A El BaVón Rojo Zeus racconta la sua storia

La bettola ha riaperto e inizia a tornare la gentile clientela, nonostante “c’èCCrisiC’èCCrisi”…tanto da queste parti non ce ne siamo mai accorti perché le vacche qui sono sempre state così magre da potere sfilare sulle passerelle milanesi dell’Alta Moda. Ritorna Zeus e ci racconta la sua storia. 

Autore: Zeus

La storia di Zeus

C’è un’aria stanca questa sera in taverna. La musica scuote l’aria, come una massaia picchia il tappeto come se avesse un conto personale con quelle fibre di tessuto, e c’è il classico orizzonte bluastro ad accogliermi, ma non è lo stesso posto di sempre.
O sono io che sono cambiato.
Quanto tempo è passato? – me lo chiedo tirandomi via il berretto da baseball. Un tempo era nero come la pece, adesso il sole l’ha fatto sfumare verso il viola scuro; ma esito ancora a buttarlo.
Ha qualcosa da raccontare.

Con gli occhiali da sole calati sugli occhi, l’atmosfera assomiglia a uno speakeasy degli anni ’20. Anche se l’atmosfera della taverna è estranea al concetto di vita americano.
Quando piego la testa in avanti, per scrutare da sopra la stanghetta degli occhiali, la barba mi gratta il collo. Ogni tanto mi dico che dovrei tagliarmela e rendermi presentabile al pubblico, ma sono anni che ho questi peli sulla faccia e li sento miei; un po’ come la polvere sugli stivali e i muscoli indolenziti dopo le ore di guida, anch’essi fanno parte del personaggio.
Non c’è più nessun hermano? – sì, chiamavo così i compagni di bevute. Hermano. Fratello.
Getto il mozzicone della sigaretta a terra e lo schiaccio con il piede. La suola produce un rumore graffiante mentre spiaccica carta e tabacco.
So già che Narciso e l’Oste mi faranno un culo tanto per questo, ma ormai è fatta.
Qua a El BaVon Rojo si respira l’aria del luogo indefinito.
Non è America e non è Messico.
Non siamo da nessuna parte, eppure s’incontrano tutti.
Ci sono facce nuove, forse sono in anticipo – mi dico.
O in ritardo.
Sono stato via tanto tempo.
Perché la mia anima è invecchiata, colpita e sfregiata da quello che ho visto.
Questo è il motivo per cui bevo. O così mi dico quando le pinte diventano più delle dita della mano.
Un goccio ancora, per dimenticare – mi dico.
Un timbro affusolato come un proiettile mi scuote dai miei pensieri. Scuoti l’albero e vengono giù le nocciole, così si diceva un tempo.
– Hermano Zeus. Come va? Sei ritornato vedo! –
Alla fine mi tolgo gli occhiali da sole, tanto non vedevo granché. Li soppeso in mano, sono un bel paio di Ray Ban così taroccati da essere quasi credibili, e li appendo al collo della maglietta.
– Paco, mi hermano. Come stai? – gli stringo la mano, ma poi gli do un abbraccio. Sono mesi che non lo vedo. Precisamente da quando… non finisco il pensiero e lo getto dietro le spalle, sentendolo cadere goffo sul pavimento. Non lo degno di un secondo sguardo.
In quel luogo, in quel tempo, non voglio tornarci. Le ferite sono ancora fresche.
– Todo bien, amico mio. Todo bien. Che si dice? – mentre lo dice, si allontana e va dietro al bancone. Mi guarda e batte il palmo aperto sulla spina. Gli faccio un cenno d’assenso.
Oggi è giornata di birra. Il grog non lo reggerei.
– Sono appena rientrato. Come sempre non riesco a venire qua quando c’è l’Oste o Narciso. Quel maledetto mi deve un sacco di soldi. L’ho spennato a carte e sta facendo orecchie da mercante –
Le dita delle mani, intanto, frugano all’interno del pacchetto di tabacco El Pueblo e ne tirano fuori una manciata scura, odorosa e ancora umida al tatto. Con movimenti lenti lo metto al centro e poi lo faccio diventare una striscia grossa che sarà abbracciata dalla cartina trasparente. Alzo quella che diventerà la sigaretta e incomincio a rollarla fra indice e pollice. Un movimento lento fino a compattare il tabacco.
Avvicino la cartina alla bocca, un colpo di lingua sulla striscia collosa e poi sigillo quei pochi centimetri di morte 100% fatti a mano. 
Faccio schioccare lo Zippo e mentre la fiamma vivace mi scalda il viso e accende la brace, Paco si avvicina con la birra. Piccoli rivoli di condensa scivolano lungo il corpo sinuoso, da donna, della pinta fredda.

Paco si siede e tira fuori un sigaro enorme, lungo come l’avambraccio di un bambino.
– Ancora con quei razzi, Paco? gli sorrido mentre sento il baffo di birra rinfrescarmi il labbro superiore.
– Che ci vuoi fare, hermano, ognuno ha i suoi piccoli vizi. Ed io, amico mio, adoro questi sigari – Lo toglie dalla bocca, ricordandomi un Hannibal Smith in salsa messicana, e ci soffia sopra una nuvola di fumo speziato – Ma posso fumarli qua solo quando non c’è l’Oste… per finirlo ci metto una vita e mezzo -. 
Dopo i convenevoli, bisogna passare al piatto principale. Lo so io. Lo sa anche lui.
– Hai un lavoro per me? glielo chiedo, giusto per nominare l’elefante nella stanza.
– Che cosa vuoi, è un brutto momento – le ultime parole, Paco, se le mangia insieme con un paio di noccioline americane – però ho qualcosa da proporti e penso ti piacerà.
Il bastardo ha scatenato la mia curiosità. Lo sa lui. Lo so io. 
– Paco, mi hermano…
– Ok, Zeus… tranquilo… bromas! Non la tiro alla lunga, giuro. Solo che non ti piacerà, perché ti toccherà sporcarti il vestito buono della domenica.
– Hombre, cosa mi chiedi di fare?
Alzo la mano nell’aria calda del locale e la faccio danzare per la cameriera. Prima indice e medio che si alzano impettiti e fieri, poi si dividono e rimangono tesi fino al naturale movimento di ritorno. A quel punto si riuniscono e si gettano verso il basso, come tuffatori professionisti. In quella posizione, a collo di cigno, incominciano a dondolare indicando prima Paco poi il sottoscritto.
La cameriera annuisce e ci porta una birra e un whisky a testa.
Bevo il whisky e guardo Paco, ma lui sta zitto.
Bevo la birra e aspetto. Il bastardo sa il fatto suo quando c’è di mezzo il teatro.
– L’idea è molto semplice e c’è da farci un bel po’ di denaro – il mio amico si avvicina sporgendosi sul tavolo, la voce bassa – Dobbiamo recuperare Il Libro dei Morti… –
L’aria mi si nasconde nei polmoni e non accenna a uscirmi dalla bocca. Boccheggio come una carpa sul selciato. Mastico la parola, facendomela scivolare sulle sinapsi e me la riporto in bocca per assaporarla meglio.
Il Libro dei Morti. Cazzo.
– Paco, non vedono quel fottuto libro da anni… 
– Lo so amigo. Lo dicevano tutti; la città lo sussurrava nelle notti scure. Il Libro dei Morti è di nuovo in circolazione. Cazzo se lo è. Posso giurarti che la soffiata è vera, juro amigo. Paco si mette la mano sul cuore e l’altra è levata verso il cielo, indice e medio dritti verso il soffitto.
– Cazzo, Paco. Sarebbe perfetto. Sai cosa darei per metterci le mani sopra. Scommetto, però, che ha la fregatura nascosta nel prezzo, vero? 
– Non lo nego. Da quanto ho sentito per arrivarci bisogna farsi un bel viaggetto… 
– Esotico? 
Ride. Un suono catarroso prodotto dalla Montecristo Spa.
Mi gratto la barba, sento le unghie sfregare sui peli e sulla pelle secca scrocchiando.
Intanto è partita la band locale e così El BaVon Rojo ritorna caotico e vitale, un organismo vivente. La band viaggia alla grande e sputa fuori classici dei Santana e poi qualcosa di più recente. Riconosco solo i Tito & Tarantula e quella grande canzone di After Dark.
Non riesco più ad ascoltare quel pezzo senza immaginarmi Salma Hayek che danza sensuale sul tavolo del Titty Twister.
– Il Libro dei Morti…
Lo sussurro più per me che per Paco che mi sta guardando divertito. Sa di avermi preso all’amo. Sa quanto voglio trovare quel libro e quanto significa per me, perciò ogni parola oltre a quelle che ha detto sarebbero ininfluenti.
Tiro fuori l’astuccio con il tabacco e rollo una nuova sigaretta. La accendo sentendo il brivido leggero della nicotina che entra in circolo. La schiaccio nel posacenere. Poi ne creo un’altra e la riaccendo sbuffando come un treno. Uno sbuffo di fumo azzurrognolo va a trovare i suoi parenti dispersi nell’aria. Mastico aria e penso, finché non sento che è il momento giusto.
Solo allora metto i gomiti sul tavolo, sentendo le sottili nervature del legno e le scritte fatte dagli avventori meno disciplinati, e mi unisco le mani davanti al volto.
La sigaretta mi brucia lenta davanti agli occhi.
– Ok, hermano. Quando partiamo? 

Quanto tempo è passato? – me lo chiedo tirandomi via il berretto da baseball. Un tempo era nero come la pece, adesso il sole l’ha fatto sfumare verso il viola scuro; ma esito ancora a buttarlo.
Mi ricorda qualcosa.
Scuoto la testa e mi tiro via dagli occhi l’immagine del sottoscritto e di Paco seduti al tavolino, il suo sigaro e le birre fredde di fronte a noi. Le risate. La band che suona i pezzi dei Santana – Oye Cómo Va?
La band c’è ancora, solo che al posto del suono caldo e sensuale di Carlos sta eseguendo un qualche brano acustico malinconico. Non proprio benzina per il party ma El BaVon Rojo non è un posto come gli altri. Per questo io vengo qua.
Mi avvicino al bancone, la gamba mi fa ancora male da quel viaggio con Paco. Mi son rotto i legamenti e ancora zoppico leggermente. Mi è andata anche bene, il mio amigol’hermano con el cigarro, non è tornato insieme a me. L’ho lasciato in qualche buco fetido dell’entroterra messicano mentre stavamo scappando da un’orda di guerrilleros decisi a usarci come tiro al bersaglio. Paco era più carico di me, gli avevo detto che doveva lasciare andare quello zaino… ma dentro c’era il frutto di anni di ricerche e non voleva lasciarlo.
L’ha portato con sé nella tomba, mentre io ruzzolavo giù per un pendio, mi rompevo un ginocchio ma vedevo l’alba del giorno dopo.
Se solo l’avessi portato io, Paco, mi hermano. 
Al bancone c’è l’Oste che mi saluta con un gesto della testa. Deve avermi sentito mugugnare, sa tutta la storia. L’ho raccontata da sobrio e l’ho ripetuta, ingigantita, da ubriaco. Quelle storie malinconiche che solo gli ubriachi riescono a raccontare L’Oste è come il prete e il barbiere, il miglior confidente. Inoltre ti vende la birra. Cosa che gli altri due figuri non fanno.
Capite perché scelgo sempre la taverna? 
Appena appoggio le braccia sul bancone, mi arriva una pinta fredda, colma fino all’orlo del liquido dorato e sormontato da quel cappello papale di schiuma bianca. Mi arriva alle narici il profumo intenso della birra e lo inspiro voracemente prima di alzare il bicchiere e berne una generosa sorsata.
Mi viene in mente un detto degli irlandesi? La prima pinta la devi bere in tre sorsi. Sláinte.
Io seguo il dettame dei celti, anche se forse loro parlavano della Guinness.
Io, invece, sono in compagnia di una bionda e dei miei demoni.
Mi stordisco finché non sento più niente. Finché anche i demoni sono troppo ubriachi perché ululino nelle orecchie e mi lasciano in pace per qualche ora.
Le migliori ore della mia vita.

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