Ricordi di salsedine al suono di Juke box.

relax-tropiciRicordi di salsedine, sabbia sotto i piedi, caldo, primo pomeriggio dopo l’ora del pranzo, capitava ogni tanto che i tuoi genitori – per potere fare un pò  di meritata siesta – ti dessero 500 lire e il permesso di allontanarti – “ma non troppo” – per andare al bar del vicino stabilimento balneare.

Se i tuoi piedi sopravvivevano alla sabbia a temperature vicine alla vetrificazione e, solo leggermente più basse, delle assi in legno della zona cabine, potevi accedere al bar, luogo finalmente riparato dal cocente sole, e dilapidare quel piccolo patrimonio nei seguenti effimeri modi:

1) il ghiacciolo, il più colorato possibile, con coloranti del tipo E-<numero a partire dal centinaio a salire>. Il gusto Coca-Cola mi fregava puntualmente: dal colore marroncino slavato, dal gusto altrettanto scialbo. Ma la Coca-Cola – “che fa male” – era contingentata solo alle “feste” e questo era un modo per procurarsene una dose extra.

ghiaccoli

2) il biliardino. Gioco dal potere magnetico. Dove c’è un biliardino, c’è casino. Impossibile resistere al fascino di questo gioco, nonostante non avessimo raggiunto ancora l’altezza adatta a manovrare con efficacia le “stecche” e, contemporaneamente, vedere dove andasse la pallina: come naturali prolungamenti dei nostri poco svuluppati arti inferiori utilizzavamo sgabelli e quelle sedie da bar anni ’60 in metallo e plastica colorata intrecciata. Almeno fino a che il gestore del bar ci beccava in piedi su quei capolavori di sedie, che oggi vedo spacciati per “vintage” e “modernariato”. Erano brutte. Punto.

biliardino anni 70

3) il flipper. All’epoca, assurto a nemico pubblico – come oggi i videogiochi – corruttore dei giovani che sperperavano tempo e denaro con queste “moderne macchinette” mangiasoldi, per lo più presenti in locali di dubbia fama come bar e sale-giuochi. Mi è ancora difficile capire perché nella nostra Italia il giuoco – nelle sue forme più innocue – sia sempre stato visto come moralmente esecrabile: non siamo stati toccati dal protestantesimo e dalla sua etica del lavoro in cui l’ozio rovina il corpo e la vita dell’uomo; siamo famosi nel mondo per il cibo e il vino, a noi ce piace de magna’ e beve, nun ce piace de lavora’. Osteee! Portace n’artro litro…

Tuttavia, il “giuoco del flipper” era tra gli apparecchi ritenuti gioco d’azzardo e perciò presente nella “Tabella dei Giochi Proibiti” esposta per legge dal 1966 nei locali pubblici. Il solo fatto che si potesse vincere una o piu’ partite o palline gratuite era considerato gioco d’azzardo. Per l’Italia, perciò furono costruiti appositi flipper “a norma di legge” per cui la pallina extra veniva rilanciata automaticamente in gioco. Tanta preoccupazione dei “grandi” non risolveva però il principale problema di noi “piccoli”: l’altezza. Anche in questo caso, si ricorreva a trespoli di fortuna per supplire alla mancanza di centimetri pur di arrivare a sbirciare quello psichedelico mondo sottovetro. Ci mancava però quella “forza” da imprimere sapientemente ai lati del flipper, unico modo per controllare la pallina, nota come tecnica del “tilting”. Le partite a flipper perciò risultavano divertenti, ma con un insoddisfacente ROI (Return On Investment)  ovvero capitale investito/durata del divertimento: il tempo di lanciare la pallina, tre-quattro-cinque rimbalzi secondo la legge fisica della “pallina magica”, angolazioni impossibili da prevedere, velocità e – ancora più – accelerazioni improvvise con il tipico risultato di imprimere alla pallina una traiettoria che centrava la metà esatta della distanza tra le due alette estese e con un tempismo tale da mettere fuori gioco l’una e l’altra anche se fatte scattare in rapida successione. Pallina persa. Ancora oggi penso che la pallina del flipper sia il primo esempio di Intelligenza Artificiale e pure piuttosto permalosa.

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4) la microguida. Quel “cassone” munito di volante e due pedali attraverso i quali il giocatore “manovra” la pallina che scorre lungo un piano orizzontale su cui e’ disegnato un percorso costellato da 50 buche.  Scopo alquanto bizzarro: evitare di cadere in una delle 49 insidiosissime buche e fare cadere la pallina nell’ultima. Metafora che la strada di ognuno è irta di insidie da evitare, comunque per quanto tu ti sbatta e dia da fare,  finisce per tutti…Il sapore dei giochi di una volta, eh?

microguida

5) il juke-box. Possiamo affermare, senza tema alcuna, che il juke-box o, secondo la comune pronuncia, “giubbòcs” fosse l’assoluto “must have” di bar e locali pubblici, malfamati e non. Come la morte nella stupenda poesia di Totò, “A livella”,  il juke-box fungeva da “livella” delle differenze sociali: trovavi il juke-box dappertutto, vi si avvicinava qualsiasi tipo di persona, una moneta e la propria canzone preferita andava mentre si sorbiva un aperiivo, un caffè, un gelato con gli amici seduti al tavolino. Qualcuno l’ha anche usata per darsi coraggio e attaccare bottone con una ragazza.

Juke box e Fonzie

Per questi motivi i creatori del juke-box dovrebbero ricevere un premio Nobel, nonostante nell’estate del 1977, alla tenera età di 9 anni sia andato vicino al primo e unico atto violento e vandalico della mia vita: sembrava che l’unica canzone che fosse presente nel juke-box del bar dello stabilimento balneare in cui sperperavo quelle 500 lire fosse “Tiamoti” noto come “Ti amo” di Umberto Tozzi. A quella farfalla che muore sbattendo le ali avrei accorciato la sofferenza con una salva di AK-47 Kalashnikov e, aperto come una scatola di sardine il juke-box, ne avrei tratto quel disco in vinile e utilizzato come piattello al tiro di carabina. Puuuul!!! Bang! Centro.

In quegli anni abbiamo trascorso le più belle estati cui un bambino potesse  aspirare: tre mesi di mare incontaminato con i cuginetti coetanei, Dario e Carlo (e la cagnolina Lola). Nell’estate 1977, Dario aveva 8 anni e un debole per questa canzone dai temi adulti e che dubito potesse veramente venire in mente a un adulto di spiegarcene il significato. Tuttavia, il motivo, fottutamente orecchiabile, rese “tiamoti” una “hit” internazionale e, anche, la colonna sonora delle nostri passeggiate casa-mare e ritorno. Mio cugino Dario, all’epoca, non aveva una spiccata disposizione musicale: riusciva a storpiare quasi ogni nota, la nemesi dell’ “orecchio assoluto”, il pentagramma trasformato nel pentacolo di satanico significato. Il juke-box al bar della “Caravella”, unico stabilimento nel raggio di kilometri (ahimè all’epoca), mandava ad libitum questa canzone di Tozzi. Mi spiazzava “Tomorrow”, mi lasciava perplesso e pieno di domande senza risposta la voce della cantante, Amanda Lear. Mi piaceva “Don’t let me be misunderstood” dei Santa Esmeralda con il suo ritmo esotico e di parole sconosciute. Ebbi regalato il vinile dei Santa Esmeralda con la sua cover spettacolare:

Retro e fronte dell'album dei Santa Esmeralda.

Retro e fronte dell’album dei Santa Esmeralda.

in preda a fuori-tempo-limite “pulizie di primavera” nel blog, catalogando, taggando l’archivio, cercando una forma più usabile di contenuti già parecchio in-usabili per il lettore di passaggio, all’improvviso sono stato rapito da un suono lontano di un juke-box di sottofondo in un caldissimo pomeriggio estivo. Ne è venuto fuori un nuovo Menu “Juke-box” che avrà come landing page questo post e in cui troveranno post-o le mie usuali e-sternazioni su libri, musica e film.

Per il modico prezzo di 100 lire (ADSL o fibra, la dovete pagare voi), mi impegno a farvi sentire – come canta Edoardo Bennato – un’altra musica, una nuova canzone, tutta la notte a suonare, non mi farò pregare. Non mi tirerò indietro se metterete altre cento lire, tutta la notte vi farò ballare, vi dirò di cosa parla la prossima canzone, senza misteri. Tirate fuori 100 lire e sarò come un juke-box. Enjoy!

Onda sonora consigliata: Sei come un juke box di Edoardo Bennato.

Testo di Sei come un juke box di Edoardo Bennato.

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