Mondiali Russia 2018 – Non possiamo fare i coccodrilli e piangere sul latte versato e sulle uova mangiate


 “Non possiamo fare i coccodrilli e piangere sul latte versato e sulle uova mangiate“.

Sono iniziati i Mondiali di Calcio in Russia e mi sovviene questa frase accreditata al Trap.

Provo a farmi forza con questa perla di saggezza nonché ardito esperimento “fusion” di modi di dire e profonda conoscenza di questi rettili dell’ordine Crocodilia, Sauropsidi Arcosauri del superordine Coccodrillomorfi.

È giunta l’ “ora +”.

Avete letto bene: non intendevo scrivere “ora X”. Non si legge “ora più”, ma si legge “ora del supplizio” perché il segno “+” non è il confortante simbolo dell’addizione, ma il segno di una croce, anzi crocifissione.

Esclusi dal Campionato del Mondo da un’imbarazzante Svezia con l’aiuto di una compagine azzurra ancora più imbarazzante sul campo di gioco, non ci resta che sorbirci un palinsesto televisivo di rimessa, tipicamente estivo, cioè – ancora una volta – imbarazzante.

E chi compra un mobile da Ikea, per tutto il 2018 potesse sbagliare le misure di quel paio di centimetri bastardi!

Confermo la mia maledizione lanciata all’indomani della partita con la Svezia  e la conseguente esclusione dall’unico appuntamento di calcio che attendo trepidante, già carico delle emozioni dei ricordi e pronto ad accoglierne altre per le nuove partite.

Non è certo lo spirito sportivo con cui affrontare una sconfitta a calcio, ma non torno indietro. Lo dice uno che celebra questo rito della “birra, frittatone di cipolle e rutto libero” ogni quattro anni e, questa volta, senza nemmeno potere sfondare un vetro di una finestra per chiedere “chi ha fatto palo?”.

D’altronde, devo arrendermi di fronte a una verità incontrovertibile. Come ebbe a dire  Vujadin Boskov, il mitico allenatore della Sampdoria:

Y penso che per segnare bisogna tirare in porta“.

Ecco, bastava fare questo in quella partita con la Svezia. E magari mirare tra i pali, evitando di cogliere il portiere.

Deprimente lo “spettacolo” della Lega Calcio del dopo Italia-Svezia, deprimente la stampa che rincorreva le illusioni di un’esclusione di una squadra per farci rientrare a forza in una competizione a dispetto di non essere riusciti a guadagnare sul campo il diritto a parteciparvi . Si sono rincorse le voci di una possibile esclusione dell’Iran, del Perù e addirittura della Spagna. Ridotti a sperare il male altrui. Che miserevole italietta (la “i” è minuscola apposta)!

Non sono un grande tifoso di calcio. Mi piace come sport, come gioco, ma non il Campionato, le Coppe, gli scandali, certi personaggi, i bilanci in rosso, società altrimenti decotte, insolventi e tuttavia fanno a gara a suon di milioni di euro per assicurarsi un giocatore, le tifoserie che oltrepassano il limite del razzismo.

Permette un pensiero poetico dedicato alla Juventus “Under 15”

A questo proposito non posso esimermi dall’inviare un messaggio di cordoglio ai giocatorini dell’ “Under 15” della Juventus che hanno festeggiato la vittoria in campionato con un coro assai scontato contro Napoli e i napoletani:

mi spiace.

Mi spiace che abbiate dei genitori che non vi abbiano insegnato nulla.

Mi spiace. Mi spiace che pure giocando con i colori di un prestigioso club, allenatori e manager non vi abbiano trasmesso cosa sia lo sport.

Siete dei fortunati.
Siete dei fortunati a non essere miei figli. Perché non avreste toccato un pallone più nella vostra vita nemmeno se aveste avuto il talento di Maradona o, se preferite, di Platini.

E non parlo da napoletano. Parlo da genitore.

Da napoletano invece vi dico:

tutti e undici messi insieme nun facite manco mieza guallera ‘e Canè!

Fine del pensiero poetico

Non ho mai letto un giornale sportivo proprio perché calcio-centrici, nemmeno in attesa del mio turno dal barbiere. In verità, vi si trovano i migliori scrittori di “fiction” e “sit-com”, soprattutto quando d’estate devono inventarsi storie degne della commedia sexy all’italiana.

La mia libido calcistica è pari alla libido sessuale di una novantenne dopo una vita a esercitare “la più antica professione del mondo”. Sono stato anche un tifoso di curva ai tempi del Napoli di Diego Armando Maradona, ma oggi sono un simpatizzante piuttosto distratto.

Come giocatore di calcio: “imbarazzante” è un compassionevole eufemismo. Sebbene ci abbia provato e l’ho per giunta esposto al pubblico ludibrio in Anche le schiappe vanno in Paradiso, un racconto di gloria autobiografica, per giunta in due parti (se la megalomania si unisce alla vanagloria, i risultati possono tracimare).

Se Dio ha messo inimicizia tra la Madonna e il serpente, ebbene qualcosa del genere – senza alcuna intercessione divina – è successa tra me il pallone. Come descritto in Super Santos VS Super Tele, nelle partite estive tra cugini, lunghe dal primo pomeriggio al calare delle tenebre, ognuno aveva un soprannome di un giocatore famoso, per esempio quello di “El Buitre” ovvero il grande attaccante del Real Madrid, Emilio Butragueño. Il mio soprannome era: “Pacione”.

A beneficio di chi non ricorda quale fine giocatorino sia stato Marco Pacione, provvedo subito senza che dobbiate scomodare quel saccentello di Google.

Marco Pacione, Juventus campionato 1985-1986, giovane punta di ventidue anni, riserva di Massimo Briaschi, riserva a sua volta di Aldo Serena.
Juventus-Barcellona, valida per i quarti di finale della Coppa dei Campioni 1985-1986. Mancano sia Serena sia Briaschi, il giovane Pacione deve giocare al centro dell’attacco bianco-nero: sbaglia tre gol fatti, la Juve non si qualifica a causa di un gol del Barcellona di una bruttezza imbarazzante. A Pacione quella partita non l’hanno mai perdonata. Cabrini è ancora vivo perché la finale dei Mondiali del 1982 è finita 3 a 1 per noi. A Becalossi, anche se ha sbagliato quel rigore, hanno dedicato addirittura una canzone.

Quel “gran signore” di Michel Platini sembra abbia bestemmiato e apostrofato il giovane compagno chiedendo se pensasse di essere in vacanza, il portiere del Barcellona dichiarò alla stampa che Pacione si era comportato da amico e i giornalisti sportivi si accanirono facendolo diventare il capro espiatorio di una partita davvero brutta. Boniperti e Trapattoni ebbero parole di circostanza e comunque di comprensione:  “Ho piena fiducia in lui per il futuro” così dichiarò Trapattoni dopo la partita. La Juventus cedette Pacione al Verona.

Pacione, più che una storia di calcio, una storia di calci…e tanta sfiga.

Ritornando alle partitelle tra i cugini, potete comprendere che il mio appellativo era tutt’altro che un prestigioso blasone.

Nonostante questa distanza dal calcio, agli albori di questa webbettola, ho dedicato a questo sport una trilogia di tragicomiche cronache delle ultime volte che ho calcato un campo di calcetto: era il 2009, per giunta pagando. Inoltre, con la partecipazione di amici e altri blogger ho inaugurato un particolare Buffalmanacco completo di figurine e storie di calcio.

Per quanto sia contrastato il mio rapporto con il calcio, resto un estimatore di questo sport e unicamente in due occasioni mi trasformo e mi sale in groppa la scimmia hooligan: i Mondiali e gli Europei. In occasione dei Mondiali tale primate non è uno qualsiasi, ma è King Kong.

L’avermi negato la possibilità di tifare gli Azzurri assume i connotati di una cattiveria gratuita. Inizio, come Bruno Martino nella sua canzone, a odiare l’estate.

A tanta mestizia condita dal rammarico delle occasioni perse, vedere che il Campionato è trasmesso dalle reti Fininvest è stato il colpo di grazia. I Mondiali si vedono in TV sulla Rai. Le voci di Nando Martellini, Sandro Ciotti e Bruno Pizzul evocano ricordi estivi quanto i tormentoni musicali che puntualmente si mischiano alla salsedine e ti si attaccano alla pelle come la sabbia.

Tifare per il Perù e gufare Svezia, Francia e Germania  non è la stessa cosa. Alternative virtuali quali FIFA o PES sono escluse: a parte l’effetto “placebo” del virtuale, il mio alter ego sullo schermo è la copia sputata di Claudio sul campo di calcio. Marco Pacione c’è in FIFA e PES, all’insaputa di tutti.

Tirata fuori la scatola del Subbuteo, ho riscontrato che c’è stata una grande moria dei portieri (non ce n’è uno intero). Allora il biliardino? Il biliardino di casa, ricevuto in regalo dai miei due nanerottoli,  ha raggiunto la discarica differenziata, dopo che è collassato più volte a causa dell’impeto dei giovanissimi giocatori (e di una dubbia qualità dei materiali).

L’unica cosa che mi è rimasta è…

…la Pelota, il gioco della Pelota!

Cobà – Il Campo della Pelota. Da destra: Diego, Francesco, io (chissà che minchiata sto dicendo a proposito dell’anello che indico), la nostra guida [foto by mio fratello]
Nelle mie ventotto cartoline del viaggio in Messico (che sto trascurando) ho raccontato di questo gioco ogni volta che siamo giunti in un sito archeologico, in particolare a Chichén Itzá dove è presente il campo più grande di tutti.

Il gioco della Pelota era, infatti, era diffusissimo ancora prima che tra i Maya, presso gli Olmechi. L’ ordine di grandezza della sua diffusione in tutta la Mesoamerica è data dai ritrovamenti dei campi di gioco della pelota: venti anni fa si era a conoscenza di seicentocinquantuno campi, oggi se ne contano mille e cinquecento (fonte: Factoria Historica).

Il gioco consisteva nel fare scivolare una palla di caucciù, poco più grande di una boccia, attraverso due anelli di pietra, posti sulle pareti laterali del campo che ha una pianta a “I” maiuscola con le grazie.

Vinceva chi per primo infilava la palla nell’anello.

I giocatori non potevano toccare la palla con le mani o i piedi, ma esclusivamente con le ginocchia, i gomiti e i fianchi. Indossavano a protezione larghe cinture che coprivano le parti più vulnerabili e una sorta di paracolpi alle braccia, ascelle e ginocchia. Queste informazioni ci vengono direttamente dai bassorilievi presenti lungo i muri del campo di gioco di Chichén Itzá.

Il Campo di gioco della Pelota, il più grande in tutta la Mesoamerica. (Foto by RedBavon)

Stupisce la grandezza del campo: la foto scattata da mio fratello al resto del gruppo dà l’idea della scala delle dimensioni. Stupisce, ancora di più, la posizione degli anelli: sono a metà di ognuno dei due muri laterali a circa sette metri di altezza. Gli odierni abitanti dello Yucatan, discendenti dei Maya, non svettano in altezza; le popolazioni antiche ancora di meno, anche per ragioni di alimentazione meno ricca. Ne discende un mistero degno di una puntata di Kazzenger: come fa un giocatore di statura modesta come un Maya a centrare un anello a sette metri di altezza, mentre gli avversari lo ostacolano e senza usare le mani?

Prova a centrarlo tu il foro dell’anello senza usare le mani? (Foto da Wikipedia)

I bassorilievi lungo i muri forniscono delle informazioni su un aspetto cruento della Pelota: il rituale sacrificio dei giocatori che avveniva per decapitazione.

Non è chiaro se i decapitati fossero i perdenti o i vincitori. Durante il viaggio, le stesse guide turistiche, che ci hanno accompagnato nella visita delle ruinas, hanno fornito versioni diverse: secondo alcuni, chi perdeva la partita, perdeva la testa (che è quanto ci si aspetta secondo la nostra cultura); secondo altri, chi vinceva, veniva ricompensato con il taglio della testa.

Leggendo e approfondendo, il gioco della Pelota, essendo parte dei rituali associati alla guerra, con tutta probabilità era “truccato”.

Il doping e il calcio-scommesse non c’entrano, ma il sotterfugio consiste nel fatto che i giocatori erano tutti prigionieri, il cui destino era ormai segnato. È possibile tuttavia che il capitano dei vincitori venisse decapitato poiché aveva dimostrato sul campo di essere il più forte e quindi di essere il più degno da sacrificare alle divinità. E poi ci lamentiamo che in Italia non esiste la meritocrazia!

Per finirla con una frase celebre, devo tirare in ballo il mai troppo compianto Vujadin Boskov:

Partita dura novanta minuti y finisce quando arbitro fischia”.

Ora devo solo trovare un gruppo di svedesi disponibili a venire con me in Yucatan. C’è una partita che li aspetta…

21 pensieri su “Mondiali Russia 2018 – Non possiamo fare i coccodrilli e piangere sul latte versato e sulle uova mangiate

    1. Ci sarebbe voluta un’iniezione di fiducia è un momento di (com)unione intorno agli Azzurri. Sono riti e simboli che hanno ancora un valore, anche se non lo ammettiamo o cinicamente lo neghiamo. Davvero un’occasione mancata nel senso più autentico.

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  1. Sai che quando ero piccola e vivevo in una palazzina con altre due famiglie oltre alla mia, la mia vicina di pianerottolo, bresciana, ci aveva insegnato un gioco che chiamava pelota!!! Solo era tutta un’altra cosa: un incrocio tra baseball, gioco della settimana e calcio…

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    1. La pelota esiste come sport ma è una sorta di battimuro, ma questa tua vicina credo abbia personalizzato parecchio la sua versione piemontese. Mi è sconosciuto il “gioco della settimana”, probabilmente lo chiamavo in modo diverso…illuminami.

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      1. Io non lo ricordo molto bene però ricordo che si doveva colpire un pezzo di legno a doppia punta con un bastone, quando era a terra dovevi alzarlo colpendolo da un lato e facendolo saltare per poi darci secco come fosse una palla da baseball. Il campo era tutto a riquadri. Il gioco della settimana è quello che si fa disegnando a terra una serie di quadrati nei quali devi saltare a piedi uniti/ e divaricati, fino al punto in cui s’è fermata la pietra che hai lanciato all’inizio, raccogli la pietra restando su un piede solo e torni indietro sempre a saltelli. Prosegui fino ad aver “occupato” ogni quadrato che è un giorno della settimana. Si capisce? Ho fatto casino? Ho lanciato a cerbottana?😬

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        1. Il gioco della Campana! La tua vicina era decisamente una creativa.
          Ha “insertato” (termine dialettale per “innestare”) il gioco della Campana con quelll che a Napoli si chiama “mazza e pivese” o “‘della mazza e del piveso” ovvero la lippa. E poi dicono della fantasia di noi napoletani! In più c’è pure la variante “calcio”. A Roma si chiamerebbe “na caciara”.

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  2. Boskov era un Vate. Gli andrebbero dedicati piazze e licei classici. Anche una cattedra di filosofia in Cattolica…
    Ciò detto, caro Red, condivido in pieno l’amarezza della festa mancata e l’approccio generale al calcio. Italia fuori, il mondiale non esiste. L’ha raccolto Mediaset dal cestino della memoria in cui era finito, per quanto mi riguarda.
    Il mondiale, gli europei, sono davvero una festa di partecipazione e italianità. E uno spettacolo. Prima di tutto nelle piazze, nei bar, negli uffici. Un’occasione così nostra di calarsi a capo fitto in un mondo parallelo avvincente e coinvolgente. Per settimane. Per settimane siamo altrove, compiamo riti, facciamo spaghettate. E a parte colli di bottiglia e quant’altro non si contano decapitazioni, ma solo tanta voglia di essere rappresentati e uniti sotto una bandiera. Dovremo aspettare altri quattro anni.

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    1. Proprio così! Un’occasione di riunioni con gli amici mancate, ma anche insieme a sconociuti in una pizzeria a taglio, come capitò a me quattro anni fa in una brutta partita Italia-Uruguay.
      Uscito dall’ufficio in zona Cesarini, troppo tardi per andare a casa, troppo tardi per andare a casa di amici, il tipico deserto pre-partita, mi infilai in un centro commerciale nei pressi del mio luogo di lavoro. Pizzeria a taglio con grande schermo, sgabello, birra a nastro, la ragazza dietro al bancone poco interessata, un paio di avventori dell’ultimo minuto come me. A parte la partita che fu dimenticabile, si respirava un’atmosfera di strana sintonia e anelito a un valore comune.
      Tra il primo e il secondo tempo, la banda dei soliti (ig)noti approfittò per svaligiare a mano armata una gioielleria lì vicino. Partita con incluso pure un episodio di Sulle strade della Californa.
      Solo ai Mondiali.

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        1. Bella idea OnPaolo! Io rischierei il plagio di fantozziano retaggio se ci provassi, lo so. Il che non sarebbe poi un cattivo risultato.
          “Chi ha fatto palo?” è una trovata geniale per sfottere i tifosi di calcio e questi la ripetono ad libitum…ma che genio! “Obbligare” i presi in giro a prendersi in giro da soli.

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