Destinazione PlayStation Città

Non sottovalutate la potenza di PlayStation! Questo il claim della campagna pubblicitaria della prima PlayStation. Strano è che uno slogan pubblicitario si sia poi rivelato vero!

Se volete seguirmi in questo viaggio, siiore e siiori, salite su questo treno diretto, uno di quei vecchi treni che di “diretto” ha solo il nome, perché tra la stazione di partenza e quella di destinazione si ferma a tutte le stazioni intermedie, facendoti scoprire dei posti sperduti, procede lento al ritmo di ferro e traversine e ti culla al suono  del dum-du-dum. Il biglietto costa solo un po’ della vostra attenzione e pazienza.

Benvenuti sul treno, destinazione PlayStation Città.

Destinazione PlayStation Città [foto by RedBavon]
I giochi della PlayStation, come di qualsiasi console, sono la linfa vitale, il motivo di acquisto da parte di un consumatore. E la prima console Sony aveva tanti buoni motivi per restare stabilmente infissa sul mobile sotto la TV del salotto buono.

Nel giugno del 1996, nove mesi dopo il lancio europeo, misi insieme la vile pecunia per acquistare il nuovo accrocco colore grigio-topo e un paio di giochi, visto che la PlayStation inaugurò la vendita dell’hardware senza giochi in bundle, cioè inclusi nella confezione e nel prezzo della console. L’essere riusicto a trovare un primo lavoro in cui venivo anche pagato, il colpo di grazia a ogni mia eventuale resistenza a non cedere alla potenza di PlayStation fu una sostanziosa riduzione di prezzo della console. In Italia, il prezzo di lancio della console di 700.000 lire (=€.361,52) era ampiamente fuori della portata del mio portafogli, sia per a causa dell’esoso numero di fogli di carte da mille lire, sia per motivi “morali”: quasi il doppio di qualsiasi console di videogiochi che abbia mai acquistato, il prezzo quasi di un computer. Nel giugno del 1996 la riduzione di prezzo a 400.000 lire (=€.256,58), i risparmi accumulati e, sopratutto, una prospettiva di recupero di quanto speso nei mesi a venire, rese realistico il miraggio videoludico di cui leggevo da mesi sulle pagine delle riviste specializzate. Mi recai così in un negozio di giocattoli nei pressi della Stazione Centrale di Napoli, quartiere che all’epoca bazzicavo spesso sia per lavoro sia per le mie trasferte di cuore tra la mia città e Roma. Uscii dal quel negozio in una tarda mattina assolata , calda e metropolitanamente afosa di giugno, trionfante e trepidante come ognissantavolta che ho acquistato una console, sotto braccio una grossa scatola e due giochi, Ridge Racer Revolution e Alien Trilogy.

Nella confezione un misero disco demo, che ancora conservo. Tocca rimediare…

Avevo appena messo piede sul treno destinazione PlayStation Città. Siioore e Siioori, in carrozza! Si parte.

 

Il primo dei due giochi scelti con l’acquisto della console fu Ridge Racer Revolution, una versione più evoluta di Ridge Racer, un capolavoro di gioco di guida arcade che aveva sbancato nelle sale-gioco e che aveva accompagnato il lancio della console; impossibile dimenticarlo non tanto perché è il primo dei giochi acquistati, ma per le serrate gare alla derapata più selvaggia nei torridi pomeriggi estivi con il mio carissimo amico Luca dai tempi di Harry Pitfall.

Se su Commodore Amiga si poteva già sperimentare addirittura una prima simulazione di guida con Formula 1 Grand Prix di Geoff Crammond, su console il gioco di guida era essenzialmente di tipo arcade. Sulla Playstation, oltre al racing arcade di Ridge Racer e dei suoi tre capitoli seguenti, i giochi di guida ebbero nuovo impulso grazie al racing (semi)simulativo di Gran Turismo, tutto lo spettacolo del circus dei motori in Formula 1, la rissa di lamiere in quel manifesto videoludico degli sfasciacarrozze che è Demolition Derby, l’eccitazione di seminare il panico sulle strade inseguiti dalla polizia in Driver, i circuiti e i veicoli avveniristici percorsi a velocità  smodate in Wipe Out. I giochi di guida diventarono un asse portante del catalogo delle future piattaforme di gioco, molto più che in passato. Ogni generazione di PlayStation a eccezione della più recente PS4, ha avuto un titolo della serie Ridge Racer nella sua line-up di lancio.

Psygnosis. Con PlayStation fu l’inizio della fine di questo grande marchio ed editore dell’epoca 16-bit. Chi ha avuto un’Amiga potrebbe avere un momento di commozione

Driver e Demolition Derby sono la ragione per cui oggi c’è un “gioco di guida” come struttura portante di in un qualsiasi “open world”: per muoversi da una parte all’altra della città o dell’universo di gioco, si usa un “mezzo di trasporto” con uno stile di guida che deve molto ai due titoli su PSX, sviluppati dalla britannica Reflections Interactive e pubblicati dalla mitica e ormai defunta Psygnosis (acquisita da Sony nel 1993 e chiusa nel 2012). Non a caso, DMA Design, altro importante sviluppatore britannico sotto il logo del gufo Psygnosis, è responsabile di Grand Thetf Auto. DMA design, i creatori di Lemmings su Amiga, oggi si chiamano Rockstar North.

Che bocca grande che hai! (Alien Trilogy PSX, 1996)

Alien Trilogy fu il secondo dei due giochi che accompagnarono la prima PlayStation a casa mia. Alien Trilogy è uno spara-tutto in prima persona (FistPersonShooter) che ripercorre la storia dei primi tre Alien in 30 livelli di cunicoli e stanze popolate dalla razza degli alieni più bastarda di tutta la cinematografia. Appassionato come sono della saga di Alien e non avendo i soldi per un potente PC che facesse girare Doom come Cristo-bit comanda, questo gioco realizzava il sogno o, meglio, l’incubo di rivivere in prima persona le gesta di Ripley: per la prima volta sul piccolo schermo un videogioco cattura la tensione della saga dell’alieno più infame e terrorizzante del grande schermo e, in particolare, i feroci combattimenti nei corridoi della stazione su LV-426 nel secondo film Aliens – Scontro Finale.

Facehugger! Escono dalle fottute pareti! (Alien Trilogy PSX, 1996)

Nell’immagine precedente, vedete in alto al centro quella specie di smarmellata di pixel squadrettati e accostati in una trama Principe di Galles intessuta da un sarto sotto effetto di anfetamine andate a male? E’ un facehugger che sta per piantarsi in faccia (allo schermo). Scena raccapricciante nel film nel 1979, altrettanto nel videogioco nel 1996. Oggi potete anche sorridere, ma garantisco che quei “cosi” saltellanti da tutte le parti mi hanno messo ansia quanto, se non più, del film.

La PlayStation non brillava nel genere FPS, il PC era di gran lunga più performante in termini sia di motore grafico sia di prestazioni generali; inoltre, la croce direzionale presente sul joypad della PSX era infinitamente peggiore della combinazione mouse/tastiera, con il risultato che gli input del giocatore avevano una risposta su schermo simile alla manovra di un tank. Su PlayStation per lo più si ebbero conversioni zoppicanti o versioni rimaneggiate al risparmio dei maggiori successi per PC, ma alcuni titoli originali seppero regalare soddisfazioni e anche qualche chicca.

Un archeologo da radiare dall’albo (Exhumed aka Powerslave, PSX, 19

Exhumed ambientato tra le rovine dell’antica città egizia di Karnak, una versione interattiva dei film della serie La Mummia. Alla prima impressione può sembrare una versione di Doom con un’ambientazione ispirata all’Antico Egitto e popolata da creature “tipiche” come mummie, scorpioni e demoni assortiti; all’inizio, si va in giro per le rovine di Karnak armati di solo machete e una pistola con una manciata di proiettili; in breve ci si ritrova a saltare su piattaforme alquanto precarie, a nuotare in caverne dalle volte luccicanti, a percorrere cunicoli di templi, ad attraversare antri dimenticati dalla Storia, facendosi largo tra grandinate di palle di fuoco, creature mostruose e divinità incavolate abbestia per avere disturbato il loro sonno millenario (in realtà, sotto sotto c’è lo zampino di qualcun altro…). Exhumed è nel 1996 ciò che Metroid Prime sarà nel 2002: non uno spara-spara a qualsiasi pixel si muova, ma uno spara-tutto con una forte componente esplorativa e di piattaforme.

Impatto imminente con un Genestealer Grazie a una routine di sparo da estrazioni (sfigate) del Lotto, a questa distanza l’abbraccio letale era inevitabile. I Genestealer hanno un alito terrificante. (Space Hulk, PSX, 1996)

Space Hulk: Vengeance of the Blood Angels, non un titolo originale ma conversione da 3DO (uno dei più grandi flop commerciali tra tutte le console), riesce nel difficile compito di catturare l’atmosfera di Warhammer 40,000, mettendo il giocatore nell’esoscheletro di un possente Terminator tra i cunicoli di uno Space Hulk infestato da Genestealers. Se questo paragrafo vi suona meno chiaro di un passo di Vangelo in aramaico antico, potete soddisfare la vostra curiosità leggere di Space Hulk, Terminator e Genestealers  in Space Hulk, il nonno di Dark Souls.

Medal of Honor, oltre a inusuali contributi di star del cinema come Steven Spielberg (trama) e Michael Giacchino (colonna sonora), inaugura proprio su PSX la saga FPS dei feroci scontri ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale. L’attuale fenomeno mondiale noto sotto il marchio di Call of Duty (COD) deve molto, sia come fonte d’ispirazione sia come iniziali meccaniche, a Medal of Honor.

Infine, tra i giochi con visuale in prima persona, citazione d’onore per la follia tipicamente giapponese approdata anche in Occidente (di solito confinata in terra nipponica), Jumping Flash!, non uno spara-tutto, ma un gioco di piattaforme in 3D. per l’esattezza il primo videogioco di piattaforme in 3D di tutti i tempi, in cui s’interpreta…un coniglio robotico, Robbit.

Per un trasvolatore di cieli virtuali come me, è impossibile non citare il combattimento aereo arcade di Ace Combat e per chi sognava non una fuoriserie rossa con cui pavoneggiarsi con le ragazze, ma di pilotare un X-Wing, la serie Colony Wars e i suoi combattimenti nello spazio siderale. Noi videogiocatori ne abbiamo viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti non andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia: è ora di riaccendere la PlayStation.

Il primo incontro nella casa di Resident Evil. I videogiochi non sono stati più gli stessi da allora

La prima volta che un videogioco mi ha fatto quasi trapassare a migliore vita causa infarto: Resident Evil o, come lo chiamava la mia morosa che me lo regalò, “PResident Evil”. In effetti se lo merita il titolo onorifico a vita di Presidente nella Repubblica dei Videogiochi.

La scena dei cani (e non dico altro…) mi ha quasi accoppato: talmente il salto sulla sedia, che sono andato indietro con la schiena e la sedia si è pericolosamente inclinata all’indietro, i metallici piedi anteriori sospesi in aria. La caduta a peso morto sarebbe stata letale, avrei sbattuto il cranio sicuramente. Ricordo con nitidezza l’attimo in cui, in bilico, ho avuto la consapevolezza di non essere seduto su una sedia, ma su una catapulta, senza che mi rimanesse nemmeno il tempo d’intonare un pater noster. L’attimo dopo, per pura questione di sorte (buona sorte), i due piedi della sedia sospesi in aria sono ritornati improvvisamente a terra.

La prima volta che iniziai a sentire le “voci” di notte e rimanere immobile sotto le lenzuola in una casa, la mia, che sembrava un concerto di scricchiolii anomali e rumori stranianti: Silent Hill. E imparai a non giocare fino a notte tarda a luci spente. Parasite Eve II (il primo non fu distribuito in Europa) merita la citazione perché come survival horror si pone esattamente tra Resident Evil e Silent Hill, ha una sua atmosfera originale e Aya Brea, la protagonista, è una gran gnocca.

L’incantevole Aya Brea

La prima volta che mi commossi alle lacrime per un videogioco: la scena della morte di Aeris in Final Fantasy VII è toccante, pura poesia dell’amore perduto sebbene in freddi poligoni. E se ho pianto non è perché sono un nerd fuori tempo massimo e chi non lo capisce è perché ha una foresta pluviale di pelo sul cuore. Quella scena e quella musica mi è rimasta nel cuore e ogni volta che ascolto quel tintinnio con cui inizia, mi vengono i brividi.

L’esplorazione e l’avventura del già citato e arcinoto Tomb Raider, venduto in confezione di doppio CD mentre all’interno ce n’era soltanto uno (il marketing iniziava ad affinare le armi per farsi notare sugli scaffali), generò un’ondata di emuli e originali, in ogni tipo di “salsa”, dal fantascientifico al fantasy, dal cyberpunk alla spy-story: Fade To Black, la saga di Legacy of Kain (con un’iniziale capitolo action RPG assai sottovalutato), Fear Effect, Syphon Filter, Medievil.

Di come le avventure action sulla scia di Tomb Raider, i giochi di ruolo, il 3D nei picchiaduro e il gioco del calcio Winning Eleven ebbero un ruolo importante per convertire nuovi adepti alla PlayStation e ai videogiochi ne ho già ampiamente scritto nella storia del vero Millennium Bug.

Grazie alla potenza computazionale  della console Sony e all’ampio spazio disponibile sul CD-Rom, platform e spara-tutto, il nerbo della tradizione videoludica fino a quel momento, raggiunsero vette impensabili per noi gamer mai sazi di esclamare “è (quasi)uguale al bar!”. Alcuni videogiochi rappresentano per il loro genere di appartenenza lo zenith, non soltanto grafico, ma anche di giocabilità.

Tra i platform la prima citazione va a Tombi (in USA noto come Tomba! Chiaramente improponibile in Italia con questo titolo), ideato dallo stesso autore di Ghosts ‘n Goblins: è un rappresentante dell’euforia paradossa mista alla bislaccheria tipica del programmatore giapponese in trip da eccesso di sakè. Già dalla copertina potete farvi un’idea, ma se pensate che l’immagine è soltanto una trovata pubblicitaria, mentre il videogioco è la solita minestra di salta-evita-ma-tanto-muori-lo-stesso, vi sbagliate: vi ritroverete a interpretare un ragazzino selvaggio dagli improbabili capelli colore rosa, che, derubato di un braccialetto, unico lascito del suo amato e defunto nonno, si lancia all’inseguimento dei furfanti, i terribili (?) maiali Koma, ma non è tutto quic’è dell’altra carne a cuocere. Un videogioco sconsigliato ai vegani.

A parte la fessa battuta, Tombi! è un meraviglioso esempio di platform con elementi RPG. In Europa, non ebbe grande successo e furono distribuite un numero di copie con il classico lanternino: oggi provate a guardare sull’eBaya quanto chiedono per una copia di un gioco di appena vent’anni fa? Dovrebbero rinominarla l’eBaya di Tortuga, zeppa com’è di tagliagole e filibustieri.

Altri titoli da citare sono: il pucciosissimo Klonoa; Heart of Darkness con i suoi ritocchi in grafica 3D per creare l’effetto di profondità/rilievo; il buffo, sfigato e petomane Abe in Oddworld Abe’s Oddysee; la PlayStation dà i natali alla mascotte della francese Ubisoft, Rayman; è anche il momento di grandi ritorni come Mega Man, Strider e Pitfall; non mancarono forme ibridate con il 3D come Pandemonium. Spyro the Dragon e Crash Bandicoot. Il marsupiale Crash (il bandicoot comprende 20 specie di marsupiali)  s’ispira a un altro famoso marsupiale, Taz, e per Sony è il tentativo di creare una mascotte come Sonic per Sega e Mario per Nintendo. Il videogioco è un grande successo, ma l’obiettivo di creare una mascotte al pari dei concorrenti rimane a distanze siderali da un Mario inossidabile e un appanannato Sonic.

Uno dei migliori videogiochi per PlayStation, tuttora insuperato nel suo genere, appartiene proprio ai platform: Castlevania – Symphony of the Night è un riuscitissimo ibrido tra platform dalle meccaniche già perfezionate su NES e SNES e un gioco di ruolo. E’ lo zenith della serie Castlevania in grafica bidimensionale, con una mappa enorme, una grafica da “bar” e una giocabilità stellare. La battaglia contro Dracula e le sue legioni dannate non è mai stata così avvincente, nemmeno sul grande schermo.

Castlevania: Symphony of the Night, lo zenith della serie in grafica 2D

In principio fu Space Invaders, poi lo spara-tutto divenne una colonna portante di tutte le console fino al suo massimo splendore sul Sega Saturn (1994-1998); gli fu inferto un colpo fatale – ironia della sorte – da Wolfstein3D e Doom, la nuova generazione di “spara-tutto”, i “first person shooter”. Oggi un genere di nicchia, la vecchia scuola degli spara-tutto durante l’epoca PlayStation ebbe un periodo leggendario, per lo più in Giappone.

La produzione giapponese era imbarazzante, la maggiore parte dei titoli rimase confinato in terra nipponica, il che fu un vero peccato solo citando Pop’n’TwinBee Yahoo, Gradius Gaiden e Sexy Parodius. In Europa il genocidio di pixel sullo schermo in senso orizzontale o verticale, nella veste 2D o un’ibridata 2D/3D, fu possibile grazie a: G-Darius, X2, Raystorm e R-Type Delta, che si aggiudica la palma del migliore spara-tutto per PlayStation. Negli Stati Uniti andò meglio con una distribuzione più ampia del vasto catalogo di titoli giapponesi: gli yankee poterno mettere le mani su inferni di fuoco e distruzione in poligoni e pixel come Einhander, Raiden Project e ThunderForce V.

Lungi da me il pensare di avere esaurito il tema, non ho menzionato per esempio gli spara-tutto con la pistola G-Con in cui “si spara per davvero alla televisione”. Ma dopo questa lunga galoppata sulla tastiera, sono certo di essermi lasciato indietro, oltre a una scia di amarcord e a mollichine di pixel, qualche lettore non avvezzo alla mia lingua scritta (e crocifissa) o ai videogiochi. Perciò, metto in pausa e, se volete, potete continuare voi:

avete un videogioco chiuso insieme a un ricordo nel cassetto?

Onda sonora consigliata: Aerith’s Theme (piano version) in Final Fantasy VII Advent Children OST

 

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28 pensieri su “Destinazione PlayStation Città

        1. Ho giocato al primo e già era uno rullacartoni a incontri decisamente soddisfacente. Ultimamente sono tornato al vecchio 2D con The King of Fighters XIV e poi su Switch Arms è un gioiellino per le risse in famiglia.
          “Grazie” all’influenza ho potuto terminare Resident Evil 7 (magnifico!), mi manca solo il secondo finale (ma pare nulla cambi nel gioco a parte il video finale) e ho rimesso le mani su Destiny…il virus mi ha sdrerenato la carcassa, le falangi erano l’unica parte che riuscivo a muovere 😉

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            1. King of Fighters è la sagRa della tamarraggine come rullacartoni comanda! Qualche donnina che fa vedere e non fa vedere, io ci provo sempre a farla piroettare in combo improbabili e coreografiche nella speranza di vedere se quella pezzo di stoffa riveli un bradello di slip…Sui nomi ho dato forfait da tempo: si sono talmente incrociati i rullacartoni SNK che al confronto il cast di Games of Thrones è una classe di prima elementare.
              Questo capitolo mi sta piacendo perché le mazzate atterrano sui pixel come una scacciamosche su una mosca intrappolata dalla carta moschicida. So’soddisfazioni e libera tossine metropolitane in eccesso.

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                1. I rullacartoni in 2D hanno avuto una fiammata di ritorno. Mi sono fatto da poco recapitare dal Giappone la versione su disco di Darkstalkers Resurrection che contiene Night Warriors e Vampire Savior. Diamine se si vede l’età che hanno, ma vuoi mettere averceli a casa e non dovere andare a girare i bar della città alla ricerca di un cabinato. Morrigan poi mi attizza paurosamente 😉
                  Darsi botte da orbi su schermo senza troppi pensieri è impagabile e non vedo l’ora di organizzare con i miei due nanerottoli torneoni di mazzate e stuzzicare malvagiamente un indicibile rivalità tra i due, da soffocare nel rosicamento più assoluto grazie alla maggiore esperienza di quell’infame di genitore. Avevi proprio ragione tu a proposito di FFVII e le scie chimiche: i videogiochi sono formativi!

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  1. Dunque! Per primissima cosa la smetta di farmi pensare ad Aeris! Accidenti! Per secondissima cosa non ho mai avuto un psone in nessuna sua incarnazione. A quel tempo ero in pieno fermento per il modding dei PC quindi non avevo tempo (ah ah come suona bene tutto questo tempo) per desiderarne una. Oggi rimpiango non avere avuto un paio di titoli di quella console più per il feticismo del possesso che per altro. In quegli anni era l’unico in classe che posseva un masterizzatore e che sapeva far funzionare i demoni per montare i cd… puoi immaginare come andò a finire…

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    1. PSX e lo smanettamento dei PC hanno parecchio in comune. la PSX moddata accettava i dischi copiati e, a parte la soluzione rapida di acquistarli dal “pirata di fiducia”, se si aveva un masterizzatore, si diventava produttori di file punto-iso, punto-cue e punto.seliporti (quanti dischi bruciati bro’?). Beato te che hai raggiunto la pace-Zen del Videogioco! Solo un paio di titoli su PSX?!? Io ancora ne accatto sulla eBaya e sto aspettando che Sony produca una Mini Classic PsOne come i carcerati al 41bis aspettano il colloquio con un parente.
      Da oggi, oltre a Mastro, hai un titolo in più: Monaco Zen del Videogioco!

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      1. Macchè Zen ero consumatore di cd vuoti e di prime partite e fine aimè. è il periodo in cui ho finito meno giochi in assoluto. Se ci pensi però molti titoloni per ps1 uscirono anche per PC. FFVII, RE, Space Hulk o ancora MGS. Gli altri li ho consumati sulle PS degli amici. Ultimamente ho una voglia di recuperare cose che mi sono perso che non ti fai un idea. Solo che sono in fase di innamoramento nintendo e quindi la baia mi porta su quelle spiaggie! 🙂

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        1. A chi lo dici! In vecchiaia mi è salita sulla groppa la scimmia di recuperare i giochi “perduti”. Ho contratto la sindrome di Proust : i videogiochi evocano in me ricordi del passato, come la madeleine al narratore di “Alla ricerca del tempo perduto”. Nel mio caso, dovrei scrivere “Alla ricerca dei videogiochi perduti”, ma Proust si rivolterebbe nella tomba!
          D’accordo che diversi giochi PSX vennero pubblicati su PC (anche in versioni migliorate, praticamente le “remastered” di oggi), ma – lo sai – io sono sull’estremista andante: bella l’emulazione, bella la “remastered”, ma fare esperienza di una certa emozione è profondamente legata al tempo e al medium. Voglio dire: “Star Wars”, anzi “Guerre Stellari” visto nel 1977 al cinema Nestor seduti su un duro sedile di legno non è paragonabile alla versione in blue ray rimasterizzata e restaurata nel roboare di un impianto Dolby True HD!
          PS: Nintendo è una malattia comune 😉

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  2. Parlare della mitica PlayStation senza citare ISSPro, ovvero il gioco di calcio che ha riportato davanti alle TV tutti gli intenditori che fino ad allora si erano deliziato il palato con kick off per Amiga, è come parlare di bellezza senza citare Monica Bellucci. Ma ci sta, ognuno ha i suoi gusti 🙂 Scherzi a parte cato RedBavon, ti sembrerò troppo estremista ma definisco la PlayStation la console più intelligente mai uscita nella storia. Sony sapeva che modificarla era semplicissimo ma non importava perché ciò aumentava comunque il numero delle console vendute. Il suo successo è derivato anche da questo. Oggi feci il solito giro al GameStop. Chi può spendere 70€ per un gioco ? Perché il prezzo del digital download è così alto ? Hanno ucciso un settore florido. Copiare i dischetti di Amiga a 5000 lire a gioco oppure i cd della Ps (con tanto di copertina a colori) era sbagliato ma io oggi la chiamerei “copiatura proletaria” 🙂

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    1. Uhè fratello di lumie e cannoli, ti sei perso un pezzo o forse semplicemente dimenticato di averlo letto.
      ISSPro è stato citato e osannato. Winning Eleven (ovvero ISSPro) qui appare fugacemente perché ne ho già scritto nell’articolo Good Old Games Ads#3: The Millennium Bug
      Lo trovi qui in ogni caso: https://redbavon.wordpress.com/2017/07/08/good-old-games-ads-3-the-millennium-bug/
      Non sono un appassionato di calcio nè ci so giocare (nè dal vero nè ai videogiochi, chiamala “coerenza”), però riconosco un videogioco dall’aura sacra e ho convertito diverse anime che giocavano a FIFA al mitico PES (erede di ISSPro). Non scherziamo sulla bellezza della Bellucci, per carità!
      Sony fu la prima grande azienda con un blasonato marchio ad avallare consapevolmente la “pirateria”. Capì quasi subito che per guadagnare quote di mercato su Sega e Nintendo doveva trovare un “cavallo di Troia”. Non s’inventò nulla di nuovo: assecondò semplicemente quanto era già endemico nel mercato e il comportamento del consumatore già dai tempi dell’Amiga e delle pile di anonimi dischetti blu. Ne avrei voluto parlare in questo articolo, ma sono andato lungo. Ci sarà occasione sicuramente, figurati se me la lascio sfuggire dalle dita 😉
      Il successo main-stream fu esattamente grazie a questa connivenza con la pirateria: gli sviluppatori continuavano a produrre giochi, contando di vendere anche a una minima percentuale di possessori di PSX, che avrebbe garantito ampiamente un rientro e un profitto; Sony continuava a vendere hardware a vagonate e sopratutto percepire royalty su ogni singola copia di gioco prodotto (prodotto, non effettivamente venduto!).
      Non cocordo sul fatto che il settore sia stato “ucciso”: i dati di mercato confermano un trend mondiale in crescita sia come vendite sia come fruitori. I prezzi sono amorali, 70 carte di eurococuzze sono un’eresia; basta aspettare qualche mese e rivolgersi a portali online europei (e alle promozioni Amazon), peccato che in Italia abbiamo perso anche questo treno di soldi!
      Sulla giustizia sociale ad opera della “pirateria” ho qualche dubbio, ma qui partirebbe uno spiegone dei miei e già questo commento mi pare sia abbastanza anche per un aficionado come te.

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  3. La prima play ne aveva, di gioconi… Tombi me lo ricordo, soprattutto per due amici intenti a “platinarlo”, coi miliardi di missioni che aveva.
    Ricordo i torneoni, con quei due amici, a Street Fighters Alpha 3: avevo taroccato un sacco di personaggi nella modalità gdr, sette per ogni memory card 🙂
    Resident Evil era la fiera dei Jumpscares, ma Silent Hill gli mangiava la pasta in testa, quella era paura di cui Sinestro sarebbe stato orgoglione!
    Molto belli i due Breath of fire, 3 e 4: specialmente il 4, aveva un paio di cattiverie di trama… non quanto il puccioso Alundra, bastardate in grafica puccia a go go!
    Koudelka, coi suoi finali a cazzaccio da ottenere (#amuletozingaro) e poi scopro che il finale ufficiale non l’ho manco ottenuto, avrei dovuto perdere contro il boss finale…
    Final Fantasy 7… scoprire che i modi per resuscitare Aeris erano tutte minchiate – provati personalmente – è stata una severa lezione, ma oggi almeno non credo a quelle cose delle scie chimiche che vaccinano di nascosto i piccoli cattolici per trasformarli in bambini gender. E poi dicono che i videogiochi non sono formativi!

    Comunque, dopo un vecchio atari, la play è stata il mio primo accrocco da gioco e anche se ho solo una quarantina di giochi (originali) mi ci sono davvero divertito! 😀

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    1. Da Atari (VCS, immagino) a una PSX è un balzo a Warp 9!
      Diamine che effetto ti avrà fatto! Roba da lasciare la mascella inferiore stabilmente infissa a terra.
      Tra i gioconi citati, Koudelka (e Galerians) sono tra i quelli che recuperere purché a prezzo decente. Su Silent Hill concordo perché la paura che incute l’opera Konami è molto più subdola e intrisa di quell’atmosfera malata. Silent Hill 2 è la perfezione perché supera i limiti tecnici, che poi hanno fatto scatenare la creatività: la nebbia e il gracchiare della radio sono i veri protagonisti. RE deve essere stato sponsorizzato da un’azienda di mutande e una farmaceutica specializzata in antidiarroici.
      A proposito di JRPG, ma ti ricordi quel polpettone fantasy a base di draghi su ben quattro CD sviluppato proprio da Sony?

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        1. Legend of Dragoon, yeah! Mi è rimasto di traverso, non averlo preso all’epoca. Puzzava da lontano di scimmiottamento di Sony a Square, ma i quattro dischi comunicavano tanta robbbba e video da copiosa bava alla bocca. Ci voleva poco a farci felici e beoti a quell’epoca!

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          1. Ti dirò, aveva una sua identità precisa e un gameplay che con Final Fantasy ci azzeccava nemmeno un po’.
            Qualche difetto nel gameplay e un doppiaggio fiacco – ma comunque aveva un po’ di doppiaggio, non era una cosa scontata, allora – più una trama telefonata, ma comunque carina.
            Non era uno spreco di tempo 😉

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            1. Allora peccato non averlo giocato. All’epoca non mi aveva convinto e costava uno sfracello .Comunque non intendevo che avesse scopiazzato le meccaniche di FF, volevo dire che Sony voleva salire sul treno degli RPG a pieno titolo. Sony era una debuttante 😉

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                1. Grazie a FFVII. Da nicchia della nicchia a genere con un mercato ben più allargato. Sony in quegli anni fu davvero un motore per tutto il settore. Un marketing creativo e reattivo, nessuna prosopopea (come spesso ho assistito in certi E3 trascorsi). L’approccio intelligente di una grande azienda che vuole entrare nel mercato per restarci. Oggi senza PlayStation Sony non avrebbe di che sostentarsi. Pensa come sono cambiati i tempi!

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