Archivi tag: Storyetta

L’origine della vita (discorso tra due gemelli di sei anni)

Jacopo e Diego cinque anni fa…Già confabulavano. Per fortuna non li capivo e non dovevo delle risposte…

Da dove veniamo? Come siamo nati? Chi sono questi due che chiamiamo “mamma”(semper certa est) e “papà”(numquam)?

Per quanto nebuloso il nostro ricordo, c’è stato sicuramente un momento all’inizio della nostra vita in cui ci siamo posti questi quesiti con pesanti ricadute escatologiche. Il “chi siamo” e il “perché proprio noi qui e in questo momento”, indipendentemente dalle risposte, sono connesse alle aspettative ultime e più intime dell’Uomo, alla Vita e alla Morte come momento di passaggio (o di fine), e tende a influenzare la nostra visione del mondo e, di conseguenza, il nostro comportamento nel quotidiano.

Per quanto nebuloso il nostro ricordo, c’è stato sicuramente un momento all’inizio della vita di tutti gli uomini in cui si sono posti questi quesiti, con la consapevolezza che trovare una risposta, certa e univoca, non appartiene invero al ciclo di vita di un singolo essere umano, ma a più generazioni.

Fin dai tempi antichi l’esistenza della vita (e a ciò che esiste o non esiste dopo la morte) ha ricevuto le risposte più disparate, originando miti, leggende, riti, culti e trovando l’humus perfetto nelle religioni.

Quando ho ascoltato – senza essere visto  – il discorso dei miei due nanerottoli di sei anni sull’origine della (loro) vita, ho compreso che il “mestiere” del genitore non è un “mestiere”, ma una missione; ho compreso che l’escatologia non è alla mia portata, tuttavia devo darmi da fare per prepararmi seriamente a dare delle risposte comprensibili.

Continua a leggere


H1N1, H3N2 e B-Brisbane. Antivirus fallito

RedBavon Born to Shoot Down Bacilo

H1N1, H3N2 e B-Brisbane. Anche il più disperato dei giocatori capisce che non sono giocabili al Lotto, i più incalliti potrebbero sostenere che B-Brisbane è un purosangue australiano erede dei campioni Phar LapTulloch e se lo giocherebbe senza esitazione al GranPremio di Agnano e a Capannelle. Allora potrebbe essere la combinazione segreta (ormai non più…ehm) del mio PC d’ufficio e custode di tutti i segreti aziendali tra cui la ricetta della bomba alla crema…

H1N1 è una vecchia conoscenza, affonda la mia bagnarola uno o due volte l’anno, gli fanno (in)degna compagnia H3N2 e B-Brisbane per un trittico che vi verrà servito come Specialità stagionale: influenza.

Continua a leggere


Lovin’ The Alien

Aliens Scontro finale – La Sulaco manovra sul pianeta per lo sbarco dei Marines

Se nel 1979 eravate ancora troppo piccoli per vedere Alien al cinema o non eravate nati, spero abbiate recuperato almeno i primi due film della saga dello xenomorfo creato da H.R.Giger e protagonista indiscusso della Fantascienza. In tutti cinema dall’11 maggio è in proiezione Alien Covenant, un ritorno alle origini secondo le dichiarazioni dello stesso regista del primo film, Ridley Scott.

Al “lavoro” anche io per contribuire con la mia moLestia di videogamer alla celebrazione di questo ritorno con un altro appuntamento di Videogiochi da Paura!, riciccia una storyetta che – a giudicare dalle fredde statistiche di WordCess – ha avuto poca fortuna. Sarà che è scritta con i piedi (leggitimo giudizio), sarà che l’ho scritta in un momento di particolare trasporto emotivo (ci sono affezionato), la ripropongo in omaggio a questo nuovo Alien.

Mixate in una mente mentecatta durante una notte buia e tempestosa (che fa sempre il suo effetto) questi ingredienti:
Aliens Scontro Finale (il secondo film, indimenticabile quanto il primo sebbene per ragioni diverse…e si sarebbero potuti fermare lì)

+

Alien Isolation (videogioco non recentissimo ma uno dei rari casi ad essere riuscito a catturare lo spirito del primo Alien)

+

la matta voglia di andare a vedere al cinema Alien Covenant e la consapevolezza di non riuscirci sicuramente

+

a granella, pensieri e sensazioni etichettabili “secondo Romanticismo” o qualcosa che vagamente lo ricordi.

=

storyetta senza nessuna velleità e unicamente a mio abuso e consumo, pubblicata in un afflato di “generosità” e “magnanimità” à la Maria Antonia Giuseppa Giovanna d’Asburgo-Lorena in Luigi XVI di Borbone…e nessuna, ma proprio nessuna traccia di vergogna.

Lasciatevi trasportare…

…Fuori da questo mondo.


Capodanno a El BaVón Rojo: brindisi con Grog!

Etichetta del Grog (c)2016 Disegno di  Tati

Etichetta del Grog (c)2016 Disegno di  Tati

Tutto nasce dagli auguri di Buon Anno di Tati all’Oste nel post di riapertura dell’anno nuovo di El BaVón Rojo:”mannaggialochetta! ma dov’ero caduta per perdermi una riapertura della bettola con questo grande stile!!??
Buon anno già iniziato Oste”

L’Oste accoglie con letizia l’augurio e ricambia con affetto, ma non finisce lì…

Oste: “Buon anno FaTati! Perché “iniziato”? Come sarebbe “già”?…Narcì! Narciiiiiii! Narcisooooo!

Da qualche parte dietro (e sotto) il bancone con una refola di voce dal tono rassegnato e sbuffante, giunge la risposta di Narciso: “Checc’èeeeh?…”

Oste: “Narcì, ma che è già passato Capodanno? A me non mi pare…Poi qua fa sempre caldo, l’unica neve che si vede da queste parti è quella che portano i motoscafi dei Narcos…E non ci voglio avere niente a che fare eh. Poi per me la neve, lo sai Narcì…”
Narciso: “…È ambiente ostile, lo so. Lo so.”
Oste: “Narcì, allora è passato Capodanno? Tati mi ha fatto gli auguri di buon anno “già iniziato”…”

Continua a leggere


Pendolari dell’Amore

biglietto-treno-aprile-1995

Quando tra le pagine di un vecchio libro, trovi un biglietto del treno di quando eri militare…

Dedicato a tutti i pendolari, che usino il treno o un qualunque mezzo di locomozione, che usino il cuore.

Ottoaprilemillenovecentocinquantacinque, treno Roma-Napoli, ma poi cosa importa sapere il “quando” e il “dove” se il Tempo continua a scorrere e noi ci spostiamo continuamente insieme a esso, tanto tutto resta…Dietro.

– Prologo –

BOve ClaudiA!…
…No, scusate, no…è… …SantIddio ho cambiato gli occhiali nemmeno tre mesi fa!…è…BAva ClaudiO!…”

Nervosamente, con l’indice e il pollice sulla stanghetta, muove avanti e indietro i suoi occhiali rossi.

“Sì, sssì… Bava Claudio, dov’è? “.

Alza la testa, lancia lo sguardo, facendo la gincana tra le teste dei presenti, e ne aspetta il suo ritorno quando andrà a sbattere contro il muro e rimbalzerà indietro come quella pallina in quel videogioco al bar, che ingurgitava le sue monetine come il Natale ingurgita i buoni sentimenti e, sopratutto, le buone intenzioni. Già, intenzioni, sopratutto le intenzioni. Non si ricordava il nome di quel videogioco o, forse, non si era mai interessata a conoscerne il nome, perché per lei quel “cassone” era il gioco del “muro e dei mattoncini”.

Proprio nel momento in cui lo sguardo sta per colpire un mattoncino immaginario del muro reale, una voce annuncia il “game over”:

“Sì, sto qui…Presente”

Continua a leggere


USB 2.0: Un Sogno davvero Bastardo

The Milliner (c) 1900 – Henri De Toulouse-Lautrec

In questa webbettola sta prendendo vita spontaneamente una serie di storie che potrebbe essere intitolata “Lost” se non fosse che qualcuno ha già provveduto con tanto di copyright mondiale e potrebbe citarmi per tanti di quei danni che i nipoti dei miei nipoti bestemmierebbero il mio nome in tutti gli idiomi conosciuti sul pianeta a causa del debito ancora da saldare a una multinazionale americana.  Di “persone smarrite” si tratta, di persone di cui si sono perse le tracce sia nella realtà sia nella virtualità che supplisce come ultima ratio o, meglio, illusio: prima M.I.@. [Missing In e-mail], poi Vergognose prestazioni, e poi ancora USB, ora questo (sup)post che vado a propinare a chi, durante la navigazione, è stato sbattuto su questi lidi da tumultuosi flutti a causa di un click su “mi sento fortunato” (megalomani o inguaribili ottimisti) o di una fortunata botta di c**o del titolare di questa bottega nello scegliere i tag, i link e altri diavolo di “ranking factor” assortiti, tali da fare rincoglionire gli altrimenti sofisticatissimi algoritmi dei motori di ricerca e convincere Google di trovarsi, tra i byte e le ragnatele, il “sito più figo del bigonzo”.

Chiarito l’andazzo, pure tuttavia ancora qui davanti allo schermo colpiti dalla sindrome “ancora una cialtronata e poi smetto”, mettevi comodi sulla sedia, divano o vaso di ceramica sanitaria, accendetevi una sigaretta (se non fumate, datemi retta, è un buon momento per iniziare), bicchierino e boccia di super alcolico di sottomarca, tanto è roba che fa comunque male, vi fotte il fegato, ma almeno il portafoglio è salvo. ***Attenzione! In questa trasmissione NON sono presenti inserimenti di prodotti a fini commerciali (foss’aMaronna! Pagato per scrivere queste facezie!) ***

A fianco alla tastiera ho una bottiglia piena di rubina e densa ratafià

Si va a iniziare.

Continua a leggere


USB: Un Sogno Bastardo

http://www.ugallery.com/acrylic-painting-nothing-is-forgotten-under-the-red-maple

Nothing Is Forgotten Under the Red Maple by Seth Couture

S’intrufola nel magma di queste pagine un sogno dell’altra notte, soltanto un sogno? Forse.

Forse, perché la ragazza che ho trovato come inaspettata protagonista nel sogno, ha lasciato un’impronta vivida. Un’impronta fisica al risveglio. Tanto che la ricordo a distanza di qualche giorno.

Trent’anni o giù di lì, più “giù” che “su”, mora con i capelli lunghi lisci, occhi di cerbiatto, grandi, scuri, profondi. Taglio degli occhi tendente al mediorientale. Vagavo in una casa nel solito vedo-non vedo dei sogni…Una festa, una serata tra amici, ma io non conoscevo nessuno né mi era familiare la casa. Una situazione che ho sempre odiato da adolescente, quando – sarà capitato anche a voi – di trovarti “imbucato” a casa di “amici” di amici. La ragazza è sola, seduta su un davanzale di una grande finestra chiusa. Fuori è buio pesto. Non una luce, una notte di luna nuova. La finestra è molto alta e, grazie alle sue dimensioni, mi accorgo che è alta anche la ragazza: le gambe, penzoloni, toccano quasi terra. Un’immagine di dolce felicità bambinesca, se non fosse per quella profondità e avidità dello sguardo.

Continua a leggere


Burnout Revenge: vendetta di uno stress mentale

Burnout Revenge (Xbox 360): manna per l’automobilista frustrato, catarsi dello stress mentale da traffico metropolitano. Se riuscite ad arrivare alla fine del post scoprirete cosa c’entra…o forse non c’entra per nulla.

Continua il Viaggio Allucinante al Centro del Blogger, una delirante introspezione del mio personale rapporto tra l’Idea, il Blogger-che-è-in-me(esci da quest’orrido simulacro) e quello che ci sta in mezzo. E visto che questo è il terzo post con tale farneticante tema, si battezza la nuova rubrichetta votata all’ O.T. a manetta: I.Blogger. Se già ne avete avuto abbastanza, l’uscita è in alto a destra (we meant no harm to left-handed people).

Perché scrivo? Nell’ordine risponderei: 1) non lo so; 2) perché mi viene così; 3) beh…per momenti come questo. Quando “dentro” ti trovi immerso in una soluzione liquida, <BZzzsssT!> sinapsi cortocircuitate, <Flash!> sprazzi di idee, <BANG!> impressioni, <WHhooOSH!> spunti, pensieri accavallati uno sull’altro come quel gioco che da piccoli facevamo in cortile: la cavallina nella variante lunga, dai risultati prossimi all’ammucchiata selvaggia con effetti devastanti sulla spina dorsale di quelli che stavano sotto. Piegati e avvinghiati, uno alla schiena dell’altro, i componenti di una squadra si disponevano in una lunga catena; il primo dell’altra squadra prendeva la rincorsa e doveva saltare il più avanti possibile sulla schiena di quei poveretti in fila, i quali dovevano mantenere l’assetto senza cedere. Assestatosi “in groppa” il primo, il secondo seguiva e così via tutto il resto della squadra dei “saltatori”; qualcuno, però, si lanciava con troppa foga, atterrava scompostamente, andava vicino all’incrinamento di un paio di vertebre del malcapitato di sotto nella fila indiana e, rimbalzando malamente, ricadeva di cranio. Bene, i miei pensieri, sensazioni, idee e impressioni stanno giocando a questa variante di cavallina…

Scrivere mi permette di passare dalla parte della squadra dei “saltatori”…

…O forse no. Ma mi piace pensare che sia così.

Continua a leggere


Batmancito – La Compagnia di El BaVón Rojo

When the Going Gets Tough, RedBavon Goes Drinking

When the Going Gets Tough, RedBavon Goes Drinking

Segue da Batmancito – Incontri [Parte V]

It was 7:45 we were all in line
To greet the teacher Miss Cathleen
First was Kevin, then came Lucy, third in line was me
All of us where ordinary compared to Cynthia Rose

Il Principe e il gruppo di musicisti ci stanno dando dentro. Suonano dannatamente bene. Si muove intorno a quella chitarra in un modo seducente e disturbante insieme. Per il tempo di un paio di strofe, perdo la nozione del…Tempo. Non so dove sono.

She always stood at the back of the line
A smile beneath her nose
Her favorite number was 20 and every single day

Siamo seduti a un tavolo insieme ad altre persone, El Rojo è alla mia destra, Sergio alla mia sinistra e le bottiglie di “Grog Reserva Especial” vanno e vengono come dei treni su una banchina di una stazione merci.
Allungo la mano e afferro una bottiglia, la giro sul lato dell’etichetta, fisso l’etichetta, “Grog?” domando tra me, ancora sobrio, e me, scettico. Ne verso il liquido dalla bottiglia a un bicchiere fino all’orlo e oltre, spargendone un bel po’ sul tavolo senza darvi peso. “Grog!” mi rispondo deciso a mandare a quel paese il sobrio e lo scettico, tutti e due in una sorsata sola.

Continua a leggere


Batmancito – Incontri

monkey-island-concept-art

Segue da Batmancito – El BaVón Rojo [Parte IV]

Varchiamo la soglia di El BaVón Rojo.

Dall’esterno, si sente della musica di queste parti, un ritmo latino; appena messo piede all’interno, la musica cessa in un istante, come se fossimo entrati nell’esatto momento in cui il direttore impartisce all’orchestra l’ultimo gesto, ordinando a tutti gli strumentisti di cessare all’unisono.
Il mio grido “Hola! Oste…” risuona come l’ultimo accordo fortissimo nell’ultimo movimento della sinfonia: la bacchetta del direttore disegna nell’aria la traiettoria di un sasso in caduta libera, un movimento secco e deciso, dall’alto verso il basso, un brusco spostamento laterale del braccio, diretto verso l’orchestra, che si traduce in una reazione compatta degli strumentisti e in un accordo netto e preciso.

Il nostro campo visuale si sposta, al ralenti, ai lati, mettendo così a fuoco ciò che è presente a una certa distanza dal centro e succede che  iniziamo a renderci conto di che “musica” tira in questo locale.
Una folla variopinta, seduta ai tavoli o sugli alti sgabelli al bancone, si è girata nella nostra direzione, con un unico punto focale concentrato sull’entrata: Sergio e io sembriamo esserci finiti per caso nel mezzo.
Il nostro occhio passa in rivista quella massa silenziosa di macchie di colore con un schizofrenico ritmo “avanti-veloce-stop-avanti-veloce-stop”, alla ricerca spasmodica del suo centro di gravità permanente: l’oste o uno dei suoi garzoni.

Continua a leggere


Batmancito – El BaVón Rojo

La classica bettola malfamata, il migliore ron di tutti i Caraibi. Così dice l'Oste.

La classica bettola malfamata, il migliore ron di tutti i Caraibi. Così dice l’Oste.

Segue da Batmancito Anabasis [Parte III]

Punta Allen, noi gringos la chiamiamo così, ma il suo nome è Javier Rojo Gómez.

Punta Allen è a due chilometri a sud dal villaggio: è il nome dell’ultima propaggine di Sian Ka’an dove finisce la terra, inizia il mare e, un po’ più in fondo, sulla linea dell’orizzonte, inizia il cielo. Sian Ka’an, in lingua Maya questo significa:”dove inizia il cielo”.

Poche centinaia di anime, per lo più pescatori, i telefoni non funzionano, qualche locale si è attrezzato con Internet, l’energia elettrica c’è: tra le 10 del mattino e le 2 del pomeriggio; dalle 7 di sera fino a mezzanotte.

Qualche tempo fa, Gilbert e Dean hanno provato a cancellare Punta Allen dalla faccia del pianeta: qui gli uragani sono di casa. Hanno provocato parecchi danni al villaggio e reso la costa un cimitero di palme, ma Punta Allen è ancora qui, alla fine della strada, di quest’unica strada che divide la laguna dal Mare dei Caraibi.

Ogni tanto si vede anche qualche turista che vuole fare pesca sportiva: si pesca molto bene il Permit, il Tarpon, lo Snook, il Bonefish, ma ci sono anche Barracuda, Jack, Snapper, LadyFish. La barriera è a soli quattrocento metri dalla costa ed è il paradiso per chi vuole fare immersioni o, semplicemente, snorkeling. Qualche turista più “avventuroso” vuole provare il brivido di una gita emozionante all’interno della giungla e ciò mi dà da mangiare in questi giorni di apatia e nulla.

Continua a leggere


Batmancito – Anabasis

Architrave 8 di Yaxchilán (Guatemala) - (c) Dipartimento di Storia Culture Civiltà Università di Bologna

Architrave 8 di Yaxchilán (Guatemala) – (c) Dipartimento di Storia Culture Civiltà
Università di Bologna

Segue da Batmancito Inicia [Parte II]

Sistemo la falda del cappello, mi passo la mano sulla fronte in un gesto inutile di asciugare la fronte, ottenendo invece l’effetto di spalmarmi un impasto di polvere, terra e sudore. C’è troppo silenzio.

Avanzo oltre la cortina di liane e vegetazione, che seppure diradata dal mio machete, impedisce buona parte della vista oltre. In piedi, disposti a semi-cerchio, vi sono una trentina di indigeni dai corpi colorati di nero e di rosso, alcuni recano macabri ornamenti di teschi e ossa. Sono guerrieri e sono armati. E sono convinti che abbiamo profanato il Tempio Sacro.

Alla mia vista, li sento sobbalzare all’unisono in preda alla sadica gratifica di ciò che mi faranno, devono solo decidere il numero di pezzi in cui ridurmi per poi disperderli nella giungla. Oggi il giaguaro cena gratis. Maledico il giorno in cui ho sottoscritto una petizione contro l’inquinamento e la salvaguardia delle flora e fauna delle foreste tropicali.

Continua a leggere


Batmancito inicia

Camazotz

Segue da Batmancito [Parte I]

Sergio fa un cenno di avvicinami al centro della parete con la grande scena in rilievo. Indica un foro rettangolare esattamente all’altezza del ventre del grande pipistrello. Non può essere un cedimento del muro perché i bordi sono levigati perfettamente.

Mi avvicino e lo ammonisco di prestare attenzione a dove mette i piedi perché, se si tratta di una trappola, mentre è concentrato a guardare il contenuto del “buco”, potrebbe fare scattare una piastra a terra e il “buco” se lo ritroverebbe nel cranio, attraversato da parte a parte da un dardo. Sergio annuisce e, con molta attenzione, si muove a ridosso della parete. Sto per incalzarlo con un’ulteriore raccomandazione di non puntare il fascio luminoso della torcia diretto nella fessura poiché alcune trappole scattano con la luce, quando vedo un’ombra volarne fuori e, l’attimo seguente, l’urlo di Sergio, un tonfo e poi il buio.

Continua a leggere


Batmancito

Questo racconto nasce come “spin-off” dell’episodio di “Batmancito!” accadutomi in Viva il Messico! Ep. #13 – Sian Ka’an, alla laguna e ritorno.

Artwork by KIMBAL (Mérida, Mexico)

Artwork by KIMBAL (Mérida, Mexico) per Mumedi “BATMAN A través de la Creatividad Mexicana de WARNER” (2015)

Yucatàn, Sian Ka’an, in lingua Maya significa “Dove nasce il Cielo” e a buon motivo: il Mondo come siamo abituati a conoscerlo qui finisce.

Giungla, navighiamo da giorni nei canali di questa laguna tra coccodrilli, indigeni ostili e insetti meno letali dei dardi degli indigeni, ma molto più precsi. Ogni loro colpo va a segno. È più probabile che io muoia dissanguato per questi dannati mosquitos prima che gli indigeni riescano a centrarmi con una freccia.

D’improvviso sulla riva, un masso diverso dal solito, vi sono delle iscrizioni, sicuramente opera umana, non si distingue granché anche da vicino, ma è sicuramente Maya. Ci siamo! Ci siamo! Il Tempio Perduto deve essere qui.

Continua a leggere


Anche un blogger ha un cuore

Viaggio-allucinante
Continua il Viaggio Allucinante al Centro del Blogger, iniziato con “Ogni blogger è un killer“, una delirante introspezione del rapporto tra l’Idea e il Blogger, così si piace definire il mentecatto che scrive in evidente delirio di megalomania e di auto-proclamata rappresentanza di una categoria che, a stento, viene riconosciuta. Con una certa pudicizia e malcelato orgoglio quella rara volta che ti azzardi a dire “Sai, ho un blog…”; se ti dice male:”Ah anche io! Mi dai l’amicizia?“; se ti dice bene:”Ah, scrivi sull’Internet(te) una specie di diario…”.

Partorito come un bimbo “settimino” questo post avrebbe dovuto avere una gestazione meno frettolosa, ma visto che ogni anno 40.000 neonati, il 7% circa delle nascite, vengono alla luce pretermine, occorre farsene una ragione e dedicargli tutte le attenzioni per accompagnarlo gradualmente nel suo cammino verso l’autonomia e la maturazione, fino ad arrivare “al passo” con gli altri piccoli post già pubblicati. Perciò siate pure spietati con quell’ansioso del “padre”, ma abbiate amorevoli commenti per questo post(icino). Nel vostro cuore. Perché anche un Blogger ha un cuore.

Continua a leggere


Il citrullo

Onda sonora consigliata: Zum Zum Zum (Mina)

Agosto è nel pieno e così – per molti – anche le sospirate vacanze estive. In quel girone d’Inferno che è agosto, vuoi per cause interamente naturali (vedi la media delle temperature), vuoi per cause antropiche, cioè l’abitudine tutta itali(di)ota di partire tuttinsieme. Talmente insieme e di botto che l’unica opzione per una “partenza intelligente” è quella di NON partire. Se il traffico s’ingorga anche in quel “Rio delle Amazzoni” di asfalto che è l’Autostrada del Sole nei tratti a 8 corsie, è evidente che l’Esigenza impellente degli italiani è di ottimizzare il proprio periodo di ferie. Chi è disposto in cuor suo a perdersi pure un solo giorno di ferie? Piuttosto rischio, mica ogni anno può essere sempre la stessa storia…Ditelo a quelli che, tutti gli anni, da 20 anni, si incolonnano sulla Salerno-Reggio Calabria.

Gli effetti devastanti di questo girone infernale che neanche il nostro caro Dante Alighieri avrebbe mai potuto immaginare (e di fantasia non era certo a corto), iniziano però già da molto prima: nella fase preparatoria.

La fase preparatoria è irta di pericoli, trabocchetti e abissi insondabili della ragione. Visto che Il Signore, che abita un paio di piani sopra al nostro girone, non ha demandato nulla al Caso, ma c’è sempre una ragione, magari ci sfugge, magari non siamo ancora pronti a comprenderla. Sicuramente non siamo pronti a comprenerla visto che le nostre povere menti non superano quel crash-test delle ore 14:00 in spiaggia, sole a picco, raggi UV-A e UV-B che ci fanno la radiografia, eppure tutti distesi  come profane sindoni sul lettino, un gelat(in)o o una frutta a pranzo. Ora posso capire come si può sentire un pollo in un forno a micro-onde. Il pollo però  è sicuramente  già morto.

Da queste contorte consideraZzzioni e da uno scambio e(da)pistola-re con mia sorella, zum zum zum ho inziato ad avere una storia strana in testa, a sentire una specie di botta-e-risposta, zum zumzu zum zum, questa storia che mi passa per la testa, non so bene cosa sia, l’ho sentita da mia sorella o mia zia,  di sicuro so soltanto che è una conversazione familiare, un po’ frutto della mia deviata fantasia e un po’ – recitava una canzone – sarà capitato anche a voi. Una conversazione che fa capire quanto – nonostante l’ineluttabile  partenza deficiente – abbiamo tanto bisogno di queste vacanze.

Continua a leggere


La Fine del Mondo

the-end-thats-all-folks

Di mistiche farneticazioni e “La Fine del Mondo” secondo lamelasbacata e RedBavon. E con questo mi sa che ci siamo giocati il Paradiso.

Sostengo sempre che i commenti sono la linfa vitale di un blog. Da uno scambio con Mela è partita una scheggia mistica, complice anche la mia terza birra e in queste sigarette “che diamnine di tabacco ci hanno messo?”

La Fine del Mondo secondo lamelasbacata, che cita un passo di “Io Speravo che me la cavo” di Marcello D’Orta

“Io, la parabola che preferisco è la fine del mondo, perché non ho paura, in quanto che sarò già morto da un secolo. Dio separerà le capre dai pastori, una a destra e una a sinistra. Al centro quelli che andranno in purgatorio, saranno più di mille migliardi! Più dei cinesi! E Dio avrà tre porte: una grandissima, che è l’inferno; una media, che è il purgatorio; e una strettissima, che è il paradiso. Poi Dio dirà: “Fate silenzio tutti quanti!”. E poi li dividerà. A uno qua e a un altro là. Qualcuno che vuole fare il furbo vuole mettersi di qua, ma Dio lo vede e gli dice: “Uè, addò vai!”. Il mondo scoppierà, le stelle scoppieranno, il cielo scoppierà, Corzano si farà in mille pezzi, i buoni rideranno e i cattivi piangeranno. Quelli del purgatorio un po’ ridono e un po’ piangono, i bambini del limbo diventeranno farfalle. Io, speriamo che me la cavo. “

 

La Fine del Mondo secondo RedBavon

(questa è un pò più lunghetta, scritto all’impronta…avvisati eh)

Continua a leggere


Cuore di leone o di coniglio?

“Oh, no, no, no, no, no, no! È tardi! È tardi, sai? Io son già in mezzo ai guai! Neppur posso dirti “ciao”: ho fretta! Ho fretta, sai?” (Bianconiglio in Alice nel Paese delle Meraviglie)

(c) 2016 by RedBavon

Sembra di essere finito in un sogno, sprofondato in uno stato quiescente, intrappolato nella ragnatela tra sonno e dormiveglia. Una trappola che fa apparire il sogno reale e la realtà un prolungamento del sogno così che al risveglio il primo pensiero che affiora è una domanda “sono sveglio?”.

E se il sogno fu particolarmente bello o dolce, mi sovviene subito l’amarezza di averlo dovuto abbandonare. E se qualche volta non mi sono arreso e ho provato a riaddormentarmi per continuare il sogno, non sono un fesso, solo…un inguaribile sognatore.

Quante volte, mi sono sentito un turista nel mondo reale, mai abbastanza “sveglio”; con tutte le forze cerco di trattenermi il “sogno”, ma il tempo e le persone inesorabilmente (s)corrono, e il risveglio spazza via sogno e realtà. E non puoi accucciarti di nuovo sotto le lenzuola e provare a continuare il sogno. Un altro inguaribile sognatore? No, solo un fesso.

Cuore di leone o cuore di coniglio?

Continua a leggere


Sogno di liquirizia Ep. #2 – Intermezzo

golia_sogno

Una di queste sere, a giornata finita, terminata la routine della cena, mentre riponi piatti e bicchieri nella lavastoviglie (santasubbbito!), il suono della ceramica o del vetro è l’unica eco che riempie la tua scatola cranica. A giornata finita, se provi a fare i conti per darle un senso, sempre che un senso ce l’abbia avuto,  la stanchezza sale prepotente e riduce le tue opzioni a tre: cicchetto di liquido ambrato o scuro dal 40% di alcol in su; preghiera; prendi tempo.

Continua a leggere


Qualcuno andò sotto il nido del cuculo e sparò Ep.#2 – Ecco i Killer!

Cuculo

Il cuculo…Che vi ha fatto di male? Vi sembra teso? Ha tutte le ragioni per esserlo.

Ornitofobia? Paura dei volatili?  Quando vedete il film “Gli uccelli” di Alfred Hitchcock non ci dormite la notte? Dei misteriosi “giustizieri” vi stanno rendendo la vita meno difficile: una strana moria di uccelli si sta verificando in città. Tutto è iniziato con i cuculi, ormai non se ne trova più uno, si è estesa poi a tutti i volatili. Così si pensava fino a poco fa, ma la dichiarazione del Questore al telegiornale nazionale ha svelato che gli inquirenti avevano il sospetto che non fosse una moria naturale, anzi avevano elementi che fosse, in qualche modo, indotta da uno o più individui. Quel “qualcuno che andò sotto il nido del cuculo e sparò” è stato finalmente individuato. Svelati i volti dei killer!

La città blindata dalle forze dell’ordine alla ricerca dei due superlatitanti, ai quali viene ascritto anche l’ultimo degli efferati crimini seriali, ormai noti alla cronaca come “Le stragi d’Er Cucularo”. Cento posti di controllo mobili sono disposti fra il centro e le periferie, cambiano ogni mezz’ora, segnalazione dopo segnalazione. Gli investigatori hanno messo a punto un piano di intelligence per accelerare i tempi della cattura e hanno mobilitato tutte le forze a disposizione: volanti dei commissariati e della squadra mobile, personale di stazioni e caserme dei carabinieri, gazzelle del nucleo radiomobile, elicotteri in volo continuo sui cieli della città e polizia a cavallo a pattugliare i giardini e i parchi, unità cinofile agli aeroporti, stazioni ferroviarie e delle corriere, persino la polizia postale a scandagliare Internet alla ricerca di una qualsiasi traccia, anche solo elettronica, dei due criminali a piede libero. Tutte le forze coinvolte hanno l’identikit dei killer, assassini silenziosi e spietati, abituati a portare a termine il proprio compito di sterminio del cuculo e di tutta la genie affine, comunque munita di piume e di becco.  Vi mostriamo  la foto in anteprima:
Continua a leggere


Album di figurine – Buffalmanacco Europei 2016

Scuola di Calcio a Ripi (FR): squadra del Campania

Accovacciato, in basso a sinistra: indosso la maglia di calcio della squadra del – pura coincidenza – Campania. Lo so, tempo buttato!

Non sono un grande tifoso di calcio. Mi piace come sport, come gioco, ma non il Campionato, le Coppe, gli scandali, certi personaggi che i vicini di tomba del buon de Coubertin hanno presentato lamentela in massa all’Amministratore del Cimitero perché il de Coubertain urla e sbraita, tirando giù bestemmie tante e tali che tutta la tribuna Montelóculo rischia il Daspo al Giudizio Universale.

Non ho mai letto un giornale sportivo proprio perché calcio-centrici, nemmeno in attesa del mio turno dal barbiere: penso che i migliori scrittori di “fiction” e “sit-com” siano tra i giornalisti dei quotidiani sportivi, soprattutto quando d’estate devono inventarsi storie tali che il film di Jackson de “Il Signore degli Anelli” può rientrare nel neorealismo al pari di “Roma città aperta” di Rossellini e “Ladri di biciclette” di De Sica.

La mia libido calcistica è pari alla libido sessuale di una prostituta di 90 anni che ha esercitato la professione fino agli 80 anni (un paio di riforme delle pensioni, una legge sul ripristino delle “case chiuse” e ci arriviamo). Da tifoso di curva ai tempi del grande Napoli dell’inarrivabile genio calcistico, Diego Armando Maradona, oggi sono un simpatizzante piuttosto distratto.

Come giocatore di calcio, non è che il mio rapporto con questo bellissimo sport sia messo meglio: “imbarazzante” è un compassionevole eufemismo, sebbene la foto in alto m’è testimone di averci provato: in basso, a sinistra sono il tipo con l’espressione Don Ciak Castoro. Chi mi ha visto “giocare” a pallone e vede questa foto, sta pensando esattamente quanto recita la didascalia…”Tempo buttato”

Una trilogia di tragicomiche cronache delle ultime volte che ho calcato un campo di calcetto la trovate nascosta tra queste pagine, non perché me ne vergogni – anche se forse dovrei per l’italiano crocifisso – ma perché sono stati i miei primi post…Almeno assolvono alla funzione di ricordarmi di eventi, che altrimenti sarebbero andati persi: il 2009 è l’anno in cui ho calcato per l’ultima volta un campo di calcetto, per giunta pagando.

Se il buon Dio ha messo inimicizia tra la Madonna e il serpente, ebbene qualcosa del genere – certamente di meno mistico – deve essere successa tra me il pallone. Non per nulla, nell’ambiente delle partite lunghe pomeriggi estivi (ore 15.00-21.00 non-stop), a ognuno il gruppo affibbiava un soprannome di un giocatore famoso, come “El Buitre” del  grande attaccante del Real Madrid, Emilio Butragueño.

Il mio soprannome era: “Pacione”.

Appellativo invero poco blasonato visto che l’allora promettente punta bianco-nera Marco Pacione, durante Juventus-Barcellona, valida per i quarti di finale di Scempion Lig (all’epoca: Coppa dei Campioni) sbagliò l’inverosimile e l’impossibile: almeno 3 gol fatti. Correva l’anno 1985: la Juve non si qualificò. A Pacione quella partita non gliel’hanno mai perdonata. Cabrini è ancora vivo perché quella finale del 1982 è finita 3 a 1 per noi. A Becalossi, anche se ha sbagliato quel rigore, gli hanno dedicato addirittura una canzone. Pacione, più che una storia di calcio, una storia di calci…E tanta sfiga.

In due occasioni, però, mi trasformo come Stanislao Moulinsky al calare delle prime ombre della sera e mi sale in groppa la scimmia hooligan: i Mondiali e gli Europei di calcio.

il 10 giugno iniziano gli Europei in Francia.

Più facile per me cavalcare l’onda emotiva, piuttosto che galoppare sulla fascia cercando di mantenere il controllo della palla. E calcio sia!

Riprovo a proporre, per la seconda volta a distanza di tanti anni, un “simpatico giuoco”, che all’epoca ebbe l’effetto di scatenare un certo numero di commenti sganascianti sulla mia foto, ma – a parte la mia – zer0 fot0. Secondo tentativo con l’obiettivo, peraltro ambizioso, di bissare lo stesso risultato: zer0 fot0, ma meno prese per il c*lo al mio indirizzo. Il calcolo delle probabilità non mi dà favorito, ma avverto la mia Aura vibrare al suono di  “Pacione feat. Phil Collins Against All Odds Remixed

La proposta è questa: ricordate l’album di figurine?

Facciamo un buffAlmanacco dei calciatori con le nostre foto di quando eravamo grandi promesse del calcio! Apro quindi ufficialmente il Concorso:

Voglio essere una figurina pure io!

Inizio con la mia, in apertura di post. Sono il tipo accecato dal sole in basso a sinistra.

Continua a leggere


So(g)no felice

filo

Sono a casa. Sono finalmente a casa!

Devo avere fatto un lungo, lunghissimo viaggio o manco da così tanto tempo che il solo rivedere casa di mamma e papà mi gonfia di emozione. Sto quasi sul punto di piangere. Che bello essere ritornato a casa!

Vivo ormai lontano da tanti anni, ho un’altra casa in un’altra città da quasi due decenni, ho una famiglia, ho vissuto più in quest’ultima città che nella mia di origine, ma questa è la mia città, questo è dove mi sento veramente “a casa”. Quando vado a trovare i miei cari genitori, mi sento proprio così.

Sono a casa. Ma stamattina mi sono alzato con un magone: devo andare via.

Appena arrivato, devo subito andare via. Posso restare poco. Così poco tempo che ci sto male. Una sensazione, che chiunque sia emigrato in un’altra città per lavoro, conosce bene. Una sensazione che ritorna con enorme forza centripeta nel momento in cui devi andare via, una sensazione che non ti molla neanche quando il treno sferraglia lasciandosi alle spalle la stazione. Un filo invisibile che ti tira indietro.

Sulla mia pelle, ho un grande rispetto per i migranti che scappano da guerre e altre situazioni senza speranze: quando partono, sono consapevoli che il ritorno a casa sarà difficile, se non impossibile. Io posso tornare. Un filo invisibile che ti tira indietro, sempre.

Stranamente, mia mamma non mi ha subissato a ripetizione di “resta e rimani”, ha capito la mia sofferenza nel doverli abbandonare presto e la sua insistenza avrebbe reso ancora più difficile la partenza. Mamma mi ha solo guardato, le basta uno sguardo per capire al volo tutta la situazione. Mi ha rivolto solo uno sguardo con un’espressione dispiaciuta e immensamente comprensiva, come solo una madre è capace di essere:”ma devi già andare via?”.

Continua a leggere


Scintille

guido di notteFari nella notte. Guido.

Io e l’auto, soli, nella notte. Buio intorno. Scie di fari che t’illuminano per un attimo e poi ti lasciano nel buio dell’abitacolo, tu, la notte e l’auto. L’auto diventa la tua compagna, il motore la sua voce, sembra mormorarti qualcosa per tenerti sveglio, per farti compagnia. O sei tu che inventi questa storia per tenerti sveglio. All’automobile è attaccata la pelle…la tua e la sua (carrozzeria). E io e la BAV4 ce la siamo vista brutta un paio di volte in questi anni, eh? Mia cara, sì, dimmi , ti ascolto…

…Quante volte ti ho guidata via in notti come queste, io e te soli?

Tante sì .

Che dite? Sono pazzo. Parlo e sorrido a un’automobile? E chi se ne può accorgere? Guido solo nella notte. Fari, scie di luce, di nuovo ripiombo nel buio.

Alzo un po’ il volume dello stereo, c’è una canzone dei Coldplay che mi piace tanto, di quelle con la chitarra acustica. La chitarra acustica ….Ah! Quanto avrei voluto imparare a suonarla, ma nemmeno i due accordi di “A horse with no name” riuscivo a mettere insieme. Ah che mi fai ricordare, notti come queste, i falò sulla spiaggia, quella ragazza che mi piaceva da morire e invece, per la timidezza, mi veniva da scappare via. “Quella sua maglietta fina tanto stretta al punto che…A me toccava immaginare proprio tutto, mentre il “chitarrista” che accompagnava il nostro coro ha visto cosa c’era sotto quella maglietta fina e… Vasco docet…Va be’….

Continua a leggere


Tre

un_due_tre

[Prima è stato Zer0 , poi è seguito Due , ma il fritto-misto di pensieri cardinali mixati ai binari di “Non sono un numero” era fermo da 4 anni. il Tre arriva del tutto inaspettato, dopo avere letto il post Certe domande di tiZ, ha preso una direzione verso incerte risposte. Liberamente ispirato e tratto da “Think Twice” di Groove Armada]

Chiudi gli occhi e abbandonati a questa sensazione che ti fa sprofondare dentro. Chiudi gli occhi e conta fino a tre. Un due tre. Chiudi gli occhi, riavvolgi la tua vita con un battito di ciglia. Chiudi gli occhi e nel buio abbraccio della palpebra sei costretto a fissare te stesso. Sai esattamente cosa stai pensando. Chiudi gli occhi e la vita – tutto d’un tratto – ti va stretta. Chiudi gli occhi e conta fino a tre. Non fai sconti. Un due. La vita è più grande di te, scacci i ricordi peggiori, richiami i pensieri più belli, trovano posto tutti e Dio mio! …Trovo posto anche per Te. Ci sono cose di cui non puoi sopportarne il peso. Ci sono cose che non puoi permetterti di scegliere. Chiudi gli occhi…

Chiudo gli occhi  e mi abbandono a questa sensazione che mi avvolge in una spirale e mi sprofondo dentro. Chiudo gli occhi e conto fino a tre. Un due tre. Chiudo gli occhi e riavvolgo. Rewind. Un battito di ciglia, chiudo gli occhi e fisso me.

Continua a leggere


Ogni blogger è un killer

Idea Killer © Work Wankers – http://workwankers.com/

Idea Killer © Work Wankers – http://workwankers.com/

Io sono un killer. Quando una diafana sensazione, evocata da una miscela di memorie remote ed esperienze contingenti, si sporge oltre quel confine che la promuove a sensazione cosciente, non ha più scampo. Il suo destino è segnato.
Le si fanno intorno, come sirene agli scafi degli antichi navigatori, emozioni e sentimenti, che impartiscono una spinta decisiva a questo contenuto cosciente e ancora allo stadio puramente cognitivo: entra nella mia “memoria di lavoro”, che conserva traccia di una mole, non censita, tuttavia imponente di precedenti dati.

La sensazione cosciente entra in una stanza, ma si rende conto che non è sola. Ve ne sono altre, tutte in competizione. Prende posto al banchetto: davanti c’è la commissione, formata da un unico esaminatore, che farà poi una scelta, la selezione di un singolo vincitore. In questa competizione “chi vince, piglia tutto”.

Continua a leggere


Gonna color-fango

gonna street style

Tulle e asfalto.

Secondo una recente ricerca inglese, la notte tra la domenica e il lunedì un numero sempre più alto di persone soffre di un crescendo di ansia per la settimana a venire: ne consegue insonnia e un risveglio assai duro. La cosiddetta “Sunday Night Insomnia” io devo averla in qualche forma congenita: il mio risveglio è duro tutta la settimana.

Cubi di ferro, cemento e vetro sono le nostre destinazioni, attraverso un traffico maleducato e menefreghista o mezzi pubblici gremiti. Pestate un formicaio, ne usciranno formiche impazzite in tutte le direzioni. La mattina, le nostre città viste dall’alto sono proprio così.

11_nyc

Come il labirinto di Pac-man completo di puntini da ingurgitare

Così a contatto con tanto asfalto, cemento e grigiore umano, l’animo ne viene contagiato.

Continua a leggere


iCamera 2.0. Vita da fotocamera

Serie Selfportrait (2009) © Luisa Carcavale

Serie Selfportrait (2009) © Luisa Carcavale

Mi presento: sono Fotocamera.

Una di quelle macchine che può ritrarre la realtà: luoghi, persone, cose. Sì, cose così. Sono orgogliosa di ciò che sono perché – senza falsa modestia o retorica – io creo storie: le immagini passano attraverso l’ottica e io vi restituisco le storie di luoghi, persone e cose lontane, che altrimenti non potreste mai vedere e sperimentarne le emozioni; restituisco storie di immagini di luoghi, persone, cose vicine, che avete lì, proprio davanti agli occhi, ma che non riuscite a vedere o che non volete vedere.

Continua a leggere


Ricordi di salsedine al suono di Juke box.

relax-tropiciRicordi di salsedine, sabbia sotto i piedi, caldo, primo pomeriggio dopo l’ora del pranzo, capitava ogni tanto che i tuoi genitori – per potere fare un pò  di meritata siesta – ti dessero 500 lire e il permesso di allontanarti – “ma non troppo” – per andare al bar del vicino stabilimento balneare.

Se i tuoi piedi sopravvivevano alla sabbia a temperature vicine alla vetrificazione e, solo leggermente più basse, delle assi in legno della zona cabine, potevi accedere al bar, luogo finalmente riparato dal cocente sole, e dilapidare quel piccolo patrimonio nei seguenti effimeri modi:

Continua a leggere


Vita, morituri te salutant.

Vita da trincea. 22° Fanteria franco-canadese. Luglio 1916.

Vita da trincea. 22° Fanteria franco-canadese. Luglio 1916.

Dedicato a tutti i gladiatori nel vivere quotidiano.

Jack, Jim e Joe nella trincea sapevano che ora sarebbe toccato a loro saltare oltre quel mucchio di terra, che salvava la vita o finiva per ricoprire il tuo corpo morto, sempre ad avere un pò di fortuna che ne ritrovassero le spoglie. Era calato un pesante silenzio tra loro, interrotto apparentemente dai colpi di artiglieria che cadevano più o meno vicino. Se avessero chiuso gi occhi, non fosse stato per quel forte odore di metallo, polvere da sparo, fumo, urina e terra, si sarebbe potuto fantasticare di essere nel bel mezzo della più imponente festa di Capodanno.

Fuggivano gli sguardi. Sigarette in bocca, tiravano grandi boccate di fumo, ma non perchè fossero particolarmente nervosi. Il sistema nervoso aveva perso il suo equilibrio e funzione da un pezzo. Percepivano la fine vicina, all’unisono, come parti di un unico organismo; troppe erano le cose che avrebbero voluto dirsi. Troppo poco tempo a disposizione, non riuscivano a dare una priorità ai propri pensieri. Si accavalavano proprio come tutti quegli uomini ammucchiati a ridosso della spalla di terreno della trincea. Alcuni già morti. Vivi e morti, mischiati. Di lì a poco, al segnale convenuto, non si sarebbe notata la differenza. Tutta la vita per cercare di diminuire le differenze tra gli uomini, la morte appiattisce tutto; le basta un secondo e meno di un dollaro: una pallottola.

Joe ruppe il silenzio con un’espressione dell’antico dialetto della sua famiglia di migranti: ” ‘Nce vulesse ‘na bella tazzulella ‘e cafè…”.

Continua a leggere


Breve storyetta, il tempo di una sigaretta

Rick, non si capisce più nulla con questo tempo! Tu guarda qua che nebbia a Casablanca!"... ..."Ilsa, 'a verità è che mentre ti aspettavo mi sono fumato tre pacchetti di Nazionali Mi sa che devo smettere di fumare"

Rick, non si capisce più nulla con questo tempo! Tu guarda qua che nebbia a Casablanca!”.. [pausa di silenzio imbarazzato di Rick]. …”Ilsa, ‘a verità è che mentre ti aspettavo mi sono fumato tre pacchetti di Nazionali Mi sa che devo smettere di fumare”

Fumo e altri vizi bene assortiti sono spesso fonte d’ ispirazione tanto che al primo ho dedicato un’infame rubrichetta Storyette, storie di sigarette e ai secondi ne ho appena inaugurata un’altra dal titolo The .XXX Files (temo non sia originalissima…)
Quando m’imbatto in un altro blog A Mali Estremi di Albucci, fine penna sottilmente letale, e nel suo stupendo post “La verità di un fumatore“. Fa bene alla salute. Una boccata d’aria fresca, anche per i non-fumatori evangelisti del no-smoking. Riponete i paletti di frassino, le fascine per il rogo e i vessilli crociati,  non è una pubblicità progresso per il fumo, il fumo è un vizio stupido e io mi sento stupido proporzionalmente a quante sigarette fumo (ma tant’è che mi va). Il fumo fa male davvero alla salute ed è corretto che si sia fatta e si continui a fare una corretta informazione, ma anche vivere senza un minimo di auto-ironia è altrettanto stupido e provoca il cancro dello spirito.

Dalla teoria alla pratica, il passo è spesso quello di un bradipo zoppo di lunedì mattina appena sveglio. A volte, subisce improvvise accelerazioni a causa di fattori che i bookmaker inglesi darebbero 100 a 1. Ma per quelle strane e inquietanti coincidenze della vita, ancora fresco di questa rigenerante lettura di sia lodato Albucci sempre sia lodato, una seria riflessione e riconsiderazione di sigarette e del fumare mi viene provocata da una fonte inaspettata: uno dei due adorabili nanetti con cui da tre anni convivo sotto lo stesso tetto e condivido sedute (una volta intime) al bagno, il mio ex-studio (ora cameretta con due lettini), ogni virus, batterio, bacillo con cui socializzino a scuola, la mia compagna e letto matrimoniale e, peggio di ogni altra cosa, il joypad delle mie console di videogiochi.

I due gemelli hanno in comune con i nani della Terra di Mezzo non soltanto la statura sotto la media di un Uomo: sono opportunisti, vendicativi e tremendi se offesi e ingiuriati, ottimi artigiani e costruttori (di Lego), tenaci e testardi, difendono le loro proprietà (macchinine, aerei, pupazzielli o semplici sassi), dando battaglia all’ultimo sangue a chiunque voglia sottrargliele o gliele abbia già sottratte (fosse anche il fratello gemello), tuttavia amanti della gozzoviglia e chiassosi compagnoni.

Ecco com’è andata.

Continua a leggere


Vita, morte e miracolo di un fiore

Flower_screen_shot_2009-09-16_at_21

Storia di un giovane fiore temerario, che un giorno decise di partire, abbandonando il prato in cui era nato per andare a vedere il resto del mondo.

English version

English version

C’era una volta un fiore di nome…non importa il nome, i fiori hanno moltissimi nomi e questa storia può andare bene per uno qualunque tra i fiori. Nella sua vita questo fiore faceva…il fiore.

Lo sanno tutti come si fa questa cosa: uno si pianta lì, in mezzo a una zolla di terra (preferibilmente bella morbida, calda e umida quanto basta), sta fermo tutta la giornata guardandosi in giro e, quando il sole tramonta, va a dormire. Certo, questa vita sembra una pacchia, ma come tutte le cose su questa terra, ha anch’essa i suoi pro e contro.

E’ una vera goduria spaparanzarsi tutto il giorno al sole, sentire il suo calore sui petali, stiracchiare lo stelo verso quei raggi, lasciarsi sfiorare le foglie dalla carezza della brezza, sprofondare le radici nella terra calda. Non c’è nulla di meglio che “incrociare” le foglie e rivolgere la corolla al sole!
Meno rilassante, invece, è l’essere strapazzati dal vento e schiaffeggiati dalla pioggia in una tempesta, lampi, tuoni, scrosci d’acqua giù a catinelle. Se non si vuole essere risucchiati dal vento che ti sbatacchia violentemente in tutte le direzioni, bisogna avere una bella forza nelle radici e aggrapparsi tenacemente al terreno, sempre più freddo e fangoso.

La vita di un fiore, dunque, è una vita come tutte le altre: ha i suoi alti e bassi. Ognuno ha un suo “lavoro” da fare. E il fiore di questa storia faceva il suo con un discreto successo e una certa dignità, pure tuttavia senza esserne convinto fermamente. Riferendoci a un nostro simile che fosse nella stessa condizione di questo fiore, avremmo scritto che “aveva grilli per la testa”, ma nella corolla del fiore durante l’arco della giornata vi si trovano usualmente non solo grilli, ma api, calabroni, tantissimi altri insetti e pure un colibrì. Se quindi per un fiore avere dei grilli per la testa rientra nella normalità, il fiore di cui scrivo non era come tutti gli altri: riteneva, infatti, che “fare il fiore” fosse per lo più una …seccatura. Sì questo è il termine esatto che usava e per un fiore il significato di “seccatura” non corrisponde a un passeggero stato di “noia”, ma a un qualcosa di più profondamente negativo e definitivo. No, non era un fiore come tutti gli altri: aveva una voglia irrefrenabile di…partire!…Lasciare tutto e partire.

Continua a leggere


Fuori da questo mondo

nebulosa_testa_di_cavallo

“Sigaretta?” la domanda rimbombò dentro di me, assorto in così tanti pensieri da non sapere cosa farmene, mille pensieri e nessuno insieme. Rivolsi lo sguardo verso una sagoma di un corpo a malapena visibile nella penombra, il kazako riusciva a confondere il suo corpo nell’oscurità come il fumo nella nebbia. Quest’abilità ce l’hanno tutti i kazaki, almeno quei pochi kazaki sopravvissuti; dalla metà del XX secolo i russi hanno usato il Kazakistan per le sperimentazioni nucleari. I kazaki hanno ricevuto “in dono” certe mutazioni.

“Mah!…Sì allungamene una, Yerzhan” tesi la mano verso il pacchetto aperto che mi porgeva, cercai con le dita una sigaretta a caso, l’afferrai, feci per portarla alle labbra quando mi accorsi che era capovolta dal verso sbagliato. “Ehi Yerzhan, mi è capitata quella del “desiderio”…” Yerzhan aveva l’abitudine di capovolgere una sigaretta ogni volta che apriva un nuovo pacchetto, ne pescava da dentro sempre a caso, senza guardare, e quando gli capitava proprio quella capovolta, la fumava esprimendo un desiderio. A giudicare dal numero di sigarette che fumava, il kazako doveva avere espresso già tanti, ma tanti desideri…E se si trovava ora qui, significava che non se n’era avverato neanche uno. Yerzhan si sporse con il viso fuori dalle ombre e mi sussurrò con un soffio di parole che riuscii a decifrare solo dal movimento labiale “Oggi è una buona giornata. Oggi voglio farti un regalo – e con una smorfia che, in tanti anni di servizio insieme, avevo imparato a riconoscere come il suo migliore sorriso, aggiunse –  “Ti regalo il mio desiderio”.

Continua a leggere


Vita da ca…mera.

Serie Selfportrait (2009) © Luisa Carcavale

Serie Selfportrait (2009) © Luisa Carcavale

Mi presento. Sono Macchina Fotografica. Sì, insomma, avete presente sono una macchina che può ritrarre la realtà: luoghi, persone, cose. Sì, cose così. Sono orgogliosa di quello che sono perché – senza falsa modestia o retorica – io creo storie: delle immagini che mi passano attraverso l’ottica, vi restituisco le storie di luoghi, persone e cose lontane, che altrimenti non potreste mai vedere e sperimentarne le emozioni; vi restituisco storie di immagini di luoghi, persone, cose vicine, a volte proprio davanti i vostri occhi, ma che non riuscite a vedere o che non volete vedere.

Continua a leggere


Bile verde d’Irlanda

Inishowen (Irlanda)

Avete presente la tag cloud di questo blog? Se hai aggrottato le ciglia e e leggermente inarcato le labbra con una smorfia, non ti preoccupare perchè è colpa mia: in una frase ho usato un verbo e una parola in italiano e TRE in inglese. Ma i “colonizzatori” non eravamo noi del Vecchio Continente?…Sì ma al tempo di Adriano. Sarà stato intorno alla metà del II secolo dopo Cristo, insomma un paio di migliaia di anni orsono.
Sì insomma la “nuvola di etichette” (mammmamiabbbella in italiano non si può sentire…) cioè quella parte sul bordo destro dello schermo sottostante alla scritta “Facimm’ Ammuina” (“Facciamo casin…confusione“). Ci siete?…Bene, notate che vi sono parole di dimensioni diverse: si tratta delle parole-chiave più usate per contrassegnare l’argomento di un post; più grande è il carattere, maggiore è la frequenza di utilizzo all’interno del blog. Ebbene, una delle prime parole che risalta da quest’ammucchiata è: “amore”. Dalla retina questa informazione passa al nervo ottico in meno di una frazione di secondo,  viene trasformata in impulso elettrico, che raggiunge il cervello e lo manda d’emblée in uno stato di “guru meditation

Ma non è che ‘sto blog sta diventando un povero, malscritto e scalcagnato e-mulo di certa letteratura ‘rosa’ di consumo? Quella parola va usata con una certa parsimonia. Racchiude in sé una potenza incontrollabile e devastante. <Tasto sinistro del mouse> Il cervello si riavvia.

Inizia una discussione animata tra pensieri che si affollano e scalciano, la solita buriana che precede questo sbattimento di tastiera e l’imbrattamento di questo spazio. Ne viene fuori che su questo blog, casualmente ma con una certa regolarità, fanno la loro apparizione due personaggi, Il Tabagista e Disco Boy, che – a un’analisi “di superficie” – hanno in comune una certa sfiga con l’amore; in realtà, sono due tossicodipendenti di questo sentimento che provano per una donna. “Tossicodipendenti”: non vogliono separarsi da quel sentimento, sia nel caso in cui l’amore non sarà ricambiato sia nel caso in cui la strada-insieme a quella donna un giorno s’interromperà. Si nutrono di tutto ciò che è o è stato a causa di quel sentimento. Non finisce mai, completamente.

Recuperata un pò di serenità e lucidità, riesco a convincere la contro-parte “incidentata” nel mio cervello ad addivenire a una constatazione “amichevole”: nell’usare quella parola non viè stata nessuna sdolcinatezza, nessuna retorica né ruffineria; solo un tentativo genuino – se volete, maldestro – di raccontare. Ma a quel punto, scatta in quella parte di cervello ancora poco convinta, la proposta indecente e provocatoria: sai scrivere dell’amore-al-contrario? Sì, certo: E-R-O-M-A!…E risuonò un boato la cui eco venne percepita in ogni affratto del corpo, dall’unghia dei mignoli a tutte le doppie punte (?)[ma perchè i maschi non ce l’hanno?!?]: DE-FI-CIEN-TE.

Per ripicca, senso di sfida ed esercizio di pesca nel mio torbido, recupero il lato oscuro di certe emozioni e sensazioni, cose che uno non vorrebbe toccare e che è bene restarvi a contatto un tempo breve. Cerco aiuto al mio italiano crocifisso in una vecchia canzone di Claudio Bisio, “Rapput”, da cui traggo il ritmo e la struttura.  Ne è venuta fuori una storia di rancore, distacco, ira, delusione, travasi di bile. Ma non solo.

Avvertenza: non sono mai stato in Irlanda, non conosco nessun irlandese né tantomeno ho pregiudizi nel confronto di questo o altri popoli, il verde è il mio secondo colore preferito. Nessuna donna è stata maltrattata nè prima, nè durante nè dopo la scrittura di questo post.

Continua a leggere


Due

Broken Manual © Alec Soth

Tre. Il numero perfetto. Non c’è il due senza. Nulla è perfetto. Solo Zer0 è perfetto.

Il mio nome è Due, ma sono uno. Discendente di Zer0, anzi…ascendente. Gemello omozigote di Uno e padre di Tre. Se vi siete persi in un albero genea-logico che assomiglia più a una tabellina, nessuna paura: è normale. Tutta questa storia di parenti e discendenti è sempre così noiosa per chi è esterno alla famiglia, ma ha un senso per chi vi appartiene. Il nostro DNA è segnato, i cromosomi si combinano e ne viene fuori un unico, che porterà sempre il marchio dei genitori. Da Zer0 tendente a infinito. X=padre, Y=madre, siamo un punto (X;Y) sulla coordinata Z del Tempo.

A volte mi odio. Sì, mi odio da solo. Già l’Odio ha poco senso, non porta mai a nulla di buono, ma l’Odio riflessivo, l’Odio di sé verso di sè è come stringere tra le dita una bomba a mano, levarle la sicura, contare fino a 4 e poi…ingoiarsela.

Due=secondo, né la gloria del primo né la perfezione del terzo numero. Due=secondo. Sì, mi odio per quello che sono destinato a essere. Eternamente secondo.

Non riesco a comprendere io chi sia veramente, in famiglia ci assomigliamo molto, intendo proprio fisicamente, guardate qui: 1…vi presento Uno; 1+1…e questo sono io, Due…ci assomigliamo molto, vero? Non avete ancora visto l’altro fratello! 1+1+1…Tre, ecco Tre. Che vi dicevo? Potrei andare avanti ancora per molto, sapete siamo una famiglia numero…sa.

Continua a leggere


Zer0

Nan Goldin: “Bruce in the Smoke” (1995, Solfatara di Pozzuoli, Napoli)

C’era una volta un ragazzo. A dire il vero c’era una volta e c’è anc-ora ora questo ragazzo, ma è creanza che quando si voglia raccontare una storia, ci si riferisca sempre al passato perché così appare più importante, dà un tocco di lontananza e di esotico, aggiunge un pizzico di magia e mistero. E diciamocelo pure tra noi due: se uno s’inventa le cose nel passato, è più difficile che scoprano che non dice il vero.

C’era questa volta – la storia inizia per davvero – un ragazzo: il suo nome era Zero.

Zero era un ragazzo…normale. Zero era gradevole alla vista, non un fustaccio, ma normalmente gradevole. Gradevole nei modi, gentile direbbero i più, ma in verità non era gentile, solo dimostrava affetto quando lo sentiva e non trattava affatto con chi non gli piaceva. Zero non aveva grilli per la testa (nemmeno i pidocchi), non aveva particolari ambizioni, non voleva diventare top-qualcosa, avere sotto-qualcuno, voleva vivere normalmente bene. Non si sa come ci fossero riusciti, ma il papà e la mamma gli avevano dato un nome che poi gli sarebbe calzato a pennello, neanche il nome gli fosse stato cucito addosso come un bel vestito da un bravo sarto. Un sarto speciale, un sarto di anime.

Continua a leggere


Ratafià

Tramonto?

Tramonto di maggio. A maggio c’è una luce particolare,  fresca era ll’aria…e tutto lu ciardino addurava de rose a ciento passe...il mese di maggio è per me “particolare”. Giornata di lavoro al termine. Ti muovi, ma non ne hai veramente voglia. Il traffico…trovare il parcheggio, rifare al contrario la stessa strada della mattina, gli stessi piccoli gesti, tanti piccoli gesti tutti uguali ma in verso opposto, costretti da nostra signora e padrona “Routine” a una specie di “gioco del mimo” di tantalica punizione. All’andata viaggi “scarico” come il camion che vuoto va a caricare la merce, il ritorno lo fai a pieno carico, ti tiri dietro tutto il peso della giornata. Ti muovi, quasi per inerzia, perché “ore-18-ore18etrenta” puoi smettere di lavorare, per oggi può bastare. Quindi, ti muovi, piuttosto è il tuo corpo che si muove, tu assisti da dentro lo svolgersi della procedura automatica di atterraggio di Goldrake, quando Actarus smonta dal robottone alla fine della routinaria missione-va’-distruggi-il-male-va’. Peccato non avere quell’Alabarda spaziale, sarebbe così utile nel traffico…Chiudi il PC, spegni il monitor, ti alzi dalla sedia, un’ultima occhiata intorno, controllo delle chiavi auto-casa-auto-telefono-portafogli-auto (perché al ritorno sono molto più paranoico che all’andata), t’incammini verso l’uscita. Timbrata che segna “ore 19ecinquantatre”. Ma già mi ero accorto dalla luce che sono quasi le 8 della sera, le giornate si sono allungate e il sole a maggio ormai tramonta tardi.

M’incammino verso l’auto – dove l’ho parcheggiata stamattina? – periferia metropolitana, cemento, asfalto e vetro incombono. Il senso dell’abbandono di questa periferia è palpabile, rifiuti sparpagliati sul marciapiede e al bordo della strada ti incalzano verso l’auto. Vuoi lasciare questo posto. Anche tu vuoi abbandonarlo. Di fretta e di furia. Ma questa sera rallenti inconsciamente il commiato. Sei quasi trattenuto.

Stasera, c’è un bel sole, scalda ancora la pelle, in un abbraccio quasi…affettuoso. Un abbraccio che ti trattiene, ti rigenera e, se la giornata non è andata per il meglio, almeno ti conforta.

Mi fermerei sai, sorseggiando un liquido colorato e sgranocchiando, seduto fuori a quel bar, certo c’è un bel vi—A>va<–i di auto proprio lì davanti… grut-grut-grut, pot-pot-pot, cling-cling-cling, pot-pot, budundumdùm, peeeeeeh, skreeeee, peeeeh…non proprio il luogo ameno per un sereno saluto al sole. In ufficio qualcuno sentenzierebbe: “la lochesciòn non è adatta”…mi viene su un rigurgito, sa di acido, di succhi gastrici, sarà la giornata o la fame, un ragazzo del bar sta ritirando le sedie e i tavolini dentro, si appresta ad abbandonare questo posto, anche lui.

Continua a leggere


Questo deve essere il posto

Altro anno, altra STORyETTA, ma protagonisti sempre il tabagista dell’Amore e la sua Piccola Venere con un inseguimento del pensiero-di-lei al ritmo di un naive e psichedelico cocktail shufflato di Talking Heads, una parte di certa fatica di vivere cercando di rimanere se stessi, una parte di tempo-che-corre-lascia-che-sia, due parti di vostra pazienza, una granella di inglese e un pizzico ma proprio una punta di italiano. Aggiungere un alcolico a piacimento e una sigarettina ci sta pure bene. Forse è la volta buona che decide di venire fuori dall’acqua…e tornare con i piedi per terra!… O no?

Continua a leggere


Sogno di liquirizia

Agosto, tempo di afa e bagni al mare. Se preferite la montagna, forse siete nel post(o) sbagliato. Racconto di un sogno che mi ha intrattenuto nel sonno tra la notte del 10 e 11 agosto e, visto il suo persistere prepotente al risveglio del suo odore e sapore addosso mi ha spinto a metterlo per iscritto a mia futura memoria. E’ così raro riuscire a ricordarsi perfettamente i sogni una volta svegli. Occasione unica per una nuova storyetta, che sembra “cucita addosso” al tabagista dell’Amore per cui la dedico a lui e alla sua Piccola Venere. Nelle profondità del mare, risiede ormai da un po’ di tempo questa mia vecchia conoscenza, il tabagista dell’Amore, suo malgrado, protagonista di Storyette, che ormai, visto il tempo che è sott’acqua, è in una crisi nera d’astinenza da fumo e – si sa – parecchi fumatori ricorrono alle caramelle quando cercano di smettere…

Nota: a parte il prologo “sottomarino”, il resto è tutto vero…o meglio, sognato veramente.

Continua a leggere


Fluidodinamica di un sentimento

In caduta libera

Da abissi insondabili (si dice così?) della mia mente (abissi, confermo; insondabili, meglio così) rispunta, anzi, sprofonda il tabagista dell’Amore, quel fumoso figuro che di tanto in tanto fa capolino tra i post di questo b(av)log, lasciando dietro di sé un odore acre  e qualche cicca qua e là. A dire il vero, è un po’ che non fuma poiché nell’ultima storyetta, s’è trovato  in mezzo al mare (ssssh non gli dite che sono stato io…è permaloso) e ha iniziato una discesa lenta sott’acqua. E’ andato a fondo alla ricerca della sua Piccola Venere, inseguendone il suono del pensiero-di-lei. Ma perché proprio nelle profondità del mare? Naturale: Venere…nasce dalle acque.

Quella che segue è la storia del suo sprofondare nella caduta incontrollata di quella “malattia” dell’anima…

Continua a leggere