STORyETTA, storia di una sigaretta

ClaFumoSguardo fisso. Nel vuoto. Fuori, davanti agli occhi c’è sicuramente qualcosa-qualcuno, ma comunque lo sguardo finisce nel vuoto. Sono io, guardo nel vuoto. Non ci trovo nulla. Ovviamente. Allora, rivolgo lo sguardo in direzione opposta: dentro. Sussulta. Smotta. Mi rapisce questa turbolenza e, il battito di pensiero dopo, sono in un non-luogo. Sono lì fisicamente, ma non lì con tutto il resto. Davanti, fuori, lascio solo l’involucro: per inerzia delle sinapsi continua a sembrare vivo, in movimento. Dentro, invece è tutto immobile: concentrato su un pensiero solo, un momento breve, un po’ più lungo delle sillabe che compongono il tuo nome, ma sembra non avere mai fine, perché il tempo non c’è più. Sei in un non-luogo. Sei. Sei Tu.

Il suono del tuo nome evoca le tue forme e si espande fino a riempire ogni affratto di questo involucro, comprime il cuore, contorce le viscere, annichilisce il cervello l’attimo stesso in cui tenti, puerilmente, di opporvi la ragione e la logica. Sono stanco, ogni opposizione aumenta il dolore, mi lascio andare al tuo nome. Esonda. Sbatte come un’onda e sento strapparmi via l’anima come la risacca strappa via l’onda dalla terra.

Segue la calma. Un attimo prima che la risacca venga sopraffatta da una nuova ondata di te.

“Avvolgi indietro” alla massima velocità, ritorno sull’ultima eco dell’ultima sillaba del tuo nome. Avrà occupato due secondi-tre del nostro tempo; dentro sembra essere trascorsa un’eternità.

Stasera, dopo cena (quale cena?), arrivato tardi. Rumori in lontananza, un rumore audio-video, televisione, radio, stereo, i vicini, quelli lontani (ma rumorosi), le auto che passano qui sotto, la strada intasata di traffico, le auto che cercano di passare qui sotto. Insofferenza. Mi accorgo che sto continuando a guardare nel vuoto. Vedo vuoto. Mi prendo una Marlboro, rovisto nelle tasche, ne ho due, ma sembra siano un centinaio di più, l’accendino salta fuori e io con lui. Un passo nel terrazzo. Una brezza leggera m’investe per frazioni di attimi e mi dà un senso di rinfrancamento, come quando apro la finestra appena sveglio per “fare entrare l’aria”, fresca del mattino.

Accendo la sigaretta, sbuffo fuori la prima voluta di fumo, liberatoria. Il pensiero vaga. Proprio come il fumo della sigaretta, lì davanti a me. Ho in mano un telefono, cosa ci faccio con questo telefono? Poi vedo il mio dito fermo sulla prima lettera del tuo nome e ne afferro il motivo…e afferro il telefono. Altra boccata di fumo. Il pensiero si attorciglia. La mano si contorce nella presa. Proprio come il fumo della sigaretta, lì davanti a me. Formulo a me stesso una domanda un po’ vigliacca. E’ da codardi avere il timore di formulare le tue iniziali sulla rubrica del telefono? No, non c’entra il coraggio, la fede, la paura, la sicurezza, la determinatezza, la verità è che non è mimimamente sostenibile il rischio che tu possa non rispondere. E so che i bookmaker mi danno 100 a 1. Devo smettere di giocare. Brutto vizio. Dicono. Per me, una distrazione.

Una moltitudine di ulteriori domande assale questa mia anima già in stato di precarietà “ma se ti disturbo?” “ma se stai ancora a cena?”, abbattendo tutto via via che diventa pericolante, “ma se è uscita con un altr..?” scricchiola tutto con un rumore sinistro che preannuncia le macerie.

Altra, profonda, boccata di fumo. Mi decido a chiamare. Rinuncio. Decido con fermezza di nuovo. Rinuncio con altrettanta risolutezza. Mi assale e travolge la voglia di chiamarti, di vederti. Così vicino, così lontana. Così vicino io ti sento, così lontana tu sei. Lontana, lontano una vita, quanto il tempo della morte dovrebbe essere lontano dalla nascita nella vita di chi ti è di più caro. Almeno credi, almeno speri. Mi assale, s’impossessa di me L’esigenza di dirti tutte queste cose, di provare a farti sentire cosa sento perché se tu sentissi cosa e come io sento, sono sicuro che capiresti come è bello, come sei bella! Le boccate di fumo si fanno più serrate. Ma è Lei che non vuole sapere cosa senti. Ha detto “basta!”.

“Basta” e potrebbero bastare anche qui queste mie parole, finire, se non fosse lo sguardo di quegli occhi, quelle fredde parole in un freddo pomeriggio, quelle rose bianche tenute sciattamente a testa in giù con il fiocco a toccare terra, il freddo fuori, dentro. Un caffè caldo. E poi via. Non ho nemmeno visto le tue spalle girarsi, te ne stai andando, svanisci come inghiottita dalla folla. Quando sei vicina a me, è invece la folla a svanire, il resto del mondo – per quanto grande – diventa solo un…resto. Un ultimo stupido, puerile, disperato, innamorato tentativo di trattenerti un attimo di più: “mi fai accendere?”. Tu mi fai accendere.

Mentre te ne andavi per sempre, sono restato lì, fermo, in mezzo alla strada, consumandomi insieme alla sigaretta.

“Ma Bella così come sei Non mi sembrava che, tra tanta gente, tu ti accorgessi di me”

Un sogno.

E come tutti i sogni, quando riapri gli occhi svaniscono. Svaniscono proprio come il fumo di questa sigaretta che è fi…ni…ta.

Il fumo nuoce gravemente alla salute, ma a volte è la sola compagnia che sopporti.

–> Vai alla seconda Storyetta “EUFumORIA”


8 responses to “STORyETTA, storia di una sigaretta

  • zuppetta!

    Felice e onorata di essere stata la prima a leggerla e commentarla! BBBRAvo!

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  • la melanconica TT

    è tutto vero…stramaledettamente vero!!! roba da farfalle nello stomaco…….!!!! :))) Chissà quando si riapriranno i miei occhi…….. Bello Bello mi piace questo genere…sei sempre il solito gruossssssss😉

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    • redbavon

      Colpito e affondato! Farfalle nello stomaco…bella e stramaledettamente struggente sensazione. beh se ti piace questo genere e visto che sono dannatamente fanatico in questa quarantina&passa d’anni, quasi quasi metto giù una serie intera tipo Harmony!
      A parte le battute, grazie TT!!! Come ripeto spesso: “E’ una vita di stenti”, ma queste sono soddisfaZZZZioni. eMmmò so’ GRUOSS’ O’ VERAMENTE!!! Tuuu muuuuch GRUOSS!!!;)

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  • cinzia

    non ce l’ho fatta ad aspettare……

    mamma mia….. ti prende dentro e ogni parola che entra nella mia mente si collega ad un attimo gia vissuto sulla mia pelle…….

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    • redbavon

      Ma io non riesco a capire…come ti dicevo, mia cara, è il colmo del paradosso! Una notte (buia e tempestosa) decido di affondare le mani dentro di me, sotto lo strato superficiale tenuto insieme con una spilla da balia. Affondo le mani e inizio a scavare ben sotto la terra. Rischio di sporcarmi con sensazioni “nereNEREmaNNNERE” …e vabbè! Tiro fuori qualcosa, non molto convinto perchè non appartiene alle mie solite corde. La vomito sul blog e…i commenti che seguono mi riempiono di soddisfazione e GGGGIOIA!
      Che paradosso! Racconto Tristezza, ricevo Gioia! Non mi capacito, ma ve ne sono grato sentitamente: servirà ad affrontare altri momenti di tristezza. Redbavon Against “E’ una vita di stenti”.

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  • tiZ

    è questa la melanconia che porti dentro…?

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