Sogno di liquirizia

Agosto, tempo di afa e bagni al mare. Se preferite la montagna, forse siete nel post(o) sbagliato. Racconto di un sogno che mi ha intrattenuto nel sonno tra la notte del 10 e 11 agosto e, visto il suo persistere prepotente al risveglio del suo odore e sapore addosso mi ha spinto a metterlo per iscritto a mia futura memoria. E’ così raro riuscire a ricordarsi perfettamente i sogni una volta svegli. Occasione unica per una nuova storyetta, che sembra “cucita addosso” al tabagista dell’Amore per cui la dedico a lui e alla sua Piccola Venere. Nelle profondità del mare, risiede ormai da un po’ di tempo questa mia vecchia conoscenza, il tabagista dell’Amore, suo malgrado, protagonista di Storyette, che ormai, visto il tempo che è sott’acqua, è in una crisi nera d’astinenza da fumo e – si sa – parecchi fumatori ricorrono alle caramelle quando cercano di smettere…

Nota: a parte il prologo “sottomarino”, il resto è tutto vero…o meglio, sognato veramente.

Prologo: Cosa ci faccio ancora qui sotto?….Questo pensiero è stato l’ultimo prima di addormentarmi. Cullato dalle correnti, con il corpo ondeggiando mollemente, le braccia aperte e distese, le gambe altrettanto, come nella posizione del “morto a galla”, ma in verticale. E forse sono veramente morto. A quest’ora, sotto tutta questa massa d’acqua, dovrei essere già morto da un pezzo. Però, non ne sono convinto. Odo i canti delle sirene. Canti che cullano la mia mente, producendo lo stesso moto ondulatorio che le correnti producono sul resto del corpo. Notte. Forse è notte. Qui sotto, nelle profondità, non penetra molta luce, ora è tutto immerso nel buio. Ma non ho paura. Non ho paura del buio. Di questo buio.

Notte. Sì, deve essere notte. Tutti dormono, tutti. Le sirene hanno smesso di cantare. Silenzio. Uno strascinato sciabordio appena appena avvertibile, ma è sicuramente un’illusione creata dalla mia memoria, un ricordo condizionato che affiora.

Tutti dormono. Tutti. Io dormo. Anzi, no. Io sogno.

Sono abbracciato alla tua schiena. Le braccia allargate, sento la presa salda, ma non avverto dove le mie mani sono aggrappate. Le tue belle spalle sembrano enormi. La schiena immensamente più grande e la mia figura sembra esservi compresa completamente. Sembro un bambino piccolo attaccato a mò di zaino dietro la schiena del suo papà. Ma io non sono quel bambino e tu non sei quel papà. La schiena che abbraccio è una schiena di donna. La tua schiena. La sensazione di serenità e avere tutto quello-che-serve è proprio quella, invece. Spingo le mie narici contro la tua sottile maglia di cotone, cerco di assorbire il tuo odore, di succhiarlo tutto, conservandone una buona scorta per dopo, per quando mi risveglierò e tu sarai lontana, lontanissima. Nei sogni il senso dell’odorato è il più difficile da percepire e quasi impossibile da replicare quando ci si risveglia. Lo so, ma non mi arrendo. Sprofondo le narici nella tua schiena, quasi a farmi mancare il respiro. Siamo in sella a un motorino, una di quelle vespette ormai messe fuori produzione per cedere il passo agli scooter. Tu non guidi, c’è un terzo. Siamo in tre a cavallo della vespetta e non è l’unico divieto del codice della strada che stiamo infrangendo: non abbiamo nemmeno il casco. Fuori deve essere primavera. Non fa caldo e il vento produce l’effetto di una morbida carezza sulla pelle. Rigenerante.

Il motorino si ferma. Siamo arrivati a casa. Casa mia ma non-è-casa mia. Nei sogni il senso di “casa” è palpabile, immediatamente avvertito, ma mai in un sogno sono stato in una casa-mia che fosse sempre la stessa o fosse quella esattamente della realtà. Anche quando è molto vicina alla realtà, cambia sempre qualche particolare. Tuttavia, la avverti proprio come casa-tua. Non ci sono dubbi. Prendiamo posto in un ampio salone, ma l’arredo sobrio ed elegante, crea un’ambiente – nonostante le dimensioni – raccolto, quasi come quello di una piccola cameretta di un adolescente stipata di tutte le cose che ama. A parte le pareti bianco ghiaccio, un giallo tendente a tonalità ocra e oro è la dominante cromatica. Siamo intorno a un tavolino basso, sbragati su dei cuscini disposti alla rinfusa tutti intorno, all’uso tuareg. Ci sono delle tazzine. Tè o altra bevanda non so dirti, io non bevo. Sono lì che ti guardo.

A un certo punto, l’immaginario schermo del sogno viene “bucato” dal tuo volto, mi appare perfettamente delineato in ogni sua curva, più chiaro di quanto i miei ricordi da sveglio siano mai stati capaci di replicare. Mille volte più vivido di una piatta foto. Sei lì, davanti a me. Un momento che mi rimane scolpito dentro e che non mi abbandonerà nemmeno al risveglio, quando di solito, qualche minuto dopo svanisce tutto come se non ci fosse mai stato nulla, senza lasciare la minima traccia se non la sensazione di avere sognato, cosa? Impossibile ricordarlo. E’ come avere in testa la silhouette di un mosaico e non avere le tessere per ricomporlo. La memoria vigile non conserva, butta via l’inutile. Lo spazio è assai limitato. Non si spreca.

Il tuo viso, invece, rimane. Sei lì che incroci il mio sguardo, a me non sembra vero averlo potuto incontrare di nuovo, vengo scosso dalla gioia, per fortuna non mi sveglio, sprofondo nella gioia, sprofondo nel sogno e continuo ad averti davanti agli occhi. Ma come sei bella! Una piccola Venere, sì. Una dea, non mi sono mai sbagliato su questa emozione della prima volta che ti ho visto. Questa sensazione di gioia dura per un attimo interminabile, o meglio, un attimo che vorrei fosse interminabile, ma non puoi comandare i sogni, sei in una corrente di sensazioni, emozioni, pensieri latenti e nascosti, alcuni che non hanno mai visto la luce del pensiero vigile.

Il tuo sguardo, a un certo punto, cambia, assume un aspetto fiero e freddo. Non scambiamo una sola sillaba, eppure dentro di me ci sono le parole che fanno a gara per essere scelte: una fa “prendi me!”, un’altra “No, prendi me!”, si tirano, sgomitano, una sale sull’altra, in un richiamare l’attenzione che mi ricorda, da bimbi alle partitelle a pallone in cortile, i due capi-squadra che sceglievano a turno i propri compagni. Non importava che finissi nella squadra dei più-forti, volevi che ti scegliesse l’amico-preferito: ti sentivi fortissimo, pure se eri una mezza-cartuccia. Proprio come me. Tu non parli, mi guardi e il tuo sguardo m’impala le parole con l’effetto di un paletto di frassino piantato nel cuore di un vampiro. Sei lì, finalmente davanti a me, ma mi tieni a distanza, una distanza siderale, anche se il cuscino dove sono seduto, tocca con l’estremità di un lembo il cuscino dove sei tu seduta con la schiena a 45° gradi, in una posizione comoda e di tutto rilassamento.

Sei a tuo agio con la terza persona, anche se non la conosci mentre io la conosco molto bene, vi chiacchieri distrattamente. Faccio uno sforzo immane, non so quando potrò rivederti ancora, non mi era capitato da tanto tempo così chiaramente, non devo perdere anche quest’occasione: non cedo al tuo sguardo che respinge, cerco i tuoi occhi, vengo abbagliato dalla bellezza del tuo viso, non mi faccio rallentare – quaggiù ho imparato a resistere all’in-canto delle sirene – punto dritto nei tuoi occhi. Prima che il sogno finisca, voglio perdermi nei tuoi occhi. Ti alzi, così distogli lo sguardo, eviti chirurgicamente il mio che ti passa esattamente accanto e va a sbattere finendo inutilmente contro la lontana parete di fronte. Ti accovacci sulle gambe vicino una grande tivvù a schermo piatto che poggia su un mobile basso, vi raccogli un telefonino e inizi a cincischiare tasti, a scorrere menu, guardare la posta, gli sms o cosa diavolo altro non so, ma “Al diavolo!” dovrebbe andare. Il tuo sguardo è preso da questa inutile attività, ancora più inutile se pensi che siamo in un sogno e, nei sogni, non c’è “campo”.

Resto lì, umiliato, prostrato in uno stato di mortificazione pericolosamente abulico per l’anima. Le parole si ritraggono e ritornano nel buio della parte della mente che dorme e qualcuna in abissi insondabili e chissamai se una notte ne riemergerà. Forse persa per sempre. Mi ritraggo e il moto di contrazione fa vacillare lo stato di dormiveglia, potrei svegliami da un secondo all’altro. Ma resisto, no, no! Voglio restare ancora vicino a te. Mi alzo, faccio per venirti vicino, quando entra nel sogno (e nel salone) un uomo, un ragazzo, qualcuno che sento ti porterà via, chi è, non ne ho un’idea precisa, è il tuo ragazzo, un tuo ex o attuale spasimante, iniziate a parlare, sei rilassata, il viso disteso, senza barriere. Guardo i tuoi occhi, di soppiatto, tu non mi noti nemmeno, vedo in fondo alla pupilla un brilluccichio: ora gli stai sorridendo mentre parli.

Mi volto e me ne vado. Non ce la faccio a sostenere tutto questo. Vigliaccheria? Pensatelo pure, ma credo che ci fosse dentro di me una piccola speranza che tu mi richiamassi vedendomi andare via. Gesto disperato, piuttosto. Non mi hai chiamato, non mi hai cercato. Ho iniziato, allora, a girovagare per questa casa-mia. Questa casa è grande, enorme, tantissime stanze, grandi e grandissime. Una casa di quelle che si vedono nei film delle ricche famiglie degli Stati Uniti America del Sud. E’ enorme ed è arredata con gusto e attenzione al particolare. Non vi è eccesso, ostentazione. Girovago come uno sconosciuto in casa-mia, con la mente sgombra da una qualsiasi ombra di pensiero, una tabula rasa schiacciata e compressa da una costante sensazione di peso che grava in petto.

C’è molto fermento per le stanze e il giardino (vedo un bellissimo giardino là fuori attraverso le ampie vetrate all’inglese), stanno preparando un ricevimento di nozze e, a giudicare dalla gente al lavoro, deve essere un ricevimento di nozze regali, come quello di certe monarchie europee: regina d’Inghilterra, di Spagna, di Svezia…Non so chi si sposerà. Mi guardo intorno, sperando che in mezzo a tutto quel viavai, una mano mi prenda il braccio da dietro e nel voltarmi per vedere chi mi chiama per nome, vedessi proprio te. Cammino, cammino, con la certezza che questa speranza è la stessa, vana, illusoria come l’effetto Morgana ma automatica difesa dell’istinto di sopravvivenza di un uomo perso nel deserto che anela a qualche goccia di pioggia. Qui non piove da decenni, perché dopo tutti questi anni, non potrebbe piovere una volta, quella sola volta, ora?…

Il punto è che nel deserto, non piove. Il deserto è vuoto, abbandonato. Altrimenti non si chiamerebbe “deserto”. Continuo a vagare, incrocio molte persone, molte mi salutano, larghi sorrisi, sguardi d’intesa, quanta gente mi conosce! Arrivo alle cucine, c’è tanta gente. Si fermano in quello che stavano facendo e mi salutano, mi chiedono come sto, come va, sento il loro caldo “bentornato”. Ma dove sono stato fino ad oggi? Fingo di capire, ricambio, scambio qualche cordialità, ma senza finzione, sono a casa, questa gente mi ci fa sentire “a casa”. Ma il “peso” è sempre lì e tu non ci sei, non mi hai cercato evidentemente, prima che mi possa sopraffare e rovini la festa di questa gente, giro i tacchi, le cucine sono le ultime stanze, e m’incammino a ritroso come in quel viaggio di speranza e disperato di quel libro che amo dall’adolescenza: l’Anabasi di Senofonte. Ripercorro i grandi corridoi, le sale, le stanze, una dopo l’altra, i preparativi fervono e tutto sembra procedere per il meglio, sarà una bellissima festa, gli sposi e i loro invitati, di stirpe regale o meno, lo ricorderanno davvero come “il giorno più bello della loro vita”.

Giungo sull’uscio di casa, qualcosa – sarà il mio “orologio” biologico, sarà il caldo delle mattine di agosto che inizia a disturbare il sonno – mi dice che “è tardi!è tardi!” è ora di uscire dal sogno. Qui tu non ci sei più. Non avverto più la tua presenza. Mi fermo, riflesso di un ultimo singulto di di-speranza, magari ora, ORA mi prende il braccio … … … Questo spazio con i”puntini” è più pieno del nulla che seguì quest’ultimo pensiero-a-te.

Metto un piede avanti, finalmente sono deciso a uscire. Sulla porta c’è un via vai fibrillante di lavoranti che recano arnesi, oggetti e materiali vari. Mi confonderò con loro e uscirò dal sogno come se non l’avessi fatto.

Quando, all’improvviso, uno di questi, dal fisico robusto e vestito di una salopette blu, mi saluta tuonando il mio nome, accompagnandolo con un largo sorriso, lo conosco da molto tempo (ma chi è?!? Quel viso non l’ho mai visto da desto)…ricambio e saluto come una persona cara che non vedevo da molto, ma senza tutto il calore che ci avrei messo normalmente, il “peso” resta lì. E’ contento di vedermi, capisce che non è aria e, comunque, ha da fare. Ma prima di andare via, oltre le mie spalle, oltre il mio sogno, mi fa: “Hai una caramella?”. Metto le mani in tasca, frugo, mi faccio strada tra un sovradimensionato mazzo di chiavi, foglietti dimenticati di note “da non dimenticare”, il pacchetto sempre sgualcito di Lucky Strike Blu morbide, uno stupido e inutile telefono e…e…tocco sul fondo un qualcosa di rotondo incartato con due “fiocchetti” ai lati. E’ sicuramente una caramella! La tiro su, è una caramella, riconosco la mia caramella preferita e gli dico: “Scusami, ma non te la posso dare, è l’ultima. Me l’ha data una persona cui tengo ed è l’ultimo pensiero dolce di quella persona, scusami ancora”. Esco da casa-mia, succhiando piano piano una pallina nera, assaporandone ogni molecola di sapore e odore, stringendo tra le mani un incarto bianco con una scritta verde “Golia”. Mmmmmh nettare della dea, con un leggero retrogusto amarognolo. Buonissima! Grazie. Mi sveglio.

Chiudo gli occhi e sono sveglio. Serro gli occhi in preda al terrore. Il terrore di non ricordare più nulla il secondo dopo. Il volto della Piccola Venere appare in quel momento, chiarissimo: non un singolo tratto indefinito, gli occhi, il naso, le labbra, i capelli, le orecchie fino alla sua attaccatura e giù lungo quella curva fino al collo, intriso del suo profumo voluttuoso. Ma non sono lo stesso uomo che, a occhi aperti, innumerevoli volte, aveva provato senza riuscirci a ritrarla mentalmente? L’immagine era sempre stata monca di qualche dettaglio, piccolo ma importante, e aveva allora provato disperatamente a ritrovarlo nelle donne che incrociava con lo sguardo di sfuggita, in quell’auto ferma al semaforo o mentre le veniva incontro dalla parte opposta della strada e persino in città lontane migliaia di chilometri, con il risultato di evocare solo altrettanti fantasmi. Immagini false, vuote, trasparenti: un mantenimento metadonico. Per come ora gli era venuto in sogno, il viso della Piccola Venere era davvero magnifico, di una bellezza incontenibile da qualsiasi mente umana, sentì di non avere mai visto una donna tanto bella.

Sono sveglio e riapro gli occhi. Non provo più quel terrore. Il terrore è svanito nell’attimo stesso che nella bocca, impastata dal sonno, ho avvertito un sapore…amarognolo, morbido e piacevole. E’ liquirizia.

Epilogo: In fondo al mare. Mi sveglio. 

Cosa ci faccio ancora qui sotto?... Can you feel a little of love?

Fine?

Onda sonora consigliata e, sopratutto, video straconsigliato: Dream On (Depeche mode)

In “Dream On”, cioè “Continua a Sognare”, il cantante guida una Cadillac sulla Route 66 con la strada reale che si fonde con un sogno…in cui appare una donna. Bella la canzone, fantastico il video, Depeche Mode grandi!

Testo e traduzione di Dream On (Continua a sognare)

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