iCamera 2.0. Vita da fotocamera

Serie Selfportrait (2009) © Luisa Carcavale

Serie Selfportrait (2009) © Luisa Carcavale

Mi presento: sono Fotocamera.

Una di quelle macchine che può ritrarre la realtà: luoghi, persone, cose. Sì, cose così. Sono orgogliosa di ciò che sono perché – senza falsa modestia o retorica – io creo storie: le immagini passano attraverso l’ottica e io vi restituisco le storie di luoghi, persone e cose lontane, che altrimenti non potreste mai vedere e sperimentarne le emozioni; restituisco storie di immagini di luoghi, persone, cose vicine, che avete lì, proprio davanti agli occhi, ma che non riuscite a vedere o che non volete vedere.

Sono un’arrogante presuntuosa? Se avete la pazienza di continuare a leggere, dimostrerò che siete in errore. Io, infatti, so essere umile.

Umile e fedele, come uno dei vostri animali domestici che più amate: il cane. Come il cane, simbolo della fedeltà senza compromessi, sono innamorata del mio padrone, lo seguo dappertutto ed eseguo il suo volere per compiacerlo.

A volte però è un compito arduo, anche per una macchina. Corpo e ottica sono i miei limiti: posta dinanzi lo spettacolo della Natura, percepisco la mia inadeguatezz, quasi inutilità. Una macchina inutile è una contraddizione in termini, uno scarto di produzione.

Voi Macchine-Umane avete uno strano rapporto con la Natura: la amate e la distruggete. Ne siete parte, ma vi ponete nei suoi confronti come vi fosse aliena. Uno spirito atavico di sopravvivenza vi spinge in competizione, fino ad aggredirla, a farne scempio.

Ma quante volte rimanete rapiti davanti a un paesaggio!

Lo contemplate, lo fate entrare dentro di voi e, nell’impossibilità di contenerlo, siete costretti a trovare il modo di raccontarlo agli altri. Io vi capisco, perché la mia ottica riesce a comprenderne una porzione ancora più limitata della vostra. Insieme, cerchiamo di fermare quel paesaggio in un’immagine, in quell’istante del Tempo: il punto di inizio di tante storie quanti sono gli uomini che vedranno quell’immagine e sentiranno nell’anima una vibrazione, uno scatto.

Spinto da un’istinto predatorio a “impossessarsi” di quel paesaggio, il mio padrone tocca parti del mio corpo con mani sapienti, calibrando con sensibilità i miei meccanismi come un poeta calibra il suono delle parole per i suoi versi al ritmo dei suoi sentimenti. Mi prepara con sacralità per il momento in cui il suo occhio, la sua mente, il suo cuore, le sue viscere produrranno un’appena percettibile gesto dell’ultima delle estremità del suo corpo, un gesto minimo ma fatale: lo scatto.

Come la leonessa che avverte nel vento l’odore della preda, si acquatta nella savana, tra i lunghi fili d’erba attende e scruta, quando d’improvviso la vede! Una gazzella, separata dal branco, tutta sola. Attende…Attende il momento giusto, lo avverte chiaramente dentro…I muscoli si tendono…ORA! Scatta, la raggiunge, un balzo, le è addosso, ormai è sua.

Nel buio del mio corpo-macchina, avverto il battito del cuore del mio padrone, il mio unico occhio viene scoperto e, come un’ondata di piena al cedere di una diga, l’immagine m’inonda. Non riesco a contenerla tutta, non c’è grandangolo che possa aiutare. Fremo, tremo, avverto il vibrare dell’emozione del mio padrone, anche se il corpo non lo tradisce: il dito fermo, sceglie l’attimo, scatta. E la mia sofferenza cessa. Ritorno nell’oscurità.

Questa oscurità non fa paura. E’ un’oscurità che custodisce e protegge.

Custodisce un’immagine, embrione di una storia.

In uno scatto, miracolo dell’unione tra spirito e meccanica, il mio padrone ha dato vita a una storia e, una volta ritratta quell’immagine su una foto, ha voluto donarla a chiunque si fermi a guardarla. Chi la guarderà avrà la possibilità di rivivere quella storia, ma anche di decidere di viverne un’altra, propria.

Sono Fotocamera e sono molto orgogliosa di essere quello che sono. Non sono una macchina qualsiasi, io creo storie. Devo tutto al mio padrone. Senza di lui potrei solo ripetere immagini. Condivide con me le sue storie, mi permette di crearle.

Questa storia è giunta al termine. Ora, iniziate le vostre di storie.

Picturesofu_piede

Onda sonora consigliata: Pictures of You in Disintegration di The Cure

Pictures of You –  testo e traduzione

Nota: questo post è una versione 2.0 dell’originario Vita da ca…mera di qualche anno fa.  Si pota la pianta, germoglierà più rigogliosa di prima?

 

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20 responses to “iCamera 2.0. Vita da fotocamera

  • tiZ

    una foto ci ricorda da dove veniamo…

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    • redbavon

      @tiZ “Da dove veniamo?”…A questo tra i massimi quesiti esistenziali inseriamo anche “Che siamo?” e “Dove andiamo?” giusto per scomodare quel pittore che è Paul Gauguin. Alla ricerca di tali quesiti, dopo un mese di lavoro a ritmo frenetico su quella che sarà l’opera più grande (come dimensioni), ritenutosi incapace di riportarli su tela, tentò il suicidio con l’arsenico. Non ci riuscì. Una foto, per fortuna, ha effetti meno drammatici su persone comuni come noi, Gauguin non era “comune”, nel bene e nel male. Ne sa qualcosa il povero Van Gogh. E forse la fotografia ha un altro potere: quello di dirci da dove veniamo, trascendendo che siamo in quel momento e proiettandoci in un “dove vorremmo andare”. Mmmmh Gauguin sta producendo deleteri effetti sul mio cazzeggio essistenziale😉
      Paul Gauguin
      Woher kommen wir Wer sind wir Wohin gehen wir” di Paul GauguinOpera propria. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons.

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      • tiZ

        dici? non so se indichi proprio dove vogliamo andare, a volte feriscono, a volte non dicono nulla, più spesso a me pare parlino per dirmi : vedi, cosa eri prima? cosa sei stata? la tua strada la conosci solo tu…..
        🙂

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      • redbavon

        A volte veramente rimango lì e dico: WTF?!?😉 La fotografia normalmente mi dà un senso di “proiezione”, di “viaggio”, apre delle finestre su “mondi” a me sconosciuti o modi di vedere in modo diverso il “mondo” a me conosciuto. Trovo spesso nella fotografia la sintesi estrema ed efficace per esprimere concetti complessi e, allo stesso tempo, riescono a espandere gli intrecci. Praticamente, una seconda linea di lettura, tra l’ipertestuale e l’iper…grafica.
        Spesso scelgo la foto di “apertura” di un post con questa intenzione. Trovi sparse per il blog, alcuni di questi miei “esperimenti”, hanno un legame con il testo e lo espandono. Qui i link per delle belle foto di vari fotografi:
        Rinko Kamauchi in I giorni che passano , in Il Dio della Nuvola galleggiante salva i pellegrini e in Arte nei videogiochi: vera o…supposta (digitale)? In quest’ultimo post, c’è anche un video in cui viene sfogliata un’opera della fotografa giapponese “Illuminance”.
        Nan Goldin in Zer0 e in I giorni che passano
        Alec Soth in Due
        W. Eugene Smith in Il gladiatore

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  • Mastro Birraio

    La versione adulta e più seriosa di me ama profondamente la fotografia. Purtroppo ne ho fatto per un po’ di tempo l’ho resa la mia fonte di sopravvivenza ed ora che non lo è più, sono un po’ svuotato. Però i Cure sono sempre i Cure peccato non averli mai visti dal vivo

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    • redbavon

      @Mastro Birraio La fotografia per me è cosa assai difficile: occorre avere tempi di reazione di un predatore per catturare l’immagine. Come mi disse il dottore di famiglia, i miei tempi di reazione in natura mi avrebbero portato alla rapida estinzione. Tuttavia, tale arte ormai è accessibile ai più (sono solo io che noto un numero impressionante di ragazze che fanno le…”fotografe”?) e me ne rallegro. Per chi ce l’ha nel sangue e la sente profondamente come te, riuscire solo a “sopravvivere” unendo lavoro e passione, posso capire che possa diventare solo “passione”, come quella di Cristo sul Golgota.
      I Cure sono una delle mie sfrenate passioni e il titolo di questo b(eah)log lo prova.
      Dal vivo, li ho trovati fantastici. Vale la pena. Tra maggio e giugno sono in Tour i USA, coast to coast: prima tappa Austin, ultima Miami.
      Ho avuto la fortuna di riuscire a vederli due volte, anche se piuttosto tardi nella loro parabola artistica, entrambe le volte a Roma: nel luglio 2002 ero nella Curva Sud all’Olimpico e, la prima indimenticabile volta, Wish Tour nel 1992 al Palaeur. Qui puoi vedere il biglietto del 1992 https://redbavon.wordpress.com/2011/06/12/scol-legato/

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    • redbavon

      @Mastro Birraio ★I The Cure tornano in Italia con tre date:
      29 ottobre 2016 Unipol Arena, Casalecchio di Reno (BO)
      30 ottobre 2016 Palalottomatica, Roma
      1 novembre 2016 Mediolanum Forum, Assago (MI)

      Biglietti in vendita dalle ore 10 di martedì 24 novembre.

      Ora non hai più scuse, hai un anno di tempo per organizzarti😉

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  • Paolo

    Grazie Red! Un gradevolissimo cambio di prospettiva.
    Chissà che non ci si ritrovi tutti al concerto dei The Cure. Nell’atto di immagazzinare anche l’onda sonora e l’amplificazione emotiva.
    Molto bella la foto di “copertina”. Ho cliccato sul link al sito di Luisa Carcavale e sono rimasto scioccato. I suoi scatti sono racconti. Del racconto, di quello riuscito, fatto con arte, incisività, potenza, quello che ti lascia al tappeto a metà del primo round con la testa che ronza e un sorriso incredulo sulle labbra, di quella capacità di cogliere e narrare hanno la forza e la luce. Spettacolari. Complimenti!

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    • redbavon

      Bene! Aspè, rispondo in ordine, anche se non è il mio forte…
      Cambio di prospettiva dovuto al fatto che in origine fu proprio Luisa a “commissionare” lo scritto originario per un sito su cui pubblicava delle sue foto. Mi feci dare un pò di suoi scatti così che potessi “ispirare” e il comune denominatore era solo “quel” particolare occhio, “quel” punto di vista così personale. Così Intimo al fotografo. Intimtà tradita da quel narcisismo di cui è figlio anche Narcisiello mio… Narcisiè viene accà che t’aggià fa vedè quello che ho combinato…
      Ho scritto con “passione”. La stessa che tu hai trovato nelle foto di Luisa. Immaginarmi “obiettivo”, frapposto tra la fotografa e il soggetto fotografato era l’unica posizione possibile che – profano di fotografia – potessi occupare PER guardare, capire, senza infastidire. A Luisa non piacque l’articolo o, comunque, si attendeva qualcosa di diverso o non le serviva più. Per ricompensa ho chiesto di potere utilizzare questa sua bella foto per la “copertina”.
      In verità, invidio i fotografi: un’immagina vale più di mille parole. E io a sbattermi sulla tastiera…;)

      PS:
      per The Cure, io prenoto sicuramente a Roma, se ci sei, ci si vede?

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  • Paolo

    Volentieri! Ora non so dire quali saranno la mia data e la mia città. Se fosse Roma, facciamo in modo di incontrarci, certo.
    In merito alle grandi potenzialità delle immagini, hai ragione. Una bella foto parla da sola. Racconta a ogni sguardo. E dipende dall’occhio che la osserva. In tutto, come la narrazione scritta. Ma ha il vantaggio di essere più immediata e immediatamente accessibile…
    Una cosa, però, è certa: “scatti” come quelli non solo raccontano, ma ispirano. Parola e immagini possono fondersi, a volte, completandosi reciprocamente. Restituendo all’osservatore un patrimonio ancora più profondo e ricco.

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  • Paolo

    Ma anche le parole hanno più di qualche dimensione…
    Mi imbatto in un’evocativa lettura mattutina.
    Qui le immagini le creiamo noi. Felicemente indotti da una parola sapiente.

    Wallace Stevens, “Fablieau della Florida”

    Barca di fosforo
    sul lido di palme,

    prendi il largo in cielo,
    negli alabastri
    e azzurri notturni.

    Spuma e nube sono uno.
    Gli opprimenti lemuri di luna
    sublimano.

    Colma la tua chiglia nera
    con biancaluce di luna.

    Non ci sarà mai fine
    a questo salmodiare di risacca.

    E ancora.
    Qui la parola cerca con grande coraggio un’immagine che possa rendere, testimoniare, se non descrivere, qualcosa di quanto mai impalpabile e sfuggente come l’ispirazione… E se questa fosse “semplicemente e inspiegabilmente” un’immagine?…

    Wallace Stevens, “Blanche McCarty”

    Guarda il cielo, tremendo specchio,
    e non questo vetro morto che riflette
    solo superfici – il braccio flesso,
    la spalla reclinata, penetrante l’occhio.

    Guarda il cielo, tremendo specchio.
    Oh, piegati all’invisibile; e inclina
    ai simboli della notte incipiente; e cerca
    dei disvelamenti il balenante cocchio.

    Guarda il cielo, tremendo specchio.
    Guarda come la luna assente attende
    in una radura del tuo sé oscuro, e come l’ala
    delle stelle, da recessi inimmaginati, il volo spicca.

    PS. La foto che hai scelto per questo post mi ha colpito perché, prima di ogni altra cosa, rende animato “l’oggetto”, la macchina: i suoi “occhi” luminosi. Dietro le quinte, oltre lo strumento, alle spalle dell’operaio protagonista, cui il padrone (la padrona), devoto, rende omaggio, si può cercare e trovare molto altro (ma pare un universo separato, direi quasi parallelo…). Ma è bello, come tu hai fatto, soffermarsi proprio lì, sul primo piano, ben a fuoco, a quell’ “Io robot” cui esso in qualche modo rimanda. E ascoltare quanto il nobile, magico strumento abbia da raccontare…

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    • redbavon

      Mi stava partendo una risposta al tuo secondo commento con tanto di domandone marzulliano: viene prima l’immagine e poi il testo oppure il testo e poi l’immagine? Vista la forma che stava assumendo, ho preferito lasciare sedimentare dedicandomi all’ultima lettura del post che ho battezzato stamattina. E’ arrivato questo tuo terzo commento come una bordata in piena fiancata del mio vascello. All’armi i pirati, i corsari! Abbordaggio! E ora fuoco alle mie di polveri!;)
      Il testo ovvero la forma espressiva di un “racconto” ha un effetto “moltiplicatore” sull’ “auto-narrazione” di qualsiasi immagine, quadro o foto. I fotografi inorridiranno, ma è una mia opinione e questo blog “è mmmmmio!!!” (cit. Skeletor in Masters of the Universe, il cartone non quella porcata di film!). Testo e immagine posseggono entrambe un potere di evocazione: l’immagine è immediata, il testo ha bisogno di tempo, sopratutto per ritornare “forma espressiva” fruibile da altri. Fanno parte entrambe del processo di arricchimento, condivisione e diffusione, legate l’una all’altra, con la loro schiera di apprendisti, specialisti e stregoni. Parimenti per la musica: perchè sarebbe necessario creare delle parole per una musica che fa vibrare l’anima e vi arriva ancora più diretta di un’immagine? Non se ne abbiano a male i fotografi, ma l’immagine – che peraltro è la base della mia memoria e dell’inizio di ogni mio processo costruttivo e cognitivo – è utilizzata troppo in questa moderna social-società. Non si legge più, si guarda un’immagine, un video e finisce lì. Non siamo disposti a investire il nostro tempo se non a…guardare. Siamo troppo sovraesposti…

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    • redbavon

      A proposito di quell’ “Io robot” , ci hai preso pieno! La seconda linea di lettura vuole dare un retrogusto dei racconti di Asimov e del film Ghost in The Shell. L”i” minuscola attaccata a Camera suggerisce la più social-mente conosciuta e apprezzata dai più Mela-centrica filosofia;) Vieni a ritirare alla cassa il premio: peluche di Toro Toro alto due metri

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