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Good Old Games Ads #2: Ghouls ‘n Ghosts

Ghouls ‘n Ghosts

Platform, 1989, Capcom / US Gold / Software Creations
If Ghost ‘n’ Goblins scared you out of your mind…This’ll scare you out your skin!
da Computer + Video Games (UK), ottobre 1989

 

Questa la pagina pubblicitaria che annunciava la pubblicazione di Ghouls ‘n Ghosts da parte di U.S. Gold, editore britannico tra gli anni 1984 e 1997, anno di acquisizione da parte di Eidos Interactive (oggi parte della giapponese Square Enix). Due parole sulla U.S. Gold vanno dette per capire come mai ‘ogni volta che nomino “U.S. Gold” bestemmio e ringrazio l’Alto dei Cieli insieme’.

La missione originaria di U.S. Gold era quella di portare i videogiochi Atari in Europa, con il passare degli anni si è specializzata nelle licenze di videogiochi arcade per gli home computer, dagli 8-bit fino ai 16-bit. U.S. Gold  era croce e delizia (più “croce”) dei videogiocatori in quanto i risultati ottenuti dai vari sviluppatori sotto etichetta U.S. Gold erano molto altalenanti, dall’ottimo Forgotten Worlds all’inguardabile Out Run (versioni Amiga). Insomma, sopratutto nel periodo dei 16-bit, quando U.S. Gold annunciava di avere acquistato la licenza di un famoso videogioco arcade e che la versione casalinga era in lavorazione, dovevi incrociare l’incrociabile e rassegnarti il più delle volte a roderti il fegato guardando cosa gli sviluppatori giapponesi erano riusciti a fare sulle console con la conversione dello stesso videogioco. Un esempio su tutti: Strider.

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#4 [by Tati, Zeus e RedBavon]

Da onesta taverna affacciata sul mare e nulla più a luogo di un efferato omicidio non è esattamente il salto di qualità che ci si aspettasse, anche se a gestirla è quella strana coppia dell’Oste e il nanerottolo. Se poi si aggiungono Tati e Zeus, le cose non possono che andare…a ramengo. Il che non significa che non sia un bene.

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#3

Blue Blood

Poco dopo l’arrivo dei due federales, sopraggiunge a El BaVón Rojo il medico legale, cioè il più anziano tra gli unici due dottori che si prendono cura dei malanni e acciacchi di tutti gli abitanti di questo villaggio stretto tra il mare e la palude infilate nel culo del Quintana Roo.

Feliz Gutierrez è un ometto corpacciuto, alto un metro e sessanta-sessantacinque, quasi del tutto calvo, ai lati resistono capelli neri come pece con qualche rara traccia di bianco, ampi baffi fanno da cornice superiore a una carnosa bocca, una marcata fossetta al centro del mento dà l’illusione che porti un pizzetto a punta. Sulla sessantina passata, non è nativo di qui, ma si dice in giro che fosse un luminare della medicina e stimatissimo professore all’Universidad Autonoma de Yucatán a Mérida. Capitato da queste parti per trascorrere una vacanza in riva al mare dei Caraibi, lontano dalla frenesia della città, si era ritrovato nel mezzo di una strana influenza che colpiva i niños con febbre altissima e se li portava al Creatore. Fedele al giuramento di Ippocrate, aveva mandato a ramengo i suoi progetti di vacanza sorseggiando piña colada all’ombra di palme e si era gettato, anima e cuore, nell’assistenza e la cura dei bimbi. Ne aveva salvati parecchi, ma altrettanti erano finiti sotto una piccola croce immacolata nel cimitero del paese. Da allora, non aveva più lasciato questo paradiso per i mosquitos più molesti di tutto il fottuto pianeta.

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Good Old Games Ads #1: Ultima V

Ultima V – Warriors of Destiny

RPG, 1988, Origin Systems
The wait is over…but the excitement has just begun
da Commodore Magazine (USA), gennaio 1988

La prima immagine di Good Old Games Ads è dedicata alla serie di videgiochi di ruolo, la più longeva di tutto il mercato dei videogiochi, che ha segnato generazioni di videogamer e aperto loro infinite porte per altrettanti universi: Ultima.

Senza considerare i più recenti capitoli multiplayer online, dal precursore della saga, Akalabeth: World of Doom (1979), a Ultima IX – Ascension (1999), passando per le due serie spin-off, Worlds of Ultima e Underworld, la saga manteneva per davvero la promessa della software house di Austin (Texas), fondata dall’autore, Richard Garriott, insieme al fratello, al padre e a Chuck Bueche: Origin Systems “We create worlds”.

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Introducing: Good Old Games Ads

[Immagine da Personal Computer Museum – http://www.pcmuseum.ca/%5D

In the attic lights
Voices scream
Nothin’ seen
Real’s the dream 

Cosa succede quando vieni colto dalla furia berserk di fare pulizia in un ripostiglio della casa dei tuoi genitori e una forza oscura ti trasforma in un folletto, non la creatura fatata nelle favole, ma quello Vorwerk con un unico grande potere magico: aspiratutto.

Piegato in configurazioni di gambe e braccia alla Big Jim, Barbie o veterano del Cirque du Soleil, la schiena duole, hai già rimediato tre-quattro bernoccoli per le testate al basso soffitto…la furia berserk è montata almeno quanto le bestemmie all’indirizzo delle generazioni passate che hanno lasciato tracce in quel ripostiglio tali da potere risalire al Pleistocene senza bisogno dei test al Carbonio-14.

In un angolo, capita di imbatterti in una scatola di cartone, malandata come tutte le altre, anonima se non vi fosse appiccicata un’etichetta scritta a mano. Riconosci la grafia di quella scritta ormai sbiadita: ti fa sobbalzare il cuore in gola, salire su una lacrima e ributtarla giù in gola. La scritta recita: “Riviste Claudio”. Scritta da papà che non c’è più.

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#3 [by Tati, Zeus e RedBavon]

Il racconto a quattro mani è diventato a sei mani. Aggiungi un posto al tavolo che c’è un blogger in più: ho il piacere di comunicare che Zeus si è unito a Tati e a questo Oste per offrirvi un menu sempre più adatto ai vostri palati, fini o ruvidi che siano. Il lettore è sempre sacro. Il menu di oggi è: un primo ricco di carboidrati dell’Oste, un proteico secondo di Tati e frutta-dessert-e-ammazzacaffè di Zeus. Alla fine, lasciate una stelletta di mancia. Il caffè è già pagato.

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#2

Blu fatuo

El Rojo era rimasto immobile davanti alla scena del delitto. Non era la prima volta che vedeva un cadavere. Nella sua vita ne aveva visti diversi e non solo di morte naturale. In questo buco dimenticato da Dio ma non dagli uragani e dall’umidità, quando un gringo, nonostante gli avvertimenti, si spingeva troppo oltre nella palude e non faceva ritorno alle cabañas entro qualche giorno, El Rojo era il primo a dare l’allarme e a organizzare la spedizione di ricerca e, grazie alla sua conoscenza del luogo e del modo di pensare di un gringo, riusciva sempre a trovare ciò che ne rimaneva, se qualcosa ne rimaneva. Ma questo era un caso particolare. Ci mise un po’ a riprendersi dall’orrore.

Nella sua testa El Rojo inizia a richiamare le memorie del giorno prima e le percorre alternando la velocità tra “indietro veloce”, “stop” e “avanti veloce” alla febbrile quanto disperata ricerca di un ricordo-chiave. Ma più cerca di ricordare, più le immagini della memoria si rimestano in una nebbia bianca e densa come il fumo generato dal ghiaccio secco gettato in un recipiente colmo d’acqua. Di tanto in tanto, la nebbia sembra diradarsi e vi intravede più chiaramente un viso, delle persone, un luogo, un gesto, un particolare. Sorprendentemente i ricordi che riesce a ordinare si contano sulle dita di una mano mozza.

L’Oste inizia a capire che la situazione si sta facendo grave, gravissima. Il suo viso è un sudario bianco. Rivolge lo sguardo a Narciso e con un filo di voce chiede di portargli una birra. Fresca. Anzi due.

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Storie sgangherate #3: A.D. 2828. The Twins Society

Tutto è iniziato in sordina con Ulisse con il senno di poi. Non me ne sono accorto nemmeno io, ma è lì che ha avuto inizio questo esperimento di racconti sgangherati. Poi c’è stato Il Piccolo Cocomero. Scritto a due mani, tre teste e un solo cuore (senza sole&aMMore) in una notta buia e assolutamente non tempestosa, anzi immota e calda assassina come deve essere d’estate al mare, stile balneare, con il salvagente per paura di affogare.

Racconti sgangherati, versioni rimaneggiate, strappate, lacerate, sbilenche, sgrammaticate e con la punteggiatura sparsa come le spighe rimaste sul campo dopo la mietitura. I Racconti e le Favole scritte bene sui libri, quelli veri, di carta e inchiostro, mescolati e remixati in uno storpiato linguaggio cciofane per venire incontro alle illimitate capacità di resistere al sonno di due nanerottoli gemelli di ormai quasi 6 anni e alle risorse ridotte al lumicino di un papà stremato già alle 7ettrenta del mattino.

Storie brutte (e pure raccontate male) ma non tiratemi le pietre perché sarò pure brutto (come ogni scarrafone) e non so scrivere (così dicono dove lavoro), ma pure permaloso (così dicono…)(…facciamoli contenti).

A.D. 2828 è nata al volo, ispirata alla numerosa genie di film post-apocalittici, distopici universi e peperonata a cena. Temo sarà più breve di questa intro, ma forse per questo motivo il lettore me ne sarà grato e lascerà traccia del suo apprezzamento con una scintillante stelletta (ma poi con le “stellette” ci posso prendere una pentola o un set di bicchieri a fine anno?)

Buon…anzi, brutta lettura!

A.D. 2828. The Twins Society

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Alien Isolation, fa più paura un film o un videogioco?


Tra le mura domestiche, tutti possono sentirti urlare. Sopratutto in un condominio.

Dall’11 maggio Alien Covenant è in proiezione nei cinema, la regia è ritornata nelle mani di Ridley Scott e il 75% delle recensioni di Rotten Tomatoes si esprime in modo positivo. Il punteggio di questi aggregatori di recensioni è sempre da prendere con le proverbiali molle e leggere qualche recensione è essenziale per farsi un’idea personale. L’idea dominante è che Ridley Scott sia riuscito a riportare la saga alle origini con un “more of the same” (e sollievo della fan-base), senza però riuscire a dare una nuova sferzata e impronta alla saga, come accadde per il secondo film, Aliens Scontro Finale, diretto da James Cameron. Su Alien Covenant sembra pesare la mitologia sulle origini dello xenomorfo che il regista ha introdotto nel contestato Prometheus, un po’ come è accaduto a George Lucas nella seconda trilogia di Star Wars con quella forzatura mistico-filosofica dei midi-chlorian. Escludendo Prometheus, dei tre film seguiti ad Alien, solo Aliens Scontro Finale è riuscito a replicare il terrore misto all’ammirazione per la creatura di H.R. Giger.

Testa di Ash: “Ancora non capisci con che cosa hai a che fare, vero? Un perfetto organismo. La sua perfezione strutturale è pari solo alla sua ostilità.”
Lambert: “Tu lo ammiri.”
Testa di Ash: “…Ammiro la sua purezza. Un superstite… Non offuscato da coscienza, rimorsi, o illusioni di moralità.” (cit. Alien)

L’universo di Alien è perfetto per essere traslato in un videogioco: l’interattività di questo medium, infatti, può elevare a potenza l’orrore e l’angoscia che la pellicola riesce magistralmente a trasmettere, ponendo all’interno di questa esperienza lo spettatore che diventa attivo protagonista (vedi anche Videogiochi da paura! Dead Space)

In Alien Isolation avrete paura anche della vostra ombra…

Se non tutti i film hanno reso onore al risoluto e spietato killer alieno, a quel “perfetto organismo” – citando l’androide Ash nel primo Alien – la cui perfezione strutturale è pari solo alla sua ostilità, i videogiochi sono riusciti a fare anche di peggio. Lo xenomorfo è stato rappresentato come un animale senza alcun raziocinio, pronto a mettersi educatamente in fila per essere crivellato di colpi dal fucile a impulsi del videogiocatore. Grazie ai suoi combattimenti tra soldati e xenomorfi, la fonte d’ispirazione più frequente nei videogiochi è Aliens Scontro Finale, non Alien.
Non esiste, infatti, alcuna arma che gratifichi quanto imbracciare il fucile a impulsi, sparando disperatamente a uno xenomorfo che corre verso di te dibattendo arti e coda in spirali annuncianti la tua morte, corre sui muri, corre sui soffitti, il tuo dito saldato al grilletto, fuoco dalla bocca della canna, ne dipartono colpi urlanti e traccianti luminosi che squarciano il buio e finalmente vanno a segno, gli scarichi addosso tutto il caricatore e finalmente riesci a tagliare a metà il bastardo, che muore contorcendosi e spargendo acido intorno a sé. Semplicemente fantastico.

Alien Isolation non è così.

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#2 [by Tati e RedBavon]

“Blue” non è solo il colore del cielo, ma in inglese vuole indicare anche “feeling or showing sadness”

A grande richiesta (da Tati e Zeus, sono due ma importanti per l’Oste quindi la richiesta è “grande”) continua la storia scritta a quattro mani. Una storia di quelle ordinarie di Pulizie a El BaVón Rojo che, invece, sta prendendo una piega strana. A El Bavón Rojo nulla è come appare. Nella prima parte è riconoscibilissimo il tocco maldestro di questo Oste, nella seconda la mano leggera di Tati.

La guancia destra dell’Oste è segnata da tre graffi: quello al centro è il più profondo e vistoso, gli altri due sono paralleli a quest’ultimo e meno lunghi di quest’ultimo. Il graffio si estende dal lobo dell’orecchio verso il basso e disegna una curva quasi coincidente con il profilo della mandibola inferiore fino all’estremità destra del labbro inferiore.

Sembra quasi disegnato con la carta-carbone: la copia è quasi perfetta, le linee del disegno differiscono dall’originale sempre di un nonnulla a causa del movimento impercettibile della mano che preme sul lapis, tale pressione sposta il foglio di carta-carbone seppure lievemente e con esso tutto il tratto seguente. A meno di avere una mano ferma come un sasso, la copia-carbone non è mai perfetta.

La barba dell’Oste, incolta e di qualche giorno, completa l’opera di occultamento del graffio alla vista da lontano. Da vicino la ferita è evidente, a causa della profondità del graffio centrale e il colore rubino della pelle intorno.

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Lovin’ The Alien

Aliens Scontro finale – La Sulaco manovra sul pianeta per lo sbarco dei Marines

Se nel 1979 eravate ancora troppo piccoli per vedere Alien al cinema o non eravate nati, spero abbiate recuperato almeno i primi due film della saga dello xenomorfo creato da H.R.Giger e protagonista indiscusso della Fantascienza. In tutti cinema dall’11 maggio è in proiezione Alien Covenant, un ritorno alle origini secondo le dichiarazioni dello stesso regista del primo film, Ridley Scott.

Al “lavoro” anche io per contribuire con la mia moLestia di videogamer alla celebrazione di questo ritorno con un altro appuntamento di Videogiochi da Paura!, riciccia una storyetta che – a giudicare dalle fredde statistiche di WordCess – ha avuto poca fortuna. Sarà che è scritta con i piedi (leggitimo giudizio), sarà che l’ho scritta in un momento di particolare trasporto emotivo (ci sono affezionato), la ripropongo in omaggio a questo nuovo Alien.

Mixate in una mente mentecatta durante una notte buia e tempestosa (che fa sempre il suo effetto) questi ingredienti:
Aliens Scontro Finale (il secondo film, indimenticabile quanto il primo sebbene per ragioni diverse…e si sarebbero potuti fermare lì)

+

Alien Isolation (videogioco non recentissimo ma uno dei rari casi ad essere riuscito a catturare lo spirito del primo Alien)

+

la matta voglia di andare a vedere al cinema Alien Covenant e la consapevolezza di non riuscirci sicuramente

+

a granella, pensieri e sensazioni etichettabili “secondo Romanticismo” o qualcosa che vagamente lo ricordi.

=

storyetta senza nessuna velleità e unicamente a mio abuso e consumo, pubblicata in un afflato di “generosità” e “magnanimità” à la Maria Antonia Giuseppa Giovanna d’Asburgo-Lorena in Luigi XVI di Borbone…e nessuna, ma proprio nessuna traccia di vergogna.

Lasciatevi trasportare…

…Fuori da questo mondo.


Pulizie a El BaVón Rojo [by Tati e RedBavon]

Si ritorna a El BaVón Rojo con un racconto a quattro mani. Nella prima parte è riconoscibilissimo il tocco fatato di Tati, nella seconda il gomito alzato di questo Oste.

STUMP!… SBAMM!… UFF…

Esce di culo dallo sgabuzzino, in testa un foulard a fiori rossi e bianchi, ha abbandonato il gonnellone per un facile paio di pantaloncini e una maglietta spettacolare con il faccione di Drugo in bella mostra…posa uno scatolone pieno di spugne, stracci, scopettine e spruzzini sul tavolo davanti al bancone e rientra nel ripostiglio…

Ne riesce tutta sorridente con secchio e spazzolone tra le mani…

Si guarda intorno, fuori c’è un sole accecante, lo intravede tra le fessure delle persiane… che corre a spalancare.

Un raggio di sole largo come una secchiata d’acqua, illumina in pieno il volto del suo compare di sventurAvventura…

OSTEeeee!

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Floating Cloud God Saves The Pilgrims

Dopo la doppia recensione di Assault Suit Leynos all’urlo “Non fate l’amore, fate la guerra”, sentivo il bisogno del contrario. All’urlo “Fate l’amore, non fate la guerra” (quando la coerenza è tutto) un post sintetizzabile in tre parole…Nonsignore, non sono “cuore-sole-amore”, ma a una almeno ci siete andati vicino: videogioco-cuore-fotografia. 

Floating Cloud God Saves The Pilgrims  ovvero “Il Dio della Nuvola galleggiante salva i pellegrini” sembra un titolo adatto a un film di Lina Wertmüller in salsa orientale. E vi sbagliate.

Floating Cloud God Saves The Pilgrims è un giochillo del 2012 pubblicato per Sony PSP, PS Vita e PlayStation 3, disponibile solo su PlayStation Network ovvero via download della copia digitale. Sissignore, è un videogioco, il moderno medium traviatore delle giovani menti e passatempo socialmente esecrabile di adulti irresponsabili. Non è chiaramente una produzione “tripla A”, ma un gioco indie: dal punto di vista tecnico, nel 1988, l’appena nata console Sega Mega Drive avrebbe potuto farlo girare senza scomodare tutti e sedici i suoi bit. Allora perché la “scimmia” mi sta saltando sul groppone urlandomi in testa questo assurdo titolo?

Il Dio delle Nuvole

Floating Cloud God Saves The Pilgrims sprizza “stile” da tutti i pixel. Ispirandosi al folklore giapponese (da qui l’omaggio alla fotografa giapponese, Rinko Kawauchi), impersonerete il Dio delle Nuvole con il compito di proteggere i fedeli seguaci, inermi come bambini di un anno – anche se somigliano più a un nano da giardino – insidiati lungo il loro pellegrinaggio dalla prevedibile genie di mostruosità e malvagità che alberga nei videogiochi dall‘inizio dei tempi.

È un delizioso, eccentrico, scintoista sparatutto bidimensionale – ispirato a classici come Parodius e R-Type – in cui l’azione scorre orizzontalmente, interrompendosi solo in occasione dei “boss”, cioè cattivi più grandi, resistenti e con schemi d’attacco più raffinati e aggressivi del resto della “carne da cannone”. In qualità di Dio delle Nuvole, “a bordo” di una nuvola (ma va?!…pensavo una lambretta) dovete sparare e bombardare nemici e ostacoli per proteggere i vostri seguaci, che devono provenire dalla Boemia, vista la loro estrema fragilità che condividono con i famosi cristalli che vi si producono: un contatto, un solo contatto con un nemico o un ostacolo e il pellegrino è bello che è andato. Morti tutti i pellegrini, finito il gioco.

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Assault Suit Leynos, 26 anni dopo su PlayStation 4

Assault Suit Leynos (PlayStation 4, 2016)

E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare, e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è Assault Suits Leynos!
Riprendo dall’ultima frase a effetto mistico-citazionale della recensione di Assault Suit Leynos per Sega Mega Drive, sulle note delle goticheggianti chitarre elettriche di Detonation Boulevard dei The Sisters of Mercy, per rientrare nel vivo della rubrichetta ‘Deja Vu, videogiochi che a volte ritornano non ci eravamo già visti, tu e io, a quel bar o era la sala-giochi del Mario’ (e con questa faccio concorrenza ai titoli dei film di Lina Wertmüller).

Rientriamo nuovamente nella nostra “tut(in)a” da assalto, cioè quel mech antropomorfo formato palazzo-di-cinque-piani che ingombra un pochino, ma quando spara è un autentico castigo di Dio e, bazooka in resta, catapultiamoci nel bailamme degli scontri a fuoco tra giganti corazzati e velivoli da combattimento in questa edizione rimasterizzata, graziata da un comparto audio-video tirato a lucido e alcune meccaniche migliorate. Non sarà comunque una passeggiata di salute, almeno per gli alieni.

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Viva il Messico! Ep. #10 – Intervallo e addii

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4° día: Playa del Carmen

Gli occhi e il cuore ancora pieni delle meraviglie di Cozumel, decidiamo di rimanere a Playa un altro giorno perché ci si sta veramente bene. Rivediamo le tre amiche emiliane e Laura, la milanese. Gli italiani sono aumentati in modo esponenziale.
Ha luogo il secondo sfidone a scopone e, al termine di una partita serratissima, Francesco ed io siamo vincitori, protagonisti di una rimonta al limite dell’impossibile: per due mani consecutive Lucio e Diego erano a 20, gli sarebbe bastato un solo punticino.

Passata la mattinata tra spiaggia e mare, dopo il solito spuntino a base di sandwich de pojo e cerveza, il pomeriggio è di alacre lavoro organizzativo. L’indomani si lascia definitivamente Playa: il viaggio inizia per davvero.

In una botta di lucida responsabilità e senso della realtà, ci dividiamo i compiti: Diego e Lucio restano in hotel a organizzare i bagagli , Francesco ed io andiamo a procurarci un auto a noleggio.

In questa occasione, il mitico Frank decide di lasciare il segno nella Classifica della Vongola, assestando una doppietta da campione.

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Album di figurine – Buffalmanacco Europei 2016

Scuola di Calcio a Ripi (FR): squadra del Campania

Accovacciato, in basso a sinistra: indosso la maglia di calcio della squadra del – pura coincidenza – Campania. Lo so, tempo buttato!

Non sono un grande tifoso di calcio. Mi piace come sport, come gioco, ma non il Campionato, le Coppe, gli scandali, certi personaggi che i vicini di tomba del buon de Coubertin hanno presentato lamentela in massa all’Amministratore del Cimitero perché il de Coubertain urla e sbraita, tirando giù bestemmie tante e tali che tutta la tribuna Montelóculo rischia il Daspo al Giudizio Universale.

Non ho mai letto un giornale sportivo proprio perché calcio-centrici, nemmeno in attesa del mio turno dal barbiere: penso che i migliori scrittori di “fiction” e “sit-com” siano tra i giornalisti dei quotidiani sportivi, soprattutto quando d’estate devono inventarsi storie tali che il film di Jackson de “Il Signore degli Anelli” può rientrare nel neorealismo al pari di “Roma città aperta” di Rossellini e “Ladri di biciclette” di De Sica.

La mia libido calcistica è pari alla libido sessuale di una prostituta di 90 anni che ha esercitato la professione fino agli 80 anni (un paio di riforme delle pensioni, una legge sul ripristino delle “case chiuse” e ci arriviamo). Da tifoso di curva ai tempi del grande Napoli dell’inarrivabile genio calcistico, Diego Armando Maradona, oggi sono un simpatizzante piuttosto distratto.

Come giocatore di calcio, non è che il mio rapporto con questo bellissimo sport sia messo meglio: “imbarazzante” è un compassionevole eufemismo, sebbene la foto in alto m’è testimone di averci provato: in basso, a sinistra sono il tipo con l’espressione Don Ciak Castoro. Chi mi ha visto “giocare” a pallone e vede questa foto, sta pensando esattamente quanto recita la didascalia…”Tempo buttato”

Una trilogia di tragicomiche cronache delle ultime volte che ho calcato un campo di calcetto la trovate nascosta tra queste pagine, non perché me ne vergogni – anche se forse dovrei per l’italiano crocifisso – ma perché sono stati i miei primi post…Almeno assolvono alla funzione di ricordarmi di eventi, che altrimenti sarebbero andati persi: il 2009 è l’anno in cui ho calcato per l’ultima volta un campo di calcetto, per giunta pagando.

Se il buon Dio ha messo inimicizia tra la Madonna e il serpente, ebbene qualcosa del genere – certamente di meno mistico – deve essere successa tra me il pallone. Non per nulla, nell’ambiente delle partite lunghe pomeriggi estivi (ore 15.00-21.00 non-stop), a ognuno il gruppo affibbiava un soprannome di un giocatore famoso, come “El Buitre” del  grande attaccante del Real Madrid, Emilio Butragueño.

Il mio soprannome era: “Pacione”.

Appellativo invero poco blasonato visto che l’allora promettente punta bianco-nera Marco Pacione, durante Juventus-Barcellona, valida per i quarti di finale di Scempion Lig (all’epoca: Coppa dei Campioni) sbagliò l’inverosimile e l’impossibile: almeno 3 gol fatti. Correva l’anno 1985: la Juve non si qualificò. A Pacione quella partita non gliel’hanno mai perdonata. Cabrini è ancora vivo perché quella finale del 1982 è finita 3 a 1 per noi. A Becalossi, anche se ha sbagliato quel rigore, gli hanno dedicato addirittura una canzone. Pacione, più che una storia di calcio, una storia di calci…E tanta sfiga.

In due occasioni, però, mi trasformo come Stanislao Moulinsky al calare delle prime ombre della sera e mi sale in groppa la scimmia hooligan: i Mondiali e gli Europei di calcio.

il 10 giugno iniziano gli Europei in Francia.

Più facile per me cavalcare l’onda emotiva, piuttosto che galoppare sulla fascia cercando di mantenere il controllo della palla. E calcio sia!

Riprovo a proporre, per la seconda volta a distanza di tanti anni, un “simpatico giuoco”, che all’epoca ebbe l’effetto di scatenare un certo numero di commenti sganascianti sulla mia foto, ma – a parte la mia – zer0 fot0. Secondo tentativo con l’obiettivo, peraltro ambizioso, di bissare lo stesso risultato: zer0 fot0, ma meno prese per il c*lo al mio indirizzo. Il calcolo delle probabilità non mi dà favorito, ma avverto la mia Aura vibrare al suono di  “Pacione feat. Phil Collins Against All Odds Remixed

La proposta è questa: ricordate l’album di figurine?

Facciamo un buffAlmanacco dei calciatori con le nostre foto di quando eravamo grandi promesse del calcio! Apro quindi ufficialmente il Concorso:

Voglio essere una figurina pure io!

Inizio con la mia, in apertura di post. Sono il tipo accecato dal sole in basso a sinistra.

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Road to nowhere. Destination Anywhere

priverno-stazione

Ho proprio bisogno di un viaggio.

Titolo: Cari amici vicini e lontani,

Sottotitolo: tra poco, sarete tutti mooolto lontani.

Ho proprio bisogno di un viaggio! Un viaggio di quelli esagggerati, di quelli da tramandare a memoria della mia famiglia, tutta dal sesto grado a scendere. E invece no! Eccomi spu(n)tare – chi col Bava si accompagna, di sputo si bagna – sui vostri schermi anche se proprio non ne avvertivate il bisogno e, più probabilmente, vi spingerà a ben altra e più fisiologica impellenza; certo sarebbe meglio per tutti che le vostre pupille si stessero consumando sul fondoschiena di qualche conturbante bagnante (maschio o femmina), piuttosto che su questo cannone a cristalli liquidi, fosfori o fotoni BUM!

Secondo tentativo

Ari-titolo: Cari amici vicini e lontani

Ari-sottotitolo: siete ormai vicini (più o meno)

Il “cappello” che vedete appena qualche riga su nient’è che l’inizio di un buon proposito scribendi prima della partenza per un viaggio che in altri momenti mi ha portato ad attraversare la Francia da Lione a Brest, a sedermi a un tavolino di prima mattina nell’entroterra di Creta e sorseggiare, invece di un caffè o un cappuccino, un distillato tra 40 e 65% di grado alcolico, la τσικουδιά (tsikoudia); nella terra dei Vichinghi, da Stoccolma all’isola norvegese di Runde; a percorrere la Romantische Straße in terra teutonica; all’incontro con una balena a sud di Zanzibar; alla “Mia Africa” in Botswana; al mio morso alla Grande Mela; sulle orme di Sandokan in Malesia o, ancora, in Sri-Lanka tra i dagoba sotto lo sguardo vivo di statue di Buddha – sdraiati, seduti o in piedi – che sembrano non guardarti, ma ti vedono benissimo.

Tanti viaggi che ho avuto la fortuna di fare e tanti altri che ho semplicemente immaginato di fare. Beh basta il pensiero…o no?

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Total War Rome. Distruggi Cartagine

Titolo originale: Total War – Rome. Destroy Carthage – Autore: David Gibbins – Ediz. italiana: 2013 – Editore: Magazzini Salani – Genere: Narrativa & Letteratura, Storia – Pagine: 430.

Total war Rome. Distruggi Cartagine di David Gibbins

D’accordo, il centurione in copertina non c’entra nulla con un antico Romano, non fatevi però ingannare dalle apparenze…

Total War – Rome. Distruggi Cartagine è un libro nato come corollario di Total War, una nota serie di videogiochi di strategia in tempo reale, noti in gergo come RTS (Real Time Strategy); pubblicato nello stesso periodo del videogioco Total War Rome II, il libro non è un becero tentativo di “fare cassa”, sfruttando un franchise di successo. Distruggi Cartagine dimostra di essere un godibile libro tra il thriller politico e il romanzo storico, ambientato durante l’epilogo delle Guerre Puniche, lo scontro finale fra Roma e Cartagine.

Il libro condivide con il videogioco il titolo e lo scenario, non vi è altro punto di comunione: se “Ryse. Son of Rome”, titolo esclusivo al lancio della Xbox One e videogioco ambientato nell’Antica Roma, oltre a una grafica spacca-mascella, avesse avuto una trama ispirata a questo libro, ne sarebbe venuto fuori un capolavoro assoluto, una pietra miliare dell’intrattenimento elettronico.

Ryse - Son of Rome per Xbox One (Crytek, 2013)

Ryse – Son of Rome per Xbox One (Crytek, 2013)

L’autore, David Gibbins, non nasce romanziere, è un autorevole ricercatore e archeologo, specializzato in studi sul Mediterraneo antico, con all’attivo numerose spedizioni di archeologia subacquea in tutto il mondo. Autore di numerosi saggi, dal 2005 ha iniziato a scrivere romanzi, riscuotendo grande successo, tradotti in 30 lingue e con oltre 3 milioni di copie vendute. Grazie a questo patrimonio di conoscenze ed esperienza, Distruggi Cartagine è un’opera, basata scientificamente su fatti e personaggi storici, il cui intreccio, seppure di fantasia, riesce a conservare verosimiglianza grazie a una sapiente infusione di thriller politico.

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So(g)no felice

filo

Sono a casa. Sono finalmente a casa!

Devo avere fatto un lungo, lunghissimo viaggio o manco da così tanto tempo che il solo rivedere casa di mamma e papà mi gonfia di emozione. Sto quasi sul punto di piangere. Che bello essere ritornato a casa!

Vivo ormai lontano da tanti anni, ho un’altra casa in un’altra città da quasi due decenni, ho una famiglia, ho vissuto più in quest’ultima città che nella mia di origine, ma questa è la mia città, questo è dove mi sento veramente “a casa”. Quando vado a trovare i miei cari genitori, mi sento proprio così.

Sono a casa. Ma stamattina mi sono alzato con un magone: devo andare via.

Appena arrivato, devo subito andare via. Posso restare poco. Così poco tempo che ci sto male. Una sensazione, che chiunque sia emigrato in un’altra città per lavoro, conosce bene. Una sensazione che ritorna con enorme forza centripeta nel momento in cui devi andare via, una sensazione che non ti molla neanche quando il treno sferraglia lasciandosi alle spalle la stazione. Un filo invisibile che ti tira indietro.

Sulla mia pelle, ho un grande rispetto per i migranti che scappano da guerre e altre situazioni senza speranze: quando partono, sono consapevoli che il ritorno a casa sarà difficile, se non impossibile. Io posso tornare. Un filo invisibile che ti tira indietro, sempre.

Stranamente, mia mamma non mi ha subissato a ripetizione di “resta e rimani”, ha capito la mia sofferenza nel doverli abbandonare presto e la sua insistenza avrebbe reso ancora più difficile la partenza. Mamma mi ha solo guardato, le basta uno sguardo per capire al volo tutta la situazione. Mi ha rivolto solo uno sguardo con un’espressione dispiaciuta e immensamente comprensiva, come solo una madre è capace di essere:”ma devi già andare via?”.

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Scintille

guido di notteFari nella notte. Guido.

Io e l’auto, soli, nella notte. Buio intorno. Scie di fari che t’illuminano per un attimo e poi ti lasciano nel buio dell’abitacolo, tu, la notte e l’auto. L’auto diventa la tua compagna, il motore la sua voce, sembra mormorarti qualcosa per tenerti sveglio, per farti compagnia. O sei tu che inventi questa storia per tenerti sveglio. All’automobile è attaccata la pelle…la tua e la sua (carrozzeria). E io e la BAV4 ce la siamo vista brutta un paio di volte in questi anni, eh? Mia cara, sì, dimmi , ti ascolto…

…Quante volte ti ho guidata via in notti come queste, io e te soli?

Tante sì .

Che dite? Sono pazzo. Parlo e sorrido a un’automobile? E chi se ne può accorgere? Guido solo nella notte. Fari, scie di luce, di nuovo ripiombo nel buio.

Alzo un po’ il volume dello stereo, c’è una canzone dei Coldplay che mi piace tanto, di quelle con la chitarra acustica. La chitarra acustica ….Ah! Quanto avrei voluto imparare a suonarla, ma nemmeno i due accordi di “A horse with no name” riuscivo a mettere insieme. Ah che mi fai ricordare, notti come queste, i falò sulla spiaggia, quella ragazza che mi piaceva da morire e invece, per la timidezza, mi veniva da scappare via. “Quella sua maglietta fina tanto stretta al punto che…A me toccava immaginare proprio tutto, mentre il “chitarrista” che accompagnava il nostro coro ha visto cosa c’era sotto quella maglietta fina e… Vasco docet…Va be’….

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Star Wars Battlefront: no storia? No battaglie nello spazio?…Ahi ahi ahiii!

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Dopo che LucasArts ti ha abbandonato, aspetti con santa pazienza e pia devozione il nuovo videogioco ispirato a Star Wars e scopri che non ha una campagna in single player con una storia come nostro Signore Jedi comanda e nemmeno duelli a botte di laser e siluri fotonici. Non pretendo tra flotte di Incrociatori Mon Calamari e Star Destroyer, ma uno scambio di convenevoli al laser almeno tra X-Wing e TIE Fighter ci sta! Electronic Arts come Cimabue: fa una cosa, ne sbaglia due. Poi si lamentano che uno passa al Lato Oscuro…

Ebbene sì, dalla notizia che Lucas aveva venduto i diritti di Star Wars a The Walt Disney Company, era ormai certo che almeno un’altra tripletta di film sarebbero stati prodotti. Disney è famosa per i suoi prodotti dedicati ai bambini, ma non è Save The Children! Il merchandising legato a un film a volte risulta ben più remunerativo del fatturato generato dal film stesso (i 10 miliardi di dollari di Cars ne sono un esempio) e, pure se i film risultassero una mezza delusione per la metà dei fan di Star Wars, il fatturato del relativo merchandising e licensing sarà sicuramente…stellare.

Electronic Arts ha acquistato i diritti esclusivi per i videogiochi di Star Wars e, sebbene negli ultimi anni abbia preso un andazzo alla Cimabue “fa una cosa e ne sbaglia due”, la storia e le dimensioni di questo colosso dell’intrattenimento interattivo creano quell’atmosfera del tutto unica, definita da anglofoni e anglofili come “hype“, densa di attesa, aspettative, un misto di illusioni, desideri e fantasticherie, entusiasmo ed eccitazione di un bimbo appena svegliato la mattina del 25 dicembre, che freme per scartare i regali lasciati da Babbo Natale sotto l’albero.

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In the Shadow of the Sun

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Support Albino people in Africa: http://standingvoice.org/

versione in italiano

Thousands of africans suffer from albinism and, in the hot African sun, this lack of melanin can damage their skin and the risk of cancer is really high. In their communities, albino people suffer from prejudice, isolation and exclusion: they are called “White shadow” or “Devil”.

And as if this were not enough, they are in constant fear for their life because of the belief that the body parts of albino people will bring wealth and good fortune. In Tanzania, in the past five years, 72 albino people were murdered and many others were brutally mutilated; only five person have been convicted for these crimes.

Filmed over six years, In the Shadow of the Sun tell about albino men in Tanzania, through the lives of Josephat Torner and Vedastus Zanguleis, but it is not a “documentary” only. At first, you will be shocked and tempted to bury your head in the sand, then you will get emotionally attached with Josephat, Vedastus and every albino people.

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E’ sempe ‘e maggio.

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Era de maggio.

E’ sempe ‘e maggio.

Maggio è il mese delle rose.

In ogni giardino rigogliscono le rose. A cespugli, rampicanti, solitarie in cima al grande stelo.

Nel mio giardino, no.

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Vita, morte e miracolo di un fiore

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Storia di un giovane fiore temerario, che un giorno decise di partire, abbandonando il prato in cui era nato per andare a vedere il resto del mondo.

English version

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C’era una volta un fiore di nome…non importa il nome, i fiori hanno moltissimi nomi e questa storia può andare bene per uno qualunque tra i fiori. Nella sua vita questo fiore faceva…il fiore.

Lo sanno tutti come si fa questa cosa: uno si pianta lì, in mezzo a una zolla di terra (preferibilmente bella morbida, calda e umida quanto basta), sta fermo tutta la giornata guardandosi in giro e, quando il sole tramonta, va a dormire. Certo, questa vita sembra una pacchia, ma come tutte le cose su questa terra, ha anch’essa i suoi pro e contro.

E’ una vera goduria spaparanzarsi tutto il giorno al sole, sentire il suo calore sui petali, stiracchiare lo stelo verso quei raggi, lasciarsi sfiorare le foglie dalla carezza della brezza, sprofondare le radici nella terra calda. Non c’è nulla di meglio che “incrociare” le foglie e rivolgere la corolla al sole!
Meno rilassante, invece, è l’essere strapazzati dal vento e schiaffeggiati dalla pioggia in una tempesta, lampi, tuoni, scrosci d’acqua giù a catinelle. Se non si vuole essere risucchiati dal vento che ti sbatacchia violentemente in tutte le direzioni, bisogna avere una bella forza nelle radici e aggrapparsi tenacemente al terreno, sempre più freddo e fangoso.

La vita di un fiore, dunque, è una vita come tutte le altre: ha i suoi alti e bassi. Ognuno ha un suo “lavoro” da fare. E il fiore di questa storia faceva il suo con un discreto successo e una certa dignità, pure tuttavia senza esserne convinto fermamente. Riferendoci a un nostro simile che fosse nella stessa condizione di questo fiore, avremmo scritto che “aveva grilli per la testa”, ma nella corolla del fiore durante l’arco della giornata vi si trovano usualmente non solo grilli, ma api, calabroni, tantissimi altri insetti e pure un colibrì. Se quindi per un fiore avere dei grilli per la testa rientra nella normalità, il fiore di cui scrivo non era come tutti gli altri: riteneva, infatti, che “fare il fiore” fosse per lo più una …seccatura. Sì questo è il termine esatto che usava e per un fiore il significato di “seccatura” non corrisponde a un passeggero stato di “noia”, ma a un qualcosa di più profondamente negativo e definitivo. No, non era un fiore come tutti gli altri: aveva una voglia irrefrenabile di…partire!…Lasciare tutto e partire.

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Videogiochi, nemico pubblico?

Il nemico è dentro i nostri PC e console...(Little Computer People  per Commodore 64 © 1985 David Crane per Activision)

Il nemico è dentro i nostri PC e console…
(Little Computer People per Commodore 64 © 1985 David Crane per Activision)

Grand Theft Auto V è ormai imminente (17 settembre p.v.), il nuovo Call of Duty Ghosts è stato annunciato in pompa magna in occasione della presentazione della console Microsoft di nuova generazione, XBOX One, in arrivo entro la fine dell’anno.

Gli ultimi due episodi delle rispettive serie, calcolando solo le vendite su Playstation 3 e Xbox360 hanno raggiunto il ragguardevole risultato di oltre 20 milioni di copie ciascuno! Il risultato di Call of Duty Black Ops II è ancora più impressionante data la velocità con cui ha raggiunto tale successo: oltre 11 milioni di copie vendute nella prima settimana e circa 22 milioni dalla data di release cioè, il 13 novembre 2012. Grand Theft Auto IV è stato pubblicato il 29 aprile 2008 e nella prima settimana ha venduto quasi 6 milioni di copie.

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Vendite comparate GTA IV e COD Black Ops II (PS3 e XBOX360).Fonte http://www.vgachartz,com. Dati aggiornati al 28 maggio 2013

I dati di vendita di questi due franchise testimoniano le dimensioni di un successo che richiede considerazione e conferisce dignità pari a quella usualmente tributata a un film, un libro, un album di musica. Ma per i videogiochi non funziona così.

Già prefiguro la consueta ondata censoria e pedante dei media tradizionali (giornali, riviste e TV), che pure di riempire uno spazio in “Costume e società”, si prodigano nel confezionare un’informazione “su misura” per il proprio target adulto, analfabeta in materia di videogaming, tuttavia sensibile agli effetti (negativi) di tale media sulla propria prole. La “produzione” di questa informazione è, nella maggiore parte dei casi, un’operazione che abusa dell’utilissima funzione “copia & incolla” di agenzie ANSA, press release e articoli di altri giornali, senza la decenza di verificarne le fonti, che in questo caso significa “provare il videogioco”. Fulgido esempio di tale “giornalismo” è descritto tra queste pagine: Belzebù con il joypad in mano.

Posso essere comprensivo nei confronti di chi, totalmente a digiuno di videogiochi, ha ricevuto il “compitino” di scrivere un articolo e vi scrive “qualunque cosa” per compiacere il direttore editoriale e il target. Questa persona, umanamente, ha la mia comprensione; il giornalista, no. Censurabile è proprio questo modo di fare informazione e produrre contenuti.

Con questo pregresso di esperienza e un carico pesante di pregiudizi, quando ho notato l’articolo “Videogiochi: una minaccia o una risorsa?” di Valentina Daelli su Oggi Scienza, mi ha aggredito una fastidiosa sensazione di dejà vu.

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Fuori da questo mondo

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“Sigaretta?” la domanda rimbombò dentro di me, assorto in così tanti pensieri da non sapere cosa farmene, mille pensieri e nessuno insieme. Rivolsi lo sguardo verso una sagoma di un corpo a malapena visibile nella penombra, il kazako riusciva a confondere il suo corpo nell’oscurità come il fumo nella nebbia. Quest’abilità ce l’hanno tutti i kazaki, almeno quei pochi kazaki sopravvissuti; dalla metà del XX secolo i russi hanno usato il Kazakistan per le sperimentazioni nucleari. I kazaki hanno ricevuto “in dono” certe mutazioni.

“Mah!…Sì allungamene una, Yerzhan!” tesi la mano verso il pacchetto aperto che mi porgeva, cercai con le dita una sigaretta a caso, l’afferrai, feci per portarla alle labbra quando mi accorsi che era capovolta dal verso sbagliato.

“Ehi Yerzhan, mi è capitata quella del ‘desiderio’…”

Yerzhan aveva l’abitudine di capovolgere una sigaretta ogni volta che apriva un nuovo pacchetto, ne pescava da dentro sempre a caso, senza guardare, e quando gli capitava proprio quella capovolta, la fumava esprimendo un desiderio. Yerzhan fumava diversi pacchetti di sigarette al giorno, doveva avere espresso già tanti, ma tanti desideri…e se si trovava ora qui, significava che non se n’era avverato neanche uno.

Yerzhan si sporse con il viso fuori dalle ombre e mi sussurrò con un soffio di parole che riuscii a decifrare solo dal movimento labiale “Oggi è una buona giornata. Oggi voglio farti un regalo – e con una smorfia che, in tanti anni di servizio insieme, avevo imparato a riconoscere come il suo migliore sorriso, aggiunse –  ti regalo il mio desiderio”.

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Vox populi can-can

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L’assistere a ciò che sta accadendo in questo paese (“p” minuscola) genera nella mia mente mentecatta sbigottimento, imbarazzo, incredulità, sdegno, che si alternano e si sovrappongono in (dis)ordine sparso in una con-fusione che ridesta la memoria del vociare genuino, entusiasta e, spesso, inconcludente delle nostre assemblee studentesche ai tempi del liceo. Una dissonante mistura tra laboratorio dadaista e jam session jazz che t’impala sul posto, nel poco amletico ma molto tennistico dubbio che rimpalla tra l’ipnotica quanto sana curiosità per l’alieno e la bruciante scoperta dei propri limiti con conseguente rifiuto del tipo retorico interrogativo “ma-che-mmm***nchia è?!”
In una parola: il bordello. Il totale bordello.  Because we can, can, can! Yes, we can, can, can, can, can, can, can, can, can! Everybody Can-Can! Cuz we can, can, can!Yes, we can, can, can!Everybody can-can! Outside it may be rainy but in here it’s entertaining!Here we are now! Entertain us cuz we’re stupid and contagious! Can, can, can, can, can! Cuz it’s good for your mind! Everybody Can-Can! (da “Because We Can” di Fatboy Slim in Moulin Rouge OST)

Di questi tempi tira aria brutta per cui veniamo incontro a Sua Maestà il Navigante, scrivendo la presente, tanto per restare coerenti con l’attuale situazione nazionale ovvero: recessione! Una recessione che preoccupa non soltanto per il lato economico, ma sopratutto perché è una recessione sociale, di costume, nel bel mezzo di un dibattito politico che evita come la peste argomenti “divisivi”, espressione terrificante molto in voga che – come si è scritto sul Corriere della Sera – “passerà alla storia per definire le Presidenziali 2013”
Ma non siamo qui per affossare il tutto, bensì per tirare una boccata d’aria rigenerante (smog permettendo)….Qualcuno ha una sigaretta?
E così siamo all’ennesimo appuntamento su questo stropicciato di blog e (s)fortuna volle che il sottoscritto (o sottoscrivente, non saprei) si sia preso la briga di sbattersi alla tastiera per darvi soddisfazione. Una qualsiasi.

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Due

Broken Manual © Alec Soth

Tre. Il numero perfetto. Non c’è il due senza. Nulla è perfetto. Solo Zer0 è perfetto.

Il mio nome è Due, ma sono uno. Discendente di Zer0, anzi…ascendente. Gemello omozigote di Uno e padre di Tre. Se vi siete persi in un albero genea-logico che assomiglia più a una tabellina, nessuna paura: è normale. Tutta questa storia di parenti e discendenti è sempre così noiosa per chi è esterno alla famiglia, ma ha un senso per chi vi appartiene. Il nostro DNA è segnato, i cromosomi si combinano e ne viene fuori un unico, che porterà sempre il marchio dei genitori. Da Zer0 tendente a infinito. X=padre, Y=madre, siamo un punto (X;Y) sulla coordinata Z del Tempo.

A volte mi odio. Sì, mi odio da solo. Già l’Odio ha poco senso, non porta mai a nulla di buono, ma l’Odio riflessivo, l’Odio di sé verso di sè è come stringere tra le dita una bomba a mano, levarle la sicura, contare fino a 4 e poi…ingoiarsela.

Due=secondo, né la gloria del primo né la perfezione del terzo numero. Due=secondo. Sì, mi odio per quello che sono destinato a essere. Eternamente secondo.

Non riesco a comprendere io chi sia veramente, in famiglia ci assomigliamo molto, intendo proprio fisicamente, guardate qui: 1…vi presento Uno; 1+1…e questo sono io, Due…ci assomigliamo molto, vero? Non avete ancora visto l’altro fratello! 1+1+1…Tre, ecco Tre. Che vi dicevo? Potrei andare avanti ancora per molto, sapete siamo una famiglia numero…sa.

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Zer0

Nan Goldin: “Bruce in the Smoke” (1995, Solfatara di Pozzuoli, Napoli)

C’era una volta un ragazzo. A dire il vero c’era una volta e c’è anc-ora ora questo ragazzo, ma è creanza che quando si voglia raccontare una storia, ci si riferisca sempre al passato perché così appare più importante, dà un tocco di lontananza e di esotico, aggiunge un pizzico di magia e mistero. E diciamocelo pure tra noi due: se uno s’inventa le cose nel passato, è più difficile che scoprano che non dice il vero.

C’era questa volta – la storia inizia per davvero – un ragazzo: il suo nome era Zero.

Zero era un ragazzo…normale. Zero era gradevole alla vista, non un fustaccio, ma normalmente gradevole. Gradevole nei modi, gentile direbbero i più, ma in verità non era gentile, solo dimostrava affetto quando lo sentiva e non trattava affatto con chi non gli piaceva. Zero non aveva grilli per la testa (nemmeno i pidocchi), non aveva particolari ambizioni, non voleva diventare top-qualcosa, avere sotto-qualcuno, voleva vivere normalmente bene. Non si sa come ci fossero riusciti, ma il papà e la mamma gli avevano dato un nome che poi gli sarebbe calzato a pennello, neanche il nome gli fosse stato cucito addosso come un bel vestito da un bravo sarto. Un sarto speciale, un sarto di anime.

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Ratafià

Tramonto?

Tramonto di maggio. A maggio c’è una luce particolare,  fresca era ll’aria…e tutto lu ciardino addurava de rose a ciento passe...il mese di maggio è per me “particolare”. Giornata di lavoro al termine. Ti muovi, ma non ne hai veramente voglia. Il traffico…trovare il parcheggio, rifare al contrario la stessa strada della mattina, gli stessi piccoli gesti, tanti piccoli gesti tutti uguali ma in verso opposto, costretti da nostra signora e padrona “Routine” a una specie di “gioco del mimo” di tantalica punizione. All’andata viaggi “scarico” come il camion che vuoto va a caricare la merce, il ritorno lo fai a pieno carico, ti tiri dietro tutto il peso della giornata. Ti muovi, quasi per inerzia, perché “ore-18-ore18etrenta” puoi smettere di lavorare, per oggi può bastare. Quindi, ti muovi, piuttosto è il tuo corpo che si muove, tu assisti da dentro lo svolgersi della procedura automatica di atterraggio di Goldrake, quando Actarus smonta dal robottone alla fine della routinaria missione-va’-distruggi-il-male-va’. Peccato non avere quell’Alabarda spaziale, sarebbe così utile nel traffico…Chiudi il PC, spegni il monitor, ti alzi dalla sedia, un’ultima occhiata intorno, controllo delle chiavi auto-casa-auto-telefono-portafogli-auto (perché al ritorno sono molto più paranoico che all’andata), t’incammini verso l’uscita. Timbrata che segna “ore 19ecinquantatre”. Ma già mi ero accorto dalla luce che sono quasi le 8 della sera, le giornate si sono allungate e il sole a maggio ormai tramonta tardi.

M’incammino verso l’auto – dove l’ho parcheggiata stamattina? – periferia metropolitana, cemento, asfalto e vetro incombono. Il senso dell’abbandono di questa periferia è palpabile, rifiuti sparpagliati sul marciapiede e al bordo della strada ti incalzano verso l’auto. Vuoi lasciare questo posto. Anche tu vuoi abbandonarlo. Di fretta e di furia. Ma questa sera rallenti inconsciamente il commiato. Sei quasi trattenuto.

Stasera, c’è un bel sole, scalda ancora la pelle, in un abbraccio quasi…affettuoso. Un abbraccio che ti trattiene, ti rigenera e, se la giornata non è andata per il meglio, almeno ti conforta.

Mi fermerei sai, sorseggiando un liquido colorato e sgranocchiando, seduto fuori a quel bar, certo c’è un bel vi—A>va<–i di auto proprio lì davanti… grut-grut-grut, pot-pot-pot, cling-cling-cling, pot-pot, budundumdùm, peeeeeeh, skreeeee, peeeeh…non proprio il luogo ameno per un sereno saluto al sole. In ufficio qualcuno sentenzierebbe: “la lochesciòn non è adatta”…mi viene su un rigurgito, sa di acido, di succhi gastrici, sarà la giornata o la fame, un ragazzo del bar sta ritirando le sedie e i tavolini dentro, si appresta ad abbandonare questo posto, anche lui.

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Sì viaggiare, a giugno.

Immagine tratta dal film: Il treno per il Darjeeling.

Rimbalza nella testa la canzone cantata dai The Commitments (nell’omonimo film) “Destination Anywhwere”… il ritornello ad libitum “East or West I don’t care”. E invece no! Scelte tra le mete più amate e consigliate nel mese di giugno, una serie di eventi e luoghi nella Vecchia Europa godibili in un fine settimana intenso, l’ideale è 3-4 giorni. Il Comandante, a nome di BavITALIA augura un buon viaggio in Russia, Regno Unito, Francia, Belgio, Portogallo, Danimarca e, naturalmente, la nostra Italia.
BavITALIA ringrazia i signori passeggeri per la fiducia accordataci, augura una serena e felice permanenza. E la prossima volta che avrete il folle desiderio di schizzare nei cieli senza paracadute, ci auguriamo che penserete a noi di BavITALIA. Grazie per avere volato con noi.

BavITALIA, Fly Me to the Moon.

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Sette anime. Lacreme Napulitane

Victoria Falls…leggete tutto e capirete il nesso con il film “Sette Anime”.

Da quanto non mi facevo un pianto così di soddisfazione! Lacrime di una tristezza a profondità insondabili, che lasciano una scia liberatoria, catartica e di soddisfazione. Appena finito di vedere il film Sette Anime. Davvero bello. Definirlo triste e drammatico è riduttivo, è appiccicargli frettolosamente un’etichetta, un’etichetta ad un abito in svendita al 50% nei saldi in uno di quegli outlet nati come i funghi nelle periferie dimenticate ai bordi delle nostre metropoli, città e cittadine. Serata perfetta: fuori si sta benissimo, non fa caldo, non fa freddo. Una leggerissima brezza accarezza il banano qui accanto, che – rapato selvaggiamente da solerti giardinieri – ora sta rimettendo le foglie. Vi assicuro che in notti quiete come questa, a ore da vampiri in cui di solito mi sbatto (al)la tastiera, il suono prodotto dal vento e lo sfregarsi delle foglie tra loro è una compagnia discreta e rilassante, compiacente ai pensieri che fluiscono sui tasti e al tip-tap-ritip-tatatap sulla tastiera. Notte quieta questa non proprio: da qualche finestra di un palazzo qui accanto, sulla destra, una compagnia di ragazzi sta facendo baldoria. C’è una festa chiassosa, avevano messo su anche una musica tipo The Smiths, un ritmo molto brit(annico) sullo sbronzo andante, molesto pesante, ma ridanciano. Poi per qualche motivo la musica si è azzitita e non credo per educazione e rispetto del vicinato, visto che il livello di decibel delle loro risate e chiacchiere è decisamente elevato e, se le mie orecchie non fossero impegnate a sentire cosa dice la mia testa e la mia pancia, distinguerei esattamente ciò che si stanno dicendo. Sette Anime è uscito nelle sale cinematografiche diverso tempo fa, non ricordo nè mi va di googlizzarlo (o googlarlo?), avrà vinto premi e ricchi cotillon, non so. Fossi io giudice in qualche festival del piffero riconosciuto dal gotha intellettualoide, un premio glielo avrei rifilato. Ma poi perchè tutta questa mania: se uno non vince dei premi che vuole dire? Mica siamo alla fiera di paese e dobbiamo farci belli davanti alla nostra morosa, occhei, dammi ‘sto fucile a pallini, 3 euro 3 colpi, ‘azz manco fossero veri ‘sti colpi….PUM!PUM!…<pausa ruffiana e d’effetto>…PUM! Bravo! Il Sijore ha buttato giù tutti i barattoli, complimenti! – tra i denti l’imbonitore dietro al bancone mi manda una chiara bestemmia – CongratulaSSssioni al Sijore, vince questo bel premio! …Un orsacchiottONE formato grizzly scala 1:1 , riempito di pura gomma-piuma riciclata di provenienza incerta e non biodegradabile, panza prominente, gilet in pied-de-poule (?!?), sguardo così ebete che non puoi fare a meno di regalarlo alla tua morona dagli occhi di cerbiatto che ti sta accanto. Ma poi sarà fiera veramente di me, dopo ‘sto popò di regalo così kitsch?

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Pictures of You.

“Pictures of You” è UNA canzone dei The Cure, ma non per me, non UNA qualsiasi se “Pictures of You” è il nome che ho dato a questo blog, uno strano caso di omonimia? Plagio, indebito utilizzo del copyright, forse…piuttosto una sorta di (p)ossessione. Per certi versi questa canzone finisce per “possederti” e non esiste preghiera di esorcista che te ne liberi. Se la lasci fare, questa canzone entra dentro e le sue note e i suoi versi s’infilano tra certe pieghe dell’anima, così in profondità , da non riuscire più a distinguerle dall’ondata di emozioni che sono generate dall’ascolto.

Io m’immagino lì, in una giornata di pioggia, piove da ore e sembra non volersi fermare mai, uscire non se ne parla nè te ne viene voglia. La tempia appoggiata al vetro della finestra, freddo, tutto imperlato di gocce, il corpo a ricasco, come il sacco della spazzatura appoggiato lì allo stipite in attesa di essere buttato (non dalla finestra eh…), sguardo all’esterno, fisso in un punto che si perde nel grigiume delle nuvole. Per terra, tutte foto sparse alla rinfusa, un tappeto di foto. E inizia la canzone, dum dudumdum, entrano il basso e le percussioni insieme, prendono a battere il tempo della pioggia incessante, dopo qualche battuta si unisce una chitarra il cui arpeggio si mette a inseguire le singole gocce di pioggia, fino a fondersi in un tuttUno con il loro precipitare confuso e senza alcuna direzione. Cadono dappertutto. Il resto lo trovate nel piatto del giorno che lo chef ha preparato per voi: la traduzione, così come la sento, di Pictures Of You. Non lasciatevi ingannare dall’inizio dal sapore un pò amarognolo, un retrogusto asprigno, sappiate assaporare lenti, pianopiano sentirete del…dolce, sì lo avvertirete decisamente verso la fine, è un dolce che arriva in punta di lingua e infine esplode in tutta la bocca, papille e resto del corpo. Una delizia, vedrete.Un dolce? Ma per la festa di chi?…Vabè, basta chiacchiere… E alLOra…AuguRI!

Vai a: Pictures of You – Testo e traduzione


Darksiders: Wrath of War

Darksiders: Wrath of War ( Vigil Games, THQ, 2010) è una tipica avventura d’azione hack’n’slash, cioè “spacca e affetta”. La direzione artistica è stata affidata a un rinomato artista, disegnatore di fumetti Joe Madureira (X-Men, Battle Chasers, The Ultimates) ed è subito evidente la cura dei dettagli dei personaggi, davvero strepitosa. Lo scenario è la Terra al suo Ultimo Atto: è giunta l’Apocalisse, scatenata da un’invasione di una furiosa genie demoniaca. Il protagonista è Guerra (War) – il primo dei Quattro Cavalieri dell’Apocalisse – che giunge sulla Terra evocato dall’Apocalisse: scoprirà di essere rimasto l’unico Cavaliere e che l’Apocalisse è una falsa…partenza. Semplicemente l’Apocalisse non sarebbe dovuta accadere in quel momento, c’è un complotto in atto che chiaramente evito di svelare.

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Batman:Arkham Asylum

In Batman:Arkham Asylum (Rocksteady Studios, Eidos Interactive, 2009) il giocatore inizia la sua avventura scortando l’acerrimo nemico, Joker alle patrie galere, l’Arkham Asylum. Ciò che in apparenza è la fine dell’ennesimo scontro con Joker a favore del nostro eroe mascherato, si trasforma in una trappola, confermando che il videogiocatore attira la sfiga come il miele l’orso.

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