Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#7 [by Tati, Zeus e RedBavon]

La situazione per l’Oste diventa sempre più rognosa. L’ispettore e il sergente sono due iene che girano in circolo intorno ai compadres de El BaVón Rojo. E il cerchio si stringe sempre di più. L’ennesimo sacrificio della madrelingua da parte di Tati, Zeus e RedBavon questa volta per una giusta causa: giustizia per un omicidio?

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#6

Al perro que duerme ¡no lo despiertes!

Mentre le ultime sillabe dell’Oste rimbalzano fra le due “O” dell’ossigeno, l’ispettore Diaz soppesa il cuore dell’uomo che ha di fronte. Ci sono punti oscuri, dubbi e incongruenze. Ma la vita è un’incongruenza che funziona finché non si muore.

L’ispettore si alza dal posto irrequieto, passeggia intorno alla figura curva dell’Oste mormorando qualcosa di indistinguibile. Potrebbe essere “cabrón” ma le parole filtrano confuse fra le labbra serrate del poliziotto.

Marcelo si tasta il petto sperando di trovare i sigari, ma si è tirato via la giacca prima dell’interrogatorio perciò è senza niente addosso. “Polla” mormora a denti stretti mentre ritorna davanti all’Oste e, chinandosi a prendere il sigaro, lo guarda di sottecchi.

“Potrebbe essere innocente?” pensa l’ispettore. Conosce l’Oste da molti anni, ma non avrebbe mai etichettato quell’uomo come “omicida”.

La ex moglie gli avrebbe detto che non bisogna farsi fregare dai sentimenti.

Beata ignoranza, mormora l’ispettore, sentendo ancora il bruciore della fregatura che gli aveva rifilato l’ex moglie mentre si portava via soldi, casa, macchina e la collezione di dischi di Santana.

La fiamma dell’accendino scalda il volto dell’ispettore facendolo sudare più del consentito e l’irritazione sul corpo è a livelli di guardia. Avrebbe voluto essere onesto e anche obiettivo, ma tutto quel disagio lo attribuiva al gringo seduto di fronte a lui.

“Cabrón” pensò sbuffando dalla bocca un vulcano di fumo.

El Rojo è in un silenzio che per chi lo conosce, per chi lo conosce veramente, non è un segno di resa, ma di quiete prima della tempesta. Una tempesta non di pioggia e vento, ma di fuoco e lapilli. El Rojo è solito ribattere a chi gli dice, sfottendolo, che è un tipo assai calmo: “Sono figlio di una terra ai piedi un vulcano. Io ho dentro un po’ di quel vulcano”. Ed è la verità.

Da quando “Marcelo Alejandro Diaz Ispettore della Policia Federal Departemento de Quintana Roo” si è palesato nella taverna, El Rojo non lo ha mai perso d’occhio. Ha pesato ogni sua parola, osservato ogni suo movimento, ha appuntato ogni alterazione nella sua voce: timbro, tono, volume, tempo. Le parole dei due federales gli sono scorse addosso, senza smuovere il suo apparente stato catatonico.

Tutti, ma proprio tutti hanno sottovalutato il lavoro che fa El Rojo: l’oste.

L’oste, anche senza muoversi da dietro al bancone, riesce a capire l’umore e le intenzioni degli avventori, li percepisce – nonostante le loro differenze – come un’unica Energia, Aura, Forza, chiamatela come volete. Così l’Oste, qualsiasi fossero le parole dell’Ispettore, parte di un rituale prevedibile, si è concentrato sulla sua comunicazione paraverbale e quella non verbale, dettata dall’inconscio. Ancora prima dell’ispettore, ha capito come sarebbe andata a finire e per quali reali motivazioni. E questo lo fa davvero incazzare.

Mentre l’ispettore mastica fumo e pensieri, si avvicina Cesar che, evidentemente, deve aver finito l’interrogatorio a Tati. Il sergente ha i capelli in perfetto ordine, le tonnellate di gel che utilizza reggerebbero anche i più violenti tornado, ma è accaldato, visibilmente irritato e la camicia chiara è chiazzata di sudore sotto le ascelle.

Quando Cesar si avvicina e gli sussurra quello che ha scoperto dall’interrogatorio di Tati, la zaffata di sudore mista a nicotina investe le narici dell’ispettore.

È passata un’oretta scarsa, da quando Tati è seduta di fronte a Cesar e risponde alle sue domande. Troppe emozioni da quando s’è svegliata questa mattina e tutte insieme le stanno togliendo poco per volta le forze e questa stanchezza, come per i bambini piccoli, la rende insofferente, nervosa e particolarmente rabbiosa.

Quando Cesar le ha fatto cenno che l’interrogatorio era finito e le ha detto di spostarsi per andare dall’ispettore, Tati ha immediatamente cercato l’amico. Vuole accertarsi che stia bene, che tutto sia andato nel verso giusto: è innocente, è buono, si deve essere risolto tutto. Ma quando si avvicina e vede Oste si accorge che qualcosa non va, non un cenno di sorriso e questo vuole dire che qualcosa sta andando per il verso sbagliato.

Raccoglie le forze.

Arrivata vicino a lui, ancora seduto, come fosse abbandonato su quella sedia, gli appoggia una mano sulla spalla e stringe.

Normalmente lo avrebbe abbracciato decentemente, lei fa così: l’affetto si dimostra per bene non con cenni della testa o finti abbracci, la si stringe per bene la gente a cui si vuole bene. Eppure qualcosa le dice che ogni gesto, ogni parola deve essere pesata, è stanca e sente di dover mantenere attive tutte quante le poche forze rimaste.

Nel mentre Tati si posiziona alle spalle dell’Oste, appoggiando delicatamente una mano sulla spalla e stringendola per un periodo compreso fra il nulla e il battito del colibrì per poi ritornare a guardare in cagnesco il sergente, nella taverna una parola rompe un silenzio fatto di tante voci che vorrebbero esplodere.

“Oste” incomincia l’ispettore, il viso è contratto e il sigaro punta cattivo contro il gringo seduto e desolato “ti ho chiesto una cosa semplice: aiutami.”.

L’ispettore si ferma e guarda, a turno, l’Oste, Tati, Narciso, Ego e infine ritorna a posare gli occhi sull’Oste.

“Ti ho chiesto di aiutarmi e tu cosa fai?” riprende l’ispettore con voce arrochita dai sigari e dalla gravità di quello che dicendo “cosa fai? Dimmi.”.

l’Oste fa per parlare, ma l’indice levato in aria di Marcelo Diaz lo stoppa peggio di Montero nei momenti più scalmanati: “Non parlare gringo, stai zitto, hai detto abbastanza per quanto mi riguarda; e anche il buon Cesar ha sentito quello che serviva dalla tua amica Tati.”.

L’ispettore in questo momento si esprime ostinatamente in un inglese fortemente accentato, qualcosa che farebbe venire le lacrime agli occhi anche a Banderas. Ogni parola sottolinea l’appartenenza e l’estraneità a un popolo e a un Paese, il Messico, di cui l’Ispettore si fa portavoce, difensore e giudice inflessibile.

“Gringo, ti ho chiesto di aiutarmi e tu mi hai portato in giro con storielle e fantasie. Sono sicuro che nella tua testa sia tutto vero, che la storia regga… ma, Cristo, quei graffi e quella ferocia… sono disgustosi. Sono da animale, voi gringo non ci rispettate” l’ispettore inspira una generosa boccata di fumo, lasciando sedimentare quell’allusione razzista “Solo le bestie fanno così… per questo motivo, gringo, ti dichiaro in arresto per l’omicidio della donna”.

L’Oste alza lo sguardo come se lo avessero schiaffeggiato in pieno volto. Tati esclama un mannaggialaputtana e i due dolores scalpitano come cavalli imbizzarriti.

Se un vulcano è calmo da tanto tempo, prima o poi erutterà. L’eruzione è solo questione di tempo. Marcelo Alejandro Diaz ha commesso diversi errori.

Il primo è quello di sottovalutare l’oste e non avere capito di essere di fronte a un “vulcano”: El Rojo non è un vulcano di tipo effusivo, cioè durante l’eruzione non si “limita” a una lenta inesorabile marea di magma infuocato che distrugge tutto al suo passaggio, tuttavia con una velocità da permettere a molti di mettersi in salvo. El Rojo è un vulcano piroclastico: esplode in lapilli, pezzi di montagna intera vengono scagliati in alto, nubi di cenere e nubi ardenti di gas tra i 500 e i 1200 gradi centigradi che ruzzolano lungo le sue pendici a 300 chilometri all’ora.

Il secondo è di essersi rivolto a lui in inglese come uno dei gringos che vengono qui a depredare questa terra.

Il terzo è quello di essere entrato a casa dell’Oste, non alla ricerca della Verità, ma per mettere dentro uno qualunque e chiudere la faccenda subito. E se c’è una cosa che manda in bestia l’Oste sono le bugie, anche quelle dette a se stessi.

Il quarto è quello di non avere considerato l’amicizia tra El Rojo, Narciso, Tati ed Ego. Di gran lunga l’errore più grave è di non avere calcolato questo legame indissolubile, nel bene e soprattutto nel male, tra i Quattro dell’Ave Maria de Nuestra Señora de Guadalupe, Reina de Mexico, Emperatriz de America.

L’Oste si prepara a investire i due federales con la stessa potenza, tanto distruttiva quanto inaspettata, del Vesuvio nel 79 d.C.

“Cesar prendi il colpevole e tu – l’ispettore punta il dito – Tati, tu non sei accusata di omicidio ma sarai sentita come sospetta. Se poi facciamo scivolare la tua posizione da sospetta a complice, questo lo vedremo nel prossimo futuro… te lo garantisco!” Con la mano Diaz fa segno a Cesar di prendere l’Oste e ammanettarlo.

L’Oste si alza in tutta la sua altezza e squadra il sergente, mentre Tati parte all’attacco e si posiziona in mezzo fra Oste e Cesar insultando il poliziotto in un misto di inglese e dialetto.

“Spostati, fuerza, encenderse!” le manette brillano nelle mani di Cesar.

L’ispettore è attorniato dal duo Ego e Narciso, ma con una manata decisa sposta i due piccoletti e si avvicina all’Oste.

“Finirai i tuoi giorni in prigione, amigo”, mormora Cesar.

Tati, fiera e iraconda, difende l’Oste con tutte le sue forze. Nonostante sia alta poco più della metà del gringo, sposta indietro l’amico e si mette in sua difesa. Hulk Hogan sembrerebbe un principiante in confronto alle pose di Tati.

“Spostati!” Cesar si avvicina alla donna ma viene investito da parolacce e insulti che comprendono santi, Papi, religioni, animali e, con buona probabilità, anche la madre di Cesar, accusata di essere solita fare sconti comitiva verso le otto di sera.

L’aria è irrespirabile, quel tonto di Cesar puzza come solo gli stronzi che si sentono fighi sanno puzzare: idiozia, cattiveria e arroganza mista al deodorante della peggiore marca usato senza l’ausilio del sapone! Quando l’ispettore inizia a parlare, con quella voce dura come le pietre di montagna, ma rovente come se arrivasse direttamente dall’inferno più oscuro, qualcosa alla bocca dello stomaco di Tati fa clack!.

Per un attimo Tati perde le parole ma al “… ti dichiaro in arresto per l’omicidio…” si sveglia di scatto e quando vede l’amico alzarsi, non può fare finta di nulla, la bocca si spalanca in un “Mannaggialaputtanapezzodimerdacheccazzostaidicendo?!?”,  fa un passo a lato dell’amico e ormai è fuori controllo.

Non si accorge nemmeno che l’ispettore la indica comunque come una sospettata o eventuale complice.

I piedi sono piantati a terra, la schiena leggermente in avanti, a muso duro e le braccia lungo i fianchi si stringono in pugni così stretti che quasi si possono vedere i nervi dal dorso delle mani alle spalle, tesi come corde di violino. Sente che Oste si alza, lento, “s’è arreso” pensa “Cazzo no! Oste non ti puoi arrendere adesso!”, questa frase resta bloccata nel silenzio della sua testa confusa, le parole che escono sono di tutto altro tenore e non certo rivolte al suo compagno di sventura.

Cerca con lo sguardo Ego e Narciso, hanno occhi gonfi di dolore e rabbia, anche loro hanno le mani strette in pugni rigidi e immobili, incrociano i loro sguardi e capiscono: questi due stronzi se lo devono sudare questo arresto, non deve essere facile per loro, almeno questo lo dobbiamo ad Oste.

Cesar con un ghigno malefico estrae le manette e si avvicina ma non fa in tempo ad arrivare a Oste che Tati è già passata davanti a lui, urlandogli in faccia tutto lo schifo che ha dentro. Tre anni di Kung-fu e qualcosa lo ricorda ancora: piede destro leggermente avanti, ben piantato a terra con tutta la pianta, il piede sinistro resta nelle retrovie, anche lui ben saldo a questo pavimento di legno scricchiolante. Ginocchia appena piegate, il tanto che basta per mantenere l’equilibrio e il busto in torsione a parare gli eventuali colpi: sa che Cesar è ben più grosso ma sa di essere veloce, non vincerà ma un po’ di male intende farlo, questa soddisfazione se la deve prendere.

Con Tati messa così Cesar ha ancora tre metri abbondanti prima di arrivare a Oste e deve passare lei e i suoi insulti.

“Sei solo uno stronzo figlio di puttana, non ti azzardare ad avvicinarti a lui! Non fare un solo passo, porco schifoso, ‘fanculo tu e quellagranvaccadituamadre che non te ne ha date abbastanza da piccolo a vedere quanto sei diventato una merda schifosa!!”

Urla ogni sorta di bestemmia creando nuovi legami tra i santi. Le urla a faccia prima e ad ogni movimento di Cesar ha iniziato a saltellare sul posto: sembra una capretta pronta a colpire di testa e si sa, le caprette hanno la testa dura, parecchio dura.

Ego e Narciso afferrano Cesar dai pantaloni e dalla giacca, lo costringono a rallentare e quasi lo fanno cadere.  Il sergente bestemmia e spara fuori “culos” a velocità supersonica. Il duo nano però non si fa spaventare dalle bestemmie e continua a trattenere il sergente; solo quando è sbilanciato il giusto, Narciso passa all’azione e, con un placcaggio degno della NFL, sbatte Cesar a terra.

Il rumore del corpo del messicano rimbomba nella taverna.

“Mierda, Inspector Diaz, qua c’è una rivolta”.

Continua a Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#8

Onda sonora consigliata: Progenies Of The Great Apocalypse dei Dimmu Borgir

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40 pensieri su “Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#7 [by Tati, Zeus e RedBavon]

  1. Vamos a la revolucion, compadre y tati!…
    M’è piaciuto assai com’è montato il climax che ha preceduto la ribellione. Mi veniva proprio voglia di intonare la cucarracha e seguire anch’io all’assalto dei federales, con candelotti di dinamite…
    Bello bello bello
    e molti complimenti…….

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    1. Compadrw, te l’avevo detto che a disturbare l’Oste che dorme, poi morde. E abbi pazienza perché per ora si sta caricando a pallettoni. Tati e il duo nano hanno solo iniziato. I federales sono fortunati che sono finiti i tempi del gioco della pelota…le loro teste altrimenti avrebbero adornato l’entrata del sacro tempio di El Bavoncoatl!
      PS: io ti ho pensato. Un’entrata a grande effetto per la serie “Arrivano i nostri!”. Ti ci vedo proprio alla “Viva Zapata!” 😉

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      1. Guarda caso dorme è anagramma di morde: avrà pure un senso tutto ciò, compadre?… Sai che ci stavo proprio pensando a metterci lo zampino? Il guaio è sempre e solo il tempo e la testa pure. Ma mai dire mai, sempre che risulti benaccetto qualcosa che possa risultare destabilizzante…

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        1. Beneaccetto?!?! AZZ! Non so come te lo devo dire? TI ho pure giocato lo scherzetto dell’anagramma per attirarti…Compadre, quanto potrai destabilizzare noi tre già destabilizzati di nostro e con una storia instabile dall’italiano terremotato?
          Dai su, trova il tempo e butta giù qualcosa…In ogni caso sarà un successo (almeno per me)

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            1. Non voglio promesse, perché non sono una donna e tu non sei un marinaio.
              Solo che se ti viene in mente di buttare giù una “cosa” da condividere qui al comedor, non ti devi fare inutili, tremende pippe mentali…Mi casa es tu casa. E chettelodicoaffà Tu lo spagnolo lo conosci, io no. 😀

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  2. Mio caro amico, visto che mi ci hai tirato dentro, mi sento un po’ come l’Albertone americano a Roma, di fronte agli spaghetti che pronuncia il fatidico: maccaroni! Maccaroni: m’avete provocato e mo’ me te magno!!!
    Insomma, ci ho provato a magnarmeli. Spero che il risultato ti possa almeno piacere un po’. E, comunque, non può che trattarsi che di una fine parziale…

    Al Districto Federal di Mexico gli avevano appioppato il nomignolo di “Cocalero”. Non perchè ci avesse nulla a che vedere con le piante incriminate e, nemmeno, con la polverina magica che ne era derivata. Lo
    chiamavano così perchè era sempre con una bottiglia o una lattina di quella bibita in mano. Certo, lui in gran segreto provvedeva a correggerla alla grande, aggiungendole dosi generose di rum. Cosa che faceva di lui un messicano alquanto originale, poichè si distaccava dal tradizionale duopolio di tequila e mezcal. E fu proprio questa sua passione a far sì che, ad un certo punto, deviasse dalla carretera principale, per immettersi su una stradina secondaria, diretto al “Bavonrojo”, di cui in precedenza aveva visto l’insegna di comedor cantina e restaurante. Certo, lo stavano aspettando a Chetumal, vicino al confine con il Belize. Ma che lo aspettassero: lui aveva finito il ghiaccio. E non aveva alcuna voglia di bersi la brodaglia calda.Insegna curiosa gli venne da dirsi, però: se ci aveva il ghiaccio, avrebbe pure potuto chiamarsi el diable o inferno. Finalmente arrivò di fronte al tugurio. Si perchè aveva proprio l’aria della stamberga, posta a poca distanza di poche altre baracche dal tetto di lamiera. Proprio come era di moda da quelle parti, in quei pueblitos pulciosi e di una miseria prorompente. Parcheggiò. Non pareva ci fosse anima viva in giro, soltanto il puzzo di salmastro dell’aqua stagnante marina, segno della vicinanza delle paludi. Salì i pochi gradini della veranda ed entrò. All’interno si ritrovò immerso in una atmosfera surreale ed allo stesso tempo carica di tensione: un paio di uomini dall’aria degli sbirri, si confrontavano con un quartetto di tizi dall’aria improbabile. Erano quasi arrivati alle mani, quando lui fece il suo ingresso. Avrebbe preferito, data la delicatezza del suo incarico e segretezza, di non lasciarsi coinvolgere da beghe locali. Ma aveva bisogno del ghiaccio. Allora pronunciò a voce alta ed autoritaria:” Chi è il padrone qui dentro?” Tutti si girarono a guardarlo di colpo: chi con stupore e chi con risentimento. Quelli dall’aria dei poliziotti espressero tutto il loro disappunto grugnando e quasi ruggendo. Mentre uno dei quattro, quello dai capelli rossicci e più alto di statura, Rubando il tempo della battuta ad uno dei poliziotti:”Sono io segnor, cosa posso servirla?” Ancora il Cocalero fu più rapido:”Del ghiaccio, avete del ghiaccio?”
    “Seguro, segnor” rispose l’oste girandosi per andare a prenderlo. a quel punto quello che sembrava il maggiore in grado dei poliziotti, esplose rabbioso:” Segnor! Favorite uscire e di corsa: qua è in corso un’inchiesta per omicidio e questi sono potenziali indiziati!” A quel punto il Cocalero,
    al quale premeva tanto il suo ghiaccio, gli venne naturale rispondergli:” Que pasò, compadre!” Il poliziotto, ancor più rabbioso ed autoritario:” Fuera de aquì o te llevo a la carcel! E tu se ti muovi ti fulmino!” Ringhiò nei confronti dell’oste.
    Il Cocalero che ne aveva conosciuti tanti di quei poliziotti frustrati e prepotenti, sapeva come metterli al loro posto. Dunque mandando al diavolo la segretezza, si qualificò:” Sono il capitano Felipe Tentores Obregon, dei servizi speciali del Distretto Federale di Mexico. E rinnovo la mia richiesta per ottenere del ghiaccio. Vorreste voi opporvi?”
    “Ispettore Diaz y Diaz…” gli venne fuori con un filo di voce al jefe prima rabbioso, ma ormai sul limite di collassare: aveva sempre sognato di entrare a far parte dei servizi speciali e così abbandonare quel lugar de mierda, come aveva sempre considerato lo stato del Quintana roo.
    Ristabilite le gerarchie, il capitano Felipe Tentores Obregon, rimase un attimo in silenzio, squadrando quelli che, per l’ispettore, erano dei probabili omicidi: un oste dall’aria gringa e per nulla sanguinaria; una fanciulla dall’aria gentile e minuta, per quanto ancora con il volto alterato dallo scontro recente; due nanerottoli che sembravano uno più zuzzerellone dell’altro… Intanto Diaz aveva fatto segno all’oste di accontentare il capitano, portandogli il ghiaccio. Nella speranza che se ne andasse via in fretta. Ma quello sembrava prendere tempo. “Così questi sarebbero i vostri indiziati?”disse rivolto a Diaz. Questi sempre più a disagio, quasi in un sussurro, si lasciò scappare un”Sì”.
    “A parer mio potrebbero mandare avanti un circo, piuttosto che esibirsi in un omicidio” disse quasi pensieroso Felipe. A quel punto irruppe quello che si qualificò come medico legale e, rivolgendosi a Diaz, chiese se poteva far portare via il cadavere, dato che puzzava sempre più. Il capitano, preso da un oscuro presentimento, chiese di poterlo vedere questo cadavere. Diaz, sempre convinto di riuscire a disfarsi dell’incomodo, accettò, conducendolo nei pressi della vittima. Qui, Cesar, il collega, sollevo il sudario. Il capitano impallidì vistosamente, nel vedere la donna vestita di blu morta ed in quello stato in cui era stata ridotta. La
    osserò attentamente. Chiese al medico se avesse dei guanti per lui. Il medico pronto gliele porse. Lui si dedicò a rilevamenti minuziosi. Poi si fece indicare il luogo del ritrovamento. E come un segugio, girò in lungo e in largo per diverso tempo. Poi, quasi soddisfatto di quanto potesse avere trovato o intuito, tornò accanto a Diaz. Questo avrebbe voluto tanto fargli notare che la giurisdizione era la sua. E che quel cadavere gli apparteneva. Non pensasse di portargli via l’inchiesta, a maggior ragione che era così vicino a risolvere il caso. Ma il capitano quasi non gli diede tempo. Iniziando a parlare:” Vedete ispettore Diaz, arrivo dal Districto Federal, viaggiando in incognito, proprio per prendere in consegna questa donna che ora è ridotta a cadavere. Quanto sto per dirvi ora, vi mette in gran pericolo di vita non solo lei ed il suo collega, ma pure questi signori qui presenti. Questa signora era la donna di uno dei più temuti cartelli della droga di Sinaloa. Un giorno è scappata e si è resa irreperibile per diverso tempo. Ad un certo punto ha deciso di collaborare con noi, forse perchè si sentiva sempre più minacciata. Io dovevo prenderla in consegna e ricevere le sue eventuali preziose informazioni su certi traffici. Ma, evidentemente, il suo vecchio amore è arrivato prima di me.”
    “Ed ora?”Gli scappò detto all’ispettore, considerando che ci faceva una figura barbina. Ma del resto, i comportamenti dell’oste e dei suoi accoliti era stato più che ambiguo e quindi degno di attirare i suoi sospetti. L’amica dell’oste che rispondeva a nome Tati, lo stava guardando con occhi sempre più cattivi. Il capitano la notò e si rivolse a lei:”Segnorita, la prego di scusare l’ispettore Diaz, ed anche lei oste, purtroppo i miei colleghi non conoscevano la vera identità di questa donna. Comunque suggerisco ad ognuno di tornare alla prpria vita come niente fosse accaduto. A lei, ispettore Diaz di inviare il cadavere a Mexico, perchè si possano fare ulteriori indagini autoptiche. Mentre, per quanto mi riguarda, spero che vogliate dimenticarvi della mia esistenza. Detto ciò, prelevò il ghiaccio, messo sul bancone dall’oste, avviandosi ad uscire nel silenzio generale.

    Continua?

    16/06/2017 Woodenship

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      1. Ahi, mi raccomando che l’ottavo non sia in contraddizione con questo mio. Se vuoi il mio”spassionato” consiglio. Prima leggi il mio che è molto puntato sul settimo e che quindi potrebbe essere una falsa conclusione, poi decidi. A mio modestissimo e parziale giudizio, dovresti pubblicare, sempre che ti piaccia, questa mia parte. Poi l’altra puoi veder come usarla per ripartire…

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              1. No, non lo dicevo tanto per me, quanto per mantenere una ratio all’interno del racconto. Così si rischia di sbiellare e rendere quasi incomprensibile… Comunque: quello che ne verrà fuori ci si prenderà… Peccato perchè io avevo cercato di scrivere in continuità con il settimo episodio. aDESSO ASPETTO DI LEGGERE IL TUO OTTAVO PER CAPIRE COME POSSA RICOLLEGARSI IL MIO A TUTTO IL RESTO…

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                1. Lo so che non lo dicevi per te. Maporcalapupazza ma ho visto la tua risposta troppo tardi. Mi spiace da morire. Conto di riuscire a non buttare il tuo lavoro alle ortiche. Noi tre scriviamo in anticipo anche per coordinare poi l'”incastro”. Diamine ora sto arrivando a casa e vedrò.

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                  1. No problem amigo: mi sono già divertito molto a scriverlo. E non è necessario vederlo pubblicato. E’ stata una mia improvvisata senza alcuna pretesa, quindi non prendertela. Anzi ti ringrazio per avermi dato modo di fare qualcosa di diverso dal solito scrivere poesie…

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                2. Letto d’un fiato. Va di una bellezza che non ti posso dire! Può incastrarsi tranquillamente dopo questo ottavo episodio cambiando pochissimo. La parte della ragazza dovrei farti uno spoiler su chi è (e come si evolve la faccenda). Andrebbe modificata solo quella parte instillando un dubbio nel tuo personaggio che si tratta di un volto noto alla giustizia e invischiata con i Narcos. Se ti va e posso scriverti per e-mail, ti spiego ahimè spoilerando

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