Stazione Tiburtina


Yesterday I got so scared,
I shivered like a child,
Yesterday away from you,
It froze me deep inside,
Come back, come back,
Don’t walk away,
 
In Beetween Days – The Cure

Ritorna il tabagista dell’Amore, un tossico di questo sentimento, fumoso figuro che lascia dietro di sé un odore acre  e qualche cicca qua e là. Alla stazione è vietato fumare.

Venerdì sera, sono appena tornato da un viaggio di lavoro a quattrocento chilometri a nord da casa.

Stamattina, sveglia alle sei e trenta, un caffè e una brioche di fretta al bar della stazione. Alla stazione sei sempre in ritardo: non importa quanto tempo prima arrivi, l’ansia di perdere il treno fa scorrere il tempo a velocità doppia.

Percorro a grandi passi la banchina dove staziona il treno, scorrendo il numero della carrozza scritto sul biglietto. Non mi capitava di contare da uno a otto così lentamente dalla prima elementare.

La carrozza “numero otto” è l’ultima, il tempo scorre a velocità tripla, avverto l’inquietudine del personale del treno sull’uscio dei vagoni, il treno sta per partire e sono ancora a passeggio sulla banchina. Imbocco la carrozza “numero sei” e mi infilo nello stretto corridoio tra le poltrone, moderne “forche caudine” ingombre di persone intente ad accomodarsi, di bagagli e trolley capaci di contenere un bambino di sette anni, sovrappeso e in piedi.

Poltrona numero “due”. Gli occhi cercano la lettera “D”. Ennesimo “flashback” di banchi di scuola e odore di matite, leggo le prime lettere dell’alfabeto, rimbalzando lo sguardo sulle poltrone già occupate. Mi fermo alla quarta lettera, sollevato di vederla vuota. Questa è la mia poltrona, ce ne sono tante come lei, ma la “2D” è la mia.

Neanche il tempo di sedermi, il treno si muove.

Mi accorgo che sono l’unico occupante delle quattro poltrone disposte a coppie ai lati opposti di un tavolino. Dopo essermi guardato attorno, tiro un sospiro di sollievo di non avere dovuto condividere questo risicato spazio con altri passeggeri.

Con lo sguardo attraverso lo stretto corridoio, a un paio di poltrone di distanza, al finestrino opposto al mio vi è una donna dalla capigliatura scura e riccia, gonfia di spuma: fissa rapita uno schermo di un computer portatile. Attira la mia attenzione per il fastidioso rumore scrocchiante che produce.

Da un pacchetto di patatine, estrae meccanicamente una manciata di fettine di tuberosa fritta, senza mai distogliere lo sguardo dallo schermo le infila con voracità nella bocca, stritolandole prima e deglutendole poi. Il cacofonico suono è il risultato di due gesti: le dita afferrano le patatine nel pacchetto e producono lo sfrigolare del materiale poliaccoppiato di plastica e alluminio, segue avida la masticazione a bocca semi-aperta. Il colpo di grazia è però un terzo gesto che intervalla tra i due precedenti con vezzo civettuolo: ripassa le dita unte sulle ciocche dei ricci della scura criniera.

Sono nella città di destinazione del treno, un breve viaggio e sono in un’altra, un viaggio un po’ più lungo del precedente poi in un’altra ancora. Anzola dell’Emilia, poi Carpi, Correggio. Breve stop nel mezzo a mangiare un tristissimo “tris” di pasta fredda all’autogrill di Modena Sud o Nord, ma poteva essere pure Modena Tropico del Capricorno: l’afa è asfissiante.

Centosessanta chilometri di strada asfaltata. oltre a quelli di strada ferrata, sono di nuovo a casa: ore venti e trenta, Stazione Tiburtina.

Scendo dal treno e mi incammino sulla banchina affollata, facendo lo slalom tra passeggeri in partenza, quelli appena arrivati e le loro appendici contundenti: i trolley come le lame dei carri falcati.

Scendo le scale che immettono nel basso budello di cemento che porta all’esterno della stazione, avverto un richiamo proveniente dalla banchina. Mi volto d’istinto. Un brulichio di folla indistinta dietro di me. Ancora prima di torcere il collo oltre la mia spalla destra, so già che non c’è nessuno che mi ha chiamato. Eppure il richiamo è stato squillante, perentorio.

Mi fermo. Vengo quasi investito da un gruppo di persone che scende le scale compatto e risoluto come un gruppo di ciclisti in volata. Ripercorro i gradini nel senso opposto e mi affaccio sulla banchina. Sorrido, ma nessuno può accorgersene. Sul viso non traspare espressione, nessuno dei dodici muscoli che si attivano per sorridere fa una piega. La sensazione di benessere è però inequivocabile. Lo sento. Certe cose le senti. Si infilano tra gli strati di pelle. Sussurrano alle orecchie. Generano un lento e inesorabile moto tellurico di brividi che percorre tutta la schiena e fa capolinea alla base del collo. Fanno rizzare i peli. Liberano stormi di farfalle che volano impazzite nello stomaco. Certe cose le senti. L’Io razionale è sempre in ritardo, come i treni pendolari.

Con lo sguardo faccio lo slalom tra la folla, attirato magneticamente da un punto indefinito della banchina. Seguo una traccia invisibile agli occhi di tutti. Fiuto un’orma d’aria come un bracco, la testa tutta eretta, la punta del naso ancora più in su. “Assaggio” l’odore che fluttua alla mia altezza. Mi concentro su quella traccia inconfondibile e la seguo anche se il movimento dell’aria “disegna” una traccia completamente diversa dalla pista reale a causa degli odori di ferro, cemento, sudore misto ad acqua di colonia e scie di profumi sintetici.

Il mio sguardo atterra in una zona della banchina, temporaneamente sgombra di viaggiatori. Certe cose le senti. Il richiamo non giunge da un punto preciso, è tutta la banchina: parla di te.

Di saluti da un treno, di baci strappati da una porta in chiusura, di sguardi lunghi quanto il treno, pensieri che rincorrono a perdifiato l’ultimo vagone e, quando sparisce dopo quella maledetta curva, ritornano indietro sbattendo contro la faccia e lasciando dietro di sé un rimbombo che rimbalza tra mente, cuore e viscere.

Ricordo che mi dicesti tanto tempo fa con glaciale distacco: “Acqua ne è passata sotto i ponti”. Non ti ho mai odiato, ma ho odiato queste tue parole come poche volte mi è capitato di odiare nella vita.

Quell’acqua mi travolse e me ne accorsi quando ormai ero a valle o forse lo eri tu; in ogni caso, troppo tardi; in ogni caso, distanti agli opposti. Nonostante i marosi del tempo, sono ancora qui. Fermo sulla banchina. Stazione Tiburtina. In compagnia del pensiero di te.

Mi guardo intorno, vedo un mucchio di gente in un moto formicolante come gli operosi insetti che entrano ed escono senza sosta da un foro nella terra polverosa di un’estate straordinariamente torrida, Mi appaiono davanti le scale. Esito. Qualcosa mi trattiene. Mi fermo sul posto. Una ragazza mi urta e passa oltre, biascicando una mezza imprecazione e un insulto per intero. Spalle nude, capelli scuri, viene inghiottita dalle scale insieme al resto della massa formicolante. No, non eri tu. Faccio un paio di passi di lato, sfilano oltre i viaggiatori impazienti di raggiungere casa, amici, fidanzati, coniugi e figli, amanti o appuntamenti al buio.

Estraggo un pacchetto sgualcito dalla tasca. Ho abbandonato da tempo il pacchetto morbido, ma non c’è niente da fare: riduco in poltiglia da riciclare anche il pacchetto in cartoncino rigido. Sto per portarmi un sigaretta alla bocca, ma un cartello di divieto dapprima mi impedisce di accenderla e poi mi dà la spinta per imboccare, anche io come tuti gli altri, le scale e confondermi con la fiumana confusa di carne, tessuti, tacchi, valigie, sudore misto ad acqua di colonia e scie di profumi sintetici.

Mi volto ancora una volta all’indietro, per pochi secondi. Scansione della banchina. No, non ci sei. Lì, non ci sei.

Ti porto con me. Per tutta la vita.

Spero sia un viaggio ancora molto lungo.

Onda sonora consigliata: In Between DaysThe Cure

Leggi le altre Storyette del Tabagista dell’Amore e la sua piccola venere

13 pensieri su “Stazione Tiburtina

    1. The Cure sono il mio gruppo preferito da tempo immemore. Tanto che il blog prende il nome dal titolo di una delle loro più belle canzoni. Qui trovi la mia personale interpretazione del testo: https://redbavon.wordpress.com/problogo/pictures-of-you-traduzione/

      Questo tossico dell’Amore fa capolino tra queste pagine dall’inizio di questa webbettola. È una presenza costante, diafana come la sua Piccola Venere che appare tra una voluta di fumo e i suoi sentimenti e pensieri, lasciando dietro di se’ un’illusoria sensazione di benessere e retrogusto acre.
      “In Between Days” è l’onda sonora perfetta per questa storyetta, storia che dura il tempo di una sigaretta, perché la canzone è stata scritta da Robert Smith per la moglie mosso dall’esigenza di confermarle il suo amore anche se era distante in giro per il mondo nei concerti della band. Leggendo il testo della canzone e tra le note, tra le righe ci ho trovato questo tossico su una banchina della Stazione Tiburtina.

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  1. ricordi di un passato remoto oppure fantasie liberate dal tabagista?
    Comunque sia, bello questo racconto.
    O.T. L’autogrill sulla A1 direzione Milano? Dopo l’uscita di Modena Nord. Non si può sbagliare visto che l’altro è a Bologna. Il tabagista dell’amore è nella mia terra che conosco molto bene.

    Piace a 1 persona

    1. Come di solito accade a chi scrive un racconto c’è un mix di vissuto e di fantasia. In questo caso c’è anche lo “zampino” di una canzone dei The Cure. Il racconto lo avevo tra le dita, una bozza buttata giù dopo un viaggio in treno con un inizio, una fine e niente nel mezzo. Ho trovato tutti i pezzi del puzzle tra le note e i versi di questa canzone.
      Le storyette del tabagista hanno sempre questa genesi: fumose all’inizio, restano sospese in un limbo di pensieri e sensazioni, poi d’un tratto si consumano su un foglio, di carta o di pixel. Rimane questa cicca fumante.
      PS: credo fosse l’autogrill a Bologna perché sono partito per Anzola e proseguito per le altre tappe dalla stazione di Bologna. Non guidavo io e non ho fatto caso.

      Piace a 1 persona

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