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“Sei cose impossibili” Tag

Eccoci qui con un’altra catena di tag! Dopo avere nominato Sant’Antonio come santo protettore dei blogger, pare che mi sia attirato le catene come un africano ai tempi dello schiavismo. Come anche cianciavo in quel post mistico-farneticante, non tutte le catene sono da evitare. E non perché sia dedito a giochi sado-masochisti e di notte mi abbigli in completini latex irti di borchie (umaronna che raccapriccio!).

La catena dei giochi d’infanzia, infatti, mi ha st(r)appato un intero filone di deliri linguistici in tastiera, questa catena inaugurata da cuorerotante è davvero singolare e potenzialmente foriera di un rigenerante non-sense a manetta, per alcuni semplice “cazzeggio”. Sembra poi facile “cazzeggiare” e prendersi sul serio tanto da volerlo rendere pubblico! Ci vuole coraggio. O tanta irresponsabilità.

Veniamo quindi al tag di cuorerotante : “[…] ho pensato di creare un Tag con l’augurio che, come diceva la Regina ad Alice, allenandoci giornalmente a pensare a sei cose impossibili, possiamo avere quello stimolo in più che ci aiuti a credere che le giornate, a volte, possano anche stupirci ed essere migliori delle nostre aspettative, andando al di là di ogni nostro scetticismo.[…]”.

Ogni catena ha le sue regole.

Per graziediCuorerotante le regole sono poche e semplici. Nelle catene di tag normalmemte si rispettano le regole a parte una certa libertà interpretativa sull’ultima che è immancabilmente “nominare un tot di follower”. Rules are rules e sono:

  1. inserire il logo di Alice’s in Wonderland
  2. descrivere sei cose impossibili
  3. nominare tutti i follower che volete

Cuorerotante mi ha nominato insieme a Fabio nella sezione “umoristi” (and the nominees are…) e Fabio ha già dato grande prova con la pubblicazione delle sue “6 cose impossibili” pertanto, costretto a raschiare il mio fondo e continuare a scavare, l’elenco che segue potrebbe non essere adatto ai deboli di stomaco e agli affetti da TLDL)

E veniamo alle mie 6 cose impossibili:

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Master o’Scieme: la ricetta del giorno

Oggi (ma dubito fortemente che ci sia un domani) il vostro Master o’Scieme, lo chef che ‘cchiù scieme non ce n’è, consiglia la ricetta del giorno:

OstiE (non benedette) farcite di nocciole caramellate

Ingredienti:

  • Ostie (quanto basta)
  • Zucchero (quanto basta)
  • Nocciole sgusciate (a ufo)
(d)Istruzioni per l’(ab)uso

1. Procuratevi delle ostie

Non andare dal parroco dicendogli a cosa ti serve perché – secondo precisi calcoli scientifici di probabilità – è certo che ti prenda a calci nel sedere, dall’altare alla porta della chiesa, bestemmiando come un turco ateo.

Dunque, approccia il parroco e chiedigli come si procura le ostie, senza dire a cosa ti servono. Se risponde “È il Corpo di Cristo”, desisti. Continua ad andare a messa, ma cambia parrocchia. Non perdere la Fede: un qualsiasi supermercato sotto casa, anche il  più sfigato dei “discount”, dovrebbe avere le ostie al reparto “ingredienti per dolci”.

Nel caso i malvagi centri commerciali abbiano fatto chiudere tutti i negozi di alimentari e supermercati del tuo quartiere, non andare al centro commerciale (a meno che sia estate: c’è l’aria condizionata e trovi pure parcheggio), ma rivolgiti a un farmacista. Utile anche nel caso in cui il parroco ti abbia preso a calci.

Non è che il farmacista si sia messo a vendere dolci: le ostie vengono usate da chi ha difficoltà a ingerire le pillole. Se il tuo farmacista vende anche dolci, congratulati con lui perché è un fottuto genio commerciale: fino alla “mezza età” ti vende i dolci e il collutorio, poi ti vende l’insulina per il diabete e il collante per la dentiera.

Se nemmeno il farmacista è fornito di ostie, non recarti presso il malvagio centro commerciale, ecco una ricetta facile facile per farle in casa: 1 litro d’acqua, 500 grammi di farina e olio extra-vergine di oliva quanto basta

Con acqua e farina prepara una pastella liscia e omogenea. Metti a scaldare sul fornello a fiamma media uno stampo per fare le ostie, versaci al centro un cucchiaio di pastella e lascia cuocere per alcuni secondi. Stacca de-li-ca-ta-men-te l’ostia e ritaglia con le forbici la parte eventualmente fuoriuscita dallo stampo. Ogni tanto spalma sullo stampo un po’ di olio extra-vergine di oliva. Metti l’ostia calda sotto un peso per evitare che si deformi raffreddandosi.

Dove posso comprare lo stampo per fare le ostie? Al centro commerciale.

2. Preparazione delle nocciole sgusciate

Comprale.

Trovi le nocciole sgusciate in pratici pacchetti di plastica semi-trasparente. Non guardare quanto costano al chilogrammo perché avrai la sensazione che stai acquistando cocaina pura oppure Uranio-235 o Plutonio-239 o altro materiale fissile.

Se ti ingolosisce il prezzo conveniente delle confezioni “extra-large” di nocciole non sgusciate, l’ideale per famiglie numerose di scoiattoli, passa anche al reparto di para-farmacia e acquista una confezione di garze e unguenti per lesioni traumatiche alle dita. Gli schiaccianoci non perdonano.

3. Preparazione delle nocciole caramellate

Sciogli lo zucchero in un pentolino,  consiglio una fiamma bassa. Mescola bene fino a ottenere un liquido viscoso di colore dorato. Fai attenzione a non farlo bruciare sul fondo, non tanto perché mandi a ramengo la ricetta, ma perché pulire lo zucchero caramellato azzeccato sul fondo è un castigo di Dio dopo che ha scoperto il furto della mela proibita. No, quella dell’Eden non era caramellata.

Una volta ottenuto questo liquido viscoso,  aggiungi le nocciole, che hai avuto cura di tostare leggermente su una padella. Non lo hai fatto? Inizia da capo al punto 3) perché mentre tosti le nocciole ti si è bruciato il liquido caramellato.

Una volta tostate e aggiunte le nocciole, continua a mescolare per farle amalgamare e penetrare nel liquido caramellato.

Spalma un velo leggero d’olio extra-vergine d’oliva su un tagliere di legno, versaci il contenuto del pentolino, attendi che il composto si raffreddi (se hai a disposizione dell’azoto liquido è vivamente consigliato per ridurre drasticamente i tempi di attesa).

Quando ormai il profumo zuccheroso si è diffuso in tutti gli ambienti della casa, le papille olfattive stanno mandando ai matti quelle gustative, è il momento di munirsi di coltellaccio o altro oggetto contundente (no mazze ferrate, le cucine costano) e spezzare in più parti il composto ormai solidificato con la stessa sacralità con cui il prete sull’altare fa con l’ostia. Abbi cura di fare dei pezzi di dimensioni più o meno simili a quelle delle ostie. No, non c’è bisogno del compasso, fai a occhio, va bene anche un po’ irregolare.

Prendi due pezzi d’ostia e poni nel mezzo un pezzo di nocciole caramellate.

Finalmente metti in bocca, lascia sciogliere ostia e caramello, infine mastica. Mastica con attenzione e, mentre mastichi, recita in silenzio una preghiera a Santa Apollonia affinché ti prenda in simpatia e ti protegga dalle tariffe salate dei suoi protetti, i dentisti. Da statistiche delle cause più frequenti di denti spezzati: al primo posto un classico, il pugno in faccia; al secondo posto, gomitata in bocca; al terzo, nocciola caramellata.

Le ostie così diventano pure “benedette”: compensano i sensi di colpa per i valori di glicemia sparati su Marte grazie a quella bontà criminale delle nocciole caramellate. Ti senti più buono, mondato dai peccati della gola. Amen.

Ringrazio Tati che al solo nominare “ostie ripiene di nocciole caramellate”mi ha fatto scattare questo delirio gastro-linguistico


Piccole storie di soldati piccoli Ep.#2

A gentile richiesta di una mezza dozzina di blogger (a me ne bastavano pure un paio), gentile risposta: ritornano le Piccole Storie di Soldati Piccoli.  Per chi si fosse perso il primo episodio, punti pure il moschetto QUI. 

18 giugno 1815, Waterloo. Fanteria francese.

A sinistra il fante Rafe’ (Raphaël, per francofoni), a destra il fante Bastien (Bastiano, per i francofobi). 

Su una collina, al riparo temporaneo dal fuoco nemico, davanti ai loro occhi un panorama da incubo punteggiato di sbuffi di fumo, lampi, percorso da rombi e spari, urla, urla e…urla.

Bastien: “Nè Rafe’, brutta bestia la guerre…”

Rafe’: “C’est la guerre…”

Bastien:“Quelli lì al comando ci hanno detto: ‘Le jour de gloire est arrivé! Abbiamo verificato le forze del nemico in campo, diviso i compiti per ogni battaglione, stabilito la strategia infallibile che ci porterà alla vittoria sicura!’…Risultato?”

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200.000! Uanema d’o’ priatorio!

Uanema d’o Priatorio! (Aldo Tarantino in Così parlò Bellavista)

DUECENTOMILA! Festeggiamo le 200.000 visite ab Urbe condĭta di questo scivolosissimo b(av)log!

Uanema d’o Priatorio! Letteralmente “Anima del Purgatorio!”, nel dialetto napoletano è un’espressione di grande meraviglia.

Lo esclamo come Aldo Tarantino, che interpreta o’ viecchiariello sempre assopito – un personaggio cult nel bellissimo film Così parlò Bellavista – che spalanca gli occhi soltanto quando sente pronunciare la parola “milione”, si ridesta, ripete “nu milione!”, subito esclama “Uanema do’ Priatorio!” e ritorna nel suo sonno catatonico. Duecentomila per me ha lo stesso effetto di “nu milione” per il vecchiarello.

Perché festeggiare a duecentomila?

E quante senò? Tutto il cucuzzaro!

Non che avessi in mente un obiettivo da traguardare e, diciamolo sinceramente, duecentomila(uanema d’o Priatorio!) è un numero ridicolo sul web e lo è ancora di più se consideriamo che la mia occupazione abusiva della Rete risale al luglio 2008. Quando si tratta di miei festeggiamenti nella vita reale, io divento schivo, provo a defilarmi, non sopporto di essere al centro dell’attenzione. Non mi comporto in modo diverso nella realtà virtuale della blogosfera. Una cosa posso garantirvela: io sono WYSIWYG. Un acronimo molto in voga ai tempi dei primi programmi di word processor che promettevano all’utente un risultato stampato identico a quello che appariva su schermo: What You See Is What You Get. La maggior parte di voi lo dà per scontato, ma i più vecchierelli sanno che fu una specie di rivoluzione copernicana.

E allora perché ce la stai menando con queste duecentomila(uanema d’o Priatorio!) visite che poi a noi…che ce ne cale ?

Perché…perché…perché…non so perché…perché…non so perché…perché…

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Perché la definizione “fantasy” sta stretta a Il Signore degli Anelli come una t-shirt taglia “S” a una supermaggiorata

Gollum O_O: “Supermaggiorata?!? Dov’è, dov’è !?! …Doveeeeee?!?”

Il titolo sembra partorito dal grafomane titolare di questa webbettola, posseduto dallo spirito di Lina Wertmüller (riposi in pace). Se chi inizia bene è a metà dell’opera, mettetevi l’anima in pace: qui c’è ancora parecchio da faticare.

Il post precedente ha zig-zagato tra vari temi:  il piacere della lettura, cosa rappresenta un libro per il lettore, se la “vecchia” carta sia importante o meno affinché il libro continui ad avere diritto di cittadinanza sulle nostre librerie, nei nostri cuori e memorie. Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien (chi altri sennò) nella mia esperienza rappresenta il crocevia di questi temi.

Come sostengo sempre, i commenti sono la linfa vitale di un blog. In giardino pianti un bell’albero, ma se non lo innaffi seccherà. Nello spazio dei commenti alcuni visitatori generosi hanno lasciato traccia del loro passaggio condividendo la loro esperienza e opinioni. Sedici naviganti spiaggiati su questo lido hanno prodotto, anche con la mia complicità, oltre 100 commenti che, a parte il mio usuale rutilare di facezie, si sono distribuiti sui vari temi citati e, in particolare, sul fatto che Il Signore degli Anelli non è la pietra angolare come lo è stata per me: c’è chi lo ha letto e non si è innamorato, c’è chi non lo ha letto.

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Un libro per domarli, un libro per ghermirli e nel buio incatenarli…

Rilassante panorama di rilassante estate? Già l’ho visto…da qualche parte

Chi è quel pirla che ha spento la luce?!? Non lo vedi che sto leggendo!?!

Deve essere passato Attila, sì deve essere passato di qui. Se i miei pensieri fossero i primi timidi germogli di margheritine nel prato, allora ho la certezza che Attila è passato dalle parti del mio cervello. Pensieri rasi al suolo, deserto. Dove passa Attila non cresce più l’erba. Ma ‘sto Attila era dell’Anti-droga?

L’andazzo è a zig-zag tra tasti, abbozzi d’idee, trascrizione, tasto “cancella”, ritorna all’abbozzo e così in loop infinito da istruzione “10 PRINT “…”20 GOTO 10”. A proposito di grandi guerrieri è obbligatoria una citazione a effetto: “Per un grande guerriero, ci vuole una grande spada!”

Un segno di “visto” appare accanto a una celletta del mio cervello.xls e contemporaneamente una vocina.mp3 annuncia “CELL’HO’“: per qualche strana coincidenza le ultime gesta del mio avatar videoludico hanno avuto come protagonista tamarri che ostentavano spade e spiedi di misure e potenza crescenti in un tripudio di testosterone e tipica (vana)gloria maschilista delle più basse origini (basse, anche in senso anatomico). Da re-cessi di memoria grezza, con lo stesso imbarazzo (…e sfiga) di ricevere dal banco del “Sette e mezzo” come prima carta, quella del 4, spuntano derive leghiste sulla durezza dell’“arnese”: totalmente speciose e ininfluenti, visto che gli avi in cui costoro si riconoscono, cioè quel miscuglio multietnico di popoli barbari – extracomunitari, in termini moderni – genericamente noti come “Galli” sperimentarono sulla propria pelle che è importante la punta e il taglio: il gladius del legionario, più corto della spada gallica, aveva la lama a doppio taglio che permetteva maggiore mobilità in formazione serrata ed era usata spesso di punta perché “seppur due dita si ficca, è mortale”. (cit. L’arte della guerra (Epitoma rei militaris) di Publio Flavio Vegezio Renato)

Dove questo discorso voglia andare a parare non è dato saperlo neanche a chi scrive, ma l’oscuro figuro al di là dello schermo si è appena riagganciato a una connessione a banda larga dopo un’astinenza di quasi un mese e quindi batte e ri-ba-ba-tte-tte sui ta-tasti i pe-pensieri come vengono con il viscerale entusiasmo e la dolce follia di uno sciame di bambini sotto il metro di statura, che si rincorrono in un giardino, disegnando traiettorie per niente geometriche che – per esigenze del “pensiero ordinato” di noi adulti – possono assimilarsi a un cerchio dalla circonferenza molto vaga e accennata, con protuberanze tipiche dell’incertezza del cerchio disegnato a mano-libera. A onore del vero, io avevo difficoltà a disegnare un dignitoso cerchio anche con il compasso.

Ferie agli sgoccioli e un’estate passata per lo più sul dondolo di Sabaudia in compagnia di diversi libri acquistati per impulso compulsivo e letti soltanto molto tempo dopo (il consumismo, e chest’è!). Finalmente questi libri riprenderanno a impolverarsi sullo scaffale e a ospitare acari che ivi dimorano, ma le pieghe della copertine e le orecchie delle pagine daranno loro l’ambito status di “letto”, saranno lì ritti tra gli altri e potranno guardarli con un’ espressione spocchiosa come per dire “io sono stato letto, tu no”.

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Pane, uova e tanta fantasia

Mi perdonerà Luigi Comencini se mi permetto di modificare il titolo del suo bellissimo film con Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida incluso tra i 100 film italiani da salvare e Orso d’argento nel 1954. L’amico Pupazzovi ha una webbettola frequentata da personaggi assai singolari e tremendamente simpatici: le sue abili mani riescono a dare vita ai personaggi più disparati a partire da un semplice uovo, i Pupazzovi appunto.

Pup, come lo chiamo io, è capace di donare un sorriso con la sola immagine delle sue creazioni, che trasmettono tanta passione, fantasia e un’inquietante fissazione con le uova. Con il permesso dell’autore, un mix tra un Michelangelo e un Pinturicchio delle uova, pubblico le sue ultime creazioni, due panettieri, che mi hanno ispirato l’ennesima Storyetta, breve storia per il tempo di fumare una sigaretta.

Il fumo fa male, non fatelo a casa e nemmeno fuori e sopratutto andate a visitare la webbettola di Pupazzovi.

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Piccole storie di soldati piccoli

18 giugno 1815, Waterloo. Fanteria francese.

A sinistra il tamburino Fransuà (François, per francofoni), a destra il trombettiere Pascal (Pasquale, per i francofobi).

Fransuà: “Nè Pascà ma la vuoi smettere con questo strazio?!?”

Pascal:”Jamais! Faccio il mio dovere di vero soldato patriota! Le jour de gloire est arrivé !…Pensa a rullare tu!”

Fransuà continua a rullare e risponde:

“Rullare, sì rullare…mon frère (trad. dal francese al napoletano: “bello d’o’frà”) ‘na canna ti dovresti rollare così ti rilassi. Écoute-moi! (trad. dal francese al napoletano: “Sient’a mme!”) 

Pascal non lo degna di uno sguardo e continua a soffiare nella tromba.

Fransuà continua a rullare e pensa:

“Ho deciso: stasera faccio rapporto al Comandante e chiedo di essere sbattuto in prima linea! Meglio il rischio di una pallottola che la sicurezza di morire sordo!”


Remember the name (testo e traduzione) – Fort Minor

Molti ragazzi oggi pensano che per essere dei grandi rapper occorra soltanto fare rap e ce la faranno. Non comprendono che nel rap – come in tante cose della vita – vi sono impegno, sofferenza, sudore, lacrime e, forse, le loro rime infuocate e di denuncia diventeranno famose in tutto il mondo. Questa canzone dei Fort Minor, un progetto di Mike Shinoda dei Linkin Park, parla di loro che ce l’hanno fatta, di gente che lavora sodo, gente alienata per il lavoro, che si impegna con tutte le forze e crede nella loro passione, scrivendo, rappando e affinando le proprie rime, continuamente.

È una canzone che parla di loro, musicisti di successo, Matthew Ryan Maginn, Mike Shinoda, Takbir Khalid Bashir, del loro amore per la musica attraverso la passione e il sudore, 10% fortuna. Ricordatevi i loro nomi.

Remember the name 

(traduzione by RedBavon)
in The Rising Tied di Fort Minor feat. Styles of Beyond. Autori: Matthew Ryan Maginn, Mike Shinoda, Takbir Khalid Bashir.

You ready?! Let’s go! / / Siete pronti?! Andiamo!
Yeah, for those of you that want to know what we’re all about / Per tutti quelli che vogliono sapere di che pasta siamo fatti
It’s like this y’all (c’mon!) / È tutto qui, gente!

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Viva il Messico! Ep.#17 – Chichén Itzá

Chichen Itza

Chichén Itzá – El Castillo, il Tempio di Kukulkan. Foto by RedBavon

8° dia: Chichén Itzá-> Mérida

Lasciamo Valladolid non senza qualche ritrosia poiché El Mesón del Marqués – come la definirebbe Frank – si è rivelato essere  un‘ottima sistemazione. Sarà che la scalata della piramide di Cobà ci ha stremato, sarà stata l’abbondanza di cipolla ingurgitata insieme al poc-chuc, ma i dannati mosquitos non hanno molestato il nostro sonno come le altre notti.

Colazione al volo, ci trasciniamo via Diego che sotto gli occhiali da sole inforcati – potrei giocarmi una somma considerevole – sta ancora dormendo: è uno “sleeping-man walking”. Quel genio del mio amico ha scoperto anche come camminare mentre dorme!

Saliamo sul nostro bolide rosso Chevy Monza, Lucio alla guida, la consueta incitazione di Frank “Grrrrintosi!” e via incontro al nostro destino: Chichén Itzá e la nostra seconda piramide da scalare!

Chichén Itzá è uno dei siti archeologici più famosi e meglio restaurati, per quanto personalmente preferisco quelli più “selvaggi” ed immersi nella Natura come Cobà e, più in là nel viaggio, Palenque: il sito è di grande impatto. Nella Ruta Maya, che attraversa Messico, Belize, Guatemala e Honduras, Chichén Itzá  è una tappa obbligata.

La Ruta Maya: un viaggio "on the road" sulle orme dei Maya, un tour archeologico e non solo

La Ruta Maya: un viaggio “on the road” sulle orme dei Maya, un tour archeologico e non solo

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Doing The Unstuck (testo e traduzione) – The Cure

È dalle 7:30 di questa mattina che ho questa canzone tra i piedi…–>

Doing The Unstuck (testo e traduzione) in Wish dei The Cure

It’s a perfect day for letting go / È un giorno perfetto per lasciarsi andare
for setting fire to bridges, boats / per dare fuoco a ponti, barche
and other dreary worlds you know / e altri deprimenti mondi che sai
Let’s get happy! / Afferriamo la felicità!
It’s a perfect day for making out / È un giorno perfetto per venirne fuori
to wake up with a smile without a doubt / per svegliarsi spensierati con un sorriso
to burst, grin, giggle, bliss / per buttarsi a capofitto, sorridere con un ghigno, ridacchiare
skip, jump and sing and shout / bearsi, ballonzolare, saltare e cantare e urlare
Let’s get happy! / Afferriamo la felicità!

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7:30 A.M.

When I see you sky as a kite as high as I might I can’t get that high (cit. The Cure). Foto: RedBavon@New York © 2009 RedBavon

A volte certe giornate ritornano…

È tutto partito da stamattina.

Addosso una strana frenesia.

Quando ti senti agitato, scosso da uno sciame sismico di emozioni, pensieri e sensazioni o semplici impressioni di fugace passaggio evvia!

Ti muovi, ma non ne hai voglia. La nuova sensazione lascia uno strano senso di precarietà, un retrogusto d’insicurezza, “antenne” alzate, uno stato di allerta istintivo, primitivo, quasi animale. Ti muovi, per inerzia, perché “ore-setteetrenta-ore-setteetrenta” comunica la voce che canta dalla sveglia.

Ti muovi, piuttosto è il tuo corpo che si muove, tu assisti da dentro lo svolgersi della procedura automatica di decollo, come Actarus dentro Goldrake. Ti alzi dal letto, fai la doccia, colazione, tiri dietro di te la porta di casa, check delle chiavi auto-casa-auto-casa (doppio perché sono paranoico), ritrovi – non sempre alla prima botta – l’auto dove l’avevi parcheggiata la sera prima, entri in auto, giri la chiave, metti la freccia e il resto è traffico.

Arrivo a destinazione. Periferia metropolitana.

In alcuni giorni, il cemento, l’asfalto e il vetro sono così incombenti che farebbero apparire grigio il cielo, anche se fosse terso e di quel celeste che sembra colorato dalla mano di un bambino di 4 anni.

Stamattina, c’è un bel sole, scalda la pelle, in un abbraccio quasi…affettuoso.

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Morning, night and day (testo e traduzione) – New Order

Morning, night and day (testo e traduzione) – in Waiting for the Sirens’ Call dei New Order

One time didn’t do it / Una volta, non ha fatto effetto
Two times didn’t feel quite right / Due volte, non mi ha fatto proprio bene
I didn’t know where i was going / Non sapevo dove stavo andando
I just knew that i would be alright / Sapevo solo che mi sarei sentito bene

I woke up in a druken haze / Mi sono svegliato, annebbiato da dopo sbornia
The sun shone to my window pane/ Il sole splendeva attraverso il vetro della mia finestra
I said that i’d never do it again / Mi dissi che non l’avrei fatto mai più
What kind of fool do you think I am? / Che tipo di idota pensi che io sia?

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Donne e videogiochi: un rapporto di biblica antipatia

Catherine Bach di fianco al al mitico "Generale Lee", una Dodge Charger del 1969, in The Dukes of Hazzard

Catherine Bach di fianco al al mitico “Generale Lee”, una Dodge Charger del 1969, in The Dukes of Hazzard

E allora il Signore disse: “Videogioco, io porrò inimicizia fra te e la donna”.

Da uno scambio di commenti con Mastro Birraio su Burnout, una serie di grande successo su console 32 bit, viene giù questa storia di donne al volante, videogiochi e riferimenti al libro della Genesi, sicuramente apocrifo.

attenzioneDisclaimer: Tutti i videogiocatori hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alle console, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Burnout rappresenta l’ultima incarnazione dello spirito “arcade” dei “giochi di macchine” (come li chiamavo io da piccolo), con la possibilità di dare libero sfogo all’automobilista stressato, posseduto da un demone isterico, in quel Sodoma e Gomorra del traffico metropolitano.

Mastro Birraio mi raccontava che Burnout Paradise (ultimo gioco della serie, nel lontano 2008) era riuscito a fare giocare sua moglie a un “gioco di macchine” per la prima volta.

Anche io ho provato a portare la mia consorte al volante, sebbene stia al Videogioco come Stalin al Papa. E vi racconto come è andata.

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Viva il Messico! Ep. #16 – Valladolid

Valladolid - L'entrata dello zocalo

Valladolid – L’entrata dello zocalo

7° dia: Cobà -> Valladolid

Dopo essere sopravvissuti alla discesa dalla piramide di Cobà, un’altra cinquantina di chilometri percorsi in direzione nord-est, verso l’interno, Valladolid è la nostra ultima tappa della giornata. Vi giungiamo nel tardo pomeriggio.

Sempre grazie ai preziosi consigli del fratello di Francesco, prima di partire dalle ruinas di Tulum abbiamo telefonato da una cabina e, nel nostro italianospagnolato con inserti di inglese, riusciamo a prenotare un paio di camere a El Mesón del Marqués nel centro di Valladolid.
La fortuna è stata dalla nostra poiché ci aggiudichiamo un alloggio in una stupenda casa nobiliare in stile coloniale ispanico: le camere sono accoglienti, letto con materasso alto, con addirittura  – Frank, senza offesa per la tua “boccia” – l’asciugacapelli e la Tivù, di cui non sentiamo minimamente la mancanza.

Valladolid - Il porticato di El Mesón del Marqués

Valladolid – Il porticato di El Mesón del Marqués. In fondo al corridoio, io gioco a fare la modella.

Le camere si affacciano su un porticato e su un giardino molto curato. C’è una piscina. Piscina?!? Tuff!  Un bel bagno rigeneratore è quel che ci vuole, dopo una giornata in cui abbiamo seriamente rischiato di andare a trovare Kukulkàn nell’Alto dei Cieli. Ammèn.

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Lo slalomista idiota colpisce ancora!

pioggia-sul-parabrezza

Oggi, mentre mi recavo in ufficio, come ogni sacrosanta mattina che il Signore ancora mi manda, c’è stata una prova generale di Giudizio Universale nella sua versione, vintage ma già dall’efficacia comprovata, “Diluvio”. Per circa quaranta minuti, si è riversata sul percorso casa-ufficio una quantità di acqua impressionante con puntuale allagamento delle strade a causa di tombini otturati dal fogliame autunnale o – a dirla tutta – incuria nella manutenzione ordinaria.

Guido un’auto odiata dai più, un “Suv”, Toyota Rav4, rinominata affettuosamente “BaV-Four”, visto l’ultra-decennale legame tra la sua carrozzeria e la mia pellaccia. A tale ammasso di ferraglia e ingranaggi sono, infatti, grato poiché  il fatto di essere “ingombrante e pesante”, ha salvato la mia carcassa, in un caso, da un folle che non ha rispettato uno stop e mi è entrato nella fiancata tipo siluro sparato a distanza ravvicinata; una seconda volta, da un TIR che, di notte, si è ribaltato formando una sorta di Grande Muraglia lungo tutta la carreggiata. Se non fosse stato per il posto-guida più alto non avrei visto quelle scintille più avanti, nel buio, sul lato sinistro del guard-rail, generate dall’impatto dell’autoarticolato, e non avrei accostato sulla destra prudentemente: l’auto che mi superò nel momento in cui deceleravo e accostavo, si è sbriciolata contro quell’improvviso muro di lamiere e gomma. Massimo rispetto quindi per la BaV-Four!

Durante queste prove di Diluvio Universale, la BAV4 mi permette di guadare senza problemi laghi e ruscelli, che fino al giorno prima, avrei giurato fossero tratti di strada di asfalto, per quanto sconnesso e bucato peggio di una groviera assalita da tutta la famiglia di Topo Gigio. Quando piove così, puntuali come lumache dopo l’acquazzone, spuntano i soliti indisciplinati del traffico metropolitano.

Roba da non credere – motivo per cui finisce di buon diritto sul b(av)log – succede un fatto di quelli che inizi a credere alle storie dei déjàvu, delle reincarnazioni, delle vite parallele e che, in fondo, una visita dallo psichiatra non ti farebbe poi male: nello stesso punto del  mio tragittonelle stesse condizioni climatiche, con le stesse modalità di un paio di anni fa, mi imbatto di nuovo in quel “genio isterico del traffico maleducato”, che io chiamo “lo slalomista“.

In ossequio a un sano ed eco-compatibile principio di riciclo, ho il piacere di riproporre una lettura del 2104, che non vuole essere una deriva vintage, ma un’educata protesta che suona “Ma ‘sti tombini li vogliamo pulire?!?”:

Lo slalomista. Gigante? Sì, la sua idiozia

 


Batmancito – Incontri

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Segue da Batmancito – El BaVón Rojo [Parte IV]

Varchiamo la soglia di El BaVón Rojo.

Dall’esterno, si sente della musica di queste parti, un ritmo latino; appena messo piede all’interno, la musica cessa in un istante, come se fossimo entrati nell’esatto momento in cui il direttore impartisce all’orchestra l’ultimo gesto, ordinando a tutti gli strumentisti di cessare all’unisono.
Il mio grido “Hola! Oste…” risuona come l’ultimo accordo fortissimo nell’ultimo movimento della sinfonia: la bacchetta del direttore disegna nell’aria la traiettoria di un sasso in caduta libera, un movimento secco e deciso, dall’alto verso il basso, un brusco spostamento laterale del braccio, diretto verso l’orchestra, che si traduce in una reazione compatta degli strumentisti e in un accordo netto e preciso.

Il nostro campo visuale si sposta, al ralenti, ai lati, mettendo così a fuoco ciò che è presente a una certa distanza dal centro e succede che  iniziamo a renderci conto di che “musica” tira in questo locale.
Una folla variopinta, seduta ai tavoli o sugli alti sgabelli al bancone, si è girata nella nostra direzione, con un unico punto focale concentrato sull’entrata: Sergio e io sembriamo esserci finiti per caso nel mezzo.
Il nostro occhio passa in rivista quella massa silenziosa di macchie di colore con un schizofrenico ritmo “avanti-veloce-stop-avanti-veloce-stop”, alla ricerca spasmodica del suo centro di gravità permanente: l’oste o uno dei suoi garzoni.

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Viva il Messico! Ep. #15 – Cobà, sul tetto dello Yucatàn

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It’s A Long Way To Tipperary, It’s A Long Way To Go!

La scalata della piramide. La Missione.

La prima piramide! Centoventi gradoni, stretti e sconnessi, che salgono a quota 42 metri con un’inclinazione adatta a una capra di montagna.
Che la salita sia impegnativa lo conferma la presenza di una fune di generosa sezione, tipo gomena che si trova sulle navi, fissata alla pietra ogni due-tre gradoni grazie a un anello di metallo.

Un rapido sguardo tra tutti e quattro. Finalmente la nostra missione sta per iniziare: la scalata delle piramidi dello Yucatan. In un sacrale silenzio, iniziamo la nostra ascesa. [Attacco del Coro nel tema musicale di The Mission]

La salita ci lascia senza fiato, noi animali da ufficio o studio, non abbiamo la stessa attitudine della capra di montagna: un po’ è la paura di cadere giù con rovinosi effetti, un po’ è l’emozione, un po’ la fatica.

Raggiunta la vetta, lo spettacolo che ci si para davanti, di lato, dietro, tutto intorno, ci lascia con la mascella a terra. Ci ho messo parecchio tempo prima di raccoglierla.

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Piramide di Cobà – In cima allo Yucatan! A sinistra, Claudio; al centro seduto, Lucio, al centro in piedi, Diego; a destra, Francesco. In fondo, sulla linea dell’orizzonte si intravede il Mare dei Caraibi.

La foresta è ai nostri piedi a perdita d’occhio, per chilometri e chilometri. Pensate al Gran Sacerdote sulla sommità, la folla del popolo ai piedi della piramide e, nella foresta in distanza i templi, le altre piramidi sparsi, i fuochi, ancora la foresta. Ci credo che si sentiva mandato da Dio!

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Viva il Messico! Ep. #14 – Da Tulum a Cobà

Tulum - Ruinas. Sullo sfondo, "El Castillo" domina la scogliera

Tulum – Ruinas. Sullo sfondo, “El Castillo” domina la scogliera

7° dia: Tulum -> Cobà -> Valladolid

Inizia il tour archeologico!

A Tulum visitiamo le prime ruinas. Piccola città Maya con una popolazione stimata di settemila abitanti , situata sulla splendida scogliera a picco sul mare di colore turchese.
Onde evitare che i cenni storici producano l’effetto “sonnifero” non entro eccessivamente nei dettagli storici di qualsiasi sito archeologico, sebbene l’amore per la Storia mi suggerirebbe di lanciarmi in uno dei miei “spiegoni”, ma mi ci vorrebbe anche l’iradiDDIo di tempo. Pertanto, procuratevi una buona guida sullo Yucatan, un buon libro sui Maya o ricorrete alle visite guidate sul luogo. Comunque, ne vale la pena.

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Foto dal lato opposto della precedente. In fondo tre soliti loschi figuri.

Tulum è un piccolo sito archeologico, rispetto a quelli che poi visiteremo, e non presenta la tipica piramide da scalare e, sopratutto, discendere…Capirete più avanti il motivo.
Tuttavia, si trova in un luogo incantevole, con una piccola costruzione “El Castillo” a picco sulla scogliera e una spiaggia: l’esperienza di potere fare un bagno nel Mare dei Caraibi in un sito archeologico è particolare.

La visita è piuttosto rapida perché è rimasto intatto molto poco e non di eccezionale importanza artistica. La città di Tulum infatti era uno scalo commerciale, rinomata per l’ossidiana e le piume di quetzal.

Tulum, data tale posizione, fu anche la prima città Maya a essere “scoperta” dagli Spagnoli. Ai Maya male incorse. In realtà, i Maya a quell’epoca avevano già subito l’invasione dai Toltechi, popolazione bellicosa e parecchio più feroce. Dalle mie parti si dice: “ o’ cane mozzeca o’stracciato”. In Maya non lo sapremo mai, visto che gli Spagnoli stanno ai Maya come l’Ottava Piaga sta all’Egitto di biblico racconto: le cavallette.

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Más di Alejandro Sanz e ispaniche suggestioni musicali.

Alejandro Sanz - Tour Sirope 2015 - Albacete

Alejandro Sanz – Tour Sirope 2015 – Albacete

Avete notato che in estate si moltiplicano radio, locali e feste con i ritmi caraibici e latino-americani?

Evidentemente nel nostro immaginario collettivo tali ritmi sono legati al concetto di baldoria e spensieratezza. Come l’estate.

In effetti, i ritmi caraibici derivano da quelli africani e trovano naturale eco nei nostri corpi, facendo risuonare ataviche corde, sepolte da stratificazioni di materiale cromosomico. Il DNA non mente.

Per il popolo “occidentale”, soprattutto per il soggettazzo che si sta dimenando a questa tastiera, i risultati sono variabili e, fatte salve le eccezioni, il nostro corpo non sembra recepire naturalmente il ritmo latino-americano: converrete che quando balla uno di “loro” la differenza si vede! E lascia esterrefatti,  ammaliati.

Durante il mio viaggio in Messico, guardando la gente comune ballare, restai abbacinato, intrappolato da cotanta bellezza e naturalezza. Un neurone-pazzo (doveva essere sicuramente pazzo) s’impadronì della mia mentecatta mente e, sprezzante del mio metro e ottantatrè con una coordinazione pari a “i” (numero immaginario), mi stimolò un ardente desiderio di emulare costoro, anzi  – peggio – mi fece dichiarare ad amici e parenti la mia ferma decisione di volere imparare quei balli e, quindi, annunciai l’imminente iscrizione a una scuola per le opportune lezioni di ballo.

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People jailbreak #2: i.Got The Power!

People Jailbreak © 2016 ReBavon

People Jailbreak © 2016 ReBavon

Dopo l’esordio nella rubrichetta The .XXX files, dedicata a sfoghi poco ripetibili e assortimento di facezie a grandinata, non pensavo di dare un fratellastro al primo “People Jailbreak”. Scusate, ma m’aggia sfucà n’goppa a stu fatto. In questo secondo episodio: dal “touch screen” al “mortacc’ screen”.

Vi sarà sicuramente capitato di scrivere un commento o un post dalla micragnosa tastiera dell’appendice tecnologica, “always on”, che ci portiamo sempre appresso e che, nell’evoluzione dell’Homo Insipiens, renderà il collo naturalmente inclinato di oltre 10° gradi, postura che – al nostro attuale infimo stadio evolutivo – genera la cosiddetta “Sindrome Text Neck” (o del torcicollo), a 14 kg di peso in più nel tratto cervicale superiore, a sovraccaricare le fibre superiori dei muscoli del trapezio, e – mai ‘na gggioia! – può portare la colonna vertebrale fuori allineamento.

Ho installato da molto tempo l’applicazione WordPress sul mio i.DumbPhone: dovunque sono, posso scrivere sul b(av)log. Il sogno bagnato di un qualsiasi grafomane è diventato realtà e, non so se “La vita è un sogno“, ma ora so  la risposta giusta da dare a Marzullo: i sogni aiutano a vivere meglio!…Oltre a dirgli un altro paio di cosette sul suo fondamentale contributo alla recrudescenza della mia uallera abboffata e, finanche, a tracolla.

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Batmancito – El BaVón Rojo

La classica bettola malfamata, il migliore ron di tutti i Caraibi. Così dice l'Oste.

La classica bettola malfamata, il migliore ron di tutti i Caraibi. Così dice l’Oste.

Segue da Batmancito Anabasis [Parte III]

Punta Allen, noi gringos la chiamiamo così, ma il suo nome è Javier Rojo Gómez.

Punta Allen è a due chilometri a sud dal villaggio: è il nome dell’ultima propaggine di Sian Ka’an dove finisce la terra, inizia il mare e, un po’ più in fondo, sulla linea dell’orizzonte, inizia il cielo. Sian Ka’an, in lingua Maya questo significa:”dove inizia il cielo”.

Poche centinaia di anime, per lo più pescatori, i telefoni non funzionano, qualche locale si è attrezzato con Internet, l’energia elettrica c’è: tra le 10 del mattino e le 2 del pomeriggio; dalle 7 di sera fino a mezzanotte.

Qualche tempo fa, Gilbert e Dean hanno provato a cancellare Punta Allen dalla faccia del pianeta: qui gli uragani sono di casa. Hanno provocato parecchi danni al villaggio e reso la costa un cimitero di palme, ma Punta Allen è ancora qui, alla fine della strada, di quest’unica strada che divide la laguna dal Mare dei Caraibi.

Ogni tanto si vede anche qualche turista che vuole fare pesca sportiva: si pesca molto bene il Permit, il Tarpon, lo Snook, il Bonefish, ma ci sono anche Barracuda, Jack, Snapper, LadyFish. La barriera è a soli quattrocento metri dalla costa ed è il paradiso per chi vuole fare immersioni o, semplicemente, snorkeling. Qualche turista più “avventuroso” vuole provare il brivido di una gita emozionante all’interno della giungla e ciò mi dà da mangiare in questi giorni di apatia e nulla.

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Batmancito – Anabasis

Architrave 8 di Yaxchilán (Guatemala) - (c) Dipartimento di Storia Culture Civiltà Università di Bologna

Architrave 8 di Yaxchilán (Guatemala) – (c) Dipartimento di Storia Culture Civiltà
Università di Bologna

Segue da Batmancito Inicia [Parte II]

Sistemo la falda del cappello, mi passo la mano sulla fronte in un gesto inutile di asciugare la fronte, ottenendo invece l’effetto di spalmarmi un impasto di polvere, terra e sudore. C’è troppo silenzio.

Avanzo oltre la cortina di liane e vegetazione, che seppure diradata dal mio machete, impedisce buona parte della vista oltre. In piedi, disposti a semi-cerchio, vi sono una trentina di indigeni dai corpi colorati di nero e di rosso, alcuni recano macabri ornamenti di teschi e ossa. Sono guerrieri e sono armati. E sono convinti che abbiamo profanato il Tempio Sacro.

Alla mia vista, li sento sobbalzare all’unisono in preda alla sadica gratifica di ciò che mi faranno, devono solo decidere il numero di pezzi in cui ridurmi per poi disperderli nella giungla. Oggi il giaguaro cena gratis. Maledico il giorno in cui ho sottoscritto una petizione contro l’inquinamento e la salvaguardia delle flora e fauna delle foreste tropicali.

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Star Wars a 4 anni. Grazie Lucas.

Non tanto tempo fa a casa mia...

Non tanto tempo fa a casa mia…

Avete presente quelle giornate in cui al lavoro s’è scatenato l’inferno senza che abbiate dato il segnale, parcheggi finalmente l’auto e incammindandoti verso casa, ti si rivela una verità inconfutabile

“Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono…” Matteo 27:51

Non esiteresti un secondo a rinunciare a microonde, lavastoviglie e tutte le moderne comodità a patto di essere teletrasportato, munito solo di pietra focaia e rete da pesca, in un luogo in riva al mare con palme, clima caldo tutto l’anno, dress code mutanda fiorata e canotta.

Ebbene, mentre rimugini che il teletrasporto ancora non l’hanno inventato, sei davanti la porta di casa., giri la chiave nella toppa, fai un paio di passi oltre l’uscio e chiudi fuori anche i pensieri di amaca e piña colada.

Fai altri due passi e ti accorgi che sei trasparente. I due nani stanno finendo di mangiare, la loro attenzione assorbita per metà da un cartone animato in TV, per l’altra metà  dall’impegno di distribuire il cibo tra vestiti, tavolo, pavimento e, in minima parte, bocca. La tua compagna si sta facendo in quattro tra fornelli, nani, telefono, organizzazione della casa per l’indomani, ne incroci lo sguardo e capisci al volo che è troppo tardi anche per un “touch and go”.

Torre di controllo aiuto, sto finendo l’aria dentro al serbatoio.” Samuele Bersani, Giudizi universali

Atterri ed entri nell’hangar della routine.

Quando finalmente ti siedi a cena, il cibo potrebbe essere anche di quelli di plastica e polistirolo che i due nani ogni tanto ti propinano sghignazzando: lo mangeresti ugualmente. Ti interessa solo espletare le ultime formalità della giornata e chiudere i conti con le 24 ore, Quando accade qualcosa di miracoloso.

Una voce femminile alla mia sinistra pronuncia le seguenti parole che hanno l’effetto di un raggio paralizzatore sparato a breve distanza e a bruciapelo: “Diego vorrebbe vedere il film di Star Wars…Puoi metterglielo?”.

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Specchietto catafratto

‘Sto specchietto po esse piuma..o po esse fero

La Mala Educación…de carretera. Parte segunda.

In fatto di maleducazione stradale, il popolo metropol-italiano ambisce sicuramente alla prima posizione, semmai ci fosse questo campionato di infami pronti a bassezze di meschina fattura che farebbero inorridire persino quegli stessi primati da cui certa teoria evolutiva ci fa discendere. La materia grigia dell’automobilista medio (bass0, m0lt0 bass0) non ha beneficiato evidentemente di nessuna “evoluzione”, bensì è rimasto allo stadio primigenio della vita sul pianeta: l’aminoacido.

Dopo lo “sciacallo”, l’automobilista del parcheggio in doppia fila è l’altra genie bersaglio delle mie più potenti maledizioni nonché sboccacciate esclamazioni che non oserebbe ripetere nemmeno un tifoso della Curva Nord dopo un autogol subito all’ultimo minuto del tempo di recupero. Il tipico-automobilista del parcheggio in doppia fila è quello del “tanto non dò fastidio”, “tanto ci passano, quello dei “5 minuti e ritorno (dopo un’ora)”, quello “onesto e scrupoloso” perché “avevo lasciato anche le chiavi attaccate”.

Costui è quel tipo che nel mezzo del bailamme del traffico, che procede più o meno incolonnato a un livello di normale caoticità e velocità cittadina, all’improvviso mette la freccia a destra! Non addivenite già a più miti giudizi perché è categoricamente da escludere che a cotanto soggetto sia balenata – seppure per una frazione di millisecondo – una cellula – seppure pazza – di quella sana educazione che (forse) hanno tentato di insegnarli i genitori. In verità, il gesto di indicare con la freccia l’intenzione di cambiare direzione è stata generata per il timore di essere colpito nel proprio di-dietro parafangato dall’auto che segue dapresso. Il cambio di direzione, infatti, non accade: il soggettazzo rallenta, ferma l’auto davanti a una fila di cassonetti dell’immondizia e, se gli va, accende le “quattro frecce”. Ma ormai è statisticamente una cosa rara, caduta in disuso. In effetti, a cosa serve segnalare con le “quattro frecce” che vi è un’auto parcheggiata che ingombra tutta la larghezza della carreggiata di destra, se esiste la corsia di sinistra?

Ho visto navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser, ma sulla Tiburtina ho visto cose che voi umani…

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Sogno di liquirizia

Agosto, tempo di afa e bagni al mare. Se preferite la montagna, forse siete nel post(o) sbagliato. Racconto di un sogno che mi ha intrattenuto nel sonno tra la notte del 10 e 11 agosto e, visto il suo persistere prepotente al risveglio del suo odore e sapore addosso mi ha spinto a metterlo per iscritto a mia futura memoria. E’ così raro riuscire a ricordarsi perfettamente i sogni una volta svegli. Occasione unica per una nuova storyetta, che sembra “cucita addosso” al tabagista dell’Amore per cui la dedico a lui e alla sua Piccola Venere. Nelle profondità del mare, risiede ormai da un po’ di tempo questa mia vecchia conoscenza, il tabagista dell’Amore, suo malgrado, protagonista di Storyette, che ormai, visto il tempo che è sott’acqua, è in una crisi nera d’astinenza da fumo e – si sa – parecchi fumatori ricorrono alle caramelle quando cercano di smettere…

Nota: a parte il prologo “sottomarino”, il resto è tutto vero…o meglio, sognato veramente.

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L’avventura di un povero crociato

L’avventura di un povero crociato

Non sapevo cosa aspettarmi da questo libro. Avevo già letto un paio di libri sulle Crociate, dei saggi storici, e ciò che temevo era uno di quei romanzi che prendono spunto dal fatto storico e, più che modificarlo per esigenze narrative, lo storpiano e lo mischiano – anche sapientemente – alla storia di fantasia, rendendo irriconoscibile la Storia dalla “storiella”. Per quanto possa apprezzare il romanzo in sé, la mistificazione della Storia va oltre qualsiasi “licenza” narrativa. Non alludo al cosiddetto “romanzo storico”, a “mostri sacri” come “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni o “Il romanzo della Rosa” di Umberto Eco, ma a certa recente produzione di successo, come “Il Codice da Vinci” di Dan Brown e suoi emuli,  che mi lascia alquanto tiepido e, al termine della lettura, un senso di vuoto. Si rivela nulla di più di un passatempo, preferisco allora una lettura dichiaratamente di fantasia: il risultato è più appagante. Accettare informazioni digerite e preconfezionate ad arte, soprattutto se ad opera di media di massa, come può essere una trasmissione televisiva (Voyager), un libro di grande successo (Il Codice da Vinci) o un utilizzo superficiale di Internet (Wikipedia), è comodo e veloce – e sappiamo tutti quanto il tempo sia una risorsa scarsa – ma è pure garanzia di rimanere all’oscuro di certe scomode verità e – peggio – precludersi la possibilità di scegliere la propria di verità.

L’avventura di un povero crociato è, alla luce di tanta premessa, un libro magnifico. Coglie nel segno: lascia il lettore appagato da un racconto di fantasia avvincente e con delle preziose pagliuzze di curiosità, per approfondire i fatti storici, nella fattispecie, la Prima Crociata (1096-1099).

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Deliver Hope

…per me comunque non c’è più speranza.

Io devo imparare a farmi i fatti miei. Ma è più forte di me. Chiamatemi “impiccione”, chiamatemi “curioso”, bontà vostra. L’ennesimo siparietto nell’ennesimo negozio di catena di videogiochi, un cliente indeciso sulla trentina abbondante, una commessa più giovane e amabilmente cortese: “Lui”, indeciso, la personificazione dell’ “asino in mezzo ai suoni”, in cerca d’aiuto o consiglio che facesse cessare una condizione d’incompiutezza e insoddisfazione; “Lei”, cortese, affabile, la personificazione de “il cliente è sacro”. Io lì per il solito giro di ricerca da mercato delle pulci e aggiornamento listini, normale routine con la speranza di trovare una perla nascosta o dimenticata…

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Tre…Mo

Ovvero come fare tremare gli eventuali lettori di questo umile-ma-onesto b(av)log la prossima volta che prendo un treno.

ANDATA–>

Treno. Corre veloce. Fuori dal finestrino tutto s-corre veloce. Panta rei. Non è un treno normale…è l’Alta Velocità. Immerso in pensieri fumosi, anestetizzati, a causa dell’ennesima notte di 4 ore di sonno, butto le dita in pastiera….TAstiera. Lapsus non premeditato ma risultato dalla battuta inerziale del pensiero sulla tastiera che ha deviato verso altri pensieri mentre decifrava le sinapsi per comandare le dita a colpire in rapida successione i tasti “t-a-s-t-i-e-r-a” (trattini non inclusi). Stavo pensando infatti a un passato in cui scrivevo e-mail agli amici cari e utilizzavo questa espressione per “fare il simpatico”, essendo napoletano l’associazione è quasi naturale, come succede nelle pubblicità della mozzarella, delle conserve di pomodoro e delle pizze surgelate con gli attori che ostentano un marcato accento partenopeo. Mai che un napoletano facesse la pubblicità di una banca, di automobili o delle rassicuranti spugnette travestite da merendine (leggere la “e” chiusa).

Visto che siamo visti così, siamo così.

Attenzione contorta digressione ahead: fate un’occhiata indietro, guardate la frase precedente, non leggetela, guardatela, fissatela…Notate un certo gioco a incastro delle stesse parole in una proporzione che ricorda tanto X:Y=Z:K. C’è solo un piccolo intruso “CHE” (appunto) non è di troppo perché da un senso comprensibile a tutta la frase o, meglio, alla proporzione.Fine della contorta digressione.

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Ritorno al Bava Claudio Coliseum

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Con stringato comunicato sms dal comitato organizzatore, cioè Carlo, vengono ufficializzati i nomi dei convocati. Segue il testo integrale a imperitura memoria: “Confermato calcetto e non calciotto (18.30 Borgo Hermada): Carlo, Claudio B., Claudio F., Stefano F., Gianluca+2, Francesco, Massimo, Enzo. Campo da 10 a nome G.”

Tale sms il 14 agosto 2009 alle ore 12.04 suonò come la “campana” di John Donne: “E allora, non chiedere per chi suoni la campana. Essa suona per te”.

“Calcetto, non calciotto” vuol dire che siamo pochi, conto I nomi, 1, 2, 3…ieci, undici! 6 contro 5. Ma almeno il campo è da 5 contro 5. Forse non ci rimetterò i polmoni e la milza…almeno non tutti e due.

Ora immaginate un ralenti lungo, uno di quelli che nei film usano per sottolineare i momenti prima di un accadimento importante nella trama, uno di quelli che il 99,99% delle volte viene usato per sottolineare gli ultimi momenti di vita di un personaggio. Ora applichiamo la stessa tecnica di montaggio per “girare” i momenti in cui mi sono preparato alla partita e che vado a descrivere di seguito. Visto che non posso utilizzare artifici di animazione per rallentare il testo sul monitor, richiedo al lettore uno sforzo empatico nel leggere più leeeentameeeeeente il teeeeesto…3,2,1, SLO MOSCIOnnn!…“Occhio di pernice” sottoooo il pieeeede deeeestro, che deciiiiide di essereeee particolarmeeeente doloroso prooooprio in queeeesto giorno. Sarà l’umiiiidità, sarà una coincideeeenzaaaa, ma il doloooore mi reeende il camminaaaare penooooso, figuriaaaamoci il correre. Balenaaaato per un at-tt-ti-ti-imo il pensieeeeero di avere una motivazioooone assolutameeeeente vera e plausiiiibile per scampare alla partiiiiita, ma valuuuutato che saaarebbbeee stato un geeeesto inqualificaaaabile anche per una ciiiimice puzzola, adddiveeengo alla coooonclusione che per oggi nieeente spiaaaggia: occorre preeeservaaare leee fooorze, reeeeesto a caaaasa con pediluuuuuvio ristoratoreeeee, a baaaase di acqua caaaallllda e, in asseeeenza dei miracoloooosi sali del Maaaar Morto, quelli da cuciiiina.

Mi sovviene una frase famosa del Trap e mi faccio forza con questa perla di saggezza: “Non possiamo fare i coccodrilli e piangere sul latte versato e sulle uova mangiate“.

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Botswaltzer

Botswana in due minuti.

Tutti tornati alla solita frenesia, eh? Andate alla macchinetta, schiacciate caffè, thè o arrischiatevi finanche al mocaccino, schieratevi davanti allo schermo, sorseggiate la bevanda-placebo (piano, mi raccomando, piano), due minuti, solo due minuti…

Onda sonora: Opera 64, N. 1, “Minute Waltz”, Frédéric Chopin

Ancora? Fatevi rapire dal Botswana! Foto, video, diario e amenità assortite qui.