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Sant’Antonio 2.0, una storia di catene e protettori

Sant’Antonio 2.0

Incuriosito dal fatto che in Italia, paese di santi, poeti e navigatori, vi siano 11.811 santi protettori mi sono chiesto se ve ne fosse uno per i blogger. Sono magnanimo e non pretendo che vi leggiate il post precedente Un Santo patrono dei blogger, perciò faccio uno sforzo di sintesi. Parlare di santi, evidentemente già mi rende più buono e comprensivo.

“Ho visto la luce! Ho visto la luce! “[cit. The Blues Brothers]

Da fonti cattoliche esiste il santo patrono dei blogger ed è Francesco di Sales, il santo protettore dei giornalisti. In realtà, il beatificato Francesco francese viene indicato come il santo protettore dei blogger cattolici. 

L’esclusione dei blogger non cattolici ha risvegliato in me quel rapporto particolare e personale che noi napoletani abbiamo con i santi, meravigliosamente descritto in De Pretore Vincenzo di Eduardo de Filippo e in alcuni sketch comici de La Smorfia di Troisi-Arena-De Caro.

La mia proposta, più inclusiva, è ricaduta quindi su: Sant’Antonio di Padova. D’ora in poi lo chiamerò “solo” Sant’Antonio. Continua a leggere


Un Santo patrono dei blogger?

Roma – Palazzo della Civiltà Italiana (foto da web)

“Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori”, le virgole le ho aggiunte io. Questa la famosa frase scritta sul frontespizio del Palazzo della Civiltà Italiana, situato nel quartiere EUR di Roma, noto anche come “Colosseo Quadrato”.  In realtà, a essere famosa non è tanto la frase originaria ma la sua esemplificazione: “Italia, patria di santi, poeti e navigatori”, più sbrigativa e decisamente più “2.0”.

Senza chiamare in causa tutti gli Stati Generali e perfino i “trasmigratori”, mi limito ai santi, tralasciando poeti e navigatori poiché, nel caso dei poeti, ci è sempre stato detto che “con la cultura, l’arte e la bellezza non si mangia”; nel caso dei navigatori il disastro della nave Concordia suggerisce un rispettoso silenzio per le vittime e la damnatio memoriae dello scellerato comandante. Rimangono i santi.

Non è la prima volta che in questa webbettola si scrive di Paradiso e si tirano in ballo i santi (e non solo per evocarne a sproposito i nomi dal calendario). In La Fine del Mondo e De Pretore Vincenzo e la festa del papà  mi sono avvicinato alle più alte sfere celesti con garbo e rispetto, un pizzico di ironia e ciò che mi è rimasto della Fede. Riconosco che il mio approccio sia poco ortodosso, tuttavia di estremo rispetto. Chi dovesse sentirsi offeso, mi cancelli dalla cronologia così da non incappare più in questo lido sperduto tra i marosi di Internet, ma – abbiate pietà voi che dite di esercitarla –  non infognatemi lo spazio dei commenti con invettive, caccia-alle-streghe, sante-inquisizioni(che di “santo” non avevano nulla) perché altrimenti mi costringete a citare Ezechiele 25.17:

“E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare ed infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te”.

Versetti che voi uomini timorati e pronti a imbracciare la spada al grido “Dio lo vuole!” (‘sta frase non mi è nuova…) sapete benissimo essere di pura invenzione nel film Pulp Fiction e che Ezechiele – se potesse – non esiterebbe a definire “fake” o “bufala” sulla propria pagina dei social network più diffusi. Tuttavia, come Oste e “admin” di questa webbettola quoto Ezechiele e ne applico gli insegnamenti.

Spero perciò di avere sgombrato il campo da fraintendimenti, anche in ossequio a ciò che la nonna paterna mi ha sempre consigliato:“Non è buona educazione iniziare a parlare con una persona appena conosciuta di religione, sesso e politica”. Sarà pure buona educazione, ma se escludo questi tre argomenti, ho una fortissima limitazione al solo iniziare un colloquio con chicchessia, visto che capisco poco o nulla di calcio e non guardo mai le previsioni del tempo.

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L’origine della vita (discorso tra due gemelli di sei anni)

Jacopo e Diego cinque anni fa…Già confabulavano. Per fortuna non li capivo e non dovevo delle risposte…

Da dove veniamo? Come siamo nati? Chi sono questi due che chiamiamo “mamma”(semper certa est) e “papà”(numquam)?

Per quanto nebuloso il nostro ricordo, c’è stato sicuramente un momento all’inizio della nostra vita in cui ci siamo posti questi quesiti con pesanti ricadute escatologiche. Il “chi siamo” e il “perché proprio noi qui e in questo momento”, indipendentemente dalle risposte, sono connesse alle aspettative ultime e più intime dell’Uomo, alla Vita e alla Morte come momento di passaggio (o di fine), e tende a influenzare la nostra visione del mondo e, di conseguenza, il nostro comportamento nel quotidiano.

Per quanto nebuloso il nostro ricordo, c’è stato sicuramente un momento all’inizio della vita di tutti gli uomini in cui si sono posti questi quesiti, con la consapevolezza che trovare una risposta, certa e univoca, non appartiene invero al ciclo di vita di un singolo essere umano, ma a più generazioni.

Fin dai tempi antichi l’esistenza della vita (e a ciò che esiste o non esiste dopo la morte) ha ricevuto le risposte più disparate, originando miti, leggende, riti, culti e trovando l’humus perfetto nelle religioni.

Quando ho ascoltato – senza essere visto  – il discorso dei miei due nanerottoli di sei anni sull’origine della (loro) vita, ho compreso che il “mestiere” del genitore non è un “mestiere”, ma una missione; ho compreso che l’escatologia non è alla mia portata, tuttavia devo darmi da fare per prepararmi seriamente a dare delle risposte comprensibili.

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Viva il Messico! Ep.#27 BIS – Intervista a Francesco sul mistero del munaciello messicano

Spiaggia di Tulum – Il mitico Frank si staglia come bronzeo concorrente maya a quelli nostrani di Riace

Segue da Ep.#27 – Lo strano caso di Frank e il munaciello messicano

Dopo avere raccontato del suo incontro con il munaciello messicano, ho avvisato il mio amico e compagno di questo viaggio Francesco, che segue queste mirabolanti avventure grazie ai link che gli invio via messaggistica istantanea. Uomo paziente e buono, che sopporta questa mia invadenza logorroica e, sopratutto, essendo il mio socio nel torneo messicano di scopone (poco)scientifico, ha sopportato giocate totalmente a membro di cane da parte di questo mentecatto che scrive. Ne è venuto fuori un gagliardamente caotico scambio che – da consumato blogger (nel senso che ho consumato tutti i neuroni sani) – mi è apparso proprio come un’intervista (a sua insaputa) al protagonista di questo strano caso, denso di mistero e qualche brivido lungo la schiena.

Di seguito l’intervista a Francesco sul mistero del munaciello maya!

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Viva il Messico! Ep.#27 – Lo strano caso di Frank e il munaciello messicano

Piscina di Chan-Kah Resort Village, Palenque. Da destra: Francesco, Lucio, Diego. Io dietro la macchina fotografica. Ma…Ma chi è quel bamboccio lì alla loro sinistra?!?

Segue da Ep.#26 – Palenque, l’arrivo

11° dia: Palenque

L’arrivo a Palenque corrisponde esattamente a quanto anticipato dal fratello di Frank, Jimmy: buco fetente e infuocato. La nostra sistemazione al Chan-Kah Resort Village, ci ha riservato un paio di sorprese: la prima potenzialmente disastrosa, cioè la nostra prenotazione volatilizzata nel nulla (ne abbiamo fatte solo due, una per l’arrivo in terra messicana e questa a metà viaggio); la seconda, invece, meravigliosa, cioè piscina e cabañas immerse nella foresta tropicale con tanto di cocktail a bagnomaria, portico personale con sedia a dondolo y lucciole come in un film dello Studio Ghibli. Mancava che spuntasse Totoro ed eravamo al completo.

Ci siamo lasciati alle spalle lo splendido Yucatan, ora siamo in Chiapas. Alla fine della giornata, il sonno, non tanto dei Giusti, ma degli Stanchi Morti, ci ghermisce nonostante il consueto tasso di umidità che “Caronte” al confronto è una brezza marina di prima mattina.

La notte passa indenne…o quasi.

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Un po’ di pioggia?

“Antonio, fa caldo” questo il tormentone di una campagna pubblicitaria televisiva di cui non ricordo però il prodotto. Quindi è stata un fallimento, almeno nel mio caso (poco male).
Fa davvero caldo. Questo luglio mi è sembrato non volere dare tregua, ci si sono messi pure i meteorologi e i giornalisti enfatizzando la nostra percezione di arsura tirando in ballo “Caronte”: così hanno chiamato l’anticiclone ormai protagonista di questo giro di boa dell’anno. Io lo so, ci godono a seminare il panico, se non danno una brutta notizia gli piglia a male. Secondo me è un GomBlotto contro gli anziani: più fa caldo, meno possono uscire all’aperto come da accorato appello su tutti i mass media ognibenedetta estate. L’obiettivo è di concentrare grandi masse di anziani nei centri commerciali (notoriamente luoghi con aria condizionata anche nei cessi) di modo che spendano qui tutta la loro pensione. Ma non pensate che siano dei reietti capitalisti o semplicemente dei malvagi, nonsignore!  Lo fanno per la nostra economia asfittica. Lo fanno perché così la sudata pensione delle persone anziane non finisce nelle mani di quei bamboccioni, nulla-facenti di figli che a trent’anni, laureati mica solo per essere lodati, magari fuggono all’estero con il “tesoretto” e con i loro cervelli (ai miei tempi con una bella gnocca, ma io so’vecchio). Fa davvero caldo, a giudicare da quello che scrivo. 

E allora alla ricerca di un po’ di sollievo da questa cappa senza spada, ma da spiedino, scartando l’idea di iniziare la Danza della Pioggia (perché come ballo io, vengono giù la grandine e le rane, come giusta punizione), mi è venuto in mente un “posto” dove trovare un po’ di pioggia:

Rain su PlayStation 3

Rain non è una produzione milionaria, un videogioco che ha venduto a catafascio e ne sono seguiti n-mila capitoli dopo. Rain è un piccolo gioco indipendente, sviluppato e pubblicato da Sony Japan nel 2013, inzuppato di Proust e Debussy.

Rain è la prova che si può scrivere di videogiochi con la stessa dignità di altre forme d’espressione e farle intersecare, nell’insondato e vasto ipertesto della nostra mente per trovare una preziosa pepita, ma anche una pagliuzza d’oro, in quello stesso luogo che abbiamo setacciato già tante e tante volte.

Nessuna pretesa di averlo fatto per bene, ma almeno di averci provato.

Spero possa rinfrancarvi almeno nell’animo la senti(mental)-recensione che ho scritto un po’ di tempo fa, rivista e ritoccata qui e là per questa occasione.

Continua a leggere: Rain, rêverie digitale.

Rain, (c) 2013 SCE Japan Studio per PlayStation 3

 


Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#11 [by Tati, Zeus e RedBavon]

Rivelazioni! Ultima puntata della Stagione 1 con un’importante rivelazione. Stagione 1?  Perché ce ne sarà una seconda? Certo che sì! I personaggi bislacchi di questo bislacco noir in salsa guacamole y habanero continuano a parlare a noi tre altrettanto bislacchi figuri. Rifiutarci di ascoltarli sarebbe scortesia.  Tati, Zeus e RedBavon ringraziano e salutano – perché siamo bislacchi ma pure personcine a modo – e vi danno appuntamento a settembre o giù di lì, per un’ancora più roboante e salsera Stagione 2.

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#10

12122012

Narciso ripercorre il ricordo del giorno in cui il socio e la povera Soledad s’incontrarono. Un incontro casuale. Un incontro di cui si sentiva colpevolmente responsabile perché era stato lui a dare quella spintarella al Destino affinché le strade di entrambi si incrociassero.

Mentre ricorda, Narciso avverte il peso delle sue azioni come macigni fermi in gola, quasi non gli riesce di parlare. Ma deve farlo. Deve farlo, ancora una volta per dare una spinta al Destino dell’Oste, già segnato almeno secondo i federales.

Tati ha tirato fuori dalla sua inseparabile sacca alcuni fogli di carta bianca e lapis per prendere appunti, Ego fissa l’amico in trepidante attesa, Narciso con l’aiuto della tequila si schiarisce la voce e inizia a raccontare…

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Destinazione PlayStation Città

Non sottovalutate la potenza di PlayStation! Questo il claim della campagna pubblicitaria della prima PlayStation. Strano è che uno slogan pubblicitario si sia poi rivelato vero!

Se volete seguirmi in questo viaggio, siiore e siiori, salite su questo treno diretto, uno di quei vecchi treni che di “diretto” ha solo il nome, perché tra la stazione di partenza e quella di destinazione si ferma a tutte le stazioni intermedie, facendoti scoprire dei posti sperduti, procede lento al ritmo di ferro e traversine e ti culla al suono  del dum-du-dum. Il biglietto costa solo un po’ della vostra attenzione e pazienza.

Benvenuti sul treno, destinazione PlayStation Città.

Destinazione PlayStation Città [foto by RedBavon]

I giochi della PlayStation, come di qualsiasi console, sono la linfa vitale, il motivo di acquisto da parte di un consumatore. E la prima console Sony aveva tanti buoni motivi per restare stabilmente infissa sul mobile sotto la TV del salotto buono.

Nel giugno del 1996, nove mesi dopo il lancio europeo, misi insieme la vile pecunia per acquistare il nuovo accrocco colore grigio-topo e un paio di giochi, visto che la PlayStation inaugurò la vendita dell’hardware senza giochi in bundle, cioè inclusi nella confezione e nel prezzo della console. L’essere riusicto a trovare un primo lavoro in cui venivo anche pagato, il colpo di grazia a ogni mia eventuale resistenza a non cedere alla potenza di PlayStation fu una sostanziosa riduzione di prezzo della console. In Italia, il prezzo di lancio della console di 700.000 lire (=€.361,52) era ampiamente fuori della portata del mio portafogli, sia per a causa dell’esoso numero di fogli di carte da mille lire, sia per motivi “morali”: quasi il doppio di qualsiasi console di videogiochi che abbia mai acquistato, il prezzo quasi di un computer. Nel giugno del 1996 la riduzione di prezzo a 400.000 lire (=€.256,58), i risparmi accumulati e, sopratutto, una prospettiva di recupero di quanto speso nei mesi a venire, rese realistico il miraggio videoludico di cui leggevo da mesi sulle pagine delle riviste specializzate. Mi recai così in un negozio di giocattoli nei pressi della Stazione Centrale di Napoli, quartiere che all’epoca bazzicavo spesso sia per lavoro sia per le mie trasferte di cuore tra la mia città e Roma. Uscii dal quel negozio in una tarda mattina assolata , calda e metropolitanamente afosa di giugno, trionfante e trepidante come ognissantavolta che ho acquistato una console, sotto braccio una grossa scatola e due giochi, Ridge Racer Revolution e Alien Trilogy.

Nella confezione un misero disco demo, che ancora conservo. Tocca rimediare…

Avevo appena messo piede sul treno destinazione PlayStation Città. Siioore e Siioori, in carrozza! Si parte.

 

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H1N1, H3N2 e B-Brisbane. Antivirus fallito

RedBavon Born to Shoot Down Bacilo

H1N1, H3N2 e B-Brisbane. Anche il più disperato dei giocatori capisce che non sono giocabili al Lotto, i più incalliti potrebbero sostenere che B-Brisbane è un purosangue australiano erede dei campioni Phar LapTulloch e se lo giocherebbe senza esitazione al GranPremio di Agnano e a Capannelle. Allora potrebbe essere la combinazione segreta (ormai non più…ehm) del mio PC d’ufficio e custode di tutti i segreti aziendali tra cui la ricetta della bomba alla crema…

H1N1 è una vecchia conoscenza, affonda la mia bagnarola uno o due volte l’anno, gli fanno (in)degna compagnia H3N2 e B-Brisbane per un trittico che vi verrà servito come Specialità stagionale: influenza.

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Good Old Games Ads #3: The Millennium Bug

Sony PlayStation

1994-2006, Sony
Introducing The Millennium Bug
da Il Sole24Ore, dicembre 1999

Vi ricordate all’alba dell’anno 2000 o, se preferite, al tramonto dell’anno 1999 le profezie apocalittiche a causa del Millennium Bug a opera, non di un sacerdote Maya qualunque di 2000 anni fa, ma di esimi luminari dell’informatica e di un codazzo di opinionisti e giornalisti?

Giornali autorevoli e trasmissioni televisive, con uno spiccato gusto del catastroficodipingevano a tinte fosche il destino dell’umanità all’alba del nuovo millennio puntando il dito contro l’invasività della tecnologia in ogni attività umana…e Internet era ancora agli albori (ci si collegava con un modem a 56K o in azienda una ISDN) e non si era ancora abbattuto nelle nostre vite il fenomeno “social network”. Vai a pensare che oggi si parla di Internet of Things!

La Santa Inquisizione sarebbe stata orgogliosa di costoro.

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Racconti poco intelligenti

“Ascolto storie d’amore. Gratis.”. Foto scattata da mia sorella Giorgia alla Stazione Centrale di Napoli.

In quel Viaggio Allucinante al Centro del Blogger, ovvero una delirante introspezione del mio personale rapporto tra l’Idea, il Blogger-che-è-in-me (esci da quest’orrido simulacro) e quello che ci sta in mezzo, un altro post per I.Blogger, la rubrichetta votata all’ O.T. a manetta e a questa mia indomabile pulsione al ‘tip-ritap-tiri-tap-ta-tap’ su una tastiera, che definirla ‘scrivere’ mi pare troppo.

Ispirato e liberamente tratto da ‘Canzone contro la paura’ di Brunori Sas

Scrivo racconti poco intelligenti, che non li capisci subito e forse nemmeno se li rileggi. Racconti buoni per andarci al bagno, racconti che – se vuoi – li puoi stampare e sono buoni da accartocciare, sono racconti un poco irriverenti. Insomma racconti come me, che ho perso parecchi capelli e la barba che ho fatto crescere per compensarli, ormai è a pois grigia e bianca,
Racconti per chi non ha voglia d’abbaiare o di ringhiare, racconti tanto per scrivere, racconti che parlano a chi vuole condividere e chi non vuole essere cinico e smettere di credere che il mondo possa essere migliore.

Perché alla fine, dai, di che altro vuoi scrivere?
Che se ti guardi intorno non c’è niente da raccontare. Solamente un grande vuoto che a descriverlo ti fa male. Perciò sarò superficiale, ma in mezzo a questo dolore, a tutto questo rancore, a tutto questo rumore, io scrivo anche solo per me.

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Sogno di liquirizia Ep. #2 – Intermezzo

golia_sogno

Una di queste sere, a giornata finita, terminata la routine della cena, mentre riponi piatti e bicchieri nella lavastoviglie (santasubbbito!), il suono della ceramica o del vetro è l’unica eco che riempie la tua scatola cranica. A giornata finita, se provi a fare i conti per darle un senso, sempre che un senso ce l’abbia avuto,  la stanchezza sale prepotente e riduce le tue opzioni a tre: cicchetto di liquido ambrato o scuro dal 40% di alcol in su; preghiera; prendi tempo.

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Album di figurine: la Mela sBacata

Mela-album-Panini

Per il nostro artigianale Album di figurine, un altro grandissimo regalo fatto da lamelasbacataalla quale non sono degno di reggere il picciolo. Un post di rara bellezza che in questa webbettola, in mezzo alle mie cianfruserie (=serie di cianfrusaglie), spicca dalla mensola delle bottiglie di whiskey come una bottiglia di Aisla T’Orten! 

Buona, anzi buonissima lettura

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Videogioco: malato congenito di Sindrome di Peter Pan

Donkey-Little-Computer-People by RedBavon, 2016 - redbavon.wordpress.com

Chi videogioca è asino di natura (c) RedBavon, 2016

“Sdoganamento” dei videogiochi? C’è ancora tanta strada da fare. Letteralmente.

“Eppure, vedi questi pazzi? Senza badare al fantasma che portano con sé, in sé stessi, vanno correndo, pieni di curiosità, dietro il fantasma altrui! E credono che sia una cosa diversa…” (cit Così è (se vi pare) Atto II – Scena III di Luigi Pirandello).

Da bambini il gioco, i compagni e il luogo dove si gioca, sono utili strumenti per superare le convenzioni nell’ambito di un processo formativo di crescita.
Da adulti, è game over.
Il gioco da adulti è visto dai più come sintomo di grave disagio psichico, a volte diagnosticato come “Sindrome di Peter Pan”. Il Videogioco è permesso da bambino, chi da bambino porta con sé in età adulta questa passione, è un caso di congenita sindrome di Peter Pan,

In questo periodo il (video)gioco è al centro di una moltitudine di discorsi in una moltitudine di luoghi, dai tavoli del bar alla macchinetta del caffè in ufficio, dalla TV agli ascensori: è il fenomeno Pokémon. Ma tranquilli, non ci sono Pokémon in questo post. Abbiamo già dato.

Un passo avanti per lo “sdoganamento” del Videogioco come medium – con tutti i difetti di gioventù – alla stregua degli altri?
Un passo avanti sicuramente c’è stato: nei discorsi in ascensore; infatti, ha dato un po’ di varietà a un altrimenti stereotipato palinsesto tra un “Chi l’ha vistE?” le mezze-stagioni e “Arnoldo Foà legge…” la capienza e la portata massima della cabina salva-vita ai pigri come me.

In TV si parla molto dei nuovo videoGGioco della Nintendo (Chi?!?), ma ormai il mio cervello è diventato selettivo con il bla-bla(bleah) dei servizi televisivi “filler”, cioè “tappa-buchi” e li auto-esclude. Quando accade il miracolo su RaiNews24 all’annuncio dello speaker dell’ennesimo servizio sui Poké-stai-cheKaz (questa la capiscono solo i napoletani): è invitato a parlare del fenomeno un esperto di tecnologia.
Finalmente, qualcuno che non vede disadattati, orde di zombi o file di lemming pronti al suicidio pure di catturare un pupazziello per giunta inesistente, se non sulla propria retina. Cervello, manco a parlarne.
E ti appare costui.

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Pokémon Go strikes back!

Foto tratta da utente Reddit user /u/latorn

Foto tratta da utente Reddit user /u/latorn

I Pokémon colpiscono ancora su questo blog! Il commento di Claudio (un omonimo) al mio post merita uno spazio tutti suo: un punto di vista da un’angolatura diversa, numerosi succosi dettagli e spunti di approfondimento. Se non vi accontentate di insulsi servizi televisivi e stampa che strilla al demonio, siete nel post(o) giusto.

Autore: Claudio Vallesi

Io non sono uso a scrivere, ne’ fare critica “professionale” di videogiochi, anche se sono la mia passione da sempre che io ricordi. Ma due parole sul fenomeno le spendo volentieri anche se, come si leggerà, non sono positive.

Prendete tutto con un bel IMHO davanti.

Cominciamo dicendo che Pokémon Go è un progetto iniziato diversi anni fa. Ma proprio parecchi. Facciamo 20 anni solo per la Niantic.
Qui spiega bene cosa intendo: How long does it take to create an overnight success? For John Hanke it’s taken him 20 years to create Pokémon Go.

(NdRB: John Hanke è il fondatore e CEO di Niantic)

Pokémon Go è un grosso progetto dicevamo. Commerciale? Non proprio. E’ più un grosso passo in un lungo esperimento di analisi sociale.

Un altro bel passo fu fatto con Ingress, come già il padrone di casa cita nel suo post. Ma perché ha così successo? Perché Ingress non ha fatto il botto come questo Pokémon Go? Eppure vi assicuro che è la stessa app con meno features. Avete letto bene. Meno features e una skin diversa.

Versione breve: Il Brand e la Tempistica.

Versione lunga: Pokémon si rivela al mondo in un periodo ottimo, tra il 1998 e il 2000. Anni in cui essere videogiocatore era ancora qualcosa di non cosi comune, ma neppure cosi alieno. Per me si tratta del periodo in cui avevo 18 anni e ricordo che moltissime persone che conoscevo venivano attirate da questo gioco che un po’ era tamagochi, un po’ era un gioco di scontri tattici, un po’ uno RPG e un po’ un “gotta catch’em all”.

In sé aveva talmente tanti generi diversi che per forza di cose avrebbe attirato, nel tempo, milioni e milioni di giocatori.

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The Walking Dead in The Office

By Marc Bilgrey - www.marcbilgrey.com

By Marc Bilgrey – http://www.marcbilgrey.com

La realtà supera l’immaginazione. Al di là della…Rianimazione. 

Telefoni che trillano, campanelli del recapito della posta elettronica, dita che sbattono sulla tastiera, tre colleghi discutono di una procedura, qualche click troppo pestato sul mouse, sgranocchio di cracker e biscotti, ogni tanto una lite con i programmi che vanno in blocco per nessun-buon-motivo. Otto ore al giorno, cinque giorni alla settimana, circa quaranta settimane l’anno in “open space”: un sovrapporsi di voci e suoni a rischio continuo di errore “stack overflow”.

“Open-space”, scrivanie a isola.Conversazione telefonica in ufficio.

Gus riceve una telefonata e risponde a gentile richiesta:

“Il Registro inumazioni e tumulazioni?No…No…Il Registro inumazioni e tumulazioni non e’ piu’ in gamma”

Mariagrazia, collega di scrivania di fronte a Gus, commenta:

“A’ Gus…E che ce voi fa’…È un mercato morto”

 

The Walking Dead are among us.

The Walking Dead are in The Office.

 


Album di figurine: Narciso e io

soccer-kick

“Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada lì ricomincia la storia del calcio”, Jorge Luis Borges.

In un campetto di calcio improvvisato, un campo tutto in discesa, in campagna, buono per tirarci su delle belle verze, non per giocarci a calcio, ma per noi bambini il campo (di verze) di Andrea S. era il Maracanà.

Narciso…Narcì…vieni qua….

…Dai, vieni qui che ti do l’ovetto….

[il putto boccoloso dalle gambe curtarielle non mi degna di uno sguardo, corre per tutto il campo, zompettando da una zolla all’altra, dribbla immaginari avversari, insegue un pallone che rimbalza contro ogni legge fisica, ma animato da un algoritmo impossibile da imprigionare in una formula, rimbalzi tra la balistica e la cabala, influenzati dalle condizioni fisico-meccaniche del terreno].

Narcisooo!…

[il putto infoiato dal calcio si allontana in una trotterellata sulla fascia laterale]

Narcì……Dai, vieni qui che ti dò l’ovetto….

[la simpatica canaglia bionda è attirata dagli ovetti di finto cioccolato di una rinomata marca come Zio Paperone dai dollari]

….Nar….cì

La mia voce si spegne a metà dell’urlo. Cupa rassegnazione.

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Album di figurine: Paolo

Paolo accosciato, a sinistra il fratello, a destra il cugino. Forza Azzurri!

Paolo accosciato, a sinistra il fratello, a destra il cugino. Forza Azzurri!

Il mio rapporto con il calcio (da me) giocato può sintetizzarsi in:“imbarazzante”, ma è pure sempre un compassionevole eufemismo, sebbene in questo blog vi è una trilogia di tragicomiche cronache a testimonianza che ci ho provato. Il calcio giocato da altri mi lascia tra l’indifferente e il tiepido (Forza Napoli, sempre e comunque!). Ma la scimmia di questo bellissimo sport mi sale prepotente sul groppone in due occasioni: Mondiali ed Europei.

In occasione dei recenti Europei in Francia, ho lanciato un’idea nella Rete (mare poco pescoso dalle mie parti) ovvero di creare un album delle figurine di quando eravamo “giocatori”. Scattiamo un miliardo di foto digitali (gratis è una parola magica), ma poi marciscono nel sottofondo di hard-disk. Orsù! Riprendiamo gli album di famiglia,  rovistiamo in cassetti e bauli e riguardiamoci la nostra foto con un pallone in mano, fosse pure la Polaroid (al diavolo la qualità a 8 Megapixel!). La proposta indecente è in Album di figurine – Buffalmanacco Europei 2016 e, mi autodenuncio subito, c’è la mia foto da “calciatore”. Virgolette obbligatorie.

Qui potrete anche notare che alcuni dei più affezionati amici (leggi pure: gli ho rotto pesantemente i maroni) hanno raccolto l’invito. Ma il regalo più grande me l’ha fatto Paolo, con il bellissimo post che ha scritto per questa webbettola e che è esattamente ciò che, nel mio italiano crocifisso, ho cercato di invitare a fare: il recupero di certe emozioni che non sono “nostalgia nostalgia canaglia”, ma un mattone di come siamo oggi.

Buona, anzi buonissima lettura

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Pokemon Go…delirious!

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Tra il 6 e il 15 luglio, Nintendo pubblica in tutto il mondo (Giappone escluso) la nuova app per IOS e Android, dedicata a uno dei suoi franchise di maggiore successo: è Pokémon Go. Ed è subito delirio.

Invero questi “pocket monsters” (da cui per crasi “Pokémon”) mi sono sempre stati indifferenti sebbene, come cariatide dei videogiochi con alle spalle tanti anni di militanza in questa passione, abbia imbracciato joypad di tutte le forme e abbia mosso le dita, come tentacoli di un polpo, su una selva di tasti, facendomi venire le stimmate sui polpastrelli, marchiandoli con le lettere “A” “B” “C” “X”, ma anche con i simboli del “cerchio” , “triangolo” e “quadrato”. Tranquilli, non sono segni del Demonio o di partecipazione a cerchie massoniche, messe nere e sacrifici di vergini.

Insomma, come sommelier di  videogiochi, ho esperienze di generi anche non avvezzi al mio gusto e curiosità, ma i Pokémon mi mancavano. So’probbblemi.

Qualche giorno fa, distrattamente il mio occhio si posa su un titolo di un articolo di una testata specialistica online: leggo l’ articolo in cui un – ahimè – noto analista economico, al cui nome applico la damnatio memoriae,  dichiara che il fenomeno Pokémon Go ha quattro mesi di vita.

Verrebbe da etichettarlo come sedicente analista, ma sarebbe un complimento, poiché si tratta propriamente di “cazzaro”, che si fa forte della sua posizione e viene rimbalzato dai media specialistici con bovina sudditanza o per creare “flame” ai fini di “clickbait”.

A questo punto, mi è scattata la falange (in senso di: formidabile formazione di combattimento composta da RedBavon armato di dita)

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I bambini piccoli sono…piccoli, non fessi [6 anni e 2 nanetti dopo Remix]

ovvero 10 piccole cose da sapere quando il joypad è conteso da un bimbo e un adulto (anagraficamente dovrebbe esserlo…)

Sei anni fa fui colto da una scimmia folgorata, che mi salì sul groppone così velocemente, tanto da farmi credere che mi fosse cresciuto un casco di banane in testa. Nessun problema, so ormai come scrollarmi di dosso il fastidioso primate: scrivere.

La scimmia in questione era parecchio particolare. Tra una banana e un’altra, sputacchiando la buccia per terra (e mmò chi la sente la consorte?!?), mi sussurava di bambini e videogiochi.

I bambini mi piacciono…al forno con le patate danno il meglio. Va bene, torno serio (?!?). I bambini sono dei piccoli uomini e donne con una loro logica confusa – e ciò me li fa amare particolarmente – e una spiccata propensione a spingersi oltre le loro possibilità; i bambini sono, infatti, gli unici in cui ancora è riconoscibile il vero spirito di avventura degli esploratori visionari in epoche in cui “si sapeva quando partivi e forse non ci arrivavi”: Colombo, Magellano, Livingstone, Indiana Jones, per citarne alcuni a caso. Molto a caso.

Mi piacciono, tuttavia non ritengo che avere dei bambini per una coppia sia obbligatorio, per quanto sembri il contrario in questa zozza società a cui ce piacciono li polli, l’abbacchi e le galline. Osteee!! Nun ce portà ‘n’artro litro, che qua stiamo già più de qua che de là.

I videogiochi sono una delle mie passioni, da molto tempo e, se siete in vena di “spiegoni” nello “spiegone”, potete andare a scoprire perché Video’gioco quant’è bello, mi ispira tanto sentimento. Temerari esploratori, avete la mia stima, gratitudine e, visto che giustamente non ve ne fate nulla, vincete il seguente trofeo:

trofeo-esploratore-spiegoni

Dunque, su suggerimento della scimmia, iniziai a scrivere di quando il joypad è conteso da un bimbo e un adulto (anagraficamente dovrebbe esserlo…), tirandone fuori 10 piccole cose da sapere per condividere in pace e serenità il divano, uno schermo e un paio di joypad…La birra e i rutti in libertà saranno oggetto di insegnamento più in là negli anni. Ogni cosa a suo tempo.

Sei anni fa, nella mia vita non c’erano ancora i miei due gemelli.

Due adorabili piccoli uomini con cui da cinque anni sopravvivo sotto lo stesso tetto e condivido sedute una volta intime, il mio ex-studio (ora cameretta con due letti), ogni virus, batterio, bacillo con cui socializzino a scuola, la mia piazza di letto matrimoniale a notti random, la mia compagna (ma non si può manifestare gelosia) e, naturalmente, il joypad e le mie console di videogiochi. Da subito, mi sono rivolto ai due gemelli chiamandoli affettuosamente “nani”.

Li chiamo “nani” perché vi trovo parecchie analogie con i nani della Terra di Mezzo: la statura sotto la media di un Uomo, sono opportunisti, permalosi,  vendicativi se offesi o ingiuriati, ottimi artigiani e costruttori (di Lego), tenaci e testardi, difendono le loro proprietà (macchinine, aerei, pupazzielli o sudici sassi), dando battaglia all’ultimo sangue a chiunque (fosse anche il fratello gemello) voglia sottrargli o gi sottragga il sssssuo tessssoro, consistente in una macchinina, un pupazziello o sudici sassi raccolti per strada, uno zeppo, un blocchetto Lego e cose così. Capoccioni e facili alla rissa per futili motivi, tuttavia, sono amanti della gozzoviglia e chiassosi compagnoni; per alcuni condomini gioiosa eco della Vita, per altri fastidiosa nenia che gli ricorda quanto siano invecchiati male.

Sei anni e due nanetti dopo, vado a rimaneggiare, aggiornare o confermare (leggi: bieco riciclo) il decalogo, la “Top 10”, Le 10 Regole d’Oro – fate voi – , di certo il più fesso elenco di inutili regole che però possono salvare i costosi trastulli videoludici cui siete tanto affezionati e, di conseguenza, la vita ai vostri figli, nipoti o semplici nanerottoli di passaggio.

Se invece avete conservato la vecchia, buona abitudine di streghe, lupi cattivi e bolscevichi, cioè di mangiarli, vi siete risparmiati lo “spiegone”.

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A Better Tomorrow

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Un film di John Woo. Con Leslie Cheung, Chow Yun-Fat, Ti Lung, Kenneth Tsang – Poliziesco, durata 105 min. – Hong Kong 1986

Nessun titolo potrebbe più adatto al periodo e all’attualità che stiamo vivendo. Un futuro migliore, è quanto ogni uomo merita e cui deve rivolgere il suo impegno e percorso, fosse anche non  conseguibile nell’arco della sua vita, tuttavia per i suoi figli e generazioni a venire.

A chi tale titolo risultasse sconosciuto, anticipo che si tratta di un “classico”, un “cult”. Non fustigatevi per tale mancanza poiché è legittimo non averne notizia in quanto nel Bel Paese (meno bello per la distribuzione cinematografica)  A Better Tomorrow non è stato proiettato in sala, ma la sua prima uscita è avvenuta  in videocassetta VHS.

Se neanche questa sigla vi è nota, siete proprio giovani e, a maggiore ragione, le righe che seguono potrebbero essere rivelatrici di una piccola “gemma”  del cinema asiatico e mondiale.

A Better Tomorrow è un film di John Woo, regista cinese assurto a notorietà dalle nostre parti grazie al “Leone d’Oro alla carriera” nel 2010. Il fatto che sia diventato noto a un più ampio pubblico nel 2010 per un premio alla carriera, conferma che il regista ne ha girate di pellicole, ignorate per lo più dalla distribuzione nostrana (in senso di “artigianale” e “provinciale”).

A Better Tomorrow è un film che ricade nel genere poliziesco, ambientato a Hong Kong, ma se vi aspettate un fine gioco psicologico, sfaccettati personaggi dalla sfuggente psicologia o suspense che si taglia con il coltello, avete sbagliato…sala. E’ un poliziesco caratterizzato da intensa azione con una trama non molto differente da quelle certi film di meroliana guapparia o – per par condicio itali(di)ota  – di “Milano Violenta” nella sue ambientazioni brianzole.

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L’uomo come la capra

Vancouver Riot Kiss” di Richard Lam

“Vancouver Riot Kiss” di Richard Lam – 2011 Vancouver sconvolta dalla violenza di tifosi per avere perso il campionato di Hockey. una coppia di innamorati si bacia. Intorno, il caos e la polizia in tenuta antisommossa. GLIA FAMO!

L’uomo con l’ideale campa, senza l’ideale crepa.

Dopo uno scambio di commenti con Adelfo e con clipax per me fertili, per altri solo fertilizzanti del tipo organico, una volta tanto le mie falangi così attonite al nunzio stettero orbe di tanto spiro (che il Manzoni mi perdoni). Nel teatrino della mia scatola cranica, però, un fascio di luce si è fatto strada nell’oscurità e ha raggiunto il piccolo schermo: è iniziata la proiezione delle immagini che seguono. Immagini di piccoli uomini, grandi ideali.

Ideali, nella pratica magari disattesi o ancora con tanta strada da fare, ma ormai faro di un’umanità sballotata dai marosi, immobile, pietrificata dalla paura, quasi in attesa di quell’ultima onda, tuttavia anelante a un porto sicuro o una spiaggia accogliente.

Sì, perché – mi avete convinto o lo confesso, fa lo stesso – io sono un’idealista.

Un’ “idealista”  al punto 2 mixato tra lettera (a) e (b) della definizione di treccani.it, cioè:
chi si propone un ideale e cerca di realizzarlo in pratica nel suo piccolo e ha fede nella forza delle idee e nel valore dei principî ideali.

L’ideale forma la mia coscienza, la coscienza di ogni individuo e – per essere messo in pratica – ha necessità che sia condiviso, che diventi l’ideale di molti. Così, parallelamente alla coscienza individuale, si forma una coscienza collettiva e prende forma naturalmente nella pratica, passo dopo passo, errore dopo errore si passa oltre, cercando di mantenere la rotta con l’astrolabio (grazie agli arabi per tale gingillo), fissa verso quel faro che è l’ideale. Che ci si arrivi e quando ci si arrivi, dipende da molti fattori, ma anche da noi, almeno da quanti ci credono.

E ora, silenzio in sala, spegnete i telefonini e godetevi queste immagini, che – anche nel caso non condividiate nemmeno una virgola di questo sbattimento alla tastiera – rimangono delle stupende foto.

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Glia famo

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Si sente nell’aria e si vede nei commenti del piccolo post precedente, che ho scritto senza alcuna velleità, se non per dire che io…Non ci sto a tutta questa retorica della guerra, di gente che accetta lo status quo o, magari, esulta per i bombardamenti a Raqqa e, peggio, si auto-assolve perché i missili “intelligenti” colpiscono solo i soldati “cattivi”. Mi addoloro per i morti francesi quando ho issato la bandiera francese su questo blog, scrivendo solo il titolo “Allez, enfants de France!”.

Non ci sto all’ipocrisia dei governi e dei politici che sono lì, in quella posizione di “eletti” nel senso di “i migliori di noi”, e che – in teoria – dovrebbero rappresentare le nostre esigenze e, in primis, quella della pace, mentre invece provocano la “pancia” degli elettori, perché non li considerano “cittadini” né hanno la concezione di “popolo”, ma “voti su due gambe e senza testa”. Mi indigna che tirino fuori l’”orgoglio nazionale” solo in occasione delle manifestazioni internazionali sportive, alla Festa della Liberazione (e, vergognosamente, neanche tutti), a Capodanno e nei fatti tragici di una strage.

La ricerca di alternative, da fare prima che deflagri tutto, è un diritto di tutti gli uomini che vogliono vivere in pace. Non è “buonismo”. Ora sono diventati tutti Charles Bronson, ma ce ne fosse uno che partirebbe per la Siria a combattere per i decantati “valori occidentali”. Cosa che è riuscita a fare – ahimè – lo scellerato Stato Islamico, che in questa sua auto-proclamazione già presenta una contraddizione: rappresenta, infatti, solo di una piccola parte dell’Islam, quella jihadista salafita. La “novità” devastante, che ha colto di sorpresa anche autorevoli analisti, è che riuscita a fare proselitismo con successo sia tra le masse non colte sia tra gente con legittime aspirazioni e un futuro davanti.

Normale è restare interdetti, attoniti, pietrificati. Ciò vale per il singolo individuo, assurdo che chi è preposto a evitare un'”escalation” – magari prevedere – sappia solo minacciare guerra, mandarvi a morire un popolo dimenticato e fiero come i curdi, lanciare una confettata di missili per qualche centinaio di milioni di dollari di costo, alzare muri. Siamo arrivati al rischio di un governo di destra ultra-nazionale in Francia (bestemmia per la terra di “Liberté, Égalité, Fraternité), in Ungheria già ci siamo, aggiungiamo pure la “Brexit” (bella prova di alleati, nel momento in cui occorre stare uniti, dagli al fuggi-fuggi).

La Siria è scomparsa dai media, non se ne parla più…c’è un dittatore feroce, vabè…In Turchia il golpe fallito, ma che sospiro di sollievo eh? Ora possiamo gioire che il popolo turco ha scelto il dittatore che erano quasi riusciti a mettere in minoranza, ma ora si è ringalluzzito ed è partito a razzo con epurazioni di massa e ripristino della pena di morte: “se il Parlamento la richiede” ha detto…E ci mancherebbe, mio caro Pinocchio! Vabbè, ma è “amico” nostro…Ah! I sani valori occidentali di una volta!

Da più parti si chiede “azione” 

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Bella esperienza vivere nel terrore, vero? #2…

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“Bella esperienza vivere nel terrore, vero? In questo consiste essere uno schiavo.”
Sullo sfondo di un non ancora chiaro “golpe” in Turchia, dell’ennesima strage in Francia, di una guerra di matrice salafita all’Occidente e suoi alleati (ma la salafita Arabia Saudita non è “nostra” alleata?), di un aereo di un “coraggioso” presidente che abbandona il suo popolo per poi , molto “coerentemente”, per mezzo dei vituperati “social network” lo incita a scendere in piazza, disarmato contro i tank (e i soldati nei tank si sono dimostrati molto più responsabili del presidente a non sparare o passare sulla folla con i cingoli) sento prepotente l’esigenza di riproporre questo mio post scritto all’indomani della strage a Parigi. E temo non sarà l’ultima.

Non è riciclo, ma abbarbicamento a un’idea di cui sono fermamente convinto.

Bella esperienza vivere nel terrore, vero?

 


Io sono terrone. Oui je suis emigrante

L'emigrante (Charlie Chaplin, 1917)

L’emigrante (Charlie Chaplin, 1917)

Mentre scrivevo un commento sul bel post di clipax Siamo tutti terroni, sono andato lungo e onde evitare di essere il solito napoletano invadente, straripo qui a casa mia. Narcisiè, puort’e sigarette e ‘na birra che la vedo lunga…

Io sono terrone. io sono emigrante.

La memoria degli uomini è corta, lo è sempre stata, visto che i cicli storici sono noti e oggetto di studio.

Historia magistra vitae, quanto è vero. Nei periodi di crisi, si ricerca sempre la ragione del perduto benessere e sopravvenuto disagio all’esterno del proprio “sistema” o si trova un capro espiatorio. La storia recente del Terzo Reich la dovrebbero conoscere anche i muri. Abito in una strada dove, di tanto in tanto camminando sul marciapiede, davanti alcuni palazzi, ci s’imbatte in alcune piccole piastre di metallo dorato in cui sono scritti i nomi di persone, intere famiglie che vi abitavano e che non sono più tornate dai campi di sterminio. Vittime sacrificali di questa ignoranza e necessità di trovare nell’altro diverso la “soluzione” ai propri errori.

La storia è piena di esempi di questa barbarie. In un mondo occidentale, perennemente connesso a una rete di informazioni a portata di un dito indice, sembra invece che certi fatti storici siano stati dimenticati, più o meno consapevolmente, più o meno in modo indotto. A volte, subdolamente sottile.

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Liebster Award 2016

LiebsterAward

Non ho mai vinto nulla in vita mia. Non sono un competitivo e se fossi stato vicino di casa di Pierre de Coubertain, la frase che gli viene accreditata “l’importante è partecipare” l’avrebbe detta appena dopo avermi conosciuto.

Tanto tempo fa, non in una galassia lontana lontana, ho partecipato ai Giochi della Gioventù nella disciplina della “corsa campestre”, non già per spirito agonistico o passione sportiva, bensì per altrettanto sano principio di partecipazione ovvero di unirmi al gruppo di compagni di scuola e annessa “caciara 24-hours-a-day” di noi adolescenti irrequieti e spensierati. Risultato: in medio stat virtus, cioè 25° su 50 partecipanti nella gara di selezione comunale e 245° su 500 nella gara provinciale.
Tutta ‘sta popò di premessa perché annuntio vobis laeto animo la novella che ho ricevuto il mio primo (e forse unico) Liebster Award 2016!
Ringrazio Deserthouse che mi ha nominato e, data la premessa, il ringraziamento è di cuore e non già perché regola prevista dal Liebster Award, invero superflua visto che rientra nella semplice buona educazione.

Che cos’è il Liebster Award?

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Cartelli paradossi #1

Un cartello particolare, Edelweiss, montagne e Val Pusteria, cosa c’entrano con un napoletano che sta alla montagna come una renna sugli scogli abbasc’a Marechiaro?

Affisso a una parete enorme di una probabile rimessa di macchine agricole o, altrimenti, stalla del Minotauro, il cartello in foto ammonisce i cani (e i suoi padroni) a non segnare il territorio come nelle loro abitudini.

Il cartello potrebbe passare inosservato se posto in un prato o aiuola, anche se un senso non dovrebbe averlo in quanto tutti i padroni di un cane dovrebbero arrivare da soli al fatto che, se in un prato c’è gente che fa pic-nic o bimbi che si rotolano gioiosi nell’erba, non è  piacevole ritrovarsi a mangiare un succulento panino o lasagna multistrato (dipende come s’intende la parola “pic-nic”), scoprendo di essersi seduti sopra la popò del migliore amico dell’uomo de li mejo mortacci sua o, tra un morso e una forchettata, sniffare – a ogni alzata di brezza – un pungente odore di pipì.

Se si considera dove è ubicata la costruzione sulla cui parete è affisso, il cartello è in contraddizione con i principi elementari della logica, ma all’esame critico si dimostra valido: è un cartello paradosso.

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Germania-Italia: la vendetta è un piatto da servire freddo

Germania, tu m’ha provocato…E io mo’ me te magno!
Sordi docet.
In barba alla decubertiana sportivita’, dedicato a chi ha sempre sofferto come un cane a ogni rigore calciato.


Ciao Bud

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Tra una bottiglia e una baldracca, una baldracca e una bottiglia…

Lunedì notte, ero decisamente stanco, ma sazio per la Euroscorpacciata che ci ha visto finalmente vincenti contro la compagine spagnola, a parziale rivalsa delle tante, sportivamente parlando, “umiliazioni” subite negli ultimi anni.

Non mi considero, anzi, in assoluto non sono un devoto del reinventato “oppio dei popoli” di marxiana memoria, al secolo “Dio football”; mi piace a volte vedere una buona partita, nulla più.

Però, scusate e comprendetemi…

In questa Spagna io ci vivo da 8 lunghi anni e le mie orecchie ne hanno dovute “ascoltare” ben più di quanto possano averne potuto o dovuto vedere, quisquilie semantiche, gli occhi di un ben più noto replicante al largo dei bastioni di Orione.
Pertanto, sentitamente e – come si dice qui – “sencillamente”: “Tié, zitti e a casa!”.

Cosa dimenticavo poi? Ahhhh , ora ricordo, scusate il “Momentary lapsus of raison”…

Olé!

Ora, però, dopo il giusto sfogo (a ben vedere aggiungo, a posteriori, anche foriero di una bella dose di sfiga) ricomposti e recuperato un poco il contegno, proseguiamo.

Distrattamente, come da routine notturna quasi obbligatoria, ultima sana e caparbia istanza prima del rinconciliatore sonno, che mi divide da un’altra massacrante e interminabile giornata lavorativa, ero dedito alla sacra pratica dello “Sfoglione notturno”.

Dicesi “sfoglione notturno” quando il sottoscritto, in “mutandoni ascellari”, sigaretta accesa e rutto libero (lo so, non é una bella immagine, ma rende abbastanza bene l’idea), che in un ultimo estremo tentativo di ribellione e auto-determinazione, di “resistenza passiva” alle pressanti e fagocitanti obbligazioni del quotidiano vivere, dinanzi al vecchio PC acceso, sfoglia a ruota libera e senza progetto alcuno, pagine Internet in modalità random, con l’assurda pretesa di comprendere almeno un poco, cosa sia successo nel mondo in “sua-mia forzata assenza”.
Distrattamente, pagina dopo pagina, gli occhi quasi chiusi; il puntatore del mouse schizza veloce silenzioso da un lato all’altro dello schermo, quasi come pattinatore sul ghiaccio a cercare un’utopica perfetta geometria fatta di attrito, mancanza di esso e taglienti spruzzi di ghiaccio a fendere l’aria.

Distrattamente…É morto Bud Spencer.

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E3 2016: are we DIGITAL DEM3NT?

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Giustappunto un anno fa ci siamo conosciuti in occasione proprio dell’E3 , riconoscendoci fratelli per sensibilità, vissuto e sana passione per il “gaming”, sembra che l’E3 ci dia un piccolo distillato di “energia positiva”, che viene poi  incanalata in post di bibliche dimensioni. Are we DIGITAL DEM3NT?.

Come un pargolo in attesa del Natale carico dei suoi meravigliosi doni, ero francamente emozionato per l’E3 di quest’anno. Aspettavo la riscossa di Nintendo dopo le delusioni del passato anno, con una presentazione e lancio in grande stile della nuova console e relativi giochi a ridosso delle feste natalizie, Zelda ovviamente incluso.
Perché la Nintendo è come l’araba fenice; perché la sua fin troppo paziente base di fan, dopo l’assassinio premeditato e spietatamente perpetrato di WiiU, dopo quasi un anno di vuoto cosmico riempito di Splatfest e milioni di Amiibo lo meritava; perché la “grande N” non commette mai due errori di fila; perché dopo mesi di illazioni su cosa diamine sia davvero questo nuovo NX, il pubblico e i tempi sono davvero propizi per un ritorno in grande stile.

E quale palcoscenico migliore se non l’E3? Non tanto perché l’assassino torna sempre sul “luogo del delitto”, ma questa volta per mandare in subbuglio di nuovo i fan, per stupire e creare una fottuta aspettativa come Nintendo sa(peva) fare (NdRed: chi ha vissuto l’attesa per l’Ultra64, sa!).

E al diavolo il Project Scorpio e i suoi 6 teraflop, che a Natale 2017 saranno di nuovo vecchi o la PS4 Neo, che una volta si compravano le console per i giochi esclusivi e il ciclo di vita arrivava anche a 10 anni. Oggi, compri la console , aspetti 2 anni perché esce il “giocone definitivo” e un bel mattino scopri che per giocarlo nel migliore dei modi, devi tirare al cesso il tuo acquisto e comprarti la versione per scorpioneogattosilvestro2.

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Ricordi di salsedine al suono di Juke box.

relax-tropiciRicordi di salsedine, sabbia sotto i piedi, caldo, primo pomeriggio dopo l’ora del pranzo, capitava ogni tanto che i tuoi genitori – per potere fare un pò  di meritata siesta – ti dessero 500 lire e il permesso di allontanarti – “ma non troppo” – per andare al bar del vicino stabilimento balneare.

Se i tuoi piedi sopravvivevano alla sabbia a temperature vicine alla vetrificazione e, solo leggermente più basse, delle assi in legno della zona cabine, potevi accedere al bar, luogo finalmente riparato dal cocente sole, e dilapidare quel piccolo patrimonio nei seguenti effimeri modi:

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Iwata-sama, dōmo arigatō

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Immagine tratta da: “8 memorable quotes from Nintendo president Satoru Iwata” (c) 2015 Elaine Yu and Wilfred Chan, CNN

Agli inizi di dicembre dell’anno scorso ci ha lasciato Ralph Baer, il papà dei videogiochi. Qualche giorno fa, l’11 luglio, anche Satoru Iwata. Alla giovane età di soli 55 anni, ci lascia non soltanto il presidente di Nintendo, ma nel profondo del suo cuore – come si era autodefinito – un videogiocatore.

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Vita, morituri te salutant.

Vita da trincea. 22° Fanteria franco-canadese. Luglio 1916.

Vita da trincea. 22° Fanteria franco-canadese. Luglio 1916.

Dedicato a tutti i gladiatori nel vivere quotidiano.

Jack, Jim e Joe nella trincea sapevano che ora sarebbe toccato a loro saltare oltre quel mucchio di terra, che salvava la vita o finiva per ricoprire il tuo corpo morto, sempre ad avere un pò di fortuna che ne ritrovassero le spoglie. Era calato un pesante silenzio tra loro, interrotto apparentemente dai colpi di artiglieria che cadevano più o meno vicino. Se avessero chiuso gi occhi, non fosse stato per quel forte odore di metallo, polvere da sparo, fumo, urina e terra, si sarebbe potuto fantasticare di essere nel bel mezzo della più imponente festa di Capodanno.

Fuggivano gli sguardi. Sigarette in bocca, tiravano grandi boccate di fumo, ma non perchè fossero particolarmente nervosi. Il sistema nervoso aveva perso il suo equilibrio e funzione da un pezzo. Percepivano la fine vicina, all’unisono, come parti di un unico organismo; troppe erano le cose che avrebbero voluto dirsi. Troppo poco tempo a disposizione, non riuscivano a dare una priorità ai propri pensieri. Si accavalavano proprio come tutti quegli uomini ammucchiati a ridosso della spalla di terreno della trincea. Alcuni già morti. Vivi e morti, mischiati. Di lì a poco, al segnale convenuto, non si sarebbe notata la differenza. Tutta la vita per cercare di diminuire le differenze tra gli uomini, la morte appiattisce tutto; le basta un secondo e meno di un dollaro: una pallottola.

Joe ruppe il silenzio con un’espressione dell’antico dialetto della sua famiglia di migranti: ” ‘Nce vulesse ‘na bella tazzulella ‘e cafè…”.

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Il gladiatore

W. Eugene Smith  Alert Soldier, Saipan  1944

Alert Soldier, Saipan (c) W. Eugene Smith,1944.

Sigarettina…

Eh sì sigarettina che iNspira il fumo, ispira la prosa…e anche qualcosaltro più intimo e personale. Del tipo irripetibile onde evitare scurrilità. Almeno, non subito, a inizio del post.

Una Chesterfield? Una Lucky Strike? No. Pall Mall? Nemmeno. Le ho fumate tutte e tre in passato. Sono un fumatore infedele per principio, tanto poi le sigarette le fa sempre la Filippo Morri o qualche suo conoscente di lobby. Ho scelto di fumare proprio quelle sigarette citate, non perché “nel programma sono presenti inserimenti di prodotti a fini commerciali“, ma per un preciso omaggio alla Storia: le prime sono le preferite di Humphrey Bogart, le altre le fumavano e regalavano i soldati dell’esercito americano quando sfilava per le strade delle città liberate dal fascismo e dal nazismo. Una volta, nei momenti in cui avevo bisogno di fumare “forte”, avrei scelto una Camel o una Gauloise o se, nel volermi fare proprio del “male”, desideravo anche godere, una Marlboro Rossa. Questo è il vero sadomasochismo del fumo.

Fatto sta che ho acceso una Winston. Una Winston Blu.

E perchè? …La storia è che ho un caro amico che vive in Grecia in quel di Thessaloniki (splendida gente e città per un napoletano come me!) e fuma Winston Blu. Sono andato a trovarlo di recente e mi sono convertito tra una chiacchiera, un Nescafe’ frappe’, l’ottimo gelato che produce artigianalmente e una sigaretta. Ritornando a casa, nel ricomprare le sigarette, m’è venuto spontaneo Winston Blu. E’ un modo per fumare in sua compagnia.

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Quel mago di mio fratello JacOz

oz“E ricordati, mio sentimentale amico, un cuore non si giudica solo da quanto tu ami, ma da quanto riesci a farti amare dagli altri.” – Il Mago di Oz.

SA-CRI-PAN-TE! Sacripante, tanta la meraviglia per lo tsunamico commento di Jaco al mio umile ma onesto post “Aloha”, che mi si è risvegliata una cellulla pazza di memoria tirandomi fuori un verso di un sommo poeta di quando l’Italia era famosa per essere terra di poeti, santi e navigatori. Quando ero giovane, eravamo già ridotti a una citazione su una maglietta “Italians do it better”, ora “Bunga bunga”. Le spoglie dell’Alessandro Manzoni perciò non resteranno attonite al nunzio del suo verso che sto per dedicare a Jaco: Jaco di mille voci al sònito, mista la sua non ha.

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E3 2015: lettera d’amore (e fiele) a Nintendo.

Autori: Jaco72 e RedBavon

Digital-DementE3 2015 – Digital Event Nintendo. Come Nintendo è riuscita a buttare alle ortiche un anno di lavoro con produzioni esclusive ed entusiasmanti (anche in termini di vendite): sembrava la rinasciata della “Nintendo Difference”, E invece…attacco di demenza? Demenza ovvero “grave processo di deterioramento delle facoltà intellettive”. L’altra alternativa è che il Digital Event sia stato “curato” da Don Mattrick…

Nel bene o nel male, per un videogiocatore di vecchia data come me, parlare di videogiochi significa anche parlare un poco della vita stessa: mi hanno accompagnato, infatti, in maniera comunque non univoca o ossessiva, fino dall’infanzia.
Spensierati compagni di diversione nei momenti felici, a volte rifugio nei momenti più bui.
Erano mondi magici quelli dei primi videogiochi, vissuti con l’innocenza del bambino che li guardava e si perdeva in essi; mondi magici scevri da orpelli di effetti speciali mirabolanti e scimmiottanti Hollywood sempre più invasivamente presenti nel medium videoludico, bene accetti se non sostitutivi dei contenuti o semplice scorciatoia di crisi creativa.

In principio era tutto “ordinato”, immediatamente riconoscibile. Chi era cattivo lo era veramente, senza maschere a celarne la vera essenza. Non c’erano trucchi e non c’erano inganni , ma solo un mondo bidimensionale e un’ unica via, verso destra o l’alto, a seconda della direzione dello “scrolling”, per giungere allo “scontro finale”.

Ghosts 'n Goblins Boss finale

Chi è il buono? Chi è il cattivo?…Se non indovinate, prenotate un lettino dallo psicologo.

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Fratelli di joypad

Autori: Jaco72 e RedBavon

Reazione a caldo in seguito alla presentazione Nintendo all'E3-2015

Reazione a caldo in seguito alla presentazione Nintendo all’E3-2015

Nel mezzo di cammin di nostro videogioco, mi ritrovai per un forum oscuro, che la diretta via era smarrita, quando vidi costui nel gran diserto e gridai a lui «qual che tu sii, od ombra od omo certo!». Rispuosemi: “Son omo certo e il mio nome è Jaco720colonel”. Deh! – pensai – un altro della fratellanza cui appartengo di quelli che han perduto il ben de l’intelletto. Allor si mosse, e io li tenni dietro.

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Mai dire basta

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Mai dire basta. Il titolo è tutto un programma. Se state pensando che questo mentecatto che si crede un blogger-una-ne-(male)fa-cento-ne-pensa, si sia lasciato sedurre dalla banalità di uno dei film della serie dell’ agente-più-figo-che-c’è al secolo Bond, James Bond, non potete che sbagliare grossolanamente e di brutto. L’agente 007 (…secondo me si allude al Q.I.) mi sta sulle bbballe, anche se è innegabile che – tra gli attori che si sono alternati in tale ruolo – Sean Connery abbia fascino che mi rende verde d’invidia più della verde Irlanda.
L’ ispirazione per tale titillante inizio viene direttadiretta da uno di quei colorati cartelloni in cui non appare mai l’immagine degli attori, solo il titolo sparato a caratteri cubitali: i cartelloni pubblicitari dei film porno. Retaggio ormai antico di luoghi che hanno perso la selezionata clientela a causa del web, un concorrente spietato con un’offerta più comoda, per lo più gratuita e anonima. Diversi anni fa lessi un libro di Geert Lovink “Internet non è il paradiso”, molto più umilmente e prosaicamente mi viene da storpiare quel titolo in: “Internet è un grande bordello”. Digita http://www.google.it, inserisci nel campo della ricerca il testo “sex” : 790 milioni di pagine, trovate in 0,18 secondi.

Tutto vostro fino in fondo” è stato il primogeMito a essere tirato fuori dal torbidume umidiccio della mia scatola cranica; “Mai dire basta” è l’ (in)degno “fratellastro”, generato dal risalire in superficie del ricordo di tanti taaaanti anni fa , quando la mattina per recarmi in quel dell’ufficio a Napoli passavo davanti alla facoltà di Giurisprudenza, dove due cartelloni pubblicitari facevano bella mostra di ingegnosi titoli di film vietati al pubblico minorenne e – dulcis in (pro)fundo – il tragitto dell’autobus prevedeva due fermate proprio davanti a due di questi cinema con le lucine rosse (pure dopo Natale). La mia cultura in fatto di cotanta produzione cinematografica è pertanto aggiornata…al 1997. Anno inaugurato con solerzia esemplare dalla classe politica con la Legge 2 gennaio 1997, n. 2 “Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici” Art.1 (Destinazione del quattro per mille dell’IRPEF al finanziamento della politica) […] Art. 4 (Disposizioni transitorie) “Per l’anno finanziario 1997, il Ministro del tesoro, con proprio decreto, da adottare entro il 28 febbraio, ripartisce a titolo di prima erogazione tra i movimenti e partiti politici una somma pari a 160 miliardi di lire. Un capolavoro di pornografia, parte di una trilogia che aspira a diventare un “cult”: “Tutto vostro, fino in fondo”, poi “Mai dire basta” e infine il terzo atto, ancora in lavorazione, molto controverso ma anche attesissimo dal pubblico, “Tutti dentro”. Alcune scene chiave, simboliche, che racchiudono il senso dell’intera opera, sono visionabili nel trailer, attualmente proiettato solo in un selezionato numero di sale…del Tribunale di di Napoli, Venezia e Milano. 

La verità è che cercavo solo un scusa. Era parecchio che mi fornicavano le ditine…(formicolavano?)…e bramavano di mettersi su questo popò di tastiera.

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Akron/Family – S/t II: The Cosmic Birth And Journey Of Shinju Tnt

Frattali di emozioni.

S/t II: The Cosmic Birth And Journey Of Shinju TNT, oltre a candidarsi al titolo più lungo e impronunciabile della mia collezione musicale, è senza dubbio uno di quei dischi che mi  ha fatto scoprire nuovi orizzonti, lontani dai miei gusti consolidati, e maturare una nuova sensibilità verso generi diversi. L’ “orecchio” è un organo che va allenato, la sensibilità musicale non è un colpo di frusta, un sacra unzione del Divino, si ottiene per gradi. Di certo, i mass media non aiutano, la musica è abbastanza standardizzata, si assomiglia un po’ tutta, arrivando a casi famosi di plagio conclamato. D’altronde, non si chiamerebbero “mass”. Con un po’ di curiosità è però possibile accedere a “perle” che sui canali di massa non transiteranno nemmeno al Giudizio Universale. Se dovessi raccontarvi come sia arrivato a quest’ ultima creazione degli Akron/Family, non saprei da dove iniziare, perché, sospinto dalla curiosità di questo suono nuovo, l’insieme  di pensieri , sensazioni, proiezioni, associazioni  e la dinamica della loro evoluzione, possono essere assimilate ai frattali. Tale insieme emozionale ha una forma complessa il cui contorno è un frattale.

La costruzione dei frattali non si basa su un’equazione, ma su un algoritmo. Tale algoritmo, che deve essere utilizzato per disegnare la curva, va applicato un numero di volte elevatissimo, teoricamente infinito, così che la curva, a ogni iterazione, si avvicini sempre più al risultato finale.

Dipinto di un pittore in pieno trip post acido? E invece è un frattale.

Applicando un numero elevato di volte l’algoritmo “S/t II: The Cosmic Birth And Journey Of Shinju TNT”, l’insieme di emozioni, vibrazioni e sensazioni  si avvicina sempre di più al risultato finale e cioè un’energia positiva centrifuga, in espansione dall’interno verso la periferia del corpo,  con un effetto di  gioiosa vertigine, ovvero quel piacevole senso di sbandamento e perdita di equilibrio di quando da piccoli ci divertivamo – le braccia aperte e distese – a girare su noi stessi per vedere l’ effetto-che-fa il mondo che giragiraGIRARIGarigarigIRAgiragira  tutto intorno a noi.

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Sì viaggiare, a luglio.

Luglio, col bene che ti voglio. Queste parole di una famosa canzone degli anni Sessanta hanno prepotentemente annichilito ogni altra “spuntatura” di idea e “tracchiulella” di pensiero che volesse ambire – bontà sua – a (in)degno inizio di questo post. Banale e scontato? Sarà…ma il caldo congiura contro ogni anelito d’originalità: la scatola cranica è un’ “isola di calore” cioè il fenomeno per cui nelle metropoli cittadine fa più caldo rispetto alle circostanti periferie e zone rurali. A scatola cranica aperta, chi avesse lo stomaco di guardarci dentro riconoscerebbe subito quell’effetto “liquido”, “bagnato” dell’aria sull’asfalto sotto il sole rovente. Avete presente quando a 40°C sull’asfalto della strada sembra che vi siano delle pozzanghere?

Visto il caldo, la mia (corna)Musa (d)Ispiratrice ha pensato bene di levare le tende e migrare in luoghi lambiti dal mare e sferzati dal vento. La mia Musa non ama la montagna, è maestra nella difficile arte del non fare quasi nulla e con quel “quasi” alludo alla sua unica attività e cioè va in windsurf. Non c’è quindi da stupirsi se le baggianate fin qui prodotte diano luogo a un inizio prolisso e banale. Tipico inizio di chi ha studiato vita-morte&miracoli del Pascoli scommettendo sul fatto che ricorre il centenario della sua scomparsa e invece si è ritrovato: “Montale: “Ammazzare il tempo”, tratto da Auto da fè. Cronache in due tempi”.

A luglio, con tutto il bene che vi potrei volere, sparirei proprio come la donna di cui Riccardo del Turco canta nella prima strofa di questo tormentone estivo “mi dicevi: “luglio ci porterà fortuna” poi non ti ho vista più”. E buoni motivi per sparire ognuno ne ha, se non fosse che, a parte il Mago Silvan e Susan Storm (la bionda dei Fantastici Quattro), non abbiamo questo super-potere. Tantomeno possiamo ricorrere a monili magici perché L’Unico Anello, ammesso che trovassimo un accordo per farlo girare con un sistema tipo multiproprietà o car-sharing, è stato fuso nel Monte Fato. Alcuni bene informati sostengono che l’anello fuso era solo una copia e che Frodo, per pagarsi il passaggio in nave con gli Elfi, se lo sia impegnato al Monte dei Pegni o – peggio – se lo sia venduto a uno dei tanti “Compro oro” spuntati come funghi in tutta la Terra di Mezzo dopo la riapertura delle miniere di Moria.

Perse le speranze? “Never, never, never, never give up” (Winston Churchill). Mai, mai, mai, mai arrendersi perché un modo c’è: partire. BavITALIA suggerisce destinazioni, vicine e lontane, per “sparire” almeno temporaneamente, da soli ma meglio in compagnia. Il Comandante, a nome di BavITALIA augura un buon viaggio in Bahamas, Florida, Canada, Cuba, Germania, Francia e Finlandia.
BavITALIA ringrazia i signori passeggeri per la fiducia accordataci, augura una serena e felice permanenza. E la prossima volta che avrete il folle desiderio di schizzare nei cieli senza paracadute, ci auguriamo che penserete a noi di BavITALIA. Grazie per avere volato con noi.

BavITALIA, Fly Me to the Moon.

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