Tre…Mo

Ovvero come fare tremare gli eventuali lettori di questo umile-ma-onesto b(av)log la prossima volta che prendo un treno.

ANDATA–>

Treno. Corre veloce. Fuori dal finestrino tutto s-corre veloce. Panta rei. Non è un treno normale…è l’Alta Velocità. Immerso in pensieri fumosi, anestetizzati, a causa dell’ennesima notte di 4 ore di sonno, butto le dita in pastiera….TAstiera. Lapsus non premeditato ma risultato dalla battuta inerziale del pensiero sulla tastiera che ha deviato verso altri pensieri mentre decifrava le sinapsi per comandare le dita a colpire in rapida successione i tasti “t-a-s-t-i-e-r-a” (trattini non inclusi). Stavo pensando infatti a un passato in cui scrivevo e-mail agli amici cari e utilizzavo questa espressione per “fare il simpatico”, essendo napoletano l’associazione è quasi naturale, come succede nelle pubblicità della mozzarella, delle conserve di pomodoro e delle pizze surgelate con gli attori che ostentano un marcato accento partenopeo. Mai che un napoletano facesse la pubblicità di una banca, di automobili o delle rassicuranti spugnette travestite da merendine (leggere la “e” chiusa).

Visto che siamo visti così, siamo così.

Attenzione contorta digressione ahead: fate un’occhiata indietro, guardate la frase precedente, non leggetela, guardatela, fissatela…Notate un certo gioco a incastro delle stesse parole in una proporzione che ricorda tanto X:Y=Z:K. C’è solo un piccolo intruso “CHE” (appunto) non è di troppo perché da un senso comprensibile a tutta la frase o, meglio, alla proporzione.Fine della contorta digressione.

Il sonno si fa sentire sui pensieri che escono, trascinandosi, rotolanti, abbracciati con le sensazioni come quando ti alzi dal letto svogliatamente, insonnolito, sbadatamente ti porti dietro tutto il lenzuolo. Il cuscino cade terra, emette un morbido ‘pOf’. Lo guardi per terra. Sta bene lì. Lo rialzo dopo. Ora doccia. Ecco i miei pensieri fanno esattamente ‘pOf”.

Non c’è un’idea dietro ciò che scrivo oggi in treno, passo il tempo giocando con i pensieri che passano, passano via i pensieri come il paesaggio passa via attraverso il finestrino. Se si sta formando nella vostra testa l’impressione che forse state buttando il vostro prezioso tempo, devo confessarvi che il rischio c’è. Ma onestamente non saprei dirvi se valga la pena restare seduti a vedere come va a finire. Io fino a destinazione ci sono costretto, voi siete liberi di cliccare “X” in alto a destra sulla finestra. Niente rimborso del biglietto, però.

Scrivo solo per intrattenimento. Ho provato a stare lontano dal quella gran bella battona (nel senso “che si batte” con le dita) della tastiera. Giornale acquistato presso una qualsiasi edicola della stazione, un classico. Il Sole24Ore?Vanity Fair? No, GamePro. Inizio la prima sfogliata, solitamente d’esplorazione, di GamePro frescofresco di (fine)settembre e in apertura di editoriale viene comunicato che è l’ultimo numero. A bruciapelo, mi coglie come uno sparo a bruciapelo. La voglia di leggere: morta, riversa ai piedi della poltroncina del treno. Esanime. Tasto “Fast Reverse” sul mangianastri della memoria, suono meccanico tclack: 27 numeri in tutto. 27 numeri di una rivista che conservo come un album di foto ricordo. Ecco se ne è andata l’unica rivista in Italia che a 40 anni suonati mi ha dato le sensazioni di quando iniziai a leggere “VIDEOGIOCHI. La prima e unica rivista italiana di VG_n16videogames e giocomputer” in un afoso luglio del 1984, un’edicola di una deserta Roma Eur, 3.500 lire, una cifra che allora mi sembrava spropositata per una rivista tanto che avevo un certo timore a chiedere a papà i soldi. Papà mi chiese che giornale compravo con 3.500 lire, glielo dissi, credo mi si sia illuminato il viso mentre glielo spiegavo, papà non è mai stato minimamente interessato ai videogiochi, gli erano semplicemente estranei, come l’acqua al deserto. Sarà stato per la luce che i ragazzi riescono a emettere quando sono entusiasti per qualcosa di nuovo, papà mi diede i soldi che diedi al giornalaio e in cambio ottenni una splendida rivista di colore verde. “Space Ace” in copertina. “Advanced Dungeons & Dragons: Treasure of Tarmin” per l’Intellivision tra le recensioni. Ho letto e riletto quella rivista tante, tante e tante volte, quanto un seminarista legge la Bibbia. Sento, anche ora, l’odore della carta. Sento, anche ora, l’odore di quei momenti. Mi vedo a leggere divorando la rivista sul sedile posteriore di pelle nera della Lancia Fulvia, papà alla guida e di tanto in tanto che gli chiedevo il significato di quella parola o di quell’altra ancora. Non sono più tornato indietro. Neanche papà può tornare indietro, adesso. Grazie pà!

Diamine, doveva essere solo intrattenimento, un divertissement, e mi ritrovo con il cuore in petto gonfio, il magone alla gola e ho inforcato gli occhiali da sole perché O’Spicchiato non può tradire emozione negli occhi. That’s Entertainment! Dopotutto mai sia detto che faccio perdere tempo ai miei affezionati clienti, senza lasciargli nemmeno una piccola emozione-di-me. E devono essere davvero affezionati per avermi seguito fino a questa parola. The Sciò must go on.

Ecco nel finestrino spuntare quelle che devono essere le propaggini della stazione di destinazione. Arrivato. Anzi no, arrivati: tu che stai leggendo ed io. Lo sciò non si fermerà, statene certi.

<–RITORNO

Ovetto_KinderSeduto sulla poltrona del treno di ritorno, decisamente meno rintronato rispetto all’andata, grazie a 11 ore di sonno di questa notte e soprattto mattina. Poltrona n.26 della carrozza 12. Finestrino. Rieccomi sul treno, che purtroppo non fa più dudumdudum-dudumdududum, ma emette un sibilo molto simile a un aereo in rullaggio sulla pista. Avevo lasciato questa tastiera, dando la certezza che lo sciò non si sarebbe fermato, certezza di quel securo fulmine che tenea dietro al baVeno.

La certezza non è solitamente mia compagna di viaggio, un po’ per incapacità di pianificare e, soprattutto, di mantenere le promesse, un po’ perché la certezza di che pupazziello c’è nell’ovetto Kinder, farebbe venire meno tutta la sorpresa. E giù le vendite di ovetti. E’ anche vero che se nell’ovetto ci metti un pupazziello molto ambito dal marmocchio già cliente della spugnetta a forma di merendina, allora attiri più acquirenti, ma la sorpresa deve rimanere tale, perché la sorpresa è lo stimolo all’acquisto dell’ovetto. In questa società in cui devi produrre sempre di più, anche se i marmocchi non se ne fanno quasi più, i poveri dannati al girone del marketing hanno tirato fuori la summa di quanto sto cianciando da una decina di righe: “una sorpresa su 5 sarà uno di noi”. Ditemi se non è dannata-mente geniale?

Insomma e fuorisottrazione, neanche sono partito che invece è decisamente partito con non chalance il mio non-sense…scusate ma sono in viaggio e devo parlare le lingue. Strana sensazione quella di essere qui senza nessuna idea in particolare, con la sindrome-del-foglio-bianco forzata, senza avere la necessità di scrivere largo e stirato con l’appretto, per arrivare almeno a tre colonne sul foglio protocollo. Sto qui come davanti a quel gioco della settimana enigmistica “Trova le differenze”, gli unici movimenti sono gli occhi e i pensieri,  il resto immobile come un felino in agguato nell’ombra che aspetta la preda. Mi guardo intorno, fuori dal finestrino, nella carrozza semi-vuota. Scandaglio alla ricerca di un particolare che faccia la differenza, che mi faccia scattare dall’ombra con una zampata sulla tastiera. Se ancora una volta si sta formando nella vostra testa l’impressione che quasi sicuramente state buttando il vostro prezioso tempo, devo ribadire che il rischio c’è. Ma se siete ancora qui, su questa esatta parola, leggendo anche queste che sto battendo in questo esatto momento e a questo punto avete deciso di chiudere la finestra del browser perché ne avete davvero abbastanza di frasi senZa senZo in un italiano raffaZzonato e pensieri aZzeccati con lo sputo (da un Bava che vi aspettavate pure voi?!?…) ERGO non potete più leggere ciò che invece sto scrivendo in questo esatto momento, allora sappiate che non me ne avrò, rispetto le scelte altrui, ma ANDATE A RAMENGO!

Il Narciso bastardo e vendicativo che ogni tanto spunta da questo ba(v)log è qualcosa che ancora devo capire bene, è un fritto misto all’italiana, tutto buono, l’arancino, la pasta cresciuta, il fiore di zucca, la mozzarella in carrozza, il panzerotto (ricotta o mozzarella?)(tutti e due, grazie), il crocchè (a Roma la “crocchetta”…bah lo involgarisce), il supplì, il filetto di baccalà, le zucchine a fiammifero, la melanzana dorata e fritta…tutto buonissimo, ma poi fa male al fegato.

Il mio Narciso è così, spontaneo, a volte rudico (=rude+rustico), ho una certa età e se c’è qualcosa che mi sta venendo meno è la voglia di contrastare qualcosa che uno sente dentro. Pertanto, tra una battuta di tastiera che ha il suono di una chiacchierata che fluisce come una brezza a primavera, una sensazione che ti riscalda come lo scirocco alla sera d’estate, ogni tanto parte una folata maleducata del Narciso più fetente e dispettoso di un marmocchio che petula (=pretende petulantemente), tutti insieme, 5 ovetti Kinder. Carenza d’affetto? No, brutale calcolo probabilistico: ”Una sorpresa su 5 sarà uno di noi!”. Aggiungerei anche 10 bustine di figurine.

E’ calato il buio, il finestrino non mi aiuta più per trovare ispirazione e sbarcare il lunario…mi avvicino quasi a toccare il finestrino con il naso, roteo lo sguardo in su, no, la luna non c’è stasera, nuvole o notte buia e tempestosa non saprei, là fuori è un unico manto di nero di cui avverti lo scorrimento soltanto perché di tanto in tanto vi lasciano la scia le lucine blu ai lati dei binari e le luci bianche di un treno in direzione opposta. Rivolgo la mia attenzione all’interno, dove già da un po’ ho lanciato un paio di sonde dormienti. Altro che Matrix! I poveri ignari passeggeri non sanno che sono osservati. Vivono vite non proprie, gli sembra di vivere, hanno ricordi, ma sono ricordi impiantati artificialmente, credono di essere su un treno, ma in realtà sono immobili in un loculo, uno accanto all’altro, milioni di loculi in un alveare le cui mura e soffitti si perdono alla vista. Il BavaMATRIX!

Narciso inizia a dare segni di megalomania e finora le sue esternazioni non avevano destato preoccupazioni perchè non erano andate oltre “Il Mondo è Miiiiiio!” del cartone animato He-Man. Essendo abbastanza patetico il personaggio del cartone che invocava il possesso del Mondo e poiché He-Man era sempre lì a rovinargli i piani immobiliari, tale minacciosa dichiarazione ha lo stesso impatto devastante che avrebbe la frase ne “Il Gladiatore” “Al mio segnale, scatenate l’Inferno” se invece di essere pronunciata da un machissimo Russel Crowe, fosse detta da Alvaro Vitali. Forse è il caso che a Narciso lo argini un po’….<molto sottovoce senza farsi sentire dagli altri passeggeri della carrozza>”’nè Narcisiè e qui mi fai scappare tutta la clientela, statt’ quieto, mò arriviamo alla stazione e ti compro l’ovetto… …ok ok cinque te ne compro cinque>. Narciso stanotte la passerà sulla tazza del bagno. Ah dimenticavo, non glielo dite, ma a casa…è finito l’Imodium.

Riprendo possesso della tastiera, Narciso è lì con le gambe penzolanti dalla poltrona (il mio di Narciso è di taglia corta) che guarda inebetito fuori dal finestrino perché gli ho detto che siamo quasi arrivati alla stazione, non vede l’ora di scendere dal treno e mettere le sue pacioccose mani sui suoi 5 ovetti. Mi fa quasi tenerezza, quel ciondolare bambinesco delle gambine (sì, è decisamente corto), quella faccia da prendere a schiaffi e riempire di baci e pizzicotti, i ricciolini biondi (?!?!)(mater certa est, pater numquam), non sa cosa lo attende dopo i 5 ovetti…’sti maledetti li pubblicizzano fatti di latte e purissimo cacao, solo ingredienti naturali, i genitori che possono sganciare la pecunia (il vero target dell’ovetto sono i genitori) si rassicurano e mollano al pargolo fremente e petulante l’oggetto del desiderio. E’ come prendere una bomba, levare la sicura e mettergliela in mano. Avete mai provato a leggere gli ingredienti di questi che chiamano confidenzialmente “snack”? Munitevi di occhiali, le scritte usano dei caratteri con un corpo che non lo trovate stampato nemmeno sull’ultima riga delle tavole oculistiche, un carattere che anche fosse stampato su dette tavole, l‘oculista te lo chiederebbe solo se gli stai davvero antipatico e ti vuole umiliare oppure è in giornata “no” e ti vuole mettere a figura di puppù per semplice suo sollazzo. La lettura per questo motivo già così stentata, lo diventa ancora di più, sembra quasi di essere tornati alle elementari, quando ci si rende conto che invece di leggere solo “ latte/zucchero/cacao”, ci si ritrova a leggere la tavola periodica degli elementi: “cioccolato finissimo al latte 47% (zucchero, latte intero in polvere, burro di cacao, pasta di cacao, emulsionante: lecitina di soia; aromi), latte scremato in polvere, zucchero, grassi vegetali, burro anidro, emulsionante (lecitina di soia), aromi. Sul totale: latte scremato e latte intero in polvere e componenti solidi del latte 32%; cacao 15%.” No, lo stronzio non ce lo mettono. Mi sa che lo stronzio ce lo mettiamo noi.

Ritorno al BavaMatrix, ma le sonde purtroppo rimangono dormienti. I miei compagni di loculo…ehm di viaggio sono assolutamente normali. Educatissimi. Il passeggero più vicino è una ragazza mora con i capelli lunghi, sulla diagonale diretta di fronte a me, praticamente la mia dirimpettaia. E’ entrata, si è seduta e ha iniziato a piangere. Lacrime discrete, nascoste occhiali grandi e fumè, trattenute, ma tradite dal subitaneo rossore del naso e delle guance. Mi sto muovendo per chiedere se posso essere di aiuto, ma mi accorgo che non ho gli idonei istrumenti della “rottura del ghiaccio”: fazzolettini non ne ho, mi sovviene la bottiglietta d’acqua, in questi casi ti fanno bere l’acqua – mai capito – ma pare sia miracolosa…poi ricordo che l’ho aperta e ho bevuto “attaccato” alla bottiglia. Lo so, non si fa, ma se non attacco le labbra alla bottiglia, mi sbrodolo, finisce più acqua fuori che nella mia bocca. Altre idee per non passare da invadente rompiballe e cercare invece di essere di un qualche supporto, latitano. La guardo timidamente con la coda dell’occhio per cercare di incontrare un suo sguardo e rispondere con un silenziosamente eloquente cenno del capo “HO CAPITO” (Troisi e Benigni insegnano). E aggiungere un sottinteso “Io sto qui…se serve qualcosa…”

Obiettivamente criptico e con una percentuale di essere capito pari all’evento impossibile, la ragazza fugge lo sguardo, occhi bassi, tira fuori un fazzoletto. Scosta gli occhiali. Eh sì, ho ragione: ha pianto. Pare si sia ripresa. Cincischia con la borsa posata sul sedile accanto, rallenta il battito cardiaco, il magone allenta la presa sulla gola, ripone il fazzoletto, ne tira fuori una bottiglietta d’acqua (ViiiIIISTO? Lo sapevo che era la mossa giusta!), ne beve un sorso, no non si attacca alla bottiglia…mmmmh quasi quasi le chiedo come fa….posa la bottiglia e tira fuori dalla borsa un piccolo netbook bianco con tanto di chiavetta Internet. Non ha più più pianto, ha letto, ha parlato un po’ a telefono, ha cincischiato con il computer, a un certo punto mi ha sparato una musichetta fastidiosa perché sebbene un volume basso per-non-dare-fastidio, si sentiva ugualmente e a malapena, risultando molto fastidiosa perché  nella migliore delle ipotesi, sembrava di essere diventato sordo a intermittenza, nella peggiore delle ipotesi, di sentire “LE voci”.

Certo la concentrazione ne risente…ma per scrivere queste cose non ho bisogno di concentrazione. Panta rei. Tutto scorre. Tutto fluisce.

Non ho capito che pianto fosse. Amore, nostalgia, distacco, dispiacere, dolore?…

Un bruscolino nell’occhio?

Altro passeggero che però davvero potrebbe essere scambiato per la tappezzeria della poltronicina: maschio pelato e sovrappeso, sotto la quarantina o comunque se li porta male. Si predispone con lettoreDVD portatile di marca cinese, cuffiette, bottiglia d’acqua e patatine (pure qui i maledetti sgranocchiatori del cinema!). Sparisce per il resto del viaggio. Le sonde puntate nella sua direzione rilevano solo: tessuto metà acrilico metà plastico, abitato da colonia di acari, che riveste scheletro di metallo infisso a una superficie piana su ruote comunemente definito “poltroncina n. 21, carrozza 12”.

Ragazza di fronte al pelato. Al massimo una ventina d’anni. Castana, bella di una freschezza dei vent’anni. Un naso lunghetto, ma non rovina un viso pulito e fresco. Una voce sottile, che ne dichiara l’età, due telefoni, un I-Pod rosa a tracolla. Due riviste sul tavolo, la copertina della prima è “Chi”. ‘Uaneme d’o Priatorio! Annichilisce peggio del BavaMatrix!

Più avanti, due sedili dopo sulla diagonale, trovano posto due “truzzi” sulla trentina, capello scolpito alla moda (è TUTTA invidia la mia!), indumenti alla moda su fisici ben tenuti (la mia bile accusa il colpo di grazia), ma non mi sconfinferano…le sonde sono in agitazione, punto tutto su di loro per uno scoop che dia un senso a questo post lungo un viaggio. Lo so, me lo sento: faranno qualcosa da raccontare. I due “truzzi”, dopo un po’, si alzano e se ne vanno. Delusione.

Sto per arrivare. Dove finisce il treno, finisce questo post.

Una voce irrompe nella carrozza annuciando “Ricordiamo ai Signori viaggiatori che è severamente vietato fumare nelle carrozze E ANCHE NEI BAGNI!” Il tono ricorda quello delle maestra che riprende per l’ennesima volta gli scolaretti più vivaci. Lo so, me lo sento: erano i due “truzzi”!

Narciso, prepara lo zainetto che siamo arrivati…dai su!

… … …

… …

Sì sì gli ovetti…me lo ricordo, ti compro gli ovetti.

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