Gonna color-fango

gonna street style

Tulle e asfalto.

Secondo una recente ricerca inglese, la notte tra la domenica e il lunedì un numero sempre più alto di persone soffre di un crescendo di ansia per la settimana a venire: ne consegue insonnia e un risveglio assai duro. La cosiddetta “Sunday Night Insomnia” io devo averla in qualche forma congenita: il mio risveglio è duro tutta la settimana.

Cubi di ferro, cemento e vetro sono le nostre destinazioni, attraverso un traffico maleducato e menefreghista o mezzi pubblici gremiti. Pestate un formicaio, ne usciranno formiche impazzite in tutte le direzioni. La mattina, le nostre città viste dall’alto sono proprio così.

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Come il labirinto di Pac-man completo di puntini da ingurgitare

Così a contatto con tanto asfalto, cemento e grigiore umano, l’animo ne viene contagiato.

Eccomi, seduto alla scrivania del mio ufficio. Tra pareti grigie, in un cubicolo lungo e stretto. L’ampia vetrata non dà sollievo alla vista: qui Attila non è passato, si è fermato dall’altra parte della città, a Saxa Rubra, ma ugualmente l’erba non cresce.

Il monitor ti sputa in faccia numeri e lettere, tu contrattacchi (s)battendo le dita sulla tastiera, ma all’ennesima e-mail in cui sei in copia insieme a enne-mila altri nomi, alzi le mani, smadonni contro lo schermo. Ti senti come Ripley in Alien: nello spazio (dell’ufficio) nessuno può sentirti urlare.

Distolgo lo sguardo da quella finestra su un mondo di pixel, cui vorresti estendere il genocidio così come già fatto tante volte dai tempi di Space Invaders. Il mio sguardo cerca la fuga, si alza oltre lo schermo, l’uscio appena oltre la fine della scrivania, sulla destra. Saranno due passi e sei fuori. Il resto del corpo non lo segue: “…E dove scappi?”. Lì fuori, c’è un lungo corridoio, cubicoli, schermi, altri cubicoli su quest’ala e ne corre parallela un’altra. Cubicoli, schermi, altri cubicoli,  sopra e anche sotto.

A un tratto, dei passi nel corridoio.

Riconosco le persone dal loro passo, di come toccano con il tacco, alzano la punta e fanno ricadere il tacco a terra. Non ho bisogno di alzarmi dalla sedia e sporgermi dall’uscio. Tip tap tip tiritàp il suono dei passi si fonde e confonde con le battute sulla tastiera. La colonna sonora di questo mondo di pixel. Tip tap tip tiritàp – tOc Tac tOc Tac – Tip tap tiritìp tiritàp tap shift ta…P.

Suono di passi che si avvicinano, un suono che riconosco a occhi chiusi. Sono di Lei.

E’ arrivata da poco, così bella che mi imbarazza, il mio sguardo non riesce a posarsi su di lei per più di cinque secondi di fila. Poi inizia a temere di incrociare il suo, di essere colto “in flagrante”, non che indugi lasciandosi una scia morbosa, è solo che non resiste a tanta bellezza. Ne può assorbire solo una piccola parte per volta.

Bella, come una piccola Venere. Vino e miele. Il profumo di lei lascia inebriati come il vino. Miele il sorriso che dalle labbra le arriva fino a dentro gli occhi.

Il passo si avvicina. Ormai è nei pressi dell’uscio del mio cubicolo grigio. La vedo la manciata di secondi che le occorrono per passare oltre. Indossa una gonna color-fango.

Quella gonna che passa per il corridoio, seppure ancora seduto alla scrivania, riesco a seguire chi la indossa. Ora arriva in fondo al corridoio e gira a destra, imbocca l’ascensore, m’infillo tra le porte proprio mentre si chiudono, salgo su.

In quello spazio così stretto riesco a guardarla da vicino come mai…Ma quanto è bella eh? Sì, davvero bella.

Che fai?!? Ti imbarazzi? Sei solo un pensiero infilatosi in un ascensore: nessuno può vederti, neanche lei. Sì, è così bella che m’imbarazza, che vuoi farci….L’ascensore rallenta. Produce un movimento nello stomaco simile a quello che provi quando la incroci per i corridoi e vi salutate. Le porte si aprono. Ehi seguila che la perdi….E chi la perde…..con quella gon….No! L’ho persa dov’è? Era qui sul corridoio, s’incamminava verso la sua fine…è sparita. C’è una porta chiusa in fondo, ma non si è aperta, non può esserci passata attraverso…Aspetta u…n ….att…..i….mo….Aha! C’è una porta sulla sinistra e non la riuscivo a vedere da qui. Sarà sicuramente lì, vado e….Drriiiiiiiiin Driiiiiiiin il telefono squilla e interrompe il filo invisibile con il pensiero-della-gonna-color-fango. Alzo la cornetta, deluso e irritato da quel chiunque sia dall’altra capo del telefono.

Pronto? Chi parla?…

E’ lei. La piccola Venere. La sua voce dall’altra parte del filo: pronuncia due parole. Sembra una domanda, ma è un invito.

Rispondo:
Sì, vengo su.

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6 responses to “Gonna color-fango

  • tiZ

    e ci lasci così?🙂

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    • redbavon

      Mmmh…Vediamo che ho lasciato….calzini, vabbè poi li metto dentro la lavatrice, i vestiti su sedia e poltrona….la tazzina di caffè…forse è rimasto un fondo Naah al solito è cristallizzato insieme allo zucchero. Ci casco sempre. Mò me vaco a ffà nu bello cafè con le tre C…Aspetta eh? Po’torno.

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  • redbavon

    Eccolo! Tazzina qui al mio fianco. Un sorsetto. Perché o’ ccafè va bevuto leeeeentamente. Dal grigiore dell’inizio, sbocciano dei bei fiori (foto da me scattata in un viaggio a New York qualche anno fa), i due finalmente si incontrano. La canzone dei Mogwai porta in un qualsiasi luogo più bello. Io me lo vedo che sale le scale a quatro a quattro che canticchia la canzone di Silvestri “E salirò salirò Salirò salirò fra le rose di questo giardino
    E salirò salirò Fino a quando sarò Solamente un ricordo lontano”, lei lo vede, si sorridono e…
    …e tu come li lasceresti?

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  • licht234

    Quelli che hanno condotto la ricerca dovrebbero passare per la mia testa ogni mattina. Avrebbero la possibilità di arrivare all’ultimo piano del grattacielo con il crescendo della mia ansia. Loro su, io giù in modo simmetrico.

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    • redbavon

      Per quanto in passato abbia sperimentato degli attacchi di panico che mi coglievano nelle situazioni più assurde, lasciandomi una sola soluzione possibile: la fuga precipitosa dal posto dove mi trovavo. A volte, soluzione impossibile tipo quando mi ha colto imbottigliato nel traffico sotto a una galleria, auto davanti e dietro per chilometri. Tuttavia, sono – per cantarla con i Simple Minds – “alive and kicking”. Credo di essere refrattario all’ansia…se ti aggiri da queste parti o sul blogemello del mio viaggio in Botswana, sposo la “serendipity” e dell’ansia cerco la parte buona, quella che fa: e adesso che succederà?
      Lascia salire con la tua ansia i tipi della ricerca fino all’ultimo piano del grattacielo, tu resta qui a terra, con noi. Benvenuta!

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