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Viva il Messico! Ep.#27 – Lo strano caso di Frank e il munaciello messicano

Piscina di Chan-Kah Resort Village, Palenque. Da destra: Francesco, Lucio, Diego. Io dietro la macchina fotografica. Ma…Ma chi è quel bamboccio lì alla loro sinistra?!?

Segue da Ep.#26 – Palenque, l’arrivo

11° dia: Palenque

L’arrivo a Palenque corrisponde esattamente a quanto anticipato dal fratello di Frank, Jimmy: buco fetente e infuocato. La nostra sistemazione al Chan-Kah Resort Village, ci ha riservato un paio di sorprese: la prima potenzialmente disastrosa, cioè la nostra prenotazione volatilizzata nel nulla (ne abbiamo fatte solo due, una per l’arrivo in terra messicana e questa a metà viaggio); la seconda, invece, meravigliosa, cioè piscina e cabañas immerse nella foresta tropicale con tanto di cocktail a bagnomaria, portico personale con sedia a dondolo y lucciole come in un film dello Studio Ghibli. Mancava che spuntasse Totoro ed eravamo al completo.

Ci siamo lasciati alle spalle lo splendido Yucatan, ora siamo in Chiapas. Alla fine della giornata, il sonno, non tanto dei Giusti, ma degli Stanchi Morti, ci ghermisce nonostante il consueto tasso di umidità che “Caronte” al confronto è una brezza marina di prima mattina.

La notte passa indenne…o quasi.

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Viva il Messico! Ep.#26 – Palenque, l’arrivo

Segue da Ep.#25 – L’Hacienda Yaxcopoil

10° dia: da Mérida a Palenque

All’alba, come ormai nostra consuetidine da Tulum (strano per essere in vacanza, eh?), ci rechiamo al “Terminal” dei bus di prima classe (noi marchesi…) per prendere l’autobus per Palenque: otto ore di viaggio, pulite pulite. Salutiamo Mérida, la Ciudad Blanca.

In Messico il trasporto pubblico su strada è impeccabile e, dopo avere viaggiato per almeno tredici ore all’andata e diciannove al ritorno, posso confermarlo per averlo sperimentato. Si viaggia più comodi che in aereo, aria condizionata, bagno (anche se non ho mai avuto necessità così impellenti per avventurarmici), poltrone con ampio spazio davanti, schienali che una volta reclinati non obbligano il passeggero di dietro a reclinare il suo per evitare l’effetto “salume sotto-vuoto”, c’è anche la televisione.

Nelle otto ore previste per arrivare a Palenque, per uno come me che non riesce a dormire sui mezzi di trasporto e che non vuole dormire per potere vedere i paesaggi oltre il finestrino, la televisione può essere un buon modo per ingannare il tempo. Dopo la prima ora di entusiasmo e scaricata l’adrenalina, il “down” è naturale. Perciò, mi sistemo per bene sprofondando nello schienale e mi schiero per vedere un po’ di lavatrice televisiva. Vediamo un po’ cosa danno sulle corriere messicane: cartone animato giapponese in lingua giapponese, sotto-titolato in spagnolo e ambientato nell’antica Siracusa. Ho detto.

L’arrivo a Palenque corrisponde esattamente a quanto anticipato dal fratello di Frank, Jimmy: buco fetente e infuocato.

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Andale ad Andalo


La neve. Avete presente la neve? Quella che deve fioccare a Natale per forza pure se sei a Pantelleria, altrimenti l’atmosfera natalizia va a farsi benedire. La neve non è il mio ambiente. Io definisco la neve: ambiente ostile. E non esagero.

Percepisco la neve come un ambiente ostile.

Il fatto che abbia natali partenopei, forse, ha influito, ma non da farlo sfociare in un’avversione così fondamentalista. La verità è che il mio ideale di vita è quasi inconfessabile in una società che riconosce nei soldi accumulati e negli status lavorativi le principali misure del successo e della felicità. A me non me fotte: mi vedo in riva al mare, una camicia di lino o una waikiki coloratissima, una mutanda fiorata e basta così.

Per quanto irrealizzabile e bollabile come “infantile”, potete comprendere quanto il mio ideale di vita cozzi contro l’ambiente freddo e innevato.

Aggiungiamo che il ghiaccio è pericoloso anche se stai fermo…Io sto alla neve come uno stambecco sugli scogli abbasc’a Margellina.

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Viva il Messico! Ep.#25 – L’Hacienda Yaxcopoil

L'Hacienda Yaxcopoil nel 1900 [foto tratta da yaxcopoil.com]

L’Hacienda Yaxcopoil nel 1900 [foto tratta da yaxcopoil.com]

Segue da Ep.#24 – Topeees?

9° dia: dall’Hacienda Yaxcopoil a Merida

Arriviamo finalmente all’Hacienda Yaxcopoil, ancora scossi dall’ultimo incontro con la “topa”. Se siete nuovi di questo viaggio, non fatevi strani pensieri: non siete su un sito di racconti dalle ennemila sfumature di grigio e quel cavolo di colore che volete. Siamo, infatti, animati dalle più nobili delle intenzioni e cioè IL Sapere! La Conoscenza…Azz! Non solo non siete atterrati su un sito “hot”, ma siete incappati in un emulo sgarrupato della famiglia Angela! Ma che è ‘sta roBBa? SQuarK?!?

Ora farò una cosa che ho sempre sognato ovvero [voce impostata da grande divulgatore televisivo] “Nella puntata precedente…”

Nella puntata precedente si è raccontato della storia dell’Hacienda Yaxcopoil, e, nonostante i potenti mezzi dell’ipertesto, so che se inserissi il link, non vi cliccherebbe consapevolmente nessuno perché potrebbe risultare letale al dito indice, che va assolutamente preservato per le essenziali e benché più gratificanti esplorazioni nelle cavità nasali. Pertanto, di buon grado, ritorno en passant sull’argomento. Repetita iuvant.

Yaxcopoil è un esempio di hacienda henequenera, un latifondo latino-americano con annessi residenza padronale e opificio, dedicate alla coltivazione dell’henequén, una varietà di agave autoctona, da cui si ricava la fibra per il cordame.

La vera protagonista di Yaxcopoil: l'henequen

L’hacienda dal punto di vista della vera protagonista di Yaxcopoil: l’henequén [foto tratta da yaxcopoil.com]

In ogni angolo dello Yucatán c’è una hacienda henequenera: queste splendide residenze, immerse tra natura e storia, che vissero i loro fasti all’inizio del XX secolo, sono disperse tra le basse foreste di questa regione. Di molte non restano che delle rovine lungo le varie carreteras, mentre alcune sono state trasformate in centri turistici che offrono oltre che visite al loro interno, anche escursioni presso i cenotes o i siti archeologici nei pressi. Yaxcopoil è una di queste rarità: sita a circa un’ora dal sito archeologico di Uxmal, fino ai primi anni Trenta del Novecento, l’hacienda ha operato impiegando circa cinquecento campesinos su una superficie di undicimila ettari. Oggi è tutto finito e per non dimenticare questo passato è stata convertita in museo.

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Viva il Messico! Ep.#24 – Topeeees!

L'Hacienda Yaxcopoil, Yucatan [foto by RedBavon]

L’Hacienda Yaxcopoil, Yucatan [foto by RedBavon]

Segue da Ep.#23 – Para Ticul?

9° dia: da Ticul all’Hacienda Yaxcopoil

Da Ticul, alla guida c’è sempre Francesco.

Sebbene abbia provato a sabotare il viaggio a causa di un banale errore di vocale e portarci così a Tikal con una leggerissima deviazione di circa un migliaio di chilometri, decidiamo di rinnovargli la fiducia come pilota del nostro bolide rosso, una fiammante Chevy Monza. Fiammante in senso letterale poiché ogni volta che rientriamo dalle nostre escursioni a piedi, nell’abitacolo potresti infilarci una bella torta. Praticamente un forno portato a temperatura e nemmeno ventilato.

Decidiamo la nuova tappa al volo, incrociando i suggerimenti della bibbia Rough Guide e una sommaria consultazione della mappa-lenzuolo: l’Hacienda Yaxcopoil.

L’Hacienda Yaxcopoil risale al XVII secolo. Il suo nome in lingua maya significa “il luogo degli alberi verdi”. Considerata una delle più importanti haciendas in Yucatán, nel suo massimo periodo di splendore, Yaxcopoil si estendeva su una superficie di 12.000 ettari.  Da ranch di allevamento di bestiame venne convertito molto più tardi in piantagione di henequén, l’“oro verde”. In Yucatán, si iniziò a chiamare “oro verde” la pianta che era già conosciuta dai Maya con il termine “ki”, ovvero la varietà di agave fourcroydes, nativa della zona più calcarea (e quindi meno fertile) della penisola, la cui coltivazione estensiva rappresentò il fulcro dell’economia locale durante oltre un secolo, a partire dalla seconda metà del XIX secolo a quasi la fine del XX secolo.

Con il passare degli anni l’estensione dell’Hacienda Yaxcopoil si è ridotta a meno del 3% della sua antica superficie a causa di: continui cambiamenti politici, sociali ed economici nella regione; la scoperta di nuovi materiali sintetici che hanno soppiantato questa coltivazione, che riforniva di semi-lavorato l’80% della produzione mondiale di cordame.

Oggi l’Hacienda è un importante testimonianza storica e, nella sua proprietà, è stato costruito un museo. Andiamo a visitare perciò l’hacienda!

Da Ticul all'Hacienda Yaxcopoil

Da Ticul all’Hacienda Yaxcopoil

Yaxcopoil dista da Ticul una cinquantina di chilometri, un’ora di viaggio prendendosela con calma; inoltre è verso Nord, quindi in direzione per il ritorno verso Merida. Perciò il viaggio verso questa tappa appare muy tranquilo…Non proprio.

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Viva il Messico! Ep.#23 – Para Ticul?

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Uno scorcio del mercato a Ticul [foto di RedBavon]

Segue da Ep.#22 – Uxmal…e la Rivelazione di un Antico Segreto

9° dia: da Uxmal a Ticul 

Lasciamo le ruinas di Uxmal alle spalle e decidiamo di dirigerci verso Ticul, dove sembra vi sia un rinomato mercato dei sandali e, sopratutto, dove potere mettere sotto i denti qualcosa in un comedor visto che si è fatta l’ora del pranzo. A mia memoria e conoscenza, nessuno di noi quattro – né prima, né durante, né dopo tale viaggio – ha mai avuto un minimo, pure anche infinitesimale interesse per le calzature, figuriamoci i sandali. Tant’è, si va a Ticul!

Non abbiamo cellulari e il GPS è una roba avveniristica da film di spionaggio militare o alla Tom Ponzi, perciò dipendiamo da una mappa che, da aperta, ingombra come un lenzuolo del corredo matrimoniale e, per ripiegarla, bisogna fare come la massaia quando c’è da tirare via il bucato dal terrazzo, cioè occorre olio di gomito e un’aiutante: suddividere i lembi in egual misura, piegare la mappa a metà nel verso delle piegature verticali e ripetere l’operazione. Unire, poi, la propria porzione di mappa a quella dell’aiutante per tante volte consecutive quante sono le piegature orizzontali. Così facendo si otterrà un rettangolo delle dimensioni originarie nel suo formato tascabile….Manco per idea, le mappe hanno una vita propria e uno spirito ribelle, ne sono certo.

La “Rough Guide” del Messico, da noi venerata come un testo sacro al quale ci affidiamo ciecamente nei momenti più bui, non compie questa volta  “il miracolo della fede” facendoci riacquistare la vista sulla corretta via da percorrere poiché ci supporta solo con mini-mappe locali in formato numismatico.

Con la precisione del cartografo dei tempi antichi, fatta la dovuta proporzione tra la scala in chilometri indicata sulla mappa e il mignolo di uno di noi estratto a sorte, calcoliamo che ci vorrà circa una mezz’oretta.

Disclaimer: per girare queste scene non è stato tagliato mignolo né altro dito a nessuno dei compagni di viaggio o altro essere vivente.

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Viva il Messico! Ep.#22 – Uxmal…e la Rivelazione di un Antico Segreto

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I biglietti del sito archeologico di Uxmal [Foto di RedBavon]

 Segue da Ep.#21 – A zonzo per Mérida

9° dia: Uxmal (città nativa di Francesco, poi saprete perché…)

A bordo del nostro bolide rosso Chevy Monza, Lucio è ormai “Il Prescelto” alla guida: è il nostro “pilota ufficiale” dopo avere salvato pianale, ammortizzatori, sospensioni nonché la nostra pellaccia nel percorso rallistico a Tulum e da quelle micidiali trappole dette “topas”, ovvero dei dossi artificiali, decisamente più alti di quelli nostrani, distribuiti sulla rete stradale apparentemente ad minchiam, ma, in realtà, atti a costringere l’automobilista a rallentare nelle vicinanze anche di una sola casupola, che sbuca dal folto della foresta tropicale al lato della striscia asfaltata. Parental Advisory: in un prossimo post vi racconterò delle topas.

Ci dirigiamo verso Uxmal, altra città-stato di notevole importanza storica in quanto parte della Lega di Mayapán (“bandiera dei Maya”) insieme a Chichén Itzá e Mayapán, appunto.

Secondo alcuni studiosi, tale Lega non è mai esistita, poiché Uxmal e Chichén Itzá erano già state abbandonate e la Lega è frutto di una storia inventata dai Signori di Mayapán per dare prestigio al proprio lignaggio. Secondo altri storici, tale alleanza, iniziata tra il 987 –1007 d. C., conquistò l’egemonia del Nord della penisola. La Lega si dissolse a causa di conflitti interni: prima una guerra tra Uxmal e Chichén Itzá (1175-1185 d.C.), poi tra Uxmal e Mayapán (1441-1461 d.C.). Il caos che seguì dopo tale ultima guerra divise la penisola in 17 kuchkabales o, come le chiamarono gli spagnoli, cacicazgos, equivalenti a uno Stato minore indipendente come poteva essere l’Irlanda o la Scozia nel vecchio Continente. Per cacicazgo si intende “terre governate da un cacique“, ovvero il capo di una gerarchia determinata da alleanze guerriere, consolidatesi mediante complessi sistemi di parentela e appartenenza etnica. Da qui il fenomeno del cacicchismo, che influenzò negativamente la storia dell’America Latina e viene anche utilizzato per indicare l’esercizio personalistico del potere in ambito locale. Maya, spagnoli e italiani, una faza, una raza.

La piramide del Adivino: più che una salita. è una scalata [Foto da mayaruins.com]

La piramide del Adivino: più che una salita. è una scalata! [Foto da mayaruins.com]

Uxmal è uno dei più importanti siti archeologici della cultura Maya, insieme a Chichén Itzá e Tikal (in Guatemala): come Palenque, è un magnifico esempio dell’arte Maya nell’elegante stile Puuc. Alla linearità di grandi edifici quadrangolari si contrappongono estesi fregi nel caldo calcare yucateco, decorati da ricchi mosaici di pietra.

In Uxmal, il cui nome significa “ricostruita tre volte”, vi è la famosa Piramide del Adivino, alta la solita trentina di metri, ma con una pendenza tale che l’infarto è certo anche solo a guardarla dal basso!

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Viva il Messico! Ep.#21 – A zonzo per Mérida

Mérida (Foto da web)

Mérida (Foto da web)

 Segue da Ep.#20 –Mérida, llegamos en La Ciudad Blanca

Oggi Mérida è il centro più importante dello Yucatan, ma in passato lo era a un livello molto più ampio grazie al fiorente commercio di derivati dall’agave.

La prima specie di agave fu scoperta da Cristoforo Colombo a Bahama e il viaggiatore inglese John Gilton (1568-72) definì questa pianta come el árbol de las meravillas per i molteplici derivati da essa ottenuti: vino, aceto, miele, zucchero, la bevanda nazionale del pulque e il tlachique, distillati famosi come mescal o tequila e, ancora, canapa, funi, calzature, tegole per i tetti e punteruoli.

Fino alla Prima Guerra Mondiale, l’80% della corde del Mondo era prodotto con il semilavorato che proveniva da Mérida.

La città ha un’identità caratteristica grazie anche al semi-isolamento dello Yucatan dal resto del Messico fino agli anni Sessanta. La forte influenza coloniale ispanica è chiara in un mix di esotica novità di atmosfere mesoamericane e la familiarità di architetture care ai nostri vicini iberici.

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Viva il Messico! Ep.#20 – Mérida, llegamos en La Ciudad Blanca

Un tucano a Merida [Foto di RedBavon]

Un tucano a Merida [Foto di RedBavon]

 Segue da Ep.#19 – Mexico souvenì(r)

8° dia: Mérida, La Ciudad Blanca

Mérida è la città più grande dello Yucatán, moderna, ricca di musei e arte, ristoranti e negozi, tuttavia fiera testimone dell’eredità dell’antica città di T’Hó, anch’essa centro delle attività maya della regione. I conquistadores di Francisco de Montejo, “el Mozo”, vi giunsero quando ormai la città era abbandonata e abitata da un migliaio di indigeni. Nel 1542 Montejo fondò la città di Mérida sulle rovine di T’Hó: le pietre delle sue cinque piramidi furono utilizzate per la costruzione di vari edifici e della cattedrale, La Catedral de San Ildefonso, che è perciò la più antica dell’intero continente.

Mérida è nota anche come “La Ciudad Blanca”. Tale soprannome deriva, secondo la ricerca dello storico Michel Antochiw Kolpa, non per la calce bianca, derivata dalla pietra calcarea abbondante nella regione e utilizzata per dipingere le pareti e le facciate degli edifici, dal periodo coloniale fino a buona parte del XX secolo, né per quanto sostengono con fierezza gli abitanti sulla proverbiale pulizia della città, ma per un fatto risalente alla sua fondazione: il fondatore Francisco de Montejo, così come i suoi successori, erano consapevoli che non sarebbero riusciti a piegare la forte resistenza indigena e per motivi di sicurezza vollero fare di Mérida una città fortificata e “bianca” cioè solo “per i bianchi”, etnicamente pura, isolata e protetta entro lo spazio urbano creato sulle rovine dell’antica città maya.

L’arrivo a Mérida nel tardo pomeriggio dopo la visita a Chichén Itzà è caratterizzato dalla tipica accoglienza di una città metropolitana…

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Viva il Messico! Ep.#19 – Mexico souvenì(r)

Il perfetto

Il perfetto “ricordino” da Chichén Itzá. Questo è mio! Bagaglio a mano… (foto by RedBavon)

Segue da Ep.#18 – Chichén Itzá, la seconda piramide

È ormai rito, quasi sacrificale quanto quelli toltechi, che in ogni viaggio si debba riportare un ricordo, un souvenir…A Chichén Itzá non potete sfuggire.

Dopo esserci rifocillati ed esserci abbondantemente reidratati con un certo numero di “cerveza”, ci aspetta lo shopping!
Barbara abitudine inculcata nelle nostre plasmabili menti dal marketing, dall’inspiegabile esigenza di portarsi via qualche ricordo (come se quanto visto, ascoltato, toccato, sentito fosse roba da poco) e, per colpa di chi, rimasto a casa, (ri)chiede cartoline, regalini, poncho, pupazzielli, magliettielle, sigari, non si sa per quale istinto a metà tra lo scrocco e il saccheggio.
Se c’è una cosa che veramente odio nei viaggi è proprio lo shopping: mi sta davvero sulle palle il turista che acquista i classici souvenir e cerca di “fare l’affare” con chi – parecchio più sgamato di lui – è lì per “farlo fesso” o, come accade in diverse parti del mondo, esercita quel commercio come l’unico mezzo di sussistenza.

Sta di fatto che quanto il viaggio è più esotico e lontano dai patri lidi, tanto è socialmente esecrabile tornare a mani vuote. Fosse per me, sarebbe sufficiente portare questo diario pieno di sensazioni ed emozioni, che in qualche modo possano fare sentire cosa sia quella parte di Messico e faccia venire la curiosità di visitarlo. Ma le cose spesso prendono una piega diversa…

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Viva il Messico! Ep.#18 – Chichén Itzá, la seconda piramide

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Ascesa al Tempio di Kukulkan (Foto by RedBavon)

Segue da Ep.#17 – Chichén Itzá

Il Tempio di Kukulkan, cioè la piramide di Chichén Itzá con i suoi 30 metri e 91 scalini è un guanto di sfida per noi quattro, che da caballeros, entriamo nei panni, parecchio improvvisati, di alpini. Dopo la prima scalata alla piramide di Cobà, il nostro palmarès sta per arricchirsi di un’altra epica scalata.

Nel consueto sacrale silenzio, iniziamo la nostra ascesa. La foto a corredo mostra con paurosa evidenza il pericolo. Appaiati in una posa plastica e quasi in sincrono, mio fratello Lucio (a destra) ed io (al centro) procediamo concentrati. I miei genitori sono andati vicini all’estinzione della “razza” in un colpo solo: come buttare i propri geni alle ortiche a causa di due degeneri.

Attraverso questa immagine quasi riesco ancora a percepire la tensione dei muscoli delle braccia e la tremarella nelle gambe. Il nostro sprezzo per il pericolo e la nostra autostima subisce un drastico ridimensionamento quando incrociamo quella donna, sulla sinistra, che scende eretta e, per giunta, mostrando non chalanche con tanto di borsa a tracolla.

E anche la cima del Tempio di Kukulkan è stato conquistato! In foto, Lucio non è in posa, ma è rimasto bloccato nella posizione genuflessa...

E anche la cima del Tempio di Kukulkan è stato conquistata! In foto, Lucio non è in posa, ma è rimasto bloccato nella posizione genuflessa… (Foto by RedBavon)

La scalata è ripagata dalla vista spettacolare: il colpo d’occhio sulla giungla circostante, come a Cobà, mozza il fiato, ma qui, con tutto il sito archeologico ai propri piedi, è possibile meglio comprendere che, da questa posizione, il senso di onnipotenza e di vicinanza a Dio per il Gran Sacerdote non era un delirio sotto l’effetto di sostanze allucinogene, ma una “solida realtà”. Parola di Roberto Carlitos.

La tecnica di discesa è ormai consolidata e avviene con una postura più adatta a un ragno, piuttosto che all’Homo Erectus: sedere rasoterra, mani saldamente piantate a terra, un piede in avanti e giù a cercare la superficie del gradino più in basso, piano, segue l’altro piede; consolidata la posizione dei piedi, segue il resto del corpo in un moto continuo di trascinamento, fino al gradino più basso. Se cliccate sulla foto della scalata, potete notare oltre la donna che scende, un tipo in t-shirt blu che adotta questa tecnica del “ragno cagasotto”.

Ogni passo è pesato, pensato, a ognuno degli scalini hai recitato una muta preghiera e alla fine dei 91 scalini sei a metà della recitazione del Santo Rosario, ma lasci perdere l’altra metà perché tanto la possibilità di ottenere un’indulgenza è sfumata dato il numero cospicuo di maleparole e bestemmie che hai proferito tra un gradino e l’altro.

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Viva il Messico! Ep.#17 – Chichén Itzá

Chichen Itza

Chichén Itzá – El Castillo, il Tempio di Kukulkan. Foto by RedBavon

8° dia: Chichén Itzá-> Mérida

Lasciamo Valladolid non senza qualche ritrosia poiché El Mesón del Marqués – come la definirebbe Frank – si è rivelato essere  un‘ottima sistemazione. Sarà che la scalata della piramide di Cobà ci ha stremato, sarà stata l’abbondanza di cipolla ingurgitata insieme al poc-chuc, ma i dannati mosquitos non hanno molestato il nostro sonno come le altre notti.

Colazione al volo, ci trasciniamo via Diego che sotto gli occhiali da sole inforcati – potrei giocarmi una somma considerevole – sta ancora dormendo: è uno “sleeping-man walking”. Quel genio del mio amico ha scoperto anche come camminare mentre dorme!

Saliamo sul nostro bolide rosso Chevy Monza, Lucio alla guida, la consueta incitazione di Frank “Grrrrintosi!” e via incontro al nostro destino: Chichén Itzá e la nostra seconda piramide da scalare!

Chichén Itzá è uno dei siti archeologici più famosi e meglio restaurati, per quanto personalmente preferisco quelli più “selvaggi” ed immersi nella Natura come Cobà e, più in là nel viaggio, Palenque: il sito è di grande impatto. Nella Ruta Maya, che attraversa Messico, Belize, Guatemala e Honduras, Chichén Itzá  è una tappa obbligata.

La Ruta Maya: un viaggio "on the road" sulle orme dei Maya, un tour archeologico e non solo

La Ruta Maya: un viaggio “on the road” sulle orme dei Maya, un tour archeologico e non solo

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Viva il Messico! Ep. #16 – Valladolid

Valladolid - L'entrata dello zocalo

Valladolid – L’entrata dello zocalo

7° dia: Cobà -> Valladolid

Dopo essere sopravvissuti alla discesa dalla piramide di Cobà, un’altra cinquantina di chilometri percorsi in direzione nord-est, verso l’interno, Valladolid è la nostra ultima tappa della giornata. Vi giungiamo nel tardo pomeriggio.

Sempre grazie ai preziosi consigli del fratello di Francesco, prima di partire dalle ruinas di Tulum abbiamo telefonato da una cabina e, nel nostro italianospagnolato con inserti di inglese, riusciamo a prenotare un paio di camere a El Mesón del Marqués nel centro di Valladolid.
La fortuna è stata dalla nostra poiché ci aggiudichiamo un alloggio in una stupenda casa nobiliare in stile coloniale ispanico: le camere sono accoglienti, letto con materasso alto, con addirittura  – Frank, senza offesa per la tua “boccia” – l’asciugacapelli e la Tivù, di cui non sentiamo minimamente la mancanza.

Valladolid - Il porticato di El Mesón del Marqués

Valladolid – Il porticato di El Mesón del Marqués. In fondo al corridoio, io gioco a fare la modella.

Le camere si affacciano su un porticato e su un giardino molto curato. C’è una piscina. Piscina?!? Tuff!  Un bel bagno rigeneratore è quel che ci vuole, dopo una giornata in cui abbiamo seriamente rischiato di andare a trovare Kukulkàn nell’Alto dei Cieli. Ammèn.

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Viva il Messico! La Classifica della Vongola

SambaDeAmigo

Questo non è proprio un post, ma è una pagina di “servizio” per il diario-uno-strappo-e-via! del viaggio in Messico. Qui verranno riepilogate tutte le “vongole”, ovvero “perle” che devono mai mancare in un viaggio affinché assurga a “leggenda” e che in questo viaggio non sono di certo mancate. Anzi, direi proprio l’opposto. The Legend will never die! (e chi becca questa citazione vince una maracas originale di Samba De Amigo!)

“La Classifica della Vongola”, cioè la classifica delle “Frasi celebri”, ovvero frasi, parole o semplici fonemi che renderanno indelebile il ricordo di questo viaggio. Per “vongola” in napoletano si intende una “baggianata”, uno “strafalcione”, sì insomma “’na cazzata”.

Formazione di viaggio:

  • Francesco (detto Frank, detto Palmera, detto…dagli innumerevoli nomi), carissimo amico di mio fratello e me.
  • Diego, compagno di banco di mio fratello per tutto il liceo, genio e tantissima sregolatezza, diventato perciò carissimo amico pure mio.
  • Lucio, mio fratello minore.
  • Claudio (come sarebbe chi è?!?)

Di seguito l’elenco, che verrà aggiornato fino al’ultima tappa, quindi le “vongole” sono in ordine cronologico e non d’importanza. Alla fine, come in tutti i contest seri, verrà eletta la “Reginetta delle Vongole”

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Sì viaggiare, ad agosto

Da “Priscilla, la regina del deserto”

[Update 2016] Agosto, mese infame per viaggiare: in questo nostro emisfero boreale, caldo “assassino” (vedi tutti i telegiornali tutti i giorni in questo periodo), nell’altro è inverno e, anche se le locali temperature non lo fanno sembrare, i nostri “paradisi” preferiti sono investiti da monsoni e tifoni (male)assortiti. E in Italia si decide di chiudere tutto e si va in vacanza!  Cos’è? Spirito di contraddizione, sfida alla sfiga, più probabilmente un (campari)mix di idiozia e sfiga congenita del popolo itali(di)ota. Agosto, anche se tu fossi un alieno venuto dal sistema Alpha Centauri, lo riconosceresti senza guardare il calendario terrestre (lì da loro, la stella è doppia e non ci sono più le mezze stagioni – come da noi in ascensore – nè quelle intere…). Agosto viene annunciato dai servizi foto-copia a media unificati sull’afa “assassina”, sulle spiagge gremite come Piazza San Giovanni al Concerto del 1° maggio, i consigli per l’abbronzatura, sugli unguenti all’odore di cocco che al sole creano l’effetto “patatina fritta”,  sui costumi minimi degli uomini dai fisici palestrati e depilati, i bikini mozzafiato di Venere che cammina sulla terra e, infine, certi come la morte e come la sorpresa negli ovetti “Kinder”, i molossi “assassini” (da leggere, come quello speaker del telegiornale, con la “S” blesa, nota come “zeppola” dalle mie parti o “lisca” a Firenze).

Agosto e questo gran ciarlare di afa mi fa venire in mente distese desertiche, rimbalza nella testa la canzone cantata dagli America “A horse with no name”, con quei due unici accordi suonati ad libitum e il ritornello che fa laalaalalalaaa lalalà la laaa… ok mi avete capito, altrimenti iutubizzatevi a questo indirizzo. A chi la vacanza nel più mite e meno affollato settembre (andiamo. E’ tempo di migrare) non è praticabile e agosto è IL momento di partire pe’ terre assaje luntane, si suggerisce qualche meta non esotica nè tropicale, raggiungibile sia in termini geografici sia di vil pecunia. Il Comandante, a nome di BavITALIA augura un buon viaggio in Scozia, Inghilterra, Spagna, Irlanda, Germania, Austria e Stati Uniti d’America.
BavITALIA ringrazia i signori passeggeri per la fiducia accordataci, augura una serena e felice permanenza. E la prossima volta che avrete il folle desiderio di schizzare nei cieli senza paracadute, ci auguriamo che penserete a noi di BavITALIA. Grazie per avere volato con noi.

BavITALIA, Fly Me to the Moon.

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Road to nowhere. Destination Anywhere

priverno-stazione

Ho proprio bisogno di un viaggio.

Titolo: Cari amici vicini e lontani,

Sottotitolo: tra poco, sarete tutti mooolto lontani.

Ho proprio bisogno di un viaggio! Un viaggio di quelli esagggerati, di quelli da tramandare a memoria della mia famiglia, tutta dal sesto grado a scendere. E invece no! Eccomi spu(n)tare – chi col Bava si accompagna, di sputo si bagna – sui vostri schermi anche se proprio non ne avvertivate il bisogno e, più probabilmente, vi spingerà a ben altra e più fisiologica impellenza; certo sarebbe meglio per tutti che le vostre pupille si stessero consumando sul fondoschiena di qualche conturbante bagnante (maschio o femmina), piuttosto che su questo cannone a cristalli liquidi, fosfori o fotoni BUM!

Secondo tentativo

Ari-titolo: Cari amici vicini e lontani

Ari-sottotitolo: siete ormai vicini (più o meno)

Il “cappello” che vedete appena qualche riga su nient’è che l’inizio di un buon proposito scribendi prima della partenza per un viaggio che in altri momenti mi ha portato ad attraversare la Francia da Lione a Brest, a sedermi a un tavolino di prima mattina nell’entroterra di Creta e sorseggiare, invece di un caffè o un cappuccino, un distillato tra 40 e 65% di grado alcolico, la τσικουδιά (tsikoudia); nella terra dei Vichinghi, da Stoccolma all’isola norvegese di Runde; a percorrere la Romantische Straße in terra teutonica; all’incontro con una balena a sud di Zanzibar; alla “Mia Africa” in Botswana; al mio morso alla Grande Mela; sulle orme di Sandokan in Malesia o, ancora, in Sri-Lanka tra i dagoba sotto lo sguardo vivo di statue di Buddha – sdraiati, seduti o in piedi – che sembrano non guardarti, ma ti vedono benissimo.

Tanti viaggi che ho avuto la fortuna di fare e tanti altri che ho semplicemente immaginato di fare. Beh basta il pensiero…o no?

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Scintille

guido di notteFari nella notte. Guido.

Io e l’auto, soli, nella notte. Buio intorno. Scie di fari che t’illuminano per un attimo e poi ti lasciano nel buio dell’abitacolo, tu, la notte e l’auto. L’auto diventa la tua compagna, il motore la sua voce, sembra mormorarti qualcosa per tenerti sveglio, per farti compagnia. O sei tu che inventi questa storia per tenerti sveglio. All’automobile è attaccata la pelle…la tua e la sua (carrozzeria). E io e la BAV4 ce la siamo vista brutta un paio di volte in questi anni, eh? Mia cara, sì, dimmi , ti ascolto…

…Quante volte ti ho guidata via in notti come queste, io e te soli?

Tante sì .

Che dite? Sono pazzo. Parlo e sorrido a un’automobile? E chi se ne può accorgere? Guido solo nella notte. Fari, scie di luce, di nuovo ripiombo nel buio.

Alzo un po’ il volume dello stereo, c’è una canzone dei Coldplay che mi piace tanto, di quelle con la chitarra acustica. La chitarra acustica ….Ah! Quanto avrei voluto imparare a suonarla, ma nemmeno i due accordi di “A horse with no name” riuscivo a mettere insieme. Ah che mi fai ricordare, notti come queste, i falò sulla spiaggia, quella ragazza che mi piaceva da morire e invece, per la timidezza, mi veniva da scappare via. “Quella sua maglietta fina tanto stretta al punto che…A me toccava immaginare proprio tutto, mentre il “chitarrista” che accompagnava il nostro coro ha visto cosa c’era sotto quella maglietta fina e… Vasco docet…Va be’….

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Gita di Pasquetta. A chi ama mettersi alla prova e non si arrende mai

Family Time © 2009 Clint Koehler - https://www.flickr.com/photos/amberandclint/

Family Time © 2009 Clint Koehler

Sopravvissuti alla gita di Pasquetta? Trascinati fuori di casa perché è proprio una bella giornata? Se non fosse che è il giorno di Pasquetta e “ognuno ll’adda fà chesta crianza; ognuno adda tené chistu penziero. Ogn’anno, puntualmente, in questo giorno, di questa (che diventa) triste e mesta ricorrenza, anch’io ci vado” a fare la fila in automobile per la gita di Pasquetta.

Le partenze “intelligenti” sono un’invenzione dei media per riempire un “buco” di contenuti a basso prezzo. Sono la morfina per lasciare sedata la coscienza dell’audience che – a fronte di cotanta insopportabile mediocrità – riuscirebbe persino a eguagliare la scimmia Macaca Fuscata sull’isola giapponese di Koshima nel fenomeno della centesima scimmia: l’esperienza di un singolo, quando si diffonde a una massa critica di consimili, è capace di generare un cambiamento rivoluzionario nella consapevolezza collettiva.

C’è allora speranza di non ritrovarci più tutti incolonnati in tangenziale tutti i santi Lunedì dell’Angelo? Se fossimo dei Macachi Fuscati, forse sì. Allo stato attuale della consapevolezza della mia vita, sarebbe presunzione ritenermi superiore ai primati abitanti dell’isola di Koshima, comportamento tipico dell’uomo nei confronti degli animali. Unica coscienza collettiva in cui mi riconosco è quella Borg: “Noi siamo i Borg. La resistenza è inutile”

I Borg sono la specie conosciuta più pericolosa e temuta dell’intera Galassia, catturano colonie o popolazioni di interi pianeti, eppure per il pianeta Terra non sono passati.. Se fossimo stati assimilati, la regina Borg avrebbe abolito la gita di Pasquetta. E sarebbe insorta l’AIDEPI (Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane) per il collasso della produzione di uova di cioccolato, colombe e affini. E i sindacati pure. E la Confcommercio…

…I Borg ci hanno schifato.

Rimane solo un’opzione alla coscienza consapevole di me attraverso la comprensione del sé (o…d….ddd…io…mio!)
L’unica partenza intelligente è “non partire”.

Io non sono intelligente, io sono partito.

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Vita, morte e miracolo di un fiore

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Storia di un giovane fiore temerario, che un giorno decise di partire, abbandonando il prato in cui era nato per andare a vedere il resto del mondo.

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C’era una volta un fiore di nome…non importa il nome, i fiori hanno moltissimi nomi e questa storia può andare bene per uno qualunque tra i fiori. Nella sua vita questo fiore faceva…il fiore.

Lo sanno tutti come si fa questa cosa: uno si pianta lì, in mezzo a una zolla di terra (preferibilmente bella morbida, calda e umida quanto basta), sta fermo tutta la giornata guardandosi in giro e, quando il sole tramonta, va a dormire. Certo, questa vita sembra una pacchia, ma come tutte le cose su questa terra, ha anch’essa i suoi pro e contro.

E’ una vera goduria spaparanzarsi tutto il giorno al sole, sentire il suo calore sui petali, stiracchiare lo stelo verso quei raggi, lasciarsi sfiorare le foglie dalla carezza della brezza, sprofondare le radici nella terra calda. Non c’è nulla di meglio che “incrociare” le foglie e rivolgere la corolla al sole!
Meno rilassante, invece, è l’essere strapazzati dal vento e schiaffeggiati dalla pioggia in una tempesta, lampi, tuoni, scrosci d’acqua giù a catinelle. Se non si vuole essere risucchiati dal vento che ti sbatacchia violentemente in tutte le direzioni, bisogna avere una bella forza nelle radici e aggrapparsi tenacemente al terreno, sempre più freddo e fangoso.

La vita di un fiore, dunque, è una vita come tutte le altre: ha i suoi alti e bassi. Ognuno ha un suo “lavoro” da fare. E il fiore di questa storia faceva il suo con un discreto successo e una certa dignità, pure tuttavia senza esserne convinto fermamente. Riferendoci a un nostro simile che fosse nella stessa condizione di questo fiore, avremmo scritto che “aveva grilli per la testa”, ma nella corolla del fiore durante l’arco della giornata vi si trovano usualmente non solo grilli, ma api, calabroni, tantissimi altri insetti e pure un colibrì. Se quindi per un fiore avere dei grilli per la testa rientra nella normalità, il fiore di cui scrivo non era come tutti gli altri: riteneva, infatti, che “fare il fiore” fosse per lo più una …seccatura. Sì questo è il termine esatto che usava e per un fiore il significato di “seccatura” non corrisponde a un passeggero stato di “noia”, ma a un qualcosa di più profondamente negativo e definitivo. No, non era un fiore come tutti gli altri: aveva una voglia irrefrenabile di…partire!…Lasciare tutto e partire.

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Sì viaggiare, ad aprile.

Dal film

Dal film “Che ne sarà di noi”

Questa rubrichetta della mente che non ne vuole sapere di rimanere al chiuso e all’umido della scatola cranica è stata sul punto di non venire alla luce dei LED di questo schermo a causa dell’aria pesante che si respira in giro. Non c’entra per una volta l’inquinamento da PM10, ma una piccola, fottutissima parola che ricorre e ci rincorre nel nostro quotidiano: la crisi. Non volevo scriverla, volevo ignorarla come ha fatto buona parte della nostra classe politica non molto tempo addietro, come i bambini che si nascondono sotto le coperte per non essere visti dal “mostro” che vive nel buio della loro cameretta, ma la questione è che noi possiamo ignorarla, ma è LEI che ci viene a cercare. Proprio come il mostro nascosto nel buio.

“Viaggiare” non è un verbo, non è un pensiero, ma un’Esigenza. Un’esigenza di evasione, di vedere e fare esperienza di cose nuove, una linfa vitale, un arricchimento del nostro essere. Puoi fare abortire il pensiero, ostacolarlo con un buon numero di masturbazioni mentali, che non generano nemmeno l’effimero momento di piacere ma in compenso portano a sicura cecità. Non puoi eliminare L’Esigenza. Troverà la strada per venire fuori e presenterà un conto tanto più salato quanto più tempo hai provato a rallentarla.
Zuppo di ansie globalizzate, elevate a potenza grazie al power-up power-updi casa nostra, trovo inaspettato supporto e conforto nella fredda analisi statistica.

Da un comunicato stampa dell’ISTAT del 13 febbraio scorso risulta che nel 2012 i viaggi con pernottamento effettuati in Italia e all’estero dai residenti sono stati 78 milioni e 703 mila: rispetto all’anno precedente vi è stata una riduzione (- 5,7%), mentre rimangono stabili sia l’ammontare dei pernottamenti (501 milioni e 59 mila notti) sia la durata media dei viaggi (6,4 notti).

La gran parte dei viaggi è rappresentata dai viaggi di vacanza (87,3% del totale) che presentano una più marcata flessione in percentuale, anche se minore rispetto a quella osservata tra 2010 e 2011.

Risultano stabili tutta una serie di indicatori come il numero medio di viaggi pro-capite (1,3 viaggi), le durate medie dei viaggi di vacanza (6,9 notti) e di lavoro (2,9 notti), l’ammontare complessivo dei viaggi e dei turisti nonché la durata media delle vacanze lunghe (12,3 notti) nel periodo estivo

I viaggi con mete italiane, pari al 79,4% del totale, subiscono un calo dell’8,3%, mentre i viaggi verso l’estero mostrano un trend stabile, con un aumento dei flussi diretti verso i paesi extra-europei (+31,4%).

Gli italiani sembrano non gradire molto le vacanze in montagna (-20,7%) e le visite a città o località d’arte (-18,9%), mentre preferiscono le vacanze al lago, campagna e collina (+52,5%).

E’ vero che l’analisi statistica può generare quel bastardo effetto che se io in Italia mangio due polli al mese e un sudanese non ne mangia nemmeno uno, la statistica mondiale riporterà che il sudanese ha mangiato – “a sua insaputa” – un pollo al mese. Tuttavia, questi dati dell’ISTAT hanno fatto sì che iniziasse a ronzarmi in testa il refrain di un’arcinota canzone di Lucio Battisti, l’Esigenza spazzasse via l’inutile barricata “socialmente corretta” e spingesse il Pensiero finalmente spiegare le ali e spiccare il volo sulla tastiera. Pertanto, il Comandante – con rinnovata gratitudine e familiare cordialità – vi dà il benvenuto a bordo del volo BavITALIA, augura un buon viaggio in Thailandia, Giappone, Messico, Spagna, Olanda e, dulcis in fundo, nella nostra bella Sicilia.
BavITALIA ringrazia i signori passeggeri per la fiducia accordataci, augura una serena e felice permanenza. E la prossima volta che avrete il folle desiderio di schizzare nei cieli senza paracadute, ci auguriamo che penserete a noi di BavITALIA. Grazie per avere volato con noi.

BavITALIA, Fly Me to the Moon.

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Sì viaggiare, a luglio.

Luglio, col bene che ti voglio. Queste parole di una famosa canzone degli anni Sessanta hanno prepotentemente annichilito ogni altra “spuntatura” di idea e “tracchiulella” di pensiero che volesse ambire – bontà sua – a (in)degno inizio di questo post. Banale e scontato? Sarà…ma il caldo congiura contro ogni anelito d’originalità: la scatola cranica è un’ “isola di calore” cioè il fenomeno per cui nelle metropoli cittadine fa più caldo rispetto alle circostanti periferie e zone rurali. A scatola cranica aperta, chi avesse lo stomaco di guardarci dentro riconoscerebbe subito quell’effetto “liquido”, “bagnato” dell’aria sull’asfalto sotto il sole rovente. Avete presente quando a 40°C sull’asfalto della strada sembra che vi siano delle pozzanghere?

Visto il caldo, la mia (corna)Musa (d)Ispiratrice ha pensato bene di levare le tende e migrare in luoghi lambiti dal mare e sferzati dal vento. La mia Musa non ama la montagna, è maestra nella difficile arte del non fare quasi nulla e con quel “quasi” alludo alla sua unica attività e cioè va in windsurf. Non c’è quindi da stupirsi se le baggianate fin qui prodotte diano luogo a un inizio prolisso e banale. Tipico inizio di chi ha studiato vita-morte&miracoli del Pascoli scommettendo sul fatto che ricorre il centenario della sua scomparsa e invece si è ritrovato: “Montale: “Ammazzare il tempo”, tratto da Auto da fè. Cronache in due tempi”.

A luglio, con tutto il bene che vi potrei volere, sparirei proprio come la donna di cui Riccardo del Turco canta nella prima strofa di questo tormentone estivo “mi dicevi: “luglio ci porterà fortuna” poi non ti ho vista più”. E buoni motivi per sparire ognuno ne ha, se non fosse che, a parte il Mago Silvan e Susan Storm (la bionda dei Fantastici Quattro), non abbiamo questo super-potere. Tantomeno possiamo ricorrere a monili magici perché L’Unico Anello, ammesso che trovassimo un accordo per farlo girare con un sistema tipo multiproprietà o car-sharing, è stato fuso nel Monte Fato. Alcuni bene informati sostengono che l’anello fuso era solo una copia e che Frodo, per pagarsi il passaggio in nave con gli Elfi, se lo sia impegnato al Monte dei Pegni o – peggio – se lo sia venduto a uno dei tanti “Compro oro” spuntati come funghi in tutta la Terra di Mezzo dopo la riapertura delle miniere di Moria.

Perse le speranze? “Never, never, never, never give up” (Winston Churchill). Mai, mai, mai, mai arrendersi perché un modo c’è: partire. BavITALIA suggerisce destinazioni, vicine e lontane, per “sparire” almeno temporaneamente, da soli ma meglio in compagnia. Il Comandante, a nome di BavITALIA augura un buon viaggio in Bahamas, Florida, Canada, Cuba, Germania, Francia e Finlandia.
BavITALIA ringrazia i signori passeggeri per la fiducia accordataci, augura una serena e felice permanenza. E la prossima volta che avrete il folle desiderio di schizzare nei cieli senza paracadute, ci auguriamo che penserete a noi di BavITALIA. Grazie per avere volato con noi.

BavITALIA, Fly Me to the Moon.

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Vita da ca…mera.

Serie Selfportrait (2009) © Luisa Carcavale

Serie Selfportrait (2009) © Luisa Carcavale

Mi presento. Sono Macchina Fotografica. Sì, insomma, avete presente sono una macchina che può ritrarre la realtà: luoghi, persone, cose. Sì, cose così. Sono orgogliosa di quello che sono perché – senza falsa modestia o retorica – io creo storie: delle immagini che mi passano attraverso l’ottica, vi restituisco le storie di luoghi, persone e cose lontane, che altrimenti non potreste mai vedere e sperimentarne le emozioni; vi restituisco storie di immagini di luoghi, persone, cose vicine, a volte proprio davanti i vostri occhi, ma che non riuscite a vedere o che non volete vedere.

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Sì viaggiare, a dicembre.

Da “I diari della motocicletta”

Dicembre. Per noi abitanti della penisola tra le più belle del Pianeta e quella peggio gestita dell’Universo, dicembre rappresenta il primo possibile stop dopo le vacanze estive. Paradosso o sfiga tipicamente made in Italy, il viaggiatore italiano passa dal caldo “assassino” delle mete più gettonate d’agosto, al freddo infame che caratterizza le destinazioni preferite di questo periodo: mutanda di lana merinos caldamente consigliata. Chi può permettersi trasvolate da fare impallidire pure gli uccelli delle Grandi Migrazioni, può scegliere mete più calde, ma decisamente meno in linea con Lo Spirito Natalizio e la magica atmosfera che pervade (g)nomi-cose-e-città. È la Festa dei più piccini, per gli adulti (almeno anagraficamente parlando) rischia di diventare motivo di una non-richiesta e aggiuntiva dose di stress. E così va a ramengo Lo Spirito del Natale…Salvo recuperarlo in vacanza, per le strade di una città addobbata per l’occasione, le luminarie scintillose, le vetrine lussuriosamente invitanti, il calore di una cioccolata fumante con i biscottini scrocchierellanti. E puoi pure sbriciolare per terra!

Detto ciò, snobberemo – per ora – le mete per il relax al caldo, in riva la mare, indossando solo una mutanda fiorata (non di lana merinos!), sorseggiando un cocktail dal colore radioattivo ma checcimporta basta che sia fresco. BavITALIA punta la prua della sua flotta verso mete, vicine e lontane, in cui si respiri questo Spirito, un po’ sacro un po’ profano (al vostro gusto la scelta delle parti nel mix).

Il Comandante, a nome di BavITALIA augura un buon viaggio in Argentina, Guatemala, Laos, Inghilterra, Scozia, Turchia e Svezia.

BavITALIA ringrazia i signori passeggeri per la fiducia accordataci, augura una serena e felice permanenza. E la prossima volta che avrete il folle desiderio di schizzare nei cieli senza paracadute, ci auguriamo che penserete a noi di BavITALIA. Grazie per avere volato con noi. BavITALIA, Fly Me to the Moon.

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Sì viaggiare, a giugno.

Immagine tratta dal film: Il treno per il Darjeeling.

Rimbalza nella testa la canzone cantata dai The Commitments (nell’omonimo film) “Destination Anywhwere”… il ritornello ad libitum “East or West I don’t care”. E invece no! Scelte tra le mete più amate e consigliate nel mese di giugno, una serie di eventi e luoghi nella Vecchia Europa godibili in un fine settimana intenso, l’ideale è 3-4 giorni. Il Comandante, a nome di BavITALIA augura un buon viaggio in Russia, Regno Unito, Francia, Belgio, Portogallo, Danimarca e, naturalmente, la nostra Italia.
BavITALIA ringrazia i signori passeggeri per la fiducia accordataci, augura una serena e felice permanenza. E la prossima volta che avrete il folle desiderio di schizzare nei cieli senza paracadute, ci auguriamo che penserete a noi di BavITALIA. Grazie per avere volato con noi.

BavITALIA, Fly Me to the Moon.

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Io sto con l’elefante

Statua di megalomane nel deserto (esattamente il posto che si merita)

Stasera mi ha colto all’improvviso una sensazione, anzi qualcosa di più…uno stato persistente d’animo. Uno stato d’animo che non si può descrivere, che non si può leggere: si avverte e basta. Il deserto.

Il deserto, dentro. Il deserto e il suo silenzio assordante. Nello spazio di un attimo, all’improvviso, dopo il corri-corri  della giornata, come tutti, come tutte le giornate di tutti, ti fermi un attimo e l’avverti. Intorno a te però il tempo corre, il resto intorno scorre, non aspetta.

Ne riemergo stranito, irrequieto. Una parola nel mio dialetto di origine rende meglio la sfumatura: sfasteriuso (la ‘o’ finale non si legge , ma senza troncare la ‘s’ di netto, la si trascina morbida e sorda più a lungo). Non ve lo spiego. La mia bella figurella da  “professorino” l’ho fatta già con la lezione di pronuncia di napoletano e poi non ve lo spiego perché sto…sfasteriuso. Tanto sfasteriuso che questo post l’ho scritto ieri e lo pubblico oggi.

Arrivo a casa con la stanchezza di tutti quelli che vanno al lavoro lontano da casa, che può essere anche nella stessa città ma dal lato opposto e raggiungibile con i mezzi pubblici solo a costo di funambolici incroci, calcoli di improbabili coincidenze e preghiere di Santa Romana Chiesa o altra religione. In barba all’ecologia e sprezzante del costo del carburante, io sono un con-tributore e con-dannato del traffico metroMEGApolitano. Alla fatica della giornata lavorativa aggiungere a piacere  il combattimento nel traffico, imprecazioni a granella, servire bollente d’ira. Datemi un cannone 20 mm a canne rotanti tra gli “optional” che lo monto sull’auto subbbbbito!

Stanchezza che pesa sul fisico e sullo spirito ( e sulle sciocchezze che scrivo). Grava e schiaccia. Come il sasso che precipita in un pozzo profondissimo, percorre l’aria in silenzio e, dopo un tempo che sembra interminabile, raggiunge il fondo, l’eco giunge flebile in superficie, quasi che nulla sia successo…lì in fondo, invece, lo schianto è stato disastroso e  con terribile frastuono.

Se smetti un attimo di correre, puoi avvertirlo, esattamente in quell’attimo. Sordo, nel silenzio del dentro. Il tempo fluisce, non puoi fermarlo, ma puoi dilatarlo nelle tue sensazioni e assaporare il Piacere della Lentezza.

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New York, ti guidO io!

Onda sonora consigliata: Celebration (Kool and Gang)

Se riuscite subito a capire il nesso (il)logico tra la magnifica canzone dei Kool and Gang, la guida Lonely Planet di New York e il presente scribacchino di questo disertato blog,  allora avete altissime probabilità di scoprire l’anello mancante tra la scimmia e l’uomo (con grande soddisfazione di Darwin, buon’anima)…oppure avete visto tutte le serie di C.S.I., N.C.I.S, Criminal Minds e Il Commissario Rex. Se invece evitavate puntualmente la bocciatura a Scienze con recuperi in volata di fine anno scolastico degni di Coppi e Bartali…oppure avete visto solo il mitico Ispettore Derrick e dopo il suo verde impermeabilino tristo non c’è n’è stato più per nessun commissario o squadra investigativa, allora dovete per forza sorbirvi il resto dello sproloquio per scoprire l’ar-cano, cioè  “il mistero, scritto da cani”. <occhi fissi nel vuoto, ondulando piano il capo a tempo> tadà-tadaa-tadaa-tatatadaaa-dadaaada…ricordate l’irresistibbbbile sigla dell’Ispettore Derrick? Tristaaaaaaaah.


New York City 7 Lonely Planet

New York City 7

Se siete a New York (invidia mi divora) o ci siete stati (aah! Sospiro all’unisono) oppure siete di quelli che studiano il viaggio prima di andarci (io no), secondo le stime e ricerche di mercato, con molta probabilità, avrete tra le mani una guida Lonely Planet di New York. Nella settima edizione italiana, pubblicata a novembre dell’anno appena passato (per i cinesi ancora deve passare), troverete svelato l’ar-cano di cui si cianciava in quel popò di (s)prologo qualche riga fu. Amménn.

Andate alle ultime pagine, sì quelle che non legge mai nessuno, la pagina prima dell’Indice, ci sarete passati davanti non si sa quante volte per trovare quel posto irrinunciabile dal nome impronunciabile, a pagina 474 nella colonna “Ringraziamenti”, all’inizio della terza riga trovate scritto: il mio nome e cognome.

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New York, gente strana, posti strani…

NewYork, gente strana.“People are strange”, “la gente è strana” è il titolo di una canzone di The Doors, forse scelta non a caso per fare parte dello splendido accompagnamento musicale di quel film che a molti è apparso molto più che “strano”, ma che per me è un capolavoro visionario: Donnie Darko. Anche io l’ho scelta perché sono stato un po’ di tempo fa in un posto strano e visto gente strana. Oggi ve lo racconto. Anzi…ve lo faccio vedere.

C’era una volta…

non tanto tempo fa, sarà stato due o tre anni fa, in un luogo lontanolooooontano, più lontano di quante “O” possa frapporre tra la prima e l’ultima lettera della parola “lontano” in questo piccolo spazio, talmente lontano che non tantissimo tempo fa, però più di duetre anni fa, diciamo un po’ più di cinque secoli fa, si pensava che non esistesse. Quando vi sbarcarono per la prima volta, pensavano di essere in un altro posto. Le cose-strane sono successe proprio dall’inizio della storia di questo luogo. Vuoi che non sia abitato da gente strana?

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Stan Trek

un libro scritto da Ted Rall

Editore: Becco Giallo

Ted Rall è un GRANDE! Ted Rall è semplicemente un grande scrittore, fosse pure che s’ignori essere stato finalista al Premio Pulitzer e abbia vinto per due volte il premio per il giornalismo Robert.F.Kennedy. Avvicinatomi per la curiosa assonanza con StaR Trek, irresistibile quanto vedere il comandante Kirk che impartisce ordini dalla plancia del maestoso vascello spaziale Enterprise in calzamaglina attillata tipo ballerino di danza del Bolshoi! Stan Trek è un viaggio nell’Asia centrale post-sovietica e il Medio Oriente: lungo la Via della Seta, attraverso luoghi difficili anche da pronunciare di fila. Provateci voi, senza fermarvi: Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan. Ma non solo: la provincia del Sinkiang (Cina), Afghanistan, il conteso Kashmir con la Strada del Karakorum, tra le più pericolose al mondo, fino al Pakistan.

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…/Ritorno da New York

 

Onda Sonora Consigliata: Leaving New YorkR.E.M.

Scritto e dedicato a Titti.

Piccola cronoca di quanto succede su un volo, spunti per ingannare il tempo e la mente: se volare vi mette agitazione, mettetevi comodi, guardatevi intorno e…godetevi lo spettacolo. Per chi ha paura di volare, perché possiate spiccare il volo. Per ora, almeno con l’immaginazione.
Immagine da www.thesartorialist.com

Eccoci di ritorno. Decollati. Si balla un po’ per le bizzose condizioni meteorologiche. Pioggia, vento, banchi di nuvole turbolente e chissà cos’altro lì fuori, il tutto producente effetto sussultorio-ondulatorio per niente fastidioso (se non alla buona grafia), ma ci ricorda che siamo in aria solo grazie a quel miracolo chiamato “portanza”.

Leggo un libro, che dato l’argomento trattato, vale la pena citare “Blog-grafie”. Immerso nella lettura non faccio molto caso al tipico microcosmo che è l’interno di un aereo da trasporto passeggeri, a parte un coppia di signori dietro di me che sembrano usciti dal serial “The Sopranos”. Massimo rispetto.

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Guardare, sperimentare, sentire…New York

Rumore di fondo: Empire State of Mind – Jay-Z & Alice Keys.

GUARDARE…

…A Colombus Circle. Una piazza dedicata a Colombo (il Cristoforo, non il volatile), su un lato l’accesso a Central Park, un centro commerciale con due statue di Botero, al piano superiore la Samsung Experience (non un semplice “shop”…EXPERIENCE), ma sopratutto al piano di sotto, i banconi e le scaffalature di Whole Foods Market, colorate di ogni ben di Dio, ordinato per categoria. Scegliere una scatola di cornflake non è stato mai così imbarazzante: volendo scorrere tutto, tra il primo e l’ultimo, avevi dimenticato il motivo per cui eri al supermercato. A parte la puntata esplorativa intorno all’albergo sulla 47th Street e Times Square si inizia come…tutto ebbe inizio, almeno per la storia come ce la raccontano nel Vecchio Continente. Tutto ebbe inizio da Colombo, la mia visita inzia da Columbus Circle.

Columbus Circle

Columbus Circle

elcriC submuloC

elcriC submuloC

Gira il mondo Giiiiraaaa

Gira il mondo Giiiiraaaa

Il Mercato di Tutti i Cibi

Il Mercato di Tutti i Cibi

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Bavabondo

bavortexFine Settimana di ordine e pulizia…nel b(av)log. Ma non solo. Venuto fuori un nuovo pezzo di New York, che mi ha spinto a trovare una spartana, ma efficace sistemazione (diciamo un 3 stelle senza colazione, economico e pulito) all’argomento “viaggi: BAVABONDO.

Sì, lo so sembra una rubrica presa di peso da uno di quelle riviste che si sfogliano quando aspetti il turno dal barbiere o parrucchiere.

Chi è pratico dei tag (TAG?!?! Taaaaag????), usando la nuvoletta del “Facimm’Ammuina” alla vostra destra pensa a ragione che sia un inutile orpello. Sarà invece apprezzato da chi non è pratico e trova la tag cloud un’inutile accozzaglia di parole, messe lì a fare ammuina* (appunto).

Chi c’è, batta un colpo sul tasto sinistro del mouse.

(*)NdT: “ammuina” in napoletano significa “confusione, rumore”. Per i più curiosi sull’espressione “fare ammuina” consiglio di approfondireE’ terribilmente di attualità. 


Claxi driver.

Onda Sonora consigliata: STAY (Faraway, so close)U2

Vengono fuori gli animali piu' strani, la notte...

Vengono fuori gli animali piu' strani, la notte...

New York da raccontare è davvero una “brutta bestia”. Tanto e ancora più “brutta” considerate le mie capacità di manipolazione della lingua italiana del tutto inadeguate a rendere la sensazione di essere-lì. Ogni volta che tornavo sull’idea di (de)scrivere il soggiorno a New York, ogni volta scartavo e deviavo come un cavallo selvaggio che vogliono domare. Ma non avevo scampo. Questo cavallo, ancora selvaggio per poco, girava in tondo costretto dentro una recinzione di legno mentre il cow-boy lo tiene al lazo, aspettando il momento giusto. E così è avvenuto per i pensieri e sensazioni che giravano in tondo nel recinto di New York.

Sono ritornato a scrivere con penna-su-carta (anche se il risultato si legge su schermo) perché provo la sensazione di potere dare il giusto tempo di fluire ai pensieri, di buttarli tutti giù, guardarli bene fissi nelle lettere che li formano, selezionarli con cura come un frutto di prima scelta, soppe(n)sarli, aggiustarli come fa un bravo sarto con un vestito su misura. Persino la cancellazione ha un altro peso: con la penna tiri su una riga, ma il pensiero rimane lì sul foglio; con la tastiera del PC, tasto “Cancella” o “Backspace” e  sparisce.

Insomma, come il cow-boy, attendo il momento giusto per addomesticare questi pensieri…e con loro addomesticare quella “brutta bestia” di New York.

Raccontare New York in modo da interessare è compito improbo. Fosse questo il mio compito…”Bava, interrogato” ”Professoressa, sono impreparato, ieri il mio cane è stato investito da un automobile e sono stato tutto il pomeriggio fino a notte fonda dal veterinario…” ”Claudio, tu non hai mai avuto un cane…DUE e fa media. A posto”. Scusa da cani, me lo sono meritato.

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Tre…Mo

Ovvero come fare tremare gli eventuali lettori di questo umile-ma-onesto b(av)log la prossima volta che prendo un treno.

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Treno. Corre veloce. Fuori dal finestrino tutto s-corre veloce. Panta rei. Non è un treno normale…è l’Alta Velocità. Immerso in pensieri fumosi, anestetizzati, a causa dell’ennesima notte di 4 ore di sonno, butto le dita in pastiera….TAstiera. Lapsus non premeditato ma risultato dalla battuta inerziale del pensiero sulla tastiera che ha deviato verso altri pensieri mentre decifrava le sinapsi per comandare le dita a colpire in rapida successione i tasti “t-a-s-t-i-e-r-a” (trattini non inclusi). Stavo pensando infatti a un passato in cui scrivevo e-mail agli amici cari e utilizzavo questa espressione per “fare il simpatico”, essendo napoletano l’associazione è quasi naturale, come succede nelle pubblicità della mozzarella, delle conserve di pomodoro e delle pizze surgelate con gli attori che ostentano un marcato accento partenopeo. Mai che un napoletano facesse la pubblicità di una banca, di automobili o delle rassicuranti spugnette travestite da merendine (leggere la “e” chiusa).

Visto che siamo visti così, siamo così.

Attenzione contorta digressione ahead: fate un’occhiata indietro, guardate la frase precedente, non leggetela, guardatela, fissatela…Notate un certo gioco a incastro delle stesse parole in una proporzione che ricorda tanto X:Y=Z:K. C’è solo un piccolo intruso “CHE” (appunto) non è di troppo perché da un senso comprensibile a tutta la frase o, meglio, alla proporzione.Fine della contorta digressione.

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NYCe…mail

Ossessionato dal pensiero di quanto possa essere noioso un racconto dei luoghi vis(ita)ti  e, dopo l’abbuffata dell’antipasto, lo chef ha realizzato per voi una “portata” che soddisfi la vostra “fame” di conoscere e sentire, ma non vi gonfi da non poterne più.

Quanto si trova di seguito è un grazioso (“nice” in inglese) scambio di e-mail da New York City verso la madrepatria. Non c’è trucco non c’è inganno sono esattamente le e-mail inviate e ricevute grazie a una connessione Wi-Fi a sbafo. La tecnonologia a volte è davvero bastarda…pensavate di esservi liberati del Redbavon per una settimana e tiè ti risbuca – letteralmente – dalla posta elettronica.Un diario in formato take-away, giorno per giorno, con scaglie di sensazioni e una decorazione  i-photografica. Nice e-mail! Anzi: NYCe e-mail.

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New YorK. Questa terra vide per primo un marinaio che si chiamava Rodrigo da Triana

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Onda sonora consigliata: Once in a Lifetime (Talking Heads)

And you may find yourself in another part of the world

New York? Ogni promessa è debito…ma poi perché? Ogni promessa è…promessa. Punto.

E a capo.

New York è una brutta bestia da raccontare per un molestatore di tastiere come me. E’ stato scritto di tutto, abbiamo visto tanto per tivvì e al cinema, il nostro immaginario è saturo di immagini, suoni, rumori di una città che è il sex-symbol della nostra cultura occidentale. Non per nulla, è nota come “Big Apple” e la mela è il frutto tentatore.

La prima immagine che la nostra mente proietta sulle retine in formato Cinemascope, in sala 1, fila centrale, posto centrale, mega-cestino di mefitici pop-corn appoggiati sulle gambe è la foresta di acciaio e vetro dei grattacieli di Manhattan, celebrazione di una deferenza atavica per il grandioso, l’ossessione per l’immenso, con una tensione a proiettarsi verso l’alto, verso il divino, lontano dalla sporca terra e dai limiti umani. Eppure la Torre di Babele dovrebbe ricordarci che a volte si finisce per fare “casino” e basta. Senza andare nel lontano Oriente, anche da noi abbiamo il Colosseo a ricordarci che quei grattacieli non sono altro che l’opera di un popolo molto più giovane, che se si mettessero intorno al caminetto ad ascoltare i racconti degli anziani, praticamente parlerebbero di quello che hanno fatto ieri.

Un popolo senza radici geografiche specifiche, che forse ricerca la propria identità in quelle linee vertiginose (dal basso), in quelle architetture audaci come Icaro che si lanciano in alto fino a grattare la pancia al Cielo (li chiamano “skyscraper”), in quelle dimensioni da dovere raccogliere la mascella da terra. “Avevo una casetta piccolina in Canadà…”  questo motivetto s’infila tra i ricordi dei grattacieli che ripercorro mentre scrivo, che ci volete fare? Mi piace fare un po’ di ironia e il mio cervello riesce a prendere per i fondelli anche se stesso. E comunque la casetta era in Canada, New York non è in Canada. Ma i Territori del Nord-Ovest, sì!

Va bene, pareggio, palla al centro e ripartiamo senza digressioni.

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Come Colombo (nè il tenente nè l’uovo)

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Life in Technicolor

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Onda sonora consigliata: Life in Technicolor (Viva la Vida…, Coldplay)

Territori del Nord-Ovest. Sorvoliamo i Territori del Nord-Ovest. Anche se da circa 40.000 piedi d’altezza (dividete per 3 se vi trovate meglio con i metri), la costa frastagliata e spruzzata di neve è familiare. No, non faccio il saputello in geografia, ma avrete giocato a Risiko anche voi almeno una volta?!? Poi dicono che giocare non è educativo.

A 1700 km da New York, a poco più di un paio d’ore dalla meta, poco meno dell’ultima volta che sono rimasto bloccato nel traffico di Roma, non sembra nemmeno che sia così lontano. Sarà che mi piace volare (non mi è nuova questa…), sarà che – a parte il decollo e l’atterraggio – il viaggio su questo AirBUS è più tranquillo di quello su un AutoBUS: meno calca, meno buche, meno frenate brusche, meno ansia da “permesso-permesso-devo-scendere-permess…” SLAM! Portata in faccia!Si scende alla prossima…

Centonovantuno pagine lette di un soffio, un libro sul volo AZ-610 Roma-New York, prestato da un caro amico con medesima aeronautica passione.

Una lettura conservata apposta per quest’occasione, un’esperimento di lettura emotiva: mentre stai leggendo, lo stai vivendo.
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La giraffa del bisnonno Claudio…su Lonely Planet!

Giraffa del bisnonno ClaudioIn un afflato di megalomania, mista a vanagloria, nonchè botta di altruismo (I’m feeling dizzy…), in quel di gennaio scorso, inviai alla community di Lonely Planet un estratto del blog gemello di questo umile che state leggendo. Estratto rimaneggiato (ma poi manco tanto) per il GrandePubblico che la Lonely Planet aveva dichiarato di volere pubblicare, ma che era sparito nelle nebbie di Avalon. Domandare è lecito e io ho domandato, rispondere è cortesia e la Lonely Planet ha risposto: c’è stato un disguido tecnico, sarà online e così lo ha pubblicato! Ha pubblicato senza tagliare, mantendo integro il bavastyle che tanto dà pena alle vostre cornee. Anzi, con certa personale soddisfazione, ha colto lo spirito dell’umile contributo e lo ha titolato di propria sponte con un bellissimo:”La giraffa del bisnonno Claudio
Orsù non indugiate oltre, cliccate sul link: bene che vi faccia, farete un giro per il mercato dell’artigianato di Victoria Falls; male che vada, mi farete diventare il più cliccato del sito.

“Il mondo è mio!”

Si ringraziano in ordine rigorosamente sparso:  Lonely Planet, tutti i compagni del viaggio, He-Man (Masters of the Universe, 1983) e tutti quelli che mi supportano e sOpportano. No perditempo (basto io)


Botswaltzer

Botswana in due minuti.

Tutti tornati alla solita frenesia, eh? Andate alla macchinetta, schiacciate caffè, thè o arrischiatevi finanche al mocaccino, schieratevi davanti allo schermo, sorseggiate la bevanda-placebo (piano, mi raccomando, piano), due minuti, solo due minuti…

Onda sonora: Opera 64, N. 1, “Minute Waltz”, Frédéric Chopin

Ancora? Fatevi rapire dal Botswana! Foto, video, diario e amenità assortite qui.


Doctor Bava, I presume.

Onda sonora consigliata: Figli di Annibale (Almamegretta)

In partenza per uno di quei viaggi che mi ero promesso di fare prima che tirassi le cuioia (seguono i debiti scongiuri di rito): cascate Vittoria, delta dell’Okawango e safari nel Botswana. Dopo avere ripassato con la visione del film “La mia Africa”, non sto nella pelle di trasvolare come Robert Redford nel suo biplano. RedBavon all’ennesima potenza.

Campeggio selvaggio nella savana con il solo crepitare del fuoco, la volta celeste illuminata dalla Via Lattea e rumori degli animali che ti insegnano quando sei bambino. Questa volta per davvero.

Nessuna vaccinazione, non per sfidare la sorte ma perché è stagione secca (niente zanzare e malaria annessa). Malattia inevitabile, non c’è profilassi, non esiste vaccino, endemica: il Mal d’Africa.

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