Zer0

Nan Goldin: “Bruce in the Smoke” (1995, Solfatara di Pozzuoli, Napoli)

C’era una volta un ragazzo. A dire il vero c’era una volta e c’è anc-ora ora questo ragazzo, ma è creanza che quando si voglia raccontare una storia, ci si riferisca sempre al passato perché così appare più importante, dà un tocco di lontananza e di esotico, aggiunge un pizzico di magia e mistero. E diciamocelo pure tra noi due: se uno s’inventa le cose nel passato, è più difficile che scoprano che non dice il vero.

C’era questa volta – la storia inizia per davvero – un ragazzo: il suo nome era Zero.

Zero era un ragazzo…normale. Zero era gradevole alla vista, non un fustaccio, ma normalmente gradevole. Gradevole nei modi, gentile direbbero i più, ma in verità non era gentile, solo dimostrava affetto quando lo sentiva e non trattava affatto con chi non gli piaceva. Zero non aveva grilli per la testa (nemmeno i pidocchi), non aveva particolari ambizioni, non voleva diventare top-qualcosa, avere sotto-qualcuno, voleva vivere normalmente bene. Non si sa come ci fossero riusciti, ma il papà e la mamma gli avevano dato un nome che poi gli sarebbe calzato a pennello, neanche il nome gli fosse stato cucito addosso come un bel vestito da un bravo sarto. Un sarto speciale, un sarto di anime.

Zero diceva cose normali, faceva cose normali, ma era il paese in cui viveva che era anormale. Un giorno, non un giorno qualsiasi ma IL giorno in cui la storia prende una piega che allora vale la pena di raccontare, Zero, appena uscito da casa con un biscotto in bocca (il suo solito modo di fare la colazione), decide che è ora di cambiare. E’ stanco, i dottori direbbero che è “stressato”, ma la verità è che è una bella giornata di sole e non capisce perché deve andare a rinchiudersi in un posto di vetro, cemento e acciaio con la luce artificiale, ottenuta bruciando petrolio, che inquina e rende irrespirabile l’aria e causa anche tante guerre. C’è il sole, la sua luce la regala. “E’ gratis” di solito è una parola magica nel paese di Zero, ma nel caso del sole, non funziona. Il paese di Zero è proprio anormale. Zero vuole trovare un paese normale. Rientra a casa, prende dall’armadio una t-shirt, un paio di jeans, i Ray-ban, l’I-pod… …ma non c’è qualcosa con un nome normale?!?…Ah ecco! un paio di scarpe nuovenuove, con cui potrà fare tanta strada, tutta la strada necessaria per arrivare a destinazione. Con le sue scarpe nuovenuove e un sorriso stampigliato sulla bocca, Zero esce di casa.

A questo punto, potrei tenervi incollati a questo foglio con il racconto delle peripezie occorse a Zero durante il viaggio, ma Zero è uno normale e quindi non gli succede niente di particolare. Sì d’accordo, potrei renderlo comunque particolare se fossi un cantastorie bravo, ma non lo sono e quindi otterrei solo l’effetto di allungare il brodo, proprio come sto facendo adesso.

Zero giunge alla fine di questa storia in un paese. Un paese che, un paio di volte prima di quando è iniziata la storia di Zero, era bellissimo. Verde, riscaldato dal sole, con monti, spiagge, acque e pianure lussureggianti. Vi viveva un popolo che si governava da sé senza bisogno di re, presidenti, boss o top-qualcosa, un popolo che non stava sotto-qualcuno. La vita si svolgeva normale: tutti fuori all’aria aperta, al sole. Perfetto per Zero. Ma la perfezione non esiste (Zero, che è normale, lo sa e perciò nemmeno la pretende): questo popolo si alza presto la mattina. Zero la mattina non ce la fa proprio, ha i riflessi lenti, è l’anello di congiunzione cui non pensava nemmeno Darwin: l’anello di congiunzione tra l’uomo e il bradipo.

All’arrivo di Zero però – e ti pareva che potesse finire così la storia con un “e visse normale e contento”?! – le cose erano cambiate. Il sole era nascosto dietro delle nuvole grigie, il popolo era chiuso in casa a guardare la televisione, quelli che erano per strada – saranno stati un centinaio in tutto il paese – non facevano che urlare, gridare, sbraitare, anche per la più piccola delle sciocchezze (ma stavano zitti per quelle importanti). Praticamente identico al paese da dove veniva Zero.

Zero non ci poteva credere, passato l’attimo d’incredulità e meraviglia (è una storia se non ci fossero, che storia sarebbe?), comiciò subito a cercare una soluzione al problema: 2+5+19+80-(16+3+19+68) = …

Zero provò una sensazione bellissima, unica: farfalle nella pancia, quello sbattere di alucce che provoca disagio e piacere insieme, ma come una droga ne vuoi sempre di più; idee normali come quelle di sempre, ma che d’improvviso diventavano brillanti come il sole non mai; il cuore (s)batteva contro il petto come le onde del mare in tempesta contro la nave di Ulisse, preda dell’ira di Nettuno. Ma come Ulisse: libero.

Zero era libero…provate a disegnare il numero zer0…

…un segno ellittico che chiude tutto in sé ed esclude il resto intorno.

Non un segno di libertà, una prigione piuttosto.

Zero era libero, in cima al mondo (un freddo cane, brrrrr), con un bel problema da risolvere, ma solo lui poteva risolverlo, come quando interrogato alla lavagna. Ringraziando al Cielo, nessun “aiutino dal pubblico”.

Zero era libero. Il popolo di quel paese, no.

Tralascio le formule, i teoremi e corollari da applicare, i passaggi, i calcoli fatti e rifatti, i conti che non tornano, la radice di “i” che non c’è, la “x” che come incognita in una storia ci sta bene perché fa mistero, qualke “K” costante, moltiplicando per phi e chi, aspettandoci che ricada (prima o poi) nell’intorno di epsilon, considerato che si passa sempre da quel dannato angolo di 45 gradi che mi ha rovinato pomeriggi interi invece di andare a giocare al sole, salto tutto e – hop! – arrivo subito alla soluzione (giuro che non ho copiato!): staccare l’energia artificiale che alimenta la televisione.

E’ facile, anche uno come Zero può riuscirci.

Eccola lì la spina generale!

Zero si avvicina, si china (le spine sono sempre vicino al pavimento), afferra saldamente la spina, oppone resistenza, sembra che se ne venga via tutto il paese, resiste un altro po’, ma ecco…ECCO cede, cedeST’LAC!

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9 responses to “Zer0

  • Arale

    Incappata per caso (o caos…la voglia di lavorare oggi non vuole proprio violentarmi…) nel tuo blog. Piacevolmente sorpresa di essermi appassionata al tuo scrivere, tra una boccata di sigaretta e l’altra.🙂

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    • redbavon

      Eh sì, devi esserti imbattuta in Caso e Caos..si aggirano spesso da queste parti, sciamano festanti e chiassosi questi due fratellini litigiosetti, ma – t’assicuro – non possono fare a meno l’uno dell’altro. Hai presente “Toccami Ciccio”…”Mammaaaa!Ciccio mi tocca”? Ma, per il buon nome di questa umile casa, hai incontrato anche Serendipity, sorella di quelle due “pesti”, ma quant’è bella…E’ così bella! Quando involontariamente m’imbatto in lei, mi sorride e mi fa scoprire cose che non stavo cercando, felici sorprese.
      Benvenuta Arale! Diamine con questo nome, mi fai venire su un sorriso beota stampigliato sulle labbra. Davvero. Beota, davvero.
      Devo confessarti però che io…pssst……amo Lamù. Non ti offendere eh? Grazie.
      (bav)Ataru.

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  • Arale

    Nessuna offesa. Purtroppo o per fortuna il nick non l’ho scelto, mi è piombato addosso vista una peculiare somiglianza…magari fossi somigliata a Lamù🙂

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    • redbavon

      Come ti capisco! Io che di cognome faccio “Bava”! Puoi facilmente immaginare quanti e quali scivolosi – per essere edulcorati – soprannomi et infamanti nomignoli mi siano stati affibbiati…Aaaah cara Arale, sient’a mme, t’è andata di lusso..:)
      Sei la benvenuta due volte!

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