedio un sermone epocale con tanto di accuse infamanti e d’infanticidio.

Così ho proposto: scriviamo una storia che poi leggiamo alla mamma quando ritorna? Voi raccontate e io la scrivo.

E così è stato: propongo una favola letta e riletta millemiliardi di volte, Cappuccetto Rosso e a tutti e tre è venuto naturale rimaneggiarla. Si avvertiva del godereccio sadismo in alcuni momenti. Nomi e idee sono dei nani al 90%: alcune davvero strampalate, altre di una tenerezza disarmante. Io ho tenuto solo le fila, fatto opera di “contenimento” e battuto alla tastiera in una lingua, un pelo più comprensibile del nanesco.

Quando i nani hanno accusato una certa pesantezza di palpebre, a parte lo spasso di vederli lottare con il sonno per sentire la fine della storia, è stato necessario il mio intervento: la parte finale del “volemose bbbene” conclusivo risente di una mano più adulta, una testa appena più matura, ma mi sono sforzato di mantenere un cuore da bambino.

Per questa favola sgangherata, raccontata dai miei figli, non ho voluto cercare su Internet un’immagine, ne desideravo una fatta con il cuore e la mano fatata… chi meglio di Tati?

Ringrazio Tati per avermi donato il capolavoro di disegno che potete ammirare in apertura: sintetizza il racconto con un colpo d’occhio. Ne racchiude magistralmente l’essenza.

Buona lettura.

Il Piccolo Cocomero

Autori: Diego, Jacopo e Claudio.

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Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #2


Mae govannen. Alla ricerca del Trono di Fuoco non è una storia qualsiasi. Porta la firma di un Dio. Se ci tenete che Atreus continui a viaggiare nella storia creata da Zeus, fiondatevi a votare al sondaggio di come preferite che prosegua. Zeus, nella sua magnanimità, vi offre il dono di esercitare il vostro libero arbitrio (io non l’avrei fatto, ma sono umano e, queste pagine lo provano, in deriva alquanto megalomane). Orsù, giocate anche voi a fare gli dei, scegliete il destino dei personaggi della storia, fatelo perché capita anche agli Dei, sapete, di avere Loro “quei giorni”. Buona lettura e fate la vostra scelta, amin estela ta nauva anlema.

Faccio una premessa prima di lasciarvi alla lettura del nuovo capitolo fornito da redbavon: il quarto capitolo de ALLA RICERCA DEL TRONO DI FUOCO è attualmente in STALLO perché due delle opzioni sono a parimerito. Adesso tocca a voi portare i nostri protagonisti da una parte o dall’altra!!! Votate, quindi, e fate proseguire la storia. […]

via Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #2 — Music For Travelers


It’s a long way to Home

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Sulle note di It’s A Long Way To Tipperary prende forma il titolo di questo secondo post che racconta la storia di un viaggio, di un ritorno a casa, di un luogo dove sentirsi parte. It’s a long way to Tipperary,  It’s a long way to go. It’s a long way to Tipperary To the sweetest girl I know! La canzone, cantata dai soldati britannici durante la Prima Guerra Mondiale, si adatta bene al tema sebbene oggi in un contesto meno drammatico, ma conferma – se mai ce ne fosse bisogno – che la “casa” è un diritto naturale per tutti gli uomini e le donne. Un afflato primigenio che spinge a cercare la propria “casa” anche se lontani dal luogo dove siamo nati o vissuti.

E di un ritorno qui si tratta. Un post scritto qualche anno fa, la storia di un fiore, del vento che non puoi fermare (nemmeno con i muri), infine di una nuova “casa”.

Scritta sull’onda di altre sensazioni e ispirata da un piccolo capolavoro di videogioco, Flower, è un tassello che si è incastrato perfettamente nel puzzle di pensieri e sensazioni descritti in Casa. Ritorna inaspettatamente per raccontare con le stesse parole un’altra storia. Questa storia.

Continua a leggere: Vita, morte e miracolo di un fiore

[Petizione] Un barbiere per il Presidente USA: Edward Mani di Forbice

Wish Impossible Hair

To Wish Impossible Hair

Dico io: il web è pieno di blog e siti di moda, fashion addict e consigli per il look; il nostro Paese è noto per alcune cose poco edificanti e altre molto folkloristiche, ma un paio buone ce le riconoscono tutti: la moda e il look. Eppure, nessuno, ma proprio nessuno si è preoccupato di suggerire al neo-Presidente USA di cambiare barbiere!

Il colore dei capelli del Presidente USA manda in pappa la mia TV (e dire che non è di quelle economiche): la vedo stentare quando cerca d’interpolare quel colore impossibile: il risultato è una pastella di giallo-paglierino-oro che fa a cazzotti e sbava su ogni sfondo, pure a risoluzioni Ultra HD. Di peggio c’è solo l’arancione della maglia della nazionale olandese sui vecchi tubi catodici.

Pertanto, anche per la nostra consolidata alleanza e amicizia con il popolo americano, ritengo sia un atto dovuto consigliare al loro Presidente una tinta più compatibile con gli schermi di tutto il mondo e, visto che si trova, anche un bel taglio più moderno.

Per un cotanto Presidente, ci vuole un barbiere come si deve, uno che è nato con le forbici in mano, il Pinturicchio del taglio: Edward Mani di Forbice.

Se concordate con tale proposta, mettete una “X” qua sotto nello spazio dei commenti.

In Scissors We Trust.

Onda sonora consigliata: To Wish Impossible Things di The Cure


Casa

Flower_Window

Questo non è un post, ma sono tre: il primo di un trittico di post, molto differenti tra loro, ma legati in un leit motiv comune: “home”, il ritorno a casa. Un luogo, fisico, fatto di pareti, finestre e un tetto, ma anche un “non-luogo” che tutti aspirano ad avere e tutti avrebbero il diritto di avere. Lo scrive un emigrante che lo dichiara pubblicamente nel suo autodafé Io sono terrone. Oui je suis emigrante“. Un emigrante sa cosa significa “casa” e deve convivere con la sua mancanza o decidere di tagliare i ponti, giungendo anche a rinnegare le sue radici. Io rientro nel primo caso.

In un periodo in cui sono ritornati in auge i muri e le “etichette” di massa, in un periodo in cui c’è chi pensa a “ritornare grande” e trolla con le sue banfe l’intero pianeta senza che qualcuno possa bannarlo, vuole dire che qualcosa sta andando fottutamente storto.

Se il troll inizia pure a bannare gli altri utenti del forum (ne sa qualcosa l’ex-ministro della Giustizia statunitense), due sono le cose: l’administrator e i moderatori sono troll anche loro oppure il troll si è comprato il server. Fosse limitato a un server, non sarebbe così grave, ma – a giudicare dalla diffusione di certe idee e dichiarazioni – il virus trolleggiante si è diffuso come una pandemia influenzale: non ti ammazza, ma ti lascia scassato e sfibrato.

Pensando a quante persone, mai come in questi anni, sono alla ricerca di una “casa”, dovendo fuggire per tanti motivi dalla propria casa, la scimmia – che comanda le mie dita e bulla la tastiera – ha iniziato a giocare con questi pensieri e sensazioni come se fosse il cubo di Rubik. Muovendo e ruotando, è riuscita laddove io – homo sapiens – messo davanti al cubo di Rubik, lo mangiai. Si è presentata con il dannato cubo risolto e un sorriso beffardo: “Adesso tocca a te”.

Ebbene, se ancora siete attaccati allo schermo dopo aver visto passare troll presidenti degli Stati Uniti d’America e scimmie risolvere il cubo di Rubik, è il momento di non tirare oltre la corda e vuotare il sacco. Tre post per raccontare la ricerca di una casa, di un “posto” cui sentirsi parte: una canzone, un racconto e un videogioco, a ognuno il suo post(o), a ognuno la propria “casa”.

Ad alcuni potrò apparire un Pindaro in versione particolarmente pirla e dall’italiano decisamente contorto, perciò la metto giù più facile all’inizio con una canzone:“Home” dei Depeche Mode. È il tassello che fissa il concetto. Trasmette la sensazione. Recinta il perimetro.

Tuttavia, possiamo recintare quanto vogliamo o erigere muri più alti che possiamo, ma è fatica inutile perché i protagonisti di tutta questa storia sono: il vento e un fiore.

Continua a Home (testo e traduzione) – Depeche Mode

Home (testo e traduzione) – Depeche Mode

Home
Casa

Musica, testo di Martin Lee Gore. Cantata da Martin Lee Gore

Here is a song
Ecco una canzone
From the wrong side of town
dalla parte sbagliata della città
Where I’m bound

Dove sono legato
To the ground
a terra
By the loneliest sound
Dal più solitario deisuoni
That pounds from within
che martella dal di dentro
And is pinning me down
e mi tiene inchiodato lì

Here is a page
Ecco una pagina
From the emptiest stage
dal più vuoto dei palchi
A cage or the heaviest cross ever made
Una gabbia o la croce più pesante mai costruita
A gauge of the deadliest trap ever laid
Misura delle trappole più letali mai tese

And I thank you
E ti ringrazio
For bringing me here
di avermi portato qui
For showing me home
di avermi mostrato (la via di) casa
For singing these tears
per avere cantato queste lacrime
Finally I’ve found
Finalmente ho scoperto
That I belong here
che io appertengo a questo luogo

The heat and the sickliest
Il calore e la più stucchevolmente
Sweet smelling sheets
dolci lenzuola profumate
That cling to the backs of my knees
che aderiscono alla parte posteriore delle mie ginocchia
And my feet
e dei miei piedi
But I’m drowning in time
Ma sto annegando al tempo
To a desperate beat
di un ritmo disperato

And I thank you
E ti ringrazio
For bringing me here
di avermi portato qui
For showing me home
di avermi mostrato (la via di) casa
For singing these tears
per avere cantato queste lacrime
Finally I’ve found
Finalmente ho scoperto
That I belong
che io vi appertengo

Feels like home
Sembra di essere a casa
I should have known
avei dovuto capirlo
From my first breath
dal mio primo respiro

God send the only true friend
Dio invia il solo vero amico
I call mine
che possa chiamare mio
Pretend that I’ll make amends
s’immagina che farò ammenda
The next time
la prossima volta
Befriend the glorious end of the line
Mi assista alla fine gloriosa della linea

And I thank you
E ti ringrazio
For bringing me here
di avermi portato qui
For showing me home
di avermi mostrato (la via di) casa
For singing these tears
per avere cantato queste lacrime
Finally I’ve found
Finalmente ho scoperto
That I belong here
che io appartengo a questo luogo


Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus

Il magnanimo Dio Zeus mi ha proposto di partecipare alla sua storia fantasy, “Alla ricerca del Trono di Fuoco”. Anni di master di D&D e nottate passate davanti a uno schermo a sterminare creature, girovagare per terre assaje luntane, rovistare in cadaveri e scrigni spesso protetti da infami trappole nei giochi di ruolo per computer, mi hanno fatto salire la scimmia del fantasy e urlare i gridi di battaglia dei Nani. Ringrazio Zeus per l’ospitalità e l’avere ritirato fuori il piacere per l’avventura. E ricordate che per entrare, basta dire una parola semplice: Mellon. Amici.

Ricordatevi che la votazione per il QUARTO CAPITOLO della storia è ancora aperta!!! Nel primo capitolo della storia, ho fatto una domanda a redbavon: “hai voglia di aiutarmi con questa storia?”. Il buon redbavon ha accettato con entusiasmo e mi ha spedito, con un falco, una pergamena che recava queste parole: Il Diario di Atreus. […]

via Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus — Music For Travelers


#3. Bit+Beat = Space Invaders 2003 [by Ken Ishii vs FLR]

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Ettre! Siamo al terzo appuntamento di Bit+Beat=Make Some Nooooise!, giuro che dopo questo non tengo più il conto, ma ho un certo entusiasmo da trasmettervi perché più vado a cercare tra le ragnatele digitali, più m’imbatto in cose nuove o che avevo bellamente ignorato, anche per via di qualche stupido pregiudizio. Così ho ascoltato il Rap, poi ritornato a un mio più vicino Altenative Rock e oggi mi ritrovo irretito dalla Techno! Roba da non credere: io sto alla Techno come il sale nel caffè. La videoclip che ho scelto è Space Invaders 2003 di Ken Ishii vs FLR.

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Album di Figurine – Una vera storia di calcio…per Giove! [by Zeus]

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Sfogliando questo strambo Album di figurine, ha attirato la mia attenzione questo giocatore. Non ricordo di averla mai attaccata questa figurina…E che ci fa in questa squadra?…Strano, me lo sarei ricordato, ma poi il nome, mai sentito… …detto…Zeus…?!? Strano, data la mia passione per la mitologia me lo sarei ricordato…Mah con tutti i nomignoli strambi che si danno i giocatori forse mi è passato di mente. Certo che se in quest’album c’è quella schiappa di un paio di racconti fa, questa almeno sembra una vera storia di calcio…

Autore: Zeus

Una storia di ascesa e caduta, ovvero sia… una storia di calcio

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Album di figurine – Anche le schiappe vanno in Paradiso [Parte #2]

Claudio alla Scuola Calcio (Ripi - FR)

Accovacciato, in basso a sinistra: indosso la maglia di calcio della squadra del – pura coincidenza – Campania. Lo so, tempo buttato!

Segue da [Parte #1]

Quando quel giorno il papà e la mamma annunciano a Claudio che lo avevano iscritto alla scuola di calcio, i due genitori sono davvero raggianti. Hanno preso questa decisione per il bene del loro primogenito.

Non che valutino di poco conto le manifestazioni della fervida immaginazione di Claudio: apprezzano i suoi disegni, la mamma ne conserva uno in particolare, un asinello con un’espressione che sembra parli; assecondano la sua curiosità per i libri e non gli negano i suoi balocchi preferiti, cioè le  scatole di soldatini in scala “HO”. Claudio ne ha veramente in quantità e dimostra di conoscere il valore di questi regali, tenendo tutto con cura.

A mamma e papà preme che il figlio giochi con gli altri bambini. Hanno notato che Claudio tende a isolarsi: non che abbia problemi con gli altri bambini, anzi il figlio stesso li rassicura che è felice anche di giocare da solo, ma il gioco, in Natura, anche tra gli animali, è una palestra di vita. Insegna a stare insieme, a rapportarsi con gli altri e a gestire gli eventi con un certo grado di autonomia e assunzione di responsabilità. Giocare insieme agli altri aiuta a crescere.

Quando un collega di lavoro invita il papà di Claudio a fare partecipare il figlio alla scuola-calcio che ha organizzato nel paese dove abita, distante circa una dozzina di chilometri, il ragazzino di undici anni si ritrova catapultato nel calcio, quello vero: porte regolamentari, campo regolamentare, pallone di cuoio, undici giocatori per squadra, una divisa e un allenatore. Claudio è nel mezzo del più classico dei fenomeni cosiddetti delle “slinding doors”. Davanti a sé due destini possibili: diventare un giocatore di calcio migliore (non che l’obiettivo fosse difficile vista la scarsissima base di partenza) oppure consacrarsi definitivamente a “schiappa”, estendendo tale “fama” non solo tra il limitato pubblico del suo cortile, ma anche ai paesi vicini. Praticamente una figuradimmerda globale.

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A El BaVón Rojo tenemos que bailar la cucaracha [by Silviatico]

Segno

Segno “due” per Silviatico. Oh non è il numero di birre e di grog che si è scolato…Non mi basta tutta l’insegna per segnarle.

L’anno nuovo è arrivato a El Bavon Rojo e ha colto con una certa sorpresa l’Oste. “Allora, è già passato ‘sto fottuto Capodanno o no?” la domanda dell’Oste rimane sospesa in un limbo tra lo stato confusionale al naturale dell’Oste e gli effluvi di grog. Quel pinche gringo del mi hermano Silviatico ci dà qualche gustosissimo ragguaglio e continua la storia…che sarà lunga almeno un anno. Intanto, tenemos que bailar la cucarracha.

Autore: Silviatico

Tenemos que bailar la cucarracha

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Album di figurine – Anche le schiappe vanno in Paradiso

Un cortile come iil Neu Camp

Un cortile come iil Neu Camp

Dedicato a tutti i bambini che giocano in cortile. Con affetto ai miei amici del cortile.

Il campionato è iniziato da un bel po’, è ora di iniziare ad attaccare un po’ di figurine nel nostro buffo Album di figurine. Benvenuti al Neu Dante Alighieri Camp!

Claudio è un bambino che ama raccontarsi le storie. Ogni occasione è buona per raccontarne una. Anche quando va a dormire, prima di chiudere gli occhi, fa una preghiera al Buon Signore e, dopo il segno della Croce, pronuncia sempre una preghiera affinché possa fare un sogno. Uno qualsiasi.

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Nintendo Switch [Parte #2]

Yoshiaki Koizumi, Nintendo Switch General Producer in una posa inquietante tra il Mago Oronzo e Sub Zero di Mortal Kombat:

Yoshiaki Koizumi, Nintendo Switch General Producer in una posa inquietante tra il Mago Oronzo e Sub Zero di Mortal Kombat: “Con la sola imposizione dei Joy-Con ti spiezzo in due”

Segue da Parte #1

Benvenuti alla seconda e ultima parte del mio saluto alla Nintendo Switch. Per come mi ha preso la scimmia, forse potevo farne una terza. Ma non ho avuto pietà. Chi è con me, scagli per primo il joypad. 

Il 3 marzo potremo mettere le mani su Switch, ma vediamo cosa ci portiamo a casa, se vale la pena di aprire il portafogli e, visto che siamo sulla Rete, una sbirciatina a luoghi meno malfamati di questa webbettola e un’annusata all’aria che gira sono cose buone e giuste.

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Nintendo Switch [Parte #1]

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Switch è la nuova console di Nintendo. Data la mia passione per il Videogioco, le dita hanno iniziato tamburellare sulla tastiera e ne è venuto fuori un monster-post che, per non lasciare nulla indietro, necessita di essere suddiviso in due parti. Chi vuole seguirmi in questo viaggio tra abnegazione, testardaggine, innovazione, un pizzico di follia e un’eco lontana di un bimbo che ride, lieto sia. Di doman c’è una certezza: la parte seconda.

Uno schiocco di dita e sei nel “sogno” Nintendo

Il 13 gennaio è stata presentata la nuova console di Nintendo: il suo nome è Switch.

Tra queste pagine di anarchia creativa, spuntano periodicamente su Nintendo dei feuilleton, che il suono della parola, piuttosto che il significato, suggerisce siano di difficile digeribilità e generati da qualche contorsione d’intestino, oltre che di cervello. Prova ne è il tag “Nintendo”: spicca tra la nuvola di parole nell’apposito box “Facimm’ammuina!”, che in webbettole meno malfamate di questa, è noto come “cloud tag”.

Data l’età di questo anarchico cre(a)tiNo, non si tratta di “fanboysmo“, ma di semplice passione per il Videogioco, di cui Nintendo è “player” blasonato e, in passato, sinonimo di “videogiochi” come oggi lo è la “Pleistescion”.

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Dark Souls, Bloodborne, Demon’s Souls e li mejo mortacci loro

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Per Videogiochi da paura, dal Giappone, un trittico di titoli (in realtà sono cinque) che di anime ne hanno fatte perdere parecchie…

Demon’s Souls è un videogioco per PlayStation 3, sviluppato dalla giapponese From Software e pubblicato da Namco Bandai in Europa nel 2010. Rientra nel genere “gioco di ruolo” (RPG) e, più precisamente, nel sotto-insieme dei “dungeon crawler”, in cui la parte “ruolistica” è limitata alla crescita delle caratteristiche e abilità del personaggio; la maggiore parte del tempo di gioco, infatti, lo passerete esplorando labirinti, grotte, castelli, rovine e altri luoghi della tradizione fantasy-ruolistica, combattendo contro le creature ostili e recuperando oggetti ed equipaggiamenti utili per portare a casa la pelle, anzi,  nel caso di Demon’s Souls, l’anima.

Cui prodest?

Ora che ci hai “illuminato” con queste imprescindibili informazioni, [prendete un bel respiro e leggete tutto-di-seguito-senza-fermarvi] senza delle quali la nostra vita non avrebbe avuto più alcun senso, perché dovrebbe interessarci un videogioco e, per giunta, vecchio del 2010?
Ne hanno già scritto e sulla Rete trabocca di recensioni, informazioni, guide, wiki, faq e video, cui prodest questa tua recensione?

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#2. Bit+Beat = E-Pro

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Per questo secondo appuntamento di Bit+Beat=Make Some Nooooise!, la neonata rubrichetta di musica contaminata dai videogiochi, ho scelto la videoclip di una canzone di Beck: E-Pro.

E-Pro è la traccia di apertura dell’album Guero, che Beck (al secolo Beck Hansen) ha pubblicato nel 2005. Dopo Loser (1993) che ha consacrato il cantantante a superstar, E-Pro è uno dei maggiori successi di Beck: pubblicata come “lead single” dell’album nel marzo 2005, all’inizio di aprile è al primo posto nella classifica Alternative Rock del Billboard.

L’album Guero schizza in breve al secondo posto del Billboard, la migliore posizione in tutta la carriera di Beck fino a quel momento.

Non è facile definire la musica di Beck. Da Wikipedia viene descritto “[…] tra i principali esponenti dell’indie rock e in particolare del lo-fi”. Onda Rock, cui rimando per un dettagliato e coinvolgente excursus sull’artista, lo definisce:

“[…] La X-Generation a cavallo tra 80 e 90 trova in Beck anche un simbolo: praticamente è un nerd (o qualcosa che gli somiglia molto) con il suo aspetto dimesso e la sua (falsa) timidezza, confonde generi e stili senza riguardi per creare qualcosa di non-mainstream che allo stesso tempo è mainstream ma riesce a nasconderlo benissimo, nei testi è ermetico (per qualcuno semplicemente furbo) e ironico quanto basta per cantare l’orgoglio dei perdenti proprio per una generazione che è confusa e si sente perdente. […]” (cit. OndaRock.it :“Beck L’idolo della generazione X” di Marco Simonetti )

Onda Rock individua però proprio nell’album Guero il primo passo falso di Beck.

Non è facile definire la musica di Beck. Lo stesso artista ha qualche difficoltà in merito. Per esempio, descrive la sua musica in collaborazione con i Dust Brothers (periodo esaltato da Onda Rock) come un “sound” che ha una “jankity”. Per “jankity” si intende qualcosa di incasinato , scadente, che ha qualcosa di rotto, urge di una qualche riparazione, ma funziona ancora. Il termine “janky” si riferisce a qualcosa di costruito in economia o messo malamente insieme tanto da non sembrare adatto ad assolvere alla propria funzione, tuttavia funziona al di là di ogni aspettativa.

Le videoclip di Beck sono caratterizzate dall’essere strampalate, contengono quella dose di imprevedibilità, che le fa assurgere in breve a una presenza fissa su MTV, quasi un manifesto di una televisione che vuole rivolgersi a un pubblico giovane e – per cliché – ribelle e anti-conformista. Sappiamo, invece, quanto queste televisioni abbiano contribuito a un nuovo conformismo (e relativo mercato) dell’ “alternativo” a tutti i costi.

La videoclip di E-Pro non delude queste aspettative. Ha un’atmosfera surreale, dall’inizio alla fine.

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Capodanno a El BaVón Rojo: brindisi con Grog!

Etichetta del Grog (c)2016 Disegno di  Tati

Etichetta del Grog (c)2016 Disegno di  Tati

Tutto nasce dagli auguri di Buon Anno di Tati all’Oste nel post di riapertura dell’anno nuovo di El BaVón Rojo:”mannaggialochetta! ma dov’ero caduta per perdermi una riapertura della bettola con questo grande stile!!??
Buon anno già iniziato Oste”

L’Oste accoglie con letizia l’augurio e ricambia con affetto, ma non finisce lì…

Oste: “Buon anno FaTati! Perché “iniziato”? Come sarebbe “già”?…Narcì! Narciiiiiii! Narcisooooo!

Da qualche parte dietro (e sotto) il bancone con una refola di voce dal tono rassegnato e sbuffante, giunge la risposta di Narciso: “Checc’èeeeh?…”

Oste: “Narcì, ma che è già passato Capodanno? A me non mi pare…Poi qua fa sempre caldo, l’unica neve che si vede da queste parti è quella che portano i motoscafi dei Narcos…E non ci voglio avere niente a che fare eh. Poi per me la neve, lo sai Narcì…”
Narciso: “…È ambiente ostile, lo so. Lo so.”
Oste: “Narcì, allora è passato Capodanno? Tati mi ha fatto gli auguri di buon anno “già iniziato”…”

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Viva il Messico! Ep.#23 – Para Ticul?

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Uno scorcio del mercato a Ticul [foto di RedBavon]

Segue da Ep.#22 – Uxmal…e la Rivelazione di un Antico Segreto

9° dia: da Uxmal a Ticul 

Lasciamo le ruinas di Uxmal alle spalle e decidiamo di dirigerci verso Ticul, dove sembra vi sia un rinomato mercato dei sandali e, sopratutto, dove potere mettere sotto i denti qualcosa in un comedor visto che si è fatta l’ora del pranzo. A mia memoria e conoscenza, nessuno di noi quattro – né prima, né durante, né dopo tale viaggio – ha mai avuto un minimo, pure anche infinitesimale interesse per le calzature, figuriamoci i sandali. Tant’è, si va a Ticul!

Non abbiamo cellulari e il GPS è una roba avveniristica da film di spionaggio militare o alla Tom Ponzi, perciò dipendiamo da una mappa che, da aperta, ingombra come un lenzuolo del corredo matrimoniale e, per ripiegarla, bisogna fare come la massaia quando c’è da tirare via il bucato dal terrazzo, cioè occorre olio di gomito e un’aiutante: suddividere i lembi in egual misura, piegare la mappa a metà nel verso delle piegature verticali e ripetere l’operazione. Unire, poi, la propria porzione di mappa a quella dell’aiutante per tante volte consecutive quante sono le piegature orizzontali. Così facendo si otterrà un rettangolo delle dimensioni originarie nel suo formato tascabile….Manco per idea, le mappe hanno una vita propria e uno spirito ribelle, ne sono certo.

La “Rough Guide” del Messico, da noi venerata come un testo sacro al quale ci affidiamo ciecamente nei momenti più bui, non compie questa volta  “il miracolo della fede” facendoci riacquistare la vista sulla corretta via da percorrere poiché ci supporta solo con mini-mappe locali in formato numismatico.

Con la precisione del cartografo dei tempi antichi, fatta la dovuta proporzione tra la scala in chilometri indicata sulla mappa e il mignolo di uno di noi estratto a sorte, calcoliamo che ci vorrà circa una mezz’oretta.

Disclaimer: per girare queste scene non è stato tagliato mignolo né altro dito a nessuno dei compagni di viaggio o altro essere vivente.

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Batmancito – Un amaro ritorno

Mictlantecuhtli y Mictecacíhuatl, marito e moglie Dei della Morte. La dualità della Morte per gli Aztechi

Mictlantecuhtli y Mictecacíhuatl, marito e moglie Dei della Morte. La dualità della Morte nella mitologia azteca.

Da quando siamo tornati dalla giungla, dopo l’incontro con il “batmancito”, quel dannato pipistrello nel Tempio Perduto, Sergio non è stato più lo stesso. Inizio a pensare che non fosse un pipistrello…

Anche quando abbiamo rimesso piede a El BaVón Rojo, neanche l’accogliente atmosfera di varia umanità, alcol, fumo e legno di questo sgangherato comedor non ha sortito effetti su Sergio.

Avrei scommesso una discreta somma di denaro che  la strana coppia dei due soggettazzi titolari di cotanta dispensa di alcolicità, con i loro lazzi e frizzi, sarebbe riuscita a riportare alla “normalità” il mio compagno messicano di tante avventure e altrettante disavventure, ma l’avrei persa.

Dopo avermi salvato la vita da quei quattro figli di scimmia urlatrice schierati, armi in pugno, ad accogliermi fuori dal Tempio Perduto per fare della mia testa un’amena decorazione di uno tzompantli, Sergio non è stato più lo stesso.

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#1. Bit+Beat = Who’s That? Brooown!

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Per chi si fosse perso il pistolotto di inaugurazione di questa nuova rubrichetta partorita al freddo e al gelo esattamente il giorno di Natale, benvenuti al numero  #1 con la consapevolezza che “di doman non v’è certezza”, figuriamoci se posso assicurare che ne segua un secondo come il fulmine tenea dietro al baleno. Qui c’è lo stesso cartello che trovate sull’autostrada #statesereniSalerno-Reggio Calabria: “Lavori in corso. Ci scusiamo per il disagio. Stiamo lavorando per voi”.

Bit che incontrano il Beat, artisti che utilizzano i videogiochi nelle loro videoclip, se proprio volete sapere come gli Space Invaders hanno invaso la Musica ritornate al “Via” senza prendere le ventimilalire, dubito che ci sarà qualche temerario, peccato per la ricca selezione musicale, non già per le mie chiacchiere battute genuinamente a mano (con tutte e due le mani) e senza aggiunta di olio di palma.

Per questa Bit+Beat=Make Some Nooooise!, tutta musica, videoclip e a bassissimo contenuto di parole, già mi sono allungato troppo sulla tastiera ma ye’know…

Siamo ai primi del 2017, anno nuovo, convenzione nuova, stesse cose con un numero progressivo che ineluttabilmente scivola avanti e noi a seguire la slavina, cercando di non restarci sotto. A tutti noi amanti di questo sport estremo, il più estremo tra tutti gli sport estremi, dedico una canzone che non è nelle mie usuali corde, sebbene ad ascoltare questi Das Racist ho iniziato a muovere busto, collo, braccia, mani e dita come i rapper ci hanno da sempre insegnato Yo! Bro’! Ok patetico, ma tanto voi non mi vedete.

Who’s That? Brooown! – Das Racist 

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Lettera natalizia a Donald Trump da Cuba

francobollo-cubano-1995

Nutrendo una smodata passione per il volo e, non avendo ottenuto alcun brevetto, nemmeno per lanciare un aereo che fosse di carta, ho dirottato il mio istinto di Icaro in versione pirla, verso il volo simulato, sopratutto quello “incivile”, cioè messo su un aereo, io devo sparare.

Quando sei su un velivolo che vola con l’auto-pilota, armato di missili “intelligenti” e “smart-bomb”, il rischio è che, in mezzo a cotanta intelligenza tecnologica, l’unica deficienza sia quella dell’umano a bordo. “La guerre c’est la guerre” e se da terra cercano di buttarti giù con i SAM – non è un lontano zio americano né il vezzeggiativo della prosperosa cantante degli Anni Ottanta –  non fai granché distinzione tra buoni e cattivi, soldati e civili, e a volte vi sono spiacevoli conseguenze. Ne è la prova la lettera, di cui sono venuto in possesso per vie segretissime, scritta da un inviperito cittadino cubano niente di meno che al Presidente degli Stati Uniti d’America, cioè – ancora stento a crederlo – Donald Trump. Come direbbe lui…Check this out!

A:

  • Presidente degli Stati Uniti d’America
  • Stato Maggiore della República de Cuba

PC: Compañía Cuba Libre de Asistencia

San Cristóbal de La Habana,  25 diciembre 2016

Esimio Presidente degli Sati Uniti d’America,

Egregio Dottor Trump,

le scrivo questa mia per comunicarLe un avvenimento che è, a modesto parere di chi scrive, di gravissima importanza, tale che potrebbe incrinare gli appena ricuciti rapporti diplomatici tra i nostri grandi Paesi e, sopratutto, riavvicinare il popolo americano e cubano.

I motivi di queste mie tutt’altro che piacevoli affermazioni, preferisco, per trasparenza e onestà intellettuale, affidarli alla viva testimonianza e ai documenti probanti l’evidente gravità e improprogabile urgenza di un Suo cortese riscontro.

Per farla breve, di seguito sottopongo alla Sua pregiata attenzione la cronaca di quanto accaduto.

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Gli Space Invaders invadono la Musica

Space Invaders non vennero in pace e noi gliele...suonammo!

Space Invaders non vennero in pace e noi gliele…suonammo! (by RedBavon)

Nuove rubrichette escono dalle fottute paginette di questo blog al ritmo di bit e beat. Make some noooise!

Pong, Space Invaders. Donkey Kong e Mario sono le icone del Videogioco, che in momenti diversi sono stati sdoganati dai media tradizionali presso la cultura di massa. Google ha spesso utilizzato queste icone per rinfrescare il proprio logo sulla pagina di ricerca, di recente i 40 milioni di Super Mario Run scaricati in 4 giorni su Apple Store hanno sbriciolato ogni altro record di download.

A un’osservazione anche superficiale della cultura del gaming, inevitabilmente ci si ritrova invischiati in una ragnatela di archetipi del passato e forme di nostalgia.

Il fenomeno “retro” associato alla nostalgia può essere inteso come una sorta di ripetizione estetica della cultura mediatica, che mira a una dimensione conciliata dell’esperienza, avendo come riferimenti centrali gli stili audio-visivi a partire dagli Anni Ottanta, come Pong, Space Invaders. Donkey Kong, Mario, fino ai più recenti come Lara Croft (Tomb Raider, 1996) e Grand Theft Auto (GTA III, 2001)

Il fatto che il Videogioco sia considerato dai più una sotto-cultura è tema a me caro e spesso, anche come provocazione, tiro in ballo il Videogioco anche in contesti apparentemente estranei, come mi appresto a fare nelle righe che seguono: l’influenza dei videogiochi nei clip di musica pop.

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Rogue One: A Star Wars Story. Fuck Yeah!

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La Morte Nera non è mai stata così spaventosamente bella e terribile

Sono appena ritornato dal cinema: ho visto Rogue One: A Star Wars Story e sono felice come quel bambino di 9 anni che vide nel 1977 Guerre Stellari per la prima volta. Con la differenza che oggi ne ho 48 suonati e, dopo il primo film di George Lucas, di fantascienza ne è passata sotto le stelle! Con la differenza che oggi non si chiama più “Guerre Stellari”, ma “Star Wars”. Con la differenza che George Lucas non è più la mente e il cuore dietro i film di Star Wars.

Le differenze contano e se siete ancora fermi al 1977 e state cercando oggi il film di quando eravate bambini, ciò che seguirà potrà farvi venire un attacco di bile. I consigli che posso darvi sono due: quel film del 1977 si trova in vendita in tutte le grandi catene della Grande Distribuzione Organizzata; il secondo consiglio è …un dottore e non solo per la bile.

Rogue One è senza mezzi termini il più bel film di fantascienza che abbia visto da parecchi anni a questa parte! Sebbene sia considerato uno spin-off, una specie di figlio adottivo neanche troppo voluto dalla “famiglia”, entra nella mia classifica dei film di Guerre Stellari al quarto posto, subito dopo il Ritorno dello Jedi. Per quanto abbia accolto Il Risveglio della Forza come un onesto ritorno della sAga con meno sEghe e ne sia rimasto soddisfatto, resta dietro a Rogue One.

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United (sbav)Auguri e salutame a’ soreta di Natale [recycled remix]

Natale tutti in famiglia (foto scattata a Napoli e raccontata in (bav)Auguri di Natale

Natale tutti in famiglia (foto scattata a Napoli e raccontata in (bav)Auguri di Natale

Nei giorni prima di Natale, è creanza essere bersaglio di “auguri” sparati a raffica come una batteria di Katyusha. Il “fuoco amico” è una costante: gli auguri si estendono a famiglia e parentame limitrofo.  

Per altrettanta creanza che i miei genitori hanno cercato di trasmettermi, in questa webbettola è uso ricambiare l’augurio salvifico sia per la Santa Festa sia per il profano Capodanno. A modo mio e ad anni alterni.

La “tradizione” è stata onorata con i (bav)auguri nel 2008, gli (sbav)auguri nel 2010, un sacrosanto “salutami a’soreta” in Bethléem Rouge del 2012, nel 2014 ho dato “buca”, salvo recuperare l’anno dopo onorando il rituale augurio con un’irrituale letterina natalizia un po’particolare, a Luke Skywalker.

E quest’anno?

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Slow Train (testo e traduzione) – Joe Bonamassa

Slow Train  (testo e traduzione) – in Dust Bow di Joe Bonamassa

There’s a slow train coming
Sta arrivando un treno lento
It’s movin’ on down the line
Si muove lungo la linea
Steel wheels on iron rails
Ruote d’acciaio su rotaie di ferro
Tonight I’m fixin’ to die
Stanotte sono pronto a morire
Woo, I hope you don’t mind pretty mama
Ooh, spero che non te ne abbia a male, bellezza (*)
Woo-hoo, hope you don’t mind if I go
Ooh-oh spero che non te ne abbia a male se io vado
‘Cause when the steam from the slow train rises
Perché quando il vapore si alza dal treno lento
I ain’t gonna see you anymore
Io non ti vedrò più

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Pendolari dell’Amore

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Quando tra le pagine di un vecchio libro, trovi un biglietto del treno di quando eri militare…

Dedicato a tutti i pendolari, che usino il treno o un qualunque mezzo di locomozione, che usino il cuore.

Ottoaprilemillenovecentocinquantacinque, treno Roma-Napoli, ma poi cosa importa sapere il “quando” e il “dove” se il Tempo continua a scorrere e noi ci spostiamo continuamente insieme a esso, tanto tutto resta…Dietro.

– Prologo –

BOve ClaudiA!…
…No, scusate, no…è… …SantIddio ho cambiato gli occhiali nemmeno tre mesi fa!…è…BAva ClaudiO!…”

Nervosamente, con l’indice e il pollice sulla stanghetta, muove avanti e indietro i suoi occhiali rossi.

“Sì, sssì… Bava Claudio, dov’è? “.

Alza la testa, lancia lo sguardo, facendo la gincana tra le teste dei presenti, e ne aspetta il suo ritorno quando andrà a sbattere contro il muro e rimbalzerà indietro come quella pallina in quel videogioco al bar, che ingurgitava le sue monetine come il Natale ingurgita i buoni sentimenti e, sopratutto, le buone intenzioni. Già, intenzioni, sopratutto le intenzioni. Non si ricordava il nome di quel videogioco o, forse, non si era mai interessata a conoscerne il nome, perché per lei quel “cassone” era il gioco del “muro e dei mattoncini”.

Proprio nel momento in cui lo sguardo sta per colpire un mattoncino immaginario del muro reale, una voce annuncia il “game over”:

“Sì, sto qui…Presente”

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Viva il Messico! Ep.#22 – Uxmal…e la Rivelazione di un Antico Segreto

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I biglietti del sito archeologico di Uxmal [Foto di RedBavon]

 Segue da Ep.#21 – A zonzo per Mérida

9° dia: Uxmal (città nativa di Francesco, poi saprete perché…)

A bordo del nostro bolide rosso Chevy Monza, Lucio è ormai “Il Prescelto” alla guida: è il nostro “pilota ufficiale” dopo avere salvato pianale, ammortizzatori, sospensioni nonché la nostra pellaccia nel percorso rallistico a Tulum e da quelle micidiali trappole dette “topas”, ovvero dei dossi artificiali, decisamente più alti di quelli nostrani, distribuiti sulla rete stradale apparentemente ad minchiam, ma, in realtà, atti a costringere l’automobilista a rallentare nelle vicinanze anche di una sola casupola, che sbuca dal folto della foresta tropicale al lato della striscia asfaltata. Parental Advisory: in un prossimo post vi racconterò delle topas.

Ci dirigiamo verso Uxmal, altra città-stato di notevole importanza storica in quanto parte della Lega di Mayapán (“bandiera dei Maya”) insieme a Chichén Itzá e Mayapán, appunto.

Secondo alcuni studiosi, tale Lega non è mai esistita, poiché Uxmal e Chichén Itzá erano già state abbandonate e la Lega è frutto di una storia inventata dai Signori di Mayapán per dare prestigio al proprio lignaggio. Secondo altri storici, tale alleanza, iniziata tra il 987 –1007 d. C., conquistò l’egemonia del Nord della penisola. La Lega si dissolse a causa di conflitti interni: prima una guerra tra Uxmal e Chichén Itzá (1175-1185 d.C.), poi tra Uxmal e Mayapán (1441-1461 d.C.). Il caos che seguì dopo tale ultima guerra divise la penisola in 17 kuchkabales o, come le chiamarono gli spagnoli, cacicazgos, equivalenti a uno Stato minore indipendente come poteva essere l’Irlanda o la Scozia nel vecchio Continente. Per cacicazgo si intende “terre governate da un cacique“, ovvero il capo di una gerarchia determinata da alleanze guerriere, consolidatesi mediante complessi sistemi di parentela e appartenenza etnica. Da qui il fenomeno del cacicchismo, che influenzò negativamente la storia dell’America Latina e viene anche utilizzato per indicare l’esercizio personalistico del potere in ambito locale. Maya, spagnoli e italiani, una faza, una raza.

La piramide del Adivino: più che una salita. è una scalata [Foto da mayaruins.com]

La piramide del Adivino: più che una salita. è una scalata! [Foto da mayaruins.com]

Uxmal è uno dei più importanti siti archeologici della cultura Maya, insieme a Chichén Itzá e Tikal (in Guatemala): come Palenque, è un magnifico esempio dell’arte Maya nell’elegante stile Puuc. Alla linearità di grandi edifici quadrangolari si contrappongono estesi fregi nel caldo calcare yucateco, decorati da ricchi mosaici di pietra.

In Uxmal, il cui nome significa “ricostruita tre volte”, vi è la famosa Piramide del Adivino, alta la solita trentina di metri, ma con una pendenza tale che l’infarto è certo anche solo a guardarla dal basso!

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Intellivision Flashback console

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Davanti a questa scatola, mi è venuto da esclamare:”Apriti sesamo!”. Oui, je suis BaVAladin!

Se vivessi negli USA,  a ottobre del 2014, aggirandomi per Toys”R”Us mi sarebbe venuto sicuramente un colpo al cuore perché sugli scaffali avrei trovato esposta una scatola con su scritto “Intellivision”.

A guardare bene, non proprio l’Intellivision, ma una console “plug & play” che replica l’Intellivision e diverse decine di giochi, tra cui un buon numero di cassette che ho desiderato e mai avuto, alcuni grandi classici e qualcuna misconosciuta.

La confezione urla “60 built-in games!”, sessanta giochi!  Il tempo di girare il retro dello scatolone e vedere in fila le immagini dei giochi, sebbene in versione francobollo: fuck the presbiopia! Quelle confezioni le riconoscerei anche se miniate dai maestri cesellatori cinesi dei chicchi di riso!

E i cinesi c’entrano. La società produttrice di questo bengodi a oltre 30 anni di distanza, è la cinese AtGames, già nota per avere prodotto diverse versioni di una console replica dell’Atari VCS, del Mega Drive e del Colecovision.

Così, qualche tempo fa, grazie a un importatore inglese, questo baule di ricordi si è materializzato anche sotto la mia TV: è l’Intellivision Flashback.

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Viva il Messico! Ep.#21 – A zonzo per Mérida

Mérida (Foto da web)

Mérida (Foto da web)

 Segue da Ep.#20 –Mérida, llegamos en La Ciudad Blanca

Oggi Mérida è il centro più importante dello Yucatan, ma in passato lo era a un livello molto più ampio grazie al fiorente commercio di derivati dall’agave.

La prima specie di agave fu scoperta da Cristoforo Colombo a Bahama e il viaggiatore inglese John Gilton (1568-72) definì questa pianta come el árbol de las meravillas per i molteplici derivati da essa ottenuti: vino, aceto, miele, zucchero, la bevanda nazionale del pulque e il tlachique, distillati famosi come mescal o tequila e, ancora, canapa, funi, calzature, tegole per i tetti e punteruoli.

Fino alla Prima Guerra Mondiale, l’80% della corde del Mondo era prodotto con il semilavorato che proveniva da Mérida.

La città ha un’identità caratteristica grazie anche al semi-isolamento dello Yucatan dal resto del Messico fino agli anni Sessanta. La forte influenza coloniale ispanica è chiara in un mix di esotica novità di atmosfere mesoamericane e la familiarità di architetture care ai nostri vicini iberici.

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Videogiochi da paura! Advanced Dungeons & Dragons

Advanced Dungeons & Dragons (Intellivision - (c) 1982)

L’immagine è banalmente fantasy, ma di rara potenza evocativa dello spirito di avventura, del pericolo incombente, dell’epicità delle gesta che ci attendono LI’ DENTRO, quella cartuccia di 6 (sei!) Kbyte.

Entro nella prima montagna, faccio i primi cauti passi, sibilo di serpente, quel bastardo rosso si nasconde da qualche parte…mi muovo circospetto, ma ho un’ameba viola che si avvicina e l’ameba non puoi ammazzarla, mi sposto un po’ più avanti, sento uno squittire, un ratto…il dito pronto a fare scoccare la freccia e impalare il roditore un po’ cresciutello, ma pure sempre un topo. Il cunicolo in cui cammino all’improvviso si spalanca in una stanza e c’è il fetente rosso sibilante. Entro nel panico e, il micron dopo, sono cibo per serpenti. Poso il joypad, lo sguardo fisso allo schermo, mi fermo qualche secondo ad ascoltare il “rrrooooar”. Quanto tempo è passato, ma Drago…tu m’ha provocato e io mo’ me te magno!

Il primo videogioco che è riuscito a farmi correre i brividi lungo la schiena e trasmettermi uno stato di angoscia costante è Advanced Dungeons & Dragons per Intellivision.

Nulla è paragonabile al respiro del drago nascosto lì, da qualche parte, oltre la fine di quella galleria che si rivela via via che la percorri. Al livello più alto di difficoltà, il drago alato, che custodisce una metà della Corona dei Re, riesce a vaporizzare lo sprite del tuo arciere in un paio di secondi dal momento in cui appare sullo schermo. L’obiettivo finale di tutta l’avventura è ottenere le due metà della Corona dei Re. L’altra metà di cotanto agognato tesoro non è andata perduta nel corso dei secoli: esiste. Ciò significa che i draghi alati sono: due.

Draghi in Advanced Dungeons & Dragons (c) 1982 per Intellivision

Draghi in Advanced Dungeons & Dragons (c) 1982 per Intellivision

“Due secondi” è un’aspettativa di vita piuttosto verosimile quando un uomo incontra un drago, cioè un’antichissima creatura, talmente antica da credere sia stata inventata solo per fare paura ai bambini e, invece, te la ritrovi davanti all’improvviso, nel salone o nella cameretta di casa tua, orribile vista, tutta ricoperta di dure scaglie, irta di zanne e, se ciò non bastasse, a volte vola e spesso sputa-fuoco.Tanta brutalità, oltre a essere un espediente per aumentare la longevità del gioco, può essere letta come punizione dell’arroganza di credersi “il più forte” e come avvertimento che affrontare una situazione con superficialità non funziona; la difficoltà può essere frustrante, ma non se costringe a imparare dall’errore, un “errore fertile” perché stimola a trovare la soluzione, a superare l’impasse. Questa ritrovata consapevolezza di essere vulnerabili, è forza propulsiva, rende pronti ad affrontare i nostri limiti e a superarli. Non è la vita reale, chiaro, ma possiamo considerarla una piccola metafora della vita reale.

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Viva il Messico! Ep.#20 – Mérida, llegamos en La Ciudad Blanca

Un tucano a Merida [Foto di RedBavon]

Un tucano a Merida [Foto di RedBavon]

 Segue da Ep.#19 – Mexico souvenì(r)

8° dia: Mérida, La Ciudad Blanca

Mérida è la città più grande dello Yucatán, moderna, ricca di musei e arte, ristoranti e negozi, tuttavia fiera testimone dell’eredità dell’antica città di T’Hó, anch’essa centro delle attività maya della regione. I conquistadores di Francisco de Montejo, “el Mozo”, vi giunsero quando ormai la città era abbandonata e abitata da un migliaio di indigeni. Nel 1542 Montejo fondò la città di Mérida sulle rovine di T’Hó: le pietre delle sue cinque piramidi furono utilizzate per la costruzione di vari edifici e della cattedrale, La Catedral de San Ildefonso, che è perciò la più antica dell’intero continente.

Mérida è nota anche come “La Ciudad Blanca”. Tale soprannome deriva, secondo la ricerca dello storico Michel Antochiw Kolpa, non per la calce bianca, derivata dalla pietra calcarea abbondante nella regione e utilizzata per dipingere le pareti e le facciate degli edifici, dal periodo coloniale fino a buona parte del XX secolo, né per quanto sostengono con fierezza gli abitanti sulla proverbiale pulizia della città, ma per un fatto risalente alla sua fondazione: il fondatore Francisco de Montejo, così come i suoi successori, erano consapevoli che non sarebbero riusciti a piegare la forte resistenza indigena e per motivi di sicurezza vollero fare di Mérida una città fortificata e “bianca” cioè solo “per i bianchi”, etnicamente pura, isolata e protetta entro lo spazio urbano creato sulle rovine dell’antica città maya.

L’arrivo a Mérida nel tardo pomeriggio dopo la visita a Chichén Itzà è caratterizzato dalla tipica accoglienza di una città metropolitana…

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