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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#9 [by Siviatico feat. RedBavon]

A El BaVón Rojo ho il piacere di riaccogliere Silviatico, compadre de viaje in Mexico, anche se fatto in momenti diversi della nostra vita, ci siamo ritrovati a percorrere le stesse strade grazie a InFernet. Il racconto di Silviatico si inserisce in questo noir in salsa guacamole y habanero presentando un personaggio che ho trovato fantastico. Anche qui all’opera quattro mani: Silviatico ha scritto tutta la storia e creato il personaggio, RedBavon ha solo raccordato il tutto al più ampio e contorto quadro generale. Con questo “cameo” ci siamo divertiti molto e spero altrettanto voi. A El BaVón Rojo nulla è come appare. La vida te da sorpresas, sorpresas te da la vida” ¡ay, Dios!”

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#8

El Cocalero

Al Districto Federal di Mexico gli avevano appioppato il nomignolo di “Cocalero”.

Nulla a che vedere con le piante incriminate e, nemmeno, con la polverina “magica” che ne deriva. Lo chiamavano così perché era sempre con una bottiglia o una lattina di quella bibita americana in mano. Certo, lui in gran segreto provvedeva a correggerla alla grande, aggiungendo dosi generose di rum. Cosa che faceva di lui un messicano alquanto originale, poiché si distaccava dal tradizionale duopolio di tequila e mezcal.

E fu proprio questa sua passione a fare sì che, a un certo punto, deviasse dalla carretera principale per immettersi su una stradina secondaria, diretto a “El BaVon Rojo”, di cui in precedenza aveva visto l’insegna di “comedor, cantina y restaurante”. Certo, lo stavano aspettando a Chetumal, vicino al confine con il Belize. Ma che lo aspettassero: lui aveva finito il ghiaccio. E non aveva alcuna voglia di bersi la brodaglia calda.

Insegna curiosa gli venne da dirsi, però se aveva il ghiaccio, avrebbe potuto chiamarsi anche “El Diable” o “El Infierno” o perfino “Titty Twister”.

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#8 [by Tati, Zeus e RedBavon]

‘Al perro que duerme ¡no lo despiertes!’ così iniziava l’episodio precedente. Ciò che il vecchio adagio raccomanda quando il cane dorme, vale anche per il nostro Oste, che  finora se n’è stato buono buono, dalle sue parti si direbbe ‘sott’a botta impressiuonato’. L’atmosfera si è riscaldata ben oltre le già insopportabilmente alte temperature medie del Tropico del Cancro. I due federales tireranno fuori il ‘ferro’? Hands up don’t shoot. Noi tre, Tati, Zeus e RedBavon, non abbiamo alzato le mani, anzi…Auspichiamo che il magnanimo lettore non ci spari. Almeno questa volta.

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#7

Oste la victoria siempre!

Cesar, capelli spettinati e camicia sporca, si sente, per la prima volta, in posizione d’inferiorità.

Ego e Narciso sembrano due molle, il sergente ha commesso il grave errore di minacciare Tati, ormai sono saldamente ancorati alle sue gambe. Essere di bassa statura ha dei vantaggi: Cesar ha tre piccole furie intorno e due di queste gli impediscono di muoversi, certamente una cosa così non se l’aspettava questa mattina quando la sveglia l’ha rimesso in piedi a terra.

I tre si guardano fieri, in un lampo si sorridono e si danno coraggio ma questo i due federales nemmeno lo notano… Oste invece sì, accenna a un sorriso (anche in una situazione così, ‘sti tre nani riescono a farlo ridere) che si spegne immediatamente.

Mentre il sergente è a terra dolorante, Ego e Narciso si rivolgono in direzione dell’ispettore e anche Tati si sposta verso Marcelo Diaz, non prima però di avere calpestato, in maniera “sbadata”, il piede di Cesar che emette un ringhio.

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#7 [by Tati, Zeus e RedBavon]

La situazione per l’Oste diventa sempre più rognosa. L’ispettore e il sergente sono due iene che girano in circolo intorno ai compadres de El BaVón Rojo. E il cerchio si stringe sempre di più. L’ennesimo sacrificio della madrelingua da parte di Tati, Zeus e RedBavon questa volta per una giusta causa: giustizia per un omicidio?

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#6

Al perro que duerme ¡no lo despiertes!

Mentre le ultime sillabe dell’Oste rimbalzano fra le due “O” dell’ossigeno, l’ispettore Diaz soppesa il cuore dell’uomo che ha di fronte. Ci sono punti oscuri, dubbi e incongruenze. Ma la vita è un’incongruenza che funziona finché non si muore.

L’ispettore si alza dal posto irrequieto, passeggia intorno alla figura curva dell’Oste mormorando qualcosa di indistinguibile. Potrebbe essere “cabrón” ma le parole filtrano confuse fra le labbra serrate del poliziotto.

Marcelo si tasta il petto sperando di trovare i sigari, ma si è tirato via la giacca prima dell’interrogatorio perciò è senza niente addosso. “Polla” mormora a denti stretti mentre ritorna davanti all’Oste e, chinandosi a prendere il sigaro, lo guarda di sottecchi.

“Potrebbe essere innocente?” pensa l’ispettore. Conosce l’Oste da molti anni, ma non avrebbe mai etichettato quell’uomo come “omicida”.

La ex moglie gli avrebbe detto che non bisogna farsi fregare dai sentimenti.

Beata ignoranza, mormora l’ispettore, sentendo ancora il bruciore della fregatura che gli aveva rifilato l’ex moglie mentre si portava via soldi, casa, macchina e la collezione di dischi di Santana.

La fiamma dell’accendino scalda il volto dell’ispettore facendolo sudare più del consentito e l’irritazione sul corpo è a livelli di guardia. Avrebbe voluto essere onesto e anche obiettivo, ma tutto quel disagio lo attribuiva al gringo seduto di fronte a lui.

“Cabrón” pensò sbuffando dalla bocca un vulcano di fumo.

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#6 [by Tati, Zeus e RedBavon]

“Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto” così faceva dire Sergio Leone a Ramón Rojo rivolto a Joe in Per un pugno di dollari. Il problema qui è che l’Oste al massimo spara a mitraglia parole, non ha un fucile, mentre l’Ispettore la pistola ce l’ha! 

 Il cerchio si stringe intorno all’Oste con lo zampino dei Tre dell’Ave Maria de Nuestra Señora de Guadalupe, Reina de Mexico, Emperatriz de America: Tati, Zeus e RedBavon. Ammén.

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#5

Oste, non ti accadrà nulla di male

Prima di quella sera, le strade di Diaz e dell’Oste si erano incrociate un paio di volte. Niente di particolare o da essere segnato nei registri dei cattivi.
Il problema è che Diaz, sospettoso, si trovava a disagio di fronte all’Oste e alla sua masnada di ospiti fissi. Non sapeva se era per qualcosa che aveva sentito o qualcosa che aveva immaginato, ma la taverna era un luogo che stazionava fra il bianco e il nero secondo lui.
Come poteva lui, un gringo, avere una taverna qua?
E facendo fede al grande proverbio polacco “chi si brucia con la minestra, soffia anche sullo yogurt”, ecco che l’ispettore metteva un’occhio di riguarda a qualsiasi attività dell’Oste e di quel nanerottolo iperattivo di Narciso.
Scrupolo professionale, sia chiaro. Il Tenente Diaz voleva essere temuto per motivi irragionevoli e insondabili.
Il sigaro brilla mogio nelle mani ingioiellate dell’ispettore e la birra suda freddo sul tavolino del locale. La formalità, con quel caldo, era andata a farsi benedire e, senza pensarci troppo, Marcelo si leva la giacca elegante mettendo in mostra una camicia chiazzata di sudore e la mette sulla spalliera della sedia.
“Mierda” pensa Marcelo sentendo la camicia appiccicarsi alla schiena. Il bagnato del tessuto è viscido sulla pelle sudata dell’ispettore.
Quanto darebbe per potersi tirar via quella camicia schifosa, ma non può e perciò scrocchia il collo e assapora quel silenzio.
Quando sente che la tensione è salita al punto giusto, incomincia a sparare le due domande.

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#5 [by Tati, Zeus e RedBavon]

Graffiti sul muro di una stazione di Policia Federal a Oaxaca, Messico.
Foto: CIPO/RFM archives – https://intercontinentalcry.org

Sapete cosa odio di più? Odio sentirmi pronunciare questa frase “io ve l’avevo detto”. Io ve l’avevo detto:“Se poi si aggiungono Tati e Zeus, le cose non possono che andare…a ramengo.”. Eccone la prova.

Continua da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#4

La verdad?

Non sono passati neanche cinque minuti dall’uscita di scena di Cesar che l’ispettore Diaz, irrequieto nei vestiti pruriginosi, tira fuori il cellulare e compone velocemente il numero del suo compare.

A Marcelo Alejandro Diaz, ispettore, era venuta un’idea.

Qualche squillo a vuoto ed ecco che finalmente Cesar risponde. La conversazione è breve, poco più di uno scambio di battute, e poi finisce. Neanche un minuto dopo, la figura di Cesar è di nuovo fuori dal locale.

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#4 [by Tati, Zeus e RedBavon]

Da onesta taverna affacciata sul mare e nulla più a luogo di un efferato omicidio non è esattamente il salto di qualità che ci si aspettasse, anche se a gestirla è quella strana coppia dell’Oste e il nanerottolo. Se poi si aggiungono Tati e Zeus, le cose non possono che andare…a ramengo. Il che non significa che non sia un bene.

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#3

Blue Blood

Poco dopo l’arrivo dei due federales, sopraggiunge a El BaVón Rojo il medico legale, cioè il più anziano tra gli unici due dottori che si prendono cura dei malanni e acciacchi di tutti gli abitanti di questo villaggio stretto tra il mare e la palude infilate nel culo del Quintana Roo.

Feliz Gutierrez è un ometto corpacciuto, alto un metro e sessanta-sessantacinque, quasi del tutto calvo, ai lati resistono capelli neri come pece con qualche rara traccia di bianco, ampi baffi fanno da cornice superiore a una carnosa bocca, una marcata fossetta al centro del mento dà l’illusione che porti un pizzetto a punta. Sulla sessantina passata, non è nativo di qui, ma si dice in giro che fosse un luminare della medicina e stimatissimo professore all’Universidad Autonoma de Yucatán a Mérida. Capitato da queste parti per trascorrere una vacanza in riva al mare dei Caraibi, lontano dalla frenesia della città, si era ritrovato nel mezzo di una strana influenza che colpiva i niños con febbre altissima e se li portava al Creatore. Fedele al giuramento di Ippocrate, aveva mandato a ramengo i suoi progetti di vacanza sorseggiando piña colada all’ombra di palme e si era gettato, anima e cuore, nell’assistenza e la cura dei bimbi. Ne aveva salvati parecchi, ma altrettanti erano finiti sotto una piccola croce immacolata nel cimitero del paese. Da allora, non aveva più lasciato questo paradiso per i mosquitos più molesti di tutto il fottuto pianeta.

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#3 [by Tati, Zeus e RedBavon]

Il racconto a quattro mani è diventato a sei mani. Aggiungi un posto al tavolo che c’è un blogger in più: ho il piacere di comunicare che Zeus si è unito a Tati e a questo Oste per offrirvi un menu sempre più adatto ai vostri palati, fini o ruvidi che siano. Il lettore è sempre sacro. Il menu di oggi è: un primo ricco di carboidrati dell’Oste, un proteico secondo di Tati e frutta-dessert-e-ammazzacaffè di Zeus. Alla fine, lasciate una stelletta di mancia. Il caffè è già pagato.

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#2

Blu fatuo

El Rojo era rimasto immobile davanti alla scena del delitto. Non era la prima volta che vedeva un cadavere. Nella sua vita ne aveva visti diversi e non solo di morte naturale. In questo buco dimenticato da Dio ma non dagli uragani e dall’umidità, quando un gringo, nonostante gli avvertimenti, si spingeva troppo oltre nella palude e non faceva ritorno alle cabañas entro qualche giorno, El Rojo era il primo a dare l’allarme e a organizzare la spedizione di ricerca e, grazie alla sua conoscenza del luogo e del modo di pensare di un gringo, riusciva sempre a trovare ciò che ne rimaneva, se qualcosa ne rimaneva. Ma questo era un caso particolare. Ci mise un po’ a riprendersi dall’orrore.

Nella sua testa El Rojo inizia a richiamare le memorie del giorno prima e le percorre alternando la velocità tra “indietro veloce”, “stop” e “avanti veloce” alla febbrile quanto disperata ricerca di un ricordo-chiave. Ma più cerca di ricordare, più le immagini della memoria si rimestano in una nebbia bianca e densa come il fumo generato dal ghiaccio secco gettato in un recipiente colmo d’acqua. Di tanto in tanto, la nebbia sembra diradarsi e vi intravede più chiaramente un viso, delle persone, un luogo, un gesto, un particolare. Sorprendentemente i ricordi che riesce a ordinare si contano sulle dita di una mano mozza.

L’Oste inizia a capire che la situazione si sta facendo grave, gravissima. Il suo viso è un sudario bianco. Rivolge lo sguardo a Narciso e con un filo di voce chiede di portargli una birra. Fresca. Anzi due.

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Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#2 [by Tati e RedBavon]

“Blue” non è solo il colore del cielo, ma in inglese vuole indicare anche “feeling or showing sadness”

A grande richiesta (da Tati e Zeus, sono due ma importanti per l’Oste quindi la richiesta è “grande”) continua la storia scritta a quattro mani. Una storia di quelle ordinarie di Pulizie a El BaVón Rojo che, invece, sta prendendo una piega strana. A El Bavón Rojo nulla è come appare. Nella prima parte è riconoscibilissimo il tocco maldestro di questo Oste, nella seconda la mano leggera di Tati.

La guancia destra dell’Oste è segnata da tre graffi: quello al centro è il più profondo e vistoso, gli altri due sono paralleli a quest’ultimo e meno lunghi di quest’ultimo. Il graffio si estende dal lobo dell’orecchio verso il basso e disegna una curva quasi coincidente con il profilo della mandibola inferiore fino all’estremità destra del labbro inferiore.

Sembra quasi disegnato con la carta-carbone: la copia è quasi perfetta, le linee del disegno differiscono dall’originale sempre di un nonnulla a causa del movimento impercettibile della mano che preme sul lapis, tale pressione sposta il foglio di carta-carbone seppure lievemente e con esso tutto il tratto seguente. A meno di avere una mano ferma come un sasso, la copia-carbone non è mai perfetta.

La barba dell’Oste, incolta e di qualche giorno, completa l’opera di occultamento del graffio alla vista da lontano. Da vicino la ferita è evidente, a causa della profondità del graffio centrale e il colore rubino della pelle intorno.

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Pulizie a El BaVón Rojo [by Tati e RedBavon]

Si ritorna a El BaVón Rojo con un racconto a quattro mani. Nella prima parte è riconoscibilissimo il tocco fatato di Tati, nella seconda il gomito alzato di questo Oste.

STUMP!… SBAMM!… UFF…

Esce di culo dallo sgabuzzino, in testa un foulard a fiori rossi e bianchi, ha abbandonato il gonnellone per un facile paio di pantaloncini e una maglietta spettacolare con il faccione di Drugo in bella mostra…posa uno scatolone pieno di spugne, stracci, scopettine e spruzzini sul tavolo davanti al bancone e rientra nel ripostiglio…

Ne riesce tutta sorridente con secchio e spazzolone tra le mani…

Si guarda intorno, fuori c’è un sole accecante, lo intravede tra le fessure delle persiane… che corre a spalancare.

Un raggio di sole largo come una secchiata d’acqua, illumina in pieno il volto del suo compare di sventurAvventura…

OSTEeeee!

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Viva il Messico! Ep.#26 – Palenque, l’arrivo

Segue da Ep.#25 – L’Hacienda Yaxcopoil

10° dia: da Mérida a Palenque

All’alba, come ormai nostra consuetidine da Tulum (strano per essere in vacanza, eh?), ci rechiamo al “Terminal” dei bus di prima classe (noi marchesi…) per prendere l’autobus per Palenque: otto ore di viaggio, pulite pulite. Salutiamo Mérida, la Ciudad Blanca.

In Messico il trasporto pubblico su strada è impeccabile e, dopo avere viaggiato per almeno tredici ore all’andata e diciannove al ritorno, posso confermarlo per averlo sperimentato. Si viaggia più comodi che in aereo, aria condizionata, bagno (anche se non ho mai avuto necessità così impellenti per avventurarmici), poltrone con ampio spazio davanti, schienali che una volta reclinati non obbligano il passeggero di dietro a reclinare il suo per evitare l’effetto “salume sotto-vuoto”, c’è anche la televisione.

Nelle otto ore previste per arrivare a Palenque, per uno come me che non riesce a dormire sui mezzi di trasporto e che non vuole dormire per potere vedere i paesaggi oltre il finestrino, la televisione può essere un buon modo per ingannare il tempo. Dopo la prima ora di entusiasmo e scaricata l’adrenalina, il “down” è naturale. Perciò, mi sistemo per bene sprofondando nello schienale e mi schiero per vedere un po’ di lavatrice televisiva. Vediamo un po’ cosa danno sulle corriere messicane: cartone animato giapponese in lingua giapponese, sotto-titolato in spagnolo e ambientato nell’antica Siracusa. Ho detto.

L’arrivo a Palenque corrisponde esattamente a quanto anticipato dal fratello di Frank, Jimmy: buco fetente e infuocato.

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A El BaVón Rojo Zeus racconta la sua storia

La bettola ha riaperto e inizia a tornare la gentile clientela, nonostante “c’èCCrisiC’èCCrisi”…tanto da queste parti non ce ne siamo mai accorti perché le vacche qui sono sempre state così magre da potere sfilare sulle passerelle milanesi dell’Alta Moda. Ritorna Zeus e ci racconta la sua storia. 

Autore: Zeus

La storia di Zeus

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El Bavón Rojo – Panico da preparativi

Seduto sul dondolo sotto il portico di El Bavón Rojo, l’Oste contempla la strada brulicante di esseri umani impegnati nelle loro frenetiche attività per arrivare alla fine della giornata con qualcosa di “compiuto” e lo stomaco pieno. “Seduto” non è l’espressione corretta per un essere umano che, senza pudore, dichiara “di non discendere dalla scimmia, ma da un sofà”. L’Oste è talmente sprofondato e immobile nei cuscini di quel vecchio e arrugginito dondolo da potere essere scambiato come parte della sua colorata tappezzeria huipil.

È mezzogiorno e l’afa mista all’umidità è, come al solito a queste latitudini, un cocktail letale per ogni slancio e attività. L’Oste è in uno stato che egli stesso definisce: me facesse mangià ‘o culo d’ ‘e mosche pe’ nun dicere: “Sciò!”. Nella lingua di origine dell’Oste lo si dice di coloro che non riescono a vincere la pigrizia, una pigrizia talmente inguaribile da riuscire a sopportare disturbi, fastidi e assilli senza provare a reagire.

Dalla strada, la longilinea figura dell’Oste può essere distinta a stento dai cuscini del dondolo. A un occhio attento due indizi denunciano la sua presenza sotto quel portico: un esile filo di fumo sale voluttuoso in alto dalla sigaretta che l’Oste tira con la stessa flemma del compianto Barone svedese del calcio italiano, Nils Liedholm: “Gli schemi sono belli in allenamento: senza avversari riescono tutti”.  Il secondo indizio è il movimento del braccio destro quando solleva una bottiglia di cerveza e la porta alle labbra con la rassegnazione che la birra è ormai calda. Sparse a terra intorno al dondolo, il numero di bottiglie vuote è l’evidenza che l’Oste è all’ultimo grado della ‘Scala della Sbronzaì:

  • 1°: “Inteligente” (improvvisamente ti senti l’esperto di qualunque materia)
  • 2° “Atractivo” (improvvisamente ti senti il più figo del bigonzo e desiderato abbestia da tutti, di qualsiasi sesso e orientamento sessuale, non importa);
  • 3° “Rico” (improvvisamente ti senti il più ricco del mondo e sei prodigo dell’ennesimo “giro” al bar con tutti quelli che ti capitano a tiro di fiatella alcolica)
  • 4° “A prueba de balas” (“a prova di proiettile”, nessuno può farti arrabbiare, nessuno può farti male. Credici, seh, credici)
  • 5° “Invisible” (puoi fare qualsiasi cosa tanto nessuno può vederti, tanto…sei invisibile)

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El BaVón Rojo – Season 2

bavonRojo

La classica bettola malfamata, il migliore grog di tutti i Caraibi. Così dice l’Oste.

Questo non è un vero post, è un avviso di servizio, anzi un avvertimento:
El BaVón Rojo sta per tornare sui vostri schermi.

Dall’inizio dell’anno, c’è stata già qualche avvisaglia, del movimento con andamento lento, giusto per togliersi un po’ di polvere di dosso, qualche scatto isolato, un singulto di vita in questo comedor che – come lo ha generosamente definito Silviatico – è “un luogo in cui ci si arriva per caso e non lo si lascia più” o, almeno – io auspico – ci si ritorna con piacere.

Nato come spin-off del racconto Batmancito, a sua volta nato come spin-off di un episodio accaduto per davvero nel mio viaggio in Messico, El BaVón Rojo interpreta l’anima primigenia di questa webbettola: la condivisione di esperienze, racconti ed emozioni, seduti intorno a un tavolo, gozzovigliando e bevendo.

“Mi casa es tu casa” recita il cartello all’entrata della locanda che, in un lontano passato, non avrebbe sfigurato al confronto di una stamberga piratesca sull’isola della vicina Tortuga. Oggi ambisce a fare sembrare “il peggiore bar di Caracas”  un convento di suore Carmelitane scalze. Obiettivo sfidante per i due scalcagnati soci, l’Oste e Narciso, ma raggiungibile solo con l’aiuto della pregiata clientela, cioè voi.

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Tati a El Bavón Rojo: E la Luna bussò

Torna El Bavón Rojo grazie a Tati che ci regala una fatata pennellata di parole e una meravigliosa sorpresa finale delle sue. Oste e Narciso ringraziano e restano in silenzio sott’a botta ‘mpressiunati. Ridurre al silenzio lo spilungone logorroico e il nanetto molesto è un evento epocale.

Autrice: Tati

E la Luna bussò

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Viva il Messico! Ep.#25 – L’Hacienda Yaxcopoil

L'Hacienda Yaxcopoil nel 1900 [foto tratta da yaxcopoil.com]

L’Hacienda Yaxcopoil nel 1900 [foto tratta da yaxcopoil.com]

Segue da Ep.#24 – Topeees?

9° dia: dall’Hacienda Yaxcopoil a Merida

Arriviamo finalmente all’Hacienda Yaxcopoil, ancora scossi dall’ultimo incontro con la “topa”. Se siete nuovi di questo viaggio, non fatevi strani pensieri: non siete su un sito di racconti dalle ennemila sfumature di grigio e quel cavolo di colore che volete. Siamo, infatti, animati dalle più nobili delle intenzioni e cioè IL Sapere! La Conoscenza…Azz! Non solo non siete atterrati su un sito “hot”, ma siete incappati in un emulo sgarrupato della famiglia Angela! Ma che è ‘sta roBBa? SQuarK?!?

Ora farò una cosa che ho sempre sognato ovvero [voce impostata da grande divulgatore televisivo] “Nella puntata precedente…”

Nella puntata precedente si è raccontato della storia dell’Hacienda Yaxcopoil, e, nonostante i potenti mezzi dell’ipertesto, so che se inserissi il link, non vi cliccherebbe consapevolmente nessuno perché potrebbe risultare letale al dito indice, che va assolutamente preservato per le essenziali e benché più gratificanti esplorazioni nelle cavità nasali. Pertanto, di buon grado, ritorno en passant sull’argomento. Repetita iuvant.

Yaxcopoil è un esempio di hacienda henequenera, un latifondo latino-americano con annessi residenza padronale e opificio, dedicate alla coltivazione dell’henequén, una varietà di agave autoctona, da cui si ricava la fibra per il cordame.

La vera protagonista di Yaxcopoil: l'henequen

L’hacienda dal punto di vista della vera protagonista di Yaxcopoil: l’henequén [foto tratta da yaxcopoil.com]

In ogni angolo dello Yucatán c’è una hacienda henequenera: queste splendide residenze, immerse tra natura e storia, che vissero i loro fasti all’inizio del XX secolo, sono disperse tra le basse foreste di questa regione. Di molte non restano che delle rovine lungo le varie carreteras, mentre alcune sono state trasformate in centri turistici che offrono oltre che visite al loro interno, anche escursioni presso i cenotes o i siti archeologici nei pressi. Yaxcopoil è una di queste rarità: sita a circa un’ora dal sito archeologico di Uxmal, fino ai primi anni Trenta del Novecento, l’hacienda ha operato impiegando circa cinquecento campesinos su una superficie di undicimila ettari. Oggi è tutto finito e per non dimenticare questo passato è stata convertita in museo.

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Innamorarsi a El Bavón Rojo – In tequila veritas. Epilogo

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Segue da Ep.#2 In tequila veritas. Parte Segunda

Epilogo

Il gringo e Luna, mentre si baciavano, non erano soli.

Sotto il portico di El Bavón Rojo, quattro occhi li osservavano, nascosti nel buio: l’Oste e Narciso, in silenzio, erano seduti sul dondolo.

Quando il gringo e Luna furono inghiottiti dal buio in fondo alla strada. Narciso parlò:

“Bel bacio eh?”

L’Oste tirò un lungo sospiro: “Eh sì, Narciso mio, proprio un bel bacio! Uno di quei baci degno di finire nella classifica dei migliori baci nella storia del Cinema…Non c’è male, non c’è male per davvero, certo che io so fare di meglio…”

“Sì, va be’….” sbuffò Narciso. L’Oste incalzò: “Ti devo fare i nomi? Non è proprio elegante…”

“Ma dai, le tue donne si contano sulle dita di una mano mozza!”

L’Oste cambiò discorso: “Narcì, passami l’accendino va’ che una sigaretta ora ci sta tutta”

Narciso già aveva pronto l’accendino in mano e nel passarlo al compadre aggiunse: “Ti fa male, Oste. Smettila con questo veleno!”

L’Oste tirò una prima boccata e buttò fuori dalle narici più fumo di quanto ne avesse aspirato con la bocca.

“Hai ragione, ma non oggi. Oggi abbiamo salvato un altro di questi gringos”.

“Il gringo era già morto e nessuno se ne era accorto…”

L’Oste girò la testa in direzione del piccoletto e lo guardò negli occhi con un sorriso sornione: “Tranne Luna e…noi due”.

“Eh già, Luna non aveva fatto i conti con l’Oste”.

Scoppiarono in una risata liberatoria. Ancora in preda alle convulsioni, Narciso aggiunse: “E poi il colpo da maestro…quella frase prima che si baciassero…Oddio, com’era? Una roba poetica tipo ‘verrei all’Inferno a salvarti, morirei per te’...Un colpo di genio!”

“Certo che Luna l’avrebbe accontentato. All’Inferno se lo sarebbe portato…ma per restarci” El Rojo prese fiato e continuò ansimando per le convulsioni “E..e…pensa Narcì che ci stavo rimanendo secco pure io…dopo quella frase, il mio tasso glicemico è schizzato alle stelle!”.

Quando ebbero ripreso fiato, Narciso domandò con tono grave e preoccupato: “Tu sei sicuro che Luna manterrà il patto?”

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Innamorarsi a El Bavón Rojo – In tequila veritas. Parte segunda

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Segue da Ep.#1 In tequila veritas

Vittime ed eroi. Just for one day

Al bancone di El Bavón Rojo.

Cinque tequila dopo…

Sei lì che balli ancora, in mezzo a tutta quella gente. Con il bicchiere vuoto della quinta tequila in mano, rimango incantato a guardare i tuoi fianchi come ondeggiano. Voglio parlare con te, ma la mia bocca è secca. Ho perso la cognizione del Tempo: non so da quanto sono in questa stamberga, com’è che si chiama? El Rojo-qualcosa…L’Oste qui –  entrambe le pupille automaticamente si muovono verso la periferia sinistra dell’occhio verso l’uomo dietro al bancone –  continua a versarmi tequila. “Es hora de llenar el tanque!” mi fa il buon diavolo e giù che versa. Ha capito che non riesco a trovare il modo per sgusciare via dalla mia timidezza e mi sta aiutando. Davvero un buon diavolo! Chissà come è finito in questo buco di posto…Devo trovare una scusa per rivolgerti la parola e passare anche un solo momento vicino a te. Voglio ballare con te, stringerti forte tra le braccia. Muoio sicuramente pazzo se mi lascio scappare questo momento, anche se è destinato a durare solo per questo giorno ormai alla fine.

Io, io sarò re. E tu, tu sarai la regina.

Potremmo rubare il tempo solo per un giorno. Possiamo essere eroi, per sempre. Che ne dici?

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Viva il Messico! Ep.#24 – Topeeees!

L'Hacienda Yaxcopoil, Yucatan [foto by RedBavon]

L’Hacienda Yaxcopoil, Yucatan [foto by RedBavon]

Segue da Ep.#23 – Para Ticul?

9° dia: da Ticul all’Hacienda Yaxcopoil

Da Ticul, alla guida c’è sempre Francesco.

Sebbene abbia provato a sabotare il viaggio a causa di un banale errore di vocale e portarci così a Tikal con una leggerissima deviazione di circa un migliaio di chilometri, decidiamo di rinnovargli la fiducia come pilota del nostro bolide rosso, una fiammante Chevy Monza. Fiammante in senso letterale poiché ogni volta che rientriamo dalle nostre escursioni a piedi, nell’abitacolo potresti infilarci una bella torta. Praticamente un forno portato a temperatura e nemmeno ventilato.

Decidiamo la nuova tappa al volo, incrociando i suggerimenti della bibbia Rough Guide e una sommaria consultazione della mappa-lenzuolo: l’Hacienda Yaxcopoil.

L’Hacienda Yaxcopoil risale al XVII secolo. Il suo nome in lingua maya significa “il luogo degli alberi verdi”. Considerata una delle più importanti haciendas in Yucatán, nel suo massimo periodo di splendore, Yaxcopoil si estendeva su una superficie di 12.000 ettari.  Da ranch di allevamento di bestiame venne convertito molto più tardi in piantagione di henequén, l’“oro verde”. In Yucatán, si iniziò a chiamare “oro verde” la pianta che era già conosciuta dai Maya con il termine “ki”, ovvero la varietà di agave fourcroydes, nativa della zona più calcarea (e quindi meno fertile) della penisola, la cui coltivazione estensiva rappresentò il fulcro dell’economia locale durante oltre un secolo, a partire dalla seconda metà del XIX secolo a quasi la fine del XX secolo.

Con il passare degli anni l’estensione dell’Hacienda Yaxcopoil si è ridotta a meno del 3% della sua antica superficie a causa di: continui cambiamenti politici, sociali ed economici nella regione; la scoperta di nuovi materiali sintetici che hanno soppiantato questa coltivazione, che riforniva di semi-lavorato l’80% della produzione mondiale di cordame.

Oggi l’Hacienda è un importante testimonianza storica e, nella sua proprietà, è stato costruito un museo. Andiamo a visitare perciò l’hacienda!

Da Ticul all'Hacienda Yaxcopoil

Da Ticul all’Hacienda Yaxcopoil

Yaxcopoil dista da Ticul una cinquantina di chilometri, un’ora di viaggio prendendosela con calma; inoltre è verso Nord, quindi in direzione per il ritorno verso Merida. Perciò il viaggio verso questa tappa appare muy tranquilo…Non proprio.

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A El BaVón Rojo tenemos que bailar la cucaracha [by Silviatico]

Segno

Segno “due” per Silviatico. Oh non è il numero di birre e di grog che si è scolato…Non mi basta tutta l’insegna per segnarle.

L’anno nuovo è arrivato a El Bavon Rojo e ha colto con una certa sorpresa l’Oste. “Allora, è già passato ‘sto fottuto Capodanno o no?” la domanda dell’Oste rimane sospesa in un limbo tra lo stato confusionale al naturale dell’Oste e gli effluvi di grog. Quel pinche gringo del mi hermano Silviatico ci dà qualche gustosissimo ragguaglio e continua la storia…che sarà lunga almeno un anno. Intanto, tenemos que bailar la cucarracha.

Autore: Silviatico

Tenemos que bailar la cucarracha

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Capodanno a El BaVón Rojo: brindisi con Grog!

Etichetta del Grog (c)2016 Disegno di  Tati

Etichetta del Grog (c)2016 Disegno di  Tati

Tutto nasce dagli auguri di Buon Anno di Tati all’Oste nel post di riapertura dell’anno nuovo di El BaVón Rojo:”mannaggialochetta! ma dov’ero caduta per perdermi una riapertura della bettola con questo grande stile!!??
Buon anno già iniziato Oste”

L’Oste accoglie con letizia l’augurio e ricambia con affetto, ma non finisce lì…

Oste: “Buon anno FaTati! Perché “iniziato”? Come sarebbe “già”?…Narcì! Narciiiiiii! Narcisooooo!

Da qualche parte dietro (e sotto) il bancone con una refola di voce dal tono rassegnato e sbuffante, giunge la risposta di Narciso: “Checc’èeeeh?…”

Oste: “Narcì, ma che è già passato Capodanno? A me non mi pare…Poi qua fa sempre caldo, l’unica neve che si vede da queste parti è quella che portano i motoscafi dei Narcos…E non ci voglio avere niente a che fare eh. Poi per me la neve, lo sai Narcì…”
Narciso: “…È ambiente ostile, lo so. Lo so.”
Oste: “Narcì, allora è passato Capodanno? Tati mi ha fatto gli auguri di buon anno “già iniziato”…”

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Viva il Messico! Ep.#23 – Para Ticul?

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Uno scorcio del mercato a Ticul [foto di RedBavon]

Segue da Ep.#22 – Uxmal…e la Rivelazione di un Antico Segreto

9° dia: da Uxmal a Ticul 

Lasciamo le ruinas di Uxmal alle spalle e decidiamo di dirigerci verso Ticul, dove sembra vi sia un rinomato mercato dei sandali e, sopratutto, dove potere mettere sotto i denti qualcosa in un comedor visto che si è fatta l’ora del pranzo. A mia memoria e conoscenza, nessuno di noi quattro – né prima, né durante, né dopo tale viaggio – ha mai avuto un minimo, pure anche infinitesimale interesse per le calzature, figuriamoci i sandali. Tant’è, si va a Ticul!

Non abbiamo cellulari e il GPS è una roba avveniristica da film di spionaggio militare o alla Tom Ponzi, perciò dipendiamo da una mappa che, da aperta, ingombra come un lenzuolo del corredo matrimoniale e, per ripiegarla, bisogna fare come la massaia quando c’è da tirare via il bucato dal terrazzo, cioè occorre olio di gomito e un’aiutante: suddividere i lembi in egual misura, piegare la mappa a metà nel verso delle piegature verticali e ripetere l’operazione. Unire, poi, la propria porzione di mappa a quella dell’aiutante per tante volte consecutive quante sono le piegature orizzontali. Così facendo si otterrà un rettangolo delle dimensioni originarie nel suo formato tascabile….Manco per idea, le mappe hanno una vita propria e uno spirito ribelle, ne sono certo.

La “Rough Guide” del Messico, da noi venerata come un testo sacro al quale ci affidiamo ciecamente nei momenti più bui, non compie questa volta  “il miracolo della fede” facendoci riacquistare la vista sulla corretta via da percorrere poiché ci supporta solo con mini-mappe locali in formato numismatico.

Con la precisione del cartografo dei tempi antichi, fatta la dovuta proporzione tra la scala in chilometri indicata sulla mappa e il mignolo di uno di noi estratto a sorte, calcoliamo che ci vorrà circa una mezz’oretta.

Disclaimer: per girare queste scene non è stato tagliato mignolo né altro dito a nessuno dei compagni di viaggio o altro essere vivente.

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Batmancito – Un amaro ritorno

Mictlantecuhtli y Mictecacíhuatl, marito e moglie Dei della Morte. La dualità della Morte per gli Aztechi

Mictlantecuhtli y Mictecacíhuatl, marito e moglie Dei della Morte. La dualità della Morte nella mitologia azteca.

Da quando siamo tornati dalla giungla, dopo l’incontro con il “batmancito”, quel dannato pipistrello nel Tempio Perduto, Sergio non è stato più lo stesso. Inizio a pensare che non fosse un pipistrello…

Anche quando abbiamo rimesso piede a El BaVón Rojo, neanche l’accogliente atmosfera di varia umanità, alcol, fumo e legno di questo sgangherato comedor non ha sortito effetti su Sergio.

Avrei scommesso una discreta somma di denaro che  la strana coppia dei due soggettazzi titolari di cotanta dispensa di alcolicità, con i loro lazzi e frizzi, sarebbe riuscita a riportare alla “normalità” il mio compagno messicano di tante avventure e altrettante disavventure, ma l’avrei persa.

Dopo avermi salvato la vita da quei quattro figli di scimmia urlatrice schierati, armi in pugno, ad accogliermi fuori dal Tempio Perduto per fare della mia testa un’amena decorazione di uno tzompantli, Sergio non è stato più lo stesso.

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Viva il Messico! Ep.#22 – Uxmal…e la Rivelazione di un Antico Segreto

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I biglietti del sito archeologico di Uxmal [Foto di RedBavon]

 Segue da Ep.#21 – A zonzo per Mérida

9° dia: Uxmal (città nativa di Francesco, poi saprete perché…)

A bordo del nostro bolide rosso Chevy Monza, Lucio è ormai “Il Prescelto” alla guida: è il nostro “pilota ufficiale” dopo avere salvato pianale, ammortizzatori, sospensioni nonché la nostra pellaccia nel percorso rallistico a Tulum e da quelle micidiali trappole dette “topas”, ovvero dei dossi artificiali, decisamente più alti di quelli nostrani, distribuiti sulla rete stradale apparentemente ad minchiam, ma, in realtà, atti a costringere l’automobilista a rallentare nelle vicinanze anche di una sola casupola, che sbuca dal folto della foresta tropicale al lato della striscia asfaltata. Parental Advisory: in un prossimo post vi racconterò delle topas.

Ci dirigiamo verso Uxmal, altra città-stato di notevole importanza storica in quanto parte della Lega di Mayapán (“bandiera dei Maya”) insieme a Chichén Itzá e Mayapán, appunto.

Secondo alcuni studiosi, tale Lega non è mai esistita, poiché Uxmal e Chichén Itzá erano già state abbandonate e la Lega è frutto di una storia inventata dai Signori di Mayapán per dare prestigio al proprio lignaggio. Secondo altri storici, tale alleanza, iniziata tra il 987 –1007 d. C., conquistò l’egemonia del Nord della penisola. La Lega si dissolse a causa di conflitti interni: prima una guerra tra Uxmal e Chichén Itzá (1175-1185 d.C.), poi tra Uxmal e Mayapán (1441-1461 d.C.). Il caos che seguì dopo tale ultima guerra divise la penisola in 17 kuchkabales o, come le chiamarono gli spagnoli, cacicazgos, equivalenti a uno Stato minore indipendente come poteva essere l’Irlanda o la Scozia nel vecchio Continente. Per cacicazgo si intende “terre governate da un cacique“, ovvero il capo di una gerarchia determinata da alleanze guerriere, consolidatesi mediante complessi sistemi di parentela e appartenenza etnica. Da qui il fenomeno del cacicchismo, che influenzò negativamente la storia dell’America Latina e viene anche utilizzato per indicare l’esercizio personalistico del potere in ambito locale. Maya, spagnoli e italiani, una faza, una raza.

La piramide del Adivino: più che una salita. è una scalata [Foto da mayaruins.com]

La piramide del Adivino: più che una salita. è una scalata! [Foto da mayaruins.com]

Uxmal è uno dei più importanti siti archeologici della cultura Maya, insieme a Chichén Itzá e Tikal (in Guatemala): come Palenque, è un magnifico esempio dell’arte Maya nell’elegante stile Puuc. Alla linearità di grandi edifici quadrangolari si contrappongono estesi fregi nel caldo calcare yucateco, decorati da ricchi mosaici di pietra.

In Uxmal, il cui nome significa “ricostruita tre volte”, vi è la famosa Piramide del Adivino, alta la solita trentina di metri, ma con una pendenza tale che l’infarto è certo anche solo a guardarla dal basso!

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Viva il Messico! Ep.#21 – A zonzo per Mérida

Mérida (Foto da web)

Mérida (Foto da web)

 Segue da Ep.#20 –Mérida, llegamos en La Ciudad Blanca

Oggi Mérida è il centro più importante dello Yucatan, ma in passato lo era a un livello molto più ampio grazie al fiorente commercio di derivati dall’agave.

La prima specie di agave fu scoperta da Cristoforo Colombo a Bahama e il viaggiatore inglese John Gilton (1568-72) definì questa pianta come el árbol de las meravillas per i molteplici derivati da essa ottenuti: vino, aceto, miele, zucchero, la bevanda nazionale del pulque e il tlachique, distillati famosi come mescal o tequila e, ancora, canapa, funi, calzature, tegole per i tetti e punteruoli.

Fino alla Prima Guerra Mondiale, l’80% della corde del Mondo era prodotto con il semilavorato che proveniva da Mérida.

La città ha un’identità caratteristica grazie anche al semi-isolamento dello Yucatan dal resto del Messico fino agli anni Sessanta. La forte influenza coloniale ispanica è chiara in un mix di esotica novità di atmosfere mesoamericane e la familiarità di architetture care ai nostri vicini iberici.

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Viva il Messico! Ep.#20 – Mérida, llegamos en La Ciudad Blanca

Un tucano a Merida [Foto di RedBavon]

Un tucano a Merida [Foto di RedBavon]

 Segue da Ep.#19 – Mexico souvenì(r)

8° dia: Mérida, La Ciudad Blanca

Mérida è la città più grande dello Yucatán, moderna, ricca di musei e arte, ristoranti e negozi, tuttavia fiera testimone dell’eredità dell’antica città di T’Hó, anch’essa centro delle attività maya della regione. I conquistadores di Francisco de Montejo, “el Mozo”, vi giunsero quando ormai la città era abbandonata e abitata da un migliaio di indigeni. Nel 1542 Montejo fondò la città di Mérida sulle rovine di T’Hó: le pietre delle sue cinque piramidi furono utilizzate per la costruzione di vari edifici e della cattedrale, La Catedral de San Ildefonso, che è perciò la più antica dell’intero continente.

Mérida è nota anche come “La Ciudad Blanca”. Tale soprannome deriva, secondo la ricerca dello storico Michel Antochiw Kolpa, non per la calce bianca, derivata dalla pietra calcarea abbondante nella regione e utilizzata per dipingere le pareti e le facciate degli edifici, dal periodo coloniale fino a buona parte del XX secolo, né per quanto sostengono con fierezza gli abitanti sulla proverbiale pulizia della città, ma per un fatto risalente alla sua fondazione: il fondatore Francisco de Montejo, così come i suoi successori, erano consapevoli che non sarebbero riusciti a piegare la forte resistenza indigena e per motivi di sicurezza vollero fare di Mérida una città fortificata e “bianca” cioè solo “per i bianchi”, etnicamente pura, isolata e protetta entro lo spazio urbano creato sulle rovine dell’antica città maya.

L’arrivo a Mérida nel tardo pomeriggio dopo la visita a Chichén Itzà è caratterizzato dalla tipica accoglienza di una città metropolitana…

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Viva il Messico! Ep.#19 – Mexico souvenì(r)

Il perfetto

Il perfetto “ricordino” da Chichén Itzá. Questo è mio! Bagaglio a mano… (foto by RedBavon)

Segue da Ep.#18 – Chichén Itzá, la seconda piramide

È ormai rito, quasi sacrificale quanto quelli toltechi, che in ogni viaggio si debba riportare un ricordo, un souvenir…A Chichén Itzá non potete sfuggire.

Dopo esserci rifocillati ed esserci abbondantemente reidratati con un certo numero di “cerveza”, ci aspetta lo shopping!
Barbara abitudine inculcata nelle nostre plasmabili menti dal marketing, dall’inspiegabile esigenza di portarsi via qualche ricordo (come se quanto visto, ascoltato, toccato, sentito fosse roba da poco) e, per colpa di chi, rimasto a casa, (ri)chiede cartoline, regalini, poncho, pupazzielli, magliettielle, sigari, non si sa per quale istinto a metà tra lo scrocco e il saccheggio.
Se c’è una cosa che veramente odio nei viaggi è proprio lo shopping: mi sta davvero sulle palle il turista che acquista i classici souvenir e cerca di “fare l’affare” con chi – parecchio più sgamato di lui – è lì per “farlo fesso” o, come accade in diverse parti del mondo, esercita quel commercio come l’unico mezzo di sussistenza.

Sta di fatto che quanto il viaggio è più esotico e lontano dai patri lidi, tanto è socialmente esecrabile tornare a mani vuote. Fosse per me, sarebbe sufficiente portare questo diario pieno di sensazioni ed emozioni, che in qualche modo possano fare sentire cosa sia quella parte di Messico e faccia venire la curiosità di visitarlo. Ma le cose spesso prendono una piega diversa…

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Viva il Messico! Ep.#18 – Chichén Itzá, la seconda piramide

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Ascesa al Tempio di Kukulkan (Foto by RedBavon)

Segue da Ep.#17 – Chichén Itzá

Il Tempio di Kukulkan, cioè la piramide di Chichén Itzá con i suoi 30 metri e 91 scalini è un guanto di sfida per noi quattro, che da caballeros, entriamo nei panni, parecchio improvvisati, di alpini. Dopo la prima scalata alla piramide di Cobà, il nostro palmarès sta per arricchirsi di un’altra epica scalata.

Nel consueto sacrale silenzio, iniziamo la nostra ascesa. La foto a corredo mostra con paurosa evidenza il pericolo. Appaiati in una posa plastica e quasi in sincrono, mio fratello Lucio (a destra) ed io (al centro) procediamo concentrati. I miei genitori sono andati vicini all’estinzione della “razza” in un colpo solo: come buttare i propri geni alle ortiche a causa di due degeneri.

Attraverso questa immagine quasi riesco ancora a percepire la tensione dei muscoli delle braccia e la tremarella nelle gambe. Il nostro sprezzo per il pericolo e la nostra autostima subisce un drastico ridimensionamento quando incrociamo quella donna, sulla sinistra, che scende eretta e, per giunta, mostrando non chalanche con tanto di borsa a tracolla.

E anche la cima del Tempio di Kukulkan è stato conquistato! In foto, Lucio non è in posa, ma è rimasto bloccato nella posizione genuflessa...

E anche la cima del Tempio di Kukulkan è stato conquistata! In foto, Lucio non è in posa, ma è rimasto bloccato nella posizione genuflessa… (Foto by RedBavon)

La scalata è ripagata dalla vista spettacolare: il colpo d’occhio sulla giungla circostante, come a Cobà, mozza il fiato, ma qui, con tutto il sito archeologico ai propri piedi, è possibile meglio comprendere che, da questa posizione, il senso di onnipotenza e di vicinanza a Dio per il Gran Sacerdote non era un delirio sotto l’effetto di sostanze allucinogene, ma una “solida realtà”. Parola di Roberto Carlitos.

La tecnica di discesa è ormai consolidata e avviene con una postura più adatta a un ragno, piuttosto che all’Homo Erectus: sedere rasoterra, mani saldamente piantate a terra, un piede in avanti e giù a cercare la superficie del gradino più in basso, piano, segue l’altro piede; consolidata la posizione dei piedi, segue il resto del corpo in un moto continuo di trascinamento, fino al gradino più basso. Se cliccate sulla foto della scalata, potete notare oltre la donna che scende, un tipo in t-shirt blu che adotta questa tecnica del “ragno cagasotto”.

Ogni passo è pesato, pensato, a ognuno degli scalini hai recitato una muta preghiera e alla fine dei 91 scalini sei a metà della recitazione del Santo Rosario, ma lasci perdere l’altra metà perché tanto la possibilità di ottenere un’indulgenza è sfumata dato il numero cospicuo di maleparole e bestemmie che hai proferito tra un gradino e l’altro.

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Tati a El BaVón Rojo: bisogna dare caramelle agli sconosciuti!

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Foto by Tati

Sembrava una tranquilla serata a El BaVón Rojo, ma a El BaVón Rojo nulla è come sembra. Quante volte la mamma ci ha recitato il mantra del “Non accettare caramelle dagli sconosciuti!” e non certo per preservarci della carie dentaria! Nulla però vieta di offrire noi le caramelle agli sconosciuti.
Tati si inserisce nel non-racconto di Zeus e lo continua nel suo buOnissimo modo.

Autrice: Tati

Bisogna dare caramelle agli sconosciuti!

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Una tranquilla serata a El BaVón Rojo [by Zeus]

Gozzovigliare con la birra e seminare panico nelle tranquille cittadine di provincia sembrano le uniche attività in cui i bikers siano riusciti a distinguersi. I bikers hanno accumulato una poco edificante reputazione nel corso degli anni. La verità è che Hollywood ci ha propinato questo cliché talmente a ripetizione che si è ormai incastrato nell’immaginario collettivo. Lasciate perdere Hollywood, non è vero che i bikers sanno solo sbronzarsi di birra e terrorizzare il vicinato…Sanno giocare anche a poker.
Zeus ci racconta la sua tranquilla serata a El BaVón Rojo.

Autore: Zeus

Una tranquilla serata a El BaVón Rojo

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Silviatico a El BaVón Rojo: grosso guaio a El BaVón Rojo

Silviatico è stato qui

Silviatico è stato qui

Avete presente il fattaccio capitato in questa cantina, che ho raccontato qualche tempo fa?
No? No hay problema. Silviatico ci tiene a riportare una versione dei fatti leggermente diversa da quanto vi ho descritto in ‘Batmancito – Più si è, meglio è‘. Silviatico afferma, infatti, che la sua sia la vera storia di come sono andate le cose. che io – diciamo –  ho un po’ romanzato ed edulcorata. Decidete voi quella que ve gusta mucho. Mettetevi comodi e godetevi il racconto di “Grosso guaio a El BaVón Rojo”.

Autore: Silviatico

Grosso guaio a El BaVón Rojo

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Innamorarsi a El Bavón Rojo – In tequila veritas

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Non so come sia capitato in questo posto dimenticato da Dio e anche da molta parte di umanità. Sta di fatto che sono qui. Me ne sarei restato nella cabaña in cui ho mi sono sistemato, se non fosse che il caldo e i mosquitos rendono impossibile restare sdraiato sul letto per più di dieci minuti, senza bestemmiare tutti i santi in ordine alfabetico. Non credo al Paradiso e tutte quelle storie su giudizi universali alla Fine del Mondo.

Mi sono spinto fuori alla ricerca almeno di un po’ di gente. Non che abbia voglia di parlare o avere un qualsiasi rapporto umano, non mi interessa. Voglio solo mischiarmi alla folla e perdermici. Essere invisibile e guardarla dall’esterno: come se fossi sbracato in poltrona davanti a una televisione. Spettatore che vede, ma non visto.

Chiedo in giro e tutti mi indicano questa cantina, com’è che si chiama? Ha un nome che suona familiare, già sentito, ma ha un che di stonato, quasi irridente.

“El Ba-Vón Ro-jo” leggo l’insegna. Sono arrivato.

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Tati a El BaVón Rojo: persa per strade polverose

Tari era aquì (c)2016 disegno di Tati

Tati era aquì (c)2016 disegno di  Tati

I due, uno alto allampanato, l’altro basso dai boccoli biondi, discesero i gradini del portico e rimasero lì a guardare la strada polverosa e riarsa dal sole messicano a mezzogiorno. I loro sguardi percorsero, insieme in parallelo, la strada per tutta la sua lunghezza. “Non è ancora arrivata” disse quello più alto. “Arriverà” ribatté quello più basso, asciugandosi con la mano il sudore dalla fronte. “Non sa quello che l’aspetta…” aggiunse l’altro. E si cacciò in bocca una cosa rotonda e rossa. “Che cos’è?” chiese il biondino corto. Masticando e succhiando, l’altro rispose “Una mela candita”. Il biondino “Ma quella roba non ti fa bene ai trigliceridi…”. L’altro alzò le spalle. Un’improvvisa folata di vento alzò un polverone proprio davanti ai due. Quando la nebbia polverosa e sabbiosa iniziò a diradarsi, un’esile silhouette di donna apparve. Tati era arrivata a El BaVón Rojo.

Autrice: Tati

Persa per strade polverose

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Johnny a El BaVón Rojo: 9 novembre

Johnny è stato qui

Johnny è stato qui

Le maledizioni non esistono, ne siete sicuri? Proprio dal Messico, la Maledizione di Montezuma ha confermato i suoi nefasti effetti attraverso le epoche temporali e oltre i confini territoriali: dal 1519, quando venne lanciata contro i conquistadores spagnoli al seguito di quel duo criminale di Hernán Cortés e Pedro de Alvarado a oggi, si è estesa a tutti i viaggiatori in qualsiasi parte del mondo, tanto che oggi è nota anche come “malattia del viaggiatore”. Continuate a non credere alle maledizioni?  Mentre su El Bavon Rojo erano calate già da un pezzo le prime ombre della sera, Johnny inizia un racconto di musica e mistero. Oste! Qui ci vuole altro grog!

Autore:

9 novembre

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tiZ a El BaVón Rojo: la cantante

tiZ è stata qui

tiZ è stata qui

E anche tiZ, la mia pendolare preferita del web, sale su quel treno che porta a El BaVón Rojo. E mentre la guardiamo come pendola, noi balliamo il twist!

Autrice: tiZ

La cantante

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Batmancito – Più si è, meglio è

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Altrimenti ci arrabbiamo

Segue da Batmancito – La Compagnia di El BaVón Rojo [Parte VI]

Ade si para tra il nanerottolo e i due “yankee”. A guardare Narciso, sembra quasi volere difendere i due “yankee” dal nanerottolo e non il contrario. Da qui non riusciamo a capire cosa si stiano urlando, ma la gestualità fa intendere che tra qualche minuto ci sarà la classica rissa del peggiore bar di Caracas (ma a Caracas ci sarà un bar dove prendere un caffè in santa pace?!?). El Rojo è sbiancato in volto, piomba sul gruppetto in animosa discussione, con un’agilità e rapidità insospettabile, data la sua abituale dinoccolata e strascicata andatura.

Gli “yankee” sembrano appena usciti da un film del Far West di John Wayne: sempliciotti, rozzi e pieni di boria, oltre che di alcol. Una pantomima moderna di “Buffalo Bill” e “Billy The Kid” senza l’aura del “mito” della frontiera dell’Ovest. Del “pioniere” non hanno nulla, piuttosto che “coloni” di un mondo inesplorato, hanno l’atteggiamento dei “colonizzatori”, come se da queste parti quelli spagnoli non avessero già combinato abbastanza disastri. Mancavano solo gli americani.

Ade li incalza con tono pacato e fermo: “Chiedete scusa a Narciso. Chiedete scusa a Narciso e poi muovete le vostre flosce chiappe fuori di qui.”

Nel portare l’ennesima cerveza al tavolo, i due “yankee” hanno iniziato a dileggiare Narciso sulla sua statura diversamente alta: non si capacitano di come un bianco possa essere “tracagnotto e rachitico” come questi “greasers” del luogo. “Greasers” è un termine spregiativo degli americani per i messicani. Letteralmente “unti”.

Narciso non fa caso alle battute sulla sua statura, tanto è abituato al continuo scambio di sfottò  con El Rojo, ma non sopporta che abbiano insultato il popolo messicano e gli sale il sangue agli occhi quando sente puzza di razzista.

D’altronde, qui siamo ospitati dai messicani, El Rojo e Narciso hanno sicuramente un debito di riconoscenza con la gente del posto e, da quel poco che ho potuto notare, amano questo luogo sebbene sia evidente che sia dimenticato da Dio. Anzi, forse è proprio per quello: El Rojo e Narciso sono qui per gli uomini che ci vivono, per condividere con loro quello che sono e quel poco che hanno.

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Mela a El BaVón Rojo: la bruja

Mela è stata qui

Mela è stata qui

Ho lasciato Mela, silenziosa che scriveva sul suo quaderno, seduta al tavolo di El BaVón Rojo. Questo è il racconto di come ci è arrivata e il suo punto di vista su questa bettola, in cui – se non fosse per la sua adorabile marmaglia frequentatrice –  non ci metterebbe piede nessuno…Dal tramonto all’alba.

Autrice: lamelasbacata

La bruja

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Zeus a El BaVón Rojo: quattro pieni e una pinta di grog

Zeus è stato qui

Zeus è stato qui

Zeus coglie subito il mio invito, più o meno dichiarato, di scegliersi un posto al tavolo e raccontare una storia agli avventori di El BaVón Rojo. Perché una taverna senza racconti è come fare i conti senza l’Oste. Il locale è aperto a tutti: prendete posto, mettetevi a cavalcioni o salite in piedi su una sedia, raccontate la vostra storia che parli di Messico, Mare dei Caraibi, ve lo ricordi o vi ci porti. Il Grog è offerto dalla casa. Astenersi astemi, tanto vi astenete di vostro. Un po’ di silenzio, ora si va a iniziare.

Autore: Zeus

Quattro pieni e una pinta di grog

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Batmancito – La Compagnia di El BaVón Rojo

When the Going Gets Tough, RedBavon Goes Drinking

When the Going Gets Tough, RedBavon Goes Drinking

Segue da Batmancito – Incontri [Parte V]

It was 7:45 we were all in line
To greet the teacher Miss Cathleen
First was Kevin, then came Lucy, third in line was me
All of us where ordinary compared to Cynthia Rose

Il Principe e il gruppo di musicisti ci stanno dando dentro. Suonano dannatamente bene. Si muove intorno a quella chitarra in un modo seducente e disturbante insieme. Per il tempo di un paio di strofe, perdo la nozione del…Tempo. Non so dove sono.

She always stood at the back of the line
A smile beneath her nose
Her favorite number was 20 and every single day

Siamo seduti a un tavolo insieme ad altre persone, El Rojo è alla mia destra, Sergio alla mia sinistra e le bottiglie di “Grog Reserva Especial” vanno e vengono come dei treni su una banchina di una stazione merci.
Allungo la mano e afferro una bottiglia, la giro sul lato dell’etichetta, fisso l’etichetta, “Grog?” domando tra me, ancora sobrio, e me, scettico. Ne verso il liquido dalla bottiglia a un bicchiere fino all’orlo e oltre, spargendone un bel po’ sul tavolo senza darvi peso. “Grog!” mi rispondo deciso a mandare a quel paese il sobrio e lo scettico, tutti e due in una sorsata sola.

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Viva il Messico! Ep.#17 – Chichén Itzá

Chichen Itza

Chichén Itzá – El Castillo, il Tempio di Kukulkan. Foto by RedBavon

8° dia: Chichén Itzá-> Mérida

Lasciamo Valladolid non senza qualche ritrosia poiché El Mesón del Marqués – come la definirebbe Frank – si è rivelato essere  un‘ottima sistemazione. Sarà che la scalata della piramide di Cobà ci ha stremato, sarà stata l’abbondanza di cipolla ingurgitata insieme al poc-chuc, ma i dannati mosquitos non hanno molestato il nostro sonno come le altre notti.

Colazione al volo, ci trasciniamo via Diego che sotto gli occhiali da sole inforcati – potrei giocarmi una somma considerevole – sta ancora dormendo: è uno “sleeping-man walking”. Quel genio del mio amico ha scoperto anche come camminare mentre dorme!

Saliamo sul nostro bolide rosso Chevy Monza, Lucio alla guida, la consueta incitazione di Frank “Grrrrintosi!” e via incontro al nostro destino: Chichén Itzá e la nostra seconda piramide da scalare!

Chichén Itzá è uno dei siti archeologici più famosi e meglio restaurati, per quanto personalmente preferisco quelli più “selvaggi” ed immersi nella Natura come Cobà e, più in là nel viaggio, Palenque: il sito è di grande impatto. Nella Ruta Maya, che attraversa Messico, Belize, Guatemala e Honduras, Chichén Itzá  è una tappa obbligata.

La Ruta Maya: un viaggio "on the road" sulle orme dei Maya, un tour archeologico e non solo

La Ruta Maya: un viaggio “on the road” sulle orme dei Maya, un tour archeologico e non solo

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Viva il Messico! Ep. #16 – Valladolid

Valladolid - L'entrata dello zocalo

Valladolid – L’entrata dello zocalo

7° dia: Cobà -> Valladolid

Dopo essere sopravvissuti alla discesa dalla piramide di Cobà, un’altra cinquantina di chilometri percorsi in direzione nord-est, verso l’interno, Valladolid è la nostra ultima tappa della giornata. Vi giungiamo nel tardo pomeriggio.

Sempre grazie ai preziosi consigli del fratello di Francesco, prima di partire dalle ruinas di Tulum abbiamo telefonato da una cabina e, nel nostro italianospagnolato con inserti di inglese, riusciamo a prenotare un paio di camere a El Mesón del Marqués nel centro di Valladolid.
La fortuna è stata dalla nostra poiché ci aggiudichiamo un alloggio in una stupenda casa nobiliare in stile coloniale ispanico: le camere sono accoglienti, letto con materasso alto, con addirittura  – Frank, senza offesa per la tua “boccia” – l’asciugacapelli e la Tivù, di cui non sentiamo minimamente la mancanza.

Valladolid - Il porticato di El Mesón del Marqués

Valladolid – Il porticato di El Mesón del Marqués. In fondo al corridoio, io gioco a fare la modella.

Le camere si affacciano su un porticato e su un giardino molto curato. C’è una piscina. Piscina?!? Tuff!  Un bel bagno rigeneratore è quel che ci vuole, dopo una giornata in cui abbiamo seriamente rischiato di andare a trovare Kukulkàn nell’Alto dei Cieli. Ammèn.

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