L’origine della vita (discorso tra due gemelli di sei anni)

Jacopo e Diego cinque anni fa…Già confabulavano. Per fortuna non li capivo e non dovevo delle risposte…

Da dove veniamo? Come siamo nati? Chi sono questi due che chiamiamo “mamma”(semper certa est) e “papà”(numquam)?

Per quanto nebuloso il nostro ricordo, c’è stato sicuramente un momento all’inizio della nostra vita in cui ci siamo posti questi quesiti con pesanti ricadute escatologiche. Il “chi siamo” e il “perché proprio noi qui e in questo momento”, indipendentemente dalle risposte, sono connesse alle aspettative ultime e più intime dell’Uomo, alla Vita e alla Morte come momento di passaggio (o di fine), e tende a influenzare la nostra visione del mondo e, di conseguenza, il nostro comportamento nel quotidiano.

Per quanto nebuloso il nostro ricordo, c’è stato sicuramente un momento all’inizio della vita di tutti gli uomini in cui si sono posti questi quesiti, con la consapevolezza che trovare una risposta, certa e univoca, non appartiene invero al ciclo di vita di un singolo essere umano, ma a più generazioni.

Fin dai tempi antichi l’esistenza della vita (e a ciò che esiste o non esiste dopo la morte) ha ricevuto le risposte più disparate, originando miti, leggende, riti, culti e trovando l’humus perfetto nelle religioni.

Quando ho ascoltato – senza essere visto  – il discorso dei miei due nanerottoli di sei anni sull’origine della (loro) vita, ho compreso che il “mestiere” del genitore non è un “mestiere”, ma una missione; ho compreso che l’escatologia non è alla mia portata, tuttavia devo darmi da fare per prepararmi seriamente a dare delle risposte comprensibili.

La mia consorte e io eravamo nel giardino della bella casa dei suoi genitori. Cercavamo riparo dall’arsura pomeridiana, sotto un grande ombrellone, sdraiati su due sdraio tutte per noi, ovvero senza doverle condividere con uno o entrambi i nanerottoli seduti,dondolanti, addormentati, spalmati addosso.

Siamo su una collina, in lontananza il bel panorama del placido lago offuscato dalla tipica foschia estiva dovuta all’intenso calore, che crea un accenno di effetto Fata Morgana, inusuale a queste latitudini.

In questo pomeriggio così caldo, nemmeno le cicale hanno la forza di emettere il loro tipico suono. Figuriamoci noi di muovere un dito.

Ci godiamo questa immobilità forzata e inusuale, seduti uno accanto all’altro, scambiandoci ogni tanto una chiacchiera. D’un tratto ci interrompiamo quando giungono le voci dei due nanerottoli dalla vicina casetta in legno, che noi chiamiamo “gazebo”, adibita a ricovero di sdraio e sedie, preferito riparo all’ombra dei due cani di casa, luogo di occasionali cene familiari e di serrate partite a carte tra i due nonni. Qualche volta abbiamo provato a sfidare i nonni con risultati equivalenti a una Caporetto.

In silenzio e così in disparte, ascoltiamo i due che sono evidentemente nel pieno di un acceso dibattito.

Ci basta poco per capire che l’oggetto, considerate le capacità di comprensione, di espressione e la proprietà di linguaggio dei due nani di sei anni, è decisamente ambizioso: le origini della loro vita.

Da dove veniamo? Come siamo nati?

Occorre una premessa (come se non fosse bastata la pedante introduzione…).

I due nanerottoli non sono battezzati, non hanno partecipato a corsi di religione (per un qui pro quo tra i loro genitori, non per un’idea settaria al contrario), sono venuti a contatto con la religione grazie a discorsi tra pari e a una recente visita a una città d’arte in Umbria che li ha impressionati. Durante la visita di alcune chiese, i due piccoli agnostici (a loro insaputa) sono rimasti sensibilmente e visibilmente colpiti alla vista del Gesù Cristo inchiodato a una croce, il capo incoronato di spine, grondante di sangue, il viso trasfigurato in una smorfia di dolore. Ecco un esempio del valore universale della vera arte: lascia il segno anche nei bambini. Ecco un esempio di una religione che può essere più “pulp” di un film di Quentin Tarantino.

Tangibile era il loro spaesamento di fronte a tanto scempio di un proprio simile, la loro pietà per un uomo così selvaggiamente trattato, la loro impreparazione alla testimonianza di quanta crudeltà sia capace l’uomo. Un adulto a tale vista avrebbe chiesto tra le prime domande: “Cosa ha fatto per meritare una tale punizione?”; i bambini no. I miei due nanerottoli non hanno posto questa domanda perché è fuori dalla loro comprensione che un uomo possa essere ridotto così, qualsiasi cosa possa avere compiuto.

Spiegato quindi il limitato rapporto con la religione da parte dei due nanerottoli, posso finalmente iniziare il racconto dell’episodio.

Il nano Diego incalza il fratello gemello con un’arringa da predicatore cattolico in piena apoteosi del Calvinismo:

“ Io sono figlio di Dio! Dio mi ha fatto!”

Ommadonnellabbella! Mi giro verso la consorte seduta accanto, le butto uno sguardo oltre la mia spalla destra tra l’interrogativo e la consapevolezza del “pater numquam”. Di risposta ho un sorriso tra il beffardo e l’infinitamente divertito. Come per dire “Oh il credente in famiglia sei tu! Dovresti essere soddisfatto di questo onore!”

Il fatto che, dopo San Giuseppe, il secondo caso di padre putativo nella Storia possa essere io, non mi convince nemmeno per una frazione di secondo: non tanto per il livello morale e religioso del sottoscritto (questionabilissimo), piuttosto per il fatto che la consorte è atea. Lo Spirito Santo non può avere preso una toppa così grande. E poi manco un angioletto che ci abbia avvisato, nemmeno un segno, un sms, un uozzappino?!? E che modi!

Diego insiste che tutti i bambini sono figli di Dio (e teologicamente parlando non fa una piega), quindi sia lui sia il fratello sono figli di Dio. Il nano dimostra una perfetta padronanza dei sillogismi mista all’applicazione della proprietà transitiva in matematica: la cosa miracolosa per davvero è che non ha la minima conoscenza di nessuna delle due.

Il nano Jacopo, suo fratello gemello, non è d’accordo e lo dimostra con una certa spocchia e aria di sufficienza:

“Noooo, tu non capisci niente! No, no. E’ successo che papà ha baciato mamma sulla bocca e ci ha messo il suo semino, che poi è finito nella pancia e così siamo nati noi”

SantaverginediPilar! Qui è in atto lo scontro tra un fanatico religioso invasato “Sono figlio di Dio! Dio lo vuole!” e un agnostico darwiniano con idee bizzarre sull’anatomia umana. Il bello è che fisicamente i due ricordano anche un antico conflitto tra Sud Cattolicissimo e Nord Protestante.

Il Sud Cattolicissimo è Diego.

Diego assomiglia per tratti somatici e struttura fisica alla mia famiglia napoletana: dal fisico minuto, è azzeccosamente affettuoso, pronto a fare casino fino a notte fonda, nato per rompere i coglioni al fratello. Io lo chiamo “farfariello”(o  “faffaliello” come dice lui) per via della sua pervicace capacità di provocare oltre ogni limite, innescare il peggio che è in me e negare l’innegabile. Farfarello (senza la “i”) è l’appellativo che Dante Alighieri dà al diavolo, appellativo che si è diffuso nel dialetto napoletano con analogo significato (viene dall’arabo: “farfar”, folletto, demonio, spirito maligno). Quando pronuncio “farfariello”, Diego si gira verso di me e con candore tipicamente bambinesco mi fa:”Non sono stato io”.

Il Nord protestante è Jacopo.

Jacopo è più alto e con una struttura fisica più imponente di Diego, spalle larghe, sembra fatto per l’atletica. Peccato che abbia ereditato la mia goffaggine, ma c’è tempo per migliorare. Mia moglie dice sempre che, crescendo, Jacopo assomiglia sempre di più al nonno materno, che era originario di Trento. Jacopo è meno azzeccoso, elargisce i baci con il lanternino, può tranquillamente starsene per i fatti suoi a giocare per ore, presenta una preoccupante logorrea già a questa tenera età, quando racconto la storia della buonanotte è il primo ad addormentarsi, grande capacità di sopportazione delle molestie del fratello, ma quando arriva al limite è capace di smontarlo come un kit Lego.

I due sono andati avanti per un po’ su quest’argomento, ma – come spesso accade tra gli adulti – si sono infilati in un tunnel di incomunicabilità. D’altronde le posizioni di partenza tra il ’“ Io sono figlio di Dio! Dio mi ha fatto!” e il “Tu non capisci niente” nonché le limitate conoscenze e capacità espressive dei due piccoletti castravano la discussione e la successiva argomentazione a supporto.

La conclusione di noi genitori è che, spazzate via d’un colpo improbabili storie di cicogne, cavoli e api, dobbiamo ricorrere a un buon libro sull’argomento. Mia moglie si è già messa alla ricerca. Io sono in overdose di imbarazzo al solo pensiero della spiegazione che dovrà mutuare una diversa storia del percorso del “semino” e chi ha creato il primo “semino”.

Ho paura di vedere i loro disegni dopo che gli avremo spiegato il tutto.

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