A El BaVón Rojo tenemos que bailar la cucaracha [by Silviatico]

Segno

Segno “due” per Silviatico. Oh non è il numero di birre e di grog che si è scolato…Non mi basta tutta l’insegna per segnarle.

L’anno nuovo è arrivato a El Bavon Rojo e ha colto con una certa sorpresa l’Oste. “Allora, è già passato ‘sto fottuto Capodanno o no?” la domanda dell’Oste rimane sospesa in un limbo tra lo stato confusionale al naturale dell’Oste e gli effluvi di grog. Quel pinche gringo del mi hermano Silviatico ci dà qualche gustosissimo ragguaglio e continua la storia…che sarà lunga almeno un anno. Intanto, tenemos que bailar la cucarracha.

Autore: Silviatico

Tenemos que bailar la cucarracha

Ebbene si, non si fosse capito ancora, El Bavon Rojo è un luogo in cui ci si arriva per caso e non lo si lascia più. Così a me è capitato di festeggiarci un numero infinito di Capodanni, tanto che ne ho perso il conto. Ed è da lì che, adesso, sto scrivendo, disteso sulla mia amaca, un po’ eccitato per la festa che si annuncia a sera. E decisamente perso nell’universo paludoso del tempo: quello che ti fa rigirare intorno, tra sabbie mobili ed alligatori.

Ma che senso abbia un Capodanno in un luogo in cui, tutti i santi giorni, è “Capodanno”, non sono ancora riuscito a capirlo: ogni sera ci provo, ma il grog finisce per ributtarmi punto e a capo. Questa domanda mi ronzava per la testa. Quando, sbalzato dall’amaca, affrontavo come un vampiro, la luce abbacinante del giorno, per andare a fare colazione a El Bavon Rojo. Strana colazione, si sarebbe potuto dire, considerando che mi avrebbe richiesto il consumo di otto cervezas, per convincerla ad accomodarsi in pancia senza protestare. Ma, ancor più bizzarro è  El Bavon Rojo: postaccio infame, dove è naturale prendersi una coltellata, tra un sorriso e un complimento. Locale tanto lurido da ospitare colonie sterminate di cucarrachas, in grado di ballare sfacciate in pieno giorno, con la stessa sicumera delle pantegane in una fogna, tra borracheros perennemente piangenti, coccolati dalla marimba dell’indio Osorio: abile musico, anche se perfettamente analfabeta; spesso con al seguito il bassista Demetrio; personaggio originale anch’esso: capacissimo di miracoli con la sua pseudo chitarra basso, consistente in un’asse smozzicata, con quattro fili di ferro fermati con chiodi alle estremità. A sentirlo suonare, non si sarebbe detto che si trattasse di strumento così artigianale. L’unico neo della band era il repertorio: un unico pezzo, in cui ripetevano una sola parola:” borracho”(ubriaco), declinandola in tutte le forme, note e ritmi possibili.

“Que pasò!”Mi salutò l’oste,vedendomi comparire sulla soglia della bettola.

“Ola cabròn”, risposi come sempre. Lui di rimando:”Pinche gringo!”

Ordinai uova con salsiccia fagioli e tortillas, appellandolo “chango” (scimmia). Prendendo posto al tavolino sgangherato che mi tenevano riservato, vicino alla finestra che dava sul campo di volo. Detto così, perché, a sera, ci si esercitava a chi faceva volare più in alto le bottiglie di birra, colpendole con i razzi. Venne pronta Carmencita, più rapida della sua scollatura, a servirmi la brodaglia che, lì, chiamavano cerveza” superior”. Si chinò quel tanto da mostrarmi il suo seno generoso: me ne servii a sufficienza, rimandando il resto alla notte, prima di sfiorarle una guancia con la mano, le feci scivolare un biglietto da dieci tra i seni.

Qualcuno si starà domandando che ci faccia un civile europeo, in quel luogo fuori dal mondo. A costoro faccio notare che sarebbe meglio che provino a informarsi presso qualcuno dei maya lacandones, chiedendo loro il motivo, per cui hanno abbandonato la loro confortevole selva nel Chiapas, per venirsene fin qui, nel piattume paludoso yucateco, zona tra le più squallide al mondo. Un sito molto più simile a quello di uno sfintere che, contraendosi, evacui particolari conformazioni di umanità: sottili come pertiche, dagli ampli sombreri, scaracchianti peggio di una metralladora dei tempi di Pancho Villa. Unico individuo di carattere e degno di nota, senza dubbio, è l’oste di El Bavon Rojo; uomo in grado di incutere persino timore agli scarafaggi del locale. E si sa che ce ne vuole. Ancora adesso ricordo la sera in cui feci la loro conoscenza.

Era sempre Capodanno, come mi dissero in seguito. Il garzone Narciso, il nanerottolo della corte dell’oste, sparacchiava indemoniato petardi a casaccio. Ovunque infuriavano stellanti e traccianti. Per terra giaceva un drago avvampante di bengala. L’oste era intento a spegnere un principio d’incendio. Di Carmencita si vedeva solo la fronte, perché rintanata dietro al bancone. I campesinos, ubriachi persi, si abbattevano ovunque, fulminati dal grog. Io ero appena arrivato da Merida. Ero diretto a Puerto Juarez, sul mare, quando si fermò per un guasto “el camiòn”, a poca distanza da Valladolid, nel cuore del nulla. Il conducente mi aveva suggerito di camminare qualche chilometro, per fare prima, che ci avrei trovato un luogo dove riposare. Perchè, lì, la faccenda minacciava di farsi lunga. Non sono mai riuscito a ricostruire quanto abbia camminato. Però so che arrivai che era già notte, guidato dai bengala colorati nel cielo nero come la pece. Una volta giunto, esausto, mi ero abbandonato sulla sedia più vicina, accanto alla tavolata posta sulla veranda di El Bavon Rojo.

Carmencita giunse flessuosa e ancheggiante, con bicchiere e bottiglia, versandomi una dose generosa di grog, vanto di El Bavon Rojo. La mandai giù d’un colpo, rimanendo fulminato, con la testa reclinata sul tavolo. Fu il lampo dell’ennesimo razzo a rivelarmi l’orrida verità: a pochi centimetri dalle ciglia, si stava svolgendo un orrido mercato delle blatte: a migliaia formicolavano, sciamando, alcune dalle dimensioni mai viste. In tutto quel brioso viavai, mi parve di cogliervi il loro benvenuto a El Bavon Rojo, confermato subito dopo dal vocione dell’oste che, domato il fuoco, era giunto dicendo cordiale:” Bienvenido cabròn d’un gringo, que te pasò?” Gardandolo con gli occhi appannati dal grog e schifati dalle blatte, riuscii a rispondere:” Hay, aquì tienes demasiadas cucarrachas!”

“No hay pedo cabròn d’un gringo: no te comen, ademàs…”Non finì la frase, poiché, crollai in un sonno profondo.

Ma torniamo al Capodanno. Del resto è per questo motivo che ho cominciato a scrivere il racconto per il mio carissimo ospite. In quasi tutto il mondo è un rito annuale, che celebra il passaggio tra un anno e l’altro, come recita la parola stessa. A El Bavon Rojo, invece, è la normalità quotidiana. Hai voglia a cercare di spiegare la cosa: non ti danno ascolto. Persino l’oste, stufo di spegnere le fiamme che minacciano ogni sera il suo locale, è dalla mia parte, nel sostenere che il Capodanno è già passato. Ma rendetevi conto quanto sia difficile discutere, mentre Narciso seguita a tirare petardi tra le zampe dei poveri cani randagi. Perché, insiste, vuole vederli ballare. Osorio, Demetrio e tutti gli altri avventori, gli danno ragione, disquisendo di tradizioni e di rispetto, Io cerco sempre di farli ragionare:”Il Capodanno in Italia è altra cosa…”. Inizio, senza mai finire. Poiché Narciso mi interrompe sempre dicendomi:” Eres gringo, non puedes entender!” In effetti, non ci capisco ancora una benedetta patata su tanto accanimento festaiolo. Soprattutto sul perché di quel drago che, ogni sera, gli indios si ostinano a mettere in scena, con gravi rischi per la propria ed altrui incolumità.

Ma tant’è che, dopo la disputa, che già il sole è tramontato, vedi questo drago prendere vita sulle spalle dei maya, cominciando a vomitare fuoco e fiamme per ogni dove, correndo in circolo, tra gli olè della folla di ubriachi fradici. A questo punto, non mi chiedo più che senso abbia tutto ciò. Mi lascio andare anch’io alla fiesta ed alle danze: ci sarebbero stati infiniti giorni ancora, per cercare di darci una risposta…

P.S. dell’Oste: sarà, ma dopo che ho letto questa di Silviatico, sono sempre più convinto che…non è passato un anno. Tutto è come se fosse ieri.

Narciso: “Forse dovresti bere meno grog prima di andare a dormire…”.

Oste: “…Se tu la finissi di lanciare i petardi a cani e blatte, forse chiuderei occhio prima. E pure quelle povere bestiole…”.

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