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Tre

un_due_tre

[Prima è stato Zer0 , poi è seguito Due , ma il fritto-misto di pensieri cardinali mixati ai binari di “Non sono un numero” era fermo da 4 anni. il Tre arriva del tutto inaspettato, dopo avere letto il post Certe domande di tiZ, ha preso una direzione verso incerte risposte. Liberamente ispirato e tratto da “Think Twice” di Groove Armada]

Chiudi gli occhi e abbandonati a questa sensazione che ti fa sprofondare dentro. Chiudi gli occhi e conta fino a tre. Un due tre. Chiudi gli occhi, riavvolgi la tua vita con un battito di ciglia. Chiudi gli occhi e nel buio abbraccio della palpebra sei costretto a fissare te stesso. Sai esattamente cosa stai pensando. Chiudi gli occhi e la vita – tutto d’un tratto – ti va stretta. Chiudi gli occhi e conta fino a tre. Non fai sconti. Un due. La vita è più grande di te, scacci i ricordi peggiori, richiami i pensieri più belli, trovano posto tutti e Dio mio! …Trovo posto anche per Te. Ci sono cose di cui non puoi sopportarne il peso. Ci sono cose che non puoi permetterti di scegliere. Chiudi gli occhi…

Chiudo gli occhi  e mi abbandono a questa sensazione che mi avvolge in una spirale e mi sprofondo dentro. Chiudo gli occhi e conto fino a tre. Un due tre. Chiudo gli occhi e riavvolgo. Rewind. Un battito di ciglia, chiudo gli occhi e fisso me.

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Due

Broken Manual © Alec Soth

Tre. Il numero perfetto. Non c’è il due senza. Nulla è perfetto. Solo Zer0 è perfetto.

Il mio nome è Due, ma sono uno. Discendente di Zer0, anzi…ascendente. Gemello omozigote di Uno e padre di Tre. Se vi siete persi in un albero genea-logico che assomiglia più a una tabellina, nessuna paura: è normale. Tutta questa storia di parenti e discendenti è sempre così noiosa per chi è esterno alla famiglia, ma ha un senso per chi vi appartiene. Il nostro DNA è segnato, i cromosomi si combinano e ne viene fuori un unico, che porterà sempre il marchio dei genitori. Da Zer0 tendente a infinito. X=padre, Y=madre, siamo un punto (X;Y) sulla coordinata Z del Tempo.

A volte mi odio. Sì, mi odio da solo. Già l’Odio ha poco senso, non porta mai a nulla di buono, ma l’Odio riflessivo, l’Odio di sé verso di sè è come stringere tra le dita una bomba a mano, levarle la sicura, contare fino a 4 e poi…ingoiarsela.

Due=secondo, né la gloria del primo né la perfezione del terzo numero. Due=secondo. Sì, mi odio per quello che sono destinato a essere. Eternamente secondo.

Non riesco a comprendere io chi sia veramente, in famiglia ci assomigliamo molto, intendo proprio fisicamente, guardate qui: 1…vi presento Uno; 1+1…e questo sono io, Due…ci assomigliamo molto, vero? Non avete ancora visto l’altro fratello! 1+1+1…Tre, ecco Tre. Che vi dicevo? Potrei andare avanti ancora per molto, sapete siamo una famiglia numero…sa.

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Zer0

Nan Goldin: “Bruce in the Smoke” (1995, Solfatara di Pozzuoli, Napoli)

C’era una volta un ragazzo. A dire il vero c’era una volta e c’è anc-ora ora questo ragazzo, ma è creanza che quando si voglia raccontare una storia, ci si riferisca sempre al passato perché così appare più importante, dà un tocco di lontananza e di esotico, aggiunge un pizzico di magia e mistero. E diciamocelo pure tra noi due: se uno s’inventa le cose nel passato, è più difficile che scoprano che non dice il vero.

C’era questa volta – la storia inizia per davvero – un ragazzo: il suo nome era Zero.

Zero era un ragazzo…normale. Zero era gradevole alla vista, non un fustaccio, ma normalmente gradevole. Gradevole nei modi, gentile direbbero i più, ma in verità non era gentile, solo dimostrava affetto quando lo sentiva e non trattava affatto con chi non gli piaceva. Zero non aveva grilli per la testa (nemmeno i pidocchi), non aveva particolari ambizioni, non voleva diventare top-qualcosa, avere sotto-qualcuno, voleva vivere normalmente bene. Non si sa come ci fossero riusciti, ma il papà e la mamma gli avevano dato un nome che poi gli sarebbe calzato a pennello, neanche il nome gli fosse stato cucito addosso come un bel vestito da un bravo sarto. Un sarto speciale, un sarto di anime.

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