Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#8 [by Tati, Zeus e RedBavon]

‘Al perro que duerme ¡no lo despiertes!’ così iniziava l’episodio precedente. Ciò che il vecchio adagio raccomanda quando il cane dorme, vale anche per il nostro Oste, che  finora se n’è stato buono buono, dalle sue parti si direbbe ‘sott’a botta impressiuonato’. L’atmosfera si è riscaldata ben oltre le già insopportabilmente alte temperature medie del Tropico del Cancro. I due federales tireranno fuori il ‘ferro’? Hands up don’t shoot. Noi tre, Tati, Zeus e RedBavon, non abbiamo alzato le mani, anzi…Auspichiamo che il magnanimo lettore non ci spari. Almeno questa volta.

Segue da Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#7

Oste la victoria siempre!

Cesar, capelli spettinati e camicia sporca, si sente, per la prima volta, in posizione d’inferiorità.

Ego e Narciso sembrano due molle, il sergente ha commesso il grave errore di minacciare Tati, ormai sono saldamente ancorati alle sue gambe. Essere di bassa statura ha dei vantaggi: Cesar ha tre piccole furie intorno e due di queste gli impediscono di muoversi, certamente una cosa così non se l’aspettava questa mattina quando la sveglia l’ha rimesso in piedi a terra.

I tre si guardano fieri, in un lampo si sorridono e si danno coraggio ma questo i due federales nemmeno lo notano… Oste invece sì, accenna a un sorriso (anche in una situazione così, ‘sti tre nani riescono a farlo ridere) che si spegne immediatamente.

Mentre il sergente è a terra dolorante, Ego e Narciso si rivolgono in direzione dell’ispettore e anche Tati si sposta verso Marcelo Diaz, non prima però di avere calpestato, in maniera “sbadata”, il piede di Cesar che emette un ringhio.

Ego e Narciso fanno pressione contro l’ispettore, spintonandolo e provocandolo a parole. Tati investe Diaz con parolacce e insulti. L’unico che non proferisce verbo, ferito nell’intimo e tormentato dai dubbi, è proprio l’Oste. Il gringo che l’Inspector Diaz sta guardando come un cane guarda l’osso. Le parolacce e i colpi scivolano sull’armatura di indifferenza dell’ispettore: Marcelo sa benissimo che i due dolores non si arrischierebbero mai a ferire lui, l’Ispettore Diaz della Policia Federal.

“Puoi ritardare quanto vuoi” le parole di Marcelo Diaz si perdono sepolte dagli insulti di Tati, ma l’Oste sente benissimo il finale “… con me al Distretto“.

Tati continua a saltellare e ruggire bestemmie, ma le forze stanno venendo meno. Cesar si è rialzato, si avventa sulla donna e la sposta di peso minacciandola di farle fare la stessa fine del suo amico. L’ispettore scrocchia le nocche e poi guarda i due nanerottoli con uno sguardo da fare gelare il sangue, tanto che persino quelle due pesti si accorgono di avere esagerato e allentano la pressione e le spinte.
Le manette scivolano, come per magia, fuori dalla mano di Diaz e rimangono a penzolare nell’aria elettrica del taverna.

“Adesso vieni con me” l’ispettore si avvicina e prova a mettere le manette all’Oste che, spaventato e nervoso, non collabora minimamente.
Diaz, vista la ritrosia del gringo, decide di usare le maniere forti e, mentre alza il braccio, lo colpisce dietro il ginocchio per farlo piegare.
L’Oste emette un gemito di dolore.

Quel suono doloroso è il segnale.
Nella Taverna si scatena, per la seconda volta, il delirio.

Dopo il pestone sulla caviglia del sergente, Tati si è portata avanti con uno scatto. Arriva alla sedia sulla quale poco fa era seduto Diaz per interrogare Oste. Ci mette un piede sopra, di scatto afferra la bottiglia di birra lasciata sul tavolo e acquistando quei 40 cm si porta a muso dritto verso Diaz. La sua indifferenza le fa salire ancora più rabbia, che vomita addosso a quell’omone sudato e infastidito che ha di fronte:

“Come si permette di venire qua e non tentare nemmeno di capire cosa sia successo, accusare un innocente, dopo essersi bevuto, quante birre? Quattro? Cinque? Lurido schifoso che non è altro! Viene qua, ogni volta Oste le apre la taverna come fosse casa sua, tutti uguali voi poliziotti del cazzo, prendete! Prendete tutto quello che potete e non date mai nulla in cambio! Fate i vostri porci comodi ma due sforzi per arrivare alla verità no! MAI! Siete solo un branco di luridi cani schifosi, Siete peggio dei delinquenti che dite di cercare!”.

Da quella distanza Tati sente l’odore fetido del sigaro dell’ispettore, ha una gran voglia di spaccargli in testa quella dannata bottiglia di vetro… ha tanta voglia di fargli davvero, davvero male.
Si accorge che Diaz non la sta minimamente considerando e si sta rivolgendo a Oste “… con me al Distretto” sente… e subito dopo sente le mani di Cesar. Il sergente la prende per le spalle, tirandola giù dalla sedia e la riporta alla sua normale altezza, distante da Diaz.
Al tocco di quelle manone sulle sue spalle, Tati sente il fiato bloccarsi in gola, fa un respiro profondo chiudendo gli occhi. La scena sembra andare al rallentatore, sente le voci dell’ispettore, Oste dice qualcosa, ma non capisce cosa. Sente le forze cedere, lascia andare la bottiglia, che cade a terra frantumandosi in mille schegge marroni.

E si lascia spostare, come fosse un fazzoletto umido e cadere sulla sedia posta di lato al tavolo.

Nella testa mille pensieri: “porcadiquellamannaggiaputtana devo fare qualcosa, non possono portarlo via, non posso lasciare che lo portino via…”. I pensieri si mischiano ai rumori che arrivano da fuori, la voce di Diaz, quella di quel balordo-cane-schifoso di Cesar, sente il respiro agitato di Oste, sente perfettamente la rabbia e la paura di Ego e Narciso. Mille suoni che si accavallano, rendendo tutto così confuso e quando vede l’ispettore colpire l’amico, torna presente, tutto diventa di nuovo lucido, come se qualcuno avesse alzato di colpo il volume.

Tati si alza di nuovo di scatto “NON LO DEVI TOCCARE!“. Si libera dalla presa del sergente, usa la sedia e il tavolo di fronte come una scala: prima un piede su una, il secondo sull’altro, di scatto. In un attimo è in aria con una gamba tesa verso Cesar ‘vaffanculoquestavoltatiprendo!’ pensa tra sé e sé mentre un accenno di sorriso le scappa da un angolo della bocca.
Cesar, che non si aspetta un gesto del genere, rimane bloccato con occhi spalancati, nemmeno avesse visto in carne e ossa uno dei demoni dei quali sentiva storie fin da quando era bambino. Il piede di Tati lo prende in piena spalla, spostandolo all’indietro. Ego e Narciso a questo punto si sono lanciati su di lui, ancora una volta: se Diaz è inavvicinabile, allora Cesar se le prende tutte lui.
Con Ego e Narciso che bloccano il sergente, Tati si piazza di nuovo di fronte a Oste, minacciando Diaz e i suoi baffi…

Alla vista della violenza, non necessaria, nei confronti dei suoi compadres, l’Oste esplode come un vulcano da tanto tempo sopito.
Con un’agilità che sorprenderebbe anche sua madre, nel piegare istintivamente le ginocchia dopo il colpo ricevuto dall’ispettore, compie una torsione sul posto con tutto il corpo e fa scattare in avanti la gamba destra ad agganciare il piede sinistro dell’ispettore. Poi, con un movimento circolare, aggancia anche l’altro e solleva entrambi da terra, squilibrando l’ispettore che cade con un tonfo per terra. Le manette volano sul bancone, atterrando su una pila di stoviglie e bicchieri.

Si rialza, lancia un sorriso a Tati, che è rimasta lì pietrificata, e si rivolge a lei con il tipico gesto che invita alla calma: sospinge l’aria in basso un paio di volte con il palmo della mano e le sussurra un “Muy tranquila”. Passa accanto all’ispettore, lo squadra dai piedi alla punta dei capelli per controllare che non sia ferito, l’espressione del viso dell’ispettore è contorta in una smorfia di dolore e spaesamento, infine ne incontra gli occhi e li fissa con un comando che arriva preciso e perentorio al destinatario: “non ti muovere”.

Passa oltre e a grandi passi decisi si dirige verso il sergente: “Sergente, rimpiangerai i conquistadores!”.

Ego e Narciso, anch’essi imbambolati come se fosse calato nella taverna una ‘combo’ di incantesimi “charme+paralisi”, più che vedere l’Oste passare, sentono una forte raffica vento infilarsi tra loro due. Un vento di quelli improvvisi e violenti di quando sei fermo sulla banchina della stazione e troppo vicino al ciglio: un treno in transito passa veloce e lo spostamento d’aria che produce, prima ti fa vacillare l’equilibrio, poi sembra risucchiarti.
Era già successo. Narciso conosce bene quel “vento”.

Il viso di Narciso si distende in un sorriso tale che Ego ne viene contagiato e fa altrettanto senza quasi accorgersene. Quei due nanerottoli sembrano avere il potere della telepatia, ma per fortuna funziona solo tra loro due.

El Rojo passa tra i due compadres come un treno-merci, carico di laminati in acciaio per i cantieri navali, lanciato a folle velocità sul binario-morto. Alla fine del binario-morto, c’è “Cesar Ruiz Sergente della Policia Federal Departemento de Quintana Roo”.

Bisogna riconoscere una cosa al sergente: ha del fegato.
Accortosi del suo superiore ormai a terra, steso come uno straccio per pulire i pavimenti, quando vede arrivare El Rojo, gli va incontro, ringhiando e sputando.
Il sergente afferra una sedia e, continuando ad avanzare verso l’Oste, giunto a portata, con entrambe le mani sferra un potente colpo usando la sedia come un martello da guerra. Se avesse fatto centro, la sedia sarebbe finita in mille pezzi e altrettanto sarebbe successo a un buon numero di ossa di El Rojo.
L’Oste devia dalla traiettoria d’impatto con il sergente quel tanto che basta per evitare la sedia. Così sbilanciato in avanti da tanta foga, il sergente fa in tempo a vedere l’Oste passargli accanto e con la coda dell’occhio accorgersi che è andato oltre. Il resto non lo vede, ma lo sente.

L’Oste aggancia il piede più arretrato del sergente, con un violento strattone della gamba la porta ancora più indietro, di modo che tutto il peso del corpo del l’avversario carichi sul piede più avanzato. L’attimo dopo che il sergente prende consapevolezza che il suo equilibrio è perso, al centro delle sue spalle piomba un colpo che lo manda lungo a terra senza passare da una posizione intermedia tra verticale e orizzontale.
Cesar è fuori uso.

El Rojo si rivolge a Tati, Ego e Narciso: “Io ve l’avevo detto: le pulizie di stagione sono pericolose. Hai voglia a togliere munnezza. La munnezza sembra non finire mai!”
Va verso il bancone, con un gesto rapido quanto distratto, afferra qualcosa da una pila di stoviglie e bicchieri e si avvicina nuovamente verso l’Ispettore ancora a terra.
Tati, Ego e Narciso vengono colti da un terrore improvviso. Cosa ha preso dal bancone? Un coltello? Non vorrà mica ammazzare l’Ispettore?

L’Oste si accovaccia vicino il corpo dell’ispettore, si avvicina al suo orecchio e gli sussurra un paio di parole che rimarranno note solo a loro due.
Lo aiuta a sollevarsi. L’ispettore si tiene una mano sulla schiena dolorante e ci mette qualche minuto ad assumere una posizione completamente eretta. Ha perso tutta la sua boria e arroganza.
I due sono uno di fronte all’altro. L’espressione sul viso di El Rojo trasmette serenità, una serenità aliena, totalmente aliena rispetto al delirio che si è scatenato.
Davanti ai tre compadres, ancora attanagliati dal terrore di essere per davvero testimoni oculari di un assassinio per mano del loro amico, El Rojo si rivolge all’Ispettore con tono serafico:
“Marcelo, ora puoi portarmi dove meglio credi. Ma queste – porgendogli le manette sul palmo della mano aperta – te le puoi riprendere e mettertele nel culo!”.

Continua a Pulizie a El BaVón Rojo Ep.#9

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