Al cinema la guerra raccontata dai vinti


“La Storia è scritta dai vincitori” è un detto popolare, la cui attribuzione è incerta. “Scrivere” la Storia è anche un contribuirvi nella sua trasmissione alle generazioni a venire. Il rischio che nello scrivere si possa anche distorcerla è sempre in agguato e di attualità.
La guerra, in particolare, è raccontata dai vincitori. Rare volte ai vinti è data la possibilità di raccontare il proprio punto di vista. La guerra nasce infatti dall’incapacità o dal rifiuto di dialogo tra modelli socio-economici e culturali. Tale corto-circuito di comprensione dà inizio a una complessa serie di eventi che alterano nella collettività la rappresentazione di sé, fino al punto di definire una vera e propria  “strategia” di affermazione ai danni dell’altro. Allo scoppio di un conflitto, esistono perciò tante guerre diverse quante sono le auto rappresentazioni che ogni parte belligerante si crea. Historia magistra vitae, la Storia dovrebbe essere di insegnamento affinché le nuove generazioni non commettano gli stessi errori. Sarebbe quindi importante conoscere il punto di vista anche dei vinti e gli effetti della sconfitta.

Se in letteratura esistono numerose testimonianze dei vinti della Seconda Guerra Mondiale, altrettanto non può dirsi nella cinematografia e nei videogiochi.

‘Their Finest Hour’ discorso di W.Churchill alla Camera dei Comuni, 18 giugno 1940. [fonte: ©The Churchill Archive]
‘Their Finest Hour’ discorso di W.Churchill alla Camera dei Comuni, 18 giugno 1940. [fonte: ©The Churchill Archive]

This was their finest hour

Questa fu la loro ora migliore

(cit. Winston Churchill, Camera dei Comuni, 18 giugno 1940)

Fin dagli anni Quaranta, gli inglesi e gli statunitensi hanno associato la Seconda Guerra Mondiale a un periodo di gloria. Sono stati educati a pensarlo. La ricca cinematografia a tema rispecchia fedelmente questo sentimento. A tale modo di raccontare la guerra anche i popoli vinti si sono in qualche modo assuefatti.

Fino alla fine degli anni Sessanta i film di guerra sono intrisi di retorica e vi si esaltano onore, gloria ed eroismo dei vincitori; i vincitori sono sempre i “buoni”, i “good guys”, i vinti sono i “cattivi”. Questo manicheismo cinematografico trova solo poche eccezioni: All’Ovest nulla di nuovo di Lewis Milestone (USA, 1930), Paisà di Roberto Rossellini (Italia, 1946), Fuochi nella pianura , La ciociara di Vittorio De Sica (Italia, 1960) e, mai giunti nella nostre sale, i giapponesi Genbaku no Ko (Children of Hiroshima) di Kaneto Shindo (1952) e Nobi (Fires on the Plain) di Kon Ichikawa (1959).

Sono gli unici esempi di una guerra raccontata dalla parte dei vinti. In questi film si pone l’accento sulla drammaticità degli eventi e la sofferenza umana, non sull’eroismo e il valore.

La locandina esprime in pieno la drammaticità del film per quanto era lecito esprimere nelle locandine del tempo [fonte:IMDb.com]
This was not their finest hour

A partire dalla fine degli anni Sessanta, un moto di riflessione e critica si fa strada nella produzione cinematografica e riceve anche il consenso dal grande pubblico: la ricca cinematografia americana dei “Viet-movies” rappresenta infatti un esempio di successo di film di guerra in cui i vinti raccontano la propria esperienza.

Si tratta pur sempre di film di produzione americana.

I film di origine non statunitense in cui i vinti raccontano la “propria” storia si contano sulle dita delle mani: ai già citati italiani Paisà e La ciociara si aggiunge El Alamein di Enzo Monteleone (2002); i tedeschi Das Boot (U-Boot 96, 1981) di Wolfgang Petersen e la controversa mini-serie TV Unsere Mütter, unsere Väter (Generation War, 2013); il russo Idi i smotri (Va’ e vedi, 1985) di Elem Klimov.

Idi i smotri (Va’ e vedi): i ragazzi alzano gli occhi al cielo. Avvistano un aereo ricognitore tedesco, poi dei paracadutisti, infine cadono le bombe e fuggono terrorizzati

Idi i smotri, poco noto da noi ma molto popolare nella Russia sovietica, racconta la storia di due ragazzi mentre tentano di sopravvivere durante l’invasione tedesca.

La brutalità del conflitto vista e vissuta attraverso gli occhi di due innocenti: un film drammatico, dall’impatto emotivo devastante, trasmette un messaggio banale ma spesso colpevolmente ignorato: i ragazzi russi sono come i ragazzi americani! Desiderano le loro madri per sentirsi al sicuro e per essere felici. Nello stesso anno, un periodo di altissima tensione tra i due vecchi alleati, URSS e USA, Sting cantava Russians:

There’s no such thing as a winnable war / It’s a lie we don’t believe anymore

Non esistono guerre che possono essere vinte / È una bugia a cui non crediamo più

(cit. Russians in The Dream of the Blue Turtles, Sting, 1985)

La Croce di Ferro: a destra, un magnifico James Coburn interpreta il sergente Rolf Steiner, che mostra “umanità” anche tra i “cattivi” per antonomasia

Sebbene diretto dallo statunitense Sam Peckinpah, cito anche il film La croce di ferro del 1977 poiché tratto dal romanzo Das geduldige Fleisch (La carne paziente, Baldini & Castoldi) di Willi Henrich, ex-veterano della 101. Jäger-Division che sul fronte russo subì pesantissime perdite. Vi si racconta la storia dal punto di vista dei nazisti, concentrandosi sulla brutalità e la violenza della vita del soldato. Assai criticato per le scene di particolare violenza, in USA fu praticamente ignorato, ebbe un enorme successo in Germania e un buon riscontro nel resto d’Europa.

Il Nemico alle Porte: Jude Law interpreta un soldato russo nell’attacco a Stalingrado. Da notare: è disarmato

Nel 2001 Il Nemico alle porte, diretto da Jean-Jacques Annaud, racconta la guerra dal punto di vista russo. Le scene dell’attraversamento del Volga e dell’attacco a Stalingrado rendono l’intensità della battaglia e la carneficina al pari delle ben più famose scene iniziali di Salvate il soldato Ryan (1998) di Steven Spielberg. L’esaltazione dell’eroismo viene smorzata quando i soldati appena sbarcati e ancora traumatizzati dai tanti compagni morti, vengono gettati nella mischia con un fucile ogni due. Chi prova a ritirarsi viene ucciso dai commissari politici.

Il primo prende il fucile e avanza, il secondo gli va dietro. Quando il primo muore, il secondo raccoglie il fucile e prosegue.

(cit. l’ufficiale russo istruisce la truppa durante la distribuzione delle armi prima dell’assalto alla linea difensiva tedesca asserragliata a Stalingrado)

Il film fu aspramente criticato in Russia e se ne chiese addirittura di vietarne la proiezione. Il dibattito è ancora acceso in merito all’eccessiva drammatizzazione della scarsità di armi, dei soldati russi mandati al macello disarmati o uccisi dai loro superiori. Il risultato al netto della verità storica è però raggiunto: orrore, angoscia e paura sono tangibili.

Se l’entrata in guerra degli USA è considerata come il fattore decisivo per la vittoria sui nazisti, lo sono altrettanto le ingenti perdite tedesche sul fronte orientale al prezzo di un numero di vittime russe, che è il più elevato della Seconda Guerra Mondiale. Le battaglie nell’inverno russo, poco documentate e raccontate, furono rese ancora più brutali dalle condizioni climatiche e coinvolsero la popolazione civile più di quanto accadde sul fronte occidentale.

Tom Cruise interpreta Claus Schenk von Stauffenberg. Una convincente prova dell’attore in un ruolo che non ci si aspetta [fonte: Wikipedia]

Infine, Operazione Valchiria (2008), diretto da Bryan Singer, in cui Tom Cruise interpreta un ufficiale nazista che cospira con altri ufficiali per assassinare Adolf Hitler: racconta il fallito attentato del 20 luglio 1944 per assassinare Adolf Hitler a opera di alcuni ufficiali tedeschi, guidati dal colonnello Claus Schenk von Stauffenberg. È un quadro competente, denso di tensione, in cui si mostra un punto di vista tedesco discordante dal coro di consenso al Führer, sempre descritto come compatto e incrollabile.

Anche la guerra nel Pacifico annovera un certo numero di film che raccontano la storia dal punto di vista dei vinti sia di produzione americana sia giapponese.

Tora! Tora! Tora! L’attacco a Pearl Harbor

Nel 1970 Tora!Tora!Tora!, diretto da Richard Fleischer, viene girato da un’ unità statunitense e una giapponese, quest’ultima diretta da Kinji Fukasaku e Toshio Masuda. “Tora” è il messaggio in codice giapponese per indicare che l’attacco a sorpresa era riuscito. Il film, ambizioso e con una produzione grandiosa, racconta la storia della preparazione e dell’attacco a Pearl Harbor sia dalla prospettiva americana sia giapponese. La narrazione alterna il punto di vista delle due parti, concludendosi con l’attacco alla base americana.

Rappresenta la fine dello stereotipo negativo del cinema statunitense nel descrivere l’ex-nemico giapponese: è uno dei primi tentativi di raccontare il punto di vista avversario, le scelte politiche, le differenze di vedute militari, anche tra gli stessi comandanti nipponici. In Giappone riscosse un enorme successo, mentre negli USA l’accoglienza al botteghino fu tiepida e molto al di sotto delle aspettative. Ciò nonostante, l’importanza di questo film è indubbia: nel 1994 un sondaggio presso l’USS Arizona Memorial ad Honolulu ha stabilito che per gli americani il film era la fonte più comune di conoscenza popolare sull’attacco di Pearl Harbor.

Lettere da Iwo Jima, un raro caso di film proiettato nelle sale italiane in lingua originale [fonte: IMDb.com]

Nel 2006 due film girati insieme da Clint Eastwood raccontano un evento cruciale della guerra del Pacifico, la battaglia di Iwo Jima, sia dalla prospettiva americana sia giapponese: il primo è Flags of Our Fathers, alla cui proiezione pochi mesi dopo segue Lettere da Iwo Jima.

A due giornalisti di Le Monde Clint Eastwood dichiarò che al centro dei due film vi è “l’assurdità di mandare a morire persone che hanno appena iniziato a vivere”. L’età media dei soldati americani sbarcati a Iwo Jima era di diciannove anni e quella dei giapponesi non di molto superiore: tra il 19 febbraio e il 25 marzo 1945, nella battaglia di Iwo Jima, persero la vita 6.821 americani e circa 18.000 giapponesi.

Stima dei morti nella battaglia di Iwo Jima (cit. pag. 83 The Ghosts of Iwo Jima di Robert S. Burrell)

Un film in Italia non ha raggiunto il grande pubblico perché è stato proiettato in lingua giapponese, come anche negli Stati Uniti, il cui pubblico però è abituato a vedere i film stranieri nella madrelingua. Nella versione “home video” è stato aggiunto il doppiaggio in italiano.

Negli anni immediatamente successivi alla guerra, nel confrontarsi con il proprio passato bellico, la società giapponese era un passo avanti a quella tedesca. La Sinistra nipponica, supportata e incoraggiata dagli americani durante l’occupazione, stava iniziando a confrontarsi con le atrocità del Giappone in tempo di guerra contro gli altri popoli asiatici. Individuato nel militarismo giapponese uno dei fattori scatenanti, si decise per dare al Paese una Costituzione pacifista, che la Destra ha sempre contestato in quanto considerata come un’imposizione americana e ha perciò provato più volte a modificarla. In questo contesto, i film giapponesi che raccontano della “loro” guerra rischiano di alimentare il negazionismo e il revisionismo storico della Destra giapponese.

Due grandi produzioni giapponesi, The Admiral (2011) di Izuru Narushima e The Eternal Zero (2013) di Takashi Yamazaki, sono rappresentative. Quest’ultimo ha sollevato un bel putiferio sia nel dibattito interno sia di politica estera.

L'ammiraglio Yamamoto (Kôji Yakusho) sul ponte di comando
L’ammiraglio Yamamoto (Kôji Yakusho) sul ponte di comando

The Admiral racconta la storia dell’Ammiraglio Isoroku Yamamoto attraverso le  vicende della guerra nel Pacifico, i rapporti con la politica, la gerarchia militare e la stampa, la vita privata con amici e familiari, tratteggiando la figura di uno dei più importanti capi militari della Seconda Guerra Mondiale come quella di uomo che conosceva il valore della pace e combatteva per riportare la patria alla pace nel minore tempo possibile. Tutti i dettagli in The Admiral. L’ammiraglio che voleva la pace.

The Eternal Zero, la locandina giapponese [fonte: IMDb.com]

La proiezione cinematografica di The Eternal  Zero è stata accompagnata da molte critiche a causa delle dichiarazioni negazioniste del Massacro di Nanchino da parte di Naoki Hyakuta, l’autore dell’omonimo romanzo dal quale è tratto il film.

In questo film ricorre il tema dei tokkotai, i piloti kamikaze: dopo l’invasione americana delle Filippine, il prevalere del senso del dovere e la consapevolezza dell’inadeguatezza dei propri mezzi si traducono nell’estremo sacrificio della propria vita. Il rischio di cadere nella retorica dell’eroismo è alto.

The Eternal Zero: Miyabe nel’abitacolo del suo Zero

Tuttavia la storia del pilota giapponese a bordo del famoso caccia Mitsubishi A6M Zero (dal quale deriva il titolo) è incentrata sulla sua ostinazione a vivere e a fare sopravvivere i suoi compagni e i suoi allievi, nonostante le infamanti accuse di vigliaccheria, che in vita lo isoleranno e, dopo la morte, ne infangheranno la memoria.

Si Alza il vento: prova di volo di sogni con aerei di carta

Anche Si alza il vento, l’ultimo film di animazione diretto da Hayao Miyazaki, è stato accusato di alimentare il revisionismo storico della Destra giapponese. Miyazaki racconta come un sogno, alimentato dalla passione e dall’etica del lavoro, anche in condizioni avverse, può diventare realtà. Non è un film che esalta gli aeroplani che hanno seminato morte e distruzione, ma con dignità e coraggio rivendica lo spirito tenace del popolo giapponese nel critico contesto storico prima della rovinosa entrata in guerra, voluta da una scellerata classe dirigente e militare. Potete leggerne in Si Alza il vento VS The Eternal Zero. Due film apparentemente diversi

Se in Occidente il disegno animato non ha ancora acquisito la dignità culturale dei film tradizionali, in Giappone gli anime sono da moltissimo tempo un mezzo d’espressione paritetico e un’alternativa nel meta-linguaggio.

Non deve meravigliare quindi che il racconto della guerra dal punto di vista giapponese sia stato affidato anche ai film d’animazione (da cui hanno tratto in seguito film “live”). Nonostante il minore realismo delle immagini, questi film hanno un impatto emotivo sorprendente: mostrano la guerra attraverso gli occhi degli innocenti, rendono la  sofferenza della popolazione civile con tale drammaticità e in modo così toccante da non potere trattenere le lacrime.

Tra questi è impossibile non citare Hotaru no haka (Grave of the Fireflies), distribuito in Italia con il titolo Una tomba per le lucciole.

La locandina del film Hotaru no haka (1988) [fonte: Imbd.com]

Proiettato nelle sale giapponesi nel 1988, Hotaru no haka è un film d’animazione, tratto dall’omonimo racconto semi-autobiografico di Akiyuki Nosaka. Sceneggiato e diretto da Isao Takahata, co-fondatore dello Studio Ghibli insieme a Hayao Miyazaki, è un film di rara potenza, commovente, straziante, intenso da fare quasi male.

Racconta la storia di un ragazzo e della sua sorella più piccola, resi orfani dalla guerra, che lottano per sopravvivere durante il conflitto in una situazione disperata con cibo e medicine scarsissime in un contesto umano che non può permettersi nemmeno l’empatia per due piccoli abbandonati.

Ciò che sorprende è che la storia, nonostante sia affidata a dei disegni animati, è di rara potenza emotiva: commovente alle lacrime, devastante. Anzi, credo che solo i disegni di un film di animazione rendano possibile sopportare la crudezza della storia e l’intensità di queste emozioni. Se ha fatto “male” a me, non riesco a immaginare la reazione dei giapponesi durante la proiezione al cinema.

In Italia nel 1995 è stato distribuito da Yamato Video in formato VHS con il titolo Una tomba per le lucciole, praticamente introvabile quando ne ho letto e ho avvertito l’esigenza di vederlo.

L’ho visto per la prima volta grazie alla versione distribuita nel Regno Unito in formato DVD dal titolo Grave of the Fireflies. Sui titoli di coda deglutivo a fatica, un groppo mi serrava la gola, non riuscivo a trattenere le lacrime. In Italia, il film è stata proiettato al cinema nel 2015  il 10 e l’11 novembre 2015 con un nuovo doppiaggio rispetto alla prima versione italiana. Ho acquistato anche l’edizione italiana Blu-Ray, che però non ho avuto ancora il coraggio di riguardare. Un film intenso come raramente accade, ma va visto con una certa “preparazione” e disposizione. Un “cartone animato” da non fare vedere assolutamente ai bambini.

Altrettanto emotivamente devastanti sono i film di animazione dedicati all’olocausto atomico. Ho trovato in Rete il cortometraggio Pikadon (1978) di Renzo Kinoshita. Guardatelo, dura sette minuti e diventerete convinti sostenitori dell’anti-nucleare e vi morderete due volte la lingua quando formulerete nel vostro cervello le parole “guerra giusta”.

Hadashi no Gen (Barefoot Gen, 1983 e 1986) di Keiji Nakazawa, superstite al bombardamento atomico di Hiroshima, è un racconto auto-biografico, pubblicato dapprima come fumetto, ha ricevuto cinque adattamenti cinematografici: due film “live” (1976 e 1980) e un film per la TV in due episodi (2007); due film di animazione nel 1983 e 1986.

Barefoot Gen. Dalla locandina giapponese non sembra un film che non ti fa dormire la notte [fonte: IMDb.com]

Anno 1945. Gen, un bambino di sei anni, e la sua famiglia vivono a Hiroshima. Il padre di Gen non crede nella guerra ed è apertamente critico nei confronti della classe dirigente e militare. Questo atteggiamento comporta l’emarginazione della famiglia come “traditori della patria”.

Emerge un contrasto dilaniante per i giapponesi, costante e dilaniante, che ho trovato nelle auto-biografie dei testimoni giapponesi della Seconda Guerra Mondiale come l’asso della Marina giapponese, Saburo Sakai (Samurai! TEA, 2001): il legame di reciproca fedeltà ai valori tradizionali e di comunione nazionale e l’inutilità e brutalità di un governo che esalta i ragazzi nel sacrificare le proprie giovani vite, inviandoli nelle missioni “kamikaze”.

Barefoot Gen (Gen a piedi nudi): la bomba atomica sganciata su Hiroshima

Il primo film di animazione racconta la vita di Gen e della famiglia fino allo scoppio della bomba atomica. Nel secondo film, scampati alla morte, Gen e i familiari superstiti devono affrontare le non meno terribili condizioni del dopo-guerra.

Kuroi ame (Black Rain). La storia del dopo-bomba atomica ad Hiroshima, basato sul romanzo omonimo di Masuji Ibuse [fonte: IMDb.com]

Oltre agli anime, altri film, di cui cito il più ricercabile titolo in inglese, si concentrano sulla tragedia atomica, Chil­dren of Hiro­shima (1952), Chil­dren of Naga­saki (1983), Black Rain (1989).

Prossimamente, affronteremo lo stesso tema nell’ambito dei videogiochi, che solleverà una domanda: può un videogioco avere un valore educativo e un impatto emotivo nel racconto della guerra?

Nota Bene: i link di seguito sono i film di difficile reperimento che ho trovato online al momento della stesura di questo post.

Libri consigliati:

Vento divino
Vento divino
Samurai! di Saburo Sakai
Samurai!
Pilota di Stuka di Hans Ulrich Rudel
Pilota di Stuka

20 pensieri su “Al cinema la guerra raccontata dai vinti

  1. Fluviale ed esaustivo, compadre:i perdenti non hanno mai avuto vita facile. Anche se, nel caso della seconda guerra mondiale, purtroppo, l’ideologia nazista o nipponica, non hanno reso semplice una narrazione dalla parte dei vinti. Però ricordo alcuni episodi di Heimatt di Edgar Reiz, una monumentale narrazione in tre serie della recente storia tedesca in versione cinematografica.
    In questi episodi veniva narrata la storia d’amore tra una tedesca di razza ariana e un ufficiale tedesco ebreo. Questa storia getta a uno sprazzo di luce all’interno della wermacht e i suoi componenti riconosciuti giudei. Non ricordo di preciso l’anno di uscita di questi film, ma credo che li troverai facilmente su YouTube.
    Complimenti per il post molto intrigante y saludos

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    1. Compadre, il “fluviale” mi è particolarmente gradito 😉 Non conoscevo questo film e ti ringrazio per la segnalazione. Sono rari i film tedeschi. Al contrario dei giapponesi (che comunque furono veramente brutali con i popoli asiatici dei territori che occuparono), i tedeschi hanno cercato di “rimuovere”; se provi a parlarne si infastidiscono, come se il loro passato non gli appartenesse. Niente di più sbagliato, tanto è vero che in Austria c’è stato un rigurgito con un riscontro a livello politico. In Germania, hanno un maggiore controllo, ma temo che vi siano ceneri che stanno ravvivandosi. Chiaro che è una mia opinione e sensazione, ma il successo elettorale di certe “Destre” in Polonia, Ungheria e Austria nonché nella insospettabile Olanda, mi fanno alzare le antenne e venire qualche brivido. La Storia insegna, ma se l’alunno si distrae o non studia, è destinata a ripetersi, mai uguale nella forma ma con effetti similari.
      Hasta luego, compadre!

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      1. Fluviale è pure il meraviglioso Heimat: una prima serie di 11 episodi, seguiti da una seconda di circa 13 episodi. E poi una terza serie più recente che narra della caduta del muro di Berlino. E’ una saga che attraverso prima la storia di una famiglia, poi si sviluppa raccontando un’intera nazione dalla prima guerra mondiale fino alla caduta del muro.

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    1. Delle testimonianze dirette dei vinti ho letto diversi libri (tre di questi li ho segnalati alla fine del post) e sono davvero interessanti, molto più di quanto impariamo a scuola, che nella migliore delle ipotesi è frutto della mediazione di interpretazioni di storici riconducibili a opposte tendenze – se non ideologie – politiche. Pertanto non leggiamo mai di come i vinti hanno vissuto questi eventi, se non ci armiamo di curiosità e andiamo a trovare queste testimonianze. Sia il libro di Saburo Sakai sia quello di Rudel, entrambi considerati assi dell’aviazione, restituiscono una visione meno dicotomica (buoni e cattivi/vincitori e vinti), densa di sfumature che non ci hanno mai insegnato. La cinematografia, con la sua semplificazione e drammatizzazione a fini spesso di spettavolo e intrattenimento, nel passato ha contribuito ad alimentare ancora di più questa netta “divisione”. Non che voglia riabilitare i nazisti o i fascisti o le purghe staliniane, ma comprendere come la guerra fu vissuta da chi vi ha partecipato in prima linea. Un altro libro che non ho citato, I Cacciatori del Vesuvio, che racconta la difesa aerea di Napoli contro i bombardieri americani e britannici, mi ha fatto mettere in dubbio chi fossero i “buoni”. Il bombardamento indiscriminato, anche in ore diurne, fu di terribile brutalità e inizi a capire che gli aviatori italiani, sebbene sotto le insegne di una terribile dittatura, diedero la vita per difendere la propria gente, persone comuni. A partire dai “Viet-movie” il cinema ha inizato a raccontare anche quella parte fino a quel momento silenziosa (e silenziata) dei vinti. Ne guadagna la consapevolezza di ognuno.

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  2. Bellissimo approfondimento. Davvero complimenti. Anche io non ho mai avuto il coraggio di riguardare Una tomba per le lucciole. Nel mio viaggio in Giappone ho voluto comprare la scatola di latta delle caramelle che custodisco gelosamente, ma ogni volta che la guardo mi torna il magone.

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    1. Sono letteralmente anni che cerco la forza per scrivere di questo film, ma ogni volta mi sento inadeguato e ogni parola mi risulta superflua. In questo post ne ho sfiorato la superficie. Me la sono cavata così! Ho visto la replica della scatola di caramelle sulla Rete e mi è sufficiente l’immagine per essere assalito da una strisciante sensazione di malinconia mista ad angoscia. Il film è di una potenza devastante e il termine è quasi riduttivo.
      Se non ti viene da piangere, finalmente hai trovato il lavoro della tua vita: l’aguzzino o il boia. 😂😂😂
      Grazie per i complimenti. Sono caramelle che si sciolgono piano piano in bocca e vi lasciano un buon sapore.

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  3. Splendida panoramica, ed è sempre affascinante quando eventi noti ci vengono raccontati da altri punti di vista. Un caso che mi è capitato ultimamente è un film russo – “Attraction” (Prityazhenie, 2017), fantascienza all’americana, purtroppo – che si apre con una lezione di storia: il professore ci informa che le guerre più sanguinarie della storia umana sono state le Crociate! Difficilmente in Occidente sentiremo una cosa del genere 😛
    Da tempo mi chiedo come mai nel reparto “storia” delle librerie italiane non riesco a trovare autori che non siano europei o anglofoni (se non rarissime e felici eccezioni): ci sarà in tutta l’Asia uno studioso contemporaneo che racconti la storia dal loro punto di vista, sarebbe così impensabile portarlo da noi? Per carità, i nostri storici sono insuperabili e non sarò certo io a dubitare della grande scuola francese, però sarebbe interessante leggere una “Storia di [qualsiasi argomento]” scritta da chi sta dall’altra parte, e che per forza di cose non la pensa come noi su chi siano i buoni e i cattivi.
    P.S.
    Da più di dieci anni conservo due vecchi libretti italiani che raccolgono le memorie di soldati giapponesi durante la Seconda guerra mondiale: un giorno mi deciderò a leggerli 😛 Però alle testimonianze private preferirei uno storico con una veduta più ampia della situazione.

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    1. Sulle Crociate ho letto parecchio e devo dire che – per fortuna o buona selezione – non mi sono mai imbattuto in interpretazioni faziose. Come ce la raccontano i film o ce l’hanno raccontata a scuola, è proprio “all’acqua di rose”. Quando scrivi di scrittori asiatici, intendi in generale sulla storia o sulle Crociate? Nel primo caso trovi materiale sulla Seconda Guerra Mondiale sopratutto giapponese (perché editorialmente mi sembra l’unico Paese da cui si traducono con una certa costanza diversi autori e libri). Nel secondo caso, la vedo dura per tutta una serie di ragioni storiche, di fonti e anche – ahimè – religiose. Le Crociate non avevano nulla a che fare con la religione. Ne era il pretesto, ma è inevitabile il rischio di mettere il piede in fallo e “offendere” la sensibilità religiosa altrui. Terreno minatissimo. Letteralmente.
      In merito alle testimonianze dei singoli ho trovato che siano una lettura più libera da filtri, più autentica nel riportare non tanto i fatti, ma l’esperienza, le emozioni, le sensazioni. Quell’intangibile che non viene mai raccontato da uno storico: chi lo ha vissuto, lo riporta in modo genuino (sempre che non si presti a operazioni di strumentalizzazione). Confido però di riuscire a discernere quando provano a raccontarmi “favolette”. A mio avviso, vanno lette insieme. Lo storico rimane sullo scenario più ampio, se vuoi “zoomare” e cogliere qualche dettaglio in più, vai sul sicuro con le testimonianze dirette. Ho consigliato i tre libri in fondo alla pagina perché li ho letti tutti e calzano a pennello a questa mia ultima affermazione

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    1. Armati di fazzoletti 😂😂😂Pure nella sua immensa tristezza è un film magnifico. Il fatto utilizza i disegni animati per raccontare la storia di questi due bambini (come tanti altri) rende più sopportabile il devastante impatto emotivo. Ne hanno fatto anche un remake live. Non oso guardarlo (anche perché mi sembra sia stato pubblicato solo per il mercato nipponico e il giapponese mi è un tantinello ostico senza sottotitoli almeno in inglese). Ora che ti ho avvisato, guardalo. È un gran bel film!

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  4. Hai dimenticato un buon film – putroppo per quel che ne so non doppiato in italiano ma disponibile in sottotitoli – “Otoko tachi no Yamato” (Gli uomini della Yamato) ben fatto (in particolare la ricostruzione della nave) e centrato sull’equipaggio della nave, non sui comandanti.
    L’autobiografia di Saburo Sakai penso sia un must per chi vuole entrare – fuor di retorica- nel modo di vedere giapponese. Ottimo sotto questo aspetto anche “Memorie di un comandante di cacciatorpediniere” di Tameichi Hara e “Vento divino” di Rikihei Inoguchi e Tadashi Nakajima.

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    1. Ottimo! Grazie per l’aggiunta. Lo avevo intravisto nelle mie ricerche ma il post era già parecchio lungo. Era nelle mie intenzioni invitare ad aggiungerne (non ho la presunzione che sia un elenco esaustivo) ma poi ho dimenticato di scrivere le due righe di invito. Lo metto in lista da vedere. Ho letto Vento Divino e insieme al libro di Sakai rende un quadro più chiaro di come veniva vissuto l’estremo sacrificio, come pure a capire che quando parlano di attacchi kamikaze nell’attualità sono due cose completamente diverse. The Eternal Zero sebbene sia tratto da un altro romanzo, raccoglie il messaggio di Sakai. Se non l’hai notato in fondo all’articolo tra le letture consigliate c’è anche Stuka Pilot di Hans Ulrich Rudel. Te lo consiglio perché anche in questo caso aggiunge sfumature al concetto che abbiamo di compatto consenso al nazismo da parte dei tedeschi. Rudel fu pluridecorato dal Fuhrer ed era certamente fedele al partito fin dalle prime ore, tuttavia ne viene fuori un tratto meno odioso. Se ami l’aviazione devi assolutamente leggerlo.

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  5. molti dei film nascono da opere letterarie. Interessante sarebbe leggere cosa hanno scritto i vinti, perché dei vincitori sappiamo tutto.
    Interessante seppur lunghetto che mette a dura prova chi ti legge. Però ho tenuto duro perché la storia mi appassiona in tutte le forme narrate.

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    1. Mentre terminavo di scrivere, ero consapevole della lunghezza del testo, ma non mi sono posto il problema di suddividerlo in due parti per renderlo più “web friendly”. Il tema mi appassiona e spero di essere riuscito a trasmettere la mia passione. L’impegno anche, sebbene conoscessi la materia, ho cercato conferme, fonti e materiale. Lecito aspettarsi che il lettore ci metta un po’ di impegno extra a fronte di tutta questa fatica o no?
      Alcuni libri in cui i vinti raccontano la loro esperienza sono in fondo alla pagina. Sono un appassionato di aeronautica e, attraverso questa “chiave”, la lettura mi gratifica di più e mi rimane più impresso in mente.

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      1. direi che l’impegno è ripagato dal bel testo che hai creato. Io sono riuscito ad arrivare fino in fondo da buon appassionato di storia.
        Complimenti.
        Si ho visto che c’è qualche libro in fondo ma serebbe troppo chiederti di parlarne. I libri vanno letti e serve un sacco di tempo.

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  6. Grazie! Mi sono divorata questo post, e mi fa sempre un enorme piacere vedere che qualcuno si interessa all’altra faccia della medaglia….anche se pesnso che non cercherò ne guarderò una tomba per kle lucciole… mi fa già abbastanza male quanto ne ho letto.
    Ti ho già detto che mi piace come scrivi? Avanti così, e grazie sempre!

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    1. Me lo hai detto, me lo hai detto 😂 e ne sono sempre lusingato. Solo che può sembrare che ci sia un sodalizio di qualche tipo, pecuniario o di qualche parentela o affinità 😂😂😂.
      La Tomba per le Lucciole è meraviglioso, ma evita se non vuoi farti male.
      Grazie mille!

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